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L’amore alla Madonna di san Massimiliano Kolbe
Al termine dell’udienza generale di mercoledì scorso papa Leone XIV ha ricordato ai fedeli polacchi il martirio di san Massimiliano Kolbe: “Alla Vigilia dell’Assunzione si celebra la memoria liturgica di San Massimiliano Maria Kolbe, che offrì la sua vita per un compagno di prigionia nel campo nazista tedesco di Auschwitz. Il ricordo di questi eventi ci guidi sulla via della pace indicata dall’Immacolata”.
Massimiliano Kolbe nasce il 7 gennaio 1894 a Zduńska-Wola, in una regione polacca controllata dalla Russia. Il padre, un tessitore, e la madre, una levatrice, sono ferventi cristiani: nel battesimo scelgono per lui il nome di Raimondo. Frequenta la scuola dei francescani a Leopoli. Nel 1910 entra nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali assumendo il nome di Massimiliano. Inviato prima a Cracovia e poi a Roma, qui resta sei anni, laureandosi in filosofia all’Università Gregoriana e in teologia al Collegio Serafico. E’ ordinato sacerdote il 28 aprile 1918.
Fonda con il permesso dei superiori la ‘Milizia dell’Immacolata’, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria. Ritornato a Cracovia, pur essendo laureato a pieni voti, a causa della malferma salute non può insegnare né predicare, non potendo parlare a lungo. Sempre col permesso dei superiori, si dedica alla promozione della ‘Milizia dell’Immacolata’, raccogliendo numerose adesioni fra i religiosi del suo Ordine, professori e studenti dell’Università, professionisti e contadini.
Durante il Natale del 1921, padre Kolbe fonda a Cracovia un giornale di poche pagine, ‘Il Cavaliere dell’Immacolata’, per diffondere lo spirito della ‘Milizia’. Trasferito a Grodno, a 600 chilometri da Cracovia, crea una piccola tipografia per la stampa del giornale, con vecchi macchinari: con questa iniziativa riesce ad attirare molti giovani, desiderosi di condividere uno stile di vita francescano ispirato a Maria. Il giornale si diffonde sempre di più.
A Varsavia, grazie alla donazione di un terreno da parte del conte Lubecki, fonda ‘Niepokalanów’, la ‘Città di Maria’. Il centro si sviluppa rapidamente: dalle prime capanne si passa a edifici veri e propri, la vecchia stampatrice viene sostituita dalle nuove tecniche di composizione e stampa. Il ‘Cavaliere dell’Immacolata’ raggiunge in breve una tiratura di milioni di copie, mentre vengono creati altri sette periodici.
Con l’ardente desiderio di espandere il suo Movimento mariano oltre i confini polacchi, Kolbe si reca in Giappone, dove fonda la ‘Città di Maria’ a Nagasaki. Qui, dopo l’esplosione della prima bomba atomica, avrebbero trovato rifugio gli orfani di Nagasaki. Collabora con ebrei, protestanti e buddisti, certo che Dio sparge semi di verità in ogni religione. Apre una Casa anche ad Ernakulam, sulla costa occidentale dell’India.
Dopo l’invasione della Polonia, il 1° settembre 1939, i nazisti ordinano lo scioglimento di Niepokalanów. Ai religiosi costretti a lasciare il centro, padre Kolbe raccomanda una sola cosa: “Non dimenticate l’amore”. Restano circa 40 frati, che trasformano la cittadina in un luogo di accoglienza per feriti, ammalati e profughi. Il 19 settembre 1939, i tedeschi prelevano padre Kolbe e gli altri frati, portandoli in un campo di concentramento, da dove vengono inaspettatamente liberati l’8 dicembre. ritornati a Niepokalanów, riprendono la loro attività di assistenza per circa 3500 rifugiati, di cui 1500 ebrei.
Dopo qualche mese, però, i rifugiati vengono cacciati o catturati e lo stesso Kolbe, dopo il rifiuto di prendere la cittadinanza tedesca per salvarsi, è imprigionato il 17 febbraio 1941 insieme a quattro frati. Dopo aver subito maltrattamenti dalle guardie del carcere, è costretto a indossare un abito civile, perché il saio francescano ‘disturbava’ i nazisti. Il 28 maggio viene trasferito nel campo di sterminio ad Auschwitz. Con il numero 16670, viene messo insieme agli ebrei perché sacerdote e addetto ai lavori più duri, come il trasporto dei cadaveri al crematorio.
Alla fine di luglio è trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri sono addetti alla mietitura nei campi. Uno di loro riesce a fuggire: per questo dieci prigionieri vennero destinati dai nazisti al bunker della morte. Padre Kolbe si offre in cambio di uno dei ‘prescelti’, un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. La disperazione dei condannati è trasformata nella preghiera comune guidata da p. Kolbe. Dopo 14 giorni rimangono in vita solo in quattro, fra cui p. Massimiliano. Allora le guardie decidono di abbreviare la loro agonia con una iniezione di acido fenico. P. Kolbe porge il braccio, dicendo ‘Ave Maria’: sono le sue ultime parole. E’ il 14 agosto 1941.
Nel 1940 p. Kolbe scrive che l’Immacolata è l’ideale per l’umanità: “Al compiersi del tempo della venuta di Cristo, Dio uno e trino crea esclusivamente per sé la Vergine Immacolata, La colma di grazia e prende dimora in Lei. E questa Vergine Santissima con la propria umiltà affascina talmente il Suo Cuore che Dio Padre Le dà per figlio il suo proprio Figlio Unigenito, Dio Figlio scende nel Suo ventre verginale, mentre Dio Spirito Santo vi plasma il corpo santissimo dell’Uomo-Dio. E il Verbo si fece carne come frutto dell’amore di Dio e dell’Immacolata.
Così Egli divenne il primogenito, l’Uomo-Dio, e le anime non rinascono in Cristo in altro modo, ma solo per mezzo dell’amore di Dio verso l’Immacolata e nell’Immacolata. E nessuna parola diviene carne, nessuna perfezione o virtù si incarna, si realizza in nessuno, se non attraverso l’amore che Dio ha verso l’Immacolata. Come Cristo, sorgente delle grazie, è divenuto proprietà di Lei, così pure appartiene a Lei la distribuzione delle grazie”.
Nell’omelia della beatificazione di p. Kolbe papa san Paolo VI lo descrive come apostolo del culto mariano: “Massimiliano Kolbe è stato un apostolo del culto alla Madonna, vista nel suo primo, originario, privilegiato splendore, quello della sua definizione di Lourdes : l’Immacolata Concezione. Impossibile disgiungere il nome, l’attività, la missione del Beato Kolbe da quello di Maria Immacolata. E’ lui che istituì la Milizia dell’Immacolata, qui a Roma, ancora prima d’essere ordinato Sacerdote, il 16 ottobre 1917. Ne possiamo oggi commemorare l’anniversario.
E’ noto come l’umile e mite Francescano, con incredibile audacia e con straordinario genio organizzativo, sviluppò l’iniziativa e fece della devozione alla Madre di Cristo, contemplata nella sua veste solare il punto focale della sua spiritualità, del suo apostolato, della sua teologia. Nessuna esitazione trattenga la nostra ammirazione, la nostra adesione a questa consegna che il nuovo Beato ci lascia in eredità e in esempio, come se anche noi fossimo diffidenti d’una simile esaltazione mariana, quando due altre correnti teologiche e spirituali, oggi prevalenti nel pensiero e nella vita religiosa, quella cristologica e quella ecclesiologica, fossero in competizione con quella mariologica. Nessuna competizione”.
Nel 1982 papa san Giovanni Paolo II canonizzò p. Kolbe: “Da oggi la Chiesa desidera chiamare ‘santo’ un uomo al quale è stato concesso di adempiere in maniera assolutamente letterale le suddette parole del Redentore. Ecco infatti, verso la fine di luglio del 1941, quando per ordine del capo del campo si fecero mettere in fila i prigionieri destinati a morire di fame, quest’uomo, Massimiliano Maria Kolbe, si presentò spontaneamente, dichiarandosi pronto ad andare alla morte in sostituzione di uno di loro. Questa disponibilità fu accolta, e al padre Massimiliano, dopo oltre due settimane di tormenti a causa della fame, fu infine tolta la vita con un’iniezione mortale, il 14 agosto 1941”.
Tale martirio derivò dall’amore a Gesù e dalla devozione all’Immacolata: “L’ispirazione di tutta la sua vita fu l’Immacolata, alla quale affidava il suo amore per Cristo e il suo desiderio di martirio. Nel mistero dell’Immacolata Concezione si svelava davanti agli occhi della sua anima quel mondo meraviglioso e soprannaturale della Grazia di Dio offerta all’uomo. La fede e le opere di tutta la vita di padre Massimiliano indicano che egli concepiva la sua collaborazione con la Grazia divina come una milizia sotto il segno dell’Immacolata Concezione. La caratteristica mariana è particolarmente espressiva nella vita e nella santità di padre Kolbe. Con questo contrassegno è stato marcato anche tutto il suo apostolato, sia nella patria come nelle missioni. Sia in Polonia come nel Giappone furono centro di quest’apostolato le speciali città dell’Immacolata”.
Dal patriarca di Venezia un affidamento al Redentore
“Cari fratelli e sorelle, celebriamo quest’anno il 450° anniversario della Festa del Redentore che vede ancora oggi (a distanza di quattro secoli e mezzo) il popolo veneziano adempiere il voto fatto dal Senato della Repubblica, nell’anno 1575/6, per ringraziare della liberazione dal flagello della peste. Il nome dell’amore nel tempo è la fedeltà. Il pellegrinaggio al tempio costruito in onore del Santissimo Redentore dice perpetua gratitudine a Colui che perdona chi guarda a Lui”: domenica 19 luglio Venezia ha celebrato la solennità del Santissimo Redentore, festa legata alla storia della città, nata per commemorare la fine della peste del 1575-1577.
Nell’omelia il patriarca Francesco Moraglia ha sottolineato questo affidamento della città al Redentore: “Cambiano i tempi, cambiano le epoche, ma Venezia continua ad affidarsi al Santissimo Redentore per essere liberata dai suoi mali e così il Patriarca, le autorità, il popolo si recano ancora in pellegrinaggio, qui, alla Giudecca, per celebrare l’Eucaristia e affidare la città al Santissimo Redentore”.
Il pensiero del Patriarca corre al primo anno della peste: “Riflettiamo su quante situazioni geopolitiche, economiche e culturali si sono susseguite da quel 1576: la prima rivoluzione industriale, la scoperta dell’energia elettrica, la rivoluzione tecnologica e telematica che hanno cambiato la cultura della società”.
Ed al paragone di oggi: “Oggi, in cui viviamo l’era dell’intelligenza artificiale, questo pellegrinaggio continua ad esprimere l’animo del nostro popolo. L’uomo è legato al tempo ma non si identifica con il tempo, nonostante molti ‘identifichino’ l’uomo con la sua dimensione storica. L’essere, infatti, è connesso al tempo ma non si identifica con esso. Il Santissimo Redentore è Dio che entra nella storia, l’accarezza, la redime, la salva”.
Oggi come ieri il mondo è invaso da un flagello: “Il flagello della peste ha ceduto oggi il passo al flagello della guerra, anzi, alle guerre del nostro tempo; è un flagello che uccide innanzitutto le anime ed è un dramma che deflagra a tutti i livelli e lacera l’umanità dall’interno, lasciando una profonda striscia di odio che rimane anche dopo la loro conclusione”.
Davanti a tale flagello c’è bisogno di conversione: “Per il cristiano il desiderio di conversione e perdono è il frutto dell’incontro con Gesù, il Santissimo Redentore. Solo Lui può donare la pace ed è in grado di trasformare il cuore dell’uomo. In tale contesto, la Parola di Dio appena ascoltata si pone come l’unica soluzione che possa risolvere alla radice questo problema che accompagna da sempre l’umanità”.
Ecco il motivo per cui il profeta Ezechiele sottolinea che Dio ‘abita’ nel popolo: “Ezechiele ci ricorda che Dio non è un sovrano che abita lontano, un giudice distaccato, ma Colui che si china sulle ferite degli uomini e va in cerca della pecora smarrita. E’ Colui che ne fascia le ferite e cura la malata. Dio è il Pastore che conosce le sue pecore una ad una. E le ama di un amore premuroso, concreto e disponibile che mai viene meno…
Dio non ci abbandona nel deserto dei nostri peccati e delle nostre vendette. Sempre è vicino e porge la mano, qualunque cosa abbiamo fatto. Chiede solo di fidarci della sua Parola e di lasciarsi condurre (‘Non temo alcun male, perché tu sei con me’) in un cammino di vera conversione”.
Da qui l’invito a guardare le guerre con una nuova visione: “Se la preghiera è lasciar parlare Dio nella nostra vita, allora anche le guerre vengono meno perché le guerre hanno delle premesse e quella più ripetitiva (e monotona), che sta a capo di ogni guerra in ogni tempo e latitudine, è: io e i miei diritti, che poi diventano le mie pretese.
La fede ci impone di guardare alle guerre che affliggono il mondo con uno sguardo nuovo, lo sguardo di Gesù. Papa Leone ci ha ricordato più volte che ‘Dio non benedice mai la violenza’. Spesso ci sentiamo impotenti di fronte a ciò che accade nel mondo, ma sappiamo di avere un’arma potente, seppure disarmata: la preghiera e il desiderio d’incontrare l’altro”.
Una pace costruita sulla giustizia, perché nasce dal cuore: “Lo stesso Santo Padre ci ha insegnato che la vera pace è la ‘pace disarmata e disarmante’, ossia una pace non costruita sulla paura e sull’oppressione, ma sulla giustizia e sulla verità.
Qual è la fonte, il luogo originario, dove questa pace nasce e si rigenera? E’ nel cuore dell’uomo. Non ci potrà essere pace tra i popoli e non ci potrà essere tregua tra le nazioni se prima non ci sarà pace nei cuori. La guerra comincia sempre dall’egoismo, dalle chiusure, dal rancore verso il prossimo. Qui trae origine il male”.
Ma la pace inizia dalle relazioni quotidiane: “Cristo Redentore oggi ci chiede di deporre le armi dell’orgoglio. E di riscoprire il sacramento della riconciliazione. Accostandoci al perdono di Dio, lasciamo che Lui guarisca le nostre ferite interiori trasformando i nostri cuori e rendendoli capaci di accogliere, di perdonare, di amare. Attraversando il ponte votivo non possiamo portare sull’altra sponda solo una tradizione, ma l’impegno d’essere costruttori di pace nella preghiera e nel dialogo. Dove? Nel nostro ambiente di vita”.
Ed ecco che la riconciliazione diventa ‘ponte’: “Chiediamo al Santissimo Redentore la grazia delle grazie: guarire il nostro cuore e fare di noi stessi gli strumenti della sua pace perché da un cuore riconciliato con Dio si possa davvero irradiare la pace in noi, nelle nostre famiglie, nella nostra città, nel mondo.
Accostiamoci, in occasione della festa del Redentore, al sacramento della riconciliazione e riscopriamolo come vero ‘ponte’ salvifico di Gesù che entra nella nostra vita, si china sulle nostre ferite e perdonando ci trasforma in comunità riconciliata”.
E’ stato un richiamo a san Francesco d’Assisi: “Com’è noto, stiamo vivendo lo speciale Anno Giubilare Francescano in occasione degli 800 anni dalla morte di san Francesco e proprio il Santo d’Assisi ci ricorda che la pace non nasce dall’equilibrio delle forze né da un semplice desiderio umano…
Francesco guarda sempre e solo a Cristo. Ogni sua scelta, rinuncia o gesto di fraternità nasce dalla contemplazione del Crocifisso. Egli comprende che il Redentore non salva il mondo con la forza, ma con l’amore fino alla fine. Per questo diventa un uomo libero, povero e gioioso: ha scoperto che il vero tesoro è lasciarsi amare e trasformare dal Signore”.
Quindi la pace nasce dalla conversione del cuore: “Così Francesco continua ad indicarci la radice della pace: un cuore convertito a Dio. Solo chi riconosce Dio come Padre può riconoscere ogni uomo come fratello. Ecco perché il suo messaggio continua a parlare anche al nostro tempo. Il Santissimo Redentore ci ricorda che la speranza non nasce dalle nostre capacità o risorse, ma dall’amore di Cristo che redime il mondo. Francesco ci insegna a tenere lo sguardo fisso sul Signore per lasciarsi trasformare dal suo amore e diventare strumenti della sua pace”.
Da qui un richiamo per i veneziani: “Celebrare la festa del Redentore è, dunque, credere che Cristo continua a redimere la storia e Francesco dice che questa redenzione diventa credibile quando si traduce in gesti di fraternità, di cura per gli ultimi, di custodia del creato e di ricerca della pace. Il ponte votivo del Redentore diventi il simbolo del cammino interiore che ci riporta a Cristo, l’unico che riconcilia l’uomo con Dio e gli uomini tra loro. E di questo tutti abbiamo bisogno”.
Mentre nella sera precedente aveva benedetto il ponte votivo che collega la riva dello Spirito Santo alle Zattere con l’isola della Giudecca: “Ma non può sfuggirci il significato simbolico che questo gesto ha nel tempo dell’Intelligenza Artificiale e della comunicazione digitale. Oggi l’impegno è costruire ponti di ‘empatia’ fra gli uomini: questa è la priorità per costituire o ripristinare veri rapporti umani…
Qui è in gioco non la Babele dei differenti linguaggi umani, ma un’incomunicabilità più profonda, quella dei cuori. Questa è la vera Babele che potremo superare solo se saremo convinti che la fraternità viene dopo qualcosa che la precede e che è la comune figliolanza, ovvero il riconoscersi tutti figli dell’unico Padre. Se non ci impegneremo ad incontrare il comune Padre, allora non riusciremo mai a chiamarci e, soprattutto, a riconoscerci fratelli”.
(Foto: Patriarcato di Venezia)
XV Domenica del Tempo Ordinario: Dio è il divino seminatore
Il Vangelo riporta i discorsi di Gesù espressi in parabole: discorsi semplici che possono capire quanti hanno buona volontà di intendere il messaggio espresso dal Maestro divino. Questa è l’unica parabola della quale Gesù stesso dà la sua spiegazione agli Apostoli. Il momento era particolare: c’era infatti gente che lo ascoltava volentieri e con interesse, c’erano scribi e farisei che cercavano motivi per accusarlo e metterlo a tacere per sempre. La parabola è il linguaggio più geniale e rifinito per esprimere verità di alta levatura morale e religiosa.
Gesù prendeva esempi dalla vita agricola, dalla pastorizia: cose note e comprensibili a tutti per esprimere valori trascendenti che riguardavano Dio e il rapporto uomo-Dio. Il vangelo di oggi è la parabola del seminatore: il seme è la parola di Dio all’uomo. Gli elementi essenziali della parabola sono tre: a) il seme, b) il seminatore, c) il terreno che accoglie il seme. 1) Il SEME: il seme è la parola di Dio che viene proclamata; una parola viva, efficace che si può paragonare alla pioggia che cade dal cielo. La pioggia, evidenzia il profeta Isaia, scende dal cielo, irrora la terra e non ritorna (evapora) senza averla fecondata e fatta germogliare.
2) IL SEMINATORE: il seminatore è Dio o chi parla in nome di Dio. Questi sparge il seme (sempre ottimo perché è parola di Dio), ma questo può finire in mezzo alla strada (allora non produce frutto e viene divorato dagli uccelli del cielo); o può finire in un terreno sassoso (se arriva a spuntare viene presto bruciato dai raggi del sole e muore). Il seme può finire in un terreno ricolmo di spine (questo se arriva a germogliare, presto sarà soffocato dalle spine); il seme può infine finire su buon terreno ed allora produce frutto in grande abbondanza.
3) I VARI TERRENI: I vari terreni corrispondono a coloro che ascoltano il messaggio o Parola di Dio. Non basta che Dio parli, Dio rispetta la libertà dell’uomo, è necessario perciò recepire questa parola, accoglierla, meditarla nel cuore, assaporare questo messaggio perché possa incidere nella vita ed avviare l’ascoltatore verso la conversione. Ai vari terreni corrispondono i vari tipi di ascoltatori, o le diverse situazioni in cui si trova l’ascoltatore quando Dio rivolge a lui la sua parola, il suo seme: tante volte l’ascoltatore accampa pretesti o attesta di non avere capito, di non avere sentito.
Dio nella sua misericordia ed amore, conoscendo la debolezza e fragilità dell’uomo, continua a seminare e l’uomo purtroppo finge, si commuove ma non assimila. Ed il seme non produce. Gesù stesso dà la spiegazione della parabola: il seme sull’asfalto corrisponde a quegli uomini che ascoltano, si commuovono, ma l’entusiasmo è solo superficiale e le parole non vengono assaporate, non mettono radice nel cuore. Il seme che finisce sul terreno spinoso si ha quando si ascolta con interesse ma nel cuore sono radicate molte preoccupazioni solo materiali; seduzioni che provengono dalle ricchezze o dai piaceri : cose queste che mettono a tacere il messaggio divino.
Non si ha il coraggio di estirpare le erbe cattive, stupide e passeggere perché trionfi solo l’amore verso Dio e i fratelli: il piacere prevale sull’amore. Il seme che finisce sul terreno sassoso raffigura l’uomo che accoglie la parola di dio con entusiasmo ma presto questo seme è soffocato da sassi e macigni e il seme non può mettere radici profonde: alle prime difficoltà, tutto finisce. Il seme infine che finisce sul buon terreno raffigura il cuore ben preparato ad ascoltare, ad assaporare il messaggio divino e a trasformare l’uomo anche a costo di veri sacrifici. Allora si opera la conversione, ci si scopre veri figli di Dio e trionfa l’amore.
Con la parabola Gesù ci invita a riflettere: a quale tipo di terreno apparteniamo? Beati noi se siamo quel terreno buono capace di produrre frutti al 30, al 60 o al 100 per cento. Il vero cristiano ha sete della parola di Dio, recepisce il seme e lo assapora. Purtroppo la cosiddetta sapienza mondana rende la mente ottusa ed indurisce il cuore. Più si è ignoranti ed ottusi di mente, più si è restii ad ascoltare e ad accogliere la parola di Dio. Il seminatore (Dio e la Chiesa) semina sempre ed ovunque a pieni mani e con fiducia; carente purtroppo si rivela la disponibilità ad accogliere questo seme perché prevale l’egoismo, l’individualismo, il disinteresse e l’incostanza.
Amici carissimi, la vita è un viaggio, è tempo di risvegliarci, prendere coscienza che siamo figli di Dio, chiamati ad assaporare il messaggio del Padre, che è invito alla salvezza eterna. Dio vuole tutti salvi ma ‘qui creavit te sine te, non salvabit te sine te’. Dio rispetta la libertà di ciascuno e salva chi si vuole veramente salvare. Fai la tua scelta migliore!
Maria Goretti: la difesa della dignità della donna
Maria Goretti era una giovane italiana nata il 16 ottobre 1890 a Corinaldo, nelle Marche. La sua famiglia si trasferì nell’Agro Pontino in cerca di lavoro come braccianti agricoli. Maria era conosciuta per la sua grande fede e devozione, e all’età di 11 anni ricevette la Prima Comunione. Era una bambina normale, figli di coltivatori diretti, magra, denutrita, forse aveva avuto la malaria.
I rapporti con gli ultimi vicini di casa e la sua famiglia, inizialmente, erano buoni e divennero sempre più stretti. Il 5 luglio 1902, Maria fu vittima di un tentativo di stupro da parte di Alessandro Serenelli, un vicino di casa di 20 anni. Quando Maria rifiutò le avances, Alessandro la ferì mortalmente, infliggendo le 14 ferite. Maria morì il giorno successivo, il 6 luglio 1902, all’età di 11 anni, dopo aver perdonato il suo assassino.
Alessandro Serenelli fu condannato a 30 anni di reclusione e, durante il carcere, sognò Maria gli porgeva 14 gigli che si trasformavano in lingue di fuoco. Questo sogno lo portò a convertirsi e a chiedere perdono ad Assunta, la madre di Maria. Dopo la scarcerazione, Alessandro lavorò come giardiniere e portinaio in vari conventi, e morì il 6 maggio 1970 all’età di 87 anni.
Maria Goretti fu beatificata il 27 aprile 1947 e canonizzata il 24 giugno 1950 da papa Pio XII. La sua festa liturgica cade il 6 luglio, giorno della sua morte. Maria è venerata come martire della purezza e il suo esempio di perdono e fede è considerato un modello per i cristiani. La storia di Maria colpì anche il mondo comunista che la portò come esempio di virtù per le ragazze ‘rosse’. Nel 2003, è uscito il film ‘Maria Goretti’ diretto da Giulio Base che racconta la storia della santa.
Papa Leone XIV chiede ai trafficanti di convertirsi
“Oggi nella Chiesa celebriamo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, che per i cristiani rappresenta l’amore misericordioso e infinito di Dio per ogni essere umano. In questo contesto, è provvidenziale poterci incontrare, vederci e soprattutto sapere che, al di là del nostro luogo di provenienza, l’amore di Dio non conosce confini, non fa distinzioni, si dona a tutti e ci raccoglie nell’unità. Vedendo i vostri volti e ascoltando le vostre testimonianze, penso ai vostri cuori, feriti da tante difficoltà ma anche consolati dall’amore ricevuto grazie ad altri cuori aperti, generosi e misericordiosi. Il Cuore di Cristo ha sofferto ed è stato trafitto per amore, ed è stato anche consolato da persone compassionevoli che si sono avvicinate per alleviare il suo dolore”: nell’ultimo giorno del viaggio apostolico in Spagna papa Leone XIV ha incontrato i membri del centro di accoglienza Las Raíces, ascoltando le loro testimonianze.
A chi ha partecipato all’incontro ha ricordato i santi ‘migranti’: “Sospinti dall’amore di Dio, che ci aiuta a sanare le ferite e ad essere caritatevoli verso chi soffre, il santo Fratel Pietro e san Giuseppe de Anchieta partirono da queste isole Canarie per annunciare il Vangelo in America, aprendo nuovi orizzonti missionari. Anche loro furono migranti che si diressero verso l’ignoto, portando come principali beni la fede, la speranza e la carità”.
E’ stato un invito a non chiudere le porte: “In quelle terre sconosciute, i santi migranti e missionari seppero dare ciò che avevano e allo stesso tempo accogliere ciò di nuovo che veniva offerto loro. Perciò invito anche voi a offrire il tesoro di umanità, di sogni e di cultura che avete portato in queste isole, e ad essere aperti a ricevere ciò che vi viene dato”.
Riprendendo l’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ il papa ha esortato alla responsabilità: “Dobbiamo vivere questo scambio con responsabilità, pensando al futuro delle generazioni future, alle quali vogliamo tramandare il patrimonio di una civiltà dell’amore, dove le migrazioni hanno una parola importante da dire, perché ‘possono diventare un’occasione di incontro e di arricchimento reciproco tra popoli”.
In fondo tutti siamo migranti: “Cari fratelli e sorelle, tutti (in qualche modo) siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste. Aiutiamoci a fare di questo viaggio un evento più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno. In questo senso, ringrazio per la collaborazione da parte del Governo, delle diverse istituzioni e di tanti uomini e donne di buona volontà, che rendono possibile questo concreto aiuto umanitario, che restituisce speranza e dignità a tante persone”.
Infine ha accennato al nome del Centro di accoglienza: “Al mio Predecessore, il caro Papa Francesco, che desiderava tanto poter essere con voi, piaceva usare l’immagine delle radici per indicare la necessità di non dimenticare le origini, di rimanere uniti e di confidare nel Signore… Quest’immagine delle radici vi aiuti a rimanere saldamente radicati nel Signore, affinché nessuna tempesta possa allontanarvi dalla sua presenza, che fortifica e dà vita”.
Poi ha incontrato i volontari di alcune realtà che operano con i migranti: “E’ un piacere per me condividere questo momento con voi qui, a San Cristóbal de La Laguna, sede di questa diocesi. Mi ha colpito ciò che è stato detto di questa città: che è una città senza mura, una città aperta.
Forse questo particolare ci aiuta a capire che le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra. A volte si trovano nello sguardo, o nella paura o nell’indifferenza. Il mare, che circonda queste isole, ci porta storie che non sempre sappiamo leggere: storie di dolore, di speranza e di ricerca. In una città senza mura, anche il cuore è chiamato ad aprirsi per accoglierle. Per questo dobbiamo imparare il linguaggio della vicinanza, quello che si capisce più con le mani che con le parole”.
Integrare significa leggere in modo diverso la realtà: “Il Braille e altre forme di scrittura tattile ci ricordano che la parola può farsi strada anche attraverso il contatto. Allo stesso modo, l’integrazione richiede di imparare a leggere in modo diverso. Ci sono sguardi che vedono e, tuttavia, non riconoscono; trasformano un volto in numero, una storia in fascicolo e una differenza in distanza. Per questo il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade”.
In questo modo le ferite aiutano a riconoscere: “Nelle opere di integrazione di questi nostri fratelli, come in ogni opera di carità, la Chiesa impara a leggere nella vita concreta di coloro che soffrono nel corpo o nello spirito un segno vivo che rimanda ai santi Vangeli e che diventa leggibile attraverso il tatto e la vicinanza, quando tocchiamo le ferite del prossimo.
Come Tommaso davanti al corpo glorioso del Risorto, anche la Chiesa impara che le ferite, guardate con gli occhi della fede, possono diventare luogo di riconoscimento: là dove il dolore umano è toccato con amore, Cristo ci conferma che è presente nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero”.
Quindi l’integrazione è un cammino: “Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria. Non significa nemmeno creare mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro”.
Un cammino che porta alla fiducia: “A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni”.
Fiducia che si realizza attraverso doveri e responsabilità: “Ogni società che accoglie ha dei doveri nei confronti di chi arriva; e chi è accolto scopre a sua volta che la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri. Così, chi è arrivato come straniero può ritrovare legami, ricostruire fiducia e sentirsi parte viva di una comunità. Questa è una preziosa forma di misericordia”.
Ma l’integrazione non è solo un compito sociale: “Ai cattolici vorrei chiedere ancora una cosa: che l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario. Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione; e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona”.
In questo c’è evangelizzazione: “Evangelizzare significa condividere con rispetto e umiltà il tesoro che sostiene la nostra azione e la nostra speranza. Una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri”.
Ed ha ‘tuonato’ contro l’indifferenza: “Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare. Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità”.
Ha concluso il discorso scagliandosi contro gli sfruttatori con l’invito alla conversione: “E da questa piazza voglio rivolgere una parola chiara a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare. Fermatevi! Convertitevi! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui. Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro”.
E’ stato un invito alla misericordia di Dio: “Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina. Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio. Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione”.
Quindi ha invitato ad alzare lo sguardo: “Sorelle e fratelli, l’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana. L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato. Alziamo lo sguardo verso di Lui, senza distoglierlo da chi soffre; guardiamo al Signore per imparare a guardare con i suoi occhi i nostri fratelli”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ad Acerra per chiedere conversione
“Ringrazio il Signore di potervi incontrare, ritornando in Campania pochi giorni dopo la mia visita al Santuario di Pompei e alla città di Napoli. Sapete che già Papa Francesco avrebbe desiderato venire qui, in quella che ha tristemente preso il nome di ‘Terra dei fuochi’, ma non gli fu possibile. Oggi vogliamo realizzare il suo desiderio, riconoscendo il grande dono che l’Enciclica ‘Laudato sì’ ha rappresentato per la missione della Chiesa in questa terra. Infatti, il grido della creazione e dei poveri tra voi è stato avvertito più drammaticamente, a causa di un concentrato mortale di oscuri interessi e indifferenza al bene comune, che ha avvelenato l’ambiente naturale e sociale. E’ un grido che chiede conversione!”: queste sono le prime parole di papa Leone XIV nell’incontro con la cittadinanza ad Acerra.
Una richiesta di conversione a chi per decenni ha inquinato la terra e causato migliaia di morti, dopo aver ascoltato le parole di mons. Di Donna, che ha raccontato una Via Crucis iniziata negli anni ’80 quando industrie corrotte del Nord con il sostegno della criminalità organizzata hanno sversato i propri rifiuti in queste terre, un territorio, compreso tra Napoli e Caserta, di circa 11.000 kmq, che include 90 comuni con circa 3.000.000 abitanti, aggravata anche dai piccoli imprenditori della zona che hanno abbandonato i rifiuti, bruciandoli nelle campagne:
“Sono i genitori di Marco, di Maria, di Pasquale, di Tina, di Nello, di Cristian, di Tonia, di Antonio, di Francesco, di Davide, di Pietro, di laura, di Alessia … Solo per citarne alcuni. Gli ultimi in ordine di tempo. Questi genitori e questi malati hanno vissuto una vera Via Crucis, molti non hanno ancora elaborato il lutto”.
Ed ecco l’impegno della Chiesa: “Ma soprattutto la gente si è rivolta alla Chiesa, alle Chiese di questo territorio e la Chiesa ha ascoltato il grido della terra e dei poveri; sì, perché, come dice la ‘Laudato sì’, il grido della terra e quello dei poveri si identificano: non c’è una crisi ambientale che non sia anche una crisi sociale e una crisi sanitaria. Terra, poveri e malati vanno sempre insieme”.
Ed ecco la risposta del papa: “Sono qui, però, anche per ringraziare chi ha risposto al male col bene, specialmente una Chiesa che ha saputo osare la denuncia e la profezia, per radunare il popolo nella speranza. Così, sapendo di visitarvi alla vigilia di Pentecoste, ho cercato nelle Sacre Scritture una pagina che potesse interpretare e ispirare il vostro cammino. L’ho trovata in una grandiosa visione del profeta Ezechiele, portato dal Signore a fare un’esperienza che per il popolo in esilio dovrà diventare un forte messaggio di risurrezione”.
E’ stato un richiamo al rispetto dell’ambiente, alla ‘Campania felix’: “Carissimi, Dio aveva posto l’uomo e la donna in un giardino, perché lo coltivassero e lo custodissero. Tutto era vita, bellezza, fertilità. Anche questa terra anticamente era chiamata Campania felix, perché capace di incantare per la sua fecondità, i suoi prodotti e la sua cultura, come un inno alla vita. Eppure, ecco la morte, della terra e degli uomini”.
Ma si è preferita la morte: “Possiamo immedesimarci nello sconcerto del profeta davanti a quella distesa di ossa inaridite. Soffriamo per la devastazione che ha compromesso un meraviglioso ecosistema, luoghi, storie e memorie. Di fronte a questa realtà ci possono essere due atteggiamenti: l’indifferenza o la responsabilità. Voi avete scelto la responsabilità e, con l’aiuto di Dio, avete iniziato un cammino di impegno e di ricerca della giustizia”.
Ritornando al profeta Ezechiele il papa ha incoraggiato chi si batte ogni giorno per la legalità: “Lui sa che abbiamo un cuore che cerca la vita e sospira l’eternità, ma che le rinvia troppo facilmente a un tempo indefinito e lontano, a un mondo diverso e che ancora non c’è. Ezechiele, invece, deve servire il suo popolo, quello che c’è, nella situazione in cui si trova. Allo stesso modo le nostre Chiese hanno la missione di fare risuonare qui e oggi la Parola di Dio.
Questa Parola ci domanda se crediamo nelle sue stesse possibilità: è Parola di vita. Se oggi ci incontriamo, è per rispondere a questa Parola. E rispondiamo così: Signore, la morte sembra essere dappertutto, l’ingiustizia sembra avere vinto, la criminalità, la corruzione, l’indifferenza uccidono ancora, il bene sembra restare inaridito”.
E’ stato un invito ad usare una ‘ostinata resistenza’: “Fratelli e sorelle, lo Spirito Santo vi conceda di vedere un ‘esercito’ di pace che si alza in piedi e guarisce le ferite di questa terra e delle sue comunità. Non più fuoco che distrugge, ma fuoco che ravviva e riscalda, il fuoco dello Spirito che accende i cuori e le menti di migliaia e migliaia di uomini e donne, di bambini e di anziani e ispira cura, consolazione, attenzione, amore vero. In particolare voi, famiglie che la morte ha colpito, generate vita nuova trasmettendo a figli e figlie, a nipoti e vicini quel senso di responsabilità che troppe volte sin qui è mancato. Lasciate morire il risentimento, praticate per primi la giustizia che chiedete, testimoniate la vita, educate alla cura”.
Ed infine uno stimolo anche per la Chiesa: “E voi, ministri ordinati, religiose e religiosi, siate membra vive di questo popolo: manifestate quotidianamente l’autorità del servizio, che si abbassa e avvicina, che fa il primo passo e perdona. Va infatti scardinata una cultura del privilegio, della prepotenza, del non rendere conto, che troppo male ha fatto a questa terra, come a molte altre regioni dell’Italia e del mondo. Soffi lo Spirito dai quattro venti e ispiri forme nuove di annuncio, di cooperazione, di rigenerazione ambientale e sociale. Esiste infatti una spiritualità dei luoghi, ma che deve tutto alla spiritualità delle persone. Il cambiamento del mondo, infatti, inizia sempre dal cuore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: dialogo per la conversione del cuore
“E’ con particolare soddisfazione che vi do il benvenuto, ora che la Chiesa si avvicina alla solennità di Pentecoste, ricordando come lo Spirito Santo discese sui discepoli, trasformando la paura in coraggio e la divisione in unità, permettendo loro di parlare le lingue di tutti i popoli. Spero che una simile visione di unità possa ispirare il mondo della diplomazia, dove fioriscano relazioni costruttive tra le nazioni attraverso un’autentica apertura, la promozione del rispetto reciproco e un senso di responsabilità condiviso”: così ha esordito papa Leone XIV ricevendo i nuovi ambasciatori presso la Santa Sede di Sierra Leone, Bangladesh, Yemen, Ruanda, Namibia, Mauritius, Ciad e Sri Lanka, in occasione della presentazione delle Lettere credenziali.
Nel discorso il papa ha ripreso il proprio discorso ai diplomatici sul ruolo della diplomazia: “In un momento in cui ‘la pace viene perseguita con le armi, come condizione per affermare il proprio dominio’, è urgente tornare ad ‘una diplomazia che promuova il dialogo e cerchi il consenso’ a tutti i livelli: bilaterale, regionale e multilaterale. Questo dialogo, ‘animato da una sincera ricerca di vie che conducano alla pace’, richiede che le parole esprimano nuovamente realtà chiare, senza distorsioni né ostilità. Solo in questo modo sarà possibile superare le incomprensioni e ricostruire la fiducia nel contesto delle relazioni internazionali”.
Però il dialogo deve condurre al bene comune: “Tuttavia, un dialogo rispettoso e chiaro, per quanto essenziale, deve essere accompagnato da una più profonda conversione del cuore: la disponibilità a mettere da parte gli interessi particolari per il bene comune. Nessuna nazione, nessuna società, nessun ordine internazionale può definirsi giusto e umano se misura il proprio successo unicamente in base al potere o alla prosperità, trascurando chi vive ai margini. L’amore di Cristo per gli ultimi e i più dimenticati ci impone, infatti, di rifiutare ogni forma di egoismo che renda invisibili i poveri e i vulnerabili”.
Questo è il compito della diplomazia per cercare la soluzione dei conflitti: “E’ proprio questo spirito di solidarietà disinteressata che dovrebbe animare il servizio dei diplomatici e rafforzare le organizzazioni internazionali, per creare spazi di incontro e mediazione. Queste istituzioni restano strumenti indispensabili per la risoluzione delle controversie e la promozione della cooperazione. In un momento in cui le tensioni geopolitiche continuano a frammentare ulteriormente il nostro mondo, è necessario renderle più rappresentative, efficaci e orientate all’unità della famiglia umana”.
Eppoi nell’Aula nuova del Sinodo il papa ha incontrato i moderatori delle aggregazioni laicali con l’invito a ‘reggere il timone’: “In ogni entità sociale si avverte la necessità di avere persone e strutture adeguate che si occupino di guidare e coordinare la vita comune. Nella sua radice, il termine ‘governare’ rimanda all’azione di ‘reggere il timone’, di ‘pilotare una nave’. Si tratta, dunque, di dare una direzione sicura, in modo che la comunità sia luogo di crescita per le persone che ne fanno parte. Così, anche nella Chiesa alcuni sono preposti al governo”.
Però al contempo ‘governare’ è sperimentare la vita di Cristo: “Tuttavia, nella Chiesa il governo non nasce dalla semplice esigenza di coordinare i bisogni religiosi dei suoi membri. La Chiesa è stata istituita da Cristo come segno perenne della sua volontà salvifica universale ed è il luogo, voluto da Dio, dove tutti gli uomini, in ogni epoca, possono ricevere i frutti della Redenzione e sperimentare la vita nuova che Cristo ci ha donato. In tal senso, la natura della Chiesa è sacramentale: ha certamente una dimensione esteriore e istituzionale con le sue strutture e, nel contempo, è segno efficace della comunione attraverso cui partecipiamo alla vita stessa della Trinità”.
Quindi deriva che il ‘governare’ è un dono: “Se, come abbiamo detto, il governo è un dono particolare dello Spirito Santo, che i membri di una comunità riconoscono presente in alcuni loro fratelli nella fede, ne derivano almeno tre conseguenze”.
Ecco, allora tre conseguenze: “La prima è che deve essere per l’utilità di tutti, cioè per promuovere il bene della comunità, dell’associazione, della Chiesa intera. Il governo, dunque, non può mai essere sfruttato per interessi personali o forme mondane di prestigio e di potere. La seconda conseguenza è che non può mai essere imposto dall’alto, ma dev’essere un dono riconoscibile nella comunità e liberamente accolto, da qui l’importanza di libere elezioni per renderlo effettivo. La terza conseguenza è che, come ogni carisma, anche il governo di un’associazione è soggetto al discernimento dei Pastori, che vigilano sulla genuinità e sull’uso ordinato dei carismi”.
A questi tre elementi ha aggiunto la comunione: “Chi governa è chiamato ad avere una particolare sensibilità per la salvaguardia, la crescita e il consolidamento della comunione. Ciò vale sia per la vita interna all’associazione od al movimento, sia per la comunione con le altre realtà ecclesiali e con la Chiesa nel suo insieme. Chi esercita una missione di governo nella Chiesa deve imparare ad ascoltare e accogliere pareri diversi, orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi, cercando sempre di conservare, soprattutto nelle decisioni doverose e spesso difficili da prendere, il bene superiore della comunione”.
Un esercizio di comunione che richiede testimonianza: “Ciò richiede una testimonianza di mitezza, di distacco e di amore disinteressato ai fratelli e alla comunità, che sia di esempio per tutti. Qui vorrei sottolineare l’importanza di questa dimensione della comunione con tutta la Chiesa. A volte troviamo gruppi che si chiudono in sé stessi e pensano che la loro realtà specifica è l’unica o è la Chiesa, ma la Chiesa siamo tutti noi, è molto di più! E quindi i nostri movimenti devono veramente cercare come vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano”.
Quindi un carisma è necessario per un cammino insieme: “Sotto questa luce possiamo meglio comprendere il senso della fedeltà al carisma fondativo, che costituisce un riferimento imprescindibile per il governo di una realtà ecclesiale. Ogni autentico carisma include già in sé la fedeltà e l’apertura alla Chiesa. Governare in modo fedele al carisma fondativo significa pertanto trovare in esso l’ispirazione per aprirsi al cammino che la Chiesa compie nel presente, senza appiattirsi sui modelli pur positivi del passato, ma lasciandosi provocare da realtà e sfide nuove, in dialogo con tutte le altre componenti del corpo ecclesiale”.
(Foto: Santa Sede)
Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle
“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’, rinvenuto nel 1976 tra i codici conservati dalle Clarisse di Novaglie,
A 50 anni dalla scoperta a suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, chiediamo di spiegarci per quale motivo san Francesco scrisse questo testo: “Di questo testo e delle circostanze della sua gestazione ci narra con dovizia di particolari la ‘Compilazione di Assisi’, uno scritto di carattere compilatorio e testimone prezioso e affidabile degli ultimi anni di vita di Francesco. Siamo probabilmente nella primavera del 1225 durante la quale Francesco dimorò a san Damiano, prostrato da una malattia molto dolorosa agli occhi che lo costringeva a stare sempre nell’oscurità non potendo sopportare né la luce naturale né quella del fuoco, e da una prova interiore che si protraeva da tempo.
Durante una notte, anche spirituale, riflettendo alle sue tante tribolazioni, fu mosso a pietà verso se stesso e implorò l’aiuto del Signore, il quale lo consolò dandogli la certezza che possedesse fin d’ora il suo regno: ‘Fratello, rallegrati e giubila pienamente nelle tue infermità e tribolazioni; d’ora in poi vivi nella serenità, come se tu fossi già nel mio regno’. Al mattino, colmo di gratitudine e di letizia, annunciò ai fratelli di voler comporre, a lode della Trinità, a propria consolazione e a edificazione del prossimo, una lauda del Creatore riguardo alle sue creature, il ‘Cantico di frate Sole’, che egli stesso poi intonava o ‘faceva cantare dai suoi compagni per riuscire a dimenticare, nella considerazione della lode di Dio, l’acerbità delle sue malattie e delle sue sofferenze’.
In quegli stessi giorni ‘fece anche alcune sante parole con melodia a maggior consolazione delle povere signore del monastero di San Damiano, soprattutto perché le sapeva molto contristate per la sua infermità… In esse egli volle manifestare alle sorelle, allora e per sempre, la sua volontà’. Lo scritto nasce dal cuore ormai pacificato di Francesco, che consolato della consolazione del Padre delle misericordie desidera recare loro sollievo sapendole condurre una vita dura e povera”.
Quale è il tema centrale del testo francescano?
“Questo testo è solo apparentemente semplice, in realtà è ricco di tematiche teologico-spirituali, che forse trovano un punto di irradiazione nello sguardo ormai fisso di Francesco sul paradiso: tutta la vita è orientata alla gloria divina, a cui le sorelle sono chiamate a partecipare ‘cum la Vergene Maria’. Una vita, quella umana, intessuta di fatica, infermità, tribolazione, nella quale però è possibile sperimentare quella logica ribaltata e liberante delle Beatitudini.
Chiara stessa in un passo del suo Testamento, ripreso poi anche nella ‘Forma vitae’, racconterà che ‘Francesco, osservando attentamente che, pur essendo deboli e fragili nel corpo, non ricusavamo nessuna indigenza, povertà, fatica, tribolazione o ignominia e disprezzo del mondo, anzi, al contrario, li ritenevamo grandi delizie sull’esempio dei santi e dei suoi fratelli, avendoci esaminato frequentemente, molto se ne rallegrò nel Signore’: in loro egli vedeva compiersi nuovamente il mistero pasquale di Gesù Cristo, che solo poteva rendere dolce all’animo e al corpo ciò che era amaro e molesto.
Questo era accaduto quando il Signore lo aveva condotto tra i lebbrosi ed egli aveva fatto con loro misericordia; questo era ciò che desiderava accadesse anche in queste sue figlie poverelle, perché è il cuore pulsante e vitale del vangelo: Gesù Cristo non ha ritenuto un tesoro geloso la sua natura divina, ma proprio perché ha assunto la condizione umana fino a prendere la forma del servo, è stato esaltato dal Padre che gli ha dato un Nome eterno.
Audite: un incipit dal sapore giullaresco, oltre che biblico. Non potendo visitare personalmente le sorelle, egli non invia loro uno scritto, ma manda alcuni fratelli perché cantino loro queste sue parole di esortazione. Allora ecco l’invito solenne: Audite, ascoltate. L’uomo biblico nasce nell’ascolto amoroso di una Parola che lo crea e ricrea: ‘Ascolta, Israele’; e Gesù stesso parlerà del cuore umano come di un terreno che prenderà forma diversa a seconda del tipo di ascolto e accoglienza che darà alla parola seminata: ‘Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare’.
Francesco aveva invitato i suoi fratelli al guardarsi dall’essere ‘la terra lungo la strada, o terra sassosa o invasa dalle spine’, ed ad impegnarsi ad inclinare l’orecchio del cuore per obbedire alla voce del Figlio di Dio, per conservare le sue parole, la sua vita, il suo insegnamento e il suo santo Vangelo: da uomo biblico qual era, sapeva che l’obbedire non è meramente conseguenza cronologica dell’ascoltare, ma sua profonda verità.
Le poverelle sono vocate ed adunate, forme verbali passive, a dire che è opera di un Altro, che chiama, appunto, e raduna de multe parte et provincie in unità. Non solo luoghi fisici, ma pure esistenziali. E’ il mistero della Chiesa, che è ‘multiformemente’ una perché scaturisce dalla sovrabbondanza della Somma Trinità e Santa Unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Se san Damiano è chiesa in rovina che custodisce l’immagine crocifissa del Figlio di Dio, ecco che la comunità di sorelle che vi risiede è adunata per riflettere al mondo, proprio nella povertà del suo insieme e in quella di ciascun membro, l’umiltà sublime di Dio che ama nascondersi in poca apparenza di pane e nel campo del mondo e dei cuori umani.
Così nel mistero del nascondimento di Dio, che si rivela velandosi nella carne del Verbo, si comprendono le parole: Non guardate a la vita de fore ka quella dello spirito è migliore. Sembrano riecheggiare le parole di Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi: ‘Per questo non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti, il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne. Le sorelle, se sapranno usare con discrezione delle elemosine di cui vivono insieme al loro lavoro manuale, se sapranno portare e sopportare le proprie e altrui malattie e tribolazioni, venderanno a Dio ‘cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria’.
All’inizio della sua conversione, un mattino d’inverno, in risposta al fratello carnale che lo scherniva vedendolo mendico e al freddo della strada, il santo aveva risposto, inondato dalla gioia dei salvati: ‘Venderò questo sudore, e molto caro, al mio Signore’. La ricompensa dei poveri evangelici, che attendono dall’alto la consolazione per le tribolazioni sopportate nella pace del Risorto. Tema che troviamo magnificamente cantato nel Cantico di frate Sole: ‘Laudato sì, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore e sostengo infirmitate e tribulazione. Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati’. San Francesco guardava le poverelle e, secondo la logica capovolta del Vangelo, già le vedeva regine. Così accadrà alla pianticella Chiara, che prossima al suo transito sarà visitata da uno stuolo di vergini e dalla Madre poverella, che abbracciandola la rivestirà di sé, preparandola all’incontro con lo Sposo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: Pasqua annuncio di vita nuova
“La pace che Gesù ci consegna non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e cambia il cuore di ciascuno di noi! Convertiamoci alla pace di Cristo! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore! Per questo, invito tutti a unirsi a me nella veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di san Pietro il prossimo sabato, 11 aprile”: dalla Loggia centrale della Basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato il messaggio di Pasqua alla Città e al mondo, implorando Dio per la ‘conversione’ alla pace con l’invito a partecipare ad un momento di preghiera nella Basilica vaticana sabato 11 aprile.
Davanti a circa 60.000 persone il papa ha invitato a non abituarsi alla violenza: “In questo giorno di festa, abbandoniamo ogni volontà di contesa, di dominio e di potere, e imploriamo il Signore che doni la sua pace al mondo funestato dalle guerre e segnato dall’odio e dall’indifferenza che ci fanno sentire impotenti di fronte al male. Al Signore raccomandiamo tutti i cuori che soffrono e attendono la vera pace che solo Lui può dare. Affidiamoci a Lui e apriamogli il nostro cuore! Solo Lui fa nuove tutte le cose!”
Tale invito conclusivo ha ripreso la riflessone iniziale della vittoria della vita: “La Pasqua è una vittoria: della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio. Una vittoria a carissimo prezzo: il Cristo, il Figlio del Dio vivente ha dovuto morire, e morire su una croce, dopo aver subito un’ingiusta condanna, essere stato schernito e torturato, e aver versato tutto il suo sangue. Come vero Agnello immolato, ha preso su di sé il peccato del mondo e così ci ha liberati tutti, e con noi anche il creato, dal dominio del male”.
Gesù ha vinto la morte in modo nonviolento: “La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta. E’ simile a quella di un chicco di grano che, marcito nella terra, cresce, si apre un varco tra le zolle, germoglia e diventa una spiga dorata. E’ ancora più simile a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso”.
Respingere la vendetta è forza di pace: “Fratelli e sorelle, questa è la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri”.
E’ stato un chiaro invito a scegliere la pace: “Nella luce della Pasqua, lasciamoci stupire da Cristo! Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!”
Ed a non scegliere l’indifferenza: “Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo. C’è una sempre più marcata ‘globalizzazione dell’indifferenza’, per richiamare un’espressione cara a papa Francesco, che un anno fa da questa loggia rivolgeva al mondo le sue ultime parole”.
Mentre, presiedendo la celebrazione eucaristica di Pasqua in piazza san Pietro davanti a 60.000 persone il papa ha descritto una creazione splendente: “La creazione intera risplende oggi di nuova luce, dalla terra si leva un canto di lode, esulta di gioia il nostro cuore: Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova!”
Il creato splende perché c’è vita: “Questo annuncio pasquale abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Esso ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi! E’ questo un messaggio non sempre facile da accogliere, una promessa che facciamo fatica ad accogliere, perché il potere della morte ci minaccia sempre, dentro e fuori”.
Proprio quando c’è delusione la Pasqua è un invito ad ‘alzare lo sguardo’: “In questa realtà, la Pasqua del Signore ci invita ad alzare lo sguardo e ad allargare il cuore. Essa continua ad alimentare nel nostro spirito e nel cammino della storia il seme della vittoria promessa. Ci mette in movimento come Maria di Magdala e come gli Apostoli, per farci scoprire che il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.
La resurrezione è un invito a non perdere la speranza: “Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita. Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza, perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti”.
Riprendendo l’esortazione apostolica di papa Francesco, ‘Evangelii Gaudium’, l’invito del papa è quello di vivere una vita nuova: “Fratelli e sorelle, la Pasqua del Signore ci dona questa speranza, ricordandoci che nel Cristo risorto una nuova creazione è possibile ogni giorno… Il giorno della risurrezione di Cristo ci rimanda così alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte della morte, adesso sta spuntando per l’umanità. La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario”.
Per questo il papa sprona i fedeli a questo annuncio di speranza: “Di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo. Corriamo allora come Maria di Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita”.
(Foto: Santa Sede)
Vittorio Messori: senza resurrezione non c’è cristianesimo
Ieri è morto Vittorio Messori, giornalista e scrittore di fama internazionale, tra coloro che più hanno segnato la saggistica cattolica in questi anni. Nacque nel 1941 a Sassuolo e crebbe in un ambiente non religioso: la sua formazione iniziale fu segnata dal razionalismo. Studiò scienze politiche a Torino ed iniziò la carriera giornalistica alla Stampa di Torino. Negli anni Sessanta visse una conversione al cattolicesimo che descrisse come del tutto impensabile, quasi ‘subita’. Da quel momento, la rivelazione cristiana non divenne solo un suo riferimento intimo, privato, ma il centro di tutta la sua attività intellettuale e quindi anche pubblica.
Nel luglio del 1964 si convertì al cattolicesimo (disse di ‘essere stato convertito, da una forza imprevista e irresistibile’), iniziando, stimolata anche dalla lettura di Blaise Pascal, una ricerca delle ‘ragioni della ragione’, a conforto delle ‘ragioni del cuore’ che lo avevano spinto ad abbracciare la fede. Di questo percorso, Messori racconterà nelle prime pagine di ‘Ipotesi su Gesù’.
Decise allora di frequentare i corsi dell’Istituto di Cristologia per laici della Pro Civitate Christiana ad Assisi, dove trascorse il 1966 ed il 1967. Ad Assisi conobbe Rosanna Brichetti, che avrebbe sposato in seguito nel 1996, dopo l’annullamento, da parte della Sacra Rota, di un precedente matrimonio avvenuto nel 1972: mentre la prima istanza era stata respinta nei tre gradi di giudizio, due cause successive si erano concluse con la sentenza di nullità. Nel 1968, terminati i corsi, tornò a Torino, dove iniziò l’attività professionale presso la Società Editrice Internazionale. Impegnato prima in redazione, passò poi a dirigere l’ufficio stampa. Contemporaneamente iniziò a collaborare con vari giornali e riviste culturali e continuò le ricerche per la redazione del suo primo libro.
Nel 1970 fu assunto a ‘Stampa Sera’ come redattore della cronaca cittadina. L’attività giornalistica e le inchieste gli valsero alcune querele e un processo per avere svelato dei retroscena di uno scandalo cittadino dove erano implicati alcuni medici. Dopo oltre quattro anni di cronaca, Arrigo Levi, allora direttore sia de La Stampa che di Stampa Sera, lo chiamò a far parte del gruppo di tre giornalisti destinati a creare Tuttolibri, settimanale culturale, anche se Messori non aveva voglia di rientrare in una cerchia culturale che non stimava e non gli interessava.
Proprio in quelle settimane, Messori consegnò alla SEI il manoscritto della sua prima opera, ‘Ipotesi su Gesù’, frutto della sua inchiesta sulle origini del cristianesimo, continuata per 12 anni. L’editore pubblicò il libro dopo un anno, nell’autunno del 1976, con una tiratura inferiore a 3.000 copie che andarono esaurite in poco tempo, così come le successive ristampe.
In ‘Ipotesi su Gesù’ scriveva: “Di Gesù non si parla tra persone educate. Con il sesso, il denaro, la morte, Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile. Troppi i secoli di sacrocuorismo. Troppe le immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e gli occhi azzurri: il Signore delle signore. Troppe quelle prime comunioni presentate come ‘Gesù che viene nel tuo cuoricino’. Non a torto tra persone di gusto quel nome suona dolciastro. E’ irrimediabilmente tabù”.
Nel libro ‘Dicono che è risorto’ lo scrittore scrive: “Dice il celebre teologo svizzero [Karl Barth]: ‘Possiamo essere protestanti o cattolici, ortodossi o riformati, di destra o di sinistra. Ma, se vogliamo che la nostra fede abbia fondamento, dobbiamo aver visto e udito gli angeli presso il sepolcro spalancato e vuoto’. Cerchiamo dunque di esaminare con qualche ampiezza il perché di questa situazione…
Non è certo un caso se gli antichi predicatori del Vangelo non annunciavano affatto, per prima cosa, dei programmi socio-politici o delle edificanti saggezze o le indicazioni morali del rabbi Gesù. No: essi annunciavano, prima di ogni altra cosa, che quel Gesù di Nazareth, che era stato ‘annoverato tra i malfattori’ e come tale crocifisso, alla fine si era ‘levato dai morti’. Integrando sempre e subito questa affermazione (‘Gesù di Nazareth è risorto’) con l’altra: ‘E noi ne siamo testimoni’…
Comunque, va pur detto che questa affermazione decisiva non è soggetta ad alcuna verifica ‘scientifica’. Qui, nessuna scoperta archeologica di nessun futuro potrà mai dare la prova che il corpo di quel condannato a morte si è decomposto in qualche fossa comune; o che, al contrario, la tomba del notabile Giuseppe d’Arimatea è rimasta per sempre scoperchiata, vuota di un Occupante rialzatosi in piedi.
Qui, è necessario fidarsi di coloro che dicono di averlo visto risorto, ritornato in vita. Bisogna dare credito ad altri uomini, a un gruppo di testimoni privilegiati: la comunità cristiana; la Chiesa, in una parola. Si vede, anche in questo modo, che la fede non può nascere né vivere ‘solitaria’, ‘isolata’: per la sua fondazione stessa deve appoggiarsi ad una comunità, senza la cui testimonianza non c’è né annuncio, né certezza della risurrezione. E se non c’è risurrezione non c’è cristianesimo”.



























