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Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle

“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’, rinvenuto nel 1976  tra i codici conservati dalle Clarisse di Novaglie,

A 50 anni dalla scoperta a suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, chiediamo di spiegarci per quale motivo san Francesco scrisse questo testo: “Di questo testo e delle circostanze della sua gestazione ci narra con dovizia di particolari la ‘Compilazione di Assisi, uno scritto di carattere compilatorio e testimone prezioso e affidabile degli ultimi anni di vita di Francesco. Siamo probabilmente nella primavera del 1225 durante la quale Francesco dimorò a san Damiano, prostrato da una malattia molto dolorosa agli occhi che lo costringeva a stare sempre nell’oscurità non potendo sopportare né la luce naturale né quella del fuoco, e da una prova interiore che si protraeva da tempo.

Durante una notte, anche spirituale, riflettendo alle sue tante tribolazioni, fu mosso a pietà verso se stesso e implorò l’aiuto del Signore, il quale lo consolò dandogli la certezza che possedesse fin d’ora il suo regno: ‘Fratello, rallegrati e giubila pienamente nelle tue infermità e tribolazioni; d’ora in poi vivi nella serenità, come se tu fossi già nel mio regno’. Al mattino, colmo di gratitudine e di letizia, annunciò ai fratelli di voler comporre, a lode della Trinità, a propria consolazione e a edificazione del prossimo, una lauda del Creatore riguardo alle sue creature, il ‘Cantico di frate Sole’, che egli stesso poi intonava o ‘faceva cantare dai suoi compagni per riuscire a dimenticare, nella considerazione della lode di Dio, l’acerbità delle sue malattie e delle sue sofferenze’.

In quegli stessi giorni ‘fece anche alcune sante parole con melodia a maggior consolazione delle povere signore del monastero di San Damiano, soprattutto perché le sapeva molto contristate per la sua infermità… In esse egli volle manifestare alle sorelle, allora e per sempre, la sua volontà’. Lo scritto nasce dal cuore ormai pacificato di Francesco, che consolato della consolazione del Padre delle misericordie desidera recare loro sollievo sapendole condurre una vita dura e povera”.

Quale è il tema centrale del testo francescano?

“Questo testo è solo apparentemente semplice, in realtà è ricco di tematiche teologico-spirituali, che forse trovano un punto di irradiazione nello sguardo ormai fisso di Francesco sul paradiso: tutta la vita è orientata alla gloria divina, a cui le sorelle sono chiamate a partecipare ‘cum la Vergene Maria’. Una vita, quella umana, intessuta di fatica, infermità, tribolazione, nella quale però è possibile sperimentare quella logica ribaltata e liberante delle Beatitudini.

Chiara stessa in un passo del suo Testamento, ripreso poi anche nella ‘Forma vitae’, racconterà che ‘Francesco, osservando attentamente che, pur essendo deboli e fragili nel corpo, non ricusavamo nessuna indigenza, povertà, fatica, tribolazione o ignominia e disprezzo del mondo, anzi, al contrario, li ritenevamo grandi delizie sull’esempio dei santi e dei suoi fratelli, avendoci esaminato frequentemente, molto se ne rallegrò nel Signore’: in loro egli vedeva compiersi nuovamente il mistero pasquale di Gesù Cristo, che solo poteva rendere dolce all’animo e al corpo ciò che era amaro e molesto.

Questo era accaduto quando il Signore lo aveva condotto tra i lebbrosi ed egli aveva fatto con loro misericordia; questo era ciò che desiderava accadesse anche in queste sue figlie poverelle, perché è il cuore pulsante e vitale del vangelo: Gesù Cristo non ha ritenuto un tesoro geloso la sua natura divina, ma proprio perché ha assunto la condizione umana fino a prendere la forma del servo, è stato esaltato dal Padre che gli ha dato un Nome eterno.

Audite: un incipit dal sapore giullaresco, oltre che biblico. Non potendo visitare personalmente le sorelle, egli non invia loro uno scritto, ma manda alcuni fratelli perché cantino loro queste sue parole di esortazione. Allora ecco l’invito solenne: Audite, ascoltate. L’uomo biblico nasce nell’ascolto amoroso di una Parola che lo crea e ricrea: ‘Ascolta, Israele’; e Gesù stesso parlerà del cuore umano come di un terreno che prenderà forma diversa a seconda del tipo di ascolto e accoglienza che darà alla parola seminata: ‘Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare’.

 Francesco aveva invitato i suoi fratelli al guardarsi dall’essere ‘la terra lungo la strada, o terra sassosa o invasa dalle spine’, ed ad impegnarsi ad inclinare l’orecchio del cuore per obbedire alla voce del Figlio di Dio, per conservare le sue parole, la sua vita, il suo insegnamento e il suo santo Vangelo: da uomo biblico qual era, sapeva che l’obbedire non è meramente conseguenza cronologica dell’ascoltare, ma sua profonda verità.

Le poverelle sono vocate ed adunate, forme verbali passive, a dire che è opera di un Altro, che chiama, appunto, e raduna de multe parte et provincie in unità. Non solo luoghi fisici, ma pure esistenziali. E’ il mistero della Chiesa, che è ‘multiformemente’ una perché scaturisce dalla sovrabbondanza della Somma Trinità e Santa Unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Se san Damiano è chiesa in rovina che custodisce l’immagine crocifissa del Figlio di Dio, ecco che la comunità di sorelle che vi risiede è adunata per riflettere al mondo, proprio nella povertà del suo insieme e in quella di ciascun membro, l’umiltà sublime di Dio che ama nascondersi in poca apparenza di pane e nel campo del mondo e dei cuori umani.

Così nel mistero del nascondimento di Dio, che si rivela velandosi nella carne del Verbo, si comprendono le parole: Non guardate a la vita de fore ka quella dello spirito è migliore. Sembrano riecheggiare le parole di Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi: ‘Per questo non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti, il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne. Le sorelle, se sapranno usare con discrezione delle elemosine di cui vivono insieme al loro lavoro manuale, se sapranno portare e sopportare le proprie e altrui malattie e tribolazioni, venderanno a Dio ‘cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria’.

All’inizio della sua conversione, un mattino d’inverno, in risposta al fratello carnale che lo scherniva vedendolo mendico e al freddo della strada, il santo aveva risposto, inondato dalla gioia dei salvati: ‘Venderò questo sudore, e molto caro, al mio Signore’. La ricompensa dei poveri evangelici, che attendono dall’alto la consolazione per le tribolazioni sopportate nella pace del Risorto. Tema che troviamo magnificamente cantato nel Cantico di frate Sole: ‘Laudato sì, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore e sostengo infirmitate e tribulazione. Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati’. San Francesco guardava le poverelle e, secondo la logica capovolta del Vangelo, già le vedeva regine. Così accadrà alla pianticella Chiara, che prossima al suo transito sarà visitata da uno stuolo di vergini e dalla Madre poverella, che abbracciandola la rivestirà di sé, preparandola all’incontro con lo Sposo”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: Pasqua annuncio di vita nuova

“La pace che Gesù ci consegna non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e cambia il cuore di ciascuno di noi! Convertiamoci alla pace di Cristo! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore! Per questo, invito tutti a unirsi a me nella veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di san Pietro il prossimo sabato, 11 aprile”: dalla Loggia centrale della Basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato il messaggio di Pasqua alla Città e al mondo, implorando Dio per la ‘conversione’ alla pace con l’invito a partecipare ad un momento di preghiera nella Basilica vaticana sabato 11 aprile.

Davanti a circa 60.000 persone il papa ha invitato a non abituarsi alla violenza: “In questo giorno di festa, abbandoniamo ogni volontà di contesa, di dominio e di potere, e imploriamo il Signore che doni la sua pace al mondo funestato dalle guerre e segnato dall’odio e dall’indifferenza che ci fanno sentire impotenti di fronte al male. Al Signore raccomandiamo tutti i cuori che soffrono e attendono la vera pace che solo Lui può dare. Affidiamoci a Lui e apriamogli il nostro cuore! Solo Lui fa nuove tutte le cose!”

Tale invito conclusivo ha ripreso la riflessone iniziale della vittoria della vita: “La Pasqua è una vittoria: della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio. Una vittoria a carissimo prezzo: il Cristo, il Figlio del Dio vivente ha dovuto morire, e morire su una croce, dopo aver subito un’ingiusta condanna, essere stato schernito e torturato, e aver versato tutto il suo sangue. Come vero Agnello immolato, ha preso su di sé il peccato del mondo e così ci ha liberati tutti, e con noi anche il creato, dal dominio del male”.

Gesù ha vinto la morte in modo nonviolento: “La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta. E’ simile a quella di un chicco di grano che, marcito nella terra, cresce, si apre un varco tra le zolle, germoglia e diventa una spiga dorata. E’ ancora più simile a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso”.

Respingere la vendetta è forza di pace: “Fratelli e sorelle, questa è la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri”.

E’ stato un chiaro invito a scegliere la pace: “Nella luce della Pasqua, lasciamoci stupire da Cristo! Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!”

Ed a non scegliere l’indifferenza: “Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo. C’è una sempre più marcata ‘globalizzazione dell’indifferenza’, per richiamare un’espressione cara a papa Francesco, che un anno fa da questa loggia rivolgeva al mondo le sue ultime parole”.

Mentre, presiedendo la celebrazione eucaristica di Pasqua in piazza san Pietro davanti a 60.000 persone il papa ha descritto una creazione splendente: “La creazione intera risplende oggi di nuova luce, dalla terra si leva un canto di lode, esulta di gioia il nostro cuore: Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova!”

Il creato splende perché c’è vita: “Questo annuncio pasquale abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Esso ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi! E’ questo un messaggio non sempre facile da accogliere, una promessa che facciamo fatica ad accogliere, perché il potere della morte ci minaccia sempre, dentro e fuori”.

Proprio quando c’è delusione la Pasqua è un invito ad ‘alzare lo sguardo’: “In questa realtà, la Pasqua del Signore ci invita ad alzare lo sguardo e ad allargare il cuore. Essa continua ad alimentare nel nostro spirito e nel cammino della storia il seme della vittoria promessa. Ci mette in movimento come Maria di Magdala e come gli Apostoli, per farci scoprire che il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.

La resurrezione è un invito a non perdere la speranza: “Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita. Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza, perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti”.

Riprendendo l’esortazione apostolica di papa Francesco, ‘Evangelii Gaudium’, l’invito del papa è quello di vivere una vita nuova: “Fratelli e sorelle, la Pasqua del Signore ci dona questa speranza, ricordandoci che nel Cristo risorto una nuova creazione è possibile ogni giorno… Il giorno della risurrezione di Cristo ci rimanda così alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte della morte, adesso sta spuntando per l’umanità. La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario”.

Per questo il papa sprona i fedeli a questo annuncio di speranza: “Di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo. Corriamo allora come Maria di Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita”.

(Foto: Santa Sede)

Vittorio Messori: senza resurrezione non c’è cristianesimo

Ieri è morto Vittorio Messori, giornalista e scrittore di fama internazionale, tra coloro che più hanno segnato la saggistica cattolica in questi anni. Nacque nel 1941 a Sassuolo e crebbe in un ambiente non religioso: la sua formazione iniziale fu segnata dal razionalismo. Studiò scienze politiche a Torino ed iniziò la carriera giornalistica alla Stampa di Torino. Negli anni Sessanta visse una conversione al cattolicesimo che descrisse come del tutto impensabile, quasi ‘subita’. Da quel momento, la rivelazione cristiana non divenne solo un suo riferimento intimo, privato, ma il centro di tutta la sua attività intellettuale e quindi anche pubblica.

Nel luglio del 1964 si convertì al cattolicesimo (disse di ‘essere stato convertito, da una forza imprevista e irresistibile’), iniziando, stimolata anche dalla lettura di Blaise Pascal, una ricerca delle ‘ragioni della ragione’, a conforto delle ‘ragioni del cuore’ che lo avevano spinto ad abbracciare la fede. Di questo percorso, Messori racconterà nelle prime pagine di ‘Ipotesi su Gesù’.

Decise allora di frequentare i corsi dell’Istituto di Cristologia per laici della Pro Civitate Christiana ad Assisi, dove trascorse il 1966 ed il 1967. Ad Assisi conobbe Rosanna Brichetti, che avrebbe sposato in seguito nel 1996, dopo l’annullamento, da parte della Sacra Rota, di un precedente matrimonio avvenuto nel 1972: mentre la prima istanza era stata respinta nei tre gradi di giudizio, due cause successive si erano concluse con la sentenza di nullità. Nel 1968, terminati i corsi, tornò a Torino, dove iniziò l’attività professionale presso la Società Editrice Internazionale. Impegnato prima in redazione, passò poi a dirigere l’ufficio stampa. Contemporaneamente iniziò a collaborare con vari giornali e riviste culturali e continuò le ricerche per la redazione del suo primo libro.

Nel 1970 fu assunto a ‘Stampa Sera’ come redattore della cronaca cittadina. L’attività giornalistica e le inchieste gli valsero alcune querele e un processo per avere svelato dei retroscena di uno scandalo cittadino dove erano implicati alcuni medici. Dopo oltre quattro anni di cronaca, Arrigo Levi, allora direttore sia de La Stampa che di Stampa Sera, lo chiamò a far parte del gruppo di tre giornalisti destinati a creare Tuttolibri, settimanale culturale, anche se Messori non aveva voglia di rientrare in una cerchia culturale che non stimava e non gli interessava.

Proprio in quelle settimane, Messori consegnò alla SEI il manoscritto della sua prima opera, ‘Ipotesi su Gesù’, frutto della sua inchiesta sulle origini del cristianesimo, continuata per 12 anni. L’editore pubblicò il libro dopo un anno, nell’autunno del 1976, con una tiratura inferiore a 3.000 copie che andarono esaurite in poco tempo, così come le successive ristampe.

In ‘Ipotesi su Gesù’ scriveva: “Di Gesù non si parla tra persone educate. Con il sesso, il denaro, la morte, Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile. Troppi i secoli di sacrocuorismo. Troppe le immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e gli occhi azzurri: il Signore delle signore. Troppe quelle prime comunioni presentate come ‘Gesù che viene nel tuo cuoricino’. Non a torto tra persone di gusto quel nome suona dolciastro. E’ irrimediabilmente tabù”.

Nel libro ‘Dicono che è risorto’ lo scrittore scrive: “Dice il celebre teologo svizzero [Karl Barth]: ‘Possiamo essere protestanti o cattolici, ortodossi o riformati, di destra o di sinistra. Ma, se vogliamo che la nostra fede abbia fondamento, dobbiamo aver visto e udito gli angeli presso il sepolcro spalancato e vuoto’. Cerchiamo dunque di esaminare con qualche ampiezza il perché di questa situazione…

Non è certo un caso se gli antichi predicatori del Vangelo non annunciavano affatto, per prima cosa, dei programmi socio-politici o delle edificanti saggezze o le indicazioni morali del rabbi Gesù. No: essi annunciavano, prima di ogni altra cosa, che quel Gesù di Nazareth, che era stato ‘annoverato tra i malfattori’ e come tale crocifisso, alla fine si era ‘levato dai morti’. Integrando sempre e subito questa affermazione (‘Gesù di Nazareth è risorto’) con l’altra: ‘E noi ne siamo testimoni’…

Comunque, va pur detto che questa affermazione decisiva non è soggetta ad alcuna verifica ‘scientifica’. Qui, nessuna scoperta archeologica di nessun futuro potrà mai dare la prova che il corpo di quel condannato a morte si è decomposto in qualche fossa comune; o che, al contrario, la tomba del notabile Giuseppe d’Arimatea è rimasta per sempre scoperchiata, vuota di un Occupante rialzatosi in piedi.

Qui, è necessario fidarsi di coloro che dicono di averlo visto risorto, ritornato in vita. Bisogna dare credito ad altri uomini, a un gruppo di testimoni privilegiati: la comunità cristiana; la Chiesa, in una parola. Si vede, anche in questo modo, che la fede non può nascere né vivere ‘solitaria’, ‘isolata’: per la sua fondazione stessa deve appoggiarsi ad una comunità, senza la cui testimonianza non c’è né annuncio, né certezza della risurrezione. E se non c’è risurrezione non c’è cristianesimo”.

Quaresima alla luce della Parola di Dio

“La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera”: così inizia il messaggio quaresimale sulla Parola di Dio, intitolata ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’ con l’invito ad un maggior ascolto per intraprendere un cammino verso la Pasqua.

A pochi giorni dalla Pasqua con p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ed all’Istituto Teologico di Assisi, riflettiamo sul rapporto che intercorre tra l’ascolto e il digiuno: “Il tempo quaresimale è un kairos, un tempo propizio e favorevole per dare primato all’essenziale. E’ un’occasione per ‘ritornare al Signore’ e prestare orecchio alla voce del Signore per rinnovare la ‘ferma decisione’ di seguire Cristo verso Gerusalemme. Ascoltare e digiunare sono due movimenti del cuore, che sono interconnessi: è necessario ‘digiunare’ e purificare il nostro cuore da tante voci per “ascoltare” la voce del Maestro; e quando si ascolta, il digiuno è una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”.

Vivere la Quaresima può divenire un ‘tempo di conversione’?

“Grazie all’itinerario quaresimale e accompagnati dalla liturgia della Parola di queste domeniche, si può riscoprire il gusto del vivere la ‘conversione’ come stato permanente dell’esistenza cristiana. La conversione, infatti, indica un movimento di ‘ritorn’”, di trasformazione e di rinnovamento; per questo il battezzato è chiamato a vivere costantemente in esodo, in uscita da se stesso per cercare propriamente la verità del Vangelo”.

Per quale motivo il Papa insiste sulla dimensione comunitaria della Parola di Dio?

“La Scrittura testimonia che il popolo si radunò per ascoltare il libro della Legge (cfr. Ne 8) e che la comunità era perseverante nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli (cfr. At 2,42). Il luogo per eccellenza in cui risuona e si attua la Parola di Dio è nella vita della Chiesa (cfr. DV 5); ed è proprio per questo motivo che ‘apa Leone XIV insiste sulla necessità di ascoltare e condividere ‘comunitariamente’ la Parola di Dio”.

Tale messaggio quaresimale si potrebbe collegare con le catechesi, che il papa svolge nelle udienze del mercoledì sul Concilio Vaticano II, che è stato un ‘evento’ che ha influenzato ed, in un certo senso, ha impresso un ‘carattere’, nella vita della Chiesa. L’assemblea conciliare è la Chiesa che si riunisce e si interroga per scrutare con sguardo illuminato dalla fede i ‘segni dei tempi’ ed entrare in ‘dialogo con il mondo’: per quale motivo papa Leone XIV ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi partendo proprio dalla Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’?

“Il 7 gennaio scorso papa Leone XIV, al termine dell’anno giubilare, ha dato avvio a un nuovo ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II, soprattutto al fine di ‘rileggere’ i documenti conciliari, per riscoprirne la bellezza, la profezia e l’attualità e riflettere, quindi, sul tempo presente e ‘correre’ per ‘portare’ la gioia del Vangelo al mondo contemporaneo. L’assise conciliare è stata realmente una ‘bussola’ e, pertanto, ascoltando e meditando la preziosità di questi documenti si risveglia la fede e, soprattutto, il desiderio dell’annuncio. La Costituzione ‘Dei Verbum’è un documento centrale nella riflessione del Concilio Vaticano II, in quanto rilancia la relazione dell’uomo con Dio come un’amicizia, riscoprendo il valore e la costante attualità della Parola di Dio”.

Cosa significa essere ‘attenti interpreti dei segni dei tempi’?

“La dimensione dialogica è centrale nella riflessione teologica, soprattutto in rapporto al mondo contemporaneo. L’essere ‘immersi’ nel mondo è nel DNA del cristiano che, in forza del dono ricevuto, è ‘presenza’ di Cristo nel mondo. La categoria dei ‘segni dei tempi’ è stata centrale nel dibattito conciliare e rimane, tuttora, un aspetto ineludibile nella vita della Chiesa: il battezzato, inserito nel mondo, è chiamato continuamente a mettersi in ascolto del contesto e a interpretare secondo la logica evangelica le trasformazioni di questo tempo, per accogliere una visione dell’essere umano illuminata dal mistero di Cristo”.

(Tratto da Aci Stampa)

Card. Battaglia ai mercanti di morte: convertitevi

“Ai mercanti della morte, a voi che fate affari con il sangue degli uomini, a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli, a voi che chiamate ‘strategia’ ciò che il Vangelo chiama scandalo, rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita”: con parole forti l’arcivescovo di Napoli, card. Domenico Battaglia, ha scritto in forma poetica una lettera ai ‘mercanti di morte’.

Una lettera in cui il cardinale ha sottolineato la necessità di custodire: “Vi scrivo da questa terra che trema. Trema sotto i passi dei poveri, sotto il pianto dei bambini, sotto il silenzio degli innocenti, sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo. Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.

Quel linguaggio antico e terribile che domanda: ‘Sono forse io il custode di mio fratello?’ Ed invece sì, lo siamo. Lo siamo tutti. E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello”.

Ed ha raccontato lo smarrimento del mondo a causa dei mercanti di morte: “Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi. Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie. Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi.

Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio. Che nessun bambino ha il destino della polvere. Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa. Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza”.

Qui sta la differenza tra il pane e le armi: “Voi fate il contrario del pane. Il pane si spezza per sfamare. Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro. Il pane mette gli uomini a tavola. Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali. Il pane ha il profumo delle mani”.

Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci. E ditemi: come fate? Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta? Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato? Come fate a chiamare ‘mercato’ ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato?”

E’ una lettera che non è una condanna: “Non vi parlo da giudice. Non ho tribunali da aprire. Vi parlo da uomo e da pastore. Da credente ferito dalla ferocia dei tempi. Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.

Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe. Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore. Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli. Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore”.

E’ un invito a guardare il Crocifisso, chiedendo di non cambiare le parole: “E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato. Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli. Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.

Ed intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente. Ma non c’è sicurezza dove si semina morte. Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto. Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti. E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile”.

Ed il Vangelo è un invito a cambiare mentalità: “Il Vangelo, invece, non tratta. Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione. Il Vangelo non si abitua ai morti. Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario. Il Vangelo mette un bambino al centro. Sempre. E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano. Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna”.

Per questo ha chiesto la conversione: “Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico: esiste solo l’abisso. Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi. Vi chiedo di convertirvi. Sì, convertirvi. Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria. Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo. Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana. Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia. Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini”.

Una conversione perché il Vangelo è esigente: “Abbiate un sussulto. Uno solo, ma vero. Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze. Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione. Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti. Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete. Perché non c’è pace senza disarmo del cuore, e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto”.

La guerra inizia con un’ingiustizia: “La guerra non comincia quando cade la prima bomba. Comincia molto prima: quando il fratello diventa un ostacolo, quando il povero diventa irrilevante, quando la compassione viene giudicata ingenua, quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla”.

Questo è il motivo della lettera per un’apertura alla Pasqua: “Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione. Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada. Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate. Anche per voi c’è una possibilità di riscatto. Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua. Ma dovete scendere. Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto”.

E’ un invito a ritornare uomini: “Dovete tornare uomini. Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini. Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità. Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione. In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro, in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita, in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere”.

Tale ‘sogno’ del cardinale è la pace: “Sogno il giorno in cui la parola ‘profitto’ non farà più rima con ‘funerale’. E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità. Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi. L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso. L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.

Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero: quanto sangue vi basta? Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio? Fermatevi. Prima che sia troppo tardi per i popoli. Prima che sia troppo tardi per voi. Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome. Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire: Beati gli operatori di pace”.

L’ultimo brano della lettera è una descrizione degli operatori di pace: “Non i calcolatori di guerra. Non i garanti dell’equilibrio armato. Non i venditori di paura. Gli operatori di pace. Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino. Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi”.

Gli operatori di pace sono profeti: “Ha bisogno di profeti, non di mercanti. E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo. Non per ideologia, ma per fedeltà. Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo. Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita. A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica: restituite il futuro.

Restituite il respiro. Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra. Restituitevi alla vostra umanità. La pace vi giudicherà. Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi. Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani”.

Prima Domenica di Quaresima: Gesù è tentato da Satana

Inizia la prima domenica di Quaresima, un tempo forte dell’anno liturgico, un periodo, come dice il nome, di 40 giorni durante i quali la liturgia ci invita a prepararci spiritualmente alla seconda festa dell’anno liturgico: la Pasqua di risurrezione. Il numero 40 è certamente simbolico: 4×10; tutta la realtà è chiamata con l’aiuto di Dio a rinnovarsi con segni di vera conversione. Il n. 4 sta ad indicare gli elementi costitutivi del creato (aria, terra, acqua, fuoco) che lasciati in balia di se stessi generano il caos; il n. 10 simboleggia Dio e indica che solo con l’aiuto di Dio si determina il cosmo, l’ordine, l’armonia, la pace, l’amore.

La Quaresima ci invita alla conversione, cambiare radicalmente la nostra vita quotidiana e dall’egoismo innato nell’uomo, passare all’amore, proprio di Dio; Dio infatti è amore: con un atto di amore ha creato cielo, terra e l’uomo a sua immagine e somiglianza. Con un gesto di amore sublime, dopo il peccato dei nostri progenitori, il Verbo eterno si incarnò e Gesù, vero Dio e vero uomo, muore in croce per salvarci; Cristo Gesù, risorto il terzo giorno, vince la morte e apre agli uomini le porte del Regno dei cieli.

Ogni rinnovamento dello spirito è preceduto  dall’opera umana sostenuta dalla grazia del cielo: 40 dove il 4 (l’uomo sintesi mirabile di tutto il creato) è sostenuto dal n. 10, cioè da Dio. La Quaresima essenzialmente è un richiamo a riconoscerci peccatori, fragili e limitati e a rivolgerci a Dio dicendo: ‘Signore, abbiamo peccato, perdonaci!’, Kirie, eleison!, Signore, pietà. Cosa fare allora? Ce lo indica in modo mirabile il Vangelo di questa domenica. Gesù viene tentato da Satana e il Maestro divino ci insegna come superare le tentazioni, che non mancheranno mai.

La tentazione nei momenti di bisogno. Gesù ebbe fame e il tentatore: ‘Se sei figlio di Dio fa che questa pietra diventi pane’; Gesù risponde con la sacra Scrittura (Parola di Dio): ‘Non di solo pane vive l’uomo’. La tentazione della vana gloria: ‘Se sei figlio di Dio, gettati giù: gli angeli ti sosterranno perché il tuo piede non inciampi’; Gesù risponde: ‘Sta scritto, non tenterai il Signore Dio tuo’, è Parola di Dio. La terza tentazione riguarda il potere: Tutto è mio, dice il tentatore, io metto tutto nelle tue mani se ti prostri e mi adori; e Gesù al tentatore: ‘Vattene, Satana! Sta scritto: Il Signore tuo Dio adorerai; a Lui solo renderai il culto’.

Gesù, nuovo Adamo, vince il tentatore sempre con la Parola di Dio, la Sapienza eterna con la quale Dio ha creato tutte le cose. Satana rimane quel tentatore che troviamo all’inizio della vita quando tentò i nostri progenitori : se mangiate il frutto della scienza del bene e del male, diventerete come Dio; potrete fare a meno di Dio perché tu, uomo, che conosci il bene e il male sei Dio. I nostri progenitori caddero nella rete diabolica; Gesù, viceversa, ci insegna come eludere e vincere le tentazioni: con la Parola di Dio che è luce; con la Parola di Dio che è Via, Verità e Vita mentre la parola del maligno è solo ingannatrice.

Le tre tipiche tentazioni che subì Gesù riassumono le tentazioni dell’uomo di ieri e di oggi. La tentazione radicale, di fondo, rimane sempre  la stessa: tu, uomo, non hai bisogno di Dio, tu sei Dio con la tua intelligenza e il tuo amore. Tentazione a cui anche oggi Satana spinge l’uomo debole e fragile  verso il materialismo ateo contro il quale l’uomo intelligente e consapevole dei propri limiti deve sempre battersi: non è questione di ‘mela’, le tentazioni di satana mirano solo ad allontanare da Dio, mettere in dubbio la sua esistenza, divinizzare l’io, il denaro, il sesso, il successo.

La tentazione dell’Eden non è cessata, tuttora è in atto nella storia. Il diavolo, come ha tentato i nostri progenitori, cercò di sedurre anche Gesù in cui vedeva solo l’uomo e non il Verbo eterno, Il Figlio incarnato. Gesù ha permesso di essere tentato per dare all’uomo un insegnamento efficace e perfetto: solo la parola di Dio salva; uniti a Cristo nello Spirito Santo si trova la forza di resistere, solo nella parola di Dio c’è salvezza.

L’uomo ieri come oggi si trova tra due poli di attrazione: o con Adamo o con Cristo Gesù; o con il peccato che ebbe inizio nell’Eden, nel giardino delle delizie e portò l’uomo a vivere tra tribolazioni e spine sino alla morte; o con Gesù Cristo, che si sacrificò per noi in croce insegnando a tutti il comandamento dell’amore, che non è il piacere o il sesso o il denaro ma è vivere vicino a Dio che è Amore, è Via, è Verità, è Vita, è salvezza eterna. Il peccato ieri come oggi dilaga attorno a noi, ti offre una porta larga da attraversare per finire con il sommergerti.

La via della Croce che Gesù, nuovo Adamo, ci offre è una porta stretta che ti immette nella gioia vera, nella coscienza serena mentre ti addita la meta gloriosa che è il Regno di Dio, la vita eterna. L’uomo, il cristiano è chiamato a fare ogni giorno la sua scelta, ‘ad astra per aspera’, se vuoi essere vero discepolo di Gesù è necessario prendere la propria croce e camminare; nel tuo cammino non sarai mai solo, Gesù assicura: siete stanchi, affaticati, afflitti, venite a me, io vi ristorerò. Da qui il suo dono: l’Eucaristia che celebriamo ed il dono di Maria, sua madre, come madre nostra. Confortati da questa presenza iniziamo il nostro cammino quaresimale.  

Papa Leone XIV: Quaresima tempo di conversione attraverso l’ascolto ed il digiuno

“La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito”: nel messaggio per il tempo di preparazione alla Pasqua di quest’anno, ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’, papa Leone XIV ha chiesto forme di ‘astensione concreta’ come ‘disarmare il linguaggio’ e coltivare la gentilezza, ma anche di ascoltare la Parola di Dio e il grido degli ultimi, e di farlo insieme, nelle nostre comunità, aperte all’accoglienza di chi soffre .

Nel messaggio quaresimale il papa ha invitato ad ascoltare la Parola di Dio: “Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione”.

Una sottolineatura importante, perché l’ascolto è relazione: “Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”.

Per questo anche Dio si è messo in ascolto: “Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: ‘Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido’. L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù”.

Dio ascolta perché è coinvolgente: “E’ un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta”.

Però l’ascolto ha bisogno dell’azione del digiuno: “Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo ‘fame’ e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli ‘appetiti’, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.

Quindi il digiuno è un orientamento al bene, come affermava sant’Agostino: “Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, deve essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché ‘non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio’… Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.

Ed ecco una prima indicazione concreta: “Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”.

Mentre la seconda indicazione consiste in un cammino insieme: “Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio”.

Da qui deriva la conversione, che è uno stile di vita comunitario: “Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale”.

Una conversione che è frutto di relazioni: “In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione”.

Relazione con Dio e con gli altri per la ‘civiltà dell’amore: “Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Papa Leone XIV ringrazia i carabinieri per il loro servizio

“Sono lieto di accogliere voi che siete al servizio dell’ordine e della sicurezza nell’area metropolitana di Roma e nel territorio provinciale. Mi ha fatto molto piacere sapere che lo scorso Anno giubilare, pur essendo stato particolarmente impegnativo, ha rappresentato per voi un’esperienza arricchente, sia sul piano umano sia su quello professionale. Ringrazio il Signore per questo. In effetti, è stato così per tutti noi che viviamo a Roma: la testimonianza di tanti pellegrini ci ha edificato”: rivolgendosi alle forze dell’ordine della Compagnia Roma-San Pietro, papa Leone XIV afferma che il messaggio di Gesù ha permeato nei secoli strutture e modi di agire attraverso una ‘rivoluzione’ non violenta.

E ritorna agli inizi del Cristianesimo, quando si irradiò anche nei militari: “E penso agli albori del cristianesimo in questa città, quando nei vari ambienti, anche nell’esercito, cominciò a circolare la Buona Notizia di Gesù: un nuovo modo di vivere e di pensare, un Dio che è amore, misericordia, perdono; una fraternità tra tutti gli uomini e le donne che supera ogni differenza sociale ed etnica”.

Quindi il Vangelo ha cambiato la società: “Cari amici, voi siete militari e sapete bene che cosa vuol dire gerarchia, comando, obbedienza. Queste parole le usiamo anche nella Chiesa, trasformate dalla novità del Vangelo. E, analogamente, il Vangelo, lungo i secoli, ha permeato le strutture, i criteri, i modi di agire e di pensare delle civiltà dove è penetrato; lo ha fatto non con una rivoluzione violenta, ma con una trasformazione pacifica, dall’interno, attraverso le coscienze, la conversione dei cuori. Così il Vangelo ha portato ovunque il senso di Dio e dell’uomo: il rispetto assoluto della vita e della persona umana, insieme all’adorazione di Dio e di Lui solo”.

Questa è la novità del Vangelo: “E allora, riflettiamo: non è forse questo che può e deve accadere in ogni epoca, anche nel mondo e nella Roma di oggi? È così, e ne abbiamo conferma al livello più alto del Magistero della Chiesa cattolica: nel Concilio Vaticano II, negli insegnamenti e negli esempi dei Papi. Siamo chiamati a riscoprire l’essenzialità del messaggio cristiano e lo stile della Chiesa nascente, per incarnarli nel nostro mondo così diverso, molto più complesso…

Signori e Signore, vi ringrazio per il servizio che svolgete, in particolare intorno al Vaticano e nella città di Roma. Vi auguro di compierlo sempre con coscienza retta, fedeli ai principi e alle regole dell’Arma dei Carabinieri e, in quanto cristiani, fedeli al Vangelo, che riempie ogni intenzione e ogni azione con la carità di Cristo”.

Ed in un chirografo in riferimento all’organismo istituito nel 2024 per organizzare e coordinare le ‘Gmb’, il papa trasferisce la competenza al Dicastero per i Laici, la Famiglia e la vita, abrogando il chirografo istitutivo e statuto, come pure atti e regolamenti finora adottati per una maggior sinergia: “Condividendo la sollecitudine del mio predecessore, papa Francesco, perché la Chiesa ponga attenzione ai bambini anche mediante l’istituzione di una giornata loro dedicata, in continuità con la decisione già assunta di collocare il Pontificio Comitato per la Giornata Mondiale dei Bambini all’interno del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e al fine di favorire ulteriormente le sinergie ed un lavoro più efficace per la realizzazione di questa nobile iniziativa, dopo essermi adeguatamente consultato”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: una voce sola per la fede

“In uno dei passi biblici che abbiamo appena ascoltato, l’apostolo Paolo si definisce ‘il più piccolo tra gli apostoli’. Egli si considera indegno di questo titolo, perché nel passato è stato un persecutore della Chiesa di Dio. Tuttavia, non è prigioniero di quel passato, ma piuttosto ‘prigioniero a motivo del Signore’. Per grazia di Dio, infatti, ha conosciuto il Signore Gesù Risorto, che si è rivelato a Pietro, quindi agli Apostoli e a centinaia di altri seguaci della Via, e infine anche a lui, un persecutore. Il suo incontro con il Risorto determina la conversione che commemoriamo oggi”: celebrando nella Basilica ostiense i secondi Vespri nella solennità della conversione di san Paolo, papa Leone XIV, chiudendo la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ha ricordato che la loro missione oggi è annunciare Cristo ed avere fiducia in Lui.

E la conversione comporta un cambiamento: “La portata di questa conversione si riflette nel cambiamento del suo nome, da Saulo a Paolo. Per grazia di Dio, colui che un tempo perseguitava Gesù è stato completamente trasformato ed è diventato suo testimone. Colui che combatteva il nome di Cristo con ferocia, ora predica il suo amore con zelo ardente, come esprime vividamente l’inno che abbiamo cantato all’inizio di questa celebrazione”.

Un cambiamento che è missione: “Mentre siamo riuniti presso le spoglie mortali dell’Apostolo delle genti, ci viene così ricordato che la sua missione è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti ad avere fiducia in Lui. Ogni vero incontro con il Signore, infatti, è un momento trasformativo, che dona una nuova visione e nuova direzione per assolvere il compito di edificare il Corpo di Cristo”.

Quindi è compito dei cristiani annunciare Gesù, come ha detto il papa all’inizio del pontificato: “E’ compito comune di tutti i cristiani dire al mondo, con umiltà e gioia: ‘Guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua parola che illumina e consola!’. Carissimi, la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani ci chiama ogni anno a rinnovare il nostro comune impegno in questa grande missione, nella consapevolezza che le divisioni tra noi, se non impediscono certo alla luce di Cristo di brillare, rendono tuttavia più opaco quel volto che deve rifletterla sul mondo”.

Ed ecco il richiamo al Concilio di Nicea, segno di unità tra i cattolici: “Sua Santità Bartolomeo, Patriarca Ecumenico, ha invitato a celebrare questo anniversario a İznik, e rendo grazie a Dio per il fatto che tante tradizioni cristiane siano state rappresentate in quella commemorazione, due mesi fa. Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso della sua redazione è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della nostra unità in Cristo.

Quel momento di fraternità ci ha permesso anche di lodare il Signore per ciò che ha operato nei Padri di Nicea, aiutandoli ad esprimere con chiarezza la verità di un Dio che si è fatto prossimo a noi incontrandoci in Gesù Cristo. Possa anche oggi lo Spirito Santo trovare in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo!”

Unità che è stata al centro del cammino sinodale in vista del giubileo del 2033: “Ciò si è riflesso nelle due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, caratterizzate da un profondo zelo ecumenico e arricchite dalla partecipazione di numerosi delegati fraterni. Credo che questa sia una strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali. Mentre guardiamo al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033, impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo”.

Infine ha ricordato che questa settimana è stata ‘animata’ dai testi della comunità armena, sempre ‘attenta’ all’unità tra i cristiani: “I sussidi per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani di quest’anno sono stati preparati dalle Chiese in Armenia. Con profonda gratitudine il nostro pensiero va alla coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una caratteristica costante. Al termine di questa Settimana di Preghiera, ricordiamo il santo Catholicos San Nersès Šnorhali ‘il Grazioso’, che lavorò per l’unità della Chiesa nel XII secolo. Egli era in anticipo sui tempi nel comprendere che la ricerca dell’unità è un compito che spetta a tutti i fedeli e richiede la guarigione della memoria. San Nersès può anche insegnarci l’atteggiamento che dovremmo adottare nel nostro cammino ecumenico”.

Quella armena è stata una vera testimonianza cristiana: “La tradizione ci consegna la testimonianza dell’Armenia quale prima nazione cristiana, con il battesimo del Re Tiridate nel 301 da parte di San Gregorio l’Illuminatore. Rendiamo grazie per come, ad opera di intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo; e preghiamo affinché i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero”.

All’inizio della celebrazione il papa ha reso omaggio alla tomba dell’apostolo Paolo, insieme a lui il metropolita Polykarpos, rappresentante del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che durante i vespri ha letto la prima orazione e il vescovo anglicano Anthony Ball che invece ha letto la seconda. Accanto a loro anche il card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e mons. Flavio Pace, segretario dello stesso Dicastero.

Inoltre è stato illuminato il tondo musivo di Papa Leone XIV nella Basilica di san Paolo fuori le Mura, installato lungo la navata sinistra accanto a quello del suo predecessore papa Francesco e frutto di un’incredibile sinergia lavorativa tra lo Studio del Mosaico Vaticano ed il pittore Rodolfo Papa.

(Foto: Santa Sede)

Il Battesimo di Gesù: Questi è il Figlio mio. Ascoltatelo

Il Battesimo di Gesù è una seconda Epifania; nella prima è una stella  che ha guidato i popoli a Gesù quando questi era ancora bambino ed abitava a Betlemme di Giudea; nella seconda Epifania, nel Battesimo, Gesù è ormai adulto e si reca dalla Galilea al fiume Giordano dove Giovanni battezzava. Il Battesimo predicato da Giovanni era un invito alla conversione, un battesimo di penitenza, un segno che evidenzia la conversione del cuore in attesa della venuta ormai imminente di Cristo. Gesù, vero uomo, perché aveva assunto la natura umana, si avvicina con una straordinaria umiltà a Giovanni, facendosi largo tra la folla, e chiede a Giovanni di essere battezzato.

La sua umiltà anticipa quasi gli stessi sentimenti che ebbe a manifestare nell’ultima Cena, quando si cinse un asciugatoio e volle lavare i piedi ai suoi Apostoli: ‘Voi mi chiamate Signore e Maestro ed io vi ho lavato i piedi, così dovete fare l’un all’altro’. Giovanni si accorge che Gesù non è uno dei tanti che si proclamavano peccatori e avrebbe voluto impedire quel gesto di umiltà profonda e dice: ‘Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni a me?’, ma Gesù di rimando: ‘Lascia fare per ora perché conviene che così adempiamo ogni giustizia’.

Giovanni predicava l’imminenza del regno di Dio per preparare i cuori alla purificazione; il suo battesimo infatti era solo un segno esterno di vera penitenza. Ad additare Gesù, come Figlio di Dio, non sono gli Angeli che cantarono davanti ai pastori: gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore; non è una stella-cometa che aveva segnato la strada da percorrere ai Magi, ma è il Padre, che sta nei cieli, che interviene: ‘Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo’.

Grande mistero dell’amore divino: le mani tremanti di Giovanni adempiono la sua missione mentre Gesù esce dal fiume Giordano per iniziare la sua vita pubblica, la sua missione. Gesù non necessitava del battesimo di Giovanni perché non aveva bisogno di penitenza, ma ha voluto essere battezzato perché gli uomini si accostassero a quel battesimo di cui necessitavano; volle essere un esempio a tutti, esempio credibile anche perché così Giovanni e il popolo hanno potuto ascoltare la testimonianza del Padre; vera Epifania, la seconda Epifania del Signore.

Un giorno Giovanni dirà a coloro che addirittura pensavano che Egli poteva essere il Messia perché battezzava e tutti accorrevano a lui: ‘Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi c’è uno che non conoscete; è colui che battezzerà con lo Spirito santo e il fuoco’.

Il Battesimo. Sacramento, che noi abbiamo ricevuto , è il Battesimo di Cristo Gesù, segno efficace della grazia, come disse Gesù ed insegna la Chiesa: ‘chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo’; sacramento che riceviamo nella fede, se adulti; se piccoli nella fede dei genitori e della Chiesa nella quale si entra con esso a pieno titolo perché il Battesimo è segno visibile della grazia invisibile; sacramento che va nutrito ed alimentato ogni giorno con la preghiera e la vita cristiana.

Il Battesimo cristiano è infatti una vera rinascita: l’uomo vecchio lascia il posto all’uomo nuovo; con esso si conquista il dono della vita perduta con il peccato originale, ma tale dono deve essere accolto e vissuto responsabilmente.  Un dono di amicizia vera si indica con un ‘sì’ all’amico ed implica un ‘no’ a quanto non è compatibile con l’amicizia; un ‘sì’ a Cristo che è morto e risorto, il ‘sì’ al vincitore della morte. Cristo Gesù infatti è l’unica via per l’immortalità cercata ed agognata dall’uomo. Cristo è l’albero della vita reso nuovamente accessibile.

Il Rito liturgico del Battesimo richiama il tema della fede quando il sacerdote ricorda ai genitori e all’assemblea di educare il bambino nella fede con le parole e con le opere. Generato con il battesimo a vita nuova, il cristiano inizia il suo cammino di crescita nella fede ed invoca Dio ‘Abba!’, Padre nostro! Nello stesso rito vengono pronunciati  tre ‘sì’ e tre ‘no’: il ‘sì’ a Cristo nella professione della fede cristiana; il ‘no’ a Satana con il quale si professa di rinunciare al diavolo, principio del male, e a tutti i suoi inganni e seduzioni. Con il Battesimo il cristiano, come si esprime il Concilio Vaticano II, partecipa dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale.

Da qui la necessità, oggi più che mai, di riscoprire la grandezza del nostro Battesimo, che ci immette nella comunione dei santi, nella famiglia di Dio. Da qui le parole del Padre: ‘Questi è mio Figlio, ascoltatelo!’; è un imperativo che non significa solo prestategli attenzione o mettete in pratica il suo insegnamento, ma accogliete il suo messaggio e siate testimoni con le opere e con le parole. I Pastori e i Magi videro Gesù, ascoltarono Maria e ritornarono a casa pieni di gioia. Amico, vuoi essere felice? Dai un senso vero alla tua vita, credi in Gesù, ascolta Maria: Ad Iesum per Mariam. Diceva Dante: ‘Chi vuol  grazia e a te non ricorre, sua disianza vuol volar senz’ali’.  (Paradiso, canto XXXIII).           

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