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I cattolici che fecero la Resistenza
Mi sono sempre chiesta come e perché i giornali cattolici dessero importanza al 25 aprile ed alle figure dei partigiani. La cosa era stata messa da parte perché ho molto a cui pensare, preoccupazioni varie, ma vedendo ‘Fuochi d’artificio’, una serie TV di Rai 1, la questione è tornata. La serie diretta da Susanna Nicchiarelli è tratta dall’ romanzo omonimo di Andrea Bouchard.
Nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, sulle Alpi piemontesi, quattro adolescenti (Marta, Davide, Sara e Marco) decidono di aiutare i partigiani proprio per la loro giovane età. Il romanzo ‘Fuochi d’artificio’ di Andrea Bouchard è una storia di fantasia ispirata ad eventi reali avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale.
I personaggi principali sono fittizi, ma la loro storia è ispirata alle esperienze di molti giovani che hanno partecipato alla Resistenza italiana durante la guerra come staffette partigiane. La Chiesa cattolica italiana ha una lunga tradizione di riconoscimento e celebrazione delle figure che hanno lottato per la libertà, la giustizia e la pace, anche durante la Seconda Guerra Mondiale.
Le figure come don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari e san Massimiliano Kolbe sono considerate esempi di fede e di impegno sociale, e la loro attività di resistenza contro il fascismo e il nazismo è vista come un’espressione della loro fede e del loro amore per il prossimo.
La Chiesa cattolica italiana celebra il 25 aprile, anniversario della Liberazione, come una festa importante, e dedica articoli e riflessioni alle figure che hanno contribuito a tale evento. Questo non significa che la Chiesa approvi o promuova la violenza o la lotta armata, ma piuttosto che riconosca il coraggio e la determinazione di coloro che hanno lottato per la libertà e la giustizia.
In particolare, la Chiesa cattolica italiana ha una lunga tradizione di sostegno alla Resistenza italiana, e molti sacerdoti e religiosi hanno partecipato attivamente alla lotta contro il fascismo e il nazismo. La Chiesa ha anche riconosciuto ufficialmente il martirio di alcuni sacerdoti e religiosi che sono stati uccisi durante la guerra, come san Massimiliano Kolbe.
Secondo le ricerche, la Chiesa condivide con queste figure come la libertà, la giustizia e la pace. La Chiesa celebra queste figure come esempi di fede, di impegno sociale e come modelli di comportamento per i credenti. La Chiesa cattolica italiana riconosce l’importanza della Resistenza italiana come un movimento di liberazione che ha contribuito a concludere la guerra riportando la democrazia in Italia. La celebrazione del 25 aprile è quindi anche un modo per riconoscere il contributo di tutti coloro che hanno lottato per la libertà e la giustizia durante la guerra.
La Chiesa, quindi, non condivide l’uso delle armi, ma la determinazione incrollabile nel voler creare un mondo migliore. Ci sono vari modi di fare resistenza. Vediamo alcuni esempi. Durante la guerra, le suore di Loreto si dedicarono all’accoglienza di orfani e bambini abbandonati. Il convento di Entally fu requisito e trasformato in un ospedale militare britannico fino al 1945.
Le Suore dell’Ordine di Loreto offrirono aiuto, protezione e assistenza a ebrei, partigiani e altri perseguitati dai nazifascisti, nascondendoli nei loro conventi e istituti. Le suore dell’Ordine di Loreto aiutarono anche i partigiani. Don Lorenzo Milani fu un prete cattolico italiano che lavorò anche con i partigiani e scrisse lettere pastorali contro la guerra e la violenza.
Don Lorenzo Milani (1923-1967) utilizzò la parola come arma nella sua attività di resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo impegno sociale e educativo fece parte della resistenza stessa. Si schierò a favore della resistenza partigiana, che considerava una forma di resistenza legittima. Inoltre, don Milani fondò una scuola per i figli dei contadini e degli operai a Barbiana, un piccolo paese in Toscana. Criticò il sistema scolastico italiano, sostenendo l’importanza dell’educazione per tutti. Un aneddoto interessante su Don Milani: ebbe una formazione artistica e dipinse molti quadri anche assieme si suoi studenti di Barbiana.
Don Primo Mazzolari, invece, fu un prete cattolico italiano che aiutò i partigiani. Secondo altre fonti, viene considerato un prete e un partigiano, figura chiave della Resistenza italiana, particolarmente attiva nella bassa mantovana e cremonese. Era un antifascista convinto fin dagli anni ’20 e ’30. Pertanto subì persecuzioni da parte degli squadristi locali. Dopo l’8 settembre 1943, si impegnò per la liberazione.
Incoraggiò i giovani e fondò la Brigata mantovana ‘Fiamme Verdi’ per la propaganda ed il sostegno alle famiglie dei partigiani. Don Primo Mazzolari (1890-1959) fu un sostenitore della dottrina sociale della Chiesa cattolica e lavorò per promuovere la giustizia sociale e la pace. Una curiosità su don Mazzolari è che venne definito ‘La tromba dello Spirito Santo in Val Padana’ da papa Giovanni XXIII.
San Massimiliano Kolbe di cui ho parlato approfonditamente in un articolo esclusivamente su di lui, fu un frate francescano polacco ucciso in un campo di concentramento nazista. Volle salvare un altro prigioniero.
San Massimiliano Kolbe (1894-1941) fu un missionario e lavorò per promuovere la fede cattolica in Polonia e in Giappone. Kolbe fu arrestato dai nazisti nel 1941 e inviato al campo di concentramento di Auschwitz. Anche lì continuò a esercitare il suo ministero sacerdotale e aiutò gli altri prigionieri. Quando uno di loro fuggì, i nazisti selezionarono 10 di internati da uccidere come ‘prezzo da pagare’. Kolbe si offrì di prendere il posto di uno di loro, un uomo sposato con una famiglia.
Kolbe venne canonizzato come martire della fede nel 1982 ed è considerato un simbolo di amore e sacrificio. Alcide De Gasperi fu politico italiano cattolico che svolse un ruolo importante nella Resistenza italiana e nella costruzione della Repubblica Italiana.
Un fatto importante è che, secondo il ricercatore Augusto Sartorelli, De Gasperi, fino alla seconda guerra mondiale, avrebbe assunto diverse posizioni antisemite, che rispecchiavano il tradizionale antisemitismo religioso (distinto dall’antisemitismo biologico caratteristico del nazismo). Nonostante questo si aprì alla resistenza è fu anche arrestato durante il governo fascista.
Alcide De Gasperi (1881-1954) fondò la Democrazia Cristiana, partito politico che dominò la scena politica italiana per molti anni. De Gasperi sostenne l’integrazione europea e lavorò per promuovere la pace e la cooperazione tra i paesi europei. Fu fondamentale per la stesura della Costituzione italiana. Ci sono vari modi di cercare la pace, di fare resistenza non violenta. Ce ne sono per ogni occasione ed oggi celebriamo questi per il 25 aprile. Grazie a tutti quelli che lottarono e lottano ora per la pace.
Simone Feder: stare vicino ai giovani per amarli
All’Abbadia di Fiastra di Tolentino, in provincia di Macerata continuano gli incontri giubilari, in collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana diocesana, Sermirr di Recanati e Sermit di Tolentino e su proposta di don Rino Ramaccioni è stato invitato l’educatore Simone Feder, psicologo e coordinatore dell’area ‘giovani e dipendenze’ della ‘Casa del Giovane’ di Pavia, che ha raccontato storie di ‘Giovani, speranza del mondo’, descrivendo il modo in cui i giovani possono diventare risorsa, ma sono troppo spesso senza una ‘bussola’ davanti al dilagare della droga:
“Vedo l’uso di sostanze devastanti che portano danni irreparabili anche livello sanitario e di cui pagheremo un prezzo salato, danni irreparabili fisici e della percezione della realtà che queste sostanze provocano. Il problema oggi non sono più le politiche di riduzione del danno, perché il problema non è più la droga ma il malessere, la sofferenza, è quella che dobbiamo ridurre non tanto le sostanze. Oggi abbiamo ragazzini di 13 anni già pieni di sostanze che vengono trascinati sempre più con fatica dai genitori, fragili anche loro”.
Ed ecco la proposta educativa riprendendo lo stile di san Giovanni Bosco: “Il mio invito è quello di cambiare questo sguardo punitivo e repressivo; occorre un punto di partenza diverso. Provo a dirlo con san Giovanni Bosco: non basta amare i ragazzi, devono sentirsi amati”.
Simone Feder, in quale modo i giovani possono essere speranza del mondo?
“I giovani sono speranza del mondo se come adulti noi ci siamo nel loro mondo, stando a fianco a loro ma non da ‘maestrini’ per costruire insieme qualcosa. Ecco che i giovani poi si attivano e generano situazioni di attenzione agli altri ed ai loro compagni diventando generatori di oltre”.
‘Generatori di oltre’, ma allora per quale motivo definiamo i giovani apatici?
“E’ un mondo che abbiamo portato noi adulti, adolescenti perenni che non riusciamo a vedere se non una parte del loro essere. Sono convinto che i giovani non sono apatici, ma vivono una situazione che li porta sempre più a spegnersi. Bisogna riattivare queste situazioni; ma quali spazi hanno oggi i giovani per giocarsi interessi diversi che noi continuiamo a proporgli, cioè il nulla. Dentro questo nulla rischiano di naufragare in questo mare”.
Ma i giovani cercano il senso della vita?
“Sempre più ragazzi, anche non definiti ‘problematici’, chiedono aiuto per dare un senso alla propria vita. Sono insoddisfatti di ciò che li circonda e cercano risposte. Sono come i ‘canarini nella miniera’, che ci segnalano un ambiente tossico, incapace di offrire loro l’ossigeno necessario per crescere e trovare motivazioni. Per questo, è fondamentale proporre loro esperienze significative, come il volontariato, che possano far emergere un’alternativa concreta. Ma non basta offrirle: bisogna esserci anche nel lungo periodo, sostenendoli nelle difficoltà quotidiane, insomma impegnarsi ed essere determinati”.
Quali parole possono essere necessarie per iniziare un dialogo con i giovani?
“Ciò che deve smuovere le coscienze è ricordarci che di fronte a noi ci sono delle persone. Dobbiamo avvicinarci a chi soffre con uno sguardo pulito e sincero, trasmettere attenzione, comunicare con il cuore, stringergli la mano, chiamarlo per nome. Dobbiamo rispettarlo, anche nei suoi silenzi: rispettare i tempi dell’altro è fondamentale, è così che si costruisce una relazione. Quando mi occupo della formazione dei giovani volontari che operano al bosco di Rogoredo, ripeto sempre che ciò che conta è la sincerità dell’approccio, andare in questo ‘non-posto’ per essere d’aiuto e non per raggiungere un obiettivo. Può passare molto tempo prima che un giovane accetti di fidarsi di te, seguirti e iniziare un percorso di recupero. L’essenziale, innanzitutto, è fargli sentire il tuo sostegno: quando vuoi, io ci sono”.
Per quale motivo le droghe sono tornate prepotentemente alla ribalta?
“A livello culturale stiamo sdoganando la trasgressione; c’è maggior offerta di sostanze ovunque e ci sono anche politiche di intervento che non sono pensate. Oggi non è tanto intervenire sulle cose disfunzionali, ma bisogna proporre qualcosa di più funzionale, cioè l’altra parte della bilancia che bisogna arricchire, che è sempre più impoverita, facendo crescere il disfunzionale, in quanto le droghe stanno sempre più diventando ‘terapia’ del malessere giovanile”.
Partendo dalla sua esperienza in questi anni come è cambiato il mondo della ‘droga’?
“Il bosco si sta ripopolando, non siamo ancora ai numeri del 2017-2018 ma stanno crescendo i ragazzi che arrivano. Il fatto che comunque noi siamo lì (diamo anche farmaci, cibo, vestiti) aiuta a contenere un po’ i numeri. E fuori dal bosco la droga è ovunque e costa pochissimo. Ma tutto questo rischia di passare tutto in sordina. Dobbiamo chiederci a quale soglia di disagio ci stiamo abituando oggi? Crescono sempre di più gesti autolesivi, nelle famiglie ci sono concentrazioni di rabbia che esplodono in gesti violenti, anche i ragazzini si avvicinano al bosco.
Ci stiamo abituando a un disagio che nel frattempo di sta strutturando. C’è un’indifferenza generale, se lo Stato non ci aiuta vedremo domani i disastri. Se non stai in quei posti i ragazzi li perdi per sempre, i ragazzi oggi non li puoi stare ad aspettare nelle comunità, devi andare a cercarli a incontrarli. Bisogna cambiare paradigma anche dei nostri servizi. Dobbiamo cercare di intercettare e capire la sofferenza che c’è in giro. Per fortuna c’è anche chi si avvicina e si impegna volontariamente e con costanza”.
Perché Rogoredo?
“La presenza a Rogoredo è una sfida. C’è uno tsunami che ci sta travolgendo. Oggi genitori distrutti ci chiedono di andare a recuperare i loro figli o almeno di avere qualche notizia sulla loro presenza. Quello che il ‘Boschetto’ ci ha insegnato è che dobbiamo uscire dai nostri comodi setting ambulatoriali. Oggi i giovani dobbiamo andarceli a prendere. Le comunità devono uscire dalle propria mura, andare in questi non luoghi, incontrare e abbracciare questi giovani. Solo così, solo costruendo una relazione si può poi portarli alla cura.
Qualche giorno fa abbiamo raccolto nel bosco di Rogoredo un ragazzo di 23 anni steso senza conoscenza, e mi sono chiesto, come è arrivato sin lì, a casa, a scuola, nessuno ha colto il suo disagio? Che relazioni ha avuto? Come mai non ha incontrato nessuno, lo Stato dove era? Dove eravamo noi? La nostra presenza ci ha permesso di agganciare centinaia di ragazzi e ragazze in questi anni ed un centinaio sono andate in trattamento o in comunità. Ma siamo troppo soli. Oggi l’eroina al bosco la paghi € 14 al grammo, vediamo sostanze che non abbiamo mai visto come ‘krokodril’ che crea disastri sanitari, una sostanza che ‘mangia gli arti’ e provoca vistose ulcere sulla pelle. Ma c’è qualcuno che si chiede: quali sostanze girano?”
All’interno della Casa del Giovane, fondata dal venerabile don Enzo Boschetti, è stata aperta anche una chiesa giubilare: quale significato questa apertura?
“E’ stata un’occasione molto bella che il nostro vescovo della diocesi di Pavia, mons. Sanguinetti, ha voluto fare nella città, scegliendo la cappella della Casa del Giovane. Per noi questo gesto significa apertura al mondo ed alla conoscenza di quello che si vive all’interno della comunità, perché c’è l’accoglienza di tanta sofferenza, ma anche la gioia per quei giovani, che hanno fatto un percorso e stanno diventando come pietre che, scartate dai costruttori, stanno diventando testate d’angolo”.
Per quale motivo don Enzo Boschetti ha dato il nome ‘Casa del Giovane’ alla sua struttura?
“Per i giovani che negli anni Sessanta incontrava. In quegli anni della ‘contestazione giovanile’ non è rimasto a guardare ma ha cercato di dare uno spazio in cui i giovani la potessero sentire casa. Oggi cerchiamo di portare avanti questa sua ‘intuizione’. Penso che la ‘Casa del Giovane’ sia la casa di chiunque si senta giovane dentro”.
Papa Francesco: la vocazione è un pellegrinaggio di speranza
Nel Messaggio per la Giornata di preghiera per le vocazioni, in programma domenica 11 maggio, papa Francesco invita ad affidarsi a Dio che ‘non delude’ mai ed ad essere ‘Pellegrini di speranza: il dono della vita’: “In questa LXII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, desidero rivolgervi un invito gioioso e incoraggiante ad essere pellegrini di speranza donando la vita con generosità. La vocazione è un dono prezioso che Dio semina nei cuori, una chiamata a uscire da sé stessi per intraprendere un cammino di amore e di servizio. Ed ogni vocazione nella Chiesa (sia essa laicale o al ministero ordinato o alla vita consacrata) è segno della speranza che Dio nutre per il mondo e per ciascuno dei suoi figli”.
E’ un particolare invito ai giovani a non perdere la fiducia: “In questo nostro tempo, molti giovani si sentono smarriti di fronte al futuro. Sperimentano spesso incertezza sulle prospettive lavorative e, più a fondo, una crisi d’identità che è crisi di senso e di valori e che la confusione digitale rende ancora più difficile da attraversare. Le ingiustizie verso i deboli e i poveri, l’indifferenza di un benessere egoista, la violenza della guerra minacciano i progetti di vita buona che coltivano nell’animo”.
Ma nello stesso tempo è un invito alla Chiesa all’accoglienza: “Eppure il Signore, che conosce il cuore dell’uomo, non abbandona nell’insicurezza, anzi, vuole suscitare in ognuno la consapevolezza di essere amato, chiamato e inviato come pellegrino di speranza. Per questo, noi membri adulti della Chiesa, specialmente i pastori, siamo sollecitati ad accogliere, discernere e accompagnare il cammino vocazionale delle nuove generazioni. E voi giovani siete chiamati ad esserne protagonisti, o meglio co-protagonisti con lo Spirito Santo, che suscita in voi il desiderio di fare della vita un dono d’amore”.
Un messaggio rivolto ai giovani con l’invito a dare una risposta alla vita, come hanno fatto i santi: “E’ necessario prendere coscienza che il dono della vita chiede una risposta generosa e fedele. Guardate ai giovani santi e beati che hanno risposto con gioia alla chiamata del Signore: a Santa Rosa di Lima, San Domenico Savio, Santa Teresa di Gesù Bambino, San Gabriele dell’Addolorata, ai Beati (tra poco Santi) Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati e a tanti altri. Ciascuno di loro ha vissuto la vocazione come cammino verso la felicità piena, nella relazione con Gesù vivo. Quando ascoltiamo la sua parola, ci arde il cuore nel petto e sentiamo il desiderio di consacrare a Dio la nostra vita! Allora vogliamo scoprire in che modo, in quale forma di vita ricambiare l’amore che Lui per primo ci dona”.
Per questo la vocazione non va disgiunta dalla speranza: “Ogni vocazione, percepita nella profondità del cuore, fa germogliare la risposta come spinta interiore all’amore e al servizio, come sorgente di speranza e di carità e non come ricerca di autoaffermazione. Vocazione e speranza, dunque, si intrecciano nel progetto divino per la gioia di ogni uomo e di ogni donna, tutti chiamati in prima persona ad offrire la vita per gli altri. Sono molti i giovani che cercano di conoscere la strada che Dio li chiama a percorrere: alcuni riconoscono, spesso con stupore, la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata; altri scoprono la bellezza della chiamata al matrimonio e alla vita familiare, come pure all’impegno per il bene comune e alla testimonianza della fede tra i colleghi e gli amici”.
Per tale motivo la speranza è ‘radicata’ nella Provvidenza con impegno: “Ogni vocazione è animata dalla speranza, che si traduce in fiducia nella Provvidenza. Infatti, per il cristiano, sperare è ben più di un semplice ottimismo umano: è piuttosto una certezza radicata nella fede in Dio, che opera nella storia di ogni persona. E così la vocazione matura attraverso l’impegno quotidiano di fedeltà al Vangelo, nella preghiera, nel discernimento, nel servizio”.
Ma un cammino vocazionale ha bisogno di discernimento: “La scoperta della propria vocazione avviene attraverso un cammino di discernimento. Questo percorso non è mai solitario, ma si sviluppa all’interno della comunità cristiana e insieme ad essa. Cari giovani, il mondo vi spinge a fare scelte affrettate, a riempire le giornate di rumore, impedendovi di sperimentare un silenzio aperto a Dio, che parla al cuore”.
E’ un invito ad ascoltare: “Abbiate il coraggio di fermarvi, di ascoltare dentro voi stessi e di chiedere a Dio cosa sogna per voi. Il silenzio della preghiera è indispensabile per ‘leggere’ la chiamata di Dio nella propria storia e per dare una risposta libera e consapevole”.
Ascoltare significa prestare attenzione alle ‘ferite’ dell’umanità: “Il raccoglimento permette di comprendere che tutti possiamo essere pellegrini di speranza se facciamo della nostra vita un dono, specialmente al servizio di coloro che abitano le periferie materiali ed esistenziali del mondo. Chi si mette in ascolto di Dio che chiama non può ignorare il grido di tanti fratelli e sorelle che si sentono esclusi, feriti, abbandonati. Ogni vocazione apre alla missione di essere presenza di Cristo là dove più c’è bisogno di luce e consolazione. In particolare, i fedeli laici sono chiamati ad essere “sale, luce e lievito” del Regno di Dio attraverso l’impegno sociale e professionale”.
E per far sì che ciò accade c’è necessità di ‘guide sagge’: “In tale orizzonte, gli operatori pastorali e vocazionali, soprattutto gli accompagnatori spirituali, non abbiano paura di accompagnare i giovani con la speranzosa e paziente fiducia della pedagogia divina. Si tratta di essere per loro persone capaci di ascolto e di accoglienza rispettosa; persone di cui possano fidarsi, guide sagge, pronte ad aiutarli e attente a riconoscere i segni di Dio nel loro cammino.
Esorto pertanto a promuovere la cura della vocazione cristiana nei diversi ambiti della vita e dell’attività umana, favorendo l’apertura spirituale di ciascuno alla voce di Dio. A questo scopo è importante che gli itinerari educativi e pastorali prevedano spazi adeguati di accompagnamento delle vocazioni”.
San Giovanni Paolo: un papa nella storia
Wojtyła si occupò di temi sociali: scrisse due encicliche sulle distorsioni delle dottrine capitaliste e comuniste, richiese più volte a tutti gli Stati di rispettare la libertà religiosa dei propri cittadini, scrivendo anche una lettera al segretario delle Nazioni Unite di allora. Nel 1983 promulgò la nuova versione del Codice di diritto canonico. Il 2 dicembre 1984 confermò la prassi del sacramento della confessione, condannando la pratica della confessione comunitaria.
Con la costituzione apostolica Pastor Bonus del 1988 stabilì l’organizzazione della Curia Romana e i compiti dei vari dicasteri. Il 13 maggio 1981 subì un attentato quasi mortale da parte del turco di Mehmet Ali Ağca, il quale gli sparò due volte in piazza San Pietro, pochi minuti dopo l’arrivo del papa per un’udienza generale. L’uomo colpì all’addome Wojtyła, ferendolo gravemente. Dopo un intervento di 5 ore e 30 minuti, il papa sopravvisse.
Due anni dopo, nel Natale, Il pontefice volle andare ad incontrare il suo attentatore in carcere e dargli il suo perdono mentre Ali Ağca venne in seguito condannato all’ergastolo dalla giustizia italiana per attentato a Capo di Stato estero. Nel 2000 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi concesse la grazia ad Ali Ağca, il quale fu estradato dall’Italia e condotto nel carcere di massima sicurezza di Kartal (Turchia), nel quale stava scontando la pena di dieci anni di reclusione per l’assassinio di un giornalista, avvenuto nel 1979. Ali Ağca non ha mai voluto rivelare in modo chiaro la verità e ha ripetutamente cambiato versione sulla dinamica della preparazione dell’attentato.
Un altro tentativo di assassinio di Giovanni Paolo II avvenne a Fatima, a quasi un anno di distanza dal precedente. Il 12 maggio 1982, un uomo riuscì a colpire di striscio il papa con una baionetta, prima di essere fermato dalla sicurezza. Era un sacerdote spagnolo di nome Juan María Fernández y Krohn, il quale si opponeva alle riforme del Concilio Vaticano II e definiva il papa un “agente di Mosca”. Fu condannato a sei anni di prigione ed espulso dal Portogallo. Un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede analizzò l’attentato, mettendolo in relazione con l’ultimo dei Segreti di Fátima.
L’attentato è avvenuto nel giorno della ricorrenza della prima apparizione della Madonna ai pastorelli di Fatima e Giovanni Paolo II, convinto che fosse stata la mano della Madonna a deviare il colpo e a salvargli la vita, volle che l’ogiva del proiettile fosse incastonata nella corona della statua della Vergine a Fatima.
Per il 1983-1984, il papa indisse il Giubileo straordinario della redenzione e quello dei Giovani, che ebbe il suo culmine il 15 aprile 1984, Domenica delle Palme. Quel giorno si presentarono trecentomila giovani, cifra decisamente inconsueta per l’epoca. Pur essendoci una concomitanza con l’Anno internazionale della Gioventù indetta dall’ONU, il papa diede lo stesso appuntamento ai giovani per l’anno successivo. L’incontro del 31 marzo 1985 a Roma, segnò l’istituzione delle Giornate mondiali della gioventù.
Da allora, le GMG si svolsero ogni due anni, in una città del mondo scelta dal Papa. Dopo quella a Roma, esse si svolsero a Buenos Aires nel 1987 e a Santiago di Compostela nel 1989. Con il passare degli anni, queste giornate divennero incontri dall’importanza sempre maggiore. La GMG del 1991 si svolse a Czestochowa (Polonia) e nel 1993 a Denver. Nel 1995 fu la volta di Manila, alla presenza di quattro o cinque milioni di persone, il più grande raduno umano della storia. Nel 1997 i giovani si radunarono a Parigi per tornare poi a Roma nel 2000. L’ultima GMG presieduta da papa Wojtyla fu quella di Toronto (Canada) nel 2002.
Il 22 ottobre 1993, il pontefice confermò la regola del celibato ecclesiastico nella Chiesa latina. Disse in proposito: ‘bisogna ardire, mai ripiegare’. Nello stesso anno visitò la Sicilia, che viveva un periodo segnato dalle tragiche vicende riguardanti i delitti mafiosi (i più celebri quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e, ad Agrigento, pronunciò il discorso di accusa a Cosa nostra. Presso la Valle dei Templi, il 9 maggio, il Papa disse:
«Dio ha detto una volta: ‘Non uccidere’: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! (..) Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole la civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!»
Era il 9 maggio 1993 quando papa Wojtyla pronunciò la celebre scomunica ai mafiosi alla Valle dei Templi. Un discorso accorato, quello di Giovanni Paolo II, sviluppato durante il periodo stragista voluto da Cosa Nostra. Giovanni Paolo II pronunciò a braccio le parole contro i mafiosi, espressione della “cultura della morte”, esse vennero spontanee dal suo cuore. Nella Valle dei Templi, il 9 maggio 1993, il Papa santo si lasciò ispirare da quella folla che in Lui vedeva speranza perché riflesso della luce di Dio. Aggrappato al Crocifisso, unico balsamo per sanare le ferite di vite spezzate dalla mafia, Wojtyla tuonò contro i trafficanti di morte.
«Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!»
Mai un papa – prima di Karol Wojtyla – si era mai rivolto con tanta forza profetica contro la mafia e qualsiasi altra forma di violenza. La svolta, una domenica mattina nella Valle dei Templi di Agrigento, durante la Messa celebrata dal pontefice nel suo secondo pellegrinaggio in terra di Sicilia, dove pronuncerà, a braccio, forse il più memorabile discorso dell’intero pontificato destinato a cambiare la storia della pastorale ecclesiale nei confronti del potere mafioso e delle organizzazioni malavitose non solo nell’isola siciliana, ma in tutto il meridione (camorra e ‘ndrangheta in testa) e in qualsiasi altra parte del mondo.
Quel 9 maggio del ’93 – una splendida domenica mattina di venticinque anni fa illuminata da un sole ormai estivo che rese ancora più bella e colorata la suggestiva spianata archeologica agrigentina – è la data della seconda tappa del nuovo pellegrinaggio di Karol Wojtyla in Sicilia, che già aveva visitato per la prima volta, a Palermo, nel 1982, l’anno dopo l’attentato in piazza San Pietro dove fu gravemente ferito dal terrorista turco Alì Agca.
Un pellegrinaggio di tre giorni, dal sabato 8 al lunedì 10 maggio, iniziato con la visita a Trapani e concluso a Caltanissetta, con decine di incontri, celebrazioni, discorsi, in mezzo ad ali di folla festanti che tributano al papa polacco una accoglienza calorosa ed entusiastica ed a tratti anche commovente, tanto – come confiderà Wojtyla in seguito ai suoi collaboratori – da farlo sentire uno di loro, un papa “siciliano”.
Un sentimento che lo accompagnerà per tutta la durata del viaggio e che nella indimenticabile tappa alla Valle dei Templi gli darà la forza per pronunziare quello che sarà universalmente ricordato come la più forte, incisiva, severa condanna papale contro la mafia, un anatema, senza se e senza ma, lanciato per mettere all’indice le occulte forze del male che opprimono la Sicilia e tutte le altre forme di violenze malavitose presenti altrove.
La mafia rispose alle parole di Wojtyla con gli attentati alla Chiesa di San Giorgio al Velabro e presso la Basilica di San Giovanni in Laterano. Diversamente da chi profetizzava già la fine del mondo, nella benedizione Urbi et Orbi del nuovo millennio, il papa parlò di pace:
«Sul quadrante della storia scocca un’ora importante: inizia in questo momento l’anno duemila, l’anno che ci introduce in un nuovo millennio. Per i credenti è l’anno del Grande Giubileo. Buon Anno a tutti voi, uomini e donne di ogni parte della terra!: Buon Anno a tutti nella luce che da Betlemme si irradia sull’intero universo! Vi auguro un anno ricco di pace: la pace annunciata dagli Angeli nella Notte Santa; la pace di Cristo, che per amore si è fatto fratello di ogni essere umano! Vi auguro un anno sereno e felice: vi accompagni la certezza che Dio ci ama.
Il 30 aprile 2000 canonizzò Suor Faustina Kowalska e istituì la Festa della Divina Misericordia. Il 17 agosto 2002 nel santuario della Divina Misericordia di Cracovia-Łagiewniki affidò il mondo alla Divina Misericordia.
Papa Francesco ai salesiani: portate Cristo ai giovani
“Cari fratelli, non potendo purtroppo incontrarvi, vi mando questo messaggio in occasione del XXIX Capitolo Generale della Congregazione Salesiana, e anche del 150° anniversario della prima spedizione missionaria di don Bosco in Argentina. Saluto il nuovo Rettor Maggiore, don Fabio Attard, augurandogli buon lavoro, e ringrazio il card. Ángel Fernández Artime per il servizio che ha reso in questi anni all’Istituto e che offre ora alla Chiesa universale”: si apre così il messaggio di papa Francesco alla Congregazione salesiana che fino a sabato 12 aprile vive il XXIX Capitolo generale e celebra anche il 150° anniversario della prima spedizione missionaria di don Bosco in Argentina.
Dispiaciuto per non essere fisicamente presente per problemi di salute il papa ha sottolineato il valore del servizio ai giovani: “Avete scelto, come tema per i vostri lavori, il motto: ‘Salesiani appassionati di Gesù Cristo e consegnati ai giovani’. E’ un bel programma: essere ‘appassionati’ e ‘consegnati’, lasciarsi coinvolgere pienamente dall’amore del Signore e servire gli altri senza tenere nulla per sé, proprio come ha fatto, a suo tempo, il vostro Fondatore.
Anche se oggi, rispetto ad allora, le sfide da affrontare sono in parte cambiate, la fede e l’entusiasmo rimangono gli stessi, arricchiti di nuovi doni, come quello dell’interculturalità. Cari fratelli, vi ringrazio per il bene che fate in tutto il mondo e vi incoraggio a continuare con perseveranza”.
Inoltre papa Francesco ha scelto il tema per la Giornata mondiale di Preghiera per la Cura del Creato di quest’anno: ‘Semi di pace e di speranza’, che apre il Tempo del Creato, che è un’iniziativa ecumenica che si svolge dal 1° settembre al 4 ottobre.
Come sottolinea in un comunicato il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale: “il tema dell’edizione 2025, anno giubilare e del decimo anniversario della pubblicazione dell’Enciclica ‘Laudato sì’, è ‘pace con il creato’ e, come testo biblico di riferimento per questa iniziativa, è stato scelto Isaia 32,14-18. Come sottolineato nel magistero di Papa Francesco e dei suoi ultimi predecessori, il nesso tra pace e cura del creato è strettissimo.
Allo stesso modo è strettissimo il nesso tra guerra e violenza da una parte, e degrado della casa comune e spreco di risorse (distruzioni e armamenti) dall’altra. Il messaggio esorta alla preghiera affinché si creino le condizioni di pace, una pace duratura e costruita in comune, che susciti speranza. La metafora del seme indica la necessità di un impegno a lungo termine. Nel messaggio sono illustrate buone pratiche e semi di pace e di speranza provenienti dai diversi continenti”.
Con il Progetto ARABIKA dal 2021 sostenuta la crescita di 30.000 coltivatori di caffè in Kenya
Dal 2021 una rivoluzione silenziosa è in corso in Kenya grazie al Progetto ARABIKA, un’iniziativa nata per trasformare il settore del caffè coinvolgendo circa 30.000 piccoli produttori in 7 contee, organizzati in 21 cooperative agricole. Finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, il progetto è realizzato in collaborazione con CEFA – Il Seme della Solidarietà, Fondazione AVSI e E4Impact Foundation.
Il Kenya è noto per la produzione di caffè arabica di alta qualità, caratterizzato da un profilo aromatico complesso e da una spiccata acidità fruttata. Tuttavia, nonostante la sua tradizione secolare e le tecniche di coltivazione artigianali, molti piccoli produttori faticano a ottenere un prezzo equo. Il Progetto ARABIKA è nato proprio per migliorare la produttività e la qualità, garantendo al contempo un accesso equo ai mercati.
Tra gli obiettivi chiave del Progetto ARABIKA vi sono: migliorare la produzione e la lavorazione del caffè, introducendo pratiche agricole sostenibili per far fronte ai cambiamenti climatici; implementare un sistema di tracciabilità completa, garantendo la trasparenza della filiera per i consumatori; rafforzare la resilienza economica dei produttori, promuovendo l’accesso a mercati diretti e migliorando il valore aggiunto del loro prodotto; favorire l’inclusione di donne e giovani nella catena del valore del caffè, sostenendo un’occupazione equa e sostenibile.
Per migliorare l’apprendimento pratico, il progetto ha istituito 210 campi dimostrativi fornendo agli agricoltori formazione pratica su potatura, gestione del suolo, controllo delle malattie e tecniche di raccolta. Oltre 29.000 agricoltori sono stati formati nelle tecniche di produzione intelligenti rispetto al clima, garantendo sostenibilità nel settore, mentre 28.000 coltivatori hanno partecipato a corsi di formazione su governance, trasparenza e tracciabilità. Inoltre, l’iniziativa Young Service Providers ha formato 149 giovani in servizi agricoli chiave, garantendo la continuità della coltivazione del caffè tra le nuove generazioni.
A livello cooperativo, 63 formatori comunitari e 84 manager hanno ricevuto una formazione approfondita, dotandosi di competenze per guidare le loro cooperative verso il successo. Cooperative come Muisuni FCS e Gathaithi FCS hanno registrato un aumento significativo della produzione e dei prezzi per chilo.
Il progetto si è concentrato su formazione, governance e branding, creando un settore del caffè sostenibile e redditizio. Con la qualità e il branding migliorati, il caffè kenyota è stato poi presentato in fiere internazionali come SIGEP, World of Coffee a Copenaghen ed AFCA a Dar es Salaam. Questi eventi hanno connesso gli agricoltori a compratori globali, aumentando la visibilità e generando networking.
“Il Progetto ARABIKA ha gettato le basi per un’industria del caffè più sostenibile e redditizia in Kenya. Le strutture e le competenze acquisite, anche grazie alla formazione data da E4Impact, continueranno ad essere di supporto per i coltivatori, garantendo che il caffè kenyota mantenga la sua reputazione di eccellenza nei mercati locali e internazionali”, ha dichiarato Mario Molteni, CEO della Fondazione E4Impact.
“Il progetto ARABIKA dimostra che, anche di fronte alle crisi climatiche ed economiche più difficili, la formazione e la cooperazione possono trasformare il futuro di intere comunità. In questi cinque anni, oltre 30.000 persone hanno acquisito competenze fondamentali per una produzione di caffè sostenibile, resiliente e di qualità. Vedere le cooperative crescere, raddoppiare la produzione e raggiungere mercati internazionali è la conferma che investire sulle persone è la chiave per un cambiamento duraturo” ha aggiunto Alice Fanti, direttrice CEFA.
“Questo tipo di intervento di cooperazione contribuisce allo sviluppo di comunità resilienti e sostenibili. In un’epoca di crisi e forte incertezza occorre definitivamente uscire dalla narrazione della cooperazione come mero aiuto solidaristico-volontaristico ai poveri, per entrare in quella della cooperazione come strumento di politica estera, essenziale a costruire un mondo di pace, di economie stabili, di tutela dell’ambiente e crescita per tutti. Il progetto ARABIKA ne è un esempio” dichiara Giampaolo Silvestri, segretario generale AVSI.
A Trapani per non dimenticare chi è stato ucciso dalla mafia
“Il 21 marzo rappresenta un giorno solenne di ricordo e di impegno civile per affermare valori essenziali per la salute della nostra comunità. L’impegno quotidiano per la pratica della legalità, la lotta contro tutte le mafie, contro le consorterie criminali che generano violenza e oppressione, contro zone grigie di complicità che ne favoriscono affari e diffusione, vede operare tutti i cittadini che desiderano vivere in una società coesa e rispettosa dei diritti di tutti”: così è iniziato il messaggio del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, alle 50.000 persone a Trapani per partecipare alla XXX Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Nel messaggio il presidente della Repubblica italiana ha evidenziato il dovere del ricordo per le ‘vittime innocenti’ uccise dalla mafia: “Ogni ambito è stato colpito da questo flagello: servitori della Repubblica, donne e uomini che si battevano per migliorare la società, imprenditori e cittadini che hanno respinto il ricatto del crimine, persone semplici finite sotto il tiro degli assassini.
I loro nomi sono parte della nostra memoria collettiva, ed è nei loro confronti che si rinnova, anzitutto, l’impegno a combattere le mafie, a partire dalle Istituzioni ai luoghi della vita quotidiana, superando rassegnazione e indifferenza, alleate dei violenti e sopraffattori. La mafia può essere vinta. Dipende da noi: tanti luminosi esempi ce lo confermano”.
E terminando la giornata don Luigi Ciotti ha parlato di immigrazione, ringraziando le Ong perché “salvano vite umane e non si può punire chi salva una vita… Vi sembra possibile che le ong che salvano le vite umane nei nostri mari vengano punite? Quanti soldi spesi dall’Europa per finanziare fili spinati, muri, persino i cani da fiuto per inseguire i migranti ai confini”, senza dimenticare ciò che avvenne a Ventotene, ‘dove è nata la nostra Europa, l’Europa della democrazia’, con uno sguardo ai giovani che ‘vanno a cercare un lavoro fuori dall’Italia, dobbiamo far qualcosa, vi prego, per farli restare per far diventare l’Italia un Paese per giovani’. Eppoi ha ringraziato il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ‘il nostro faro, il nostro punto fermo’.
Parole chiare rivolte a favore dei giovani: “Questo non è un mondo per giovani. A parole affidiamo loro le nostre speranze per il futuro, ma nei fatti togliamo risorse all’istruzione, alla ricerca, all’università, togliamo garanzie di lavoro, che spesso è precario, neghiamo loro il diritto all’abitare. Non bastano investimenti occasionali, chiediamo alla politica il più grande investimento della storia per i giovani”.
Parole chiare anche sulla vicenda Almasri: “Come è possibile tenere in carcere per mesi le vittime dei trafficanti accusandole di favorire l’immigrazione clandestina e invece rimandare in Libia con un volo di Stato un criminale torturatore indagato dalla Corte penale internazionale?”.
Non ha potuto sottolineare il valore democratico della libertà di stampa: “l’importanza di un’informazione libera e indipendente, che va difesa dalle leggi bavaglio” con un ringraziamento ai giornalisti che raccontano la mafia e ricordati quelli che sono morti per accendere i riflettori su storie scomode di illegalità, corruzione, criminalità organizzata, quelli italiani come Ilaria Alpi e Peppino Impastato e quelli stranieri come Anna Politkovskaja e Daphne Caruana Galizia.
In chiusura, l’appello per la pace in Ucraina: “Se c’è un oppressore, è giusto che quel popolo venga difeso. Ma per tre anni abbiamo lasciato che perdessero la vita migliaia di persone, adesso vogliamo che vinca la forza della diplomazia”.
E Nino Morava Agostino, nipote di Nino Agostino e Ida Castelluccio, ha sottolineato l’importanza di non perdere la memoria: “Dall’età adolescenziale, ogni 21 marzo mi interrogavo insieme ad altri ‘familiari di seconda generazione’, che come me hanno vissuto un lutto ancor prima di nascere. Ci chiedevamo come portare il peso di storie che non sono propriamente nostre, ma che abbiamo vissuto indirettamente attraverso il dolore dei nostri genitori, zii e nonni. Ancora oggi me lo chiedo, non so esattamente cosa fare, come farlo, come mantenere viva l’incredibile lotta trentennale dei miei nonni, come mantenere viva e attiva la memoria dei miei zii”.
Ed ha chiesto giustizia per chi è stato ucciso dai mafiosi: “E’ un peso troppo grande a 23 anni, ma riesco a sopportarlo grazie alla stessa comunità che i miei nonni hanno costruito in tutti questi anni. Nella vasta rete di Libera, in tutta Italia ci sono persone che, insieme a me, chiedono verità e giustizia per Nino, per Ida e per la creatura che portava in grembo. A Trapani sono stato insieme a loro, consolidando quella che è ormai una lotta collettiva, una memoria condivisa. Marceremo fino a quando non avremo quelle verità che ancora ci mancano, quelle che la maggior parte dei familiari non ha. Questi delitti impuniti macchiano il nostro Paese e la nostra democrazia con il sangue dei nostri caduti. Solo quando avremo delle reali verità potremo definirci uno Stato di diritto, uno Stato in cui finalmente potremo essere Liberi”.
(Foto: Libera)
‘Codice cuore’: ciò che i giovani hanno diritto di sapere sulla loro sete di amore vero
Recentemente avevo iniziato a parlarvi di un libro che ho scritto, dal titolo: ‘Codice cuore. Istruzioni per l’uso’ (Mimep Docete, 2025), rivolto in particolare agli adolescenti, ma non solo. La peculiarità del libro? Ha tante testimonianze al suo interno. Vi avevo già illustrato i primi cinque capitoli.
Nel sesto capitolo si affronta il tema della pornografia. A volte si dice che la pornografia sveli troppo. A dire la verità svela troppo poco. In questo capitolo si mettono in luce i rischi dell’utilizzo della pornografia. Secondo lo psicologo Thomas Lickona la pornografia offre un ‘ritratto molto deformato, quasi disumano, delle relazioni sessuali’. Non mostra ‘comportamenti sani’, come la conversazione amorevole, i baci e i gesti di affetto.
Nella pornografia, ‘tutto è deviato e distorto’. Insomma, che vantaggi ne avrà un ragazzo, una ragazza, una coppia? I desideri sono sani, ma se vengono guidati dalla volontà e da un cuore raffinato nell’amore… Più che sminuire con un ‘che male c’è?’, chiediamoci piuttosto come nutrire il cuore dei giovani, come aiutarli a imparare cosa sia amore e cosa di fatto sia solo un surrogato.
Nel settimo capitolo, entriamo nel tema ‘Fidanzamento e matrimonio: due tappe distinte’. Spesso non si scorgono grandi differenze tra fidanzamento e matrimonio se escludiamo la gioia di ufficializzare e condividere il proprio amore con chi ci vuole bene. Nella teologia del corpo, però, c’è una differenza sostanziale: il fidanzamento è il tempo in cui ci conosciamo e ci prepariamo alla vita insieme, il matrimonio è il tempo del dono senza riserve ad un’altra persona, che a sua volta si dona e mi accoglie per tutta la vita. Vivere il fidanzamento con prospettiva, cioè con una meta, è il miglior investimento che si possa fare per costruire una relazione solida.
Il capitolo 8 si intitola ‘E se c’è un bimbo in arrivo?’ Spesso, quando si parla di sessualità l’aspetto procreativo è messo tra parentesi. Basti pensare che, in un corso di educazione sessuale, prima ancora di spiegare il meccanismo riproduttivo si spiega come inibirlo. Ovvero, si propongono contraccettivi. I ragazzi non hanno il tempo di restare affascinato per come il miracolo della vita accade, che già sono abituati ad arginare il potere generativo dell’atto sessuale.
Cosa voglio dire nel mio libro: che dei quindicenni dovrebbero avere rapporti non protetti? Certo che no. Il punto è un altro. Il punto è proporre la sessualità proprio da un’altra prospettiva, aiutare i giovani a vedere quel gesto nella sua interezza, cogliendone sia la portata unitiva (che genera comunione tra gli sposi), sia la portata generativa, che merita rispetto. Non siamo noi a inventare il sesso: la sessualità c’è data. Non ne siamo padroni, ma custodi. Un aspetto che il peccato tende ad oscurare e trasfigurare…
Nel capitolo 9, si affronta il tema della guarigione del cuore. Vuole essere una risposta a chi si domanda: ‘E se mi sono abituato, abituata, a vivere la sessualità senza limpidezza? Se ho sprecato la mia vita con la persona sbagliata? Se mi sono lasciato, lasciata, ferire? Se il mio cuore è stato calpestato? Se ho calpestato io quello di un altro?’
Nel libro si vuol far capire a chi soffre in questo modo che può ricominciare daccapo. La via della purezza è sempre aperta … Al lettore si vuol comunicare questo: non avere paura del tuo passato, affrontalo e inizia a guarire.
Infine, nel libro, al capitolo dieci, affronto anche il tema della vocazione religiosa: non c’è meno amore nella vita di chi sceglie questa strada, semplicemente l’amore si accoglie e si esprime in maniera diversa. E come capire questo se non attraverso la testimonianza di persone che la vita, in questa maniera, l’hanno già donata?
Se ti ho incuriosito ecco il link al sito della casa editrice: Codice cuore istruzioni per l’uso | Casa Editrice Mimep Docete.
Card. Repole: la preghiera è respiro per la vita
“La preghiera con cui Gesù si è rivolto personalmente a Dio ci ha permesso di scoprire chi siamo, quale sia la nostra identità più vera e profonda. Io non sono il frutto del caso. Sono una creatura di Dio, sono voluto e fato da Lui, sono costantemente mantenuto in vita da Lui. Una preghiera antica, pensando a tutti gli esseri viventi ed in particolare all’uomo, si rivolge a Dio con delle parole toccanti: ‘Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra’. E’ un modo poetico per dire che non siamo solo stati creati in un momento del passato, ma che in ogni istante, anche adesso, sono l’alito e il respiro di Dio che ci permettono di essere vivi e di respirare”.
Con queste parole è iniziato il dialogo dell’arcivescovo di Torino, card. Roberto Repole con i giovani sull’approfondimento della Parola di Dio, in quanto Egli ha creato l’uomo nella prospettiva di Gesù: “E tuttavia io sono, tra tutti gli esseri viventi, una creatura davvero speciale. Dio mi ha creato pensando a Gesù, in attesa di Lui, ad immagine Sua. Ascoltando la sua preghiera, sentendo che Lui si rivolge a Dio chiamandolo Padre, percependo che Egli ha un rapporto intorno con Lui ed è totalmente abbandonato nelle sue mani, scopriamo allora che anche noi uomini siamo, in Lui e attraverso di Lui, figli di Dio.
Anche noi abbiamo accesso ad un rapporto intimo con Dio; anche noi siamo tanto più noi stessi quanto più ci sentiamo sostenuti ed abbracciati da Dio Padre e siamo abbandonati a Lui; anche noi ci sentiamo tanto più realizzati quanto più attraversiamo la vita sapendoci accompagnati da Gesù e fidandoci, con Lui e come Lui, di Dio che è nostro Padre”.
La paternità di Dio si manifesta nella preghiera: “Attraverso di esse, infatti, ci rivolgiamo a Dio non come ad un Essere superiore, ad una entità astratta. Ci rivolgiamo a Lui chiamandolo e riconoscendolo come Padre e Padre nostro. Pregando così, diciamo di percepirci, con Gesù e per mezzo di Lui, figli di Dio , di ricevere costantemente la sua vita di Padre e di avere con Lui un rapporto personale.
Pregando così, diciamo di percepirci come unici, ma non soli: Dio è il Padre nostro, e dunque tra di noi siamo fratelli, tra noi circola la stessa vita di Dio. Io posso contare su di te e tu puoi contare su di me, io mi sento responsabile di te e so di essere custodito e amato da te”.
Gesù insegna una preghiera diversa: “E’ molto istruttivo il fatto che Gesù dica di non pregare come fanno gli ipocriti, che pregano con l’intenzione di farsi vedere, ed inviti a non sprecare le parole come fanno i pagani. Come a dire che con le parole del ‘Padre nostro’ ci viene consegnato il modo proprio di pregare dei cristiani, il prototipo ed il significato di ogni loro preghiera”.
Perciò è stato un invito ad ‘impararle’ per capire il senso: “Certo, noi dobbiamo imparare queste parole a memoria e siamo chiamati a recitarle almeno alcune volte al giorno, specie al mattino quando ci svegliamo e alla sera prima di addormentarci. Ma ascoltando e recitando proprio queste parole impariamo poco per volta quale sia il senso della preghiera, quale significato abbia per noi esseri umani la preghiera, che cosa vi si esprime, come si debba pregare”.
Con la preghiera del ‘Padre Nostro’ Gesù sconfigge la nostra solitudine: “Nel consegnarci questa preghiera Gesù ci permette di prendere in mano quello che è, probabilmente, il nostro amore più grande e il nostro desiderio più intenso. Posso temere di essere solo, di essere abbandonato in balia di me stesso, di avere in mano la vita senza sapere che cosa farne. Ed, all’inverso, ciò che più desidero è entrare in relazione con qualcuno, essere visto, rompere la solitudine e l’isolamento. Le parole che Gesù ci consegna ci permettono di entrare in un dialogo con il Padre”.
Quindi la preghiera non invita all’isolamento: “Nella preghiera scopro che Dio mi parla, che parla proprio a me, che mi dice che Lui non mi dimentica, mi ha in mente, mi accompagna, che Lui mi ha a cuore, che è Lui che rompe il mio isolamento. La preghiera è un dialogo all’interno di una relazione che nasce prima di tutto dall’ascolto di un Dio che desidera parlarmi, stare con me.
All’interno di questa relazione anche io posso affidare a Dio ciò che vivo, ciò che più mi sta a cuore. Entro in relazione con Dio che si prende a cuore la mia vita, a cui posso affidare la mia esistenza. La preghiera è fondamentalmente un dialogo in cui Dio mi parla e mi ascolta”.
Inoltre nella preghiera si chiede la venuta del Regno di Dio: “Riconosciamo con queste parole che non è poi così vero che per essere veramente realizzato, come donne e come uomini, dobbiamo fare sempre quello che vogliamo e, soprattutto, dobbiamo avere sempre tutto sotto il nostro controllo. Quando viviamo con questo atteggiamento in realtà siamo spesso in preda all’ansia, ci troviamo a spendere mille energie per trovare un attimo di pace, rischiamo di sentirci frustrati e persino falliti quando le cose non vanno come le abbiamo programmate.
In ogni caso, siamo sempre in balia degli eventi perché, per quanto controlliamo e decidiamo, molto di quello che accade non dipende da noi ed è fuori dal nostro controllo. Le parole della preghiera ci dicono che il segreto della nostra umanità è altrove: sta nel percepire che la storia è nelle mani di Dio, che non è poi così decisivo il fato che controlliamo tutto, che ciò che conta davvero è la sua volontà, che è una volontà di bene e di vita per tutti e per ognuno”.
In questo consiste la bellezza della preghiera: “Il segreto della vita è dire: io mi affido a te o Padre; so che, qualunque cosa accada, tu vuoi il mio bene e desideri la mia gioia; percepisco che voglio
davvero il mio bene quando cerco e desidero quello che cerchi e desideri tu. Diciamo anche non abbandonarci alla tentazione, ammettendo che siamo fragili ma che possiamo contare sulla presenza e la vicinanza di Dio. Non siamo perfetti, possiamo inciampare e cadere, possiamo talvolta
sbagliare il bersaglio e cercare la vita là dove invece incontriamo solo la morte. Ma abbiamo la possibilità di riconoscerlo senza timori; e soprattutto possiamo vedere che anche quando ci distacchiamo da Dio, Lui non si distacca da noi, ci è vicino, ci accompagna: se cadiamo, ci rialza; se ci allontaniamo, continua a tenderci la mano”.
In questo senso la preghiera illumina la vita: “Se Gesù ci consegna la preghiera del «Padre nostro» e se è necessario ogni tanto trovare degli spazi di isolamento, di solitudine e di silenzio per entrare in relazione con Dio, per dare respiro all’anima e ritrovare il segreto del nostro essere donne e uomini, non è perché il resto della vita sia meno importante o sia privo di interesse.
Al contrario, il momento della solitudine e della preghiera serve ad illuminare ogni altro attimo
della nostra vita. Preghiamo per trovare il senso profondo di tutto il tempo in cui non preghiamo, per vivere in pienezza ogni istante della nostra esistenza e ogni attività in cui siamo immersi ed impegnati. Ci potremmo anche esprimere in questo modo: di tanto in tanto, nella nostra settimana e nelle nostre giornate, ci ritiriamo in preghiera perché tuta la nostra vita sia animata dallo Spirito di Gesù che ci permette di pregare”.
In questo modo la preghiera si fonde con la vita: “Preghiamo perché tutta la nostra vita, in tutte le sue fibre e in tutti i suoi attimi, sia in definitiva la preghiera più bella rivolta a Dio. Possiamo infatti essere intelligenti o meno, capaci o meno capaci, più leader o più gregari, di successo o no… ma ciò che davvero conta di noi è quanto la nostra vita è vissuta in intimità con Dio e con i fratelli. Se c’è questo, c’è tutto. Quando c’è questo, sperimentiamo tuta la felicità di cui disponiamo in questo nostro mondo”.
(Foto: diocesi di Torino)
A Torino si ‘esplora’ la Sindone
Nei giorni scorsi al Polo Teologico Torinese e in collegamento in diretta con la Sala Stampa della Santa Sede, si è svolta la conferenza stampa di presentazione delle iniziative collegate alla festa liturgica della Sindone nell’anno giubilare con il card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, custode pontificio della Sindone, in cui è stata presentata l’iniziativa giubilare ‘Avvolti’, iniziativa che la Chiesa di Torino propone, nei giorni della festa della Sindone, ai torinesi e piemontesi, e a quanti si troveranno in città, dal 28 aprile al 5 maggio.
Non essendo in programma nel 2025 nessuna ostensione pubblica della Sindone il Custode ha deciso l’iniziativa di ‘Avvolti’ per offrire, nel contesto dell’Anno giubilare, un’occasione di riflessione e conoscenza della Sindone: icona della Passione del Signore ma anche patrimonio culturale di Torino e del Piemonte.
Durante la presentazione il card. Repole ha sottolineato le novità di questa iniziativa giubilare: “In questo anno giubilare abbiamo cercato un approccio nuovo al Telo sindonico, puntando sulle nuove tecnologie digitali. Il volto e il corpo impressi nel Telo sindonico sono quelli di uno sconfitto dalla storia. Come sconfitti sono, anche oggi, tanti donne e uomini che vivono nella guerra, che sono malati, disoccupati, anziani che si sentono soli e abbandonati. Ed in ogni caso, che lo vogliamo o no, siamo tutti sconfitti dalla morte. Nell’anno giubilare dedicato alla speranza partiamo proprio da queste situazioni, che sembrano non dare speranza”.
La resurrezione è la ‘novità’ della speranza che Dio offre all’uomo: “Ma proprio quel Telo è un invito a vivere la vita con speranza, perché direi che è anche il calco della Resurrezione, di qualcuno che non è più nella morte, il sepolcro è vuoto. Nell’orizzonte dell’eternità, le sconfitte della storia non sono l’ultima parola.
Spesso rischiamo di confondere la speranza con l’illusione e l’ottimismo; la speranza invece interviene proprio laddove tu fai l’esperienza dell’abbandono e della drammaticità della vita, ma soprattutto della morte, ma nonostante questo continui ad avere fiducia. Nella tradizione cristiana la speranza è Dio e ciò che può costituire speranza è che guardiamo con occhio nuovo il volto sindonico: è anche il calco della Resurrezione, che dice che Dio può intervenire”.
La Sacra Sindone è custodita nella Cattedrale di Torino (piazza San Giovanni), nell’ultima cappella della navata sinistra, sotto la Tribuna Reale. Essa è un lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce delle dimensioni di circa m. 4,41 x 1,13. Secondo la tradizione si tratta del Lenzuolo citato nei Vangeli che servì per avvolgere il corpo di Gesù nel sepolcro.
Nella Tenda della Sindone in piazza Castello i visitatori potranno compiere un’esperienza digitale innovativa: ‘conoscere’ il Telo da vicino, come non è mai stato possibile fino ad ora. Un tavolo delle stesse dimensioni della Sindone riproduce l’immagine virtuale del Telo, e offrirà la possibilità di esplorare e «toccare con mano» i dettagli dell’immagine.
Il tavolo interattivo e il programma di lettura virtuale ravvicinata della Sindone non durano solo otto giorni: dopo la chiusura della Tenda sarà possibile effettuare un’esperienza di lettura interattiva collegandosi da smartphone, tablet e pc, in ogni parte del mondo. Sono anche attivi i social su Instagram e facebook (@avvolti), oltre ai contenuti esclusivi che si trovano sul sito www.avvolti.org, dove è possibile prenotare la propria visita. Nella Tenda i visitatori troveranno anche la mostra «Volti Il volto dei Volti», a cura della Fondazione Carlo Acutis (www.fondazionecarloacutis.org/progetto/volti-nel-volto).
Ci sarà anche uno spazio dedicato per incontri, conferenze, dibattiti. In particolare è in calendario un incontro sulla figura di mons. Giuseppe Ghiberti, il biblista che ha guidato la preparazione delle ostensioni dal 1998 al 2010 ed è stato il primo consulente degli arcivescovi custodi.
Altri incontri verranno dedicati ad alcuni dei ‘santi’ legati alla Sindone o presenti nell’attualità della Chiesa torinese in questi mesi. In particolare: Carlo Acutis (28 aprile), Giuseppe Allamano (30 aprile), Pier Giorgio Frassati (2 maggio). Un incontro illustrerà la figura del beato Sebastiano Valfrè, che fu tra i protagonisti dell’Assedio di Torino del 1706, e che ebbe una venerazione particolare per la Sindone.
Domenica 4 maggio alle 10.30 il Custode pontificio della Sindone card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, presiede la celebrazione eucaristica in Cattedrale, nel giorno della festa liturgica della Sindone. La celebrazione sarà trasmessa in diretta social dal sito ufficiale www.sindone.org e dal sito della diocesi www.diocesi.torino.it.
Mentre sabato 3 maggio i giovani delle diocesi di Torino e Susa si ritroveranno alla Tenda per poi andare a conoscere da vicino i luoghi della santità torinese. Divisi in gruppi, faranno tappa al Cottolengo e al Sermig; e anche a Maria Ausiliatrice e a Palazzo Barolo, nella chiesa di Santa Maria di Piazza e in altri luoghi, per conoscere meglio le realtà e la storia dei ‘santi sociali’. I giovani che hanno partecipato agli incontri con l’arcivescovo passeranno anche in Duomo per un momento di meditazione di fronte alla Sindone.
La Tenda e le iniziative collegate sono promosse dalla diocesi di Torino e hanno ottenuto contributi di Regione Piemonte, Città di Torino, Camera di commercio di Torino e Fondazione Carlo Acutis. Inoltre nella Tenda sarà presente il ‘plastico’ del Telo, realizzato con materiali speciali, che consente alle persone ipovedenti di esplorare tatticamente la figura e le caratteristiche dello stesso, offrendo un’esperienza sensoriale che aiuta a comprendere meglio i dettagli e la posizione del corpo.




























