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Da Ascoli Piceno per la festa di Sant’Emidio un invito a scoprire il Vangelo

Emidio nacque a Treviri, in Germania, nel 273 da una nobile famiglia pagana. La sua conversione al Cristianesimo avvenne grazie alla predicazione dei santi Nazario e Celso: diventò catecumeno, fu battezzato e si dedicò allo studio delle Sacre Scritture. Entrato in conflitto con la famiglia che tentò in tutti i modi di ricondurlo al paganesimo, partì per l’Italia insieme ai tre amici Euplo, Germano e Valentino. Giunto a Milano fu consacrato sacerdote.

In seguito alla persecuzione di Diocleziano fuggì a Roma dove trovò rifugio da un certo Graziano. Qui gli vennero attribuite molte guarigioni miracolose. La fama del sacerdote ben presto destò l’interesse di papa Marcellino che ordinò Emidio vescovo di Ascoli ed Euplo diacono, e affidò loro la difficile missione di diffondere il cristianesimo nell’importante centro Piceno (ancora quasi completamente pagano). Ad Ascoli era prefetto Polimio, autore di dure repressioni contro i cristiani, che ordinò subito a Emidio di non predicare la buona novella, ordine che fu completamente ignorato.

Anche ad Ascoli Emidio si prodigò nella guarigione dei malati, cosa che gli consentì di convertire un gran numero di ascolani. Polimio lo credette la reincarnazione del dio Esculapio, e gli chiese di offrire sacrifici agli dei, promettendogli in matrimonio Polisia, sua figlia. Il Santo non solo rifiutò, ma addirittura convertì Polisia alla fede cristiana e la battezzò nelle acque del fiume Tronto.

Polimio avvertito di questo, ordinò l’arresto di Emidio e lo condannò alla pena capitale. Il vescovo non si nascose e fu decapitato mentre Polisia, fatta ricercare dal padre, fuggì sul monte Ascensione e scomparve in un crepaccio. La festa di Sant’Emidio, patrono di Ascoli Piceno, si festeggia oggi.

In tale occasione il vescovo della diocesi di Ascoli Piceno, mons. Gianpiero Palmieri, ha scritto una lettera alla città in cui ricorda la trasmissione della fede da parte del Santo: “La festa di S. Emidio ci aiuta ogni anno a ricordare il grande dono che abbiamo ricevuto da lui e dai suoi compagni martiri: il dono del Vangelo. Le raffigurazioni più antiche (come l’affresco sepolcrale emerso dal recente restauro della cripta) lo presentano vestito con i paramenti da vescovo, il pastorale in una mano e il Vangelo nell’altra.

Le narrazioni medioevali ci raccontano che i Piceni accolsero con favore questo gruppo di persone venuto da Roma (Emidio era per di più originario di Treviri), colpiti da loro stile di vita pacifico e generoso e dalla loro fede nel Dio di Gesù, amico degli uomini”.

Di conseguenza ha plasmato anche la cultura: “Questo ha permesso al cristianesimo di plasmare e fecondare profondamente la cultura del nostro territorio e di arricchirlo di valori universali, come è avvenuto in tutto il mondo. Se i Piceni fossero stati chiusi e rigidi, ostili ad ogni novità, se non avessero avuto sete di verità e di allargare l’orizzonte della loro ricerca spirituale, non avrebbero accolto questi ‘stranieri’ e il Vangelo di cui erano portatori”.

Ed ha formato una nuova mentalità: “Da allora in poi il Vangelo, penetrando gradualmente e formando la mentalità e le scelte collettive, ci ha donato davvero dei frutti straordinari. Sono quei beni universali che rendono possibile il vivere in comune degli uomini e che scaturiscono dal messaggio di Gesù: la dignità di ogni essere umano perché figlio di Dio e di conseguenza il riconoscimento dei diritti di ciascuno; la necessità di vivere in uno stile di fraternità universale e di rispetto per la vita e il creato; il ripudio della violenza e della guerra come soluzione dei conflitti e il primato della pace; la solidarietà che si prende cura dei più fragili, anziani, disabili e persone che fuggono dalla guerra e dalla fame; la libertà garantita alla coscienza di ogni persona (Gesù nei Vangeli dice ventisei volte al suo interlocutore: ‘se vuoi…’), accompagnandola perché faccia sue le esigenze del bene comune”.

Il vescovo ha, quindi, ricordato che il Vangelo ha permeato anche le Istituzioni: “Come sappiamo, alcune di queste istanze sono state ben fissate nella nostra Costituzione. Quest’ultima è scaturita nel dopoguerra dall’alleanza tra le varie anime del nostro paese: quella cattolica, socialista e liberale, un punto di partenza comune che è diventato fondamento insostituibile della nostra convivenza democratica.

La forza spirituale del Vangelo si è rivelata vincente anche quando le istituzioni, comprese quelle ecclesiastiche, lo hanno combattuto in nome degli interessi di parte. Li dove la Chiesa, per sua colpa, aveva perduto ogni credibilità, il Vangelo continuava la sua corsa, magari dentro a movimenti laici e secolari che facevano dell’opposizione alla Chiesa cattolica la loro bandiera”.

La lettera si conclude con l’invito a festeggiare il patrono della città: “Talvolta abbiamo l’impressione che ad essere messi in discussione siano proprio questi elementi fondamentali appena ricordati del vivere insieme, per cui molti provano un grande disorientamento, ma anche preoccupazione ed angoscia per il futuro.

In questa situazione, credo che ci faccia molto bene festeggiare S. Emidio. Egli ci ripresenta il Vangelo, da ascoltare con fede ancora oggi, da approfondire con amore cogliendone tutte le implicazioni, da vivere con coraggio nelle scelte quotidiane.

Abbiamo bisogno di stringerci gli uni agli altri, di accoglierci, di sentirci più uniti mentre facciamo festa insieme. In fondo a questo serve la festa! Quella in onore del nostro Patrono serve per guardare in alto, verso il Signore, e per rinsaldare quei valori che ci uniscono. Uno straniero come Emidio poteva essere respinto e rimandato al mittente; invece si è rivelato una benedizione per tutti noi”.

(Foto: diocesi di Ascoli Piceno)

Olga di Kiev: la diffusione del cristianesimo nella Rus’

Nacque tra l’890 e il 925 d.C. Quando aveva circa 15 anni il principe Igor la vide e se ne innamorò, prendendola in moglie. Igor era figlio di Rurik, una figura leggendaria, fondatore della federazione tribale Rus’ di Kyiv, un territorio che comprendeva parte dell’attuale Russia, Ucraina e Bielorussia e che aveva la sua capitale a Kiev. Il termine ‘Rus’, da cui derivano i termini di Russia e Bielorussia, è probabilmente di origine finnica e significa ‘uomo venuto dal mare’. Igor intraprese due campagne militari contro Costantinopoli, entrambe fallimentari.

50 anni di Agesci accompagnando nella vita ragazze e ragazzi

Sono più di 18.000 le capo ed i capi dell’AGESCI (Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani) iscritti alla Route nazionale 2024, il percorso pensato per le ‘Comunità capi’ che culminerà in un incontro nazionale a Villa Buri – Verona dal 22 al 25 agosto; un incontro che avviene nel 50^ anno dalla fondazione dell’AGESCI, avvenuto nel 1974. Infatti da 50 anni le capo e i capi si appassionano alla bellezza del servizio e accompagnano le nuove generazioni alla realizzazione di sé come uomini e donne, attraverso il gioco, l’avventura e la strada.

Sarà un grande momento di riflessione collettiva: quattro giorni per partecipare a oltre 60 tra incontri, approfondimenti, momenti di formazione e dibattiti, con lo scopo di analizzare la realtà dei giovani di oggi e definire le sfide e il percorso dell’Associazione per i prossimi anni: “L’incontro di Verona sarà un momento importante, non solo per i numeri delle persone che saranno coinvolte, ma anche per l’eccezionalità dell’evento: le Route nazionali precedenti si sono tenute nel 1979 a Bedonia (Parma) e nel 1997 ai Piani di Verteglia (Avellino) e hanno rappresentato momenti di snodo dell’Associazione, che oggi conta 182.000 iscritti, tra capi e ragazzi”. Presentando l’incontro nazionale Roberta Vincini e Francesco Scoppola, presidenti del Comitato nazionale dell’AGESCI, hanno ribadito gli obiettivi dell’organizzazione:

“Numerosi sono gli obiettivi di questo incontro: dal coinvolgere i capi dell’Associazione in un’esperienza fortemente motivante che possa regalare un tempo di qualità, nuove energie, nuove parole, nuovi contenuti per l’educazione; all’offrire un’occasione unica di confronto sugli orientamenti educativi e sociali attuali; dal valorizzare il contributo dei 50 anni di storia dell’AGESCI e posizionare l’Associazione nella società e nella Chiesa come attore importante di cambiamento nel presente; all’identificazione di nuove risposte, nuovi equilibri e nuovi assetti di fronte alle sfide educative attuali”

A fare da collante alla quattro giorni, il tema della felicità, che rappresenta oggi una scelta politica forte, controcorrente rispetto al negativismo e ai segnali di crisi e sfiducia, e che ritorna anche nel titolo di questo appuntamento: ‘Generazioni di felicità’.

L’Agesci (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani) è stata presente con una delegazione alle giornate della Settimana sociale ed ha portato “il suo contributo di realtà educativa giovanile, che sul tema della democrazia e della cittadinanza attiva fonda il proprio metodo. Attraverso l’educazione di ogni guida e scout nel proprio territorio, ma con uno sguardo ampio di fratellanza internazionale lo scautismo accompagna alle scelte e a vivere esperienze di servizio al prossimo, attraverso azioni quotidiane che sono fondanti per sperimentare modalità di partecipazione democratica e di crescita verso una cittadinanza responsabile e attiva. Ogni cittadino per rafforzare la propria partecipazione può e deve agire per contribuire al cambiamento, mettendosi in gioco in prima persona nel proprio territorio e in alleanza con gli altri, e questo è quello che si prefigge lo scautismo fin da piccoli”.

L’Agesci è nata nel 1974 come iniziativa educativa liberamente promossa da credenti, dall’unificazione di due preesistenti associazioni, l’ASCI (Associazione Scout Cattolici Italiani), maschile, e l’AGI (Associazione Guide Italiane) femminile e grazie al metodo educativo scout, aiuta i giovani di tutta Italia a crescere, come buoni cittadini e cristiani, in una società che cambia evolve e affronta sfide complesse. Essa conta 182.000 soci e si propone di contribuire alla formazione della persona secondo i principi ed il metodo dello scautismo, adattato ai ragazzi e alle ragazze nella realtà sociale italiana.

Per questo anniversario abbiamo chiesto a Roberta Vincini e Francesco Scoppola, presidenti del Comitato nazionale dell’Agesci, di spiegarci il significato di questi 50 anni: “Nel nostro Paese quest’anno saranno 50 anni che l’Agesci (Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani) è al servizio della crescita delle giovani generazioni, offrendo loro l’opportunità, da protagonisti, di fare del proprio meglio per lasciare il mondo migliore di come trovato.

Consapevoli che viviamo oggi un tempo complesso, che ci riporta sulla soglia e ci obbliga a metterci sempre in ascolto, volgiamo il nostro sguardo alle scelte profetiche che abbiamo voluto fare, pronti ad accogliere il futuro con speranza e voglia di abitare  questi tempi incerti, afflitti dalle guerre che imperversano e da una crisi di cambiamento climatico, che ci ricorda che siamo tutti sotto lo stesso cielo. Tempi che necessitano ancora di più della presenza di capi significativi, che crescano accanto e con i 150.000 giovani dell’Agesci, il vero cuore pulsante dell’Associazione”.

In quale modo Agesci educa alla vita cristiana?

“L’associazione già da alcuni anni ha posto la sua attenzione sul tema dell’educare alla vita cristiana per supportare i capi nel cammino insieme ai ragazzi. Alla luce di questa consapevolezza ci immaginiamo il capo e il ragazzo come i due discepoli di Emmaus, che vivono le loro vite e fanno un percorso all’interno della comunità, abitano il mondo e le sue vicende e non ne rimangono indifferenti. Per educare alla vita cristiana c’è bisogno di accompagnare i ragazzi nel loro cammino di crescita nella fede. Significa essere capaci di offrire degli strumenti perché possano riconoscere il proprio percorso di fede e offriamo percorsi per esplorare, capi  e ragazzi insieme, i sentieri della vita riconoscendo che Dio cammina con ciascuno di noi”. 

Quanto è importante l’educazione per Agesci?

“Educare, accompagnare, crescere assieme sono la nostra scelta di servizio, attraverso lo scautismo. In questo momento storico appare chiaro come e quanto bambini e bambine, ragazzi e ragazze abbiano bisogno di ambiti educativi e di socializzazione positivi. L’intera proposta educativa dell’Agesci è animata e sostenuta dall’annuncio del Vangelo. Le attività, la testimonianza e lo stile dei capi costituiscono un luogo privilegiato per l’incontro personale con Dio e per il cammino di fede della ragazza e del ragazzo. Ci impegniamo ogni giorno nei territori per ribadire la centralità dell’educazione, per non lasciare indietro nessuno”. 

Come aiutate i ragazzi a scegliere?

“Attraverso l’autoeducazione di ogni ragazzo e ragazza alla vita sociale, lo scautismo li accompagna alle scelte talvolta complesse che portano ad uno sviluppo armonico del carattere, alla cura della propria salute e alla crescita delle proprie abilità e competenze, a vivere esperienze di servizio al prossimo, attraverso azioni quotidiane che sono fondanti per sperimentare modalità di partecipazione e di educazione ad una cittadinanza responsabile. Il nostro ruolo è quello riconoscere le ragazze e i ragazzi, nelle loro emozioni e desideri, con sguardo amorevole e accogliente. Accompagnarli affinché siano protagonisti del proprio presente e del futuro, con spirito coraggioso, pragmatico e visionario. Infine, ma non in ultimo, convocarli perché possano fare sentire la propria  voce e scoprire, attraverso forme autentiche di partecipazione, il proprio valore originale”. 

In Norvegia si sta svolgendo ‘Roverway’, a cui partecipate con un contingente, con un titolo ‘North of the Ordinary’ (‘A Nord dell’Ordinario’): perché Roverway?

“Il Roverway è un evento europeo organizzato in ambito internazionale per dare l’opportunità alla branca Rover e Scolte, ragazzi e ragazze di età compresa dai 16 ai 22 anni, di scoprire e condividere differenti culture e tradizioni. L’edizione di quest’anno si svolge in Norvegia, a Stavanger, fino al 2 agosto, ma durante i mesi precedenti il contingente si è preparato in Italia. Il motto di questa edizione è ‘North of the Ordinary’ e l’evento si svolgerà immersi nella natura norvegese”.

Infine a don Andrea Turchini, assistente ecclesiastico generale dell’AGESCI, chiediamo il motivo per cui ancora oggi don Giovanni Minzoni è un ‘prezioso’ testimone?

“Don Giovanni Minzoni è un’ispirazione per noi guide e scout dell’Agesci. Soprattutto oggi, in questi tempi così sfidanti, quando abbiamo bisogno di stringerci alla nostra fede e di ancorarci all’esempio di profeti credibili, dobbiamo tornare alla sua testimonianza. La sua coraggiosa predicazione evangelica è memoria viva per l’educazione dei cittadini e cittadine di domani e per tutti noi che siamo come adulti invitati a conoscerne la storia e per imitare il suo esempio. Soprattutto nei territori difficili, con coraggio e speranza, dove non c’è una possibilità, dove manca la fede”. 

(Tratto da Aci Stampa)

Da Trieste i cattolici rendono viva la democrazia

“Il tema della settimana è ‘Al cuore della democrazia’ e la riflessione che mi è stata affidata ha per titolo ‘Amare la democrazia nelle sfide del presente’. Un po’ come dire: ‘se vogliamo andare al cuore della democrazia, dobbiamo avere la democrazia nel cuore’. Se siamo qui, la abbiamo”: con queste parole, dopo la giornata inaugurale, il prof. Michele Nicoletti, docente di filosofia della politica all’Università di Trento, ha introdotto i partecipanti al tema della Settimana sociale, in svolgimento a Trieste.

Nella riflessione il relatore ha richiamato ‘le principali sfide che il tempo presente lancia alla democrazia’: “Dallo stato di salute delle democrazie nel mondo emergono elementi di preoccupazione. Se dobbiamo paragonare il momento presente a quello della fine del secolo e del millennio scorso, è facile notare la differenza, soprattutto in termini di ‘aspettative’ nei confronti della democrazia.

Dopo la caduta del muro di Berlino, il successo della democrazia come forma di governo pareva affermarsi in ogni continente… Oggi, il numero delle democrazie nel mondo tende a decrescere e anche là dove i regimi rimangono formalmente democratici la loro sostanza e la loro qualità democratica pare indebolirsi. E soprattutto diminuisce il favore di cui la democrazia sembrava godere. Insomma la democrazia pare in affanno, sfidata da più parti”.

Quindi ha spiegato il motivo per cui è necessario ‘amare’ la democrazia: “Se la democrazia fosse solo una forma di governo tra le altre, una procedura o una tecnica, sarebbe difficile dire che la dobbiamo amare. Se usiamo questa parola impegnativa è perché essa porta con sé l’idea di una forma di vita. E’ l’idea dell’autogoverno. L’idea della libertà intesa come il non essere schiavi. Il non essere cose di proprietà di altri. Ma persone aventi una dignità. E questa dignità è data dal fatto che in ciascuna persona non vi è solo una realtà di cui avere cura, perché unica e insostituibile, ma vi è una soggettività, cioè una capacità di essere soggetto, di guidare la propria vita, di affermare non solo se stesso, ma tutto l’essere”.

Quindi la democrazia non risponde solo all’efficienza della produzione: “Per questo la democrazia non si misura in primo luogo sull’efficienza. Ci sono altri regimi che possono essere, in determinate situazioni più produttivi dal punto di vista economico e magari anche più capaci di fornire servizi e assistenza. Ma la democrazia è quella forma del vivere assieme di persone che si vogliono libere e che vogliono essere protagoniste nel determinare le scelte fondamentali della loro esistenza e il destino delle loro comunità”.

La democrazia è nata dalla filosofia greca, ma anche dalla libertà insita nel cristianesimo: “Quanto c’è qui dell’orgoglio greco della libertà? Ma quanto c’è qui della libertà cristiana! Di quella consapevolezza che le scelte fondamentali della nostra esistenza possono essere prese solo nella libertà. Dio stesso, creatore della libertà umana, ne ha un sacro rispetto. Decide di far passare la salvezza dell’umanità dal ‘sì’ libero di Maria. Pensate politicamente alla potenza di questa scena: il Signore degli eserciti che si premura di raccogliere il sì di una donna per fare il bene dell’umanità. E ogni società umana che viene istituita (a partire dalla famiglia fondata sul matrimonio) richiede il rispetto della libertà”.

Perciò occorre amare la democrazia in quanto riconosce la libertà a tutti: “Ma c’è una seconda ragione per cui amare la democrazia. Perché essa ambisce a riconoscere questa libertà a ogni essere umano e non solo ad alcuni e produce così non solo degli esseri che vogliono vivere da soggetti liberi e sovrani ma anche delle relazioni umane e sociali tra esseri che sono liberi ed uguali. Ci fa sperimentare non solo il gusto della mia libertà, ma il gusto della libertà dell’altro. E questa è la cosa più dura. Guai a non capire questa difficoltà e la necessità di una pratica educativa al rispetto della libertà dell’altro, a una vera e propria ascesi”.

La democrazia è ‘frutto’ di una lotta durata secoli, sovvertendo le abitudini sociali: “Per secoli era considerato naturale che ci fossero schiavi. Era considerato naturale che le donne fossero in posizioni subordinate. Che i poveri avessero meno diritti. E così via. Non è un processo spontaneo il far sì che in una comunità dove ci sono patrimoni diversi, lavori diversi, intelligenze diverse, ognuno abbia un uguale potere di determinare con il proprio voto la vita della comunità. E’ il frutto di una scelta e di una scelta complessa e impegnativa. E’ il frutto di innumerevoli lotte e sacrifici. Va rifatta.

Dobbiamo rispiegare a noi stessi e a chi ci sta intorno l’uguale dignità di ciascuno. Il suo essere soggetto e non solo oggetto. La necessità di rispettare la libertà dell’altro. E di sperimentare, e qui sta l’elemento nuovo, che dentro questo amore per la libertà dell’altro, dentro questo desiderio di costruire una convivenza tra pari si apre una forma di vita più ricca della vita della dominazione in cui uso l’altro come un oggetto per il soddisfacimento dei miei bisogni o piaceri. E’ di nuovo l’amore a indicarci la strada”.

Però oggi il compito è quello di dare nuova linfa alla democrazia: “Se l’esperienza dell’oggi è quella di un diffuso senso di insicurezza, legata a un sentimento di spossessamento di sé, di essere nelle mani di altri, di un essere espropriati delle proprie radici, del proprio futuro, della propria identità, è facile la tentazione di voler offrire protezione a basso prezzo. La gente si sente insicura, dunque il nostro compito è proteggerla.

Nessuno nega la necessità di proteggere i più deboli dal prevalere della violenza e dello sfruttamento, ma la ricostruzione del soggetto democratico si basa su un movimento opposto, ossia il rafforzamento del proprio potere di governo di sé, la capacità di pensare con la propria testa, il senso di indipendenza e la forza del carattere… Qui, inutile dirlo, c’è un immenso lavoro educativo da svolgere”.

E la democrazia si difende non prevaricando i diritti delle persone, secondo il pensiero rosminiano: “Dentro questa gelosa custodia della dimensione di mistero di ogni persona, si colloca una più vigorosa difesa dei diritti delle persone. Questo rapporto tra diritto e persona è stato espresso da Rosmini in modo lapidario. La persona non ha diritti ma è il diritto umano sussistente. La nostra passione per i diritti non è una passione per i principi astratti ma per le persone in carne ed ossa. Per questo i diritti fondamentali sono unici e indivisibili. I diritti civili e i diritti sociali sono parte di un’unica realtà”.

Quindi occorre non soffocare le comunità locali: “La tradizione dei cattolici italiani è stata una grandissima tradizione di attenzione e impegno nelle comunità locali. Non sempre gli interventi recenti del legislatore hanno saputo valorizzare la ricchezza di questa dimensione, ma rimangono ancora straordinari spazi di partecipazione e impegno”.

E’ necessario, in fin dei conti, la struttura della democrazia: “Bisogna ridare vita alla dimensione deliberativa della democrazia. La democrazia non è solo elezione di capi. E’ anzitutto discussione e formazione discorsiva della volontà collettiva. La democrazia come spazio di discussione reale e di decisione si sta atrofizzando schiacciata da un lato dal prevalere della tecnocrazia dall’altro dall’invadenza della vuota chiacchiera. Servirebbero in ogni realtà locale dei centri studi politici che potessero mettere a disposizione della discussione pubblica le competenze di esperti”.

La democrazia deve poi accogliere la sfida di una democrazia “riparativa” che “proviene dal mondo ambientalista. Si tratta di dare voce a chi non ha nessuno che si faccia interprete delle sue istanze: di persone invisibili o sommerse o anche di realtà naturali che hanno bisogno del nostro ascolto e della nostra cura per poter sopravvivere. Non c’è politica ambientalista che si possa attuare senza partecipazione”.

Ed ha rilanciato la proposta del card. Zuppi a dare ‘vita’ ad una ‘Camaldoli’ europea: “Dobbiamo chiederci quanto spazio diamo nella nostra formazione sociale e politica alla comprensione dei fenomeni internazionali, delle dinamiche economiche, militari, politiche che governano la pace e la guerra tra gli Stati e che sono così influenti sulla nostra vita personale e collettiva. Le Chiese non possono sottrarsi a questa responsabilità. Sono tra le poche organizzazioni che hanno una storia secolare di lavoro internazionale. L’appello del card. Zuppi a una Camaldoli europea deve essere immediatamente raccolto. C’è bisogno di nuove generazioni di credenti europei innamorati della democrazia che imparino a lavorare assieme fin da giovani studenti”.

Insomma è necessario un ethos democratico: “Le nostre energie devono essere indirizzate alla ricostruzione di un ethos democratico. Dobbiamo ricostruire pratiche politiche fondate sul rispetto del senso delle parole, sulla ricerca razionale delle soluzioni più adeguate ai bisogni di tutti, su uno stile di radicale nonviolenza, sulla consapevolezza dei limiti strutturali della politica, sulla coscienza della parzialità delle proprie proposte, sullo sforzo di comprensione delle ragioni altrui, su uno studio approfondito dei problemi a partire dalla incidenza dei fattori economici e dei rapporti di forza nella vita collettiva. E questo ethos della democrazia deve nutrirsi di determinazione non solo nella difesa delle proprie idee e dei propri valori, ma anche nella difesa appassionata della possibilità per tutti di battersi pacificamente per le proprie idee. Il bene comune è anche questa cornice di principi e di ordinamenti che consentono la libertà di tutti”.

Mentre la docente di filosofia teoretica all’università di Bari, prof.ssa Annalisa Caputo, ha evidenziato ciò che nel 2010 affermava il card. Bergoglio: “Non possono esistere invisibili in un tessuto democratico. Se ciò che desideriamo nelle istituzioni è la giustizia e se ciò che desideriamo nella democrazia è l’universalizzazione di questa giustizia, non possiamo non desiderare la partecipazione di tutti. Si tratta di quella che Bergoglio già nel 2010 chiamava una ‘democrazia ad alta intensità’. Ogni filo che manca è un buco nel tessuto ecclesiale e sociale”.

Ed ecco il motivo dell’importanza dell’enciclica ‘Fratelli tutti’: “Non saremo mai ‘Fratelli tutti’ fino a quando ogni Stato e ogni popolo che è abituato a riconoscersi in una sola storia non farà posto a più storie. Lo vediamo per Palestina e Israele che non riescono ad ascoltare vicendevolmente i propri racconti storici, ma vale anche per la nostra storia’… L’Italia è anche il racconto che gli altri fanno di noi, dai grandi del G7 ai ‘poveracci’ che vorrebbero venire sul nostro territorio o abitarlo umanamente”.

Quindi la democrazia deve ‘ripartire’ proprio dall’ascolto degli ‘ultimi’: “Ogni autentica giustizia, ogni autentico impegno non può non ripartire proprio da chi non ha voce, da chi reclama la sua parte che non significa solo la sua parte di beni, ma l’effettiva possibilità di prendere parte alla costruzione della casa comune”.

Mentre nella riflessione biblica iniziale fratel Sabino Chialà, priore della Comunità di Bose, ha evidenziato che la democrazia ha il bisogno di un buon uso della parola: “Il primo scivolamento verso un’autorità abusante è il cattivo uso della parola. La vera autorità è terapeutica, opera per il bene dell’altro, aiuta l’altro a stare al mondo. Il primo fallimento dell’autorità è quello di chi si serve degli altri anziché servire, di chi opera per la morte invece che per la vita…

Un’autorità autentica ha bisogno della libertà da se stessi: solo gli uomini liberi da sé stessi e dal proprio narcisismo potranno essere davvero autorevoli. L’autentica autorità è oblativa: ogni abuso di autorità implica sempre la non libertà da se stessi”.

(Foto: Settimana Sociale)

Papa Francesco a Roma: il cristianesimo è stato una rivoluzione

“Vengo a incontrare voi e, tramite voi, l’intera città, che pressoché dalla sua nascita, circa 2.800 anni fa, ha avuto una chiara e costante vocazione di universalità. Per i fedeli cristiani questo ruolo non è stato frutto del caso, ma è corrisposto a un disegno provvidenziale. Roma antica, a causa dello sviluppo giuridico e delle capacità organizzative, e della costruzione lungo i secoli di istituzioni solide e durature, divenne un faro a cui molti popoli si rivolgevano per godere di stabilità e sicurezza. Tale processo le ha permesso di essere un centro irradiante di civiltà e di accogliere persone provenienti da ogni parte del mondo e di integrarle nella sua vita civile e sociale, fino a far assumere a non pochi di loro le più alte magistrature dello Stato”.

Così papa Francesco si è rivolto questa mattina al sindaco Roberto Gualtieri e al Consiglio comunale di Roma, nella sua visita in Campidoglio, a pochi mesi dall’apertura del Giubileo, sottolineando l’apporto del cristianesimo: “Questa cultura romana antica, che sperimentava indubbiamente molti buoni valori, aveva d’altro canto bisogno di elevarsi, di confrontarsi con un messaggio di fraternità, di amore, di speranza e di liberazione più grande.

L’aspirazione di quella civiltà, giunta al culmine del suo fiorire, offre una ulteriore spiegazione del rapido diffondersi nella società romana del messaggio cristiano. La fulgida testimonianza dei martiri e il dinamismo di carità delle prime comunità di credenti intercettava il bisogno di ascoltare parole nuove, parole di vita eterna: l’Olimpo non bastava più, bisognava andare sul Golgota e presso la tomba vuota del Risorto per trovare le risposte all’anelito di verità, di giustizia e di amore”.

Il cristianesimo ha offerto alla cultura romana una ‘rivoluzione’ culturale:”Questa Buona Novella, ossia la fede cristiana, col tempo avrebbe permeato e trasformato la vita delle persone e delle stesse istituzioni. Alle persone avrebbe offerto una speranza ben più radicale e inaudita; alle istituzioni la possibilità di evolvere a uno stadio più elevato, abbandonando a poco a poco, per esempio, un istituto come quello della schiavitù, che anche a tante menti colte e a cuori sensibili era parso come un dato naturale e scontato, per nulla suscettibile di essere abolito”.

Alla schiavitù il cristianesimo propose la carità: “Questo della schiavitù è un esempio molto significativo del fatto che anche raffinate civiltà possono presentare elementi culturali così radicati nella mentalità delle persone e dell’intera società da non essere più avvertiti come contrari alla dignità dell’essere umano. Fatto che si verifica anche ai nostri giorni, quando, quasi inconsapevolmente, si rischia a volte di essere selettivi, parziali nella difesa della dignità umana, emarginando o scartando alcune categorie di persone, che finiscono per ritrovarsi senza adeguata protezione”.

E proprio la carità cristiana allargò i confini dell’inclusione: “Alla Roma dei Cesari è succeduta la Roma dei Papi, successori dell’Apostolo Pietro, che ‘presiedono nella carità’ a tutta la Chiesa e che, in alcuni secoli, dovettero anche svolgere un ruolo di supplenza dei poteri civili nel progressivo disfacimento del mondo antico, e alcune volte, con comportamenti non felici.

Molte cose cambiarono, ma la vocazione all’universalità di Roma venne confermata ed esaltata. Se infatti l’orizzonte geografico dell’Impero Romano aveva il suo cuore nel mondo mediterraneo e, benché molto vasto, non coinvolgeva tutto l’Orbe, la missione della Chiesa non ha confini su questa terra, perché deve far conoscere a tutti i popoli Cristo, la sua azione e le sue parole di salvezza”.

Quindi un pensiero all’imminente Giubileo: “Tale evento è di carattere religioso, un pellegrinaggio orante e penitente per ottenere dalla misericordia divina una più completa riconciliazione con il Signore. Esso, tuttavia, non può non coinvolgere anche la città sotto il profilo delle attenzioni e delle opere necessarie ad accogliere i tanti pellegrini che la visiteranno, aggiungendosi ai turisti che vengono ad ammirare il suo immenso tesoro di opere d’arte e le grandiose tracce dei secoli passati”.

Il papa ha ricordato l’ospitalità della città: “Questo spirito vuole essere al servizio della carità, al servizio dell’accoglienza e dell’ospitalità. Pellegrini, turisti, migranti, quanti si trovano in gravi difficoltà, i più poveri, le persone sole, quelle malate, i carcerati, gli esclusi siano i più veritieri testimoni di questo spirito (per questo ho deciso di aprire una Porta Santa in un carcere); e questi possano testimoniare che l’autorità è pienamente tale quando si pone al servizio di tutti, quando usa il suo legittimo potere per venire incontro alle esigenze della cittadinanza e, in modo particolare, dei più deboli, degli ultimi. E questo non è solamente per voi politici, è anche per i preti, per i vescovi. La vicinanza, vicinanza al popolo di Dio per servirlo, per accompagnarlo”.

E’ stato un incitamento a valorizzare la città: “Continui Roma a manifestare il suo volto, volto accogliente, ospitale, generoso, nobile… L’immenso tesoro di cultura e di storia adagiato sui colli di Roma è l’onore e l’onere della sua cittadinanza e dei suoi governanti, e attende di essere adeguatamente valorizzato e rispettato. Rinasca in ciascuno la consapevolezza del valore di Roma, del simbolo che essa rappresenta in tutti i continenti (non dimentichiamo il mito dell’origine di Roma come rinascita dalle rovine di Troia); e si confermi, anzi cresca la reciproca fattiva collaborazione tra tutti i poteri che vi risiedono, per un’azione corale e costante, che la renda ancora più degna del ruolo che il destino, o meglio la Provvidenza, le ha riservato”.

(Foto: Santa Sede)

Il presepe? Si può fare anche per Pasqua, l’idea in parrocchia a Tolentino

Lunedì 25 marzo, ad inizio della Settimana Santa, nella parrocchia dello ‘Spirito Santo’ di Tolentino, nella diocesi di Macerata, è stato realizzato, idea e progetto del parroco don Vitantonio Zecchino, un ‘presepe pasquale’ (visitabile fino a domenica 2 giugno), che rappresenta Gerusalemme durante i giorni della Passione di Cristo con i luoghi ricostruiti con dovizia di particolari:

“L’opera è un aiuto ed un invito a rivivere il mistero della Morte e Resurrezione di Cristo, cuore della fede cristiana, immergendosi nella Gerusalemme di Gesù dall’Ultima Cena con gli apostoli sino alla Resurrezione”. Al presepe hanno lavorato, per due mesi, alcuni volontari delle parrocchie della città provenienti da entrambe le unità pastorali di Tolentino: “E’ stata un’esperienza magnifica che apre la strada ad un cammino comune di evangelizzazione, soprattutto per i nostri  giovani”.

Perché un ‘presepe’ a Pasqua?

“La tradizione del Presepe Pasquale viene da lontano: oggi è presente in modo particolare nel Nord e nel Sud Italia, al Centro non molto”.

Allora quale è la storia del Presepe Pasquale?

“La tradizione del presepe pasquale risale a molto tempo fa. Il presepe della passione era diffuso nei secoli XVIII e XIX, prima di essere quasi completamente dimenticato, nell’Europa centrale e occidentale. Solo gradualmente gli scultori del legno iniziarono a dedicarsi di nuovo a questo difficile momento, creando presepi della passione, che sono raffigurati nelle chiese, mostrando le scene di sofferenza di Gesù”.

Come è nata l’idea?

“L’idea è stata quella di ricostruire la Gerusalemme ai tempi di Gesù portando così i visitatori nei luoghi reali teatro della Passione, ma non solo: i medesimi luoghi (soprattutto il Tempio) sono scenari descritti sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento, come anche il Cenacolo, testimone di tanti eventi inerenti la vita degli apostoli e della prima comunità cristiana”.

Quali sono state le fonti?

 “Per la realizzazione siamo andati a ricercare notizie e indicazioni storico/archeologiche disponibili in rete incrociando le varie fonti. E’ importante sapere che dal punto di vista archeologico la veridicità dei luoghi ritrovati non è la stessa per tutti i siti: il Cenacolo, per esempio,  è sicuramente quello dell’Ultima Cena e della Pentecoste, mentre non c’è certezza assoluta riguardo al litostroto (pretorio), luogo della flagellazione e della condanna di Gesù che potrebbe essere avvenuta presso la fortezza Antonia (sede della coorte romana), il palazzo di Erode (che di solito ospitava il governatore romano) o il palazzo degli Asmonei (dinastia discendente dai Maccabei).

A prescindere da questo, gli edifici ed i luoghi rappresentati nel presepe sono realizzati seguendo in modo minuzioso le ricostruzioni archeologiche ad oggi disponibili, come per il Golgota che all’epoca era una collinetta appena fuori le mura di Gerusalemme, una cava in disuso utilizzata come discarica (l’unica struttura non realizzata per motivi di tempo è la casa di Caifa)”.

Quale importanza riveste nel cristianesimo un presepe pasquale?

“Nel Cristianesimo la funzione del presepe pasquale può essere quella di ‘raccordo’ tra le Scritture ed i luoghi teatro degli avvenimenti descritti, ovviamente se realizzato rispettando le fonti disponibili. Molto spesso ascoltando la Parola di Dio, letta nella Bibbia, le persone fanno molta fatica a ‘calarsi’ fisicamente e storicamente nei luoghi descritti, aspetto questo fondamentale per comprendere che la storia della Salvezza è una storia concreta fatta di luoghi e persone concrete, realmente esistiti, perché Dio opera nella storia concreta delle persone, i fatti della storia di ciascuno di noi sono Parola di Dio per noi. Leggere, per esempio, della presentazione di Gesù al Tempio conoscendo il Tempio, com’era costruito, quali erano gli spazi e come erano utilizzati, aiuta sicuramente a non vivere quell’evento come un racconto, ma bensì come un fatto storico, reale, come l’Ultima Cena o la Pentecoste. Conoscere e vivere i luoghi reali della vita di Gesù aiuta sicuramente ad entrare molto più in profondità nelle Scritture e nel Mistero della Morte e della Resurrezione di Cristo”.

Questa realizzazione può essere un mezzo per evangelizzare?

“Il presepe pasquale può certamente essere un mezzo di evangelizzazione, anche e soprattutto per i bambini, che restano ammaliati davanti al presepe (è bellissimo ammirare il loro sguardo sbalordito), quasi increduli. E’ un grande aiuto anche per l’evangelizzazione dei giovani, che forse più di altri fanno tanta fatica a ‘calarsi’ nella Parola di Dio, la sentono distante da loro, come se ascoltassero un racconto tra le tante storie di fantasia che guardano nei film o leggono nei libri.

E’ invece fondamentale che possano toccare con mano i fatti della storia della Salvezza, conoscere Gesù per quello che è, il Figlio di Dio fatto uomo, un uomo concreto come noi, come loro, che ha dato la Sua vita per amore nostro in totale obbedienza al Padre, versando il Suo sangue perché noi fossimo liberati dal peso del peccato, perché potessimo essere davvero felici nella nostra vita”.

(Tratto da Aci Stampa)

Marco Polo e i francescani in terra di Cina

Nella realtà odierna sono molto importanti i mediatori culturali, ossia coloro che riescono a far incontrare popoli e culture così da costruire strutture di pace che contrastino gli scontri d’ignoranza di cui si vedono gli esiti nefasti.

Tra questi personaggi dall’alto valore storico e simbolico certamente c’è Marco Polo, il mercante veneziano che giunse in terra di Cina e di cui ricorrono settecento anni dalla morte avvenuta a Venezia l’8 gennaio 1324.

Le iniziative in programma sono molteplici e tra esse si evidenzia il convegno ‘Appunti di viaggio: Marco Polo e i Francescani in Oriente nei secoli XIII-XIV’ in programma a Tolentino sabato 19 ottobre 2024 già annunciato nel sito ufficiale del centenario Homepage | Le vie di Marco Polo.

Certamente un ruolo importante ha avuto frate Giovanni da Montecorvino primo vescovo in terra di Cina proprio negli anni in cui era presente anche Marco Polo assieme ad altri mercanti, come spiega Pacifico Sella in Giovanni da Montecorvino, l’anti Marco Polo del Cristianesimo – La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it).

Questo si può leggere nel blog ‘Il Cattolico’ di p. Pietro Messa; mentre il sito dell’Università Antonianum di Roma rilancia, tra le molte iniziative in programma per il centenario della morte di Marco Polo, il convegno ‘Appunti di viaggio: Marco Polo e i Francescani in Oriente nei secoli XIII-XIV’ che si terrà a Tolentino sabato 19 ottobre, come già annunciato nel sito ufficiale del centenario del comune di Venezia, www.leviedimarcopolo.it;  

“Nella realtà odierna sono molto importanti i mediatori culturali, ossia coloro che riescono a far incontrare popoli e culture così da costruire strutture di pace che contrastino gli scontri d’ignoranza di cui si vedono gli esiti nefasti. Tra questi personaggi dall’alto valore storico e simbolico certamente c’è Marco Polo, il mercante veneziano che giunse in terra di Cina e di cui ricorrono settecento anni dalla morte avvenuta a Venezia l’8 gennaio 1324”.

La regione e le città delle Marche hanno da molti secoli rapporti con Venezia; tramite il mare Adriatico, i commercianti e i frati degli ordini mendicanti come il francescano Tommaso da Tolentino partirono nel 1290 per raggiungere prima l’Armenia, poi la Persia, l’India e la Cina, quasi sempre viaggiando su navi mercantili veneziane. Il legame tra Tolentino e Venezia è rafforzato anche da tre personaggi: Francesco Filelfo letterato, Niccolò Mauruzi condottiero e san Nicola da Tolentino.

Il convegno affronta il tema di questi avventurosi viaggi che trovano la loro massima espressione nel libro ‘Il Milione’, dettato da Marco Polo a Rustichello da Pisa, e nell’ ‘Itinerarium de mirabilibus orientalium Tartarorum’ del francescano Odorico da Pordenone, che nel 1324 circa compì l’impresa di prelevare i resti dei martiri a Thane (India) e condurli via mare sino a Zayton (Quanzhou:

“I relatori di diverse università italiane ed estere parleranno dell’intenso scambio di saperi e di commerci dell’epoca, oltre che dell’incontro tra diverse culture che dialogano rispettosamente e senza rinunciare alla propria identità”, ha concluso la nota dell’università Antonianum di Roma.

(Foto: Il Cattolico)

Comunione e Liberazione ricorda don Luigi Giussani: il cristianesimo è avvenimento

Don Giussani

In occasione del 19° anniversario della salita al Cielo del Servo di Dio don Luigi Giussani (22 febbraio 2005) e del 42° del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione (11 febbraio 1982), oltre che per la ricorrenza dei 70 anni dalla nascita del movimento di CL, nei mesi di febbraio e marzo in Italia e nel mondo si sono celebrate le messe con la seguente intenzione:

“Grati per il dono del carisma donato dallo Spirito Santo a don Giussani, desideriamo servire con tutte le nostre energie la Chiesa e i suoi pastori, certi che solo nella sequela quotidiana a Cristo e al Suo Vicario è possibile vivere la vera unità tra noi e servire il bene degli uomini del nostro tempo. Maria Regina della pace guidi il cammino di tutto il movimento e interceda per la pace nel mondo”.

Ed il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, Davide Prosperi, ha ricordato il compito affidato da don Lugi Giussani al Movimento: “Consapevoli del compito che ci è affidato per contribuire alla costruzione della Chiesa e per l’annuncio al mondo della speranza che Cristo è per la vita di ogni uomo, desideriamo far memoria di don Giussani, e della storia generata dalla sua amicizia con coloro che l’hanno seguito, tenendo lo sguardo fisso sulle parole che papa Francesco mi ha rivolto nella lettera inviata al movimento in occasione di queste ricorrenze:

‘Ho particolarmente a cuore di raccomandare a Lei e a tutti gli aderenti di avere cura dell’unità tra voi: essa sola, infatti, nella sequela ai pastori della Chiesa potrà essere nel tempo custode della fecondità del carisma che lo Spirito Santo ha donato a don Giussani: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, cosi amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’”.

A Milano mons. Mario Delpini ha ricordato la sua fedeltà alla Chiesa: “Nella storia abita la promessa perché Dio è fedele e la gratitudine e ammirazione per don Giussani ci ha radunati per riconoscere i segni della fedeltà di Dio nella fecondità meravigliosa del carisma che Dio ha affidato a don Giussani.

Nella storia abita la promessa e le vicende di tanti uomini e donne di Dio incoraggia la nostra fiducia: Dio è fedele! Noi crediamo in Dio! E camminiamo nella fede chiedendo il dono della pazienza di coloro che ancora non vedono e chiedendo la santità di una appartenenza senza pentimenti, di una gratitudine senza pretese, di un discernimento semplice per riconoscere l’opera che oggi Dio compie per noi”.

Nel 1992 don Luigi Giussani ha parlato del cristianesimo come avvenimento, partendo da una frase del poeta Rilke: “Il cristianesimo è un avvenimento, nel senso che innanzitutto non è una predicazione morale. Essendo un avvenimento che implica Dio, una mossa del Mistero nella vita dell’uomo, nella storia dell’uomo, credo che la premessa più importante sia il tipo di attenzione o la tensione di tenerezza che l’uomo ha verso se stesso.

Se un uomo non ha attenzione e tenerezza verso se stesso, una tenerezza come la madre l’ha col suo bambino, è in una posizione, dico, necessariamente ostile all’avvenimento cristiano. C’è una frase di Rainer Maria Rilke da cui parto spesso per una meditazione su di me stesso: ‘E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile’ (‘Seconda Elegia’ in Elegie duinesi).

Io non ho mai trovato una sintesi di quello che l’uomo esistenzialmente sente di se stesso, se si pensa con attenzione, per un minimo di attenzione che porta a se stesso, paragonabile a questa frase di Rilke”.

L’avvenimento consiste che Dio si è fatto uomo: “La mossa di Dio è consistita nel fatto che il mistero di Dio si è configurato come un uomo reale, ha preso la realtà d’un uomo vero, un uomo cioè che viene concepito nell’utero di una donna e da questo piccolo e quasi invisibile grumo si sviluppa come infante, come bambino, come fanciullo, come adolescente, come giovane, fino ad essere, a diventare centro di attenzione nella vita sociale del popolo ebraico, fino a trascinare dietro a sé le folle, e fino ad avere le folle, per l’atteggiamento di chi ha il potere in mano, contro di sé, fino ad essere crocifisso, ucciso, e fino a risorgere, risorgere dalla morte. Un fatto, perciò, è la mossa di Dio, un fatto integralmente umano…

Ecco, il fatto cristiano è come un bambino che nasca in una famiglia; infatti è nato anche come un bambino: l’avvenimento cristiano è Dio che entra nella vita dell’uomo e nella storia dell’uomo come entra nella storia dell’uomo e nella vita della sua famiglia e nella storia dell’umanità un bambino che nasce da una donna”.

Per questo il cristianesimo è la storia degli uomini, perché è concretezza: “Ecco, il cristianesimo è la storia degli uomini che, in qualche modo venendo a contatto con questo avvenimento, con l’avvenimento di Cristo, con questo fatto storico, gli sono andati dietro, ognuno così come poteva, ognuno così come può…

Se io penso che il Signore è più concreto di mia mamma, è più mio di mia madre o di mio papà, se si pensa a questo, allora il desiderio di moltiplicare la memoria non solo è lecito, ma è inevitabile, e farlo diventa non solo possibile, ma reale. Così che uno può commettere un errore coscientemente, e poi subito ricordarsi di quella Presenza. E questo moltiplicarsi del ricordo abbrevia sempre di più il tempo della smemoratezza e il tempo del tradimento”.

Nella terra delle ombre, raccontare Clive Staples Lewis e la sua apologetica

“Quel che mi piace dell’esperienza è che si tratta di una cosa così onesta. Potete fare un mucchio di svolte sbagliate; ma tenete gli occhi aperti e non vi sarà permesso di spingervi troppo lontano prima che appaia il cartello giusto. Potete aver ingannato voi stessi, ma l’esperienza non sta cercando di ingannarvi. L’universo risponde il vero quando lo interrogate onestamente”: così invitava i suoi lettori Clive Staples Lewis, che nasce a Belfast il 29 novembre 1898.

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