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Vittorio Messori: senza resurrezione non c’è cristianesimo
Ieri è morto Vittorio Messori, giornalista e scrittore di fama internazionale, tra coloro che più hanno segnato la saggistica cattolica in questi anni. Nacque nel 1941 a Sassuolo e crebbe in un ambiente non religioso: la sua formazione iniziale fu segnata dal razionalismo. Studiò scienze politiche a Torino ed iniziò la carriera giornalistica alla Stampa di Torino. Negli anni Sessanta visse una conversione al cattolicesimo che descrisse come del tutto impensabile, quasi ‘subita’. Da quel momento, la rivelazione cristiana non divenne solo un suo riferimento intimo, privato, ma il centro di tutta la sua attività intellettuale e quindi anche pubblica.
Nel luglio del 1964 si convertì al cattolicesimo (disse di ‘essere stato convertito, da una forza imprevista e irresistibile’), iniziando, stimolata anche dalla lettura di Blaise Pascal, una ricerca delle ‘ragioni della ragione’, a conforto delle ‘ragioni del cuore’ che lo avevano spinto ad abbracciare la fede. Di questo percorso, Messori racconterà nelle prime pagine di ‘Ipotesi su Gesù’.
Decise allora di frequentare i corsi dell’Istituto di Cristologia per laici della Pro Civitate Christiana ad Assisi, dove trascorse il 1966 ed il 1967. Ad Assisi conobbe Rosanna Brichetti, che avrebbe sposato in seguito nel 1996, dopo l’annullamento, da parte della Sacra Rota, di un precedente matrimonio avvenuto nel 1972: mentre la prima istanza era stata respinta nei tre gradi di giudizio, due cause successive si erano concluse con la sentenza di nullità. Nel 1968, terminati i corsi, tornò a Torino, dove iniziò l’attività professionale presso la Società Editrice Internazionale. Impegnato prima in redazione, passò poi a dirigere l’ufficio stampa. Contemporaneamente iniziò a collaborare con vari giornali e riviste culturali e continuò le ricerche per la redazione del suo primo libro.
Nel 1970 fu assunto a ‘Stampa Sera’ come redattore della cronaca cittadina. L’attività giornalistica e le inchieste gli valsero alcune querele e un processo per avere svelato dei retroscena di uno scandalo cittadino dove erano implicati alcuni medici. Dopo oltre quattro anni di cronaca, Arrigo Levi, allora direttore sia de La Stampa che di Stampa Sera, lo chiamò a far parte del gruppo di tre giornalisti destinati a creare Tuttolibri, settimanale culturale, anche se Messori non aveva voglia di rientrare in una cerchia culturale che non stimava e non gli interessava.
Proprio in quelle settimane, Messori consegnò alla SEI il manoscritto della sua prima opera, ‘Ipotesi su Gesù’, frutto della sua inchiesta sulle origini del cristianesimo, continuata per 12 anni. L’editore pubblicò il libro dopo un anno, nell’autunno del 1976, con una tiratura inferiore a 3.000 copie che andarono esaurite in poco tempo, così come le successive ristampe.
In ‘Ipotesi su Gesù’ scriveva: “Di Gesù non si parla tra persone educate. Con il sesso, il denaro, la morte, Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile. Troppi i secoli di sacrocuorismo. Troppe le immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e gli occhi azzurri: il Signore delle signore. Troppe quelle prime comunioni presentate come ‘Gesù che viene nel tuo cuoricino’. Non a torto tra persone di gusto quel nome suona dolciastro. E’ irrimediabilmente tabù”.
Nel libro ‘Dicono che è risorto’ lo scrittore scrive: “Dice il celebre teologo svizzero [Karl Barth]: ‘Possiamo essere protestanti o cattolici, ortodossi o riformati, di destra o di sinistra. Ma, se vogliamo che la nostra fede abbia fondamento, dobbiamo aver visto e udito gli angeli presso il sepolcro spalancato e vuoto’. Cerchiamo dunque di esaminare con qualche ampiezza il perché di questa situazione…
Non è certo un caso se gli antichi predicatori del Vangelo non annunciavano affatto, per prima cosa, dei programmi socio-politici o delle edificanti saggezze o le indicazioni morali del rabbi Gesù. No: essi annunciavano, prima di ogni altra cosa, che quel Gesù di Nazareth, che era stato ‘annoverato tra i malfattori’ e come tale crocifisso, alla fine si era ‘levato dai morti’. Integrando sempre e subito questa affermazione (‘Gesù di Nazareth è risorto’) con l’altra: ‘E noi ne siamo testimoni’…
Comunque, va pur detto che questa affermazione decisiva non è soggetta ad alcuna verifica ‘scientifica’. Qui, nessuna scoperta archeologica di nessun futuro potrà mai dare la prova che il corpo di quel condannato a morte si è decomposto in qualche fossa comune; o che, al contrario, la tomba del notabile Giuseppe d’Arimatea è rimasta per sempre scoperchiata, vuota di un Occupante rialzatosi in piedi.
Qui, è necessario fidarsi di coloro che dicono di averlo visto risorto, ritornato in vita. Bisogna dare credito ad altri uomini, a un gruppo di testimoni privilegiati: la comunità cristiana; la Chiesa, in una parola. Si vede, anche in questo modo, che la fede non può nascere né vivere ‘solitaria’, ‘isolata’: per la sua fondazione stessa deve appoggiarsi ad una comunità, senza la cui testimonianza non c’è né annuncio, né certezza della risurrezione. E se non c’è risurrezione non c’è cristianesimo”.
Papa Leone XIV in Turchia richiama alla responsabilità della pace
“Grazie di cuore per la cortese accoglienza! Sono lieto di iniziare dal vostro Paese i viaggi apostolici del mio pontificato, dal momento che questa terra è legata inscindibilmente alle origini del cristianesimo e oggi richiama i figli di Abramo e l’umanità intera a una fraternità che riconosca e apprezzi le differenze”: nel primo discorso alle autorità della Turchia papa Leone XIV ha esortato a valorizzare le diversità, sottolineando il desiderio da parte dei cristiani di contribuire all’unità del Paese.
Nel discorso alle autorità il papa ha evidenziato la responsabilità a realizzare la pace: “E’ vero, il nostro mondo ha alle spalle secoli di conflitti e attorno a noi esso è ancora destabilizzato da ambizioni e decisioni che calpestano la giustizia e la pace. Tuttavia, davanti alle sfide che ci interpellano, essere un popolo dal grande passato rappresenta un dono e una responsabilità”.
Riprendendo l’immagine del ponte sullo stretto dei Dardanelli, scelta come logo del viaggio papale, il papa ha sottolineato il ‘posto’ che ha questo Paese: “Voi avete un posto importante nel presente e nel futuro del Mediterraneo e del mondo intero, anzitutto valorizzando le vostre interne diversità. Prima di collegare Asia ed Europa, Oriente e Occidente, infatti, quel ponte lega la Türkiye a sé stessa, ne compone le parti e così ne fa, per così dire, dall’interno un crocevia di sensibilità, che omologare rappresenterebbe un impoverimento. Una società, infatti, è viva se è plurale: sono i ponti fra le sue diverse anime a renderla una società civile. Oggi le comunità umane sono sempre più polarizzate e lacerate da posizioni estreme, che le frantumano”.
Tale ponte può essere un presidio contro la ‘globalizzazione dell’indifferenza’: “L’immagine del grande ponte è di aiuto anche in questo senso. Dio, rivelandosi, ha stabilito un ponte fra cielo e terra: lo ha fatto perché il nostro cuore cambiasse, diventando simile al suo. E’ un ponte sospeso, grandioso, che quasi sfida le leggi della fisica: così è l’amore, che, oltre alla dimensione intima e privata, ha anche quella visibile e pubblica”.
Per questo è importante la religione: “Giustizia e misericordia sfidano la legge della forza e osano chiedere che la compassione e la solidarietà siano considerate criteri di sviluppo. Per questo, in una società come quella turca, dove la religione ha un ruolo visibile, è fondamentale onorare la dignità e la libertà di tutti i figli di Dio: uomini e donne, connazionali e stranieri, poveri e ricchi. Tutti siamo figli di Dio e questo ha conseguenze personali, sociali e politiche. Chi ha un cuore docile al volere di Dio promuoverà sempre il bene comune e il rispetto per tutti”.
Ed ha sottolineato che lo sviluppo è una grande sfida: “Oggi questa è una grande sfida, che deve rimodellare le politiche locali e le relazioni internazionali, specialmente davanti a un’evoluzione tecnologica che potrebbe altrimenti accentuare le ingiustizie, invece di contribuire a dissolverle. Persino le intelligenze artificiali, infatti, riproducono le nostre preferenze e accelerano i processi che, a ben vedere, non sono le macchine, ma è l’umanità ad avere intrapreso. Lavoriamo dunque insieme, per modificare la traiettoria dello sviluppo e per riparare i danni già inferti all’unità della famiglia umana”.
Infatti contro il consumismo il papa ha ‘opposto’ la cultura dei legami: “A questo inganno delle economie consumistiche, in cui le solitudini diventano business, è bene rispondere con una cultura che apprezza gli affetti e i legami. Solo insieme diventiamo autenticamente noi stessi. Solo nell’amore diventa profonda la nostra interiorità e forte la nostra identità. Chi disprezza i legami fondamentali e non impara a sostenerne persino i limiti e le fragilità, più facilmente diventa intollerante e incapace di interagire con un mondo complesso”.
In tali legami è fondamentale il ruolo della donna: “Nella vita familiare infatti emergono in modo del tutto specifico il valore dell’amore coniugale e l’apporto femminile. Le donne, in particolare, anche attraverso lo studio e la partecipazione attiva alla vita professionale, culturale e politica, sempre più si mettono a servizio del Paese e della sua positiva influenza nel panorama internazionale. Dunque, sono molto da apprezzare le importanti iniziative in tal senso, a sostegno della famiglia e del contributo femminile alla piena fioritura della vita sociale”.
In conclusione ha ricordato l’importanza del dialogo: “Oggi più che mai c’è bisogno di personalità che favoriscano il dialogo e lo pratichino con ferma volontà e paziente tenacia. Dopo la stagione della costruzione delle grandi organizzazioni internazionali, seguita alle tragedie delle due guerre mondiali, stiamo attraversando una fase fortemente conflittuale a livello globale, in cui prevalgono strategie di potere economico e militare, alimentando quella che papa Francesco chiamava ‘terza guerra mondiale a pezzi’. Non bisogna cedere in alcun modo a questa deriva!”
Ed è consapevole del rischio che si sta correndo, offrendo l’aiuto della Chiesa: “Ne va del futuro dell’umanità. Perché le energie e le risorse assorbite da questa dinamica distruttiva sono sottratte alle vere sfide che la famiglia umana oggi dovrebbe affrontare invece unita, cioè la pace, la lotta contro la fame e la miseria, per la salute e l’educazione e per la salvaguardia del creato.
La Santa Sede, con la sua sola forza, che è quella spirituale e morale, desidera cooperare con tutte le Nazioni che hanno a cuore lo sviluppo integrale di ogni uomo e di tutti gli uomini e le donne. Camminiamo insieme, allora, nella verità e nell’amicizia, confidando umilmente nell’aiuto di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
Cristianesimo nella storia: quale potere?
La rivista ‘Studia patavina’ dedica un focus a un tema vivo e attuale: il nesso fra cristianesimo e potere. Un rapporto sempre nell’atto di costruirsi, in un processo non sempre del tutto lineare; condizione per una chiesa nel mondo fedele alla sua vocazione e per una realtà politica e sociale rispettosa della dignità di ogni vita.
È in uscitaun nuovo numero di Studia patavina (1/2025), la rivista della Facoltà teologica del Triveneto, che presenta un focus dal titolo Cristianesimo nella storia: quale potere? «Si tratta di un approfondimento interdisciplinare che indaga sulle forme del potere in esercizio nel, dal e sul cristianesimo» spiega Roberto Tommasi, ordinario di Filosofia alla Facoltà, che con Enrico Riparelli, docente di Teologia all’Istituto superiore di Scienze religiose di Padova, ha coordinato il lavoro. «Una questione complessa e ineludibile – prosegue – sulla quale il focus intende offrire differenti sguardi prospettici che mostrano come il cristianesimo, in quanto nel mondo, è esercizio di potere e si intreccia con i poteri operanti nel mondo, mentre in esso opera una forma singolare di potere radicata nell’incarnazione del Verbo di Dio. La storia di Gesù di Nazareth, infatti, con il concetto dell’amore (agape) destinato a tutti come dono e come vocazione, testimonia all’umanità la possibilità di un senso nuovo e una nuova linfa della potenza, della forza e del potere».
Apre il focus Enzo Pace (Università di Padova) riflettendo su come, dagli anni Ottanta del secolo scorso ad oggi, il fattore ‘religione’ costituisca il valore aggiunto per comprendere le relazioni internazionali contemporanee, dove le religioni rientrano in gioco perché le politiche d’identità nazionale hanno bisogno di una legittimazione simbolica (Il fattore religione nella geopolitica contemporanea). Si cala in un periodo storico diverso Paolo Bettiolo (Università di Padova), che studia i rapporti del cristianesimo (minoritario) con i poteri secolari nell’impero persiano tra IV e VII secolo, dove emerge la dinamica del compromesso con il potere e la cultura dominante (Tra Dio e Cesare. Il caso della chiesa siro-orientale).
La forza tipica del soft power della chiesa e, più ampiamente, del cristianesimo è messa in luce da Felix Körner (Humboldt-Universität, Berlino), per cui la teologia cristiana deve saper guardare all’insieme politico dello Stato – ai politici, al governo, ai partiti e ai loro programmi – alla luce del già e non ancora Regno di Dio (Religione come relativizzazione del potere umano. Ripensando la teologia politica in chiave critica).
Il nodo del rapporto che il cristianesimo stabilisce con il potere è al centro del contributo di Silvano Petrosino (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano), che si sofferma sulle distinzioni potenza-potere e religiosità-religione per esaminare poi il ruolo che il potere svolge all’interno del cristianesimo a partire dalla consapevolezza che quest’ultimo è, al tempo stesso, una religione e un al di là di ogni religione (Il potere nel cristianesimo: tra ambivalenze e contaminazioni).
Con l’attenzione al fenomeno sempre più pervasivo dell’incontro interculturale e interreligioso, e all’affermarsi nella nostra epoca di una vera e propria civiltà delle immagini, Enrico Riparelli affronta il rapporto fra religione e potere attraverso il prisma della correlazione fra religione e arte (Religione e arte: un potere per chi non ha potere).
L’approfondimento del nesso tra cristianesimo e potere prosegue nell’Agorà, con due riflessioni dal punto di vista delle donne. Chiara Tintori, politologa e saggista, intervistata da Assunta Steccanella (Facoltà teologica del Triveneto) affronta la relazione tra donne e potere in ambito sociale ed ecclesiale (Quale genere di potere? Donne e leadership nella società e nella Chiesa). Stefanie Knauss, docente di Teologia alla Villanova University (USA),intervistata da Stefano Didonè (Facoltà teologica del Triveneto) approfondisce i possibili intrecci fra teologia e potere sotto la prospettiva di genere (Cristianesimo e potere: una storia solo al maschile?).
Oltre al Focus, la rivista propone i seguenti articoli: Essere preti per evangelizzare: sfide e opportunità per il presente, di Rolando Covi (Facoltà teologica del Triveneto); Kierkegaard e l’arte di diventare se stessi, di Igor Tavilla (Central European Institute Søren Kierkegaard, Ljubljana); «L’immensa maggioranza del popolo di Dio» (EG 102). Solo una formula a effetto?, di Ugo Sartorio (Facoltà teologica del Triveneto); infine, «Il matrimonio come segno implica un processo dinamico»: provocazioni per la sacramentalità del matrimonio, tra racconti biblici e vita coniugale, ultimo lavoro di Andrea Albertin – scritto a quattro mani con Francesco Pesce – completato prima della sua improvvisa e prematura scomparsa nel luglio scorso.
Completa il fascicolo una ricca sezione di recensioni e segnalazioni bibliografiche.
Ilfascicolo 1/2025 può essere richiesto (al costo di € 17,00) a studiapatavina.abbonamenti@fttr.ited è in vendita su Libreriadelsanto.it
Da ‘gnostico’ a simpatizzante. Battiato era uno di noi?
E girava una cassetta senza sosta, un nastro che ruotava nel mangiacassette sovrastato da radio e lettore CD. Erano gli anni dell’ indulto e del cambio di ciclo scolastico. Gira la cassetta, sotto il naso di quella che è ancora una bambina ed ecco apparire il primo brano ritmato, di cui non può intendere il senso, ancora. Un brano allegro, ballabile che parla di uno strano animale ed è quello che colpisce: il cinghiale bianco. Da lì qualche altra scoperta di canzoni diverse e divertenti che, viste solo per le immagini, potevano essere adatte ai bambini. Ed ecco come qualcuno cercò di instradare di più una bambina al cantautorato e a gusti musicali di pregio.
Un’epoca d’oro andata, ma che resterà sempre con noi perché certi brani lo fanno. Ed infatti, a Sanremo, nel 2024, nella serata cover, è comparso uno di quei brani. Battiato non c’è più, ma viene apprezzato ancora da artisti quali Cristicchi e Montesanto. Ma perché proprio da un artista che tocca temi impegnati e uno di Christian Music, tra i tanti esseri umani? Perché Battiato spaziava dalle sperimentazioni progressive rock ed elettroniche dei primi anni Settanta alla ‘Messa Arcaica’ (che egli considerava uno dei momenti più alti della sua carriera), lungo una serie di album e canzoni che son l’incontro tra musica e spiritualità.
Battiato ( Ionia, 23 marzo 1945- Milo, 18 maggio 2021) aveva una personalità importante: geniale, ma non desideroso di essere considerato un guru, artista non canonizzabile perché fuori dagli schemi classici della musica, ma capace di dare quel pò di più, come nel triennio 1979-1981 con i suoi tre dischi d’oro: ‘L’era del cinghiale bianco’, ‘Patriots’ e ‘La voce del padrone’. Brani da ricordare, dal sacro al principe fano, dal divertente all’impegnato: Voglio vederti danzare, Centro di gravità permanente, Up Patriots to arms, Alexander Platz, Summer on a solitary beach, Gli uccelli, E ti vengo a cercare, Bandiera bianca, L’era del cinghiale bianco, La stagione dell’amore e Povera Patria ed, infine, la magnifica La cura, una canzone d’amore vero, profondo e spirituale.
Uno dei suoi grandi meriti, secondo le ACLI, fu di aver portato nel cinema e nella canzone la spiritualità rendendo popolari tematiche profonde, inserendo nelle canzoni temi filosofici e teologici. In questo, dice sempre l’articolo di ACLI, influì la sua lunga collaborazione con il filosofo Manlio Sgalambro e l’amicizia con il collega, già monaco benedettino, Juri Camisasca. Pur non dichiarandosi cattolico al 100×100 e seguendo le orme di Georges Ivanovic Gurdjieff, il quale univa sufismo, meditazione, cristianesimo e religioni orientali, Battiato realizzò, come avevamo visto, Messa arcaica, suonò davanti al papa e i inserì nelle sue canzoni numerose citazioni cristiane.
C’è un Battiato teologo ancora da valorizzare anche se, molti suoi testi a tema spirituale si potrebbero filtrati criticamente, vista la sua continua ricerca spirituale autentica, che testimonia l’universalità dello spirito al di là di ogni parzialità e credo. Proprio questa ricerca, però è importante, come il tentativo di entrare nei concetti cristiani che, dunque, gli interessavano e li valutava come degni di importanza. La sua ricerca si è fermata, ora sa tutto perché è là dove il mistero si chiarisce, ma i suoi tentativi, i pensieri, i dubbi, le strade prese e lasciate possono essere d’aiuto a chi ascolta i suoi brani cercando di trovare la via attraverso la passione condivisa per la musica.
Don Francesco Capolupo racconta di aver conosciuto Battiato e definisce la sua ricerca spirituale gnostica. I due si conobbero grazie ad un insegnante di liceo del futuro prete, il quale scriveva poesie. Il prof, credendo nei testi più dello stesso autore, presento personalmente i brani a Battiato che invitò a casa sua insegnante e ragazzo. Una delle poesie di Capolupo divenne anche il testo del brano Tutto l’universo obbedisce all’amore.
“Spesso, il soprannaturale viene confuso, nel mondo cattolico, con una specie di passaporto per l’accettazione della Fede. Per Franco non era così. Non amava le religioni confessionali, amava gli spiriti religiosi che componevano, nella sua esperienza, un misto sincretistico in cui raccoglieva esperienze mistiche del mondo islamico (sufismo), esoterico ed orientale (passando dal cristianesimo di Santa Teresa d’Avila e dei padri del deserto) con i quali faceva esperienza di uno Spirito Assoluto che regola tutte le cose”.
Il racconto del sacerdote continua con la spiegazione di ciò che l’artista non amava del cristianesimo: l’Incarnazione. Anche se, per i cristiani, l’idea di un Dio che si sia fatto uomo per la nostra salvezza è un punto fondamentale, per siciliano era qualcosa di assolutamente sconvolge. Si sentiva più rassicurato dalle idee del naturalismo e del panteismo permeati di misticismo: l’uomo doveva confluire nella piena natura, sfiorando il nulla, ‘perché la realtà è sogno e non esperienza’.
Molte persone del mondo della chiesa hanno confermato una sensibilità religiosa in Battiato, anche se il suo Dio non era Gesù di Nazaret o, almeno, la Santissima trinità. Ma senso religioso e credo non sono la stessa cosa. Il senso religioso è più vicino alla ricerca della Verità, anche ricerca ‘gnostica’, infatti, la spiritualità è la ricerca di un significato più profondo e alla connessione con qualcosa di trascendente o superiore non meglio identificato. Il tuo percorso ti può portare a credere in uno di questi o ad avvicinarti. Essere credenti indica che si è certi che una certa religione sia giusta. Si crede a quella e la si segue e così, si è sia credenti che religiosi.
Battiato era contro l’ateismo inteso come mancanza di senso religioso nelle persone, non la negazione di un Dio Creatore, fattosi uomo per la salvezza di tutti. La sua vita, anche se abbastanza lunga, non gli ha permesso di trovare la via giusta e la ricerca è rimasta l’unica cosa che lo portasse alla ‘salvezza’. Non per questo, i messaggi dei suoi brani legati ad altri punti del cristianesimo in cui egli credeva, devono essere scartati.
Ad esempio, La cura è la rappresentazione di un amore vero che ogni credente di qualsiasi religione può condividere. A noi resta l’esempio di un uomo che cercava di capire e che non intendeva alcuni punti fondamentali del cristianesimo perché non si sentiva ‘rassicurato’, ma convinto che, da qualche parte, una risposta ci fosse e che combatteva l’assenza della spiritualità nelle persone. Questa è il primo passo per tutto. Cosa possiamo imparare allora da lui? Apriamo occhi, orecchie e cuore alla Parola. Troveremo il modo di accettarla e viverla seguendo il filo delle nostre domande.
Fonti:
• https://www.aclibergamo.it/
• https://fondazionepatriziopaoletti.org
• Wikipedia
• Il Timone
No al ‘servilismo di corte’ che annacqua la proposta cristiana
Papa Leone XIV lo scorso 14 giugno, durante l’Udienza Giubilare ha affermato quanto segue: Ireneo, maestro di unità, ci insegna a non contrapporre, ma a collegare. C’è intelligenza non dove si separa, ma dove si collega. Distinguere è utile, ma dividere mai. Gesù è la vita eterna in mezzo a noi: lui raduna gli opposti e rende possibile la comunione.
Nel Magistero di Prevost sono ormai ‘centrali’ concetti come ‘comunione’, ‘collegare’, ‘vita eterna’. Che cosa vuole dire il Papa? Forse richiama il mondo ad una riscoperta della fede a partire dai suoi fondamenti: Parola di Dio, Padri della Chiesa, Liturgia al fine di coglierne il valore educativo per un mondo in ‘rapido’ cambiamento.
La liturgia di qualche giorno fa proponeva nell’antifona di acclamazione al Vangelo l’estratto del celebre Salmo: ‘Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino. (Sal 118 (119),105)’. Tale brano costituisce un vero e proprio invito a riflettere sul valore educativo della Bibbia. Lasciarsi, educare, condurre, guidare, accompagnare ed illuminare dagli insegnamenti di Dio significa predisporsi a crescere, maturare ed evolversi nella vita. Imparare alla ‘scuola’ di Dio come essere e diventare ‘umani’, apprendere l’empatia.
La capacità di ascolto apre il cuore e predispone all’accoglienza indiscriminata. I giovani e la società in genere hanno bisogno e cercano ‘credibilità’, sicurezza, chiarezza! Essere ‘partigiani’ delle nuove tendenze culturali non facilita il cammino alla verità che, per quanto lenta, sempre giunge inesorabile al cuore. Ritrovare il coraggio di annunciare Gesù è un passo indispensabile perché ognuno possa contribuire alla causa del ‘Regno dei Cieli’ nel ‘qui ed ora’ della vita presente. Riscoprire il legame con la terra significa imparare ad ‘alzare’ nuovamente lo sguardo al cielo. Contrapporre questi due elementi concorre solo ad aumentare la confusione e il disorientamento. C’è bisogno di riallineare gli ‘spazi’ e connettere la dimensione orizzontale della fede con quella verticale.
Alla scuola della Parola mediata dalla comunità ecclesiale si può apprendere il ‘giusto’ equilibrio per affrontare le sfide della società contemporanea. La verità della fede cattolica oggi, più che mai, si trova ad affrontare diverse sfide. Da una parte deve fare i conti con visioni filosofiche contemporanee come il nichilismo, l’ateismo, il materialismo e il relativismo che propongono prospettive differenti sull’esistenza, sul senso della vita e sul ruolo della spiritualità.
Dall’altra parte, all’interno della comunità dei credenti, emergono atteggiamenti volti ad offuscare o edulcorare la verità della fede per renderla più ‘alla moda’ e ‘di tendenza’. Si precisa che per nichilismo ci si riferisce alla corrente filosofica che ritiene l’esistenza umana priva di qualsiasi scopo, di un significato esistenziale e morale. L’ateismo fa riferimento alla corrente di pensiero che in maniera incisiva o lieve afferma la non credenza in Dio. Il materialismo, reduce del secolo dei Lumi e derivante dal filosofo antico Democrito e da Cartesio, sostiene la non esistenza delle realtà spirituali e riduce tutti i fenomeni esistenti alla sola materia: è vero solo ciò che vedo e che è tangibile si sensi. Il relativismo dichiara impossibile stabilire cosa sia vero e cosa no, cosa giusto e cosa sbagliato.
Il ‘servilismo di corte’ nel tentativo di essere a tutti i costi in ‘accordo’ con la maggioranza, in nome della ‘democrazia’ e della ‘tolleranza’, troppo spesso ‘sacrifica’ la verità (forse perché scomoda?!). In molti – ad esempio – diventano ‘critici in casa propria’ e sono dell’idea che non occorre annunciare la Fede, perché poi si rischia di essere fondamentalisti. Risulta inopportuno e improprio spiegare la Rivelazione di Cristo senza ricorrere ad accomodamenti, perché poi non si “dialoga” e il cristiano che non ‘dialoga’ diventa di serie b, perché non va di moda proporre gli insegnamenti del Vangelo senza per forza politicizzare la Parola stessa di Dio. Questi ‘metodi’ in voga e di tendenza, sono alla base della crisi spirituale odierna.
Queste posizioni ‘svuotano’ le Chiese e allontanano molti dalla fede allo scopo di avvicinare i ‘pochi’ che per ‘alcuni’ contano. La mancanza di chiarezza, però, non è mai una strategia efficace e non va confusa con la “gradualità”, che è un elemento intrinseco della verità stessa. E allora: Come porsi oggi nei confronti del messaggio del Vangelo? Come lasciarsi interpellare da Gesù? Quale posizione prendere nei confronti del patrimonio bimillenario della fede nell’attuale contesto socioculturale?
Sono delle domande legittime che richiedono ‘risposte’ inequivocabili. Stare “con un piede dentro e l’altro fuori” non aiuta e soprattutto non ‘migliora’ niente e nessuno. La povertà educativa del ‘pianeta giovani’ che non di rado si traduce in un ‘grido’ di violenza efferata è un campanello d’allarme e non solo!
Il rischio di un conflitto globale giorno per giorno diventa sempre più realistico; si assiste a delle vere e proprie distruzioni di massa restando fondamentalmente indifferenti e ognuno si relega nella propria ‘zona di comfort’. Il senso della vita e della morte ogni giorno bussa alla porta delle coscienze, interpella, scuote, pone interrogativi e sollecita delle risposte.
(Tratto da Informazione Cattolica)
Papa Francesco ad Ajaccio con l’invito a riscoprire la pietà popolare
“Le terre bagnate dal mar Mediterraneo sono entrate nella storia e sono state la culla di molte civiltà che hanno raggiunto un notevole sviluppo. Ricordiamo, in particolare, quella greco-romana e quella giudeo-cristiana, che attestano la rilevanza culturale, religiosa, storica di questo grande ‘lago’ in mezzo a tre continenti, di questo mare unico al mondo che è il Mediterraneo”: questa mattina papa Francesco ad Ajaccio ha partecipato alla sessione conclusiva del convegno ‘La Religiosité Populaire en Mediterranée’ sulla pietà popolare e della spiritualità nel Mediterraneo.
Quindi ha sottolineato che nel Mediterraneo sono sorte le culture che hanno dato origine al pensiero greco e latino: “Non possiamo dimenticare che nella letteratura classica, quella greca e quella latina, spesso il Mediterraneo è stato lo scenario ideale per la nascita di miti, racconti e leggende. Come pure il fatto che il pensiero filosofico e le arti, insieme con le tecniche di navigazione, permisero alle civiltà del Mare nostrum di sviluppare una cultura elevata, di aprire vie di comunicazione, di costruire infrastrutture e acquedotti e, ancor più, sistemi giuridici e istituzioni di notevole complessità, i cui principi di base sono ancora oggi validi e attuali”.
Da questi luoghi è sorta anche l’esperienza religiosa: “Tra il Mediterraneo e il vicino Oriente, ha avuto origine una esperienza religiosa del tutto particolare, legata al Dio di Israele, che si rivela all’umanità e inizia un incessante dialogo con il suo popolo, culminando nella presenza singolare di Gesù, il Figlio di Dio. È Lui che ha fatto conoscere in modo definitivo il volto del Padre, Padre suo e nostro, e che ha portato a compimento l’Alleanza tra Dio e l’umanità”.
Ed ha ribadito che è un grave errore contrapporre cultura cristiana e cultura laica: “Sono passati più di duemila anni dall’Incarnazione del Figlio di Dio e tante sono state le epoche e le culture che si sono succedute. In alcuni momenti della storia la fede cristiana ha informato la vita dei popoli e le sue stesse istituzioni politiche, mentre oggi, specialmente nei Paesi europei, la domanda su Dio sembra affievolirsi e ci si scopre sempre più indifferenti nei confronti della presenza e della sua Parola. Tuttavia, bisogna essere cauti nell’analisi di questo scenario, per non lasciarsi andare in considerazioni frettolose e giudizi ideologici che, talvolta ancora oggi, contrappongono cultura cristiana e cultura laica. Questo è uno sbaglio!”
Infatti occorre una reciproca ‘apertura’ per cercare valori fondamentali: “Al contrario, è importante riconoscere una reciproca apertura tra questi due orizzonti: i credenti si aprono con sempre maggiore serenità alla possibilità di vivere la propria fede senza imporla, viverla come lievito nella pasta del mondo e degli ambienti in cui si trovano; e i non credenti o quanti si sono allontanati dalla pratica religiosa non sono estranei alla ricerca della verità, della giustizia e della solidarietà, e spesso, pur non appartenendo ad alcuna religione, portano nel cuore una sete più grande, una domanda di senso che li conduce a interrogare il mistero della vita e a cercare valori fondamentali per il bene comune”.
Per realizzare tale connubio è importante riscoprire la pietà popolare: “La pietà popolare, esprimendo la fede con gesti semplici e linguaggi simbolici radicati nella cultura del popolo, rivela la presenza di Dio nella carne viva della storia, irrobustisce la relazione con la Chiesa e spesso diventa occasione di incontro, di scambio culturale e di festa (è curioso: una pietà che non sia festosa non ha ‘un buon odore’, non è una pietà che viene dal popolo, è troppo ‘distillata’). In questo senso, le sue pratiche danno corpo alla relazione con il Signore e ai contenuti della fede… I piccoli passi che ti portano avanti. La pietà popolare è una pietà che viene coinvolta con la cultura, ma non confusa con la cultura. E fa dei piccoli passi”.
Però ha messo in guardia a non strumentalizzare la pietà popolare: “Quando la pietà popolare riesce a comunicare la fede cristiana e i valori culturali di un popolo, unendo i cuori e amalgamando una comunità, allora ne nasce un frutto importante che ricade sull’intera società, e anche sulle relazioni tra le istituzioni politiche, sociali e civili e la Chiesa. La fede non rimane un fatto privato (dobbiamo stare attenti a questo sviluppo, direi, eretico della privatizzazione della fede; i cuori si amalgamano e vanno avanti…), un fatto che si esaurisce nel sacrario della coscienza, ma (se intende essere pienamente fedele a sé stessa) comporta un impegno e una testimonianza verso tutti, per la crescita umana, il progresso sociale e la cura del creato, nel segno della carità”.
E’ un invito a riscoprire le opere derivanti dalla pietà popolare: “Proprio per questo, dalla professione della fede cristiana e dalla vita comunitaria animata dal Vangelo e dai Sacramenti, lungo i secoli sono nate innumerevoli opere di solidarietà e istituzioni come ospedali, scuole, centri di assistenza (in Francia sono molte!), in cui i credenti si sono impegnati a favore dei bisognosi e hanno contribuito alla crescita del bene comune. La pietà popolare, le processioni e le rogazioni, le attività caritative delle confraternite, la preghiera comunitaria del santo Rosario e altre forme di devozione possono alimentare questa (mi permetto di qualificarla così) ‘cittadinanza costruttiva’ dei cristiani. La pietà popolare ti dà una cittadinanza costruttiva!”
Riprendendo il pensiero di papa Benedetto XVI il papa ha concluso il discorso, sottolineando la necessità anche di una ‘sana’ laicità: “Ne deriva la necessità che si sviluppi un concetto di laicità non statico e ingessato, ma evolutivo, dinamico, capace di adattarsi a situazioni diverse o impreviste, e di promuovere una costante collaborazione tra autorità civili ed ecclesiastiche per il bene dell’intera collettività, rimanendo ciascuno nei limiti delle proprie competenze e del proprio spazio… Così Benedetto XVI: una sana laicità, ma accanto una religiosità. Si rispettano i campi”.
(Foto: Santa Sede)
In Toscana il festival dell’economia e spiritualità riflette su ‘capitalismo come religione’
Da sabato 23 novembre a domenica 1 dicembre si svolgerà il Festival di Economia e Spiritualità in alcune città della Toscana (programma completo: https://festivaleconomiaespiritualita.it/) con la partecipazione di John Milbank, Ugo Morelli, Leonardo Becchetti, Marilisa Palumbo, David Riondino, Massimo Faggioli, Madre Noemi Scarpa, Domenico Iannacone, Massimiliano Valerii, Stefano Zamagni, Luigi De Vecchi, Davide Rondoni, Mauro Magatti, Emanuela Buccioni.
Il Festival di Economia e Spiritualità è un festival che insiste sul collegamento tra economia e spiritualità, due ambiti che per abitudine e prassi storica abbiamo divaricato, reso terre straniere. C’è invece una sacralità nella loro messa insieme, nell’unione di una propensione al bene comune. La nona edizione sarà incentrata su un tema che pensiamo decisivo: ‘Capitalismo come religione’. Un argomento nato da una intuizione del prof. Luigino Bruni:
“Il capitalismo, sul crepuscolo degli dèi tradizionali, è di fatto diventato la sola vera ‘religione’ popolare del XXI secolo. La forza culturale del capitalismo sta proprio nel suo essere una ‘esperienza’ globale, un culto, una cultura onnicomprensiva e avvolgente.
E’ nella sua dimensione di sola prassi quotidiana che il capitalismo trae la sua forza, perché crea e rafforza la sua cultura alimentandosi nel culto quotidiano di miliardi di persone. Ma da tutto ciò deriva anche una conseguenza molto interessante: per superare la religione/idolatria capitalistica oggi occorrono nuove prassi, nuove esperienze. Non basta scrivere libri e articoli, non è sufficiente costruire teorie, perché anche la nuova cultura economica (che in tanti vogliamo più umana, più inclusiva, circolare) nascerà dalla prassi e dal pane quotidiano”.
Presentando quest’edizione del festival il prof. Bruni ha sottolineato il modo in cui il capitalismo è diventato una ‘religione’:“La prima virtù del mercato capitalistico, che gli ha consentito di diventare un vero e proprio culto globale, è la sua capacità di esprimersi in pratiche quotidiane nella vita della gente. Il capitalismo, sul crepuscolo degli dèi tradizionali, è infatti diventato la sola vera ‘religione’ popolare del XXI secolo. La forza culturale del capitalismo sta proprio nel suo essere una ‘esperienza’ globale, un culto, una cultura onnicomprensiva e avvolgente, il primo populismo moderno lo ha inventato il capitalismo”.
Nella prosecuzione dell’analisi il prof. Bruni ha sottolineato che il capitalismo è un culto: “E’ nella sua dimensione di sola prassi quotidiana che il capitalismo trae la sua forza, perché crea e rafforza la sua cultura alimentandosi nel culto quotidiano di miliardi di persone. Ecco perché è diventato «il» culto universale e globale, che può solo crescere e rafforzarsi nei prossimi decenni.
Se guardiamo bene il nostro secolo ci accorgiamo che il capitalismo è un insieme di pratiche quotidiane reiterate di culti di acquisto, vendita, investimenti. Anche nelle imprese, che nel Novecento erano in genere pensate e vissute sul modello della ‘comunità’ sta crescendo la stessa cultura commerciale. Dal modello comunitario tipico del XIX e XX secolo siamo infatti passati progressivamente all’impresa-mercato, che oggi domina indisturbata la scena”.
In questo modo il capitalismo diventa culto: “Ed è in questi culti e in queste pratiche reiterate che si alimenta la cultura-religione del capitalismo. Perché, secondo Pavel Florenskij, ‘il contenuto mistico-religioso dei concetti non si rivela nel pensiero astratto ma nell’esperienza’. Infatti, la prima realtà di ogni religione, compresa quella cristiana, non sono i dogmi e nemmeno i miti, ma il culto, ovvero una realtà concreta e feriale. Mito e dogma sono astrazioni, teorie, che vengono dopo. Come il cristianesimo pre-moderno era essenzialmente una prassi nell’Europa medioevale, anche il capitalismo del nostro tempo è un insieme di pratiche.
Per questa sua natura pratico-cultuale, ad esempio, i filosofi e i teologi fanno molta fatica a comprendere il capitalismo del nostro tempo, e sbagliano spesso le loro analisi. Ma da tutto ciò deriva anche una conseguenza molto interessante: per superare la religione/idolatria capitalistica oggi occorrono nuove prassi, nuove esperienze. Non basta scrivere libri e articoli, non è sufficiente costruire teorie, perché anche la nuova cultura economica (che in tanti vogliamo più umana, più inclusiva, circolare) nascerà dalla prassi e dal pane quotidiano”.
(Foto: Festival dell’Economia e spiritualità)
A Tolentino sulle orme del beato Tommaso da Tolentino e del venerabile Matteo Ricci
Nel viaggio apostolico a Singapore papa Francesco ha ricordato ai gesuiti che san Francesco Saverio e il venerabile p. Matteo Ricci hanno affrontato situazioni difficili, confidando nella ‘potenza’ della preghiera: “E guardate anche alla vita di Francesco Saverio, di Matteo Ricci e di tanti altri gesuiti: sono stati capaci di andare avanti grazie al loro spirito di preghiera”; mentre in un’udienza generale dello scorso anno aveva ricordato l’apporto del gesuita maceratese nello stabilire l’amicizia con il popolo cinese:
“Il suo amore per il popolo cinese è un modello… Lui ha portato il cristianesimo in Cina; lui è grande sì, perché è un grande scienziato, lui è grande perché è coraggioso, lui è grande perché ha scritto tanti libri, ma soprattutto lui è grande perché è stato coerente con la sua vocazione, coerente con quella voglia di seguire Gesù Cristo”.
Partendo da tali presupposti a fine settembre a Tolentino si è svolto un incontro sul tema ‘Fra Tommaso e Padre Matteo in Asia: diplomatici del Vangelo’, organizzato dal Comitato per le celebrazioni in memoria del beato Tommaso da Tolentino, dal Santuario della Basilica di san Nicola da Tolentino e dal Sermit odv (Servizio missionario Tolentino), che sostiene i missionari in Brasile, in India ed in Burundi, con gli interventi del missionario e sinologo p. Gianni Criveller, direttore del Centro missionario del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) e direttore editoriale di Asia News, che ha incentrato il proprio intervento sull’azione missionaria del francescano beato Tommaso da Tolentino e del gesuita, venerabile p. Matteo Ricci: ‘Fra Tommaso da Tolentino e padre Matteo Ricci: due missionari marchigiani in Cina’; mentre il prof. Dario Grandoni, docente di ‘Business Startup e Corporate Finance’ all’Università Politecnica delle Marche e presidente della Fondazione internazionale ‘P. Matteo Ricci’ di Macerata, ha descritto la figura del gesuita maceratese: ‘Padre Matteo Ricci, un ponte o un modello?’, confrontandosi sul tema della serata: ‘Fra Tommaso e Padre Matteo in Asia: diplomatici del Vangelo’.
Durante il convegno p. Gianni Criveller ha descritto il ‘contatto’ tra il beato Tommaso da Tolentino e la Cina: “Il primo contatto tra Tommaso e la missione di Cina risale al giugno-luglio del 1307, quando il frate di Tolentino consegnò a papa Clemente V, un papa avignonese che si trovava in quel momento nella regione della Guascogna, le ultime due lettere del confratello missionario a Pechino Giovanni da Montecorvino: fu a seguito di esse che il papa inviò sette nuovi vescovi francescani in Oriente per consacrare Giovanni. Secondo alcuni, tra loro avrebbe potuto esserci lo stesso Tommaso, ma è una ipotesi poco credibile”.
Inoltre il relatore ha evidenziato che la storia di questi missionari francescani, uccisi in ‘odium fidei’ in India, si ricollega all’idea di missione avanzata da Gioacchino da Fiore e da san Francesco di Assisi: “Le profezie visionarie di Gioacchino, l’entusiasmo di Francesco d’Assisi che mostrava che era possibile vivere il vangelo alla lettera e senza commento, le attese suscitate dal papato di Celestino V furono le fonti del movimento degli spirituali e di altri movimenti alternativi alla chiesa istituzionale, percepita da tanti come non più corrispondente alla forma apostolica. Sul fronte missionario questa visione aveva per protagonista Dio, o meglio la Santa Trinità, autrice della missione. I credenti, i missionari partecipano in modo simbolico ad una missione pienamente realizzata dalla Trinità”.
Al termine dell’incontro abbiamo domandato a p. Gianni Criveller di spiegarci il motivo per cui la Chiesa ha guardato verso l’Asia ed in particolare verso la Cina: “In Cina ci sono tanti uomini e donne che attendono l’annuncio del Vangelo”.
Per quale motivo i francescani decisero di andare in missione in Cina?
“I francescani hanno iniziato la loro missione in Cina intorno a metà del secolo XIII su mandato dei papi ed alcuni sollecitati anche dai re di Francia, quali Guglielmo da Rubok, come missionari e come diplomatici. Poi dalla Cina hanno scritto relazioni molto importanti, che oggi sono utili per conoscere la Cina dei secoli XIII e XIV”.
E quale è stato il pensiero che ha mosso p. Matteo Ricci di recarsi in Cina?
“P. Matteo Ricci fondamentalmente è andato in Cina per evangelizzare e portare la fede; era un figlio del suo tempo, all’inizio della modernità. Era uomo di scienza e di cultura, che dava molta importanza ai libri ed alle immagini: ha trasmesso la fede in Cina attraverso questi mezzi”.
Nel viaggio apostolico in Asia papa Francesco ha esortato i cristiani a guardare a p. Matteo Ricci: è un modello per gli europei per rapportarsi con i cinesi?
“Sì, è un modello soprattutto per il suo spirito di ‘accomodamento’, che oggi chiamiamo interculturalità, cioè l’interlocutore è importante perché ha qualcosa da dire e non sono solo io che devo per forza dire qualcosa. Poi è molto importante lo stile dell’amicizia che p. Matteo Ricci ha attivato, perché è stato una novità, in quanto non tutti i missionari erano amichevoli con le popolazioni”.
L’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, riguardante la nomina dei Vescovi, quali rapporti sta introducendo?
“Direi abbastanza scarsi in quanto l’accordo avrebbe dovuto portare molto più frutti e sono stati pochi i vescovi che sono stati consacrati e moltissime diocesi cinesi sono ancora senza vescovo. Tuttavia il rinnovo, che verrà fatto, porterà ad un miglioramento della funzionalità di questo accordo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Al Meeting di Rimini il cristianesimo è incarnazione
Il Meeting, giunto alla sua 45^ edizione, offre anche quest’anno il proprio contributo di cultura, dialogo e umanità… Il tema di questa edizione esprime le radici culturali del Meeting proponendo uno sguardo aperto alle straordinarie trasformazioni che stiamo vivendo.
Si vuole ricercare l’essenziale proprio mentre i flussi globali delle informazioni diventano fiumi in piena, mentre le tecnoscienze ci mostrano soluzioni fino a ieri inimmaginabili, mentre le opportunità offerte ai singoli ripropongono la fallace lusinga dell’onnipotenza dell’uomo. Eppure, a fronte di tante nuove chances per l’umanità, tocchiamo con mano l’orrore, le atrocità e l’escalation delle guerre, le volontà di dominio, con un drammatico ritorno al passato. Sentimenti di paura, sfiducia, talvolta indifferenza, non di rado rancore e odio, si riaffacciano”.
“Proprio mentre attraversiamo tempi complessi, la ricerca di ciò che costituisce il centro del mistero della vita e della realtà è di cruciale importanza. La nostra epoca, infatti, è segnata da problematiche varie e notevoli sfide, dinanzi alle quali riscontriamo talvolta un senso di impotenza, un atteggiamento rinunciatario e passivo che possono condurre a ‘trascinare la vita’ e a lasciarsi travolgere dallo stordimento dell’effimero, fino a perdere il significato dell’esistenza. In questo scenario, perciò, è quanto mai pertinente la scelta di mettersi sulle tracce di ciò che è essenziale”.
Con la lettura dei messaggi del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, e di papa Francesco si è aperto, martedì 20 agosto, alla fiera di Rimini, il meeting dell’Amicizia tra i Popoli dal titolo ‘Se non siamo alla ricerca dell’essenziale, allora cosa cerchiamo?’, inaugurato dal dialogo con il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, introdotto da Bernhard Scholz, presidente della Fondazione stessa, che ha sottolineato il ‘punto nevralgico’ che questa edizione affronta:
“Mai nella storia della nostra umanità i cambiamenti culturali, sociali, tecnologici e politici sono stati così pervasivi, interconnessi e accelerati come in questo momento storico… Da dove può nascere la possibilità di vivere pienamente la nostra umanità in mezzo a queste condizioni piene di incognite e come è possibile costruire la pace in mezzo a guerre così atroci e perduranti?.
L’intervento del card. Pizzaballa, sviluppatosi in un colloquio con il presidente Scholz, ha toccato molti temi importanti, condividendo inizialmente il suo percorso di fede: “La vocazione francescana, come ogni vocazione cristiana, è incentrata sulla persona di Gesù Cristo”, iniziato proprio a Rimini quando era ragazzo, parlando della sfida di vivere e trasmettere questa esperienza in una realtà complessa come quella di Gerusalemme, una città segnata da divisioni e conflitti, perché “essere francescano significa incontrare Cristo e fare esperienza di Lui secondo uno stile e un modo che Francesco ha mostrato”.
Quindi il patriarca ha affrontato il tema del conflitto del 7 ottobre, descrivendo l’impatto devastante che ha avuto su entrambe le popolazioni, israeliana e palestinese: “Quello che è successo il 7 ottobre è stato uno shock incredibile per Israele… Il rifiuto reciproco dell’esistenza altrui si respira nell’aria… I negoziati in corso sono ormai l’ultimo treno. Io ho miei dubbi ma non bisogna perderlo, questo treno. Per questo ho chiesto di pregare incessantemente… Ricostruire sarà una fatica immane che dovrà impegnare tutti”
E sul dialogo interreligioso in Medio Oriente il card. Pizzaballa ha dato un giudizio molto critico. “Il dialogo è in crisi; ebrei, cristiani e mussulmani non riescono ad incontrarsi. Oggi non riusciamo a parlarci a livello istituzionale… In passato ci sono stati incontri ufficiali che hanno prodotto documenti bellissimi, come ad Abu Dhabi, ma questo non basta più.
Il dialogo interreligioso non può limitarsi alle élite; i leader religiosi devono aiutare le loro comunità a non chiudersi in sè stesse… Il vero dialogo interreligioso è l’incontro tra persone che hanno un’esperienza di fede diversa, ma che, una volta condivisa, ti aiuta a illuminare in maniera più completa quello che sei tu”.
Un altro tema affrontato dal Patriarca di Gerusalemme è stato quello della comunione cristiana in un contesto di divisioni politiche e culturali, in quanto la sua ‘diocesi’ si estende in quattro nazioni (Giordania, Israele, Palestina e Cipro) con cristiani sotto le bombe a Gaza e cristiani che fanno il servizio militare nell’esercito israeliano:
“Il cristianesimo astratto non esiste, il cristianesimo è sempre incarnato e bisogna fare i conti con le proprie appartenenze… Proprio come oggi: c’è chi non vuol vedere e si rifugia in un devozionismo sofisticato; c’è chi vede ma non vuole fare i conti con la realtà e c’è chi impugna le armi… Non abbiamo risposte, ma un indirizzo: Dio, che dà senso a tutto quello che facciamo”.
Per questo la Chiesa è presente in Terra Santa, sebbene i cristiani siano il 3% della popolazione: “Ma la prima cosa non sono i numeri; la prima cosa è esserci, stare lì e sostenere la comunità, incoraggiare. Va da sé che, poi, negli aiuti materiali sosteniamo tutti. A Gaza la nostra parrocchia si dà da fare per chiunque. Non abbiamo soluzioni politiche, ma una parola di verità perché non cresca la spirale dell’odio fra le nazioni”.
Inoltre, affrontando il tema del perdono in situazioni di ingiustizia, il card. Pizzaballa ha ribadito che il perdono è centrale nella fede cristiana, ma esso “non si può imporre. A livello personale, giustizia e perdono sono quasi sinonimi, se illuminati dalla fede. Ma a livello comunitario le dinamiche sono diverse, perché entrano in gioco fattori come dignità ed uguaglianza; perdonare senza che ci siano dignità ed uguaglianza vuol dire giustificare un male che si sta compiendo. In questo caso il perdono ha dinamiche completamente diverse che richiedono tempo e parole di verità che riconoscano il male e l’ingiustizia commessi. Come pastore ricordo a tutti che la giustizia senza perdono diventa vendetta”.
E, parlando della necessità di una purificazione della memoria, intesa come la consapevolezza del male che facciamo, ha ribadito l’importanza di non restare chiusi nelle proprie narrazioni esclusive, ma di aprirsi a una comprensione più ampia e inclusiva della storia e delle relazioni, con una chiara condanna dell’antisemitismo: “L’antisemitismo è una sorta di cartina di tornasole per capire quali sono i modelli su cui si regge la società… Noi religiosi dobbiamo creare una cultura di relazioni, di accoglienza. La civiltà si costruisce ‘con’ e non contro”.
La prima giornata alla fiera di Rimini si è chiusa con un suggestivo incontro sul Cantico delle Creature di san Francesco tra il poeta Davide Rondoni, presidente del Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, e p. Guidalberto Bormolini, tanatologo e membro fondatore del Gruppo Nazionale ‘Sala del Silenzio’, autori del libro ‘Vivere il Cantico delle creature. La spiritualità cosmica e cristiana di san Francesco’, in cui è stata approfondita la concretezza della vita spirituale, in quanto per il santo assisate l’umanità è ‘giuntura’ tra il divino e la natura, perché il corpo è il tempio dello Spirito, in quanto la croce portata da Gesù salva, perché indica la direzione; quindi non è possibile ‘dividere’ la carne dallo Spirito.
(Tratto da Aci Stampa)
La vita come comunione secondo don Luigi Giussani
“La speranza cristiana è un giudizio storico che trae da un avvenimento storico il suo criterio (avvenimento storico immediato nella propria vita, da riconoscere, e mediato nel passato preciso di duemila anni fa) e che nel tempo della storia trova la sua conferma, e nella completezza della fine della storia troverà la sua evidenza senza nube. E’ questo il valore della speranza cristiana, è questa la verità, la misura della verità, nella nostra vita, di ‘Cristo nostra speranza’.
E’ in quella misura che noi possiamo inserirci nella storia come fattori trasformanti, incidenti, determinanti il volto del mondo, il moto degli uomini. E, a differenza di qualunque altro intervento, di qualunque altra incidenza, tanto più potente risulterà questo nostro influsso sulla società e sul mondo, quanto più in noi la prestazione avverrà nella pace, perché non è sulle nostre forze di immaginazione, di pensiero, di dedizione, di sacrificio, di intelligenza e d’azione, che tutte le nostre azioni poggiano o poggeranno, ma è su un Altro, su un forte Amico che, dal profondo della storia di duemila anni fa, irresistibilmente viene, emerge dentro la nostra esistenza”.
Questa riflessione è tratta dal nuovo volume di mons. Luigi Giussani, ‘Una rivoluzione di sé. La vita come comunione (1968-1970)’, nella cui prefazione il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, prof. Davide Prosperi, docente di biochimica all’università Bicocca di Milano, ha scritto: “Ma la forza dirompente della proposta giussaniana si rivela intatta nella situazione presente, di fronte ai suoi limiti e al- le sue urgenze, ai disagi e alle solitudini che la feriscono, con nuove e forse più insidiose forme di individualismo, determinate dall’azione pervasiva delle tecnologie e dalle profonde lacerazioni del tessuto sociale, con la conseguente mancanza di luoghi generativi dell’umano. Solo un cristianesimo fedele alla sua natura può infatti costituire un concreto punto di riscatto e di speranza per una umanità così affaticata, alla ricerca travagliata e oscillante di una via”.
Partendo da queste affermazioni gli chiediamo di raccontarci il carisma di don Luigi Giussani: “Don Giussani è stato un uomo di grande carisma, capace di toccare il cuore di migliaia di giovani. ‘Aveva intuito, non solo con la mente ma con il cuore, che Cristo è il centro unificatore di tutta la realtà, è la risposta a tutti gli interrogativi umani, è la realizzazione di ogni desiderio di felicità, di bene, di amore, di eternità presente nel cuore umano.
Lo stupore e il fascino di questo primo incontro con Cristo non lo hanno più abbandonato’, ha ricordato papa Francesco durante l’udienza concessa a Comunione e Liberazione in piazza san Pietro il 15 ottobre 2022 nel centenario della nascita di don Giussani. Per lui il cristianesimo era un incontro, qualcosa di sperimentabile qui e ora in ogni ambito dell’esistenza.
L’essenza del nostro carisma si esprime ancora oggi nelle dimensioni fondamentali della cultura, della carità e della missione. E la visione integrale del carisma (la scoperta dell’intero carisma) è la meta costante del nostro cammino come movimento: per questo seguiamo con fiducia e stima la strada che costantemente la Chiesa ci indica”.
Per quale motivo aveva a cuore i giovani?
“Don Giussani cominciò la sua attività di ‘educatore al cristianesimo’ nel 1954, entrando come insegnante di religione in un liceo statale, il Berchet di Milano ‘con il cuore tutto gonfio dal pensiero che Cristo è tutto per la vita dell’uomo’, come scrive in ‘Un avvenimento di vita, cioè una storia’. Stupì da subito gli studenti con la sua decisione e al tempo stesso grande umanità, e con la sua proposta rivolta innanzitutto alla ragione e alla libertà di ciascuno.
Li sfidava all’incontro con la bellezza, attraverso la musica, la poesia, la natura, e a non censurare le esigenze fondamentali che costituiscono il cuore dell’uomo. Lo stesso avverrà nei lunghi anni di insegnamento all’Università Cattolica di Milano. Anni dopo, come riportato nel volume ‘Realtà e giovinezza. La sfida’, sarà lui stesso a dire: ‘Ho quasi 64 anni ed anch’io sono passato per la vostra età e ho un po’ la presunzione di essermela portata dietro… Essere giovani vuol dire avere fiducia in uno scopo. Senza scopo uno è già vecchio. Infatti la vecchiaia è determinata da questo: che uno non ha più scopo.
Mentre chi ha quindici, vent’anni, magari inconsciamente, è tutto teso a uno scopo, ha fiducia in uno scopo. Questo rivela un’altra caratteristica dei giovani. E’ la razionalità. Essi lo sono molto più degli adulti. Un giovane vuole le ragioni. E lo scopo è la ragione per cui uno cammina. Per dire la parola grossa, che può sapere di romantico, l’ideale. Se uno non l’ha, è vecchio’”.
In quale modo don Giussani invitava a vivere il carisma nella Chiesa?
“Una delle cose che mi ha sempre colpito della sua personalità, certamente appassionata ed energica, era il suo costante richiamo alla sequela e all’obbedienza alla Chiesa, al Papa in primis, e all’autorità. Diceva sempre che la più grande virtù dell’amicizia è l’obbedienza. Tra l’altro è proprio parte dell’integralità del carisma la coscienza dell’ecclesialità: il metodo che don Giussani ha sempre indicato è seguire la strada maestra e la strada maestra è indicata oggettivamente da chi guida.
Scriveva nel volume ‘Il movimento di Comunione e Liberazione. 1954-1986’: ‘Il grande strumento del cambiamento del mondo è l’unità ecclesiale, non l’intelligenza della coscienza individuale o la scaltrezza della propria cultura o il progressismo del proprio spirito’. Per lui l’obbedienza non era remissività, ma un legame e un’amicizia dentro cui seguire chi aiuta a camminare verso il destino come amava spesso ripetere”.
Perché diede vita al movimento di Comunione e Liberazione?
“Una risposta la possiamo trovare nelle parole che don Giussani stesso scrisse a san Giovanni Paolo II nel 2004: ‘Non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta’, come è riportato da Alberto Savorana nel volume ‘Vita di don Giussani”.
Recentemente papa Francesco ha invitato a custodire l’unità oltre le ‘interpretazioni personalistiche’: Comunione e Liberazione come vive quest’unità?
“In obbedienza e cordiale sequela alla Chiesa, come è sempre stato, stiamo lavorando molto sul tema dell’unità così come indicato dal Santo Padre. Le sue parole, che abbiamo accolto con gratitudine, sono state per noi un segno incoraggiante e prezioso della sua amicizia e sono al centro di un percorso che continua nelle nostre comunità a tutti livelli. L’unità non è intesa solo al nostro interno, ma con tutta la Chiesa a partire da chi è chiamato a guidarla.
Questo ci rende liberi nelle correzioni e desiderosi di crescere: da chi ci ama non ci si difende, ma si è grati e disponibili. Io ho capito così il costante richiamo del papa ai movimenti a non essere autoreferenziali. Questo si declina anche in una corresponsabilità nella conduzione del movimento secondo il metodo, valorizzato dal papa, della guida comunionale e in uno slancio più vigoroso nella dimensione culturale e missionaria.
Del resto la questione dell’unità si gioca in tutte le dimensioni e le età della vita e per noi questo significa vivere la comunione, innanzitutto con il papa e con la Chiesa, e poi tra di noi. Perché se è vero che l’unità nasce da un dono, è altrettanto vero che un dono senza adesione, senza uno slancio di sequela autentica, è un dono sprecato”.
(Tratto da Aci Stampa)




























