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Papa Leone XIV invita i gendarmi a ‘prendersi’ cura
“Questo è il momento della preghiera. In particolare, ora soffermiamoci brevemente a riflettere sulla Parola di Dio che abbiamo ascoltato: essa ci aiuta a comprendere che cosa significa servire, custodire e proteggere”: nella messa celebrata oggi pomeriggio alla Grotta di Lourdes nei Giardini vaticani per il Corpo di vigilanza che opera all’interno dello Stato vaticano papa Leone XIV ha invitato ad essere affidabili, discreti e leali, che racchiudono lo spirito e la finalità dell’impegno della Gendarmeria vaticana.
Il papa ha preso spunto dalla lettura del profeta Isaia, esortandoli a prendersi cura: “Il profeta Isaia ci ha parlato della vigna amata e curata con tanta attenzione. E’ simbolo dell’amore di Dio per il suo popolo. Dio ha fatto di tutto per la sua vigna e attende da essa frutti buoni. Ed il Signore chiama tutti i suoi figli a lavorare nella sua vigna, così che noi siamo nello stesso tempo vigna e operai. Per voi, Gendarmi, questo servizio è un modo di essere operai nella vigna del Signore.
Alla vostra cura sono affidati luoghi, ingressi, edifici, ma soprattutto persone. Un tratto che appare nell’incontravi è proprio la cura: è bello vedere come guardate l’altro non come un problema da risolvere, ma come una persona da rispettare e custodire”.
Il vangelo richiama un episodio in cui la cura permette al Padre di usare sempre la speranza della misericordia: “Nel Vangelo, la parabola di Gesù ci ha mostrato un esempio negativo: i vignaioli che, nel tempo, hanno dimenticato che la vigna non appartiene a loro, ma è stata loro affidata perché se ne prendano cura.
E’ un richiamo prezioso per chi vive un servizio: ciò che riceviamo è una responsabilità da custodire con umiltà e dedizione, da vivere con discrezione e senso del dovere. Sapete bene che l’autorità, alla luce del Vangelo, si esprime anzitutto nella capacità di custodire, ascoltare e accompagnare, con equilibrio, fermezza e rispetto”.
Il Vangelo racconta di un figlio mite, che è il centro della misericordia di Dio: “E poi Gesù racconta che il padrone della vigna manda il proprio figlio. Al centro della parabola c’è questo figlio, che rappresenta il Cristo. Ed al centro della vostra vita e del vostro servizio deve esserci Lui: Gesù Cristo. Prima ancora di essere gendarmi, siete uomini chiamati a seguirlo. Da Lui impariamo la forza che sa farsi mitezza, la vigilanza che nasce dalla fiducia, l’autorevolezza che cammina insieme all’umiltà e il coraggio di intervenire con cuore misericordioso”.
Per questo l’apostolo Paolo sollecita a non ‘angustiarsi’: “Anche questa è una parola molto appropriata per il vostro servizio. Ci saranno giornate tranquille e giornate difficili; momenti in cui sarà necessario decidere rapidamente; situazioni che porteranno stanchezza e preoccupazione. Il gendarme non porta tutto da solo: prega, sa affidarsi, sa ritrovare in Dio quella pace che gli permette di agire con lucidità e con cuore sereno”.
E’ stato un invito a guardare la virtù: “Ecco un altro tratto del vostro “identikit”: un cuore e una mente educati al bene. Prima di ogni gesto esterno c’è uno sguardo interiore. Chi custodisce gli altri deve custodire prima dentro di sé la verità, la giustizia, la bontà e il rispetto. Custodire gli altri chiede un cuore custodito dal Signore”.
Per questo il papa ha invitato a ‘vegliare’: “Il vostro lavoro vi chiede certamente di essere vigili, ma la Parola di oggi vi invita a qualcosa di ancora più profondo: a vegliare con cura anche su voi stessi. A custodire il cuore, perché non si indurisca ma sia sempre docile a Dio e attento agli altri; a custodire la coscienza, perché continui a guidarvi con rettitudine; a custodire la fraternità tra voi, perché ciascuno possa sentirsi accolto, sostenuto e mai solo. Perché un gruppo diventa davvero ‘comunità’ quando i suoi membri si prendono cura gli uni degli altri e imparano a camminare insieme, sostenendosi con semplicità e amore”.
Mentre, in mattinata, incontrando la comunità del Pontificio Collegio Teutonico di Santa Maria in Campo Santo, nel 150^ anniversario di fondazione, il papa ha ricordato che esso è uno spazio di formazione per rispondere alle sfide di questo tempo: “Nel XIX secolo questo luogo assunse particolare importanza per i sacerdoti dei rispettivi Paesi, quando l’attività del clero era stata notevolmente ostacolata, se non resa del tutto impossibile, a causa delle misure di politica ecclesiastica del Kulturkampf nell’Impero tedesco.
Divenne così, grazie all’accoglienza dell’Arciconfraternita del Campo Santo Teutonico, un luogo di rifugio e di studio per i sacerdoti provenienti dall’area di lingua tedesca, trasformandosi poi sempre più in un importante centro per l’archeologia cristiana, la storia della Chiesa e la ricerca sulle origini cristiane. Tutti voi potete guardare con gratitudine ai ricchi frutti di questa storia.
Anche oggi il Collegio sacerdotale vuole essere un luogo sicuro di formazione, in cui i chierici che qui vivono possano approfondire il proprio cammino intellettuale e spirituale, per poter poi rispondere alle domande delle persone nella loro patria di fronte alle grandi sfide del nostro tempo e rendere conto della speranza che è in noi”.
Infine ha sottolineato la vicinanza unica alla tomba di san Pietro: “A tale onore è legato anche un impegno: custodire questa vicinanza e questa unità con il Successore di Pietro e con la Fede degli Apostoli che egli proclama.
Questa unica Fede in Cristo è il principio dell’unità tra i fedeli, per la quale il Signore ha pregato per suoi discepoli, poiché essa costituisce un elemento essenziale per la credibilità della nostra testimonianza. Fate vostra questa supplica accorata di Gesù, chiedete questo dono, affinché la comunità del vostro Collegio sia un luogo in cui tale unità possa essere concretamente praticata e resa visibile”.
(Foto: Santa Sede)
‘VIRGO FIDELIS’ ovvero l’evento misterioso ed unico dell’apostolato di Maria Santissima accolto da san Paolo e seguito anche dalle coppie cristiane presenti presso Basilica/Santuario Madonna della Milicia
E’ importante ‘custodire’ questo deposito approfondito dal nostro parroco. Questa è la seconda ragione alla base del coraggio di Paolo. Egli aveva dato la propria vita a Gesù e sapeva che Gesù era perfettamente in grado di custodirla! Dio ci ha affidato molte cose buone; dobbiamo essere fedeli nel custodirle. Custodire vuol dire di più del semplice aggrapparsi a qualcosa; significa anche proteggerlo e farne un uso saggio. Dio ci ha dato la Sua Parola, le relazioni familiari, il tempo, i talenti, le risorse, l’educazione e così via. Dobbiamo essere fedeli nel custodire queste cose buone in un modo che porti gloria e onore a Gesù (conversione, cfr. https://youtu.be/lb0FFE1k9Ao?is=SlQWcDUWFN3bFVIS ).
Viviamo in un’epoca (‘Cerchiamo risposte nelle cose del mondo o sappiamo fermarci a chiedere aiuto a DIO?’) in cui ci si aspetta fedeltà finché serve ai propri interessi. Quando essere fedeli non è più un vantaggio, molte persone sentono che va benissimo venir meno alle proprie responsabilità. Questo non è onorare Dio.
Essere fedeli a Dio significa avere il cuore che vuole ciò che è giusto anche quando non sembra a nostro vantaggio. Ma egli onora quelli che temono l’Eterno; anche se ha giurato a suo danno, egli non ritratta (Salmo 15:4). La vera fedeltà si manifesta quando essere fedeli ha un costo (cfr. il testo ricevuto dal mio amico teologo dott. Girolamo Oliveri, che ringrazio, https://matrimoniocristiano.org/2026/06/21/il-prezzo-della-coppia/ ).
Dio è fedele nel custodire il nostro deposito (2 Timoteo 1:12). Noi coppie saremo fedeli nel custodire ciò che Lui ha affidato a noi e che oggi troviamo nei vari contesti della nostra Chiesa? (cfr. https://www.facebook.com/ChiesainItaliaoggi?__cft__[0]=AZaK24nv3c76JTUE9VdvlqJ90aSQuYjtAKsdb3fNlSGfynPMqVh7APktl3akQRCPXVvuI0xQeLkqmnjPiqzmWchTBggPZ7FJm6XxG6vF1wfZ6tFyye-C4FhFf86MGviS5EMAbNQXfv99vnrq6qvWjgcPaERGv3ADpBOuamZC6h1feQ&__tn__=-]K-R).
Qual era questo deposito che Paolo aveva affidato a Lui? Sicuramente, pensava innanzitutto alla propria vita. Paolo sapeva di non poter custodire la propria vita da sé; sapeva che solo Dio ne era in grado. Dio era capace; Paolo no. Sapere questo riempiva Paolo di coraggio, ma non di un coraggio che poteva trovare in sé stesso, ma in Dio. Paolo non aveva affidato a Dio solo la propria vita; aveva affidato a Gesù ogni cosa: la vita, il corpo, il carattere e la reputazione, il lavoro di una vita, tutto ciò che era prezioso.
In definitiva, sulla base di quanto ho cercato di sintetizzare, ci viene chiesto nel questionario, noi coppie: ‘Quale passo concreto, anche piccolissimo, sentiamo il desiderio di compiere da domani per anelare insieme al Signore’? Ognuno di noi avrà scritto una risposta tendente all’accrescimento spirituale della propria unione ed alla reciproca fedeltà benedetta dalla SS. Trinità, sotto il manto della Madonna della Milicia…
Ringrazio Mons. Giosuè Lo Bue e Mons. Salvatore La Spisa.
Giornata del Creato: pace per rispettare il creato
“Cari fratelli e sorelle, nostro Signore Gesù Cristo è venuto nel mondo perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza. Tale dono è al centro stesso della nostra missione di discepoli e della nostra vocazione comune a costruire una civiltà dell’amore. Mentre celebriamo questa Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, siamo invitati ancora una volta a contemplare il dono della vita e ad avere a cuore la terra che la sostiene, rendendo così concretamente lode al nostro Creatore”: nel messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato papa Leone XIV ha ripreso le parole del profeta Isaia, ‘Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci’ per esortare ad attraversare i propri ‘deserti interiori’, segni di una crisi etica e culturale che include perdita del senso del limite, desiderio di dominio e ricerca di profitto.
Nel messaggio per la giornata del Creato il papa ha sottolineato l’urgenza della pace per rispettare tutto il creato: “Siamo testimoni, oggi, di varie crisi e di tanta sofferenza umana. Al tempo stesso, sembra che si stia accelerando la distruzione dell’equilibrio armonioso della creazione. Questi fenomeni non sono slegati; costituiscono un’unica invocazione di guarigione e di pace che sale da un mondo ferito”.
Una pace che ha origine da Dio: “Il Dio della vita, che si è rivelato in Gesù Cristo, offre una pace che il mondo non può dare: ‘Vi lascio la pace, vi do la mia pace’. Essa non è né superficiale né fugace; scaturisce dall’amore perenne di Cristo e dalla sua cura per ogni persona umana.
Eppure questa promessa di pace è in netto contrasto con le realtà che vediamo in varie parti del mondo. Il profeta Isaia ha parlato di un tempo in cui le nazioni ‘spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri’, trasformando ciò che distrugge la vita in qualcosa che la sostiene. Oggi, però, vediamo troppo spesso accadere l’esatto contrario, mentre gli sforzi continuano a essere orientati alla violenza e alla guerra”.
Ed ha enunciato i disastri prodotti dalla guerra, riprendendo la Costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’: “La guerra produce ferite che vanno ben oltre il campo di battaglia. Miete vittime, lacera famiglie e costringe milioni di persone a lasciare le proprie case, alimentando paura, ingiustizia e divisione; lascia dietro di sé una distruzione sociale ed ecologica che dura per generazioni.
L’interazione tra conflitti armati e degrado ambientale, inoltre, crea spesso un circolo vizioso che distrugge gli ecosistemi, contamina risorse essenziali come l’aria e l’acqua e mina la sicurezza alimentare. Il che alimenta povertà, disuguaglianza e nuove tensioni sociali, che possono contribuire, a loro volta, all’insorgere di ulteriori conflitti”.
In più la guerra è un fallimento: “Per di più, la guerra infligge ferite che danneggiano l’intero tessuto vitale, colpendo non solo le singole persone e le comunità, ma anche la loro più ampia rete di relazioni con l’intera famiglia umana, e la loro armonia con il creato. Essa rivela un fallimento profondo nel vivere a immagine e somiglianza di Dio, nel rispettare la vita e nel prendersi cura della terra che ci è affidata. Non è solo un fallimento politico, ma anche morale e spirituale. Radicata in desideri distorti e in un uso sbagliato della libertà e del potere umani, la guerra si erge a contro-testimonianza del Vangelo della pace”.
Per questo è necessaria una conversione del cuore: “Le crisi menzionate richiedono, oltre che responsabilità, anche una conversione del cuore, che fruttifichi in una più profonda fedeltà a Dio, in amore reciproco e in rispetto per il dono del creato. Di fatto, le disarmonie che vediamo nel mondo, come la violenza, l’ingiustizia e il degrado ecologico, non sono semplicemente il risultato di sistemi o strutture imperfetti; essi ‘si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo’.
In realtà, è il cuore umano il luogo in cui si svolgono le lotte più profonde e in cui si rivela la nostra condizione decaduta. Esso, oltre che la sede delle emozioni, è il centro della persona, in cui convergono ragione, desiderio, volontà e coscienza. E’ lì che combattiamo con le voglie contraddittorie che ci abitano, amore e indifferenza, verità e illusione, giustizia e ingiustizia. Le ferite della guerra e il degrado della terra, perciò, sono profondamente legati alla condizione del cuore umano”.
Perciò ‘forgiare le spade in vomeri’ è l’appello del papa rivolto a ciascuno: “Tuttavia questa trasformazione non può essere realizzata soltanto attraverso un cambiamento esteriore. Essa richiede, in cooperazione con la grazia di Dio, una conversione più profonda, sia personale che collettiva: un ritorno al Signore, che riporterà ordine nei nostri desideri, guarirà le nostre ferite e ci aiuterà a crescere nella virtù”.
Tale trasformazione è necessaria per una conversione: “Senza questa trasformazione interiore, la pace rimane fragile e di breve durata. Ma dove i cuori si rinnovano, si cominciano ad aprire nuove possibilità. Ciò che è stato usato per la distruzione può essere reindirizzato verso la vita, per la cura dei poveri, il nutrimento degli affamati e la salvaguardia del creato. Questo è il cammino di un’autentica conversione ecologica, in cui gli effetti dell’incontro con Gesù Cristo si manifestano con evidenza nel rapporto con il mondo che ci circonda. La pace, quindi, comincia nel cuore e si riflette all’esterno nelle nostre relazioni, nelle comunità e più ampiamente nel mondo”.
Da qui deriva una proposta: “Sebbene le sfide che ci attendono siano enormi, il Signore non ci lascia privi dei mezzi di guarigione e di trasformazione. Al posto delle armi da guerra, il Dio della pace ci dona la forza di guarire, riconciliare e costruire una civiltà dell’amore. In questo modo siamo chiamati a tutelare i molti ‘ecosistemi’ che ci sono stati affidati: del creato, delle relazioni umane e del cuore stesso dell’uomo”.
Questi sono gli strumenti per cambiare il cuore nella custodia del creato: “I veri strumenti per costruire la pace non sono le armi di distruzione, ma piuttosto la verità, il dialogo, la pazienza, la bontà, la giustizia, la misericordia, la comprensione, la cura e l’amore. Questi scaturiscono da cuori plasmati dal Vangelo e sostenuti dalla grazia di Dio. Solo queste qualità hanno il potere di trasformare gli individui, rinnovare le comunità e guarire le ferite del nostro mondo”.
E’ un campito a cui sono chiamati soprattutto i cristiani: “Cari fratelli e sorelle, il cammino che abbiamo davanti è chiaro, seppure non facile. Siamo chiamati a lasciare che i nostri cuori siano rinnovati, perché possiamo cercare la pace e prenderci cura del creato. La Scrittura ci raccomanda di custodire i nostri cuori, poiché è da essi che sgorga tutto ciò che facciamo.
Se ci assumiamo questo compito con umiltà e fede, diventeremo collaboratori nell’opera di rinnovamento di Dio. Passeremo, lentamente ma inesorabilmente, dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace”.
Nel ricordo della visita del Papa il Meeting invita ad essere ‘pionieri coraggiosi per custodire l’umano
La 48^ edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli si terrà alla Fiera di Rimini dal 20 al 25 agosto con il titolo ‘Pionieri coraggiosi per custodire l’umano’ per essere ‘un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini’, come ha detto papa Leone XIV nella ‘storica ‘visita’ di sabato 22 agosto.
Un titolo che potrebbe aprire, come si vociferava in questi giorni, di un incontro con tutto l’associazionismo cattolico, secondo quanto il papa aveva espresso nella sua visita riminese con l’invito a ‘portare’ il messaggio evangelico nella società per aprire nuovi spazi di ‘cammino’, che potrebbe motivare il titolo del prossimo anno: “Siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza,risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del’Meeting’ una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri ed ispira nuovi cammini”.
Comunque, commentando quest’edizione il presidente della Fondazione del Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, Bernhard Scholz, ha sottolineato la gratitudine per la visita del papa, che si è fermato a salutare volontari e visitatori: “E’ stata una grande festa, che ha superato tutte le nostre aspettative, vissuta e partecipata da tutti, con gioia e entusiasmo, da bambini, da giovani, adulti. Noi abbiamo potuto accogliere il Santo Padre con gratitudine ma prima ancora ci siamo sentiti accolti da lui”.
Esaminando questa edizione, che ha preso le mosse dalla frase dantesca, centro degli incontri, il presidente ha sottolineato la ‘sfida’ che il meeting ha ‘lanciato’: “Il tema, ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’, ha ispirato convegni, mostre, spettacoli, confronti e dialoghi informali, inviando un messaggio agli uomini e alle donne di questo mondo: è possibile affrontare le sfide del nostro tempo e costruire la pace, dialogando, mettendosi alla ricerca del vero e del giusto, senza censurare nulla”.
Infatti, stando ai numeri, è stata un’edizione particolare per le presenze con i numeri alla mano: “Un’edizione del Meeting che ha raggiunto risultati storici anche dal punto di vista dei numeri: 900.000 presenze, 150 incontri, 13 mostre, 13 spettacoli, la dedizione di 3.300 volontari, spazi come il Villaggio Ragazzi Yoga e l’Enel Sport Village, che hanno accolto migliaia di bambini e ragazzi per tutta la settimana. Tutto questo è reso possibile grazie al contributo dei donatori, ai nostri partner, in particolare i main partner Intesa Sanpaolo e Generali”.
Inoltre è stato un meeting che ha messo al centro della settimana la riflessione sull’enciclica papale ‘Magnifica Humanitas’, con un’apertura ad una ‘promessa’ per un nuovo sguardo sul futuro: “Le riflessioni accadute durante questi sei giorni a Rimini hanno trovato un approfondimento inaspettato alla luce dell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ e del discorso del Santo Padre, che segnerà la storia del Meeting. Le sue parole aprono un orizzonte ampio e affascinante del nostro impegno per un futuro vissuto come una promessa, non una minaccia”.
Ed il ‘successo’ del Meeting riminese è stato confermato dai social, soprattutto dovuto alla visita papale: negli ultimi 7 giorni, secondo i dati raccolti da SocialCom, in Italia la visita ha generato 7.000 conversazioni, circa 500.000 interazioni social e 2.500.000 di visualizzazioni video; mentre all’estero si contano invece 4.000 conversazioni, 200.000 interazioni e 1.300.000 visualizzazioni video.
Inoltre, secondo questi dati, la giornata del papa al meeting ha concentrato il 46% delle interazioni complessive sulla visita, in cui ha fatto da ‘padrone’ il suo arrivo alla Fiera, definita dai social come ‘accoglienza da rock star’, attraverso le parole come ‘Prima dei confini le persone’ e l’invito ai giovani ‘Uscite incontro a tutti’.
Dal discorso del papa al meeting questi temi hanno raccolto molta attenzione social: fede e chiesa hanno raccolto il 40% delle interazioni, mentre accoglienza e migranti il 29%, pace e guerra il 21%. Seguono libertà e dignità, giovani e futuro, politica e responsabilità. Parole come persone, popoli, amicizia e messaggio entrano così nel vocabolario digitale della visita.
Insomma un racconto accolto con un ‘sentiment’ (ossia lo stato d’animo trasmesso dalle parole pronunciate dal papa) fortemente positivo con il 96% dei giudizi rilevati favorevole, con entusiasmo e fede tra le emozioni più associate alla presenza del papa; mentre all’estero il sentiment positivo raggiunge addirittura il 99% ed il messaggio si fa ancora più universale: freedom, friendship among peoples, dialogue, community, together, unity. Fede, accoglienza e pace sono i temi che corrono maggiormente online, con gli Stati Uniti primo Paese per interazioni.
La produzione dei contenuti e il coinvolgimento seguono però dinamiche differenti. X concentra il 48,5% dei post social, mentre la capacità di generare interazioni si sposta nettamente sulle piattaforme visuali. Instagram raccoglie il 48,2% delle interazioni e TikTok il 34,9%. Questo è dovuto dal ruolo di primo piano dei canali ufficiali nella diffusione del racconto; tra gli autori più influenti per numero di interazioni social, Vatican News guida la classifica con il 49%, mentre gli account del Meeting di Rimini (gestiti dai giovani volontari) si posizionano al secondo posto con il 25%, davanti alle principali testate nazionali.
Anche la scansione temporale della copertura ha restituito l’attenzione suscitata dalla presenza del papa: secondo l’analisi di Volocom, sabato 22 agosto rappresenta il momento di massima attenzione con 1.506 articoli tra stampa e web e 734 post social. Mentre nel giorno di apertura, vigilia della visita papale erano stati rilevati 732 articoli e 217 post, mentre nel giorno successivo la copertura ha raggiunto 392 articoli e 161 contenuti social.
Infine l’attenzione dei media giornalistici si è concentrata sul papa, che nel 69% degli articoli rappresenta il protagonista principale del racconto, mentre nel restante 31% è citato all’interno di contenuti più ampi dedicati al Meeting. A completare il quadro è anche l’analisi degli autori della conversazione online: sono 580 i profili social che hanno pubblicato contenuti relativi alla partecipazione del papa. Tra i macro influencer con almeno 100.000 follower, circa l’82% appartiene al sistema dell’informazione, mentre la componente più propriamente social e digitale rappresenta circa il 14%.
(Tratto da Aci Stampa)
La Fondazione Terra Santa Ets presente al Meeting di Rimini per far conoscere le attività della Custodia nella Terra di Gesù
Fondazione Terra Santa ETS sarà presente alla 47^ edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli a Rimini, in programma dal 21 al 26 agosto, dedicata al tema ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’: :“In un tempo segnato dalla guerra, dalle divisioni e da tante domande sul futuro, vogliamo portare al Meeting la voce di una Terra Santa viva: una terra ferita, ma sempre capace di generare incontro, educazione, cultura e speranza” spiega Andrea Benzoni, segretario generale della Fondazione Terra Santa ETS.
Allo stand, nel Padiglione C5, sarà così possibile conoscere le attività di Fondazione Terra Santa: la rivista Terrasanta, l’informazione di Terrasanta.net, i libri di TS Edizioni, le proposte del Terra Santa Store e i progetti attraverso cui sostiene e racconta le comunità cristiane del Medio Oriente. Numerose sono le iniziative che riguarderanno la Terra Santa alla 47^ edizione del Meeting di Rimini.
Venerdì 21 agosto, alle ore 21.30 al Teatro Galli, Yasmeen Choir in concerto: il coro giovanile del Magnificat Institute di Gerusalemme, scuola musicale della Custodia di Terra Santa, terrà il concerto inaugurale del Meeting. Domenica 23 agosto, alle ore 15.00 in Arena Tracce A3, ‘Come sta il Libano oggi?’ con Mons. César Essayan, vicario apostolico di Beirut dei Latini (Libano) e Francesca Lazzari, operatrice umanitaria e Rappresentante di AVSI in Libano. A moderare l’incontro sarà Maria Laura Conte, direttrice Comunicazione e Advocacy AVSI.
Lunedì 24 agosto alle ore 12.00, all’ Auditorium Intesa Sanpaolo D3, ‘Amare la Terra Santa’: dialogo con padre Francesco Ielpo OFM, custode di Terra Santa, e padre Gabriel Romanelli, parroco latino di Gaza, con l’introduzione di Alessandra Buzzetti, giornalista, corrispondente TV2000 dalla Terra Santa. Nel pomeriggio dello stesso giorno, alle ore 15.00, in Sala Neri, ‘Israele-Palestina: esiste un’alternativa al conflitto?’ con OlivierRoy, politologo ed islamologo francese, professore presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, e Joseph Weiler, docente alla New York University School of Law e coodirettore del Jean Monnet Centre for International Economic Law & Justice, con l’introduzione di Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS.
Sempre lunedì 24 agosto, alle ore 16.00, in Arena Tracce A3, il Custode padre Ielpo interverrà nello spazio ‘I giovani interrogano la Terra Santa’ rispondendo alle domande di alcuni studenti universitari sulla vita quotidiana delle comunità cristiane, il desiderio di pace, le ferite del conflitto e le ragioni della speranza.
Mercoledì 26 agosto, alle ore 13.00 in Auditorium Intesa San Paolo, ‘La speranza da ri-costruire nella Terra dei Cedri’ con il vicepresidente del Consiglio dei Ministri e ministro degli Esteri Antonio Tajani e mons. César Essayan, con l’introduzione di Bernhard Scholz. Sempre mercoledì 26 agosto ma alle ore 19.00, in Auditorium Intesa Sanpaolo D3, Sua Beatitudine il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, nell’incontro ‘Scrutando il cielo di Gerusalemme’” si porrà in dialogo con alcuni giovani, con l’introduzione e la moderazione della giornalista Alessandra Buzzetti e il saluto conclusivo di Bernhard Scholz.
Rimanere e custodire sono i due verbi scelti dal Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, per spiegare la presenza cristiana oggi nella terra di Gesù: “Rimanere oggi in Terra Santa significa condividere il destino delle persone che ci sono affidate e custodire una speranza che non si nutre di risultati immediati, ma si fonda sulla Risurrezione di Cristo. Il Santo Sepolcro ci ricorda che l’ultima parola non appartiene alla morte.
Per questo la comunità cristiana continua ad aprire scuole, a sostenere famiglie, anziani, bambini e poveri, a pregare ogni giorno. Siamo chiamati a custodire una speranza certa e una fraternità possibile, a custodire quei piccoli germogli di dialogo che ancora resistono, che raramente fanno notizia ma che tengono aperta la possibilità della pace”.
Fra Fusarelli: santa Chiara è donna di pace e di preghiera
“Il Signore vi benedica e vi custodisca. Mostri a voi la sua faccia e abbia misericordia di voi. Rivolga il suo volto verso di voi e dia pace a voi, sorelle e figlie mie, e a tutte le altre che verranno e rimarranno in questa nostra comunità e a tutte quelle, sia presenti che future, che persevereranno sino alla fine in tutti gli altri monasteri di signore povere… Il Signore sia sempre con voi, e ora voi siate sempre con lui. Amen”: con queste parole di benedizione di santa Chiara, il ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, p. Massimo Fusarelli, conclude la lettera in occasione della festa di santa Chiara.
Chiara nasce ad Assisi, nel 1193, dalla nobile famiglia di Favarone degli Offreducci. E’ ancora bambina quando in città scoppia una guerra civile tra i nobili e la nascente borghesia e Chiara deve rifugiarsi, con la sua famiglia, a Perugia, dove rimane fino alla giovinezza. Tornata ad Assisi, con il desiderio di appartenere solo a Cristo e attratta dall’esempio di san Francesco, la notte della Domenica delle Palme 1212 abbandona la casa paterna ed, alla Porziuncola, abbraccia la ‘Forma di Vita evangelica sulle orme del Signore e della sua santissima Madre’.
La sua vita si consuma nel piccolo chiostro del monastero di san Damiano, in una gioiosa sequela di Cristo povero e crocifisso. All’età di 30 anni per Chiara inizia una lunga malattia che la renderà inferma. Malgrado ciò continua ad essere per le sue sorelle una madre premurosa, una guida sapiente e un esempio di vita veramente evangelica. A San Damiano, l’11 agosto 1253 compie il suo transito al cielo.
Nella lettera il ministro generale la chiama ‘donna di pace’: “La memoria annuale di Santa Chiara, ‘ancella di Cristo e delle sorelle povere e pianticella del padre santo’, ritorna come profezia luminosa: donna di unità e di pace, generatrice di riconciliazione in tempi di conflitto. Chiara, custode dell’eredità di Francesco, l’ha narrata con la propria vita, testimoniandola quotidianamente. Metterci quest’anno all’ascolto di Chiara ci sostiene in quella speranza che la vita e la morte del Poverello continuano ad ispirare e di cui il nostro tempo ha grande bisogno. Poco prima della sua morte, Francesco consegna a Chiara e alle sue sorelle la sua Ultima Volontà”.
Da qui deriva la ‘propensione’ ad essere un’operatrice di pace per riparare il cuore: “La chiamata ad essere operatori di pace è dunque insita nella vocazione cristiana. San Francesco nel Testamento ricorda che ‘il Signore mi rivelò che dicessimo: Il Signore vi dia pace!’: dono e responsabilità per adempiere il mandato di ‘riparare’ quel tempio e casa del Signore, che è il cuore umano e insieme la Chiesa, la creazione, il mondo intero. Chiara ‘tanto bene guardò el monasterio et l’Ordine et se medesima da tucte le contagioni deli peccati’. La custodia vigilante è il primo passo dell’amore: proteggere il cuore di ciascuna e la comunità dal peccato che provoca in noi quella divisione da cui scaturiscono risentimenti, rancori, avidità, brama di possedere, e ultimamente violenza”.
Una pace attuata quotidianamente nella città: “Anche Chiara, che per lunghi anni ha vissuto nella contemplazione di quel Cristo inchiodato e vivente, custode con le sue sorelle di quella parola della e dalla croce, vi ascolta l’eco di quella chiamata che viene da Cristo Povero e Crocifisso, che è la nostra pace e che Lei ama restando sui suoi passi.
Questa sequela prende forma nella vita quotidiana: nelle relazioni di ogni giorno, nella gestione dei conflitti, nella custodia reciproca, nell’intercessione per il mondo: ‘Con la vostra preghiera potete guarire le piaghe di tanti fratelli… Così scopriamo che intercedere non ci separa dalla vera contemplazione’. La pace è frutto e manifestazione di una vita alla sequela del Signore”.
Per questo fra Fusarelli ha sottolineato tre parole importanti per la santa di Assisi: “Ecco tre parole chiave: vigilanza, sollecitudine e custodia per camminare insieme e veder crescere in loro e tra loro la pace vera, che rivela la comunione con Dio, manifestata in quella tra le sorelle, che è il vertice a cui tende la forma di vita: ‘E amandovi a vicenda nella carità di Cristo, dimostrate al di fuori con le opere l’amore che avete nell’intimo, in modo che, provocate da questo esempio, le sorelle crescano sempre nell’amore di Dio e nella mutua carità’. Chiara chiama questo cammino l’ ‘onestà del santo vivere insieme’, che consiste proprio in una vita unificata in quella carità e obbedienza reciproca che abitano un cuore pacificato perché affidato, mite e umile”.
Però la pace deriva dalla ‘confidenza’ con Dio: “Questa confidenza filiale verso Dio è la fonte della pace interiore. Questa la radice della santa unità delle sorelle, che non è frutto di strategie e compromessi umani, ma espressione di questo cammino di trasformazione. Ecco allora che il ‘santo vivere insieme’ diventa proposta alternativa in un tempo segnato dalla bramosia di potere, dall’identificazione con i ruoli forti, dalla distrazione che non si accorge dell’altro e dimentica Dio, rendendoci diffidenti e distratti”.
Una pace che non è in antitesi con quella di san Francesco, perché l’obiettivo è sempre Dio: “Se Francesco irradia la pace camminando per le strade del mondo, Chiara la irraggia dal piccolo luogo di San Damiano. Due modalità, un’unica sorgente: restare sulle orme di Cristo povero e crocifisso, amato perdutamente.
Francesco cerca l’incontro con i Saraceni a Damietta; Chiara difende Assisi dai Saraceni con la preghiera eucaristica. Francesco pacifica il lupo di Gubbio, simbolo dell’aggressività degli uomini che ferisce tutta la creazione; Chiara pacifica i cuori attraverso la riconciliazione. Entrambi ci mostrano come la pace evangelica attraversi le situazioni di conflitto e le risani con l’amore che vince l’odio perché lo supera”.
Da questa pace deriva il perdono, che ‘custodisce’ il cuore: “Questa trama paziente dell’unità si misura con una realtà concreta: ci sono degli ostacoli. Chiara parla dei ‘lacci’ che legano il cuore. Francesco riprende questo tema nell’Audite Poverelle, invitando le sorelle a vivere ‘sempre en veritate’, libere per seguire le orme di Cristo Povero. Il perdono è parte della sequela. La riconciliazione comunitaria è un cammino continuo: quando il peccato ferisce gravemente il corpo della fraternità, tutta la comunità ne porta il peso insieme, nessuna sorella è abbandonata a se stessa”.
Per questo santa Chiara lo scrive nella Regola: “La Regola al cap. 10 descrive poi con concretezza anche il caso più frequente: quando parole o gesti creano turbamento tra due sorelle. Chiara chiede che chi ha dato motivo di conflitto faccia il primo passo, subito, perché non c’è preghiera autentica mentre si è in rottura con una sorella. Il gesto è preciso: prostrarsi ai piedi dell’altra chiedendo perdono; e poi, meraviglia: chiederle di intercedere per sé presso il Signore. Chi in quel momento si sente come nemica diventa il tuo intercessore davanti a Dio e nessun’altra è più adatta”.
Ed a conclusione della lettera si citano due importanti episodi in santa Chiara è in preghiera per ottenere la pace: “Questi episodi non sono semplici aneddoti devozionali. Ci mostrano una donna che vive l’armonia come azione concreta: nella riconciliazione in seno a una famiglia; nella ricostruzione dei legami spezzati; nell’assalto dei Saraceni come fiducia che trasforma la violenza; nell’assedio di Vitale la conversione e la preghiera come armi disarmate e disarmanti”.
In questo modo “Sorella Chiara è fermento di concordia dal piccolo luogo che ha scelto sulle pendici del monte Subasio. Non è un isolamento o una fuga, ma luogo da cui irradia una forza di pacificazione che raggiunge il mondo”.
Fine vita, carceri, legalità e aree interne: priorità dei vescovi della Campania
“La recente visita di papa Leone in Campania ha consegnato alle nostre Chiese una parola che non possiamo lasciare cadere. Il Santo Padre ha richiamato tutti ad un sussulto di dignità e di responsabilità, invitando a servire la vita, a scegliere la giustizia ed a porre il bene comune al di sopra degli interessi di parte. Come Vescovi della Campania, sentiamo il dovere di raccogliere e rilanciare questo messaggio”: così inizia l’appello ‘Per la dignità della persona ed il bene della Campania’, presentato nella scorsa settimana a Pompei e sottoscritto dai vescovi della Conferenza Episcopale Campana, che raccoglie e rilancia il messaggio consegnato da papa Leone XIV nella visita nella regione.
Un testo rivolto anzitutto alle comunità cristiane, ma soprattutto alle Istituzioni, agli amministratori, ai rappresentanti politici e a quanti sono chiamati a compiere scelte che incidono sul presente e sul futuro della Campania, per difendere la vita, come ha sottolineato il presidente della Conferenza episcopale della Campania (CEC), mons. Antonio Di Donna: “Ci stanno a cuore le questioni della salute e della sanità… Ci stanno a cuore le comunità, non solo quelle ecclesiali, ma il popolo della Campania: le famiglie, i giovani, gli anziani, i malati … Per noi la vita è tutta intera”.
Il documento nasce dall’ascolto delle comunità e dalla consapevolezza che le diverse fragilità della Campania hanno una radice comune: la dignità della persona, da custodire in ogni fase dell’esistenza, richiamando il dibattito sul fine vita, chiedendo cure palliative, accompagnamento e prossimità perché nessuno sia lasciato solo davanti alla malattia e alla morte. Allo stesso tempo esprimono preoccupazione per la deospedalizzazione dell’aborto e per il rischio che la vita nascente, la maternità e la solitudine delle donne siano affrontate senza un adeguato sostegno umano e sociale:
“Pensiamo anzitutto alla custodia della vita fragile e sofferente, al dibattito sul fne vita, alla necessità di cure palliative, di accompagnamento e di prossimità, perché nessuno sia lasciato solo dinanzi alla malattia, alla sofferenza e alla morte. Guardiamo con preoccupazione alla deospedalizzazione dell’aborto e alla sua progressiva riduzione a pratica ambulatoriale, perché ogni scelta che riguarda la vita nascente, la maternità la solitudine delle donne e la responsabilità della società merita attenzione, accompagnamento e tutela, non semplificazioni procedurali”.
Il documento è un appello al miglioramento delle condizioni sanitarie: “Ci interpellano le gravi questioni della salute e della sanità, soprattutto quando le disuguaglianze territoriali, economiche e sociali rendono più difficile l’accesso alle cure e colpiscono le persone più fragili. Non possiamo ignorare l’emigrazione dei nostri ammalati verso regioni dove l’assistenza sanitaria garantisce condizioni migliori”.
La difesa della vita si intreccia con le condizioni concrete di tante persone, in quanto la dignità passa anche dal lavoro e dall’attenzione ai senza dimora, alle famiglie povere, ai lavoratori sfruttati, al lavoro povero, al caporalato, contro ogni economia che sacrifica la persona al profitto: “Non possiamo ignorare la condizione delle carceri, il disagio dei detenuti, delle loro famiglie, del personale penitenziario, e la necessità di percorsi che non si limitino alla custodia, ma aprano alla dignità, alla responsabilità, alla giustizia riparativa e al reinserimento”.
Un richiamo anche sulla situazione dei migranti e di coloro che non hanno casa: “Ci preoccupano i Centri di permanenza per il rimpatrio, la condizione dei migranti e dei Rom, il rischio che persone e popoli vengano percepiti come problema da respingere e non come volti da incontrare, accompagnare e integrare secondo giustizia e legalità. Richiamano la nostra responsabilità i senza fissa dimora, le famiglie povere, i lavoratori sfruttati, il lavoro povero, il caporalato e ogni forma di economia che sacrifica la dignità della persona al profitto od alla convenienza”.
Altro tema ‘caldo’ affrontato dai vescovi campani riguarda lo spopolamento delle aree interne: “Sentiamo il peso delle aree interne, dello spopolamento, della chiusura di servizi e presìdi educativi, della fatica di territori che rischiano di essere lasciati ai margini del futuro. Portiamo nel cuore le ferite della Terra dei Fuochi, le conseguenze dell’inquinamento, dell’illegalità e della camorra, ma anche il desiderio di rinascita, di bonifica morale ed ambientale, di responsabilità condivisa.
Ci preoccupa il disagio giovanile, la violenza minorile, la povertà educativa, la disaffezione alla partecipazione e la progressiva perdita di luoghi nei quali educare alla fiducia, alla legalità, alla cittadinanza e alla vita buona del Vangelo. Ci addolora anche il problema dell’abbattimento delle case”.
Ecco il motivo per cui la dignità è ‘una sola’: “Rivolgiamo questo appello anzitutto alle nostre comunità cristiane, perché non cedano alla paura e alla rassegnazione. Rivolgiamo questo appello soprattutto alle Istituzioni, agli amministratori, ai rappresentanti politici, a quanti hanno responsabilità nella vita pubblica e a tutti coloro che, a diverso titolo, concorrono alle scelte che riguardano il presente e il futuro della Campania”.
Però la Chiesa non si sostituisce alle Istituzioni civili, ma chiede un confronto su scelte importanti: “Chiediamo fortemente che sui temi indicati si attivi un confronto vivo, un dialogo, una lettura condivisa. Chiediamo che le decisioni che toccano la vita delle persone non vengano assunte senza un dialogo serio con i soggetti sociali che quotidianamente incontrano le ferite della gente. A quanti sono impegnati in politica e dichiarano di ispirarsi alla Dottrina sociale della Chiesa chiediamo coerenza, coraggio e soprattutto capacità di tradurre i principi in scelte concrete”.
Per questo i vescovi non si rassegnano, perché amano ‘questa terra’: “Per questo non vogliamo rassegnarci. Non vogliamo che la Campania sia raccontata solo attraverso le sue emergenze, né che il futuro venga consegnato alla paura, all’indifferenza od all’illegalità. Crediamo che sia possibile costruire una terra più giusta, più fraterna, più attenta alla vita, più capace di custodire i piccoli, i poveri, i fragili e le nuove generazioni”.
Giornata del Mare per scoprire il volto umano
“La vita del mondo continua a scorrere attraverso i mari, i fiumi, i laghi e i corsi d’acqua del pianeta. Dietro il commercio globale, l’industria della pesca, i porti, le vie di navigazione interne e le reti marittime si cela un numero incalcolabile di marittimi, pescatori, lavoratori portuali e comunità marittime, il cui lavoro sostiene le nazioni, unisce i popoli, garantisce mezzi di sussistenza e fornisce sostentamento alle famiglie in tutti i continenti. La crisi dello Stretto di Hormuz ha ricordato al mondo quanto profonda sia la dipendenza dell’umanità dal mare e da coloro che vi lavorano”: ogni anno, nella seconda domenica di luglio, le comunità cattoliche celebrano la Domenica del Mare.
Per l’occasione, il Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, card. Michael Czerny, invia un messaggio ai cappellani e a tutti i volontari impegnati nella pastorale del mare, nonché a quanti svolgono professioni e attività legate al mare; quest’anno il tema scelto è ‘Oltre le merci e il commercio: il volto umano del mare’:
“Gran parte di ciò su cui le società fanno affidamento ogni giorno giunge senza fare clamore grazie alla perseveranza, al sacrificio, all’abilità e alla tenacia della gente del mare. In occasione della Domenica del Mare, la Chiesa ricorda questi uomini e queste donne non solo per il lavoro che svolgono o per le merci che trasportano, ma come persone create a immagine e somiglianza di Dio e dotate di una dignità inviolabile. Ciascuno di loro porta con sé una storia unica, plasmata da speranze e paure, fardelli e resilienza, relazioni e sogni che meritano di essere considerati, onorati e custoditi”.
Sviluppando il tema il documento sottolinea infatti che ogni giorno, i lavoratori dei mari e dei corsi d’acqua affrontano molte incertezze, alimentando la solitudine: “Oggi, molti lavoratori del settore marittimo continuano ad affrontare incertezze e difficoltà crescenti. Il mare, che da sempre unisce popoli e nazioni, è sempre più segnato da tensioni, insicurezza, guerre e paura. Molti membri d’equipaggio non solo devono affrontare i pericoli innati del mare e delle vie navigabili, ma sono stati recentemente colpiti da conflitti armati che li hanno, di fatto, confinati a bordo, causando carenze alimentari e persino timore per la propria vita. Tutto ciò ha acutizzato il loro senso di solitudine, l’isolamento sociale, la separazione dai propri cari e l’esaurimento emotivo”.
Una solitudine che isola dovuta anche alla crisi economica: ““Paradossalmente, anche in un’epoca caratterizzata da una maggiore comunicazione digitale, molti marittimi vivono un isolamento sempre più profondo. La vicinanza tra gli esseri umani sta diventando sempre più rara. Equipaggi ridotti, periodi di riposo a terra più brevi, orari di lavoro estenuanti e la costante pressione della vita marittima moderna spesso lasciano poco spazio al riposo, alla fratellanza o a incontri umani autentici”.
Ed ecco il richiamo all’enciclica ‘Magnifica Humanitas’: “In una realtà del genere, le persone hanno bisogno di qualcosa di più che sistemi efficienti o parole distanti. Hanno bisogno di una presenza, hanno bisogno di sapere che c’è chi si ricorda di loro, che sono accolte, ascoltate e amate. Come ci ricorda papa Leone XIV nella sua prima enciclica Magnifica Humanitas, i sistemi tecnologici ed economici non devono mai ridurre la persona umana a ‘dato, ingranaggio o merce’.
Piuttosto, devono sempre salvaguardare la dignità, la libertà e l’umanità di ciascun individuo. Una nave, quindi, non deve mai diventare un luogo di silenzioso isolamento o di indifferenza, una moderna Babele dove le persone vivono fianco a fianco ma rimangono invisibili e inascoltate”.
Invece il mare insegna la solidarietà: “Al contrario, la vita marittima può essere una testimonianza vivente del fatto che persone di nazioni, culture e confessioni differenti sono ancora capaci di fraternità, solidarietà, rispetto reciproco e pacifica interdipendenza. Per molti versi, è proprio il mare ad insegnare all’umanità che apparteniamo gli uni agli altri. Gli oceani non dividono le persone, bensì le uniscono.
Ogni giorno, coloro che lavorano sui mari e sui corsi d’acqua diventano ponti tra nazioni, culture, religioni ed economie. In un mondo ferito da conflitti e frammentazione, le loro vite testimoniano la possibilità duratura di cooperazione, solidarietà e coesistenza pacifica. Attraverso la sua presenza pastorale, la Chiesa cerca di ricordare a ogni marittimo, pescatore e lavoratore del mare che essi non sono mai dimenticati e non sono mai soli”.
Il messaggio ricorda che anche il mare è opera di Dio e non può essere ‘separata’ dalla cura dell’uomo: “In questo contesto, la cura del mare non può mai essere separata dalla cura della persona umana. Proteggere la vita marina, promuovere pratiche etiche e sostenibili, difendere la dignità e la sicurezza di questi lavoratori e promuovere uno spirito di responsabilità globale non sono priorità opposte, bensì aspetti di un unico impegno morale a favore del bene comune e della prosperità sia delle persone che dell’ambiente marino che condividiamo”.
Per questo Gesù è sceso nel mare accanto ai discepoli paurosi: “Tale impegno è radicato nel Vangelo stesso, che offre un’immagine che continua a parlare con forza al mondo marittimo di oggi. In mezzo alla tempesta, mentre la paura sopraffaceva i discepoli e le onde minacciavano la barca, Gesù rimase con loro: ‘Perché avete paura? Non avete ancora fede?’ Cristo non è rimasto al sicuro sulla riva, ma è entrato nella vulnerabilità di coloro che attraversavano acque agitate. Ancora oggi, il Signore accompagna tutti coloro che vivono e lavorano in mare, camminando accanto a coloro che affrontano incertezza, fatica, pericolo e separazione dalle proprie famiglie”.
Questa è la missione della Chiesa: “Essa è chiamata a salire sulla barca per accompagnare, ascoltare, consolare, difendere la dignità umana e diventare un segno visibile di speranza, una casa in mezzo alle tempeste della vita umana. Attraverso le cappellanie, i ministeri marittimi e un’umile presenza umana radicata nella lunga tradizione dell’Apostolato del Mare (Opus Apostolatus Maris), localmente conosciuto in molti luoghi come Stella Maris, la Chiesa intende ricordare a ogni marittimo, pescatore, lavoratore marittimo e addetto alla navigazione interna che non vengono dimenticati, che sono apprezzati e che non sono mai soli”.
Il messaggio si chiude con un ringraziamento a tutte le persone che operano nel mare: “Vi ringrazio non solo per ciò che fate, ma anche per ciò che siete. I vostri sacrifici sostengono il commercio globale, la sicurezza alimentare e il benessere di innumerevoli comunità. Esprimo, inoltre, la mia sincera gratitudine ai cappellani, ai volontari, alle organizzazioni per il welfare marittimo e agli operatori pastorali che continuano fedelmente ad offrire amicizia, preghiera, ascolto e sostegno concreto nei porti e sulle navi di tutto il mondo.
Questa Domenica del Mare rinnovi in tutti noi un impegno più profondo di vicinanza, solidarietà, cura del creato e di tutte le persone che vivono e lavorano in mare e sulle vie navigabili interne. Mentre li affidiamo alla materna protezione di Maria, Stella del Mare, preghiamo per la sicurezza, la dignità, la pace e la speranza di tutti coloro che viaggiano e lavorano sulle acque”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XI: il Concistoro è servizio alla missione
“Prima di entrare nella riflessione conclusiva, desidero esprimere la nostra vicinanza, mia e di tutto il Collegio Cardinalizio, alla popolazione del Venezuela, duramente colpita dal violento terremoto di questi giorni. Assicuriamo la nostra preghiera per le vittime, per le loro famiglie e per quanti soffrono le conseguenze di questa tragedia. Affidiamo al Signore anche tutti coloro che sono impegnati nei soccorsi e chiediamo che non venga meno la solidarietà delle comunità internazionali verso quella cara Nazione”: concludendo il Concistoro questa sera papa Leone XIV ha chiesto una preghiera per la popolazione del Venezuela, colpita dal terremoto.
Nella premessa il papa ha ringraziato i cardinali, sottolineando la necessità dell’ascolto: “Cari Fratelli Cardinali, giungiamo adesso al termine di questi giorni con un sentimento di profonda gratitudine. Vi ringrazio per la libertà, la fraternità e il senso ecclesiale con cui avete preso parte ai nostri lavori. Porto con me non soltanto il contenuto delle vostre riflessioni, ma anche l’esperienza che le ha rese possibili.
In questi giorni abbiamo cercato insieme la volontà del Signore, nella convinzione che Cristo continua a operare nella sua Chiesa: è Lui che ci precede, ci raduna, parla attraverso i fratelli e ci conduce nella missione. Tutto nasce da Lui e tutto ritorna a Lui. Per questo, vedere Cardinali provenienti da Chiese, culture e situazioni così diverse ascoltarsi reciprocamente e cercare insieme ciò che meglio serve il Vangelo è stato per me motivo di consolazione, di speranza”.
Ed ha richiamato l’immagine del buon Samaritano, con cui è iniziato il Concistoro, a cui è stata aggiunta quella di Emmaus: “Abbiamo iniziato questi giorni lasciandoci guidare dall’immagine del buon Samaritano: un uomo che si ferma davanti al fratello ferito, si lascia commuovere nelle viscere e se ne prende cura. Vorrei ora congedarci con un’altra icona evangelica: quella dei discepoli di Emmaus”.
Ad Emmaus Gesù accende i cuore: “Anche loro camminano segnati dalla tristezza e dalla delusione, ma il Signore si fa loro compagno di strada, ascolta le loro domande, apre le Scritture, fa ardere il loro cuore e trasforma il loro cammino. Mi piace pensare che anche quanto abbiamo vissuto in questi giorni abbia qualcosa di questa esperienza: abbiamo camminato insieme, ci siamo ascoltati reciprocamente e, se abbiamo lasciato spazio al Signore, Egli ha nuovamente acceso nei nostri cuori la speranza e ci rimanda ora alle nostre Chiese per riprendere il cammino con uno sguardo nuovo”.
Da qui la domanda sulla custodia della fede: “Quando questa domanda diventa il centro del nostro discernimento, anche le questioni dell’autorità, della corresponsabilità e delle decisioni trovano il loro giusto posto, illuminate dalla missione e dalla comune fedeltà al Vangelo. Così, desidero affidarvi ancora una volta il cammino di attuazione del Sinodo. Vi chiedo di accompagnarlo con convinzione nelle Chiese che servite, favorendone una comprensione autentica e incoraggiando tutti a prendervi parte: si tratta di aiutare le nostre Chiese a crescere in uno stile sempre più evangelico”.
Quindi la sinodalità è un metodo di lavoro: “Mi raccomando, come abbiamo sentito dal card. Grech, la sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro. E’ uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento. La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri. Quando ci ascoltiamo con umiltà e libertà, lasciando spazio allo Spirito, le nostre conversazioni non rimangono uno scambio di idee, ma diventano un luogo di conversione, nel quale cresciamo insieme nella fedeltà al Signore”.
Ecco l’importanza della famiglia con l’annuncio di un incontro sull’esortazione ‘Amoris Laetitia’: “Molti di voi hanno ricordato anche la famiglia. Là dove essa è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza; là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze. A ottobre avremo un incontro con i capi delle Chiese orientali e i presidenti delle Conferenze episcopali per valutare i passi fatti dopo ‘Amoris laetitia’. Parteciperanno anche alcune famiglie che condividono le esperienze. La loro presenza è essenziale, però spero che tutti coloro che verranno si preparino ascoltando da vicino e portando l’esperienza delle famiglie delle loro Chiese”.
Un concistoro per ascoltare: “Avete così cercato di ascoltare ciò che le ferite del mondo rivelano del cuore dell’uomo. È proprio lì, nel cuore, che si decide anche la pace. Prima di manifestarsi nella storia, la guerra nasce dentro di noi, quando il sospetto prende il posto della fiducia, la paura della speranza e l’altro viene percepito come una minaccia. Ma è nello stesso cuore che Cristo continua a incontrarci, a parlare e a convertirci. Da un cuore riconciliato possono nascere parole disarmate, relazioni nuove e una pace capace di raggiungere anche i popoli”.
L’altro punto approfondito riguarda la sua enciclica ‘Magnifica humanitas’ con una riflessione sulla guerra: “Nasce molto prima, da una cultura della potenza che attraversa il nostro modo di pensare, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di usare l’economia, la tecnologia e perfino la religione. Se questa è la radice della crisi, la risposta domanda di ricostruire una cultura della cooperazione e del dialogo, capace di dare nuova forza anche al multilateralismo, perché i popoli imparino nuovamente a cercare insieme il bene comune dell’intera famiglia umana”.
Da qui la richiesta di sostegno ai laici che si impegnano nella società: “In questo cammino il contributo dei fedeli laici impegnati nella vita pubblica è essenziale: hanno bisogno della vicinanza e del sostegno della comunità ecclesiale per vivere la ‘carità politica’ che avete ricordato. La stessa cultura della cooperazione cresce attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso, che non attenua la nostra identità cristiana, ma la rende capace di servire insieme il bene comune e la pace”.
Non poteva mancare una sottolineatura sulla difesa nonviolenta: “Ho trovato poi particolarmente prezioso il modo con cui alcuni di voi hanno affrontato il tema della risposta nonviolenta di fronte alle molte forme di violenza. Essa è una forma profondamente evangelica di abitare la storia, frutto della contemplazione del modo di agire di Gesù. Non consiste nella rinuncia al conflitto né in un atteggiamento passivo, ma nello scegliere di affrontarlo senza riprodurne la logica.
Essa non rinuncia alla verità né tace il male, ma rifiuta di difenderla con la violenza e di trasformare l’altro in un nemico: comincia disarmando se stessi. Essa rivela così la logica della Pasqua, nella quale l’amore si manifesta più forte dell’odio e il perdono spezza la spirale della vendetta. E’ questa la forza del Crocifisso risorto: una forza che non distrugge il nemico, ma rende possibile ritrovare un fratello.
In questa prospettiva, diversi gruppi hanno sottolineato l’opportunità di proseguire l’approfondimento del tema della legittima difesa alla luce delle profonde trasformazioni intervenute nella natura dei conflitti contemporanei. Questa riflessione merita di essere ulteriormente sviluppata con il necessario rigore teologico e pastorale”.
E’ stato un invito a riscoprire il bene comune e la Dottrina sociale della Chiesa: “Molti di voi hanno osservato che oggi il bene comune non è semplicemente un obiettivo da perseguire: è una realtà da riscoprire insieme. Viviamo un tempo nel quale diventa difficile perfino riconoscere ciò che è veramente bene per tutti. Per questo, radicata in Cristo, la Chiesa è chiamata a custodire luoghi di incontro, di ascolto e di dialogo nei quali possa maturare una rinnovata cultura del bene comune.
Questo domanda anche un paziente lavoro educativo, che aiuti a riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona e la responsabilità che ci lega gli uni agli altri. In questo cammino, i poveri non sono soltanto destinatari della nostra cura, ma protagonisti della speranza che Dio continua a suscitare nella storia”.
Ma il papa ha sottolineato che l’adesione a Cristo avviene attraverso la testimonianza: “Da molte delle vostre riflessioni è emersa con forza anche un’altra convinzione. Mentre ci interrogavamo sulle responsabilità della Chiesa nel mondo di oggi, avete richiamato continuamente l’importanza della testimonianza, della prossimità, della formazione delle coscienze e della costruzione di comunità fraterne e credibili.
Questa testimonianza nasce dall’incontro con Cristo, dalla sua Parola e dai Sacramenti, nei quali il Signore sostiene il suo popolo e lo rende capace di servire il mondo con la forza del Vangelo. La Chiesa è chiamata a diventare sempre più ciò che proclama. È su questo fondamento che anche le necessarie riforme delle strutture, delle istituzioni, dei processi possono portare frutto”.
Questo è il Concistoro: “Credo che, poco alla volta, stiamo riscoprendo il significato più autentico del Concistoro: il radunarsi del Collegio dei Cardinali attorno al Successore di Pietro perché, nell’ascolto reciproco e nel discernimento comune, lo Spirito Santo aiuti il papa a guidare la Chiesa. Non un parlamento, non un congresso nel quale prevalgono opinioni o interessi, ma un’esperienza di comunione al servizio della missione.
Quello che impariamo a vivere in questi giorni non riguarda soltanto il Collegio Cardinalizio. E’ uno stile che siamo chiamati a promuovere in tutta la Chiesa, perché ogni battezzato, secondo la propria vocazione e responsabilità, partecipi alla costruzione della civiltà dell’amore e al servizio del bene comune. Come vi ho già anticipato, desidero proseguire questo appuntamento annuale anche a partire dal prossimo anno. Non ho ancora fissato la data: conto di comunicarvela verso la fine di questo anno”.
Quindi il Concistoro è lo stile della Chiesa: “Questo Concistoro è stato un momento prezioso, ma non deve rimanere un appuntamento isolato. In tutta la Chiesa desideriamo promuovere spazi nei quali il Popolo di Dio possa ascoltarsi, pregare, discernere e camminare insieme. E’ questa l’anima del percorso di attuazione del Sinodo. Sarà questo anche lo spirito del prossimo incontro dedicato ad ‘Amoris laetitia’ e di molte altre iniziative che il Signore ci chiederà di vivere. Ciò che conta non è moltiplicare gli incontri, ma imparare a vivere incontri nei quali, ascoltandoci reciprocamente, impariamo insieme ad ascoltare il Signore”.
Ed infine l’indicazione alla pace: “Anzi, vorrei che lo facessimo insieme, attraverso queste parole. Diciamolo ai nostri confratelli Vescovi, alle Chiese affidate al nostro ministero e a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola. Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace. Abbiamo la responsabilità di percorrerli con coraggio e di aiutare il mondo a riconoscerli”.
(Foto: Santa Sede)
Donne per la pace nella Giornata UMOFC
In occasione della Giornata dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminili Cattoliche, che quest’anno celebra 116 anni di impegno per la pace, le associazioni italiane aderenti lanciano un messaggio corale per riaffermare il ruolo fondamentale delle donne nella costruzione di una società più giusta, inclusiva e pacifica:
“Aderiamo a questa giornata non solo simbolicamente, ma praticando la pace ogni giorno e diffondendo una cultura che la riconosca come scelta concreta, quotidiana e profondamente politica. La pace, infatti, non è semplice assenza di guerra: è un processo dinamico, partecipativo, che richiede dialogo, giustizia sociale, libertà e rispetto della dignità umana. La pace è la massima espressione di ‘bene comune’.
Nel corso della storia, molte donne (spesso in modo silenzioso e invisibile) hanno costruito percorsi di pace attraverso vite segnate da resistenza e speranza. Anche quando escluse dai ruoli ufficiali, hanno saputo incidere nei processi di riconciliazione, grazie alla solidarietà femminile e alla capacità di agire nei contesti sociali e civili. Eppure, i dati restano allarmanti. A 25 anni dalla proposta delle Nazioni Unite, la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su ‘Donne, Pace e Sicurezza’, che ha sancito il ruolo delle donne nei processi di pace introducendo le priorità di partecipazione, prevenzione, protezione e peacebuilding, la loro presenza resta marginale: nel 2025, nove processi di pace su dieci non hanno incluso alcuna negoziatrice; le donne rappresentano solo il 7% dei negoziatori e il 14% dei mediatori a livello globale.
Questa esclusione priva i processi di pace di una risorsa vitale: uno sguardo capace di generare soluzioni più inclusive, creative e durature. Non può esserci pace universale senza la piena partecipazione delle donne nei processi decisionali, nelle istituzioni e nella vita sociale. Promuovere i diritti delle donne, la loro libertà e partecipazione significa costruire le basi stesse della pace. La libertà femminile è un indicatore essenziale della qualità democratica di una società. Attribuire alle donne un ruolo specifico nella costruzione della pace non significa ridurre o semplificare, ma riconoscere competenze maturate anche attraverso esperienze di cura, mediazione, ascolto e relazione. Capacità che favoriscono una cultura dell’incontro, dell’accoglienza e della composizione dei conflitti.
La pace non nasce da un’idea astratta, ma da vite concrete, attraversate e trasformate. Non è buonismo, ma responsabilità politica: significa lavorare per la giustizia sociale, per i diritti, per la dignità di ogni persona. Come associazioni, immaginiamo i nostri spazi come luoghi in cui praticare la pace: nelle parole, nelle relazioni, nei conflitti quotidiani. Luoghi di dialogo, confronto e sorellanza, dove esserci nei territori, nei problemi, nelle fatiche. E’ lì che la pace prende forma.
Come ricorda papa Francesco, il mondo ‘ha bisogno di guardare alle madri ed alle donne per trovare la pace, per uscire dalle spirali della violenza e dell’odio»’e nella sua esortazione ‘Gaudete et exsultate’ sottolinea il valore del ‘genio femminile’ come risorsa indispensabile per il nostro tempo. Lo stesso papa Leone XIV il 30 novembre 2025 durante il suo viaggio in Libano sottolinea ‘il ruolo imprescindibile delle donne nel faticoso e paziente impegno per custodire e costruire la pace (…) le donne hanno una specifica capacità di operare la pace, perché sanno custodire e sviluppare legami profondi con la vita e con le persone. La loro partecipazione alla vita sociale e politica, così come a quella delle proprie comunità religiose, similmente all’energia che viene dai giovani, rappresenta in tutto il mondo un fattore di vero rinnovamento’.
Oggi più che mai, sentiamo urgente costruire una cultura capace di superare le logiche divisive del ‘noi’ e ‘loro’, promuovendo appartenenze comuni, ma nel contempo plurali. Solo così sarà possibile ridurre le tensioni e generare relazioni autentiche. La pace è fragile e invisibile, ma profondamente concreta: si manifesta nei corpi, nelle emozioni, nei volti distesi di chi vive relazioni riconciliate. Come donne, come associazioni, scegliamo di esserci. Perché la pace non è un’utopia lontana, ma una responsabilità presente.
Le associazioni italiane aderenti all’UMOFC: ACLI-Coordinamento Donne, Azione Cattolica Italiana, Centro Italiano Femminile, Convegni di Cultura Maria Cristina di Savoia, Associazione Donne in Vaticano, Movimento Donne UCID. Per informazioni: communication@wucwo.org www.wucwo.org




























