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Papa Leone XIV invita a prendere esempio da Robert Schuman

Ultimo giorno della visita papale in Francia a Metz, dove è nato uno dei fondatori dell’Europa, Robert Schuman, con un incontro per ritrovare le radici dell’Europa: “Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del Venerabile Robert Schuman, cui oggi vogliamo rendere un omaggio particolare, in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, nella Mosella, regione dove lungamente ha vissuto, dove riposa e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale. E’ da questa regione, con le sue vicissitudini nel XIX e nel XX secolo, che ha tratto ispirazione per contribuire a plasmare l’Europa di oggi e di domani attraverso la sua celeberrima Dichiarazione del 9 maggio 1950. Questo testo segna allo stesso tempo il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha segnato tutta la sua vita”.

E’ stato un invito a riscoprire le sue ‘radici’ culturali e storiche: “L’Europa va intesa, quindi, come una realtà culturale e storica ancor prima d’essere una realtà geografica. Nel corso dei secoli, ha assunto nuovi confini e nuove definizioni, attraversando periodi di crescita, profonde crisi e nuove rinascite. Una costante che si può notare nel suo lungo e turbolento percorso storico risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata ed è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato, e riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro. La civiltà europea è infatti anche frutto di incontri secolari, anche se non sempre facili. Basta pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o alla proiezione del ‘Vecchio Continente’ nel ‘Nuovo Mondo’, che ha generato, talvolta dolorosamente, nuove sintesi sul continente americano”.

Da qui l’invito a riscoprire san Benedetto di Norcia: “Per capire questa lunga storia, tuttavia, non si può tacere di un altro Padre dell’Europa: san Benedetto, che il santo papa Paolo VI proclamò patrono d’Europa nel 1964, definendolo ‘messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà’. L’aiuto ai poveri, ai malati, agli anziani; l’educazione dei bambini e le università; gli ospedali e la medicina; l’architettura e l’ingegneria; lo sviluppo delle scienze; il diritto e l’organizzazione delle città e degli stessi Stati: tanti ambiti, in Europa, sono stati profondamente influenzati da san Benedetto e dai suoi monaci!

Senza questa coltivazione monastica, la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe. Qui, a Metz, grazie all’opera, tra gli altri, di san Crodegango, si respirava uno spirito benedettino di fraternità, comunione e condivisione. E’ da qui che il canto gregoriano si è diffuso nei territori carolingi, portando armonia e bellezza in tutto il continente”.

E richiamando Alcide De Gasperi il papa ha precisato che il cristianesimo ha sottolineato che il ‘trascendente’ è costitutivo dell’umano: “Anziché essere un criterio confessionale esclusivo, il riferimento al debito della cultura europea verso il cristianesimo permette di comprendere meglio quanto l’apertura al trascendente sia sempre una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte viva di civilizzazione.

A questo proposito, l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea riveste grande importanza. Incoraggia ‘un dialogo aperto, trasparente e regolare’ con le Chiese, sempre nel rispetto e senza pregiudicare ‘lo status del quale godono’ negli Stati membri. La laicità che regola la vita degli Stati non implica solo il carattere non confessionale delle istituzioni civili, ma presuppone una vera collaborazione tra le parti, così come il rispetto, da parte delle autorità statali e comunitarie, dell’autonomia delle Chiese e la promozione della loro libertà di organizzazione, di espressione e di culto”.

Ed ecco il richiamo all’integrazione ed all’accoglienza: “L’Europa contemporanea, infatti, si trova di fronte a una nuova tappa della sua lunga storia di incontri, con l’arrivo sul continente di tanti uomini e donne in fuga da teatri di guerra e persecuzione, o in cerca di una vita migliore lontano dalla povertà e dalla miseria…

Tutto questo non sarebbe però ancora sufficiente: accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i suoi talenti, le sue capacità e sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie. Bisogna cogliere la portata storica di ciò che sta accadendo, vale a dire un incontro senza precedenti tra popoli e culture che chiama a una riscoperta creativa delle nostre radici e, allo stesso tempo, a un ascolto attento dell’altro”.

Questo principio aveva ispirato Scuman: “L’universalità dei valori fondanti dell’Europa ci assicura che questo dialogo è possibile e che potrà dare una base solida alle nostre società, permettendo di operare in modo più efficace per la pace e per un mondo riconciliato.

E’ proprio questa lucidità che ha ispirato uomini come Schuman a superare l’opposizione tra le identità culturali e a dare vita alle istituzioni europee, al termine della terribile tragedia della Seconda Guerra Mondiale, che ha mostrato quanto grande sia il male compiuto dall’uomo quando pensa di non incontrare ostacoli nell’esercizio del suo potere”.

Ecco l’invito del papa per adoperarsi per la pace: “Certamente la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un ingenuo irenismo… Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo ‘sforzi creativi’ per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di ‘arginare l’emorragia della guerra’ e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire. L’Europa secondo Schuman è un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi…

L’Europa secondo Schuman si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto secondo cui pacta sunt servanda. Questo principio è gelosamente conservato dalla legislazione particolare di questa regione, che copre anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, ancora in vigore”.

Quindi ha concluso il discorso con un invito ai giovani: “Non bisogna mai perdere fiducia nella nostra capacità di progredire, anche se i passi compiuti sono a volte piccoli e quasi impercettibili. La pretesa moderna di ‘avere tutto, subito’ non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza. E’ con piccoli passi che si può dare vita a questa solidarietà concreta, che implica che nessuno si senta abbandonato o dimenticato…

Ai giovani dico: abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace, nel vostro cuore, nelle vostre relazioni, nella vostra famiglia, nelle scuole e nelle università, nella vita delle vostre città, dei vostri paesi e di tutta l’Europa. Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione. Amate la vita in ogni momento e non abbiate paura del futuro!

Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro. Non abbiate paura di lavorare instancabilmente al servizio del bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico. Siate costruttori di comunità! E con voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero. Che Dio vi sostenga in queste decisioni e che benedica e protegga tutta l’Europa!”

Ma prima il papa aveva incontrato i leader religiosi proponendo l’invito a seguire l’esempio di Robert Schuman, co-fondatore dell’Unione europea, promuovendo unità e pace. “E’ con profonda gioia, ma anche con vivo senso di responsabilità spirituale, che mi trovo oggi tra voi a Metz, città di frontiere e di passaggi, presso il Centro Congressi che porta il nome di Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. Quest’uomo di fede e di convinzioni seppe trasformare le vecchie linee di frattura in ponti di speranza per tutta l’Europa, diventando un vero ambasciatore dell’unità nella diversità. Seguendo il suo esempio, la nostra responsabilità comune di donne e uomini religiosi, è quella di testimoniare che, al di là dei confini, è sempre possibile incontrarsi, stringere amicizia e costruire la pace”.

Infatti il dialogo interreligioso non mina la propria identità, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II e di papa Francesco: “Dialogare non sminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità aprendosi alla diversità dell’altro… Secondo Paul Ricœur, è la via attraverso la quale riconosciamo l’alterità come una promessa e non come una minaccia; è un’arte dell’incontro di cui il nostro mondo ha grande bisogno, agli antipodi dell’aggressività e della violenza.

Infatti, invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione costituisce una profanazione di questo nome. Nulla di ciò che deturpa la dignità umana può rivendicare un’autentica ispirazione divina. Il discorso religioso deve esortare costantemente a disarmare i cuori e le parole. Ciò comporta la responsabilità diretta di ciascuno di noi, in quanto custodi delle nostre rispettive tradizioni”.

Per questo la ‘fecondità’ della fede si vede dalla difesa della vita: “La grandezza di una civiltà non si misura dai suoi successi materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita: esse ne affermano il valore sacro. La loro fecondità si manifesta nella presenza amorevole accanto alle persone più vulnerabili e più fragili. Servire la vita significa circondarla di cure, presenza e tenerezza, soprattutto nella prova, fino alla fine. A noi che siamo aperti alla trascendenza, spetta la missione di offrire punti di riferimento solidi, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti e valorizzi la dignità di ogni persona umana”.

(Foto: Santa Sede)

Monsignor Sigalini: il cristianesimo sulle orme di san Francesco

“Cara Parrocchia, che d’ora in avanti avrai un prete soltanto ogni morte di papa. Dalle mie parti si dice così quando è inutile sperare e perché: morto un papa ne fanno subito un altro e quindi ci sarà anche un prete nuovo; ma noi vogliamo tanto bene a papa Leone XIV, che sicuramente camperà moltissimi anni ancora. Il problema è però che da più di 10 anni stiamo vivendo una scarsità di preti mai vista in questi ultimi cent’anni e le prospettive prossime lo confermano. Unità pastorali sono due belle parole, ma fanno la fotografia che si stanno mettendo assieme molte parrocchie con un parroco solo; ha preti che lo aiutano pure, anche se molti abbiamo più di ottanta anni o lì vicino.

La cosa è ancora più triste perché l’essere cristiani interessa sempre a meno persone. Possiamo ancora suonare le campane, ma molta gente non sa più che cosa vogliono dire, i battezzati diminuiscono non solo perché nascono meno bambini e bambine, ma perché i genitori (ne basta uno) non vogliono battezzare i figli. Le parrocchie hanno anche oratori e strutture, ma non sono sempre utilizzabili”: così inizia la lettera indirizzata alle parrocchie da mons. Domenico Sigalini, presidente del Centro Orientamento Pastorale (COP), al termine della 75^ Settimana Nazionale di Aggiornamento Pastorale ‘Dopo la cristianità quale cristianesimo? Sulle orme di san Francesco, per un mondo di fraternità e di pace’.

Nella lettera alle parrocchie il presidente del COP ha evidenziato che nonostante le crisi e le ‘stanchezze’ il cristianesimo è ancora vitale: “Sarà finita la cristianità, cioè tutte le belle abitudini e attività cristiane, c’è un  aumento di ignoranza del vangelo, della chiesa, della messa, dei sacramenti, ma non è morto il cristianesimo: il dono bello del vangelo che Dio ci dona continuamente, le capillari opere di carità che tanti cristiani fanno, l’azione preziosa che fanno tanti parrocchiani per spegnere i conflitti, gente che usa cellulari per far compagnia e aiutare i malati nelle tante solitudini, ma soprattutto giovani disponibili a mettersi a disposizione con la loro creatività ad aiutare a superare contrapposizioni; si tratta di fidarsi di loro prima che ‘dimostrino’ qualcosa, di entrare in una relazione reale dove la fiducia precede le garanzie, luoghi in cui sia possibile abitare le grandi domande della loro vita: il senso, il futuro, la fede, la vita; dove il cambiamento non  riguarda solo chi cresce, ma anche chi li accompagna. Cara parrocchia abbi fiducia, ci sono laiche, laici e preti decisi che non ti molleranno”.

Allora, mons. Sigalini, quale cristianesimo ci aspetta?

“Una vita cristiana che punta all’essenziale, che mette al centro Gesù in termini espliciti e cammini percorribili, il vangelo come libro di vita e non  brani di letture slegate e fugaci, con le persone entro rapporti umani di accoglienza e di aiuto concreto sperimentabili, una passione d’amore percepibile e in continuo approfondimento, un aiuto vicendevole nelle nostre vite nei molteplici rapporti umani che si possono mettere al centro, non lasciando all’abitudine e allo scontato nessun rapporto umano, facendosi purificare pure dalle scoperte e intuizioni della cultura umana”.

Davvero la cristianità è finita?

“Se per cristianità intendiamo tutti quegli strumenti assolutamente necessari per dare un volto comprensibile, una modalità determinante alla sequela del vangelo, alla traduzione in vita concreta del cristianesimo in pensieri, azioni, parole, attitudini, opere artistiche, storie di vita, celebrazioni, sostegni alla missionarietà, comunità cristiane viventi e umanamente sperimentabili… (e potrei continuare, richiamando le nostre tradizioni, abitudini, modi di vita comunitaria che hanno permesso a noi di venire in contatto cin il vangelo e con la persona viva che è Gesù) una necessaria esperienza vivente e comunicabile di vita cristiana ci sarà sempre. Per comunicare a che ora la comunità cristiana si trova a celebrare l’Eucaristia domenicale non servirà forse un campanile con 8 campane come al mio paesello, dove sono nato, e che tanta gente non capisce più, ma uno strumento che fa sapere a tutti, che diventerà più un invito che un avviso, più una accoglienza cordiale, che una fila di sconosciuti”.

Quindi cosa può ‘insegnare’ a questa Chiesa san Francesco d’Assisi?

“Può insegnare l’essenzialità dell’essere persone innamorate di Gesù, staccate dalle mentalità assicurative come prima realtà da difendere, ottenere, comperare che ci costruiamo per avere sicurezze umane; un rapporto con la natura essenziale e determinante le nostre stesse relazioni, una fiducia nel Dio Provvidente che riusciamo a far sperimentare a chi vive con noi o che ci interpellate, ma soprattutto la centralità della persona di Gesù nella nostra vita personale e comunitaria”.

Quale Chiesa è ‘necessaria’ per comunicare il Vangelo?

“Una chiesa molto più vicina alla gente, ai poveri,  ai lavoratori, agli operai, alle case del dolore, alle persone cadute e rinnegate, agli ammalati; a chi ha il coraggio di ricominciare sempre a ridirsi e ridefinirsi con le giovani generazioni, aiutandole e facendosi aiutare a scoprire i nuovi bisogni, la nuova visione di mondo, il progresso delle scienze, le continue evoluzioni del modo di stare assieme, di sperimentare generosità”.

Però al tempo dei social quale pastorale è necessaria?

“La prima attenzione da avere e da proporre è la bellezza della nostra umanità, della consapevolezza che non ci sarà mai nessuna macchina capace di provocare la gioia del sorriso di un bambino, del bacio di una mamma dell’abbraccio di un papà che torna o parte per il lavoro. Entro questa certezza imparare ad abitare i social al servizio di una nuova umanità e non di una nuova tecnologia mossa da regole inscritte in algoritmi. Occorre pertanto formarsi ai linguaggi e alle dinamiche proprie dei social, purché la missione nel mondo fisico si estenda al mondo digitale in una coerenza di vita secondo il Vangelo che è capace di azione e narrazione opportune”.

Un tema molto importante affrontato nella settimana è stato quello della cura: per quale motivo è necessaria una ‘rivoluzione’ della cura? 

“Si parte sempre dal principio che non dobbiamo cambiare gli altri, ma cambiare noi, approfondire la vera natura della fede nella nostra vita umana e da qui associare sempre alla parola cura, la consapevolezza che il primo atteggiamento non è di curare, ma di lasciarsi curare dai bisogni, dai volti, dalle sofferenze e le gioie di chi incontriamo. Come ci ha evidenziato papa Francesco, e sulla stessa linea d’onda è papa Leone XIV, lungo le vie digitali si possono incontrare un’umanità ferita, uomini e donne in ricerca di un senso per la vita, ma anche uomini e donne ‘intrappolati’ nella ‘rete’ perché abitata male: periferie digitali, manifestazione più o meno evidenti di periferie esistenziali. Verso di esse occorre uscire anzitutto in atteggiamento di ascolto e di accompagnamento, che diviene conversione del cuore, ‘capitalismo’ della cura. Alle logiche di controllo delle grandi società tecnologiche, si può contrapporre una logica di autentica liberazione”.

(Tratto da Aci Stampa)

Da Assisi una speranza per le parrocchie

“Dalle mie parti si dice così quando è inutile sperare e perché: morto un papa ne fanno subito un altro e quindi ci sarà anche un prete nuovo; ma noi vogliamo tanto bene a papa Leone XIV, che sicuramente camperà moltissimi anni ancora. Il problema è però che da più di 10 anni stiamo vivendo una scarsità di preti mai vista in questi ultimi cent’anni e le prospettive prossime lo confermano. Unità pastorali sono due belle parole, ma fanno la fotografia che si stanno mettendo assieme molte parrocchie con un parroco solo; ha preti che lo aiutano pure, anche se molti abbiamo più di ottanta anni o lì vicino”: questo è l’inizio della lettera, che idealmente”: con la lettera alle parrocchie di mons. Domenico Sigalini si è concluso ad Assisi la 75^ Settimana nazionale di aggiornamento pastorale del Centro Orientamento Pastorale sul tema ‘Dopo la cristianità quale cristianesimo? Sulle orme di san Francesco, per un mondo di fraternità e di pace’.

Mons. Sigalini non ‘tradisce’ la realtà parrocchiale: “La cosa è ancora più triste perché l’essere cristiani interessa sempre a meno persone. Possiamo ancora suonare le campane, ma molta gente non sa più che cosa vogliono dire, i battezzati diminuiscono non solo perché nascono meno bambini e bambine, ma perché i genitori (ne basta uno) non vogliono battezzare i figli. Le parrocchie hanno anche oratori e strutture, ma non sono sempre utilizzabili. Soprattutto però cresce continuamente gente che non crede, cui non interessa niente di Dio e della chiesa, del vangelo e della vita cristiana. Un po’ di preti e di laici ci siamo trovati per tre giorni ad Assisi a caricarci di speranza”.

Però, nonostante tutto, la speranza resiste: “Sarà finita la cristianità, cioè tutte le belle abitudini e attività cristiane, c’è un  aumento di ignoranza del vangelo, della chiesa, della messa, dei sacramenti, ma non è morto il cristianesimo: il dono bello del vangelo che Dio ci dona continuamente, le capillari opere di carità che tanti cristiani fanno, l’azione preziosa che fanno tanti  parrocchiani per spegnere i conflitti, gente che usa cellulari per far compagnia e aiutare i malati nelle tante solitudini, ma soprattutto giovani disponibili a mettersi a disposizione con la loro creatività ad aiutare a superare contrapposizioni; si tratta di fidarsi di loro prima che ‘dimostrino’ qualcosa, di entrare in una relazione reale dove la fiducia precede le garanzie, luoghi in cui sia possibile abitare le grandi domande della loro vita: il senso, il futuro, la fede, la vita; dove il cambiamento non  riguarda solo chi cresce, ma anche chi li accompagna”.

Nelle conclusioni mons. Sigalini ha sottolineato che tale Settimana ha ripreso la sollecitazione di papa Leone XIV: “La Settimana si colloca nel solco degli orientamenti del cammino sinodale delle Chiese in Italia e riprende anche le indicazioni emerse nel recente magistero ecclesiale, in particolare il discorso di papa Leone XIV rivolto ai vescovi italiani ad Assisi. ‘Dopo la cristianità’ non è una formula sociologica, ma una soglia teologica: una chiamata a interrogarsi su come il Vangelo possa abitare oggi il mondo, generando una presenza cristiana più essenziale, più fraterna, più evangelica. In questo orizzonte, la figura di san Francesco d’Assisi non è evocata come icona, ma come criterio ecclesiale. Francesco non ha ‘gestito’ la crisi della cristianità del suo tempo; ha scelto il Vangelo. Ed il Vangelo, quando viene preso sul serio, genera vita: la Parola (ricorda l’Evangelii Gaudium) ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere”.

Oggi ci si trova in un ‘cambio d’epoca’: “La fine della cristianità è emersa nel cammino sinodale delle Chiese in Italia, con differenze geografiche: più al nord che al sud. La saldatura tra i principi portati avanti dalla Chiesa e quelli della società è venuta meno. Tutti gli indicatori (ricerche sociologiche) parlano di crisi della Chiesa. La pandemia, certamente, ha accelerato processi già in atto, con evidenti cali. Ma ci sono crisi più ampie, a livello planetario: crisi economiche, ambientali, demografiche, sanitarie e geopolitiche. Esistono anche crisi alimentate da strumentalizzazioni religiose, che rafforzano ‘ragioni’. Viviamo quindi in una realtà ‘inquinata’, a cui anche noi contribuiamo”.

Importante è guardare la concretezza della realtà: “Oltre alle crisi da peccato, che vanno combattute con la conversione del cuore, occorre interrogarsi: ‘Se la Chiesa italiana non fosse in crisi, sarebbe davvero la Chiesa di Gesù?’ Probabilmente no. Perché la Chiesa di Gesù è fatta da discepoli e discepole non chiusi in una bolla, ma aperti a cammini di incontro con persone ed eventi nelle pieghe della storia, mettendo testa, cuore e piedi. E’ bene ricordare l’incipit della ‘Gaudium et Spes’: la Chiesa è la gente concreta che guarda con fede a Gesù Salvatore; è un innesto vivo dei cristiani nella società”.

Occorre mettere in campo ‘soluzioni’ per ‘uscire dalla crisi migliorati’: “E’ necessario guardare ai gesti quotidiani, spesso nascosti, che hanno a che fare con la relazione più che con l’organizzazione di eventi. Gesti di solidarietà, frutti dello Spirito: gioia, pace, pazienza, dominio di sé. E’ importante osservare ciò che è buono: questo è il criterio d’incontro con i ‘santi della porta accanto’.

Occorre andare oltre le statistiche, che descrivono bene ma non ci dicono nulla dell’opera dello Spirito; questa, infatti, va oltre le finalità descrittive. Bisogna superare il lamento, spesso amplificato da ultrà cattolici sui social: sono più rumorosi che numerosi, e spesso cercano di riportare indietro le lancette del passato. La preghiera rimane la migliore risposta e il fondamento della comunione”.

Ed ecco la ‘sfida’ di san Francesco: “Francesco rappresenta una forza umile di contraddizione alla mentalità del mondo, all’agitazione inoperosa e alla stanca inquietudine. L’inquietudine è nostalgia di Dio. Francesco propone di vivere secondo la forma del Vangelo: questa sarebbe oggi la sua sfida. Vivere il Vangelo, sine glossa.

Guardando oltre le strumentalizzazioni operate nel tempo su Francesco, egli si presenta come ‘figura di frontiera’: un ponte tra medioevo e modernità, tra Chiesa e mondo, tra istituzione e l’inedito della profezia, una cerniera (‘il conciatore’) che cuce insieme. Le figure di profezia non si lasciano mai possedere; Francesco è un grande disturbatore della quiete pubblica”.

Da qui parte il rinnovamento operato dal Concilio Vaticano II: “L’apertura richiesta è in funzione del radicamento nell’essenziale. Rinnovamento e fedeltà vanno di pari passo. Per Francesco, l’essenziale è desiderare lo Spirito Santo e la santa operazione dello Spirito: l’agire è il luogo dello Spirito; si trova facendo, non solo pensando. È la prassi che modifica pensiero e azione. Oggi siamo in un tempo di esploratori (Libro dei Numeri). Il nuovo è ancora da scoprire. Per Francesco, l’essenziale è piacere al Signore e seguire le sue orme: questo è il discepolato ordinario, non straordinario. Piacere al Signore, al di là di ogni risultato. Rendere la propria vita una dimora di Dio”.

Da qui cinque ‘sfide’ a cui è chiamata la parrocchia per essere nella quotidianità: sfida di significato; sfida d’identità; sfida di autorevolezza; sfida missionaria; sfida generativa: “L’emergenza oggi è conservare l’esistente, salvare quello che è rimasto, rifugiandosi in prassi consolidate e stili tradizionali. Il Regno è già presente, è già all’opera nelle pieghe della storia umana. Va valorizzato il bene che c’è, comunità rabdomanti, ricercatrici del bene, ponendo attenzione ai luoghi ecclesiali tradizionali, integrandoli con altri luoghi simbolici (eteropici), come ‘luogo altro’ del Regno. Le strutture ecclesiali non sono mai state pensate solamente come ‘spazi’ funzionali ma come ‘luoghi’ che ispirano, che si configurano come spazio di ospitalità evangelica per ‘chiunque’. Obiettivo: mantenere la presenza di un cattolicesimo popolare: ‘per tutti’ anche se non ‘di tutti’. Mantenere l’autorevolezza dentro la cultura italiana per contrastare l’esculturazione”.

(Foto: COP)

Cristianesimo e democrazia, analisi e prospettive

Potere e pensiero, autorità e partecipazione, laicità e diritti, libertà e verità, politica ed etica, giustizia e dignità, persona e servizio, solidarietà e sussidiarietà: sono alcune delle sfaccettature del binomio che lega l’esperienza cristiana e la cultura democratica, emerse nel convegno “Cristianesimo e democrazia” proposto dalla Facoltà teologica del Triveneto a Padova il 29 aprile 2026.

Un rapporto complesso, che è stato indagato con il contributo del giornalista Giampiero Gramaglia, del sociologo Roberto Francesco Scalon, del filosofo Rocco D’Ambrosio, dello storico Stefano Dal Santo, del giurista Gianfranco Maglio e del teologo morale Bruno Bignami, che all’analisi della situazione hanno unito aperture su possibili percorsi di riconciliazione tra fede autentica e partecipazione democratica.

In apertura dei lavori, il preside della Facoltà Maurizio Girolami ha richiamato due frasi bibliche che manifestano due convinzioni tra le più antiche della novità cristiana e sulle quali dobbiamo forse ancora ripensare la presenza cristiana nelle società odierne: “Dare ‘a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’, come disse Gesù, fu il primo passo per l’affermazione della laicità dello stato e di una mentalità nuova con la quale bisogna vedere il potere umano, che non trova la sua sorgente nella divinità”.

Circa la democrazia, ha citato la frase dell’apostolo Paolo (‘né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo e donna’): “Di fronte a Cristo e al dono della sua salvezza le distinzioni di carattere etnico, sociale e sessuale non possono diventare motivi di esclusione e di marginalizzazione di alcuno. Il che vuol dire che non possono essere criteri o elementi caratterizzanti la vita cristiana i nazionalismi etnici, i tribalismi familiari e le affermazioni di superiorità di genere. Oggi si parla molto di patriarcato, ma non meno intollerabile è la volontà di eliminare la distinzione sessuale biologica”.

Il giornalista Giampiero Gramaglia ha guardato all’attualità politica, osservando che “il mondo cristiano, il quale, specie dopo la seconda guerra mondiale, è stato all’avanguardia (in quello che, fino a poco tempo fa, era l’Occidente) nell’affermare i valori della democrazia, del rispetto dei diritti umani e sociali, della cooperazione internazionale, tende, oggi, in alcune sue componenti, evangeliche, ortodosse e pure cattoliche, a limitare o negare quei valori e a praticare il primato della forza sul diritto.

Sono, è vero, scelte di singoli leader, ma di leader che godono di sostegno popolare (ed in Russia anche ecclesiale) in Paesi culturalmente e religiosamente cristiani, nel mondo dagli Stati Uniti alla Russia, in Europa dalla Germania all’Italia passando per l’Ungheria”.

Abbiamo vissuto buona parte del XXI secolo in un contesto in cui “applausi e consensi andavano al Papa di turno e i voti invece a chi ne ignora le parole. Nelle ultime settimane, anche il freno del rispetto per il papa è venuto meno nelle parole del presidente Usa Donald Trump e del suo vice, il convertito cattolico JD Vance”.

Roberto Scalon (Università di Torino) ha portato l’indagine sul campo sociologico, con una relazione che ha avuto come filo conduttore l’attualizzazione del pensiero di Alexis De Toqueville sulla vera democrazia e sulle sue condizioni di possibilità. Nel cristianesimo, e in particolare nel cattolicesimo, la massima idealità collettiva, l’uguaglianza, e la massima idealità individuale, la libertà, vanno a sintesi in modo insuperabile, perciò “dalla matrice teologica cattolica scaturisce una società democratica di tipo comunitario che possiamo anche, e molto più efficacemente, definire relazionale, solidale e sussidiaria (tutte parole chiave della pensiero/dottrina sociale cattolico/a)”.

Rocco D’Ambrosio ha presentato un quadro della salute del sistema democratico a livello mondiale, sulla base del Democracy Index 2025 stilato dall’Economist Intelligence Unit, dove l’Italia si classifica al 37° posto su 167 Paesi, con un punteggio di 7,6 su 10, nella categoria delle ‘democrazie imperfette’ (flawed democracies, il gradino precedente i regimi ibridi e i regimi autoritari), con un trend negativo, perdendo posizioni rispetto all’anno precedente, con cali specifici nella cultura politica e nelle libertà civili, a fronte di un miglioramento nella funzionalità di governo.

La libertà di stampa, negli ultimi quattro anni, è peggiorata sensibilmente. Su come i cattolici italiani possano pensare nuove strategie di testimonianza e di intervento politico, ha affermato che “occorre innanzitutto sconfiggere il pregiudizio verso la politica, il ‘problema’ del partito, per così dire. L’etica dei cattolici in politica è al di là degli schieramenti: non esiste un partito che incarni tutto ciò in cui crediamo, ma la medesima fede cristiana può condurre a impegni in ambiti differenti”. I cattolici sono chiamati a lavorare per ridare un’etica, sia costituzionale che di ispirazione cristiana, al nostro paese: “Bisogna pensare alla coerenza dei politici e non all’appartenenza”, ha ribadito.

Il contributo di taglio storico, a cura di Stefano Dal Santo, è stato un excursus nella storia della chiesa e dei suoi rapporti con la realtà della democrazia in Europa, a partire dall’irruzione dei principi democratici contenuti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) fino alle soglie del concilio Vaticano II:

“Lo scontro-incontro avvenne in quattro fasi e su due aspetti principali: l’origine dell’autorità in democrazia (da Dio o dal popolo) e, di gran lunga più importante, la questione delle libertà democratiche e del loro fondamento. Solo con il pontificato di Giovanni XXIII e il magistero dei papi successivi si sarebbe risolta la questione della libertà religiosa, snodo centrale dei diritti dell’uomo, che la dichiarazione ‘Dignitatis humanae’ avrebbe fondato sulla dignità della persona umana».

Di una democrazia connaturata alla visione cristiana ha parlato Gianfranco Maglio, toccando i concetti di persona, stato e fine dell’attività politica: “Democrazia laica e fattore religioso possono certamente convivere con reciproco vantaggio ed in questo ambito l’etica sociale cristiana, nonostante la forte crisi della pratica religiosa, conserva un peso importante nella coscienza civile, come riferimento valoriale e culturale.

In questo senso si può parlare di una laicità positiva o collaborativa. Se è vero che lo stato, quale superiore punto di convergenza della socialità, non può arrogarsi il possesso di alcuna verità assoluta, «esso ha tuttavia il compito di realizzare storicamente le condizioni per il bene comune e per far questo ha bisogno di un orizzonte di valori che sono poi, in ultima analisi, quelli propri delle persone umane”.

Infine, don Bruno Bignami ha esortato a coltivare il pensiero per una politica generativa: “Spesso la politica preferisce i fans ai pensatori. Ma un pensiero puramente gestionale e amministrativo senza un pensiero di cultura politica è destinato a fallire. I problemi nascono quando le persone smettono di pensare. Ciò brucia alla radice ogni possibilità di speranza. L’assenza di pensiero ha come esito frasi di dura contrapposizione, slogan, atteggiamenti standard. Il nazismo si è nutrito di un pensiero infarcito di slogan semplificatori. Così è successo in molte autocrazie o regimi dittatoriali. L’antidoto è coltivare il pensiero”.

Il pensiero è generativo, la politica è generativa, quando fa sì che la società si rinnovi e lo faccia grazie alla partecipazione attiva delle persone, a partire degli ultimi: “Non servono leadership di persone sole al comando, perché replicano yes man e generano sudditi. In prima battuta sembra guadagnarne un decisionismo che supera la prova della velocità, ma non si attivano processi relazionali in grado di far crescere e sviluppare le comunità”.

Antonio Balsamo, un vero cattolico di grande fede dal 7/3/2026 Presidente della Corte Appello di Palermo: anniversario amicizia e comunanza di valori ed interessi, maturate dagli anni ‘80 fino ad oggi

Prima di assumere gli attuali incarichi internazionali, è stato, ripeto, Sostituto Procuratore Generale della Corte Suprema di Cassazione, dove ha trattato numerosi procedimenti in materia di criminalità organizzata, corruzione, terrorismo, reati economici e finanziari, tratta di esseri umani, traffico internazionale di stupefacenti, cooperazione giudiziaria internazionale, svolgendo altresì una intensa attività di risoluzione dei contrasti tra pubblici ministeri.Dal 2011 al 2018 Antonio Balsamo è stato Presidente della Corte di Assise di Caltanissetta, dove ha trattato, e definito in primo grado, i nuovi processi sulla strage di Capaci e sulla strage di Via D’Amelio (c.d. processi “Capaci bis ” e “Borsellino     quater”), nei quali sono state ricostruite la deliberazione e l’attuazione della strategia del “terrorismo mafioso”, le motivazioni degli attentati contro i Giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino anche con riferimento alle collusioni tra “Cosa Nostra” e centri di potere esterni, la successiva attività di depistaggio posta in essere da soggetti inseriti in apparati dello Stato.

Ha altresì presieduto la Sezione Misure di Prevenzione, dirigendo attività di indagine e conducendo procedimenti che hanno portato alla confisca di patrimoni illeciti di particolare rilevanza economica. Dal 2007 al 2011 ha prestato servizio come magistrato di tribunale destinato alla Corte di Cassazione, dove ha fatto parte anche del gruppo di lavoro interistituzionale incaricato della implementazione dell’archivio della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo presso il CED. In precedenza, dal 1995 al 2008, è stato giudice del Tribunale di Palermo, dove ha trattato –tra l’altro – il dibattimento nei confronti del …., il processo a carico dei vertici di “Cosa Nostra” per l’omicidio del cronista giudiziario del Giornale di Sicilia Mario Francese, il processo “grande mandamento” relativo alla latitanza di ……, nonché numerosi altri procedimenti relativi a vari delitti di competenza della Corte di Assise.

Il suo primo incarico giudiziario, negli anni 1992-1995, è stato quello di Pretore (figura non più esistente) di Palermo (spesso partecipavo alle sue udienze), dove ha trattato procedimenti per usura, omicidi colposi, infortuni sul lavoro (sulla cui tematica organizzai con il suo supporto giuridico un convegno, cfr. https://gloria.tv/post/th2NDRVvthqA2pCg1zm2V82Fk) diritto penale dell’ambiente (sulle cui basi elaborai, dopo una lezione in merito, una pubblicazione, cfr. https://gloria.tv/post/TBu6ePqoZoM2AhGdFK6YYa8p).

E’ stato altresì Presidente, negli anni 2010-2012, dell’Human Rights Review Panel della Missione EULEX dell’Unione Europea (la più grande missione civile promossa nell’ambito della Politica Europea di Sicurezza e Difesa, con l’obiettivo di assistere e sostenere le autorità del Kosovo nella costruzione di uno Stato di diritto). Ha fatto parte della Commissione ministeriale per la Riforma del Codice Penale, presieduta da Giuliano Pisapia, della Commissione ministeriale per elaborare una proposta di interventi in tema di criminalità organizzata, presieduta da Giovanni Fiandaca ( docente di Diritto penale a Palermo), del Comitato Scientifico del CSM.

È stato incluso nell’elenco di sette membri potenziali del comitato di vigilanza dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) con la Decisione (UE, Euratom) 2016/2011 del Parlamento Europeo, del Consiglio e della Commissione del 13 Luglio 2016 (cfr. la mia lezione in merito pubblicata in rivistahttps://gloria.tv/post/oDekWdndo6Rt3TxVahp8bbpbe). È stato relatore in diversi incontri organizzati da organi del Parlamento europeo a Bruxelles (tra l’altro, su: “Judicial cooperation inthe field of terrorism ” nell’incontro della Commissione Speciale sul terrorismo del 19 Giugno 2018; su “The fight against corruption in the judicial sector: case study of Italy “nell’incontro della ACP-EU Joint Parliamentary Assembly del 22 Marzo 2018; sulla proposta di direttiva sulla lotta alriciclaggio mediante il diritto penale nello shadow meeting della Commissione LIBE del 6 Settembre 2017). Ha preso parte, come esperto, a vari progetti dell’Unione Europea riguardanti la riforma della procedura penale in Bulgaria (2005-2006), la istituzione di un Ufficio del Pubblico Ministero competente per la criminalità organizzata e la corruzione nella Repubblica ex-Jugoslava di Macedonia (2007-2008), la confisca di patrimoni e la riforma della legislazione antimafia in Albania (2015 and 2017), e la Peer Review Mission del programma TAIEX sulla procedura penale e la criminalità organizzata (altro libro di testo di Antropologia criminale in materia redatto con la collaborazione anche degli studenti, compreso Antonio Balsamo, di Giurisprudenza, inoltre svolsi una relazione in anni successivi ad un convegno in merito organizzato dal mio amico Prof. Matteo Croce insieme al Procuratore A. Morvillo, cognato del compianto Giudice Giovanni Falcone il quale saltuariamente svolgeva relazioni presso la nostra cattedra,  (cfr. mia relazione in rivista on line https://gloria.tv/post/ppr8b9RjaRCz1QqF69cKVEvE9) in Bosnia ed Erzegovina (2017).

Ha svolto, altresì, l’attività di Consulente dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) nel quadro del progetto ‘Supporting Turkey’s efforts to combat human trafficking “finanziato dall’Unione Europea”. Infine, non posso non citare il testo del suo elogio rivolto al nuovo Presidente palermitano dell’A.N.M. Giudice dott. Giuseppe Tango (collega di mio figlio Riccardo, il più giovane Consigliere della C. A. Palermo) con cui sono pure in contatto (al quale formulo i miei complimenti, sperando che il suo operato incida presto sugli organi competenti, per migliorare la giustizia a favore dei cittadini onesti, cfr. https://www.facebook.com/share/p/18R8Yi38No/) in cui evidenzia che il primo presidente siciliano fu il compianto Giudice Paolo Borsellino, la cui moglie Dr.ssa Agnese Piraino Leto (figlia del Presidente C.A. emerito che conobbi mentre ero Uff. GDF alla legione di Palermo nel 1976) era “Madrina” dei vigili di Palermo mentre ero Dirigente superiore, “ generale “ della polizia municipale di Palermo dal 1996 al 1999, vincitore di concorso nazionale, posto in posizione di comando dalla Corte dei conti): https://palermo.gds.it/articoli/politica/2026/03/28/palermo-il-presidente-balsamo-la-nomina-di-tango-in-continuita-con-i-grandi-valori-della-giustizia-4eb4ab83-06be-4f4b-86fd-288e42c6c924/? fbclid=IwdGRzaAQ3iKBjbGNrBDeIlmV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY 4NTUzMTcyOAABHrBuLdQ6RxWuuYqc0hvBodhAdbdpThopA-yG5kuGzqwfUwn7kO2B3Jcw-O3p_aem_Xv_9mjGcjteFAqpPx2U_Zg&sfnsn=scwspwa.

Vittorio Messori: senza resurrezione non c’è cristianesimo

Ieri è morto Vittorio Messori, giornalista e scrittore di fama internazionale, tra coloro che più hanno segnato la saggistica cattolica in questi anni. Nacque nel 1941 a Sassuolo e crebbe in un ambiente non religioso: la sua formazione iniziale fu segnata dal razionalismo. Studiò scienze politiche a Torino ed iniziò la carriera giornalistica alla Stampa di Torino. Negli anni Sessanta visse una conversione al cattolicesimo che descrisse come del tutto impensabile, quasi ‘subita’. Da quel momento, la rivelazione cristiana non divenne solo un suo riferimento intimo, privato, ma il centro di tutta la sua attività intellettuale e quindi anche pubblica.

Nel luglio del 1964 si convertì al cattolicesimo (disse di ‘essere stato convertito, da una forza imprevista e irresistibile’), iniziando, stimolata anche dalla lettura di Blaise Pascal, una ricerca delle ‘ragioni della ragione’, a conforto delle ‘ragioni del cuore’ che lo avevano spinto ad abbracciare la fede. Di questo percorso, Messori racconterà nelle prime pagine di ‘Ipotesi su Gesù’.

Decise allora di frequentare i corsi dell’Istituto di Cristologia per laici della Pro Civitate Christiana ad Assisi, dove trascorse il 1966 ed il 1967. Ad Assisi conobbe Rosanna Brichetti, che avrebbe sposato in seguito nel 1996, dopo l’annullamento, da parte della Sacra Rota, di un precedente matrimonio avvenuto nel 1972: mentre la prima istanza era stata respinta nei tre gradi di giudizio, due cause successive si erano concluse con la sentenza di nullità. Nel 1968, terminati i corsi, tornò a Torino, dove iniziò l’attività professionale presso la Società Editrice Internazionale. Impegnato prima in redazione, passò poi a dirigere l’ufficio stampa. Contemporaneamente iniziò a collaborare con vari giornali e riviste culturali e continuò le ricerche per la redazione del suo primo libro.

Nel 1970 fu assunto a ‘Stampa Sera’ come redattore della cronaca cittadina. L’attività giornalistica e le inchieste gli valsero alcune querele e un processo per avere svelato dei retroscena di uno scandalo cittadino dove erano implicati alcuni medici. Dopo oltre quattro anni di cronaca, Arrigo Levi, allora direttore sia de La Stampa che di Stampa Sera, lo chiamò a far parte del gruppo di tre giornalisti destinati a creare Tuttolibri, settimanale culturale, anche se Messori non aveva voglia di rientrare in una cerchia culturale che non stimava e non gli interessava.

Proprio in quelle settimane, Messori consegnò alla SEI il manoscritto della sua prima opera, ‘Ipotesi su Gesù’, frutto della sua inchiesta sulle origini del cristianesimo, continuata per 12 anni. L’editore pubblicò il libro dopo un anno, nell’autunno del 1976, con una tiratura inferiore a 3.000 copie che andarono esaurite in poco tempo, così come le successive ristampe.

In ‘Ipotesi su Gesù’ scriveva: “Di Gesù non si parla tra persone educate. Con il sesso, il denaro, la morte, Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile. Troppi i secoli di sacrocuorismo. Troppe le immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e gli occhi azzurri: il Signore delle signore. Troppe quelle prime comunioni presentate come ‘Gesù che viene nel tuo cuoricino’. Non a torto tra persone di gusto quel nome suona dolciastro. E’ irrimediabilmente tabù”.

Nel libro ‘Dicono che è risorto’ lo scrittore scrive: “Dice il celebre teologo svizzero [Karl Barth]: ‘Possiamo essere protestanti o cattolici, ortodossi o riformati, di destra o di sinistra. Ma, se vogliamo che la nostra fede abbia fondamento, dobbiamo aver visto e udito gli angeli presso il sepolcro spalancato e vuoto’. Cerchiamo dunque di esaminare con qualche ampiezza il perché di questa situazione…

Non è certo un caso se gli antichi predicatori del Vangelo non annunciavano affatto, per prima cosa, dei programmi socio-politici o delle edificanti saggezze o le indicazioni morali del rabbi Gesù. No: essi annunciavano, prima di ogni altra cosa, che quel Gesù di Nazareth, che era stato ‘annoverato tra i malfattori’ e come tale crocifisso, alla fine si era ‘levato dai morti’. Integrando sempre e subito questa affermazione (‘Gesù di Nazareth è risorto’) con l’altra: ‘E noi ne siamo testimoni’…

Comunque, va pur detto che questa affermazione decisiva non è soggetta ad alcuna verifica ‘scientifica’. Qui, nessuna scoperta archeologica di nessun futuro potrà mai dare la prova che il corpo di quel condannato a morte si è decomposto in qualche fossa comune; o che, al contrario, la tomba del notabile Giuseppe d’Arimatea è rimasta per sempre scoperchiata, vuota di un Occupante rialzatosi in piedi.

Qui, è necessario fidarsi di coloro che dicono di averlo visto risorto, ritornato in vita. Bisogna dare credito ad altri uomini, a un gruppo di testimoni privilegiati: la comunità cristiana; la Chiesa, in una parola. Si vede, anche in questo modo, che la fede non può nascere né vivere ‘solitaria’, ‘isolata’: per la sua fondazione stessa deve appoggiarsi ad una comunità, senza la cui testimonianza non c’è né annuncio, né certezza della risurrezione. E se non c’è risurrezione non c’è cristianesimo”.

Papa Leone XIV in Turchia richiama alla responsabilità della pace

“Grazie di cuore per la cortese accoglienza! Sono lieto di iniziare dal vostro Paese i viaggi apostolici del mio pontificato, dal momento che questa terra è legata inscindibilmente alle origini del cristianesimo e oggi richiama i figli di Abramo e l’umanità intera a una fraternità che riconosca e apprezzi le differenze”: nel primo discorso alle autorità della Turchia papa Leone XIV ha esortato a valorizzare le diversità, sottolineando il desiderio da parte dei cristiani di contribuire all’unità del Paese.

Nel discorso alle autorità il papa ha evidenziato la responsabilità a realizzare la pace: “E’ vero, il nostro mondo ha alle spalle secoli di conflitti e attorno a noi esso è ancora destabilizzato da ambizioni e decisioni che calpestano la giustizia e la pace. Tuttavia, davanti alle sfide che ci interpellano, essere un popolo dal grande passato rappresenta un dono e una responsabilità”.

Riprendendo l’immagine del ponte sullo stretto dei Dardanelli, scelta come logo del viaggio papale, il papa ha sottolineato il ‘posto’ che ha questo Paese: “Voi avete un posto importante nel presente e nel futuro del Mediterraneo e del mondo intero, anzitutto valorizzando le vostre interne diversità. Prima di collegare Asia ed Europa, Oriente e Occidente, infatti, quel ponte lega la Türkiye a sé stessa, ne compone le parti e così ne fa, per così dire, dall’interno un crocevia di sensibilità, che omologare rappresenterebbe un impoverimento. Una società, infatti, è viva se è plurale: sono i ponti fra le sue diverse anime a renderla una società civile. Oggi le comunità umane sono sempre più polarizzate e lacerate da posizioni estreme, che le frantumano”.

Tale ponte può essere un presidio contro la ‘globalizzazione dell’indifferenza’: “L’immagine del grande ponte è di aiuto anche in questo senso. Dio, rivelandosi, ha stabilito un ponte fra cielo e terra: lo ha fatto perché il nostro cuore cambiasse, diventando simile al suo. E’ un ponte sospeso, grandioso, che quasi sfida le leggi della fisica: così è l’amore, che, oltre alla dimensione intima e privata, ha anche quella visibile e pubblica”.

Per questo è importante la religione: “Giustizia e misericordia sfidano la legge della forza e osano chiedere che la compassione e la solidarietà siano considerate criteri di sviluppo. Per questo, in una società come quella turca, dove la religione ha un ruolo visibile, è fondamentale onorare la dignità e la libertà di tutti i figli di Dio: uomini e donne, connazionali e stranieri, poveri e ricchi. Tutti siamo figli di Dio e questo ha conseguenze personali, sociali e politiche. Chi ha un cuore docile al volere di Dio promuoverà sempre il bene comune e il rispetto per tutti”.

Ed ha sottolineato che lo sviluppo è una grande sfida: “Oggi questa è una grande sfida, che deve rimodellare le politiche locali e le relazioni internazionali, specialmente davanti a un’evoluzione tecnologica che potrebbe altrimenti accentuare le ingiustizie, invece di contribuire a dissolverle. Persino le intelligenze artificiali, infatti, riproducono le nostre preferenze e accelerano i processi che, a ben vedere, non sono le macchine, ma è l’umanità ad avere intrapreso. Lavoriamo dunque insieme, per modificare la traiettoria dello sviluppo e per riparare i danni già inferti all’unità della famiglia umana”.

Infatti contro il consumismo il papa ha ‘opposto’ la cultura dei legami: “A questo inganno delle economie consumistiche, in cui le solitudini diventano business, è bene rispondere con una cultura che apprezza gli affetti e i legami. Solo insieme diventiamo autenticamente noi stessi. Solo nell’amore diventa profonda la nostra interiorità e forte la nostra identità. Chi disprezza i legami fondamentali e non impara a sostenerne persino i limiti e le fragilità, più facilmente diventa intollerante e incapace di interagire con un mondo complesso”.

In tali legami è fondamentale il ruolo della donna: “Nella vita familiare infatti emergono in modo del tutto specifico il valore dell’amore coniugale e l’apporto femminile. Le donne, in particolare, anche attraverso lo studio e la partecipazione attiva alla vita professionale, culturale e politica, sempre più si mettono a servizio del Paese e della sua positiva influenza nel panorama internazionale. Dunque, sono molto da apprezzare le importanti iniziative in tal senso, a sostegno della famiglia e del contributo femminile alla piena fioritura della vita sociale”.

In conclusione ha ricordato l’importanza del dialogo: “Oggi più che mai c’è bisogno di personalità che favoriscano il dialogo e lo pratichino con ferma volontà e paziente tenacia. Dopo la stagione della costruzione delle grandi organizzazioni internazionali, seguita alle tragedie delle due guerre mondiali, stiamo attraversando una fase fortemente conflittuale a livello globale, in cui prevalgono strategie di potere economico e militare, alimentando quella che papa Francesco chiamava ‘terza guerra mondiale a pezzi’. Non bisogna cedere in alcun modo a questa deriva!”

Ed è consapevole del rischio che si sta correndo, offrendo l’aiuto della Chiesa: “Ne va del futuro dell’umanità. Perché le energie e le risorse assorbite da questa dinamica distruttiva sono sottratte alle vere sfide che la famiglia umana oggi dovrebbe affrontare invece unita, cioè la pace, la lotta contro la fame e la miseria, per la salute e l’educazione e per la salvaguardia del creato.

La Santa Sede, con la sua sola forza, che è quella spirituale e morale, desidera cooperare con tutte le Nazioni che hanno a cuore lo sviluppo integrale di ogni uomo e di tutti gli uomini e le donne. Camminiamo insieme, allora, nella verità e nell’amicizia, confidando umilmente nell’aiuto di Dio”.

(Foto: Santa Sede)

Cristianesimo nella storia: quale potere?

La rivista ‘Studia patavina’ dedica un focus a un tema vivo e attuale: il nesso fra cristianesimo e potere. Un rapporto sempre nell’atto di costruirsi, in un processo non sempre del tutto lineare; condizione per una chiesa nel mondo fedele alla sua vocazione e per una realtà politica e sociale rispettosa della dignità di ogni vita.

È in uscitaun nuovo numero di Studia patavina (1/2025), la rivista della Facoltà teologica del Triveneto, che presenta un focus dal titolo Cristianesimo nella storia: quale potere? «Si tratta di un approfondimento interdisciplinare che indaga sulle forme del potere in esercizio nel, dal e sul cristianesimo» spiega Roberto Tommasi, ordinario di Filosofia alla Facoltà, che con Enrico Riparelli, docente di Teologia all’Istituto superiore di Scienze religiose di Padova, ha coordinato il lavoro. «Una questione complessa e ineludibile – prosegue – sulla quale il focus intende offrire differenti sguardi prospettici che mostrano come il cristianesimo, in quanto nel mondo, è esercizio di potere e si intreccia con i poteri operanti nel mondo, mentre in esso opera una forma singolare di potere radicata nell’incarnazione del Verbo di Dio. La storia di Gesù di Nazareth, infatti, con il concetto dell’amore (agape) destinato a tutti come dono e come vocazione, testimonia all’umanità la possibilità di un senso nuovo e una nuova linfa della potenza, della forza e del potere».

Apre il focus Enzo Pace (Università di Padova) riflettendo su come, dagli anni Ottanta del secolo scorso ad oggi, il fattore ‘religione’ costituisca il valore aggiunto per comprendere le relazioni internazionali contemporanee, dove le religioni rientrano in gioco perché le politiche d’identità nazionale hanno bisogno di una legittimazione simbolica (Il fattore religione nella geopolitica contemporanea). Si cala in un periodo storico diverso Paolo Bettiolo (Università di Padova), che studia i rapporti del cristianesimo (minoritario) con i poteri secolari nell’impero persiano tra IV e VII secolo, dove emerge la dinamica del compromesso con il potere e la cultura dominante (Tra Dio e Cesare. Il caso della chiesa siro-orientale).

La forza tipica del soft power della chiesa e, più ampiamente, del cristianesimo è messa in luce da Felix Körner (Humboldt-Universität, Berlino), per cui la teologia cristiana deve saper guardare all’insieme politico dello Stato – ai politici, al governo, ai partiti e ai loro programmi – alla luce del già e non ancora Regno di Dio (Religione come relativizzazione del potere umano. Ripensando la teologia politica in chiave critica).

Il nodo del rapporto che il cristianesimo stabilisce con il potere è al centro del contributo di Silvano Petrosino (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano), che si sofferma sulle distinzioni potenza-potere e religiosità-religione per esaminare poi il ruolo che il potere svolge all’interno del cristianesimo a partire dalla consapevolezza che quest’ultimo è, al tempo stesso, una religione e un al di là di ogni religione (Il potere nel cristianesimo: tra ambivalenze e contaminazioni).

Con l’attenzione al fenomeno sempre più pervasivo dell’incontro interculturale e interreligioso, e all’affermarsi nella nostra epoca di una vera e propria civiltà delle immagini, Enrico Riparelli affronta il rapporto fra religione e potere attraverso il prisma della correlazione fra religione e arte (Religione e arte: un potere per chi non ha potere).

L’approfondimento del nesso tra cristianesimo e potere prosegue nell’Agorà, con due riflessioni dal punto di vista delle donne. Chiara Tintori, politologa e saggista, intervistata da Assunta Steccanella (Facoltà teologica del Triveneto) affronta la relazione tra donne e potere in ambito sociale ed ecclesiale (Quale genere di potere? Donne e leadership nella società e nella Chiesa). Stefanie Knauss, docente di Teologia alla Villanova University (USA),intervistata da Stefano Didonè (Facoltà teologica del Triveneto) approfondisce i possibili intrecci fra teologia e potere sotto la prospettiva di genere (Cristianesimo e potere: una storia solo al maschile?).

Oltre al Focus, la rivista propone i seguenti articoli: Essere preti per evangelizzare: sfide e opportunità per il presente, di Rolando Covi (Facoltà teologica del Triveneto); Kierkegaard e l’arte di diventare se stessi, di Igor Tavilla (Central European Institute Søren Kierkegaard, Ljubljana); «L’immensa maggioranza del popolo di Dio» (EG 102). Solo una formula a effetto?, di Ugo Sartorio (Facoltà teologica del Triveneto); infine, «Il matrimonio come segno implica un processo dinamico»: provocazioni per la sacramentalità del matrimonio, tra racconti biblici e vita coniugale, ultimo lavoro di Andrea Albertin – scritto a quattro mani con Francesco Pesce – completato prima della sua improvvisa e prematura scomparsa nel luglio scorso.

Completa il fascicolo una ricca sezione di recensioni e segnalazioni bibliografiche.

Ilfascicolo 1/2025 può essere richiesto (al costo di € 17,00) a studiapatavina.abbonamenti@fttr.ited è in vendita su Libreriadelsanto.it

Da ‘gnostico’ a simpatizzante. Battiato era uno di noi?

E girava una cassetta senza sosta, un nastro che ruotava nel mangiacassette  sovrastato  da radio e lettore CD. Erano gli anni dell’ indulto e del cambio di ciclo scolastico. Gira la cassetta, sotto il naso di quella che è  ancora una bambina ed ecco apparire il primo brano ritmato, di cui non può intendere il senso, ancora. Un brano allegro, ballabile che parla di uno strano animale ed è quello che colpisce: il cinghiale bianco. Da lì qualche altra scoperta di canzoni diverse e divertenti che, viste solo per le immagini, potevano essere adatte ai bambini. Ed ecco come qualcuno cercò  di instradare di più una bambina al cantautorato e a gusti musicali di pregio.

Un’epoca d’oro andata, ma che resterà sempre con noi perché certi brani lo fanno. Ed infatti, a Sanremo, nel 2024, nella serata cover, è comparso uno di quei brani.  Battiato non c’è più, ma viene apprezzato ancora da artisti quali Cristicchi e Montesanto. Ma perché proprio da un artista che tocca temi impegnati e uno di Christian Music, tra i tanti esseri umani? Perché Battiato spaziava dalle sperimentazioni progressive rock ed elettroniche dei primi anni Settanta alla ‘Messa Arcaica’ (che egli  considerava uno dei momenti più alti della sua carriera), lungo una serie di album e canzoni che son l’incontro tra musica e spiritualità.

Battiato ( Ionia, 23 marzo 1945- Milo, 18 maggio 2021) aveva una personalità importante: geniale, ma non desideroso di essere considerato un guru, artista non canonizzabile perché fuori dagli schemi classici della musica, ma capace di dare quel pò di più, come nel triennio 1979-1981 con i suoi  tre dischi d’oro: ‘L’era del cinghiale bianco’, ‘Patriots’ e ‘La voce del padrone’. Brani da ricordare, dal sacro al principe fano, dal divertente all’impegnato: Voglio vederti danzare, Centro di gravità permanente, Up Patriots to arms, Alexander Platz, Summer on a solitary beach, Gli uccelli, E ti vengo a cercare, Bandiera bianca, L’era del cinghiale bianco, La stagione dell’amore e Povera Patria ed, infine, la magnifica La cura, una canzone d’amore vero, profondo e spirituale.

Uno dei suoi grandi meriti, secondo le ACLI, fu di aver portato nel cinema e nella canzone la spiritualità rendendo popolari tematiche profonde, inserendo nelle canzoni temi filosofici e teologici. In questo, dice sempre l’articolo di ACLI, influì la sua lunga collaborazione con il filosofo Manlio Sgalambro e l’amicizia con il collega, già monaco benedettino, Juri Camisasca. Pur non dichiarandosi cattolico al 100×100 e seguendo le orme di Georges Ivanovic Gurdjieff, il quale  univa  sufismo, meditazione, cristianesimo e religioni orientali, Battiato realizzò, come avevamo visto, Messa arcaica, suonò davanti al papa e i inserì nelle sue canzoni numerose citazioni cristiane.

C’è un Battiato teologo ancora da valorizzare anche se, molti suoi testi a tema spirituale si potrebbero filtrati criticamente, vista la sua continua ricerca spirituale autentica, che testimonia l’universalità dello spirito al di là di ogni parzialità e credo. Proprio questa ricerca, però è importante, come il tentativo di entrare nei concetti cristiani che, dunque, gli interessavano e li valutava come degni di importanza. La sua ricerca si è fermata, ora sa tutto perché è là dove il mistero si chiarisce, ma i suoi tentativi, i pensieri, i dubbi, le strade prese e lasciate possono essere d’aiuto a chi ascolta i suoi brani  cercando di trovare la via attraverso la passione condivisa per la musica.

Don Francesco Capolupo racconta di aver conosciuto Battiato e definisce la sua ricerca spirituale gnostica. I due si conobbero grazie ad un insegnante di liceo del futuro prete, il quale scriveva poesie. Il prof, credendo nei testi più dello stesso autore, presento personalmente i brani a Battiato che invitò a casa sua insegnante e ragazzo. Una delle poesie di Capolupo  divenne anche il testo del brano Tutto l’universo obbedisce all’amore.

“Spesso, il soprannaturale viene confuso, nel mondo cattolico, con una specie di passaporto per l’accettazione della Fede. Per Franco non era così. Non amava le religioni confessionali, amava gli spiriti religiosi che componevano, nella sua esperienza, un misto sincretistico in cui raccoglieva esperienze mistiche del mondo islamico (sufismo), esoterico ed orientale (passando dal cristianesimo di Santa Teresa d’Avila e dei padri del deserto) con i quali faceva esperienza di uno Spirito Assoluto che regola tutte le cose”. 

Il racconto del sacerdote continua con la spiegazione di ciò che l’artista non  amava del cristianesimo:  l’Incarnazione. Anche se, per i cristiani, l’idea di un Dio che si sia fatto uomo per la nostra salvezza è un punto  fondamentale, per  siciliano  era qualcosa di assolutamente sconvolge. Si sentiva più rassicurato dalle idee del  naturalismo e del  panteismo permeati di misticismo:  l’uomo doveva confluire nella piena natura, sfiorando il nulla, ‘perché la realtà è sogno e non esperienza’.

 Molte persone del mondo della chiesa hanno confermato una  sensibilità religiosa in Battiato, anche se il suo Dio  non era Gesù di Nazaret o, almeno, la Santissima trinità. Ma senso religioso e credo non sono la stessa cosa. Il senso  religioso è più vicino alla ricerca  della Verità, anche ricerca ‘gnostica’, infatti, la spiritualità è la ricerca di un significato più profondo e alla connessione con qualcosa di trascendente o superiore non meglio identificato. Il tuo percorso ti può portare a credere in uno di questi o ad avvicinarti. Essere credenti indica che si è certi che una certa religione sia giusta. Si crede a quella e la si segue e così, si è sia credenti che religiosi.

Battiato era contro l’ateismo inteso come mancanza di senso religioso nelle persone, non la negazione di un Dio Creatore, fattosi uomo per la salvezza di tutti. La sua vita, anche se abbastanza lunga, non gli ha permesso  di trovare la via giusta e la ricerca è rimasta l’unica cosa che lo portasse alla ‘salvezza’. Non per questo, i messaggi dei suoi brani legati ad altri punti del cristianesimo in cui egli credeva, devono essere scartati. 

Ad esempio, La cura è la rappresentazione di un amore vero che ogni credente di qualsiasi religione può condividere. A noi resta l’esempio di un uomo che cercava di capire e che non intendeva alcuni punti fondamentali del cristianesimo perché non si sentiva ‘rassicurato’, ma convinto che, da qualche parte, una risposta ci fosse e che combatteva l’assenza della spiritualità nelle persone. Questa è il primo passo per tutto. Cosa possiamo imparare allora da lui? Apriamo occhi, orecchie e cuore alla Parola. Troveremo il modo di accettarla e viverla seguendo il filo delle nostre domande.

Fonti:

• https://www.aclibergamo.it/

• https://fondazionepatriziopaoletti.org

• Wikipedia

• Il Timone

No al ‘servilismo di corte’ che annacqua la proposta cristiana

Papa Leone XIV lo scorso 14 giugno, durante l’Udienza Giubilare ha affermato quanto segue: Ireneo, maestro di unità, ci insegna a non contrapporre, ma a collegare. C’è intelligenza non dove si separa, ma dove si collega. Distinguere è utile, ma dividere mai. Gesù è la vita eterna in mezzo a noi: lui raduna gli opposti e rende possibile la comunione.

Nel Magistero di Prevost sono ormai ‘centrali’ concetti come ‘comunione’, ‘collegare’, ‘vita eterna’. Che cosa vuole dire il Papa? Forse richiama il mondo ad una riscoperta della fede a partire dai suoi fondamenti: Parola di Dio, Padri della Chiesa, Liturgia al fine di coglierne il valore educativo per un mondo in ‘rapido’ cambiamento.

La liturgia di qualche giorno fa proponeva nell’antifona di acclamazione al Vangelo l’estratto del celebre Salmo: ‘Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino. (Sal 118 (119),105)’. Tale brano costituisce un vero e proprio invito a riflettere sul valore educativo della Bibbia. Lasciarsi, educare, condurre, guidare, accompagnare ed illuminare dagli insegnamenti di Dio significa predisporsi a crescere, maturare ed evolversi nella vita. Imparare alla ‘scuola’ di Dio come essere e diventare ‘umani’, apprendere l’empatia.

La capacità di ascolto apre il cuore e predispone all’accoglienza indiscriminata. I giovani e la società in genere hanno bisogno e cercano ‘credibilità’, sicurezza, chiarezza! Essere ‘partigiani’ delle nuove tendenze culturali non facilita il cammino alla verità che, per quanto lenta, sempre giunge inesorabile al cuore. Ritrovare il coraggio di annunciare Gesù è un passo indispensabile perché ognuno possa contribuire alla causa del ‘Regno dei Cieli’ nel ‘qui ed ora’ della vita presente. Riscoprire il legame con la terra significa imparare ad ‘alzare’ nuovamente lo sguardo al cielo. Contrapporre questi due elementi concorre solo ad aumentare la confusione e il disorientamento. C’è bisogno di riallineare gli ‘spazi’ e connettere la dimensione orizzontale della fede con quella verticale.

Alla scuola della Parola mediata dalla comunità ecclesiale si può apprendere il ‘giusto’ equilibrio per affrontare le sfide della società contemporanea. La verità della fede cattolica oggi, più che mai, si trova ad affrontare diverse sfide. Da una parte deve fare i conti con visioni filosofiche contemporanee come il nichilismo, l’ateismo, il materialismo e il relativismo che propongono prospettive differenti sull’esistenza, sul senso della vita e sul ruolo della spiritualità.

Dall’altra parte, all’interno della comunità dei credenti, emergono atteggiamenti volti ad offuscare o edulcorare la verità della fede per renderla più ‘alla moda’ e ‘di tendenza’. Si precisa che per nichilismo ci si riferisce alla corrente filosofica che ritiene l’esistenza umana priva di qualsiasi scopo, di un significato esistenziale e morale.  L’ateismo fa riferimento alla corrente di pensiero che in maniera incisiva o lieve afferma la non credenza in Dio. Il materialismo, reduce del secolo dei Lumi e derivante dal filosofo antico Democrito e da Cartesio, sostiene la non esistenza delle realtà spirituali e riduce tutti i fenomeni esistenti alla sola materia: è vero solo ciò che vedo e che è tangibile si sensi. Il relativismo dichiara impossibile stabilire cosa sia vero e cosa no, cosa giusto e cosa sbagliato.

Il ‘servilismo di corte’ nel tentativo di essere a tutti i costi in ‘accordo’ con la maggioranza, in nome della ‘democrazia’ e della ‘tolleranza’, troppo spesso ‘sacrifica’ la verità (forse perché scomoda?!). In molti – ad esempio – diventano ‘critici in casa propria’ e sono dell’idea che non occorre annunciare la Fede, perché poi si rischia di essere fondamentalisti. Risulta inopportuno e improprio spiegare la Rivelazione di Cristo senza ricorrere ad accomodamenti, perché poi non si “dialoga” e il cristiano che non ‘dialoga’ diventa di serie b, perché non va di moda proporre gli insegnamenti del Vangelo senza per forza politicizzare la Parola stessa di Dio. Questi ‘metodi’ in voga e di tendenza, sono alla base della crisi spirituale odierna.

Queste posizioni ‘svuotano’ le Chiese e allontanano molti dalla fede allo scopo di avvicinare i ‘pochi’ che per ‘alcuni’ contano. La mancanza di chiarezza, però, non è mai una strategia efficace e non va confusa con la “gradualità”, che è un elemento intrinseco della verità stessa. E allora: Come porsi oggi nei confronti del messaggio del Vangelo? Come lasciarsi interpellare da Gesù? Quale posizione prendere nei confronti del patrimonio bimillenario della fede nell’attuale contesto socioculturale?

Sono delle domande legittime che richiedono ‘risposte’ inequivocabili. Stare “con un piede dentro e l’altro fuori” non aiuta e soprattutto non ‘migliora’ niente e nessuno. La povertà educativa del ‘pianeta giovani’ che non di rado si traduce in un ‘grido’ di violenza efferata è un campanello d’allarme e non solo!

Il rischio di un conflitto globale giorno per giorno diventa sempre più realistico; si assiste a delle vere e proprie distruzioni di massa restando fondamentalmente indifferenti e ognuno si relega nella propria ‘zona di comfort’. Il senso della vita e della morte ogni giorno bussa alla porta delle coscienze, interpella, scuote, pone interrogativi e sollecita delle risposte.

(Tratto da Informazione Cattolica)

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