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Papa Leone XIV: senza difesa del debole non ci sarà pace

Oggi nei Giardini vaticani papa Leone XIV ha inaugurato un mosaico della Vergine ed una statua di santa Rosa da Lima alla presenza del card. Carlos Gustavo Mattasoglio, arcivescovo di Lima, e del presidente della Pontificia Accademia Mariana Internazionale, fra Stefano Cecchin. Tale scultura è opera dell’artista peruviano Edwin Morales ed è stata realizzata interamente con materiale peruviano: il travertino bianco di Huancayo.

Benedicendo le opere papa Leone XIV ha sottolineato la fede dei peruviani: “Siamo qui riuniti oggi per una gioiosa occasione: l’inaugurazione di un mosaico dedicato alla Beata Vergine Maria e di un’immagine di Santa Rosa da Lima nei Giardini Vaticani. Questo gesto rinnova i profondi vincoli di fede e di amicizia che uniscono il Perù, Paese a me tanto caro, alla Santa Sede…

Riuniti in questo luogo meraviglioso, dove tutto ci parla del Creatore e della bellezza del creato, desidero esprimere la mia gratitudine innanzitutto agli artisti che hanno realizzato queste opere ea tutti coloro che ci hanno permesso di godere oggi di questa lieta occasione”.

Tali opere d’arte conducono il visitatore verso la santità: “La nostra Madre Celeste e la prima santa latinoamericana, Rosa da Lima, ci conducono al tema della santità. A questo proposito, ricordiamo quanto afferma il Concilio Vaticano II: E’ dunque del tutto evidente che tutti i fedeli, di qualsiasi stato o condizione, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità…

Nel raggiungimento di questa perfezione, i fedeli esibiscono le forze ricevute secondo la misura del dono di Cristo, seguendo le sue orme e le sue opere conformi alla sua immagine, obbedendo in tutto alla volontà del Padre, si dedichino con tutto il cuore alla gloria di Dio e al servizio del prossimo”.

Ha concluso tale momento con un invito a contemplare la vocazione a cui ciascuno è chiamato: “Cari amici, queste bellissime immagini che contempliamo oggi ci ricordano la grandezza della vocazione a cui Dio ci chiama, cioè la chiamata universale alla santità. Vi incoraggiamento a essere, con la grazia di Dio, testimoni ed esempi di questa santità nel mondo di oggi. Perché questa è la volontà di Dio: la nostra santificazione. Che la Vergine Maria e tutti i santi intercedano nel nostro cammino verso la patria celeste. Con gratitudine, vi benedico di cuore”.

Infine la benedizione ai presenti: “Che abbiano una fede incrollabile e una speranza salda, così come una carità diligente e una sincera umiltà. Che abbiano forza nella sofferenza, dignità nella povertà, pazienza nelle avversità, generosità nella prosperità, che lavorino per la pace e lottino per la giustizia affinché, dopo aver percorso le vie di questo mondo nell’amore per te e per i fratelli, giungano alla città permanente, dove la Santissima Vergine intercede come madre e risplende come Regina”.

La giornata si è aperta dall’incontro con i leader giovani partecipanti al convegno ‘One Humanity, One Planet’: “Sono molto contento di incontrare giovani come voi, provenienti da ogni parte del mondo, uniti nell’impegno politico alla ricerca del bene comune. Le diverse nazioni, culture e religioni cui appartenete non sono per voi motivo di rivalità, ma di collaborazione e di crescita secondo uno stile sinodale.

 Questo metodo di ascolto e discernimento non è indifferente rispetto ai temi che trattate, ma funziona come una lente, attraverso la quale osservare il mondo. In quanto forma della comunione che ci lega, la sinodalità rende attenti allo sguardo di chi abbiamo accanto, e non solo a ciò che osserviamo, esercitandoci nel comporre visioni d’insieme che rispettano la complessità senza cadere in confusione e cercano la verità senza temere il confronto”.

Il discorso del papa è stato un invito a promuovere la pace: “Sì, la pace è soprattutto un dono, perché la riceviamo da chi ci precede nella storia: è un bene del quale ringraziare. La pace è alleanza, che ci incarica di un impegno comune: quello di onorarla, quando c’è, e di realizzarla, quando manca. La pace, infine, è promessa, perché sostiene la nostra speranza in un mondo migliore, e come tale viene cercata da tutte le persone di buona volontà”.

Per tale promozione è necessaria la politica: “La politica svolge qui una funzione sociale insostituibile: vi esorto perciò a cooperare sempre più nello studio di forme partecipative che coinvolgano tutti i cittadini, uomini e donne, nella vita istituzionale degli Stati. Su queste basi sarà possibile edificare quella fraternità universale che già tra voi giovani si annuncia come segno di un tempo nuovo: il vostro lavoro, infatti, trova la sua espressione più alta quando opera per un’umanità pacificata nella giustizia”.

Infine ha ricordato loro di proteggere i più deboli seguendo l’esempio di santa Madre Teresa di Calcutta: “La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale.

Davanti alle molte sfide del presente abbiate dunque coraggio, ricordando che non siete soli a cercare la fraternità universale: l’unico Dio ci dona la terra come casa comune per tutti i popoli. Il titolo del vostro convegno, ‘One Humanity, One Planet’, merita perciò di essere completato con ‘One God’: riconoscendo in Lui il creatore buono, le nostre religioni ci chiamano a contribuire al progresso sociale, ricercando sempre quel bene comune che ha per fondamenta la giustizia e la pace”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a costruire l’unità

Prima di partire per l’ultima tappa del Libano, papa  Leone XIV e il patriarca Bartolomeo hanno benedetto la folla che si è radunata, dopo la Divina Liturgia, nella piazzetta fuori dalla chiesa patriarcale di San Giorgio; poi si sono presi per mano, scambiati un bacio fraterno e fatto ingresso, uno accanto all’altro, nella sede del Patriarcato, quale ultimo atto pubblico del viaggio in Türkiye, con un discorso al termine della Divina Liturgia:

“Il nostro pellegrinaggio nei luoghi dove si tenne il primo Concilio ecumenico nella storia della Chiesa, si conclude con questa solenne Divina Liturgia, nella quale abbiamo commemorato l’apostolo Andrea che, secondo l’antica tradizione, portò il Vangelo in questa città. La sua fede è la nostra: la stessa definita dai Concili ecumenici e professata oggi dalla Chiesa”.

Inoltre il papa ha sottolineato l’unità plasmata dal Credo niceno, nonostante i conflitti avvenuti nei secoli: “Con i Capi delle Chiese e i Rappresentanti delle Comunità Cristiane Mondiali, durante la preghiera ecumenica lo abbiamo ricordato: la fede professata nel Credo Niceno-Costantinopolitano ci unisce in una comunione reale e ci permette di riconoscerci come fratelli e sorelle.

Ci sono stati molti malintesi e persino conflitti tra cristiani di Chiese diverse in passato, e ci sono ancora ostacoli che ci impediscono di essere in piena comunione, ma non dobbiamo tornare indietro nell’impegno per l’unità e non possiamo smettere di considerarci fratelli e sorelle in Cristo e di amarci come tali”.

Un saluto che rimanda all’incontro tra papa san Paolo VI ed il patriarca Atenagora: “Ispirati da questa consapevolezza, sessant’anni fa Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora dichiararono solennemente che le decisioni infelici e i tristi eventi che portarono alle reciproche scomuniche del 1054 dovevano essere cancellati dalla memoria della Chiesa.

Questo gesto storico dei nostri venerati Predecessori aprì un cammino di riconciliazione, di pace e di crescente comunione tra cattolici e ortodossi, che è cresciuto anche grazie ai contatti frequenti, agli incontri fraterni e a un fecondo dialogo teologico.  Alla luce di questo cammino già intrapreso, molti sono stati i passi compiuti anche a livello ecclesiologico e canonico e, oggi, siamo interpellati a impegnarci maggiormente verso il ripristino della piena comunione”.

Ed ha enucleato tre ‘sfide’ a cui i cristiani sono chiamati a rispondere: “Innanzitutto, in questo tempo di sanguinosi conflitti e violenze in luoghi vicini e lontani, i cattolici e gli ortodossi sono chiamati ad essere costruttori di pace. Si tratta certamente di agire e di porre delle scelte e dei segni che edificano la pace, ma senza dimenticare che essa non è solo il frutto di un impegno umano, bensì è dono di Dio. Perciò, la pace si chiede con la preghiera, con la penitenza, con la contemplazione, con quella relazione viva col Signore che ci aiuta a discernere parole, gesti e azioni da intraprendere, perché siano veramente a servizio della pace”.

Una seconda sfida riguarda il creato: “Un’altra sfida che le nostre Chiese devono affrontare è la minacciosa crisi ecologica che, come Sua Santità ha spesso ricordato, richiede un’autentica conversione spirituale per cambiare direzione e salvaguardare il creato. Cattolici e ortodossi siamo chiamati a collaborare per promuovere una nuova mentalità in cui tutti si sentano custodi del creato che Dio ci ha affidato”.

L’altra ‘sfida’ è quella tecnologica: “Una terza sfida che vorrei menzionare è l’uso delle nuove tecnologie, specialmente nel campo della comunicazione. Consapevoli degli enormi vantaggi che esse possono offrire all’umanità, cattolici e ortodossi devono operare insieme per promuoverne un uso responsabile al servizio dello sviluppo integrale delle persone, e un’accessibilità universale, perché tali benefici non siano solo riservati a un piccolo numero di persone e a interessi di pochi privilegiati”.

In mattinata il papa aveva visitato la Chiesa Apostolica Armena, dove sono sepolti i patriarchi Shenork I e Mesrob II: “Questa visita mi offre l’opportunità di ringraziare Dio per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso dei secoli, spesso in circostanze tragiche. Desidero inoltre esprimere viva gratitudine al Signore per i legami fraterni sempre più stretti che uniscono la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica.

Poco dopo il Concilio Vaticano II, nel maggio 1967, Sua Santità il Catholicos Khoren I è stato il primo Primate di una Chiesa Ortodossa Orientale a visitare il Vescovo di Roma e a scambiare con lui il bacio della pace. Ricordo anche che nel maggio 1970 Sua Santità il Catholicos Vasken I firmò con Papa Paolo VI la prima dichiarazione congiunta tra un Papa e un Patriarca Ortodosso Orientale, invitando i loro fedeli a riscoprirsi fratelli e sorelle in Cristo in vista dell’unità. Da allora, per grazia di Dio, il “dialogo della carità” tra le nostre Chiese è fiorito”.

Per questo ha ricordato l’anniversario niceno: “E’ da questa fede apostolica comune che dobbiamo attingere per recuperare l’unità che esisteva nei primi secoli tra la Chiesa di Roma e le antiche Chiese Orientali. Dobbiamo anche trarre ispirazione dall’esperienza della Chiesa nascente per ripristinare la piena comunione, una comunione che non implica assorbimento o dominio, ma piuttosto uno scambio dei doni che le nostre Chiese hanno ricevuto dallo Spirito Santo per la gloria di Dio Padre e l’edificazione del corpo di Cristo”.

Ricordato l’enciclica ‘Ut unum sint’ di papa san Giovanni Paolo II, il papa ha chiesto di seguire l’esempio dei santi armeni per il cammino verso l’unità: ‘In questo cammino verso l’unità, siamo preceduti e circondati da «una grande schiera di testimoni’. Tra i santi della tradizione armena, vorrei ricordare il grande Catholicos e poeta del XII secolo Nerses IV Shnorhali, di cui abbiamo recentemente commemorato l’850° anniversario della morte, il quale ha lavorato instancabilmente per riconciliare le Chiese, al fine di realizzare la preghiera di Cristo ‘che tutti siano una cosa sola’. Possa l’esempio di san Nerses ispirarci e la sua preghiera sostenerci nel cammino verso la piena comunione!”

(Foto: Santa Sede)

A Tolentino un viaggio dall’Italia alla Cina con ‘Il Cantico di frate Sole’

“Nell’ultima strofa del Cantico: ‘Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente pò skappare’  Fratello Francesco ci ricorda che ogni esistenza umana ha un significato eterno, che ogni vita è preziosa. Per questo motivo il Centenario del Transito si presenta come un potente annuncio di vita e di speranza, proprio quando siamo agli sgoccioli dell’Anno Giubilare della Speranza: in una sorta di passaggio di testimone, il Transito di Francesco non è un tramonto, ma un’aurora: l’alba di una presenza che da otto secoli continua a illuminare il cammino dell’umanità secondo il cuore di Dio manifestato nel Vangelo del Signore Gesù”: questo è stato il messaggio del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, a chiusura dell’incontro internazionale ‘Il Cantico di frate Sole. Dall’Italia medievale alla Cina: storia, scambi culturali e traduzioni’, promosso dal Comitato ‘Beato Tommaso da Tolentino’ insieme alla Fondazione internazionale ‘Padre Matteo Ricci’, all’Università di Macerata, alla Pontificia Università Antonianum e all’Università Ca’ Foscari di Venezia, svoltosi a Tolentino, in provincia di Macerata, nell’ultimo giorno di ottobre.

Nel saluto iniziale l’ dell’arch. Franco Casadidio, presidente del Comitato ‘Beato Tommaso da Tolentino’, ha sottolineato le finalità del convegno che “intende esplorare il dialogo tra spiritualità francescana e cultura cinese, tracciando un percorso affascinante che dal cuore dell’Umbria e delle Marche giunge fino alla Cina, seguendo le tracce del messaggio di san Francesco.

Il Cantico è una lode a Dio ed alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fraternità fra l’uomo e tutto il creato, che molto si distanzia dal distacco e disprezzo per il mondo terreno: la creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore”.

Dopo i saluti del sindaco della città, Mauro Sclavi, e del vescovo della diocesi di Macerata, mons. Nazareno Marconi, e l’introduzione musicale a cura della ‘Compagnia delle Laudi’ diretta dal maestro p. Lorenzo Del Bene, con un breve inquadramento storico del prof. Dario Grandoni, presidente della Fondazione internazionale ‘Padre Matteo Ricci’, p. Lorenzo Turchi, docente alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ha affrontato l’origine ed il significato del testo sacro con l’intervento ‘La nascita del Cantico di Frate Sole’:

“Il Cantico è una lode a Dio ed alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore: da ciò deriva il senso di fraternità fra l’umano e tutto il creato, che molto si distanzia dal distacco e disprezzo per il mondo terreno: la creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore”.

Mentre il prof. Roberto Lambertini, docente all’Università di Macerata, ha analizzato il contesto storico e religioso con ‘Laudato sì, mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore: Francesco e i Frati Minori di fronte ai conflitti della società medievale’, incentrando la riflessione sulla capacità dei francescani di ‘pacificare’ i dissidi all’interno delle città. Però l’intervento più atteso, che getta un ponte tra Occidente e Oriente, è stato quello della dott.ssa Raissa De Gruttola, ricercatrice all’Università Cà Foscari di Venezia, che con la relazione ‘Esperienze di traduzione del Francescani in Cina e la versione contemporanea del Cantico di Frate Sole’, ha illustrato come i missionari francescani abbiano operato in Estremo Oriente e come il celebre inno di san Francesco sia stato recepito e tradotto nella lingua e cultura cinese, arrivando fino ai giorni nostri con una traduzione di fra Taddeo Gao, pubblicata nel 2024.

Al termine del convegno abbiamo chiesto alla dott.ssa Raissa De Gruttola di raccontare il motivo per cui il Cantico delle Creature è stato tradotto in cinese: “I francescani sono stati i primi missionari cattolici ad arrivare in Cina nel XIII secolo e per molti secoli si sono dedicati alla scrittura di altri testi adatti per l’evangelizzazione. Nello scorso secolo è stato tradotto un corpus di testi francescani, tra cui anche il Cantico delle Creature”.

Quali sono state le esigenze che hanno portato a questa traduzione?

“Sicuramente l’esigenza principale è stata quella di far conoscere questo testo molto importante per i francescani anche in lingua cinese”.

Come è stato accolto in Cina?

“In Cina è considerato un testo molto importante per i cristiani e per i laici vicini agli ambienti francescani è un testo molto apprezzato”.

Esistono differenze tra il testo originario e la traduzione in cinese?

“La traduzione cinese è molto fedele ed aggiunge qualche parola solo per spiegare passaggi ‘poco chiari’ per la cultura cinese. E’ interessante che per indicare la parola ‘creature’ viene usata una parola cinese, molto usata nei testi classici cinesi, che significa tutto ciò che esiste che esiste sulla terra”.

Interessante è stata anche l’introduzione musicale della ‘Compagnia delle Laudi’, diretta dal maestro p. Lorenzo Del Bene, eseguendo alcune lauda tratte dal ‘Laudario Cortonese’: perché esso è così importante?

“Il Laudario Cortonese rappresenta il primo documento scritto in lingua volgare, che ha anche una notazione musicale. Quindi per la prima volta possiamo vedere non solo i testi dei componimenti, ma anche una linea melodica, che deve essere anche interpretata, però ci può dare un’idea di come poteva essere la melodia di questi canti”.

Per quale motivo i francescani avevano scelto le laudi per comunicare?

“La lode faceva parte dell’esperienza di san Francesco e quindi dell’esperienza di tutti i francescani: la lauda era un canto di lode. Basta pensare al Cantico delle Creature, che può essere considerato la prima lauda francescana: lodare Dio attraverso il creato e quindi attraverso la creazione che ha fatto san Francesco. Si può lodare Dio anche con la musica”.

Cosa significa riportare ‘in scena’ queste laudi?

“Significa riprendere (o tentare) questo spirito sia con queste melodie, che comunque sono sempre suggestive e ci rimandano ad una profondità semplice ma bella; allo stesso tempo riprendere lo spirito di san Francesco, perché, sebbene siano trascorsi molti secoli, lo spirito umano è sempre quello di sentire il bisogno di lodare Dio in tutto quello che facciamo ed anche attraverso il creato”.

Infatti le laudi si sono tramandate fino ai giorni nostri anche grazie a molti compositori: perché c’è stata questa continuità nei secoli?

“Questa continuità dipende dalla semplicità e dal messaggio, che non si è perso durante il corso dei secoli; magari ha cambiato stile ed ha cambiato modo di essere proposto, ma si è sempre mantenuto attuale. Anche mons. Frisina si è cimentato nei canti francescani ed anche tanti autori contemporanei hanno fatto alcuni arrangiamenti. Oggi la sfida grande è quello di musicare di nuovo il Cantico delle Creature, che è scritto come testo, ma purtroppo la musica è andata perduta. Tanti autori musicali si sono cimentati a mettere in musica questa splendida laude”.

Ed uno di questi è stato Angelo Branduardi: “Qualche anno fa anche lui ha composto l’album ‘L’infinitamente piccolo’,  in cui si è basato quasi totalmente sulle fonti francescane; è stata un’esperienza molto bella. Quindi grandi cantautori si sono confrontati sulla bellezza di san Francesco, che veramente conquista proprio tutti”.

(Tratto da Aci Stampa)

Prof. Masullo: papa Leone XIV invita la Cop30 ad ascoltare il grido della terra

“Auspico che i prossimi vertici internazionali (penso alla trentesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30), alla sessione del Comitato per la sicurezza alimentare della FAO e al vertice sull’acqua che l’ONU sta organizzando per il 2026)  possano ascoltare il grido della Terra e il grido dei poveri, il grido delle famiglie, dei popoli indigeni, dei migranti involontari, dei credenti di tutto il mondo. Al tempo stesso incoraggio tutti, soprattutto i giovani, i genitori e quanti operano nelle amministrazioni locali e nazionali e nelle istituzioni a dare il loro contributo alla ‘sfida culturale, spirituale ed educativa’, mirando sempre e tenacemente al bene comune. Non c’è spazio per l’indifferenza né per la rassegnazione”: questo appello di papa Leone XIV è risuonato ad inizio ottobre a Castel Gandolfo, dove al Centro Mariapoli dei Focolarini ha incontrato i partecipanti all’incontro ‘Raising Hope’ nel decennale dell’enciclica ‘Laudato sì’.

E la XXX Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite è in programma fino al 27 novembre a Belém, in Brasile, con la partecipazione di 162 Paesi, che affronteranno l’urgenza della crisi climatica e l’insufficienza degli impegni finora messi in campo. COP è acronimo di Conference of the Parties (Conferenza delle Parti) ed è il vertice annuale che riunisce i Paesi aderenti alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992, durante il Summit della Terra, con l’obiettivo di stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera e limitare l’impatto delle attività umane sul clima. 

Per comprendere meglio la situazione climatica e le prospettive per il creato abbiamo contattato il prof. Andrea Masullo, autore del libro ‘Il grido silenzioso della terra’, invitando a sconfiggere l’indifferenza, che è “come un tappo che impedisce di sentire il grido della Terra e lo rende silenzioso. Altrettanto fa la paura che ci fa coprire le orecchie per non sentire. Entrambe le cose rendono questo grido silenzioso”. Egli è anche direttore scientifico di Greenaccord, associazione culturale internazionale di ispirazione cristiana, che dal 2003 svolge attività di formazione per giornalisti, stimolando l’impegno di tutti sul tema della salvaguardia della natura.

Cosa si attende da COP 30?

“La COP 30 deve, rianimare le deludenti COP 28 e 29 e affrontare le nuove criticità legate alla crescente tensione internazionale, con il conseguente irrigidimento di alcuni paesi. La marcia indietro degli USA indebolisce enormemente la capacità della Conferenza di produrre la revisione dei Piani Nazionali di riduzione delle emissioni, necessaria per affrontare una crisi climatica che sta dimostrando sul campo un’accelerazione dei fenomeni estremi. E’ ormai praticamente impossibile restare sotto 1,5°C di aumento delle temperature. Bisogna fare il possibile per restare almeno sotto i 2°C, anche se il trend attuale va verso i 3°C e oltre.

In quale modo è possibile ascoltare il grido silenzioso della Terra, come ha chiesto papa Leone XIV?

“Bisogna ascoltare il grido dei poveri che aumenta e abbraccia la Terra intera, già oggi inospitale per gran parte della popolazione mondiale. Imparare a riconoscere con ammirazione e rispetto la bellezza e l’armonia della natura e saper riconoscerne le note stonate: la dispersione di veleni sui campi, il silenzio degli uccelli, la deviazione delle rotte migratorie, solitamente dovute a cementificazione, prosciugamento delle zone umide, desertificazione ed erosione, incendi boschivi. Dove le orecchie non possono percepire quel grido, con la mente e col cuore possiamo imparare a sentirlo. Se diamo voce e braccia alla natura che grida, facciamo un’opera generosa e santa per ogni essere vivente che soffre, inclusi noi esseri umani”.

Esiste un rapporto tra crisi ambientale e crisi sociale?

“C’è un collegamento diretto fra il consumismo che semina l’illusione di una crescita illimitata a cui sempre meno persone possono accedere, e l’insicurezza che aumenta nelle fasce sociali medie, che diviene frustrazione profonda fra i più poveri. La corsa al consumo stimolata dalle imprese con mezzi di persuasione potentissimi, fa sì che le persone si sentano insicure di riuscire a seguire il ritmo crescente di nuovi prodotti e la sostituzione di vecchi modelli. L’insicurezza sociale è divenuta una strategia di mercato, e così il consumismo distrugge contemporaneamente le reti ecologiche e le reti sociali”.

Infatti papa Leone XIV ha invitato alla cura del creato attraverso la giustizia ambientale. Quali sono i passi da intraprendere?

“Innanzitutto, interrompere la depredazione dei Paesi poveri, che detengono la maggior parte delle risorse necessarie ad alimentare il consumismo dei Paesi ricchi, ricevendone inquinamento e scarsi salari. Poi bisogna diffondere fra i giovani la consapevolezza che oggi l’industria bellica è la più fiorente per mantenere i privilegi. E quindi bisogna chiedere a gran forza la riconversione, per un mondo più giusto e pacificato. E lavorare per ridurre l’eccessivo divario di reddito all’interno di ciascun Paese, e a livello globale”.

In quale modo è possibile una convivenza nella casa comune?

“La casa è il luogo in cui la famiglia si riunisce attorno alla mensa. In una famiglia dove c’è chi ha il piatto abbondante e butta via ciò che avanza, accanto a chi ha il piatto quasi vuoto, nascono rancori, rabbia e scoppiano guerre. La convivenza si garantisce solo con un ambiente sano e una condivisione dei suoi frutti, prelevati senza arrecarvi danni”.

Dopo 800 anni il Cantico delle Creature a quale responsabilità personale e collettiva chiama?

“San Francesco, nella sua semplicità, in un’epoca in cui non c’era nessun allarme ambientale, ammirato davanti al Creato, intuisce che non è un insieme di cose belle distribuite qua e là, ma tutto è importante perché ogni cosa ha un senso che viene dal Creatore stesso. Allora lui cerca di capire l’importanza e legge il Vangelo delle Beatitudini. Se Dio dice ‘beati’ i poveri, lui cerca i più poveri fra i poveri, i lebbrosi che nessuno voleva avvicinare, i gigli del campo che hanno il vestito più bello che si possa avere pur essendo tra le più fragili delle creature, gli uccelli del cielo… Questa è una visione olistica del Creato, dove tutto è connesso. E noi uomini abbiamo ricevuto la missione di proteggerlo”.

 Papa Leone XIV alla Cop30: con la custodia del creato si coltiva la pace

“Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. C’è un chiaro legame tra la costruzione di pace e la gestione del creato: ‘La ricerca della pace da parte di tutti gli uomini di buona volontà sarà senz’altro facilitata dal comune riconoscimento del rapporto inscindibile che esiste tra Dio, gli esseri umani e l’intero creato’.

Se da un lato, in questi tempi difficili, l’attenzione e la preoccupazione della comunità internazionale sembrano concentrarsi principalmente su conflitti tra nazioni, dall’altro c’è pure una crescente consapevolezza che la pace è minacciata anche dalla mancanza del dovuto rispetto per il creato, dal saccheggio delle risorse naturali e dal progressivo peggioramento della qualità della vita a causa del cambiamento climatico”: è questo l’inizio del testo del messaggio di papa Leone XIV, pronunciato dal Segretario di Stato, card. Pietro Parolin, in occasione della 30^ Sessione della Conferenza degli Stati Parte alla Convenzione Quadro Delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP30), che si apre oggi a Belém, in Brasile, citando il messaggio per la pace scritto nel 2010 da papa Benedetto XVI.

Nel messaggio si sottolinea il pericolo per il creato a causa delle guerre: “Data la loro natura globale, queste sfide mettono in pericolo la vita di tutti su questo pianeta e, pertanto, esigono cooperazione internazionale e un multilateralismo coeso e capace di guardare avanti che ponga al centro la sacralità della vita, la dignità di ogni essere umano donata da Dio e il bene comune. Purtroppo, osserviamo approcci politici e comportamenti umani che vanno nella direzione opposta, caratterizzati da egoismo collettivo, non considerazione dell’altro e miopia”.

Evidenziando che ‘in un mondo che brucia, sia per il surriscaldamento terrestre sia per i conflitti armati’ il papa ha sottolineato che “questa Conferenza deve diventare un segno di speranza, attraverso il rispetto mostrato alle idee altrui nel tentativo collettivo di cercare un linguaggio comune e un consenso mettendo da parte interessi egoistici, tenendo presente la responsabilità gli uni per gli altri e per le generazioni future”.

Infatti papa san Giovanni Paolo II negli anni ’90 aveva già sottolineato la crisi ecologica è ‘un problema morale’: “Tragicamente, coloro che si trovano nelle situazioni di maggiore vulnerabilità sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione e dell’inquinamento. Prendersi cura del creato, pertanto, diventa un’espressione di umanità e solidarietà. Da questo punto di vista, è essenziale tradurre le parole e le riflessioni in scelte e azioni basate sulla responsabilità, la giustizia e l’equità al fine di raggiungere una pace duratura prendendoci cura del creato e del nostro prossimo”.

Inoltre nella lettera papa Leone XIV ha esortato gli Stati al rispetto dell’Accordo di Parigi: “Un decennio fa, la comunità internazionale ha adottato l’Accordo di Parigi, riconoscendo il bisogno di una risposta efficace e progressiva all’urgente minaccia del cambiamento climatico4. Purtroppo dobbiamo ammettere che il cammino verso il raggiungimento degli obiettivi fissati in quell’Accordo rimane lungo e complesso. Su questo sfondo, si esortano gli Stati Parte ad accelerare con coraggio l’attuazione dell’Accordo di Parigi e della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici”.

Ed ecco l’esortazione alla conversione ecologica sollecitata da papa Francesco: “Possano tutti i partecipanti a questa COP30, come anche coloro che ne seguono attivamente i lavori, essere ispirati ad abbracciare con coraggio questa conversione ecologica con il pensiero e con le azioni, tenendo presente il volto umano della crisi climatica.

Possa questa conversione ecologica ispirare lo sviluppo di una nuova architettura finanziaria internazionale incentrata sull’uomo che assicuri che tutti i Paesi, specialmente quelli più poveri e quelli più vulnerabili ai disastri climatici, riescano a raggiungere il loro pieno potenziale e vedere rispettata la dignità dei propri cittadini. Questa architettura deve tener conto anche del legame tra debito ecologico e debito estero”.

E’ stata una sollecitazione a sviluppare un’educazione all’ecologia integrale: “Possa essere promossa una educazione sull’ecologia integrale che spieghi perché le decisioni a livello personale, familiare, comunitario e politico plasmano il nostro futuro comune, sensibilizzando al tempo stesso sulla crisi climatica e incoraggiando mentalità e stili di vita volti a rispettare meglio il creato e a salvaguardare la dignità della persona e l’inviolabilità della vita umana. Possano tutti i partecipanti a questa COP30 impegnarsi a proteggere e a prendersi cura del creato che ci è stato affidato da Dio al fine di costruire un mondo pacifico”.

Commentando il messaggio ai media vaticani il card. Parolin ha spiegato le preoccupazioni del papa e le priorità delle Chiese locali: “Effettivamente, è un fenomeno che coinvolge sempre più persone, naturalmente in senso negativo, e coinvolge le persone più vulnerabili. Abbiamo avuto in questi mesi degli incontri con le autorità delle isole del Pacifico dove ci mettevano di fronte alla realtà tragica di una prossima scomparsa: possiamo prevedere che cosa questo possa significare per la popolazione, no? E, da quello che ho letto, oggi il numero di sfollati è più alto per quanto riguarda i cambiamenti climatici che non per i conflitti che sono in atto nel mondo. Quindi è una situazione davvero di emergenza. La Chiesa si è impegnata a livello di Santa Sede. Abbiamo ricordato il grande contributo che ha dato papa Francesco con ‘Laudato sì’ e poi con ‘Laudate Deum’. E naturalmente anche le Chiese locali ci sono allineate su questo impegno”.

Il Giubileo rigenera la terra

Domenica 9 novembre la diocesi di Acerra ospita la 75ª Giornata Nazionale del Ringraziamento, il cui titolo del messaggio è ‘Giubileo, rigenerazione della terra e speranza per l’umanità’: “Nel celebrare l’Anno Santo rileggiamo le indicazioni che vengono dai primi libri della Bibbia, di grande rilievo per la cura del lavoro della terra e delle relazioni. Già papa Francesco, nell’enciclica ‘Laudato sì’, aveva invitato a scorgere nella Scrittura ‘la riscoperta e il rispetto dei ritmi inscritti nella natura dalla mano del Creatore’. Anzitutto il senso del sabato, nel quale il Popolo di Dio custodiva la memoria grata dell’opera del Creatore, che fa del settimo giorno un tempo di libertà dal lavoro per tutti gli esseri umani e anche per quei viventi che in esso sono coinvolti: tempo di ri-creazione e di festa, di discontinuità rispetto all’operare feriale”.

Partendo dall’inizio del messaggio della Conferenza Episcopale Italiana, intitolato ‘Giubileo, rigenerazione della terra e speranza per l’umanità’, abbiamo incontrato il presidente nazionale di Acli Terra, Nicola Tavoletta, invitato dalla parrocchia ‘Santa Maria Annunziata’ dell’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, in collaborazione con il Sermirr di Recanati, il Sermit di Tolentino, Agesci, Azione Cattolica Italiana, Acli, Movimento Laudato Sì, Movimento dei Focolari, associazione ‘Città per la Fraternità’, in occasione dell’ottocentesimo anniversario del Cantico delle Creature ed a dieci anni dall’enciclica ‘Laudato sì’,

Nella riflessione ‘Laudato sì, mio Signore, per sora madre terra’ il presidente di Acli Terra ha fatto un breve excursus storico della laude francescana: “Il ‘Cantico delle Creature’ è un cantico di san Francesco d’Assisi composto intorno al 1224 fra san Damiano e il vescovado di Assisi. E’ il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore. Secondo una tradizione, la sua stesura risalirebbe a due anni prima della sua morte, avvenuta nel 1226. Il Cantico è una lode a Dio e alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore. La creazione diventa così un grandioso mezzo di lode al Creatore”.

Per quale motivo san Francesco lodava Dio attraverso la terra?

“Per il motivo che ne riconosceva la creazione dell’universo e la Sua presenza in ogni realtà generata. Ne riconosceva l’equilibrio naturale e sociale”.

Per quale motivo il giubileo è rigenerazione della terra, come hanno affermato i vescovi italiani nel messaggio per la festa del ringraziamento?

“Per il motivo che riconosciamo i nostri errori e, una volta riconosciuti, c’è un cambiamento. Tali cambiamenti che escludono gli errori passati possono offrire una nuova prospettiva. Certo, c’è probabilità che possono generare nuovi errori, ma anche nuove prospettive interessanti per la comunità”.

Quindi rispettare i ritmi del creato indica anche una speranza?

“Ho parlato della questione del tempo, in quanto occorre rispettare anche il ritmo della creato; noi dobbiamo non accelerare il ritmo, ma vivere il ritmo della natura”.

In quale modo il mondo agricolo può essere stimolo per la cura del creato?

“L’agricoltore ha due approcci: il primo quando si alza la mattina e vede che il vento gli ha rovinato il sistema delle vigne o l’eccessiva pioggia gli ha rovinato le  orticole; il secondo approccio è quello dell’agricoltore che vede nei frutti non solo il risultato del proprio lavoro, ma anche l’unione tra il lavoro ed il creato. Questo secondo approccio è un amore che genera la vita. Questo secondo aspetto prevale e permette all’agricoltura di esistere da migliaia di anni”.

Quindi è essenziale l’invito al ringraziamento da parte della Chiesa?

“Certo che è essenziale, perché se da sempre abbiamo frutti, quindi c’è generatività, vuol dire che ci è permesso dal creato ed è bene essere consapevole che è necessario ringraziare Dio”.

Quindi a distanza di 800 anni il Cantico delle Creature è ancora attuale?

“Non solo è attuale, ma ha anche una funzione di ‘rilancio’, perché ho visto esprimere il cantico di san Francesco non solo in termini di poesia, ma anche in altre arti, quali la musica, la danza, la pittura. Quindi il Cantico delle Creature è da riscoprire perché è un’opera letteraria che lodando Dio attraverso ogni aspetto del creato, interroga ancora l’umanità”.  

Gli incontri proseguono domenica 23 novembre alle ore 11.00 ospitando la consigliera nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per il settore giovani, Martina Sardo, che rifletterà sul tema ‘Laudato sii, mio Signore, per tutte le tue creature’;  mentre domenica 30 novembre alle ore 11.00 Nizar Lama, guida cattolica a Betlemme, racconta la vita in Terra Santa.

Nel nuovo anno domenica 15 febbraio Alessandra Cetro, incaricata nazionale al settore ‘Giustizia, Pace e Nonviolenza’, racconterà il verso ‘Laudato sii, mio Signore, per tutti quelli che perdonano per amor Tuo; mentre domenica 22 marzo l’avvocato Monica Silvia Correale, postulatrice al Dicastero delle Cause dei Santi, racconterà l’amore del venerabile Luigi Rocchi per il creato: ‘Un innamorato  del Creato e dei sofferenti’. Chiude il percorso l’autore ed attore Diego Mecenero, che domenica 10 maggio racconterà come si sconfigge il bullismo: ‘San Francesco ed il lupo insieme per sconfiggere il bullismo’.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: il cammino sinodale è una sfida

Oggi pomeriggio nell’aula Paolo VI, papa Leone XIV ha dialogato con i partecipanti al Giubileo delle équipe sinodali e degli organismi di partecipazione, rispondendo a sette domande dei delegati di tutti i continenti, mettendo in evidenza la vocazione missionaria della Chiesa, che deve ‘ascoltare il grido della terra’, e adoperarsi perché siano rispettati i carismi di ciascuno.

Si è iniziato con una domanda del rappresentante dell’Africa, a cui il papa ha risposto con una visione dell’Africa propizia per la Chiesa perché ‘ha tanto da offrirci’, anche se sottolinea che ci sono ‘tante sfide che possono diventare tante occasioni’.

Nel cammino sinodale, è importante l’ascolto per affrontare le ‘sfide’: “Soprattutto nelle culture in cui noi cristiani non siamo la maggioranza, spesso con membri di altre religioni, sia regionali che mondiali come l’Islam, le sfide che ci sono allo stesso tempo sono anche grandi opportunità. E penso che ciò che la maggior parte di noi ha sperimentato negli ultimi anni in preparazione al Sinodo e all’inizio di questo nuovo processo di attuazione, è proprio che la sinodalità, per usare le tue parole, non è una campagna”.

Questa è l’azione della Chiesa: “E’ un modo di essere e un modo di essere Chiesa. E’ un modo di promuovere un atteggiamento che inizia con l’imparare ad ascoltarsi l’un l’altro. E il dono dell’ascolto è qualcosa che penso tutti noi riconosciamo, ma che spesso è andato perduto in alcuni settori della Chiesa, e qualcosa di cui credo dobbiamo continuare a scoprire il valore, a partire dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo negli uomini e nelle donne, nei membri della Chiesa e in coloro che sono alla ricerca ma che forse non sono ancora e forse non saranno mai membri della Chiesa, ma che stanno davvero cercando la verità”.

Mentre al rappresentante dell’Oceania il papa ha fatto presente la situazione climatica, a cui ‘è necessaria una risposta urgente’: “Ci stiamo godendo il lusso di stare seduti in spazi molto confortevoli e riflettere su cose che a volte possono sembrare molto teoriche. Ma quando sentiamo il grido urgente delle persone in diverse parti del mondo, sia a causa della povertà che dell’ingiustizia, o a causa dei cambiamenti climatici, o forse per una serie di altre cause, ci rendiamo conto che non stiamo solo riflettendo su questioni teoriche e che è necessaria una risposta urgente.

E questo è un caso specifico in cui spero che tutti noi prendiamo molto sul serio l’appello che papa Francesco ha rivolto a tutta la Chiesa e al mondo dieci anni fa nella ‘Laudato Sì’, dicendo che anche questo fa parte della nostra risposta di fede a ciò che sta accadendo nel nostro mondo. Non possiamo essere passivi. Pertanto, spero vivamente che attraverso le conferenze episcopali, le Province ecclesiastiche, le Conferenze continentali, possiamo affrontare alcune di queste questioni molto specifiche e fare la differenza. Penso che la Chiesa abbia una voce e che dobbiamo avere il coraggio di alzare la voce per cambiare il mondo, per renderlo un posto migliore”.

Al rappresentante dell’America del Nord che ha chiesto sulla paura della sinodalità da parte dei sacerdoti il papa ha risposto che non tutti possono ‘correre alla stessa velocità’: “Dobbiamo capire che non tutti corriamo alla stessa velocità e che a volte dobbiamo essere pazienti gli uni con gli altri. E piuttosto che avere poche persone che corrono avanti e lasciano indietro molte altre, il che potrebbe causare persino una frattura nell’esperienza ecclesiale; dobbiamo cercare modi, a volte molto concreti, per comprendere cosa sta succedendo in ogni luogo, quali sono le resistenze o da dove provengono, e cosa possiamo fare per incoraggiare sempre più l’esperienza di comunione in questa Chiesa, che è sinodale”.

Inoltre ha sottolineato che occorre trovare modi che possano essere ‘inclusivi’: “Quindi, penso che la realtà concreta, compresa all’interno della cultura americana, degli Stati Uniti, dove in realtà molte strutture già esistenti hanno un grande potenziale per essere sinodali e per trovare modi per continuare a trasformarle in esperienze più inclusive, sia nei consigli pastorali, sia in altre strutture diocesane o incontri, l’inclusione di persone, uomini e donne, laici e clero, donne e uomini, religiosi…  possano tutti partecipare e provare un forte senso di appartenenza, di leadership e di responsabilità nella vita della Chiesa”.

A rappresentare il Consiglio dei Patriarchi Cattolici d’Oriente (CPCO) è stato mons. Mounir Khairallah, vescovo di Batrum, presidente del Comitato Patriarcale Maronita per il Seguito del Sinodo, a cui il papa ha invitato ad essere promotori della riconciliazione: “Come Chiesa, dobbiamo essere uniti e riunirci per essere quel segno autentico di speranza, ma anche un’espressione molto reale della carità cristiana, dell’amore fraterno e della cura reciproca, specialmente verso quelle persone che hanno perso tutto a causa della distruzione della guerra, a causa dell’esistenza dell’odio tra di noi”.

Ma al contempo ha invitato il mondo occidentale a rispettare le differenze delle Chiese orientali: “Penso che le sfide che le Chiese orientali hanno continuato ad affrontare e a portare avanti in Medio Oriente siano qualcosa che noi occidentali dobbiamo comprendere meglio, se così si può dire, e che, guardando ai processi sinodali, dobbiamo capire che esistono anche differenze significative tra la Chiesa latina e le Chiese orientali. E dobbiamo rispettare queste differenze. Penso che questo sia il primo passo in qualsiasi comunità, in qualsiasi organizzazione umana: se non ci rispettiamo l’un l’altro, non potremo mai iniziare a conoscerci e ad avvicinarci gli uni agli altri”.  

La seconda parte degli interventi è iniziato con uno sguardo sull’America Latina e Caraibi, aggiungendo una nota di carattere personale: “Io poche volte sono stato ispirato da un processo, io mi sento ispirato dalle persone che vivono con entusiasmo la fede. E vivere questo spirito (e parliamo di spiritualità) di sinodalità, ma è la spiritualità del Vangelo, della comunione, del voler essere Chiesa. Questi sono aspetti che possono davvero ispirarci a continuare ad essere Chiesa e a costruire percorsi di inclusione, invitando molti altri, tutti, ad accompagnarci, a camminare con noi”.

E’ c’è stato ‘spazio’ anche per le donne con l’intervento di Klára Antonia Csiszár, componente dell’équipe sinodale del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE), docente di teologia pastorale all’Università cattolica di Linz, in Austria, che si è soffermata sull’interazione tra il patrimonio delle Chiese ortodosse orientali, fonte di arricchimento, e quello d’Occidente, sia sulla questione delle donne, risvegliando nel papa due ricordi:

“C’è una sfida per la Chiesa e per tutti noi a vedere come possiamo promuovere insieme il rispetto per i diritti di tutti e tutte; come possiamo promuovere noi una cultura dove queste cose diventino non solo possibili ma realtà in una co-partecipazione di tutti, ciascuno secondo la propria vocazione, dove possono esercitare (diciamo) un ruolo di responsabilità nella Chiesa. Abbiamo visto tanti esempi nei fatti. Però la realtà è che culturalmente non tutti i Paesi, che non sono nello stesso posto di Europa o degli Stati Uniti e noi non possiamo semplicemente pensare che nominando qui o là una donna per questo o quell’altro sarà rispettata, perché ci sono forti differenze culturali che fanno dei problemi”.

E’ stato un invito a dare forma alle differenze: “Ed allora bisogna parlare di come la Chiesa possa essere una forza per conversione, trasformazione delle culture secondo i valori del Vangelo. Purtroppo molte volte la forma in cui viviamo la fede è più determinata dalla nostra cultura e meno dai nostri valori evangelici. E’ lì che noi tutti possiamo essere una forza, una ispirazione, un invito per le nostre nazioni, le nostre comunità, le nostre culture a riflettere sulle differenze che esistono e non solo fra uomo e donna”.

Infine, la testimonianza asiatica di don Clarence Sandanaraj Devadassan, membro dell’équipe sinodale della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche, che ha evidenziato che il cammino sinodale ha incoraggiato un maggiore impegno nella promozione dell’armonia tra i popoli e le fedi, delle donne e dei fedeli laici nei processi decisionali, a cui papa Leone XIV ha risposto che si deve ‘rispettare il suolo sacro che rappresenta l’Asia’: “Ci sono, ovviamente, grandi sfide. Le realtà strutturali ed economiche con cui avete a che fare e la difficoltà di promuovere anche solo la comunicazione su larga scala a causa dei limiti delle Chiese locali sono realtà che credo anche noi dobbiamo condividere”.

Ciò comporta la sfida della condivisione: “Penso che questo tipo di esperienza di una Chiesa sinodale che costruisce comunione debba ispirare in tutti noi, se volete, una maggiore generosità nella condivisione delle risorse, in modo da poter avere forse una maggiore uguaglianza, una maggiore giustizia, anche in termini di condivisione con gli altri dei beni e delle benedizioni materiali di cui dispongono tante chiese. Ovviamente, farlo comporta grandi sfide. Naturalmente, sono già stati compiuti grandi sforzi in tal senso, che vanno riconosciuti. E’ un processo in corso”.

(Foto: Santa Sede)

La preghiera di papa Leone XIV e dei Reali d’Inghilterra per un cammino ecumenico

E’ stato lo scenario della Cappella Sistina, con la volta michelangiolesca, a far da cornice al momento più significativo della visita di Stato dei Reali d’Inghilterra alla Santa Sede: la preghiera ecumenica presieduta da Leone XIV e dall’arcivescovo di York, Stephen Cottrell, alla presenza di re Carlo III e della regina Camilla..

Un momento ‘storico’, perché Chiesa cattolica e Chiesa di Inghilterra, che fa parte della Comunione anglicana, hanno pregato insieme il Signore: le due realtà erano infatti espresse dalla presenza del Papa e dello stesso Re Carlo, Governatore supremo della Chiesa d’Inghilterra, accompagnato nella visita a Roma dall’attuale vescovo più anziano della stessa, proprio l’arcivescovo Cottrell.

Il momento di preghiera, in latino e in inglese, è stato iniziato dai salmi 8 e 64 (65) e la lettura, tratta dalla Lettera ai Romani, incentrati sulla lode a Dio come Creatore. Del resto la visita era stata originariamente programmata per aprile di quest’anno e il tema rifletteva il particolare impegno a prendersi cura della nostra casa comune, condiviso dal Re Carlo e da papa Francesco.

Papa Leone XIV ha confermato la condivisione di questo impegno per la tutela del creato ed è stato lieto di procedere con la cerimonia come era stata originariamente prevista, durante la quale i bambini della Cappella Reale di St. James’s Palace, a Londra, e i laici (cioè i membri adulti del coro) della Cappella di St. George nel Castello di Windsor, si sono uniti alla Schola della Cappella musicale pontificia Sistina. Infine il papa e l’arcivescovo Cottrell hanno recitato insieme una preghiera a Dio creatore; quindi papa Leone XIV e il Re Carlo III d’Inghilterra si sono scambiati due esemplari identici di orchidee Cymbidium.

Al termine dell’incontro, il Re Carlo è stato accompagnato in Terza Loggia per un colloquio con il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. Nel frattempo la Regina Camilla ha visitato la Cappella Paolina.

Nel pomeriggio, i Reali hanno concluso la visita recandosi nella basilica papale di san Paolo fuori le Mura, che per i progressi compiuti sulla via della riconciliazione tra la Chiesa di Roma e la Chiesa d’Inghilterra, il cardinale arciprete James Michael Harvey e l’abate della comunità monastica, dom Donato Ogliari, con l’approvazione di papa Leone XIV, hanno conferito il titolo di ‘Royal Confrater’ di san Paolo al re Carlo III.

A Roma l’IX Congresso Mondiale del Turismo, Maimone: ‘Turismo Religioso come via di Evangelizzazione e di Cura secondo la Dottrina Sociale della Chiesa’

Nel cuore della Città Eterna, custode della cristianità e faro di fede per l’intera umanità, si terrà dal 16 al 19 ottobre, l’IX Congresso Mondiale del Turismo, dal titolo ‘Turismo porta dell’Evangelizzazione’, evento solenne inserito nel Calendario ufficiale del Giubileo e promosso dall’Ufficio nazionale per la pastorale del Tempo libero e dello Sport della C.E.I., su richiesta del Dicastero per l’Evangelizzazione.

Biagio Maimone, neo Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso (RMTR), assisterà ai lavori del Congresso e ha dichiarato che vi è un nesso profondo e indissolubile tra turismo ed evangelizzazione poiché, mai come oggi, l’umanità, segnata dalle ferite delle guerre, delle ingiustizie e delle divisioni, avverte l’urgenza di ricostruire se stessa nella fraternità e nella pace.

Il turismo, aprendosi come ponte tra i popoli, diventa strumento privilegiato di dialogo, di comprensione reciproca e di riconciliazione e il turismo religioso, che muove i cuori verso i luoghi di fede, si rivela via straordinaria di evangelizzazione e di pace in quanto apre gli animi rendendoli rispettosi delle differenze e costruttori di fraternità e unità tra comunità diverse.

Attraverso le esperienze a cui esso dà vita, fondate sulla solidarietà, sulla custodia della vita, sull’amore per il creato e sulla ricerca spirituale, l’umanità può rinascere trasformando le divisioni in armonia e riconoscendo la propria responsabilità verso ogni fratello, guardando al futuro con speranza e con un rinnovato senso di unità che illumina la terra.

Il mandato di Cristo ‘Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura’ fonda la missione universale della Chiesa e papa Leone XIV raccogliendo la tradizione missionaria, ha ribadito con forza che l’opera evangelizzatrice della Chiesa consiste non solo nell’annunciare Cristo con le parole, ma anche nel rendere visibile la sua luce nella vita sociale, politica e culturale dei popoli.

Nella sua enciclica ‘Rerum Novarum’ del 1891, papa Leone XIII ha sottolineato che è un dovere solenne della Chiesa intervenire in materia sociale poiché appartiene al suo ufficio annunciare Cristo e difendere la dignità dei poveri e degli umili. La missione evangelizzatrice e la promozione della giustizia sociale non sono realtà separate, ma due volti della stessa fedeltà al Vangelo che illumina la vita degli uomini e il turismo religioso fa proprie tali istanze e le comunica attraverso il suo operato.

La dottrina sociale della Chiesa, nata come sviluppo organico della missione evangelizzatrice, diventa guida luminosa del turismo religioso in quanto cammino di fede e di promozione umana e il turismo religioso accoglie e fa propri i principi della dottrina sociale della Chiesa, che non sono semplici enunciazioni teoriche ma vie concrete di santità e di trasformazione del mondo, come la dignità inviolabile della persona umana che deve essere sempre custodita e rispettata, il bene comune come criterio che orienta la vita dei popoli, la solidarietà come vincolo che unisce ogni uomo al suo prossimo, la sussidiarietà come riconoscimento del ruolo delle comunità locali e della responsabilità di ciascuno e la cura del creato come dovere sacro di proteggere la casa comune affidata da Dio.

Il turismo religioso accoglie altresì l’affermazione di papa Leone XIII secondo cui il Vangelo non sopprime nulla di ciò che è buono nelle culture e nelle società, ma tutto innalza, tutto nobilita e tutto perfeziona e in questo modo, vissuto alla luce della dottrina sociale della Chiesa, diventa via privilegiata di evangelizzazione perché incarna i principi fondanti del Vangelo e li rende visibili nel vissuto dei popoli educando al rispetto della dignità di ogni persona, promuovendo il bene comune, valorizzando i territori e le culture locali, generando solidarietà tra genti diverse, incoraggiando la sussidiarietà, sostenendo le comunità ospitanti e diventando scuola di custodia del creato invitando a contemplare la bellezza del mondo come dono di Dio, trasformando il viaggio in pellegrinaggio interiore e in responsabilità sociale.

In tal modo il turismo religioso coniuga la dimensione spirituale con quella sociale e missionaria dimostrando come il Vangelo non rimanga confinato nei templi, ma si diffonda lungo le strade del mondo illuminando ogni ambito della vita umana e chi opera nel turismo religioso è chiamato a vivere questi principi con spirito missionario condividendo la quotidianità con le persone incontrate, testimoniando con la vita la verità del Vangelo e compiendo gesti di carità, di giustizia e di servizio ai più deboli.

Così il turismo religioso diventa espressione viva della Chiesa missionaria ed evangelizzatrice, una Chiesa che non si limita a predicare ma si incarna tra gli uomini, che non separa la fede dalla vita e che non teme di affrontare le sfide sociali per testimoniare la forza trasformante del Vangelo come sottolineato da papa Leone XIII, secondo cui non è sufficiente predicare la verità, occorre incarnarla nelle opere affinché il mondo creda.

In un mondo attraversato da conflitti e smarrimenti, il turismo religioso appare come via di riconciliazione, strumento di fraternità e seme di speranza, unisce i popoli, educa al rispetto, apre alla pace universale e rende visibile la luce di Cristo nel cuore delle culture e delle nazioni e attesta che la missione evangelizzatrice e la dottrina sociale non sono due percorsi separati, ma un unico cammino che conduce a Cristo e che trasfigura la storia e così il turismo religioso diventa profezia di una Chiesa che annuncia, testimonia, serve e accompagna rendendo concreta la promessa del Regno di Dio.

Il turismo religioso è autentico Turismo dell’Anima perché non si limita a condurre l’uomo nei luoghi sacri ma lo eleva interiormente, lo ricolma di bellezza e lo guida a riscoprire lo spirito e i valori morali come ricorda Papa Francesco nella ‘Laudato Sì’, dove l’incontro con la natura non è semplice esperienza estetica ma momento altamente spirituale e luogo di comunione con il creato. In occasione della Giornata Mondiale del Turismo, mons. Rino Fisichella, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha evidenziato che la bellezza del creato e il patrimonio culturale educano a leggere i segni della sapienza di Dio e il turismo diventa occasione di crescita, incontro e conoscenza reciproca invitando ciascuno a prendersi cura della casa comune.

Il turismo religioso si conferma così ponte universale tra culture e fedi diverse, via di fraternità e pace ma anche impegno sociale ed economico, valorizza territori e patrimoni di fede e cultura, sostiene comunità locali e promuove sviluppo sostenibile attraverso la solidarietà.

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