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Papa Leone XIV: la pace sia con tutti noi
“Dal 1° gennaio 1968, per volontà del Papa San Paolo VI, oggi si celebra la Giornata Mondiale della Pace. Nel mio Messaggio ho voluto riprendere l’augurio che il Signore mi ha suggerito chiamandomi a questo servizio: ‘La pace sia con tutti voi!’. Una pace disarmata e disarmante, che proviene da Dio, dono del suo amore incondizionato, affidato alla nostra responsabilità. Carissimi, con la grazia di Cristo, incominciamo da oggi a costruire un anno di pace, disarmando i nostri cuori e astenendoci da ogni violenza”: al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato il valore della pace.
Pace che richiama san Francesco d’Assisi ricordando le iniziative per mettere in pratica la pace: “Esprimo il mio apprezzamento per le innumerevoli iniziative promosse in questa occasione in tutto il mondo. In particolare, ricordo la Marcia nazionale che si è svolta ieri sera a Catania e saluto i partecipanti a quella organizzata oggi dalla Comunità di Sant’Egidio…
All’inizio di quest’anno, in cui ricorre l’ottavo centenario della morte di San Francesco, vorrei far giungere ad ogni persona la sua benedizione, tratta dalla Sacra Scrittura: Il Signore ti benedica e ti custodisca; mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te; rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace”.
Mentre prima della recita dell’Angelus ha ricordato l’impegno per non ‘spegnere’ la speranza di pace: “Mentre il ritmo dei mesi si ripete, il Signore ci invita a rinnovare il nostro tempo, inaugurando finalmente un’epoca di pace e amicizia tra tutti i popoli. Senza questo desiderio di bene, non avrebbe senso girare le pagine del calendario e riempire le nostre agende”.
E’ un invito alla conversione del cuore: “Il Giubileo, che sta per concludersi, ci ha insegnato come coltivare la speranza di un mondo nuovo: convertendo il cuore a Dio, così da trasformare i torti in perdono, il dolore in consolazione, i propositi di virtù in opere buone. E’ con questo stile, infatti, che Dio stesso abita la storia e la salva dall’oblio, donando al mondo il Redentore: Gesù. Egli è il Figlio Unigenito che diventa nostro fratello, illumina le coscienze di buona volontà, affinché possiamo costruire il futuro come casa ospitale per ogni uomo e ogni donna che viene alla luce”.
Dio si incarna in Maria perché ‘ama’ gli ultimi: “Da sempre Dio, creatore buono, conosce il cuore di Maria e il nostro cuore. Facendosi uomo, Egli ci fa conoscere il suo: perciò il cuore di Gesù batte per ogni uomo e ogni donna. Per chi è pronto ad accoglierlo, come i pastori, e per chi non lo vuole, come Erode. Il suo cuore non è indifferente a chi non ha cuore per il prossimo: palpita per i giusti, affinché perseverino nella loro dedizione, e per gli ingiusti, affinché cambino vita e trovino pace.
Il Salvatore viene nel mondo nascendo da donna: soffermiamoci ad adorare quest’evento, che risplende in Maria Santissima e si riflette in ogni nascituro, rivelando l’immagine divina impressa nel nostro corpo”.
Per questo invita a pregare per la pace: “In questa Giornata preghiamo tutti insieme per la pace: anzitutto tra le Nazioni insanguinate da conflitti e miseria, ma anche nelle nostre case, nelle famiglie ferite dalla violenza e dal dolore. Certi che Cristo, nostra speranza, è il sole di giustizia che mai si spegne, chiediamo fiduciosi l’intercessione di Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa”.
E nella celebrazione eucaristica il papa ha incentrato l’omelia sul valore delle benedizioni come descritte nel libro dei Numeri: “L’uomo offre al Creatore tutto ciò che ha ricevuto e Questi risponde volgendo su di lui il suo sguardo benigno, proprio come ai primordi del mondo. Del resto, il popolo d’Israele, a cui questa benedizione si rivolgeva, era un popolo di liberati, di uomini e donne rinati dopo una lunga schiavitù grazie all’intervento di Dio e alla risposta generosa del suo servo Mosè. Era un popolo che in Egitto aveva goduto di alcune sicurezze il cibo non mancava, così come un tetto e una certa stabilità, a costo però di essere schiavo, oppresso da una tirannia che chiedeva sempre di più dando sempre di meno”.
Una benedizione che prospetta la libertà: “Ora, nel deserto, molte delle certezze passate erano andate perdute, ma in cambio c’era la libertà, che si concretizzava in una strada aperta verso il futuro, nel dono di una legge di sapienza e nella promessa di una terra in cui vivere e crescere senza più ceppi e catene: insomma, in una rinascita”.
Ecco il motivo per cui la Chiesa ripete tale benedizione ad inizio dell’anno: “Così, all’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna”.
Tutto ciò è avvenuto grazie ad un ‘sì’: “Noi ricordiamo tutto questo mentre celebriamo il mistero della Divina Maternità di Maria, che con il suo ‘sì’ ha contribuito a dare alla Fonte di ogni misericordia e benevolenza un volto umano: il volto di Gesù, attraverso i cui occhi di bambino, poi di giovane e di uomo l’amore del Padre ci raggiunge e ci trasforma”.
Solo attraverso l’abbraccio di Dio si può comprendere il cammino a cui ciascuno è chiamato: “Allora, all’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo. Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà”.
Per questo, secondo sant’Agostino, Dio si è fatto uomo: “Ricordava, così, uno dei tratti fondamentali del volto di Dio: quello della totale gratuità del suo amore, per cui si presenta a noi (come ho voluto sottolineare nel Messaggio di questa Giornata Mondiale della Pace) ‘disarmato e disarmante’, nudo, indifeso come un neonato nella culla. E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura”.
Dio ha scelto di incanarsi in una donna, grazie alla scelta di una donna: “Questo è il volto di Dio che Maria ha lasciato si formasse e crescesse nel suo grembo, cambiandole completamente la vita. E’ il volto che ha annunciato attraverso la luce gioiosa e fragile dei suoi occhi di mamma in attesa; il volto di cui ha contemplato giorno per giorno la bellezza, mentre Gesù cresceva, bambino, ragazzo e giovane, nella sua casa; e che poi ha seguito, col suo cuore di discepola umile, mentre percorreva i sentieri della sua missione, fino alla croce e alla risurrezione”.
Una donna che ha scelto di non porre barriere: “Per farlo, anche Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo.
Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà ‘disarmate’: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà”.
Ed ha concluso con una frase di papa san Giovanni Paolo II invitando a guardare alla famiglia di Betlemme nel presepe: “Cari fratelli e sorelle, in questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace ‘disarmata e disarmante’ per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, ‘glorificando e lodando Dio’ per tutto ciò che abbiamo visto e udito. Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana”.
(Foto: Santa Sede)
Seconda domenica di Avvento: Gesù è il Salvatore! Convertitevi!
E’ la seconda tappa del nostro cammino verso Cristo Gesù che viene. Vero protagonista oggi è Giovanni Battista, l’uomo di cui Gesù ebbe a dire: ‘Tra i nati di donna non c’è uomo simile a Lui’. Giovanni fa eco al profeta Isaia che aveva profetizzato: ‘Spunterà un germoglio dalla radice di Iesse e su di lui si poserà lo spirito del Signore; Egli giudicherà con giustizia i poveri’. Giovanni esorta con parole forti la folla: ‘Convertitevi!’, preparate la via al Signore; la Chiesa ancora oggi, a 2000 anni di distanza, in vista della seconda venuta di Gesù, ci sprona, ci esorta e ci invita alla conversione.
Segno assai eloquente di questa settimana è l’albero; esso è segno di vita: se produce frutti, se i frutti sono buoni, l’albero è buono, vien conservato e protetto; se l’albero non produce frutti viene tagliato come legna da bruciare. Ciascuno di noi è come un albero e siamo chiamati al nostro ‘redde rationem’, al rendiconto; questo si deduce dai frutti, da come amiamo, perché Dio è amore. Da qui le esortazioni di Giovanni Battista, che si presenta davanti al popolo con il suo vestito di peli di cammello ed una cintura ai fianchi; un uomo che si ciba di miele selvatico perché Egli e tutta la sua vita è un messaggio; predica con le parole e con la sua vita ‘Convertitevi’.
L’appello alla conversione non è per Tizio o Caio; tutti oggi siamo chiamati, abbiamo bisogno di conversione: andiamo verso Gesù, verso Cristo che verrà da ‘giudice’ per giudicare i buoni e i cattivi; Cristo Gesù non chiede miracoli a nessuno ma chiede di vivere da figli di Dio, noi che chiamiamo Dio ‘Padre nostro che sei nei cieli’. La condanna del male, di ogni male ovunque si trovi è oggetto della predicazione cristiana.
Riconoscersi peccatori oggi è una esigenza di lealtà; un giorno dirà Gesù ai farisei, che gli avevano condotto una donna colta in fragranza di adulterio, ed avevano in mano una pietra per lapidarla, secondo la legge, ‘chi di voi è senza peccato lanci la pietra’, quei farisei buttarono di fianco la pietra ed andarono via. Tutti siamo oggettivamente peccatori, tutti abbiamo bisogno di conversione; Dio per giudicarci non guarda i registri di battesimo, cresima, matrimonio religioso…; non guarda se fai parte di questa o di quella associazione; Gesù guarda la fede con la quale agiamo, l’amore che esercitiamo verso Dio e i fratelli. L’uomo purtroppo spesso è vittima di orgoglio, superbia, arrivismo: pensiamo più a noi che agli altri.
Giovanni Battista, che era da tutti stimato e voluto bene per cui tutti accorrevano a lui pensando che fosse il Messia atteso, riconoscendosi quello che effettivamente era, ebbe a dire: non sono il messia, anzi vi dico. Non sono degno neppure di sciogliere i legacci dei suoi sandali. Da qui la necessita per tutti di una vera conversione del cuore. Giovanni vedendo correre i sadducei da lui per farsi battezzare, li chiama: ‘Razza di vipere, chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?’, fate allora frutti degni di conversione perché non basta essere figli di Abramo per salvarsi perché Dio anche dalla pietre può far sorgere figli di Abramo.
Non basta recitare il Rosario, andare in Chiesa, essere battezzati e cresimati o far parte di una gruppo di preghiere, ciò che è necessario è avere fede profonda ed amore concreto verso Dio e i fratelli., è necessario produrre frutti di amore. L’albero si riconosce dai frutti: se i frutti sono buoni, l’albero è buono. Attraverso la conversione da un tronco anche vecchio e decrepito, Dio può far germogliare un virgulto nuovo che produce frutti validi.
Dice il profeta Isaia: Gesù giudicherà con giustizia i poveri; Egli non giudicherà per sentito dire, secondo le apparenze, ma prenderà decisioni eque per gli oppressi. Questa è la società nuova dove regna la giustizia e l’amore. Gesù, che viene, darà la ricompensa a ciascuno a seconda delle opere di amore compiute. Il primo Natale, la prima venuta di Gesù ebbe come precursore Giovanni Battista che lungo il Giordano o nel deserto predicò la conversione: ‘Convertitevi, il regno dei cieli è vicino’; oggi siamo chiamati tutti ad essere predicatori, se abbiamo fede vera, se vogliamo preparare noi e i fratelli alla venuta del Signore.
Come Giovanni dobbiamo predicare in casa e fuori ‘convertitevi’ ma non necessariamente e sempre con le parole, ma sempre con la nostra vita, con le nostre opere, con l’amore concreto. Momento singolare quando Giovanni si incontrò con Gesù e l’additò: ‘Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo’.
Nella Messa, al momento della comunione, il celebrante presenta Gesù al popolo con le stesse parole di Giovanni. La nostra risposta, amici, sia non solo: ‘Signore, non sono degno che tu entri nel mio cuore, ma dove abbonda la mia debolezza e il mio peccato sovrabbondi la tua misericordia’. Questo significa prepararsi al santo Natale del 2025.
Papa Leone XIV: con la Pasqua avviene la conversione ecologica
“Dopodomani, 21 novembre, memoria liturgica della Presentazione della Beata Vergine Maria, si celebrerà in tutta l’Italia la Giornata ‘Pro Orantibus’. Non manchi a tutti i fratelli e le sorelle di vita contemplativa la concreta solidarietà e l’aiuto efficace della comunità ecclesiale per assicurare ad essi la sopravvivenza e la continuità del loro silenzioso, fecondo e insostituibile apostolato”: a conclusione dell’udienza generale odierna papa Leone XIV ha ricordato questa importante giornata per la vita della Chiesa.
Sempre in questo venerdì si celebra la giornata mondiale per la pesca, mentre nel prossimo settembre la Giornata mondiale dei Bambini: “Desidero ricordare i pescatori, in occasione della Giornata Mondiale della Pesca, che ricorrerà venerdì prossimo: Maria, Stella del mare, protegga i pescatori e le loro famiglie. Il mio pensiero va anche ai Bambini, che avrò la gioia di incontrare nella Giornata loro dedicata in programma dal 25 al 27 settembre 2026”.
Ed al termine dell’udienza, il piccolo Majd Bernard, di 7 anni proveniente da Gaza, e padre Enzo Fortunato hanno presentato al papa la bandiera con il logo ufficiale della prossima edizione della Giornata Mondiale dei Bambini, che il papa ha benedetto e firmato, tantoché il prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, card. Kevin Farrell, ha sottolineato: “Nella prossima Giornata Mondiale dei Bambini la Chiesa vuole prestare di nuovo un’attenzione particolare al mondo dell’infanzia e all’ambiente naturale nel quale i bambini vivono e crescono, cioè la famiglia…
Ai bambini va mostrata la bellezza della pace, la pace vissuta anzitutto nelle loro famiglie, negli ambienti che frequentano e nel mondo intero. I bambini capiscono bene il valore della pace e soffrono molto quando percepiscono tensioni e conflitti attorno a loro, a partire dai genitori o nell’ambiente circostante. Ci auguriamo, quindi, che la prossima GMB sia una bella occasione perché la Chiesa si mostri vicina ai bambini e alle loro famiglie, dando loro speranza e gioia”.
Mentre nell’udienza generale il papa ha evidenziato che la speranza cristiana non può essere slegata dalla spiritualità di un’ecologia integrale, ricordando l’invito di papa Francesco nell’enciclica ‘Laudato sì’ ad avere uno ‘sguardo contemplativo’ di fronte al creato: “Stiamo riflettendo, in questo Anno giubilare dedicato alla speranza, sul rapporto fra la Risurrezione di Cristo e le sfide del mondo attuale, ossia le nostre sfide. Talvolta anche a noi Gesù, il Vivente, vuole chiedere: ‘Perché piangi? Chi cerchi?’
Le sfide, infatti, non si possono affrontare da soli e le lacrime sono un dono di vita quando purificano i nostri occhi e liberano il nostro sguardo. L’evangelista Giovanni suggerisce alla nostra attenzione un dettaglio che non troviamo negli altri Vangeli: piangendo vicino alla tomba vuota, la Maddalena non riconobbe subito Gesù risorto, ma pensò che fosse il custode del giardino”.
Riprendendo il passo giovanneo il papa ha evidenziato la conclusione del racconto evangelico: “Termina così, nella pace del sabato e nella bellezza di un giardino, la drammatica lotta fra tenebre e luce scatenatasi col tradimento, l’arresto, l’abbandono, la condanna, l’umiliazione e l’uccisione del Figlio, che ‘avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine’. Coltivare e custodire il giardino è il compito originario che Gesù ha portato a compimento. La sua ultima parola sulla croce (‘E’ compiuto’) invita ciascuno a ritrovare lo stesso compito, il suo compito”.
Ecco il significato dell’incontro con il ‘custode del giardino’, come è stato indicato da papa Francesco: “Cari fratelli e sorelle, Maria Maddalena, allora, non sbagliò del tutto, credendo di incontrare il custode del giardino! Doveva, in effetti, riascoltare il proprio nome e comprendere il proprio compito dall’Uomo nuovo, quello che in un altro testo giovanneo dice: ‘Ecco, io faccio nuove tutte le cose’.
Papa Francesco, con l’enciclica ‘Laudato sì’, ci ha indicato l’estrema necessità di uno sguardo contemplativo: se non è custode del giardino, l’essere umano ne diventa devastatore. La speranza cristiana, dunque, risponde alle sfide cui oggi l’intera umanità è esposta sostando nel giardino in cui il Crocifisso è stato deposto come un seme, per risorgere e portare molto frutto”.
Il Paradiso può essere ‘ritrovato’ solo se ci sarà una conversione ecologica: “Il Paradiso non è perduto, ma ritrovato. La morte e la risurrezione di Gesù, così, sono fondamento di una spiritualità dell’ecologia integrale, fuori dalla quale le parole della fede restano senza presa sulla realtà e le parole delle scienze rimangono fuori dal cuore”.
Tale conversione ecologica si realizzerà con la Pasqua: “Per questo, parliamo di una conversione ecologica, che i cristiani non possono separare da quell’inversione di rotta che seguire Gesù richiede loro. Ne è segno il voltarsi di Maria, in quel mattino di Pasqua: solo di conversione in conversione passiamo da questa valle di lacrime alla Gerusalemme nuova. Tale passaggio, che inizia nel cuore ed è spirituale, modifica la storia, ci impegna pubblicamente, attiva solidarietà che fin d’ora proteggono persone e creature dalle brame dei lupi, nel nome e in forza dell’Agnello Pastore”.
In questo modo è possibile incontrare persone che amano i poveri: “Così, i figli e le figlie della Chiesa possono oggi incontrare milioni di giovani e di altri uomini e donne di buona volontà che hanno ascoltato il grido dei poveri e della terra lasciandosene toccare il cuore. Sono molte anche le persone che desiderano, attraverso un più diretto rapporto col creato, una nuova armonia che le porti oltre tante lacerazioni…
Lo Spirito ci dia la capacità di ascoltare la voce di chi non ha voce. Vedremo, allora, ciò che ancora gli occhi non vedono: quel giardino, o Paradiso, cui andiamo incontro soltanto accogliendo e portando a compimento ciascuno il proprio compito”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV in piena comunione con il patriarca della Chiesa Assira
“Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Con queste parole di San Paolo, accolgo Vostra Santità come amato fratello in Cristo e Le esprimo ancora una volta gratitudine per la Sua presenza all’inizio del mio pontificato. Rivolgo inoltre i miei cordiali saluti ai membri della Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa assira d’Oriente”: con queste parole stamattina papa Leone XIV ha ricevuto Sua Santità Mar Awa III, Catholicos-Patriarca della Chiesa Assira dell’Oriente, ricordando i progressi significativi di questi anni nell’ambito del dialogo ufficiale tra la Chiesa cattolica e quella assira d’Oriente.
Nel saluto ha ricordato la visita dello scorso anno a papa Francesco: “La vostra ultima visita, nel 2024, ha segnato il trentesimo anniversario del dialogo ufficiale tra le nostre Chiese. I progressi compiuti in questi anni sono significativi, avendo seguito fedelmente il mandato e la metodologia stabiliti dai nostri predecessori”.
Ed anche la dichiarazione congiunta tra san Giovanni Paolo II e Sua Santità Mar Dinkha IV, che ha gettato le basi per il dialogo teologico: “Questo trittico ha fornito la cornice per le fasi successive del nostro dialogo teologico. Dopo aver raggiunto un accordo sulla fede cristologica e aver così risolto una controversia lunga 1500 anni, il nostro dialogo è progredito con il reciproco riconoscimento dei sacramenti, consentendo una certa ‘communicatio in sacris’ tra le nostre Chiese. Desidero esprimere la mia profonda gratitudine a ciascuno di voi, teologi della Commissione Mista, per i vostri preziosi contributi e sforzi condivisi, senza i quali questi accordi dottrinali e pastorali non sarebbero stati possibili”.
Ora è necessario giungere alla piena comunione: “Per quanto riguarda la costituzione della Chiesa (l’attuale focus del dialogo) la sfida principale risiede nello sviluppo congiunto di un modello di piena comunione, ispirato al primo millennio, rispondendo al contempo con attenzione alle sfide del nostro tempo. Come i miei predecessori hanno ripetutamente sottolineato, tale modello non dovrebbe implicare assorbimento o dominio; piuttosto, dovrebbe promuovere lo scambio di doni tra le nostre Chiese, ricevuti dallo Spirito Santo per l’edificazione del Corpo di Cristo”.
In questo cammino riveste un punto importante la sinodalità: “In questo cammino verso la piena comunione, la sinodalità si presenta come una via promettente da seguire. Durante la visita di Sua Santità nel 2022, papa Francesco coniò l’espressione poi inclusa nel Documento Finale del recente Sinodo sulla sinodalità della Chiesa Cattolica…Nello spirito di quel Sinodo, auspico sinceramente che il 1700° anniversario del Concilio di Nicea ci conduca a ‘mettere in pratica forme di sinodalità tra i cristiani di tutte le tradizioni» e ci ispiri a nuove «prassi sinodali ecumeniche’.
E’ un invito a camminare insieme sostenuti dalla preghiera dei Santi: “Continuiamo questo pellegrinaggio rafforzati dalle preghiere di tutti i santi delle nostre Chiese, in particolare di Sant’Isacco di Ninive, il cui nome è stato aggiunto al Martirologio Romano lo scorso anno. Per loro intercessione, possano i cristiani del Medio Oriente rendere sempre fedele testimonianza al Cristo risorto e possa il nostro dialogo affrettare il giorno benedetto in cui celebreremo insieme allo stesso altare, condividendo lo stesso Corpo e Sangue del nostro Salvatore, affinché il mondo creda”.
Mentre sabato scorso papa Leone XIV aveva celebrato una Santa Messa nell’aula della Benedizione presso nel Apostolico Vaticano, in occasione del Giubileo degli Uffici Cerimoniali Istituzionali: “Vi siete radunati qui, presso la Tomba di San Pietro, come pellegrini di speranza: questo nome non designa un’attesa fra tante altre, ma quella virtù che dà forza e senso a tutte le nostre aspettative di bene. La vera speranza apre la porta santa della salvezza, attraverso la quale muoviamo i passi della fede, vivendo tra noi con carità fraterna. Così, questa luce dell’animo indica la via anche quando il mondo, con tutte le sue risorse, non è in grado di farlo”.
L’omelia del papa è stata incentrata sul significato di conversione: “Lo esprime bene la parola greca metanoia, che significa cambio di mentalità, trasformazione del modo di vivere, di pensare e di agire. La nuova direzione, che il Signore ci chiama a prendere, è un cammino che va da dove siamo noi, il presente, a Dio, l’eternità. Così agisce la virtù della speranza: ci sorprende intimamente con la promessa di un’esistenza liberata da quel senso unico, che va verso una morte senza riscatto”.
Ma la conversione avviene quotidianamente: “Carissimi, la conversione della quale parla Gesù è un vero e proprio lavoro quotidiano, che interessa tutte le nostre attività. Da questo impegno, infatti, si vede che senso diamo alla vita e a cosa si dirige il nostro cuore. Davanti alle sofferenze e alle prove della storia, il Vangelo ci ricorda che vivere senza speranza significa rimanere immobili nella certezza di morire, mentre convertire la vita alla speranza, che Cristo ci infonde, significa portare nel cuore la luce del Risorto”.
Quindi ha sottolineato il valore dell’articolo 1 della Costituzione Italiana: “E’ lavorando con onestà che si costruisce lo Stato, prendendosi cura del bene comune. In questo campo siete chiamati a dare la vostra buona testimonianza: il cerimoniale, infatti, non celebra mai sé stesso, ma opera a servizio delle istituzioni e, quindi, dei cittadini che esse rappresentano. Proprio come custodi di quest’ordinamento, vi dedicate al bene del popolo offrendo la vostra competenza affinché gli organi pubblici esprimano buone relazioni e possano funzionare al meglio”.
Per questo ha esposto tre figure guida di servizio allo Stato: “Il primo testimone è il servo di Dio Alcide De Gasperi, del quale è in corso il processo di beatificazione. Coniugando la propria fede con una crescente responsabilità politica, questo statista fu tra i padri costituenti della Repubblica italiana. Lungo gli anni segnati dai due conflitti mondiali, si impegnò a costruire ponti che resistettero alle correnti di opposte ideologie. Il suo amore per Dio, infatti, ne sosteneva la dedizione alla Patria, insegnandoci che la politica, la diplomazia e la difesa nazionale diventano strumenti di autentica carità quando sono vissute con animo umile”.
Il secondo testimone è Salvo D’Acquisto: “Il secondo testimone da imitare è il venerabile Salvo D’Acquisto, anch’egli prossimo alla beatificazione. Il suo sacrificio ha un valore molto più prezioso della medaglia d’oro al valore militare che ne onora la memoria: dando la vita per i propri concittadini, infatti, egli realizzò pienamente la sua missione di Carabiniere. In un tempo di guerra e di odio, il suo coraggio divenne profezia di una pace costruita sulla dedizione più generosa: sono uomini come lui a illuminare le difficoltà che anche oggi pesano su tanti popoli”.
Invece il terzo è Rosario Livatino: “Il terzo testimone che vi affido è il beato Rosario Livatino, primo magistrato nella storia a essere riconosciuto come martire. Col suo impegno incrollabile per la giustizia, egli ha testimoniato che la legalità non è anzitutto un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità. ‘Sub tutela Dei’, scriveva in cima ai suoi appunti: sotto la protezione divina ci poniamo fiduciosi anche noi, lavorando ogni giorno come servitori della verità e tessitori di unità. Lo Stato, infatti, si trasforma in meglio se ciascuno se ne sente responsabile, nutrendo con i più alti valori spirituali il proprio senso civico e il dovere istituzionale”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: ascoltare il grido dei poveri per la conversione ecologica
“Prima di proseguire con alcuni interventi preparati, vorrei ringraziare i due relatori che mi hanno preceduto. E vorrei aggiungere che c’è davvero un eroe d’azione con noi questo pomeriggio: siete tutti voi, che state lavorando insieme per fare la differenza”: oggi pomeriggio intervenendo al Centro Mariapoli del Movimento dei Focolarini a Castel Gandolfo, nell’ambito della conferenza ‘Raising Hope on Climate Change’, papa Leone XIV ha ricordato l’impatto dell’enciclica ‘Laudato sì’ giunta al decimo anniversario.
Nell’intervento il papa ha ricordato l’importanza dell’enciclica di papa Francesco: “Questa Enciclica ha profondamente ispirato la Chiesa cattolica e molte persone di buona volontà. Si è dimostrata fonte di dialogo. Ha dato vita a gruppi di riflessione, programmi accademici in scuole e università, nonché a partnership e progetti di vario tipo in ogni continente.
Molte diocesi e istituti religiosi si sono sentiti spinti ad agire per prendersi cura della nostra casa comune, contribuendo ancora una volta a dare priorità ai poveri e agli emarginati. Il suo impatto si è esteso anche a vertici internazionali, al dialogo ecumenico e interreligioso, agli ambienti economici e imprenditoriali, nonché agli studi teologici e bioetici. L’espressione ‘cura della nostra casa comune’ è stata inclusa anche in discorsi e interventi accademici, scientifici e politici”.
L’enciclica è stata apprezzata per le raccomandazioni formulate: “Le preoccupazioni e le raccomandazioni di Papa Francesco sono state apprezzate e accolte non solo dai cattolici, ma anche da molte persone esterne alla Chiesa che si sentono comprese, rappresentate e sostenute in questo specifico momento della nostra storia. La sua analisi della situazione, la proposta del paradigma dell’ecologia integrale, l’insistente invito al dialogo e l’appello ad affrontare le cause profonde dei problemi ed a ‘unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale’ hanno suscitato un vasto interesse”.
Per questo dono ha ringraziato Dio: “Rendiamo grazie al Padre celeste per questo dono che abbiamo ereditato da Papa Francesco! Le sfide individuate nella ‘Laudato Sì’ sono infatti ancora più attuali oggi di quanto non lo fossero dieci anni fa. Queste sfide sono di natura sociale e politica, ma prima di tutto di natura spirituale: richiedono conversione”.
Ma celebrare un anniversario significa non solo ricordare, ma anche ascoltare senza la derisione: “Come in ogni anniversario di questo tipo, ricordiamo il passato con gratitudine, ma ci chiediamo anche cosa ci sia ancora da fare. Nel corso degli anni, siamo passati dalla comprensione e dallo studio dell’Enciclica alla sua messa in pratica. Cosa bisogna fare ora per garantire che la cura della nostra casa comune e l’ascolto del grido della terra e dei poveri non appaiano come semplici tendenze passeggere o, peggio ancora, che siano percepiti e percepiti come questioni divisive?
In linea con la ‘Laudato Sì’, l’Esortazione Apostolica ‘Laudate Deum’, pubblicata due anni fa, osservava che ‘alcuni hanno scelto di deridere’ i segni sempre più evidenti del cambiamento climatico, di ‘ridicolizzare coloro che parlano di riscaldamento globale’ e persino di incolpare i poveri proprio per ciò che li colpisce di più”.
Quindi le encicliche di papa Francesco non ‘tradiscono’ la Sacra Scrittura, cuore del pensiero del papa: “Nella Scrittura, il cuore non è solo il centro dei sentimenti e delle emozioni, ma il luogo della libertà. Sebbene il cuore includa la ragione, la trascende e la trasforma, influenzando e integrando tutti gli aspetti della persona e delle sue relazioni fondamentali. Il cuore è il luogo in cui la realtà esterna ha il maggiore impatto, dove avviene la ricerca più profonda, dove si scoprono i desideri più autentici, dove si trova la propria identità ultima e dove si formano le decisioni”.
Il discorso di papa Leone XIV è un invito as una conversione ecologica: “E’ solo tornando al cuore che può avvenire una vera conversione ecologica. Dobbiamo passare dalla raccolta di dati alla cura; e dal discorso ambientale a una conversione ecologica che trasformi gli stili di vita personali e comunitari. Per i credenti, questa conversione non è infatti diversa da quella che ci orienta verso il Dio vivente. Non possiamo amare Dio, che non possiamo vedere, mentre disprezziamo le sue creature. Né possiamo dirci discepoli di Gesù Cristo senza partecipare al suo sguardo sul creato e alla sua cura per tutto ciò che è fragile e ferito”.
E’ stato un invito ad essere ‘portatori’ di speranza come san Francesco: “Cari amici, lasciate che la vostra fede vi ispiri a essere portatori della speranza che nasce dal riconoscere la presenza di Dio già all’opera nella storia. Ricordiamo come papa Francesco ha descritto san Francesco d’Assisi… Che ciascuno di noi cresca in queste quattro relazioni – con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso – attraverso un costante atteggiamento di conversione. L’ecologia integrale prospera su tutte queste relazioni. Attraverso il nostro impegno in esse, possiamo crescere nella speranza vivendo l’approccio interdisciplinare della Laudato si’ e la chiamata all’unità ed alla collaborazione che ne deriva”.
E’ un invito a prendersi cura del creato, in quanto unica famiglia: “Siamo un’unica famiglia, con un solo Padre, che fa sorgere il sole e manda la pioggia su tutti. Abitiamo sullo stesso pianeta e dobbiamo prendercene cura insieme. Rinnovo pertanto il mio forte appello all’unità attorno all’ecologia integrale e alla pace! E’ incoraggiante vedere la varietà di organizzazioni rappresentate a questa conferenza, così come l’ampia gamma di organizzazioni che hanno aderito al Movimento ‘Laudato Sì’ e alla Piattaforma d’azione”.
Riprendendo il pensiero di papa Francesco il papa ha invitato ad esercitare ‘pressione’ sui governi: “Tutti nella società, attraverso organizzazioni non governative e gruppi di pressione, devono fare pressione sui governi affinché sviluppino e attuino normative, procedure e controlli più rigorosi. I cittadini devono assumere un ruolo attivo nel processo decisionale politico a livello nazionale, regionale e locale. Solo allora sarà possibile mitigare i danni arrecati all’ambiente. Anche la legislazione locale sarà più efficace se le comunità vicine sosterranno le stesse politiche ambientali”.
Ed il pensiero va alla prossima Cop30: “Auspico che i prossimi vertici internazionali delle Nazioni Unite (la Conferenza sui cambiamenti climatici del 2025, la 53ª Sessione plenaria del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale e la Conferenza sull’acqua del 2026) ascoltino il grido della Terra e il grido dei poveri, delle famiglie, dei popoli indigeni, dei migranti involontari e dei credenti in tutto il mondo. Allo stesso tempo, incoraggio tutti, in particolare i giovani, i genitori e quanti lavorano nelle amministrazioni e nelle istituzioni locali e nazionali, a fare la loro parte per trovare soluzioni alle ‘sfide culturali, spirituali ed educative’, impegnandosi sempre con tenacia per il bene comune. Non c’è spazio per l’indifferenza o la rassegnazione”.
Mentre questa è stata la conclusione: “Vorrei concludere con una domanda che riguarda ciascuno di noi. Dio ci chiederà se abbiamo coltivato e curato il mondo che ha creato, a beneficio di tutti e delle generazioni future, e se ci siamo presi cura dei nostri fratelli e sorelle. Quale sarà la nostra risposta?”
(Foto: Santa Sede)
Giuseppe Lubrino invita a scoprire le virtù cristiane per stare nel mondo
“Proporre oggi le virtù cristiane non è una scelta nostalgica, ma un gesto profetico. In un’epoca segnata da smarrimento e frammentazione, le virtù rappresentano la risposta più umana e più vera al bisogno di pienezza che ciascuno porta nel cuore. Esse sono forma della libertà, incarnazione del desiderio di bene, struttura interiore della santità possibile e concreta. Questo testo non intende essere un trattato astratto, ma una proposta educativa e culturale: educare alla virtù significa educare alla realtà, alla verità, alla bellezza, alla speranza. E’ insegnare a vivere in rapporto con tutto ciò che c’è, alla luce di un’appartenenza che rende l’uomo intero”.
Così scrive il prof. Giancarlo Restivo, direttore della Schola ‘Carlo Magno’, nella prefazione al libro del prof. Giuseppe Lubrino, docente di religione cattolica, ‘Alla scoperta delle virtù cristiane: dalle radici greco-romane a Benedetto XVI’, che racconta il motivo per cui ha scritto un libro sulle virtù cristiane:
“Dopo un’attenta analisi, condotta insieme al direttore della ‘Schola Carlo Magno’, Giancarlo Restivo, delle derive antropologiche e culturali che caratterizzano lo scenario educativo contemporaneo, abbiamo ritenuto necessario esplorare e approfondire il valore educativo e l’attualità delle virtù cristiane. Le virtù rappresentano uno strumento fondamentale attraverso cui i giovani possono imparare a leggere e decifrare la realtà, crescere e maturare in umanità”.
Quanto sono importanti oggi le virtù cristiane per ‘abitare il mondo’?
“Assistiamo a una diffusa perdita di senso tra i giovani: fragilità emotive e caratteriali, isolamento sociale, disturbi alimentari, fenomeni di autolesionismo. Molti sembrano incapaci di immaginare un futuro possibile. Le virtù, per loro natura intrinseca, costituiscono da sempre un supporto per affrontare la complessità del reale. Riscoprirne il valore è oggi fondamentale per sviluppare capacità decisionali e resilienza, partendo da un’identità personale solida”.
Esiste una differenza tra le virtù del mondo ellenistico e quelle del mondo cristiano?
“La peculiarità del Cristianesimo rispetto alla tradizione greco-romana risiede nell’introduzione delle virtù teologali, in particolare della carità. Per greci e romani, il fondamento delle virtù era la ragione. Il Cristianesimo ha invece introdotto la dimensione della trascendenza, il bisogno di perdono e redenzione, l’umiltà. Le virtù teologali sono indispensabili per crescere ed evolversi, penetrando il mistero della vita”.
In che modo la virtù cristiana può condurre alla santità?
“La santità è spesso percepita come una meta straordinaria, irraggiungibile, utopica. E’ invece necessario recuperare la dimensione ordinaria della santità, facendo comprendere che essa si costruisce giorno per giorno, vivendo con onestà, verità, giustizia e solidarietà. La virtù cristiana è il cammino quotidiano verso la santità”.
Perché, secondo sant’Agostino, le virtù cristiane sono il frutto di una conversione?
“Per sant’Agostino, la conversione è una condizione costante della vita umana. L’essere umano ha sempre bisogno di riprendere il cammino, le inclinazioni al male, il desiderio di possesso, l’egoismo sono, talvolta, uno ostacolo alla crescita e allo sviluppo e alla realizzazione dell’esistenza umana. L’essere umano è chiamato ogni giorno a scegliere il bene, rinunciando al male. Le virtù diventano strumenti essenziali per un sano discernimento. Nella misura in cui l’uomo si apre all’azione della grazia, viene modellato e conformato a Cristo”.
Qual è il rapporto tra virtù cardinali e virtù teologali?
“Si tratta di un legame inscindibile. Le virtù cardinali orientano e favoriscono le azioni umane; le virtù teologali ne rivelano il senso profondo e costituiscono il compimento del cammino educativo dell’uomo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV chiede preghiera ed audacia per la difesa del creato
“In questa bellissima giornata, innanzitutto vorrei invitare tutti, cominciando da me stesso, a vivere quel che stiamo celebrando nella bellezza di una cattedrale, si potrebbe dire ‘naturale’, con le piante e tanti elementi della creazione che ci hanno portato qui per celebrare l’Eucaristia, che vuol dire: rendere grazie al Signore. Ci sono molti motivi in questa Eucaristia per i quali vogliamo ringraziare il Signore: questa celebrazione potrebbe essere la prima con la nuova formula della Santa Messa per la cura della creazione, che è stata anche espressione del lavoro dei diversi Dicasteri nel Vaticano”: con queste parole papa Leone XIV ha iniziato l’omelia della santa messa per la custodia della creazione secondo il formulario recentemente approvato nel borgo ‘Laudato sì a Castel Gandolfo, esortando ad ascoltare il ‘grido della terra’.
Con un ringraziamento ai presenti il papa ha sottolineato quest’intuizione di papa Francesco: “E personalmente ringrazio tante persone qui presenti, che hanno lavorato in questo senso per la liturgia. Come sapete, la liturgia rappresenta la vita e voi siete la vita di questo Centro ‘Laudato sì’. Vorrei dire grazie a voi in questo momento, in questa occasione, per tutto quello che fate seguendo questa bellissima ispirazione di papa Francesco che ha dato questa piccola porzione, questi giardini, questi spazi proprio per continuare la missione tanto importante riguardo a tutto quello che conosciamo dopo 10 anni dalla pubblicazione di Laudato sì: la necessità di curare la creazione, la casa comune”.
Ed ha chiesto di pregare anche per le persone che ancora non hanno cura del creato: “Qui è come nelle Chiese antiche dei primi secoli, che avevano il fonte battesimale per il quale si doveva passare per poi entrare nella chiesa. Non vorrei essere battezzato in quest’acqua … però il simbolo di passare attraverso l’acqua per essere lavati tutti dai nostri peccati, dalle nostre debolezze, e così poter entrare nel grande mistero della Chiesa è qualcosa che viviamo anche oggi. All’inizio della Messa abbiamo pregato per la conversione, la nostra conversione. Vorrei aggiungere che dobbiamo pregare per la conversione di tante persone, dentro e fuori della Chiesa, che ancora non riconoscono l’urgenza di curare la casa comune”.
Appunto è necessaria la conversione, come aveva sollecitato molte volte papa Francesco: “Tanti disastri naturali che ancora vediamo nel mondo, quasi tutti i giorni in tanti luoghi, in tanti Paesi, sono in parte causati anche dagli eccessi dell’essere umano, col suo stile di vita. Perciò dobbiamo chiederci se noi stessi stiamo vivendo o no quella conversione: quanto ce n’è bisogno!”
Per questo papa Leone XIV ha sottolineato il ‘potere’ creatore di Gesù davanti alla paura dei discepoli: “Allora, avendo detto tutto questo, ho anche un’omelia che avevo preparato e che condividerò, abbiate un po’ di pazienza: ci sono alcuni elementi che davvero aiutano a continuare la riflessione stamattina, condividendo questo momento familiare e sereno, in un mondo che brucia, sia per il surriscaldamento terrestre sia per i conflitti armati, che rendono tanto attuale il messaggio di Papa Francesco nelle sue Encicliche ‘Laudato sì’ e ‘Fratelli tutti’.
Possiamo ritrovarci proprio in questo Vangelo, che abbiamo ascoltato, osservando la paura dei discepoli nella tempesta, una paura che è quella di larga parte dell’umanità. Però nel cuore dell’anno del Giubileo noi confessiamo – e possiamo dirlo più volte: c’è speranza! L’abbiamo incontrata in Gesù. Egli ancora calma la tempesta. Il suo potere non sconvolge, ma crea; non distrugge, ma fa essere, dando nuova vita”.
E’ lo stupore che permette di uscire dalla paura: “Lo stupore, che questa domanda esprime, è il primo passo che ci fa uscire dalla paura. Attorno al lago di Galilea, Gesù aveva abitato e pregato. Là aveva chiamato i suoi primi discepoli nei loro luoghi di vita e di lavoro. Le parabole, con le quali annunciava il Regno di Dio, rivelano un profondo legame con quella terra e con quelle acque, col ritmo delle stagioni e la vita delle creature”.
L’invito è quello di vivere nell’armonia: “Carissimi fratelli e sorelle, il Borgo ‘Laudato sì’, nel quale ci troviamo, vuole essere, per intuizione di papa Francesco, un ‘laboratorio’ nel quale vivere quell’armonia con il creato che è per noi guarigione e riconciliazione, elaborando modalità nuove ed efficaci di custodire la natura a noi affidata. A voi, che vi dedicate con impegno a realizzare questo progetto, assicuro perciò la mia preghiera e il mio incoraggiamento”.
Ma quest’armonia con il creato è raggiunta attraverso l’Eucarestia, come ha scritto nelle ‘Confessioni’ sant’Agostino: “L’Eucaristia che stiamo celebrando dà senso e sostiene il nostro lavoro… Da questo luogo desidero perciò concludere questi pensieri affidandovi le parole con cui sant’Agostino, nelle ultime pagine delle sue Confessioni, associa le cose create e l’uomo in una lode cosmica: o Signore, ‘le tue opere ti lodano affinché ti amiamo, e noi ti amiamo affinché ti lodino le tue opere’. Sia questa l’armonia che diffondiamo nel mondo”.
(Foto: Santa Sede)
La fede? Un semplice esistere come racconta il cantautore Juri Camisasca
La musica di Juri Camisasca è quella di un mistico, che è entrato nel mistero e ne è uscito trasformato, come egli stesso racconta in questo libro, ‘Un semplice esistere’, scritto insieme al prof. Paolo Trianni, che arricchisce l’autobiografia con note teologiche: “Può capitare di sentirsi accarezzati da una brezza divina. Lì allora si percepisce una presenza che riconduce a un’altra vita”. Quindi una conversazione biografica che racconta una vita eccezionale, la sua arte e la sua spiritualità; ma diventa un libro perfettamente teologico, non perché esibisce concetti dogmatici, ma perché comunica un’intensa esperienza di Dio.
I temi sono la musica, l’amicizia con Franco Battiato, il monachesimo e la ricerca mistica: la storia del musicista è segnata da una conversione improvvisa al cristianesimo che lo ha condotto a lasciare la ribalta dei concerti pop per abbracciare prima la vita benedettina e poi la solitudine eremitica. Oltre che dalla musica, dallo studio teologico e dalla pittura di icone, il suo cammino è stato arricchito dalla contemplazione silenziosa e dalla meditazione, che egli pratica da più di 40 anni, in virtù di una consonanza con i grandi autori della religiosità cristiana e indiana.
Nell’introduzione del libro, il prof. Paolo Trianni, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e professore associato alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, ha scritto: “Ad essere sinceri, non saprei dire nemmeno quando ho ascoltato Juri per la prima volta. Forse anch’io, come tanti, l’ho conosciuto nel 1988, quando Franco Battiato ha cantato ‘Nomadi’ nell’album ‘Fisiognomica’.
Di sicuro, nei primi anni Novanta, avevo a casa ‘Il Carmelo di Echt’ e lo custodivo come una reliquia, distillandone gli ascolti. Per qualche motivo, le canzoni che amo di più sono quelle che ascolto di meno. Le riservo per i momenti speciali perché le percepisco come qualcosa di sacro, qualcosa che non dev’essere consumato o sprecato in situazioni banali. Aspetto lo stato d’animo giusto. E questo mi capita soprattutto con le canzoni di Juri”.
Ad Juri Camisasca ci racconta il motivo per cui la sua vita sia ‘un semplice esistere’: “Esistere in maniera semplice non significa vivere in maniera semplicistica; è una conquista, il raggiungimento di una consapevolezza, che richiede un grande lavoro su se stessi. Tagore, il grande poeta indiano, diceva che ‘è molto semplice essere felici, ma è molto difficile essere semplici’. Essere semplici vuol dire essere autentici, al di là delle sovrastrutture mentali, delle maschere che indossiamo nella vita quotidiana.
Abbracciare la semplicità equivale a liberarsi dal peso delle aspettative, dalle dipendenze psicologiche, dalle catene di passioni, invidie, gelosie, rancori, non vivere di imitazioni o con atteggiamenti di superiorità o volontà di dominio sugli altri. In sostanza, il semplice esistere è la via dell’ascolto interiore, che ci offre uno spazio per riflettere, per essere onesti con noi stessi e con gli altri, e ci consente di stare al mondo in un modo più genuino. Se vogliamo intraprendere il cammino spirituale, ci dobbiamo destrutturare. A quel punto le difficoltà si trasformano in opportunità di crescita”.
Esiste un collegamento tra musica, mistica e teologia?
“Sì, esiste un legame molto forte. Questi tre aspetti si collegano spesso come modi diversi di conoscere il sacro e di trasformare se stessi. Nel cristianesimo, la musica è vista come un modo per lodare e pregare, come dice l’adagio di sant’Agostino: ‘Chi canta prega due volte’. Figure come san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila hanno usato immagini musicali per descrivere l’esperienza mistica. Il canto gregoriano, ad esempio, è sempre stato molto importante nelle funzioni religiose perché aiuta a elevare l’anima. La musica, oltre ad essere un’arte, è un linguaggio universale che può comunicare idee religiose e avvicinare l’uomo al divino.
Anche in altre tradizioni, come il sufismo e l’induismo, la musica e la danza vengono usate per entrare in stati di estasi e di connessione con l’assoluto. La teologia può portare alla mistica, e la mistica può offrire nuove intuizioni sulla fede. Inoltre, c’è anche un legame tra musica e filosofia: secondo Pitagora, l’armonia delle note riflette l’armonia dell’universo, come nella ‘musica delle sfere’, cioè l’idea che i pianeti e le stelle si muovano in modo armonioso nel cielo. Insomma, sono tutti modi diversi di cercare di capire e vivere il sacro!”
Quale è stata la ragione della sua conversione al cristianesimo?
“La mia conversione è stata un percorso di benedizioni e di scoperte interiori. Un vero capovolgimento dei miei universi soggettivi. Inizialmente, ero affascinato dall’India e dalla sua tradizione spirituale. Tuttavia, nel corso del mio cammino, alcune esperienze di natura contemplativa mi hanno fatto capire che Dio non è solo in un luogo o in una cultura specifica, ma può essere trovato ovunque. Ho compreso che Cristo è dentro di noi, una presenza che ci rapisce e ci trasforma dall’interno.
E’ stato un intervento della grazia di Dio a guidarmi verso questa fede, un dono che ha portato luce e significato alla mia vita. Molte letture di grandi figure spirituali come i Padri della Filocalia, Meister Eckhart, Thomas Merton, tanto per fare alcuni nomi, hanno rafforzato le mie convinzioni, arricchendo la mia conoscenza nel campo dello spiritualità. Tuttavia, ciò che ha avuto un ruolo fondamentale è stato il contatto diretto con la coscienza cristica. Attraverso questa connessione profonda ho potuto davvero evolvermi e scoprire la mia appartenenza al totalmente Altro”.
Per quale motivo è ‘ritornato’ a Cristo?
“Posso dire che si è trattato di una vera e propria chiamata. Nessuno si avvicina a Cristo se non è chiamato da Lui. Si tratta di una vocazione, di un invito che nasce dall’orizzonte mistico. Quando il soffio celeste alita su di te, la sua attrazione diventa irresistibile. E’ un invito che ti cambia profondamente e ti porta a ritrovare la tua strada”.
Cosa è per lei la preghiera?
“Per me, la preghiera é un’apertura del cuore e della mente, simile al gesto di spalancare una finestra per lasciare entrare aria fresca e luce solare. E’ un atto che può manifestarsi in molti modi, dalla preghiera vocale, più semplice e immediata, a quella contemplativa, profonda e silenziosa. La preghiera è uno spazio intimo, un luogo dell’anima dove possiamo fluttuare, esplorando i mondi della nostra interiorità. E’ come un fiume che scorre, che leviga le asperità e nutre la terra lungo il suo cammino. E’ una forza che purifica l’anima, scioglie le resistenze interiori e ci prepara all’unione con l’Assoluto. E’, in fondo un dialogo vivo, che ci connette al mistero e ci rende più autentici”.
Cosa significa essere ‘scrittore’ di Icone?
“Ho appreso la scrittura delle Icone nel periodo della vita monastica. Si dice ‘scrivere’ le Icone, anziché dipingerle, perché le Icone sono immagini rivelatrici della Parola di Dio. Le Icone sono il Vangelo tradotto in immagini. Anticamente aiutavano quelle persone che non erano in grado di leggere la Sacra Scrittura, il Nuovo Testamento in particolare (anche se non mancano nelle Icone elementi dell’Antico Testamento).
Tra la mia attività di scrittore di Icone (quindi la pittura) e l’attività musicale c’è, per me, un profondo rapporto: in fondo, in entrambe le arti, si tratta di realizzare lo svuotamento di me stesso, nel verso della Kenosis cristica. Padre Pavel Florenskij, a proposito della Icone, parlava di un’arte della salita e della discesa: la salita avviene quando si dà una propria interpretazione, la discesa quando ci si svuota e si lascia che sia lo Spirito ad interpretare. L’analogia tra la scrittura delle Icone e la composizione musicale sta proprio in tale ascesa e discesa (o discesa e ascesa): quando, cioè, accade qualcosa (la cosiddetta ispirazione) che lascia spazio all’Altro, che viene da sé. Nel caso dei grandi (penso a J.S. Bach) risulta piuttosto evidente cosa è accaduto: in certa sua musica si percepisce chiaramente qualcosa di ‘non fatto da mani d’uomo’. Lo stesso si prova davanti a certe Icone.
Quanto ha influito l’amicizia con Battiato nella sua ricerca mistica?
“Nonostante la profonda amicizia che ho avuto con Franco, posso dire con sincerità che non è stata questa relazione ad influenzare il mio percorso interiore. Quando si instaura un rapporto con l’Essere Eterno, si scopre che è Lui l’unico maestro, l’unica fonte di ispirazione autentica. Gli esseri umani, anche se amici o guide, possono offrire consigli o condividere esperienze legate al mondo dell’arte, della psiche o dell’etica, ma il vero itinerario spirituale è tracciato da Dio stesso.
Detto ciò, voglio sottolineare che Franco è stato il mio più grande amico in questo viaggio terreno, e anche se le nostre opinioni teologiche non sempre coincidevano, la nostra amicizia ha rappresentato un sostegno importante nel mio percorso. Alla fine, il cammino dell’anima è qualcosa di profondamente personale, guidato dall’Infinito, e non dipende dalle influenze esterne, per quanto sincere e profonde possano essere”.
(Tratto da Aci Stampa)
Giubileo dello Sport: atleti della speranza
“Nel programmare questo Giubileo dello Sport, il Dicastero per la Cultura e l’Educazione, l’organismo responsabile del rapporto tra la Chiesa e il mondo dello sport, ha deciso di elaborare un programma poliedrico, che unisse i diversi attori e realtà della pratica e della pastorale sportive. Più che un programma di gare, il Dicastero ha voluto collegare lo sport alla sua essenza, cioè ascoltarlo come quello che è: una grande esperienza umana di ricerca di senso, di maturazione positiva della importanza del collettivo e della comunità. L’esperienza sportiva, infatti, chiede oggi da essere prospettata come una ricca e decisiva azione culturale, perché, di fatto, lo è profondamente”: con queste parole iniziali il card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, ha presentato il Giubileo dello Sport che si svolgerà in questo fine settimana.
Ed ha ricordato il Giro d’Italia di passaggio nelle strade della Santa Sede: “Serve a molto ricordare che lo sport è oggi una dell’esperienze culturali più estese e determinanti in termine della trasmissione dei valori. Durante lo storico passaggio del Giro d’Italia in Vaticano il 1° giugno, promosso da questo Dicastero per la Cultura e l’Educazione e dal Governatorato della Città del Vaticano, Papa Leone ha detto ai ciclisti: ‘Siete modelli per i giovani di tutto il mondo’. Questa frase mette bene in luce la alta responsabilità che lo sport rappresenta per la società”.
Ed ha auspicato che gli sportivi possano essere ‘missionari’ della speranza: “Auspichiamo che questo Giubileo dello Sport possa risvegliare negli atleti e nell’ampio pubblico interessato questa consapevolezza: che anche loro sono missionari della speranza. Parlare dello sport non è solo parlare di sport: è sempre parlare dell’umano, delle sue ragioni di vita, delle sue gioie, dei suoi desideri di trascendenza e d’infinito. Vale la penna ascoltare con attenzione il mondo dello sport”.
Molto intense saranno le giornate: “Così, sabato mattina, dopo che avremo ascoltato insieme la catechesi di papa Leone XIV nell’udienza giubilare, dove si aspetta un riferimento preciso al giubileo dello sport, organizzeremo il convegno internazionale ‘Lo slancio della speranza’, che si propone di riflettere sul valore umano, pedagogico e spirituale dello sport. Seguendo la metodologia della reciproca condivisione, ci propone di ascoltare le voci di chi è impegnato in prima persona nella pratica sportiva e di chi lavora nella pastorale dello sport. L’obiettivo è quello di discernere le strade che vanno percorse per affermare sempre di più lo sport come segno condiviso di speranza per tutti”.
Seguirà la premiazione dei vincitori del concorso fotografico ‘Sport in Motion’, promosso dal Dicastero: “In altre parole, abbiamo voluto rileggere lo sport attraverso gli occhi dei giovani, perché loro sono privilegiati ricercatori e portatori di uno “sguardo di speranza”. In questo senso, vorrei ricordare le cinque categorie del concorso: Sport e famiglia; Sport e disabilità; Sport e politica; Sport ed ecologia; Sport e speranza”.
Mentre l’atleta paralimpico, Amelio Castro Grueso, ha raccontato la propria partecipazione alle Paaralimpiadi di Parigi 2024 con la nazionale dei rifugiati: “Un anno fa, a Parigi, ho tirato di scherma con i più forti al mondo. Sono stato ammesso ai Giochi proprio all’ultimo momento. Ho perso e ho vinto. Sempre “per poco”. Mi sono mancate qualche stoccata e soprattutto tanta esperienza. A sostenermi a Parigi era con me, nello stile del volontario, Daniele Pantoni, tecnico della nazionale italiana (alle Olimpiadi ha vinto la medaglia d’oro con due schermitrici da lui allenate) che mi è accanto come un secondo padre da quando l’ho conosciuto, nel 2018 a Calì, in una competizione internazionale. Mi sono avvicinato ed è scoccata l’amicizia.
Nella squadra paralimpica dei rifugiati mi sento, umilmente, una piccola voce di coloro che non hanno voce, attraverso l’esperienza sportiva. A Parigi non ho vinto la medaglia. Ma ci ho creduto e ho imparato anche a godermi la sconfitta come momento fondamentale di crescita dopo che hai dato tutto te stesso. Con questo atteggiamento spero di vincere alle Paralimpiadi di Los Angeles nel 2028”.
Ed ha svelato il suo sogno: “Semplice: fare la volontà di Dio, essere suo strumento per testimoniare il suo amore alle persone che incontro in particolare nella realtà dello sport. So di non essere mai stato solo nella mia vita. E so che non sarò mai solo, perché Dio è accanto a me. Mi dicono che sono un po’ ‘loco’ perché sorrido sempre, nonostante le mie vicissitudini. Ma come si fa a non sorridere quando tocchi con mano che il Signore mai ti abbandona? Con la grazia e l’amore di Dio non mi lascerò mai rubare la speranza”.
Infine Giampaolo Mattei, presidente di Athletica Vaticana, ha sottolineato che il giubileo dello sport sarà un’esperienza cristiana, che avrà il suo momento più ‘bello’ nel passaggio della Porta santa: “Su queste linee vivrà il Giubileo dello Sport che non è un evento agonistico, un campionato, un torneo. E’ un’esperienza cristiana che gli sportivi (professionisti e amatori di ogni età, con dirigenti, allenatori, organizzatori, appassionati e i loro familiari) vivranno insieme. Come un’unica grande squadra, tutti con la stessa dignità senza guardare al medagliere. Un’esperienza di conversione che potrà consentire al mondo dello sport di prendere più consapevolezza del proprio ruolo, anche sulle questioni centrali di carattere inclusivo e sociale e della pace”.
Ed avverrà anche la consegna della ‘Croce degli sportivi’: “In questo contesto, una rappresentanza della Conferenza episcopale francese consegnerà ad Athletica Vaticana (l’Associazione polisportiva ufficiale della Santa Sede) la ‘Croce degli sportivi’, riferimento spirituale per le Olimpiadi e Paralimpiadi parigine del 2024 nella Cappella degli atleti nella chiesa della Maddalena. A questo passaggio sarà presente Thomas Bach, presidente del Comitato olimpico internazionale.
La stessa Croce è stata collocata nella Cappella per gli sportivi ai Giochi di Londra nel 2012 e Rio de Janeiro nel 2016. Benedetta da papa Francesco in occasione della Giornata mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro nel 2013, è stata portata anche alla Gmg di Lisbona nel 2023”.
(Foto: Media Vaticani)
Rimini festeggia il 175° anniversario del prodigio della sua Patrona
«Nel Vangelo di Giovanni – afferma mons. Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini – Gesù, dalla croce, affida il discepolo amato a Maria: ‘Ecco tua madre’. È un gesto che ci ricorda come l’amore di Dio si compia anche attraverso la tenerezza e la misericordia di Maria, madre della Chiesa e madre di ciascuno di noi. Nel cuore di questo Anno Giubilare, il tema della misericordia assume un significato ancora più profondo: Dio non guarda i nostri peccati, ma ci offre sempre la possibilità di ricominciare. Il suo perdono è la prima, fondamentale forma di misericordia: un invito continuo alla conversione, alla fiducia, alla speranza.
La festa della Madonna della Misericordia di Rimini quest’anno assume un carattere speciale. Ricorrono infatti i 175 anni dal miracolo degli occhi, un evento che continua a parlare al cuore dei fedeli, richiamandoci alla presenza viva di Maria nella nostra storia e nel nostro cammino di fede. Non a caso, il Santuario è stato scelto tra i diciotto luoghi giubilari della nostra Diocesi, segno di una grazia che continua a fluire. La solennità sarà arricchita anche dalla partecipazione della parrocchia di Fiumicino di Savignano sul Rubicone, che animerà la processione con suggestivi quadri viventi realizzati da bambini, ragazzi e adulti: un gesto bello e coinvolgente, che unisce generazioni diverse nella devozione e nella bellezza.
Desidero inoltre sottolineare un gesto particolarmente significativo: il quadro della Madonna della Misericordia sarà portato anche in carcere, a testimonianza che nessun luogo è escluso dalla carezza di Dio. Anche dietro le sbarre, Maria guarda i suoi figli con occhi pieni di amore. Affidiamoci dunque a Lei, Madre della Misericordia, perché ci accompagni con dolcezza verso una fede sempre più viva e un cuore sempre più aperto agli altri».
Il Santuario della Madonna della Misericordia, affidato alla cura pastorale della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, si prepara a vivere un’intensa settimana di celebrazioni ad iniziare dal triduo di preparazione, predicato da don Vincenzo Giannuzzi, Missionario del Preziosissimo Sangue, che accompagnerà i fedeli attraverso tre giornate, ciascuna dedicata a un’intenzione particolare.
Mercoledì 7 maggio sarà la giornata del malato, durante la quale verrà amministrato il Sacramento dell’Unzione degli Infermi. Giovedì 8 maggio, giornata dedicata alla vita e alle vocazioni, si terrà alle ore 21:00 la catechesi di fra’ Roberto Pasolini, Predicatore della Casa Pontificia. Venerdì 9 maggio la comunità si riunirà per una giornata di preghiera per la pace, con la veglia mariana delle ore 21:00.
I festeggiamenti proseguiranno sabato 10 maggio alle ore 20:30, con la solenne concelebrazione eucaristica nella Basilica Cattedrale presieduta da mons. Nicolò Anselmi. Al termine della Messa si svolgerà la processione con il quadro prodigioso della Madonna della Misericordia. Domenica 11 maggio alle ore 21:00, si terrà un concerto in onore della Madonna curato dalla Cappella Musicale Malatestiana.
Lunedì 12 maggio, festa liturgica della Madonna della Misericordia, alle ore 11:15 si terrà la Santa Messa presieduta da don Benedetto Labate, direttore della Provincia Italiana dei Missionari del Preziosissimo Sangue, mentre alle 18:00 seguirà una celebrazione animata dalla Famiglia Salesiana di Rimini, presieduta dal direttore don Roberto Smeriglio. Infine, mercoledì 14 maggio alle ore 18:00, si terrà una solenne celebrazione presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo emerito di Genova. Nel corso della settimana i bambini della scuola dell’infanzia e della primaria degli istituti Maestre Pie e Sant’Onofrio renderanno omaggio a Maria con una simbolica offerta floreale.
«La festa della Madonna della Misericordia – evidenzia don Giuseppe Pandolfo, Missionario del Preziosissimo Sangue e rettore del Santuario – rappresenta un appuntamento di grande significato non soltanto per la comunità cristiana, ma per l’intera cittadinanza riminese e non solo. Nel corso degli anni, questo evento ha profondamente segnato la vita della città, contribuendo alla trasformazione della piccola chiesa di Santa Chiara nell’attuale Santuario della Madonna della Misericordia, oggi mèta di numerosi pellegrini, fedeli e turisti. Un sentito ringraziamento a tutti i collaboratori del Santuario che, a vario titolo, hanno contribuito alla preparazione degli eventi; alle autorità civili e militari che prenderanno parte ai festeggiamenti; al sindaco di Rimini, Jamil Sadegholvaad, e alla diocesi di Rimini, nella persona del vescovo, mons. Nicolò Anselmi».




























