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Papa Leone XIV: la Chiesa si fonda sugli Apostoli
“La Chiesa cattolica trova il suo fondamento negli Apostoli, voluti da Cristo come colonne vive del suo Corpo mistico, e possiede una dimensione gerarchica che opera a servizio dell’unità, della missione e della santificazione di tutte le membra. Questo Ordine sacro è permanentemente fondato sugli Apostoli, in quanto testimoni autorevoli della risurrezione di Gesù ed inviati dal Signore stesso in missione nel mondo.
Poiché gli Apostoli sono chiamati a custodire fedelmente l’insegnamento salvifico del Maestro, essi trasmettono il loro ministero a uomini che, fino al ritorno di Cristo, continuano a santificare, guidare e istruire la Chiesa”: proseguendo la catechesi sulla Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ nell’udienza generale di oggi papa Leone XIV ha esaminato la Chiesa sotto la sua forma gerarchica”.
Quindi ha approfondito il valore della ‘successione apostolica’: “Il Concilio insegna che la struttura gerarchica non è una costruzione umana, funzionale all’organizzazione interna della Chiesa come corpo sociale, ma una divina istituzione volta a perpetuare la missione data da Cristo agli Apostoli fino alla fine dei tempi.
Il fatto che questa tematica sia affrontata nel III capitolo, dopo che nei primi due si è contemplata l’essenza vera e propria della Chiesa, non implica che la costituzione gerarchica sia un elemento successivo rispetto al popolo di Dio: come nota il Decreto ‘Ad gentes’, ‘gli Apostoli furono simultaneamente il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia’, in quanto comunità dei redenti dalla Pasqua di Cristo, stabilita come mezzo di salvezza per il mondo”.
E’ stato un invito a leggere il terzo capitolo dell’enciclica: “I Padri conciliari non vollero presentare gli elementi istituzionali della Chiesa, come potrebbe far intendere il sostantivo ‘costituzione’ se intesa in senso moderno. Il Documento si concentra invece sul ‘sacerdozio ministeriale o gerarchico’, che differisce ‘essenzialmente e non solo di grado’ dal sacerdozio comune dei fedeli, ricordando che questi sono ‘ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo’. Il Concilio tratta dunque del ministero che viene trasmesso a uomini investiti di sacra potestas per il servizio nella Chiesa: si sofferma in particolare sull’episcopato, quindi sul presbiterato e sul diaconato come gradi dell’unico sacramento dell’Ordine”.
E’ questo il valore della gerarchia con un richiamo al ‘buon pastore: “Con l’aggettivo ‘gerarchica’, pertanto, il Concilio vuole indicare l’origine sacra del ministero apostolico nell’azione di Gesù, Buon Pastore, nonché i suoi rapporti interni. I Vescovi anzitutto, e attraverso di loro i presbiteri e i diaconi, hanno ricevuto compiti (in latino munera), che li portano al servizio di ‘tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio’, affinché intendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza”.
Tale appartenenza è fondamentale per la Chiesa: “La Lumen gentium ricorda a più riprese e in modo efficace il carattere collegiale e comunionale di questa missione apostolica, ribadendo che l’ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente ‘diakonia’, cioè ministero”.
Sono rapporti, che i fedeli sono chiamate a seguire, perché la Chiesa è nata dalla ‘carità di Cristo’: “I Vescovi anzitutto, e attraverso di loro i presbiteri e i diaconi, hanno ricevuto compiti (in latino munera), che li portano al servizio di ‘tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio’, affinché tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza’.
La ‘Lumen gentium’ ricorda a più riprese e in modo efficace il carattere collegiale e comunionale di questa missione apostolica, ribadendo che l’ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente ‘diakonia’, cioè ministero”.
In precedenza il papa aveva ricevuto una delegazione del Programma per le relazioni tra cristiani e musulmani in Africa (Procmura): “A tale riguardo, il vostro costante dialogo con il Dicastero è un segnale positivo, esortando i cristiani, guidati dall’amore di Cristo, a promuovere la comunione e ad approfondire l’impegno per la collaborazione tra cristiani e musulmani per il bene comune. Attraverso questi sforzi, la pace, la giustizia e la speranza prospereranno sempre più nelle società africane e altrove.
Parimenti, confido che questi incontri diano frutto attraverso la condivisione di iniziative di base per promuovere l’amicizia sociale, il rafforzamento delle collaborazioni e il discernimento comune di quegli ambiti che richiedono un’azione urgente. In un mondo sempre più segnato dalla radicalizzazione religiosa, dalla divisione e dal conflitto, la vostra testimonianza comune mostra che è possibile vivere e lavorare insieme in pace e armonia nonostante le differenze culturali e religiose”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: l’accoglienza è un’esperienza
“Sono lieto di incontrarvi e di condividere con voi qualche riflessione sul tema che state affrontando come ‘Cattedra dell’Accoglienza’, nata dall’esperienza spirituale dell’Associazione Fraterna Domus con il sostegno fattivo di altre realtà ecclesiali e sociali. Queste vostre giornate sono animate dalla consapevolezza che la vocazione cristiana è orientata a generare comunione tra le persone, e la comunione nasce dalla capacità di accogliere gli altri, offrendo ascolto, ospitalità e assistenza”: ricevendo la ‘Cattedra dell’accoglienza’ papa Leone XIV ha invitato i partecipanti ad essere ‘educatrici ed educatori dell’accoglienza’ e a continuare a ‘promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società’.
Per questo il papa ha sottolineato il valore etimologico della parola, centrale per la relazione: “Una possibile etimologia della parola ‘accogliere’, centro di ogni vostra attività, risale al latino accipere che significa ‘ricevere’, ‘prendere con sé’. Al centro di ogni autentica accoglienza vi è, infatti, una relazione che nasce dalla grazia di un incontro”.
Quindi l’accoglienza è un’esperienza: “Facciamo esperienza di tanti tipi di incontro e quindi di accoglienza: l’incontro con le persone che ci amano, con i familiari, con i colleghi, e anche con persone estranee, a volte ostili. Quando un incontro è vero, da esperienza personale può trasformarsi e, progressivamente, diventare capace di coinvolgere gli altri dando vita a un’esperienza comunitaria”.
E’ stato un ringraziamento all’associazione per aver dedicato il tema di quest’anno ai giovani: “In un tempo attraversato da profonde trasformazioni culturali e sociali, i giovani, che sono naturalmente il futuro della società e della Chiesa, in realtà ne costituiscono già il presente vivo e generativo. Le loro domande e le loro inquietudini, infatti, invitano a rinnovare lo stile dei nostri rapporti.
Accogliere persone giovani significa, anzitutto, mettersi in ascolto delle loro voci, incrociare i loro sguardi e riconoscere che, nelle loro esistenze e nei loro linguaggi, lo Spirito continua a operare e a suggerirci percorsi rinnovati di presenza e custodia. Vorrei soffermarmi proprio su queste due parole (presenza e custodia), che concorrono a illuminare il senso cristiano dell’accoglienza”.
La presenza è importante perché segna un punto di riferimento: “Ognuno di noi, fin dal primo istante di vita, cresce in una realtà sociale. La famiglia, la parrocchia, la scuola, l’università, il lavoro rappresentano modelli di società dove si intrecciano diverse dimensioni: psicologica, giuridica, morale, pedagogica, culturale. Sono spazi di elezione identitaria il cui compito primario è delineato proprio dalla presenza. Essere presenti nella vita degli altri significa condividere tempo, esperienze, significati, offrendo punti di riferimento stabili nei quali gli altri possano riconoscersi e crescere”.
Per questo il ‘modello’ è la Famiglia di Nazaret: “Guardando alla Santa Famiglia di Nazaret (al cui modello di ispira la Fraterna Domus), ogni comunità accogliente può riscoprire la propria chiamata e imparare a orientarsi nel cammino del servizio. L’episodio evangelico di Maria e Giuseppe che smarriscono Gesù e, angosciati, lo ritrovano dopo tre giorni nel Tempio ci insegna che la presenza dell’altro non è un automatismo, ma l’esito di una ricerca costante. E’ accaduto a ciascuno di noi di smarrire qualcuno o qualcosa a cui eravamo molto legati. In quel momento ci siamo accorti di quanto quella presenza fosse preziosa”.
Ugualmente succede per la fede: “Così succede anche nella vita di fede: diamo per scontata la presenza di Gesù nella nostra esistenza, finché all’improvviso sembra che Egli non sia più dove lo abbiamo lasciato. Avvertiamo un senso di smarrimento. In realtà, non è Lui che si è perso, ma noi che ci siamo allontanati. Quando avviene questo, siamo chiamati a cercarlo con fiducia, con il coraggio di percorrere strade inesplorate, guardando il mondo con occhi nuovi, carichi di speranza. In questo modo si smetterà di cercare un Dio a propria misura per incontrarlo dove Egli abita. Cercare Gesù significa, dunque, passare dalla sicurezza delle nostre convinzioni alla responsabilità dell’incontro, imparando a vedere e ad accogliere la presenza di Dio che è sempre oltre”.
Quindi la presenza rimanda alla custodia, chiedendo di prendere ad esempio san Giuseppe: “E’ proprio quello che ha fatto san Giuseppe custodendo la famiglia affidatagli dal Signore. In lui riconosciamo che accogliere, oltre che presenza, è anche custodia. Custodire significa stare accanto all’altro con attenzione, rispettarne le scelte e prendersene cura. Questo atteggiamento appartiene anzitutto a Dio, che la Bibbia mostra come il custode del suo popolo”.
Infatti il salmo 121 ricorda il valore di custodire (‘Non si addormenterà, non prenderà sonno / il custode d’Israele. / Il Signore è il tuo custode’): “Da questa prospettiva comprendiamo che anche la famiglia umana è chiamata a preservare ciò che le è stato affidato: le relazioni, il creato, la vita delle sorelle e dei fratelli, soprattutto di coloro che soffrono e che sono più fragili. Così Giuseppe ci dimostra che presenza e custodia sono dimensioni inseparabili: non si custodisce senza esserci, e non si è presenti senza assumersi la responsabilità dell’altro”.
Queste sono le due ‘lampade’ che conducono verso la santità: “Queste due parole possono rappresentare due lampade nel vostro percorso verso un’accoglienza capace di aprire sentieri di santità, in una prospettiva mai autoreferenziale, sempre relazionale e fraterna, così come ci ricorda l’enciclica ‘Fratelli tutti’, là dove afferma: ‘Solo una cultura sociale e politica che comprenda l’accoglienza gratuita potrà avere futuro’ per le nuove generazioni”.
Concludendo l’incontro il papa ha ringraziato ed incoraggiato l’associazione per l’impegno nell’accoglienza: “Carissimi, vi ringrazio per il vostro impegno silenzioso e discreto. Vi incoraggio a essere educatrici ed educatori dell’accoglienza. Coltivate il carisma dell’accoglienza nell’ascolto dello Spirito Santo, il cui frutto, ci dice san Paolo, ‘è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé’. Così potrete continuare a generare insieme ambienti capaci di promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV alla Cop30: con la custodia del creato si coltiva la pace
“Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. C’è un chiaro legame tra la costruzione di pace e la gestione del creato: ‘La ricerca della pace da parte di tutti gli uomini di buona volontà sarà senz’altro facilitata dal comune riconoscimento del rapporto inscindibile che esiste tra Dio, gli esseri umani e l’intero creato’.
Se da un lato, in questi tempi difficili, l’attenzione e la preoccupazione della comunità internazionale sembrano concentrarsi principalmente su conflitti tra nazioni, dall’altro c’è pure una crescente consapevolezza che la pace è minacciata anche dalla mancanza del dovuto rispetto per il creato, dal saccheggio delle risorse naturali e dal progressivo peggioramento della qualità della vita a causa del cambiamento climatico”: è questo l’inizio del testo del messaggio di papa Leone XIV, pronunciato dal Segretario di Stato, card. Pietro Parolin, in occasione della 30^ Sessione della Conferenza degli Stati Parte alla Convenzione Quadro Delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP30), che si apre oggi a Belém, in Brasile, citando il messaggio per la pace scritto nel 2010 da papa Benedetto XVI.
Nel messaggio si sottolinea il pericolo per il creato a causa delle guerre: “Data la loro natura globale, queste sfide mettono in pericolo la vita di tutti su questo pianeta e, pertanto, esigono cooperazione internazionale e un multilateralismo coeso e capace di guardare avanti che ponga al centro la sacralità della vita, la dignità di ogni essere umano donata da Dio e il bene comune. Purtroppo, osserviamo approcci politici e comportamenti umani che vanno nella direzione opposta, caratterizzati da egoismo collettivo, non considerazione dell’altro e miopia”.
Evidenziando che ‘in un mondo che brucia, sia per il surriscaldamento terrestre sia per i conflitti armati’ il papa ha sottolineato che “questa Conferenza deve diventare un segno di speranza, attraverso il rispetto mostrato alle idee altrui nel tentativo collettivo di cercare un linguaggio comune e un consenso mettendo da parte interessi egoistici, tenendo presente la responsabilità gli uni per gli altri e per le generazioni future”.
Infatti papa san Giovanni Paolo II negli anni ’90 aveva già sottolineato la crisi ecologica è ‘un problema morale’: “Tragicamente, coloro che si trovano nelle situazioni di maggiore vulnerabilità sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione e dell’inquinamento. Prendersi cura del creato, pertanto, diventa un’espressione di umanità e solidarietà. Da questo punto di vista, è essenziale tradurre le parole e le riflessioni in scelte e azioni basate sulla responsabilità, la giustizia e l’equità al fine di raggiungere una pace duratura prendendoci cura del creato e del nostro prossimo”.
Inoltre nella lettera papa Leone XIV ha esortato gli Stati al rispetto dell’Accordo di Parigi: “Un decennio fa, la comunità internazionale ha adottato l’Accordo di Parigi, riconoscendo il bisogno di una risposta efficace e progressiva all’urgente minaccia del cambiamento climatico4. Purtroppo dobbiamo ammettere che il cammino verso il raggiungimento degli obiettivi fissati in quell’Accordo rimane lungo e complesso. Su questo sfondo, si esortano gli Stati Parte ad accelerare con coraggio l’attuazione dell’Accordo di Parigi e della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici”.
Ed ecco l’esortazione alla conversione ecologica sollecitata da papa Francesco: “Possano tutti i partecipanti a questa COP30, come anche coloro che ne seguono attivamente i lavori, essere ispirati ad abbracciare con coraggio questa conversione ecologica con il pensiero e con le azioni, tenendo presente il volto umano della crisi climatica.
Possa questa conversione ecologica ispirare lo sviluppo di una nuova architettura finanziaria internazionale incentrata sull’uomo che assicuri che tutti i Paesi, specialmente quelli più poveri e quelli più vulnerabili ai disastri climatici, riescano a raggiungere il loro pieno potenziale e vedere rispettata la dignità dei propri cittadini. Questa architettura deve tener conto anche del legame tra debito ecologico e debito estero”.
E’ stata una sollecitazione a sviluppare un’educazione all’ecologia integrale: “Possa essere promossa una educazione sull’ecologia integrale che spieghi perché le decisioni a livello personale, familiare, comunitario e politico plasmano il nostro futuro comune, sensibilizzando al tempo stesso sulla crisi climatica e incoraggiando mentalità e stili di vita volti a rispettare meglio il creato e a salvaguardare la dignità della persona e l’inviolabilità della vita umana. Possano tutti i partecipanti a questa COP30 impegnarsi a proteggere e a prendersi cura del creato che ci è stato affidato da Dio al fine di costruire un mondo pacifico”.
Commentando il messaggio ai media vaticani il card. Parolin ha spiegato le preoccupazioni del papa e le priorità delle Chiese locali: “Effettivamente, è un fenomeno che coinvolge sempre più persone, naturalmente in senso negativo, e coinvolge le persone più vulnerabili. Abbiamo avuto in questi mesi degli incontri con le autorità delle isole del Pacifico dove ci mettevano di fronte alla realtà tragica di una prossima scomparsa: possiamo prevedere che cosa questo possa significare per la popolazione, no? E, da quello che ho letto, oggi il numero di sfollati è più alto per quanto riguarda i cambiamenti climatici che non per i conflitti che sono in atto nel mondo. Quindi è una situazione davvero di emergenza. La Chiesa si è impegnata a livello di Santa Sede. Abbiamo ricordato il grande contributo che ha dato papa Francesco con ‘Laudato sì’ e poi con ‘Laudate Deum’. E naturalmente anche le Chiese locali ci sono allineate su questo impegno”.
Papa Leone XIV ha ricordato i nuovi martiri
“Le parole dell’apostolo Paolo, presso la cui tomba siamo riuniti, ci introducono alla commemorazione dei martiri e dei testimoni della fede del XXI secolo, nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Ai piedi della Croce di Cristo, nostra salvezza, descritta come la ‘speranza dei cristiani’ e la ‘gloria dei martiri’, saluto i Rappresentanti delle Chiese Ortodosse, delle Antiche Chiese Orientali, delle Comunioni cristiane e delle Organizzazioni ecumeniche, che ringrazio per aver accettato il mio invito a questa celebrazione. A tutti voi qui presenti rivolgo il mio abbraccio di pace!”
Con queste parole iniziali nella Basilica di san Paolo papa Leone XIV ha ricordato i nuovi martiri a 25 anni di distanza dalla celebrazione presieduta da san Giovanni Paolo II nella memoria di quanti testimoniano ‘la fede senza mai usare le armi della forza e della violenza, ma abbracciando la debole e mite forza del Vangelo’ insieme ai rappresentanti delle altre Chiese e Comunioni Cristiane, tra cui per il Patriarcato Ecumenico l’Arcivescovo Elia di Helsinki, per il Patriarcato di Mosca il Metropolita Antonij, per la Comunione Anglicana il Reverendo Anthony Ball, Direttore dell’Anglican Centre di Roma, per il Consiglio Metodista Mondiale il Reverendo Reynaldo Ferreira Leão Neto, Segretario Generale.
Nell’omelia il papa ha sottolineato il significato di ‘martyria’, ricordando la commemorazione dei testimoni della fede del XX secolo dell’Anno santo del 2000: “Siamo convinti che la martyria fino alla morte è ‘la comunione più vera che ci sia con Cristo che effonde il suo sangue e, in questo sacrificio, fa diventare vicini coloro che un tempo erano lontani’. Anche oggi possiamo affermare con Giovanni Paolo II che, laddove l’odio sembrava permeare ogni aspetto della vita, questi audaci servitori del Vangelo e martiri della fede hanno dimostrato in modo evidente che ‘l’amore è più forte della morte’.
Ricordiamo questi nostri fratelli e sorelle con lo sguardo rivolto al Crocifisso. Con la sua croce Gesù ci ha manifestato il vero volto di Dio, la sua infinita compassione per l’umanità; ha preso su di sé l’odio e la violenza del mondo, per condividere la sorte di tutti coloro che sono umiliati e oppressi”.
Per questo ha ricordato i molti martiri uccisi per la testimonianza di fede: “Tanti fratelli e sorelle, anche oggi, a causa della loro testimonianza di fede in situazioni difficili e contesti ostili, portano la stessa croce del Signore: come Lui sono perseguitati, condannati, uccisi… Sono donne e uomini, religiose e religiosi, laici e sacerdoti, che pagano con la vita la fedeltà al Vangelo, l’impegno per la giustizia, la lotta per la libertà religiosa laddove è ancora violata, la solidarietà con i più poveri”.
Ed la sottolineatura della speranza di chi è stato martirizzato per la loro fede: “Secondo i criteri del mondo essi sono stati “sconfitti”… Fratelli e sorelle, nel corso dell’Anno giubilare, celebriamo la speranza di questi coraggiosi testimoni della fede. E’ una speranza piena d’immortalità, perché il loro martirio continua a diffondere il Vangelo in un mondo segnato dall’odio, dalla violenza e dalla guerra; è una speranza piena d’immortalità, perché, pur essendo stati uccisi nel corpo, nessuno potrà spegnere la loro voce o cancellare l’amore che hanno donato; è una speranza piena d’immortalità, perché la loro testimonianza rimane come profezia della vittoria del bene sul male”.
Quindi ha ricordato alcuni nomi: “Penso alla forza evangelica di suor Dorothy Stang, impegnata per i senza terra in Amazzonia: a chi si apprestava a ucciderla chiedendole un’arma, lei mostrò la Bibbia rispondendo: ‘Ecco la mia unica arma’. Penso a p. Ragheed Ganni, prete caldeo di Mosul in Iraq, che ha rinunciato a combattere per testimoniare come si comporta un vero cristiano. Penso a fratel Francis Tofi, anglicano e membro della Melanesian Brotherhood, che ha dato la vita per la pace nelle Isole Salomone. Gli esempi sarebbero tanti, perché purtroppo, nonostante la fine delle grandi dittature del Novecento, ancora oggi non è finita la persecuzione dei cristiani, anzi, in alcune parti del mondo è aumentata”.
Questi sono motivi per non dimenticare: “Cari fratelli e sorelle, non possiamo, non vogliamo dimenticare. Vogliamo ricordare. Lo facciamo, certi che, come nei primi secoli, anche nel terzo millennio ‘il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani’. Vogliamo preservare la memoria insieme ai nostri fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunioni cristiane. Desidero quindi ribadire l’impegno della Chiesa Cattolica a custodire la memoria dei testimoni della fede di tutte le tradizioni cristiane. La Commissione per i Nuovi Martiri, presso il Dicastero per le Cause dei Santi, adempie a tale compito, collaborando con il Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.
Ha concluso l’omelia con la citazione di un bambino pakistano, che apre al coraggio della fede: “Possa il sangue di tanti testimoni avvicinare il giorno beato in cui berremo allo stesso calice di salvezza!.. Carissimi, un bambino pakistano, Abish Masih, ucciso in un attentato contro la Chiesa cattolica, aveva scritto sul proprio quaderno: ‘Rendere il mondo un posto migliore’. Il sogno di questo bambino ci sproni a testimoniare con coraggio la nostra fede, per essere insieme lievito di un’umanità pacifica e fraterna”.
A conclusione dell’omelia sono stati citati in diverse lingue alcuni martiri di questo tempo come suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata, uccisa in ‘odium fidei’ a Mogadiscio in Somalia il 17 settembre 2006 davanti all’ospedale pediatrico dove lavorava. E’ stata beatificata il 26 maggio 2018, giorno in cui ricevette il sacramento della Confermazione a Piacenza, la sua terra d’origine.
Inoltre sono stati ricordati anche i cristiani evangelici assassinati dai terroristi nella missione di Silgadji, il 29 aprile 2019, in Burkina Faso, primo attacco ai fedeli raccolti in un luogo di culto del Paese. Un pensiero anche ai ventuno copti ortodossi uccisi in Libia il 15 febbraio 2015, si trattava di 20 egiziani e un ghanese, vennero sgozzati sulla spiaggia di Sirte dove si trovavano per lavoro perché non rinnegarono la propria fede. Ad ucciderli gli uomini del sedicente Stato islamico. I loro corpi furono poi ritrovati nel 2017 in una fossa comune.
Papa Francesco li ha inseriti anche nel Martirologio Romano ‘come segno della comunione spirituale’ che unisce la Chiesa cattolica e quella copta ortodossa. Nel fare memoria della loro storia sono state accese diverse lampade, poste ai piedi della croce, perché la luce della fede non muore mai come non muore l’amore di Cristo per chi lo segue.
Al termine di questa Commemorazione papa Leone XIV ha salutato i rappresentanti delle altre Chiese e Comunioni Cristiane nella sagrestia e, successivamente, si è trattenuto con i cardinali e le altre personalità presenti nella Sala della Pinacoteca, dove il decano del Collegio Cardinalizio, il card. Giovanni Battista Re, gli ha rivolto alcune parole di augurio per il suo compleanno.
(Foto: Santa Sede)
Giornata del Mare: i marittimi siano profeti di pace
“La seconda settimana di luglio, infatti, si apre con la Domenica del Mare, dedicata a una riflessione che porta nel cuore della Chiesa il lavoro, spesso invisibile, di migliaia di marittimi, persone che trascorrono molta parte della loro vita lontano dalle proprie famiglie e comunità, offrendo però un servizio immenso all’economia e allo sviluppo dei popoli. Come espresso in modo indimenticabile nella Costituzione ‘Gaudium et Spes’ del Concilio Vaticano II, della quale quest’anno ricorre il 60° anniversario…
Per questa ragione desideriamo che tutti coloro che lavorano in mare sappiano di essere nel cuore della Chiesa: essi non sono soli nelle loro istanze di giustizia, di dignità e di gioia. Uno sviluppo umano integrale, infatti, include tutti gli esseri umani e ogni loro dimensione fisica, spirituale e comunitario. Là dove il Vangelo è proclamato e la presenza di Gesù risorto è accolta, il mondo non può rimanere così com’è”.
Così inizia il messaggio per la giornata dell’Apostolato del Mare, che è ospitata dalla diocesi di Cagliari fino a domani, perché ‘il mare è fonte di vita e rappresenta una ricchezza per le città costiere. Lo testimonia sia il settore turistico, che d’estate attrae molte famiglie e persone da ogni parte, sia il settore lavorativo’, con due appuntamenti: il primo è il convegno di sabato pomeriggio sul tema ‘CustodiAmo il mare’ con le relazioni di don Bruno Bignami, direttore nazionale dell’Apostolato del Mare, e del prof. Sandro Demuro, geologo del mare. Mentre domenica 13 luglio si svolgerà la Santa Messa presieduta da mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari, alla Basilica di Nostra Signora di Bonaria con la benedizione di pescatori e familiari al molo del porto.
Nel messaggio il prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, card. Michael Czerny, ha messo in evidenza il valore ‘liberatorio’ del giubileo: “Così, la Chiesa tutta è chiamata anche a interrogarsi su come oggi si lavora nei porti e sulle navi, con quali diritti, in quali condizioni di sicurezza, con quale assistenza materiale e spirituale. In una creazione ferita e in un mondo in cui conflitti e diseguaglianze aumentano, amare il Dio della vita impegna con la vita.
La vita, infatti, è sempre concreta: vita di qualcuno, vita spesa dentro rapporti che, se non liberano, imprigionano, e se non fanno fiorire, umiliano. Accendiamo dunque l’attenzione su ciò che sta dietro le nostre economie, su chi le fa quotidianamente funzionare, spesso non beneficiandone affatto e anzi esponendosi alla discriminazione e al pericolo”.
Per questo anche i marittimi sono ‘pellegrini di speranza’: “Che lo siano o meno consapevolmente, infatti, essi incarnano il desiderio di ogni essere umano, di qualunque popolo o fede religiosa, di vivere una vita degna, attraverso il lavoro, lo scambio, gli incontri. Essi non stanno fermi: hanno avuto la necessità e l’audacia di partire, come tanti uomini e donne di cui narra la Sacra Scrittura. Gente che viaggia, dentro il viaggio della vita”.
Ecco che la speranza indica un viaggio: “Speranza è la parola che deve sempre ricordarci la meta: noi non siamo vagabondi senza destino, ma figlie e figli la cui dignità nessuno e niente può mai cancellare. Siamo di conseguenza fratelli e sorelle. Veniamo dalla stessa casa e torniamo alla stessa casa: una Patria senza confini e senza dogane, dove non esistono privilegi che dividono ed ingiustizie che feriscono. Siccome questa consapevolezza è salda, indistruttibile, noi possiamo sperare. Già oggi la solidarietà fra di noi e fra tutti gli esseri viventi può essere più forte e più viva”.
Il messaggio è chiuso ad essere pellegrini di speranza e ‘ponti’ fra le nazioni: “…siete pellegrini di speranza ogni volta che lavorate con attenzione e amore, ogni volta che tenete vivi i legami con i vostri familiari e le vostre comunità, ogni volta che davanti alle ingiustizie sociali e ambientali vi organizzate per reagire e rispondere in modo coraggioso e costruttivo. Vi chiediamo di essere ponti anche fra Paesi nemici, profeti di pace. Il mare lega tutte le terre, le invita a guardare l’orizzonte infinito, a sentire che l’unità può prevalere sempre sul conflitto”.
Papa Leone XIV celebrerà una messa per il Creato
“Il mistero della creazione è l’inizio della storia della salvezza, che culmina in Cristo e dal mistero di Cristo riceve la luce decisiva; infatti, manifestando la propria bontà, ‘in principio, Dio creò il cielo e la terra’ poiché fin dalle origini pensava alla gloria della nuova creazione in Cristo. La Sacra Scrittura esorta gli uomini a contemplare il mistero della creazione e a rendere grazie senza fine alla Santissima Trinità per questo segno della Sua benevolenza, che, come un tesoro prezioso, va amato, custodito e contemporaneamente fatto progredire, nonché tramandato di generazione in generazione. In questo tempo appare evidente che l’opera della creazione è seriamente minacciata a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha affidato alla nostra cura”:
mercoledì 9 luglio papa Leone XIV presiederà una Messa privata a Castel Gandolfo, nel Borgo ‘Laudato sì’, e utilizzerà per la prima volta il nuovo formulario di orazioni per la Messa ‘per la custodia della Creazione’ dal card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, e da mons. Vittorio Francesco Viola, segretario del Dicastero per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti.
Nella presentazione il card. Czerny ha spiegato le novità del nuovo Messale: “Il Messale Romano contiene 49 Messe e Orazioni per diverse necessità ed occasioni: 20 riguardano la Chiesa, 17 le necessità civili, e 12 sono per varie circostanze. Tra i formulari ‘per le necessità civili’, oggi siamo lieti di introdurre una ‘Messa per la custodia della creazione’ (Missa pro custodia creationis), per rispondere alle istanze suggerite dalla ‘Laudato sì’ giunte da tutto il mondo”.
Ed ha chiarito che nella celebrazione eucaristica è sempre presente la benedizione per il creato: “Secondo le norme liturgiche, questo formulario potrà essere usato per chiedere a Dio la capacità di custodire la creazione… Quello del creato non è un tema che si va ad aggiungere, ma è sempre presente nella liturgia cattolica…
Durante ogni Messa, benediciamo Dio per il pane e il vino che abbiamo ricevuto e che offriamo: ‘frutto della terra… frutto della vite… e del lavoro dell’uomo’. In ogni domenica e solennità, iniziamo a proclamare la nostra fede: ‘Credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra’. Il dono divino della vita è, fin dall’inizio, completato o compiuto dalla vita, dalla passione, dalla morte e risurrezione di Cristo.
La ‘Missa pro custodia creationis’inizia così: ‘I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento’. Il Vangelo, poi, parla dei gigli del campo e degli uccelli del cielo o racconta di Gesù che placa il mare in tempesta”.
Quindi è un motivo in più per il rendimento di grazie: “Con questa Messa, la Chiesa offre un sostegno liturgico, spirituale e comunitario per la cura che tutti dobbiamo prestare nei confronti della natura, la nostra casa comune. Tale servizio è davvero un grande atto di fede, speranza e carità”.
Infine è un motivo di gioia; “Rinnova la nostra gratitudine, rafforza la nostra fede e ci invita a rispondere con cura e amore, in un sentimento sempre crescente di meraviglia, rispetto e responsabilità. Ci chiama ad essere fedeli amministratori di ciò che Dio ci ha affidato nelle nostre scelte quotidiane e nelle politiche pubbliche, così come nella preghiera, nel culto e nel modo con cui viviamo nel mondo”.
Anche mons. Viola ha ricordato che ‘la liturgia celebra in ogni momento dell’Anno liturgico il mistero della creazione’: ad esempio, nella Veglia pasquale, la prima lettura è il racconto della creazione; nella celebrazione dei singoli sacramenti, come il battesimo, si recita la preghiera di benedizione dell’acqua; nella Liturgia delle Ore ‘il tema della creazione è ben presente’. E nell’esperienza cristiana, la domenica è prima di tutto una festa pasquale, totalmente illuminata dalla gloria del Cristo risorto. E’la celebrazione della ‘nuova creazione’”.
Una particolare rilevanza alla creazione, ha aggiunto il segretario del segretario, è data dalle Rogazioni e dai Quattro Tempora, ovvero dalle quattro serie di tre giorni di digiuno e di astinenza, istituite dalla Chiesa e celebrate al principio delle quattro stagioni dell’anno. D’ora in poi, esse saranno ‘regolate dalle Conferenze episcopali, sia quanto al tempo che al modo di celebrarle’, affinché si adattino ‘alle diverse situazioni locali e alle necessità dei fedeli’.
Nel Decreto del Dicastero per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti si sottolinea che “i racconti della creazione nel libro della Genesi contengono, nel loro linguaggio simbolico e narrativo, profondi insegnamenti sull’esistenza umana e la sua realtà storica. Questi racconti suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato.
L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra e di coltivarla e custodirla. Come risultato, la relazione originariamente armonica tra essere umano e natura si è trasformato in un conflitto. Per questo è significativo che l’armonia che san Francesco d’Assisi viveva con tutte le creature sia stata interpretata come una guarigione di tale rottura”.
(Foto: Vatican Media)
Papa Leone XIV invita a custodire la Chiesa
“Questo nostro primo incontro non è certo il momento per fare discorsi programmatici, ma piuttosto è per me l’occasione di dirvi grazie per il servizio che svolgete, questo servizio che io, per così dire, ‘eredito’ dai miei predecessori. Grazie davvero. Sì, come sapete, io sono arrivato solo due anni fa, quando l’amato Papa Francesco mi ha nominato Prefetto del Dicastero per i Vescovi. Allora ho lasciato la Diocesi di Chiclayo, in Perù, e sono venuto a lavorare qui”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto gli officiali della Curia Romana ed i dipendenti di Santa Sede, Governatorato e Vicariato di Roma che lo hanno accolto con un lungo applauso.
Nel discorso il papa ha ricordato la sua esperienza di missione in Perù ed il servizio come prefetto del Dicastero per i Vescovi, invitando tutti a custodire ‘la memoria storica’ della Sede Apostolica, perché essa rimane: “I Papi passano, la Curia rimane. Questo vale in ogni Chiesa particolare, per le Curie vescovili. E vale anche per la Curia del Vescovo di Roma.
La Curia è l’istituzione che custodisce e trasmette la memoria storica di una Chiesa, del ministero dei suoi Vescovi. Questo è molto importante. La memoria è un elemento essenziale in un organismo vivente. Non è solo rivolta al passato, ma nutre il presente e orienta al futuro. Senza memoria il cammino si smarrisce, perde il senso del percorso”.
Ed ha spiegato il significato del lavoro nella Curia: “Lavorare nella Curia Romana significa contribuire a tenere viva la memoria della Sede Apostolica, nel senso vitale che ho appena accennato, così che il ministero del Papa possa attuarsi nel migliore dei modi. E per analogia questo si può dire anche dei servizi dello Stato della Città del Vaticano”.
Questa è la missione della Chiesa: “C’è poi un altro aspetto che desidero richiamare, complementare a quello della memoria, cioè la dimensione missionaria della Chiesa, della Curia e di ogni istituzione legata al ministero petrino. Su questo ha insistito molto papa Francesco, che, coerentemente con il progetto enunciato nell’Esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’, ha riformato la Curia Romana nella prospettiva dell’evangelizzazione, con la Costituzione apostolica ‘Praedicate Evangelium’. E questo l’ha fatto ponendosi nella scia dei predecessori, specialmente di san Paolo VI e san Giovanni Paolo II”.
Quindi la missione è insita nel cattolico: “Come penso sappiate, l’esperienza della missione fa parte della mia vita, e non solo in quanto battezzato, come per tutti noi cristiani, ma perché come religioso agostiniano sono stato missionario in Perù, e in mezzo al popolo peruviano è maturata la mia vocazione pastorale. Non potrò mai ringraziare abbastanza il Signore per questo dono!
Poi, la chiamata a servire la Chiesa qui nella Curia Romana è stata una nuova missione, che ho condiviso con voi in questi ultimi due anni. E ancora la continuo e la continuerò, finché Dio vorrà, in questo servizio che mi è stato affidato”.
Ed ha ricordato le sue parole dopo la sua elezione: “Queste parole erano indirizzate alla Chiesa di Roma. E ora le ripeto pensando alla missione di questa Chiesa verso tutte le Chiese e il mondo intero, di servire la comunione, l’unità, nella carità e nella verità. Il Signore ha dato a Pietro e ai suoi successori questo compito, e tutti voi in modi diversi collaborate per questa grande opera. Ciascuno dà il suo contributo svolgendo il proprio lavoro quotidiano con impegno e anche con fede, perché la fede e la preghiera sono come il sale per i cibi, danno sapore”.
Ed ha concluso l’incontro invitando tutti a svolgere la missione con umiltà: “Se dunque dobbiamo tutti cooperare alla grande causa dell’unità e dell’amore, cerchiamo di farlo prima di tutto con il nostro comportamento nelle situazioni di ogni giorno, a partire anche dall’ambiente lavorativo. Ognuno può essere costruttore di unità con gli atteggiamenti verso i colleghi, superando le inevitabili incomprensioni con pazienza, con umiltà, mettendosi nei panni degli altri, evitando i pregiudizi, e anche con una buona dose di umorismo, come ci ha insegnato papa Francesco”.
(Foto: Santa Sede)
Colletta per la Terra Santa: p. Brena invita a partecipare
“Mentre vi scrivo, il nostro cuore è sollevato dalla tregua in atto. Sappiamo che è fragile e che, per natura sua, non basterà da sola a risolvere i problemi e ad estinguere l’odio in quell’area. Ma almeno gli occhi non vedono ulteriori esplosioni e non perpetuano l’angoscia dell’irreparabile.
Abbiamo visto pianti, disperazione, distruzione ovunque. Ora la nostra speranza è che il trionfo della morte inferta non sia la sua eterna vittoria. E ci torna la speranza di vedere il Risorto, Gesù Cristo nostro Signore, che proprio in quella terra mostrò, vivo, le piaghe della sua passione”.
Prendendo spunto dalla lettera per l’appello per la Colletta dei Cristiani in Terra Santa, che si svolge nelle chiese di tutto il mondo nella giornata del Venerdì Santo, del prefetto del dicastero per le Chiese orientali, card. Claudio Gugerotti, abbiamo chiesto al presidente della Conferenza dei Commissari di Terra Santa di lingua italiana, p. Matteo Brena, di illustrarci la situazione in Terra Santa: “La situazione è molto critica. Con la ripresa dei bombardamenti su Gaza è ritornato un clima di forte sfiducia verso il futuro e la tensione sociale sia in Israele che in Palestina si è riaccesa”.
Nello scorso ottobre papa Francesco scriveva una lettera ai cattolici del Medio Oriente: ‘Voi, fratelli e sorelle in Cristo che dimorate nei Luoghi di cui più parlano le Scritture, siete un piccolo gregge inerme, assetato di pace. Grazie per quello che siete, grazie perché volete rimanere nelle vostre terre, grazie perché sapete pregare e amare nonostante tutto. Siete un seme amato da Dio’. Cosa significa custodire quei luoghi santi?
“Custodire significa tenere viva la memoria e far sì che il messaggio e la grazia di quei luoghi rimanga viva e accessibile a tutti coloro che si fanno pellegrini. I frati francescani sono impegnati da secoli in questa missione di custodia dei Luoghi Santi, come le basiliche del Santo Sepolcro e della Natività. Oltre a rappresentare un patrimonio inestimabile per il mondo cristiano questi luoghi aiutano tutti noi a ‘leggere e reggere’ in questo tempo così difficile”.
Ma a cosa serve la Colletta dei Cristiani in Terra Santa?
“E’ la principale risorsa per sostenere le attività e la vita che si svolgono attorno ai Luoghi Santi. Le offerte raccolte dalle comunità parrocchiali e dai vescovi sono trasferite, attraverso i Commissari di Terra Santa, alla Custodia di Terra Santa. Questi fondi sono utilizzati per preservare i siti sacri e per sostenere le comunità cristiane locali, spesso definite le ‘pietre vive’ di questa regione. In Palestina ed Israele operano in un contesto segnato dal conflitto e da tensioni quotidiane. Il loro messaggio si concentra sulla promozione della pace e della speranza, invitando i parrocchiani ad essere portatori di serenità e a non lasciarsi sopraffare dalle difficoltà. Uno degli interventi principali riguarda l’istruzione.
La Custodia lavora per preservare l’identità cristiana attraverso diverse iniziative per evitare la dispersione delle comunità locali e garantire la loro continuità. In Giordania, oltre al lavoro educativo, i frati si dedicano alla comunità di migranti presente nel Paese, offrendo loro un aiuto concreto. I francescani continuano a sostenere le persone più vulnerabili, mettendo al centro la solidarietà e l’attenzione al prossimo.
In Libano, oltre al loro ruolo spirituale, che include la celebrazione dei sacramenti e l’accompagnamento delle famiglie nei matrimoni, i francescani si dedicano a numerose attività pastorali quali il catechismo e la formazione religiosa, con un’attenzione particolare ai bambini ed ai giovani, i campi estivi e le relative iniziative rivolte alla gioventù francescana, che promuovono l’istruzione e i valori cristiani.
Nella Siria devastata da anni di guerra civile, i frati distribuiscono generi alimentari e forniscono supporto medico a chi ne ha più bisogno. Ogni mese circa 300 persone ricevono le medicine essenziali per trattare malattie croniche”.
Per quale motivo è stata istituita tale Colletta?
“La Colletta per i Cristiani in Terra Santa è stata istituita con l’intento di rafforzare il legame fra i cristiani di tutto il mondo ed i Luoghi Santi ed è una delle raccolte ufficiali della Chiesa cattolica. La Colletta, che solitamente si svolge nelle liturgie del Venerdì Santo, quest’anno il 18 aprile, trova origine nell’esortazione apostolica di san Paolo VI ‘Nobis in Animo’ del marzo 1974. Quest’anno la raccolta promossa attraverso la campagna: ‘Dona speranza, semina la pace’, sarà possibile anche online attraverso la pagina: https://sostieni.collettavenerdisanto.it/”.
In quale modo la comunità cristiana di Terra Santa si prepara a vivere la Pasqua?
“Si prepara con grande fede e coraggio per mantenere viva la memoria (anche a nome nostro) e guardare al futuro con speranza. I tempi sono molto difficili, non solo per la mancanza di pellegrini, ma anche per le difficoltà che sta creando il governo per motivi di ‘sicurezza’. Accessi limitati ai luoghi santi ed i pochi permessi concessi ai cristiani palestinesi che desiderano partecipare alle liturgie nella Città Santa sono il segno di un clima di oppressione che genera altra tensione”.
Nella sua storia personale cosa la lega alla Terra Santa?
“La mia vocazione è emersa in modo chiaro frequentando il Santuario della Verna, luogo delle stimmate di san Francesco ed oggi chiamato ‘Calvario Francescano’. Quel mistero di amore e dolore che san Francesco ha accolto nella sua carne nei segni della passione non può essere compreso a pieno senza aver attraversato il ‘Quinto Vangelo’. Questo l’ho capito nel 2009 quando con miei compagni di studentato ho avuto la grazia di vivere la Settimana Santa a Gerusalemme”.
Che cosa vuol dire per lei essere ‘ponte’ tra i cristiani della Terra Santa ed i cristiani in Italia?
“Essere ponti tra la complessa e poliedrica Terra di Gesù e le comunità cristiane italiane è una grande sfida e richiede molte energie. In sintesi, per me è esperienza di evangelizzazione, relazione e comunione. Sento questo ‘essere ponte’ in piena sintonia con il carisma francescano. Incontro, ascolto e condivisione sono parole chiave di questo servizio”.
E come si declina in pratica l’essere ponte?
“Si declina attraverso le classiche attività del commissariato come le giornate pro Terra Sancta e la proposta dei pellegrinaggi che oltre alla visita ai luoghi santi includono sempre un incontro con la realtà locale o la realtà della Custodia. Chiaramente in un contesto come quello italiano è necessario trovare continuamente nuove forme di incontro con realtà anche lontane dai contesti ecclesiali. Questo sta avvenendo attraverso incontri informativi sulla realtà dei cristiani di Terra Santa presso le università e le scuole superiori, ma anche attraverso eventi artistici che mirano a divulgare e sostenere anche economicamente l’opera della Custodia di Terra Santa”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: la Chiesa è un popolo in cammino
“La gioia cristiana non è mai esclusiva, ma sempre inclusiva, è per tutti. Si compie nelle pieghe della quotidianità e nella condivisione: è una gioia dai larghi orizzonti, che accompagna uno stile accogliente. E’ dono di Dio (ricordiamolo sempre); non è una facile allegria, non nasce da comode soluzioni ai problemi, non evita la croce, ma sgorga dalla certezza che il Signore non ci lascia mai soli. Ne ho fatto esperienza anch’io nel ricovero in ospedale, e ora in questo tempo di convalescenza. La gioia cristiana è affidamento a Dio in ogni situazione della vita”.
Con questo messaggio papa Francesco ha aperto la Seconda Assemblea sinodale in programma fino a giovedì 3 aprile presso l’Aula del Sinodo, alla presenza di 1.000 partecipanti con l’obiettivo dell’approvazione delle ‘Proposizioni’ attraverso l’armonia: “Lasciatevi guidare dall’armonia creativa che è generata dallo Spirito Santo. La Chiesa non è fatta di maggioranze o minoranze, ma del santo popolo fedele di Dio che cammina nella storia illuminato dalla Parola e dallo Spirito. Andate avanti con gioia e sapienza! Vi benedico. Per favore, continuate a pregare per me”.
Nella prolusione il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha ripreso il tema della gioia piena: “Sono parole che ci riportano al senso della nostra chiamata, che il Giubileo ci dona con larghezza, ci introducono in quella casa dove il Padre getta le braccia al collo e ci bacia, liberandoci dalla dannazione del mio perché in quella casa tutto ciò che è mio è tuo! E’ gioia che ci libera dalla tentazione del pessimismo, dal fatalismo che fa sperare solo dopo che abbiamo le risposte o garanzie sufficienti, scambiando questo come realismo, finendo lamentosi e fragili”.
E’ stato un invito ad un cammino insieme: “Solo camminando, abbiamo capito cosa significa sinodale, quanto sia una dimensione costitutiva e una forma indispensabile della Chiesa, scelta di pensarsi insieme, nella vita, nel cammino per la gioia che vogliamo raggiunga tutti. Oggi ci sentiamo di nuovo a casa, qui nella casa di Colui che presiede nella carità, il servo dei servi che ci ricorda che siamo qui solo per servizio e che ci guida con il suo magistero e con i suoi gesti, per amare e custodire l’unità della Chiesa nella comunione. Lo ringraziamo per l’attenzione paterna che sempre rivolge alle Chiese in Italia e Gli assicuriamo la nostra preghiera per la Sua salute. Si uniscono a noi i tanti compagni di strada che si sentono vicini a Lui”.
Questa seconda assemblea affronta il tema della profezia: “Dopo aver dedicato spazio a raccogliere suggestioni e a mettervi ordine, ci attendono scelte importanti, di stile ecclesiale e di merito. Sarebbe un tradimento dello spirito del Cammino sinodale pensare che tutto sia finalizzato a un mero cambio di strutture esterne. Tutti noi sappiamo che sono le persone a cambiare le strutture, e non viceversa. La vicenda stessa di Gesù e dei suoi discepoli ce lo insegna.
beatitudinii,Non ci sottrarremo certo alla responsabilità di cambiare le procedure, a livello diocesano, regionale e anche nazionale, se lo riterremo necessario: ma non perdiamo l’orizzonte spirituale entro cui ci muoviamo. La passione di comunicare la gioia e la speranza del Vangelo si unisce alla coscienza di non separare più la propria salvezza da quella altrui”.
Per questo Lucia Capuzzi, membro del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, ha tracciato il cammino compiuto in un mondo in crisi: “Con loro e fra loro abbiamo camminato, fedeli al mandato del Maestro che ci vuole discepoli missionari, testimoni attuali del Risorto. Ora su ciottoli, ora sul selciato, ora su chiazze d’asfalto, le nostre gambe hanno scoperto l’armonia di muoversi al ritmo dettato dal percorso. Senza salti o forzature”.
Quindi è stato uno sguardo rivolto all’orizzonte ed al ‘particolare’: “Lo scrutare l’orizzonte non ci ha distolto dall’osservare quanto ci circondava, lasciandoci incantare e sorprendere da particolari che, a volte, avevamo smesso di vedere. Ci siamo concessi, nel tragitto, di soffermarci per guardare ed essere guardati a partire da quanti erano meno visibili perché relegati, in vari modi, ai margini del tracciato. Confinati a cauta distanza per non intralciare, con la loro presenze, la sfilata dei camminatori più promettenti, addirittura alcuni erano abbandonati inermi fuori dal selciato”.
E’ questa la Chiesa di Gesù: “Una Chiesa discepola oltre che Maestra, capace di passione e compassione, che sa ascoltare la voce dello Spirito nelle grida degli ultimi, degli indifesi, degli scartati, i preferiti di Dio, perché difendendo loro si protegge l’intera famiglia umana. Una Chiesa determinata a un’opzione preferenziale per i poveri, nello stile delle Beatitudini e nel solco del Concilio, a servizio del sogno di Dio in atto nella storia e per questo impegnata contro ogni violazione delle dignità degli esseri umani e del Creato.
Una Chiesa capace di contrastare l’iniquità, di ricucire le relazioni rotte e i fili spezzati di un mondo in frantumi. Di farsi strumento di pace mentre infuria la guerra e si moltiplicano i fronti. Di tessere alleanze buone con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, di diverse appartenenze religiose e culturali, per farsi promotrice di fraternità. Per forgiare insieme alternative di vita umane e umanizzanti mentre la disumanità avanza”.
La giornata è stata chiusa dall’intervento di mons. Erio Castellucci, presidente del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, che ha sottolineato che la profezia richiede la sinodalità: “Papa Francesco ci sta offrendo fin dall’inizio del suo ministero una singolare testimonianza di unità tra carisma profetico e ministero istituzionale, rappresentando entrambe le dimensioni nella concreta forma del servizio petrino da lui scelta e vissuta. Così dimostra una volta di più che non ha senso la contrapposizione tra ministero e carisma, tra profezia e istituzione.
Certo, nella pratica l’istituzione rischia di fatto la sclerosi se non si imbeve di profezia e questa rischia di fatto l’anarchia se si sottrae alla comunione istituzionale. Ma di principio sono due dimensioni che si richiedono vicendevolmente. Nessuno di noi, quindi, deve temere che gli altri vogliano ridurre la profezia o, al contrario, scardinare l’istituzione. La Chiesa nella sua interezza, come Popolo di Dio pellegrino nella storia, incarna entrambe le dimensioni”.
Ed ha concluso l’intervento con il motto del Giubileo: “Papa Francesco ha scelto questo motto per l’attuale Giubileo, ‘pellegrini di speranza’, in una fase di riscoperta della sinodalità ecclesiale. Non ha scelto, ad esempio, ‘fari di speranza’, come se noi, già arrivati alla meta, fossimo semplicemente chiamati a irradiare sugli altri le ragioni della nostra speranza. No: ci ha collocati una volta di più sul tragitto, in cammino con tutti gli altri: non però come vagabondi o fuggiaschi, come se non avessimo nulla da dire e da dare, ma appunto come ‘pellegrini’, che si affiancano a tutti, testimoniando la fatica di camminare verso la meta”.





























