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L’educazione non è copiatura

“I recenti fatti di cronaca, tra cui la grave aggressione avvenuta in una scuola italiana, dove una docente è stata accoltellata da un proprio studente, hanno scosso profondamente il mondo della scuola e l’opinione pubblica. Si tratta di episodi che generano turbamento, preoccupazione e un senso di vulnerabilità diffuso tra chi ogni giorno abita la scuola come luogo educativo. Questo turbamento è comprensibile e legittimo. Allo stesso tempo, è importante che non si trasformi in demoralizzazione o in una percezione di impotenza”: questo è l’inizio di una lettera ‘aperta’ scritta dal Centro Psico-Pedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, fondato dal prof. Daniele Novara, all’indomani dell’accoltellamento della prof.ssa Chiara Mocchi da parte di uno studente di 13 anni nei corridoi di una scuola a Trescore.

La lettera è un invito a leggere attentamente la realtà in cui i ragazzi crescono senza sottovalutare le responsabilità individuali: “Sempre più frequentemente, infatti, ci si trova di fronte a ragazzi e ragazze che faticano a stare dentro le contraddizioni dell’esperienza umana: faticano a tollerare la frustrazione, a gestire il limite, a riconoscere ed attraversare il conflitto senza esserne travolti. Eppure, è proprio nella capacità di stare dentro queste tensioni, nelle inevitabili conflittualità e contraddittorietà della vita, che si costruisce una competenza fondamentale per la crescita.

In questo senso, il compito educativo della scuola si conferma oggi più che mai centrale: non solo trasmettere conoscenze, ma offrire strumenti per imparare a gestire il conflitto, riconoscerlo e attraversarlo in modo costruttivo”.

Per il pedagogista Daniele Novara, docente del master in Formazione interculturale all’Università Cattolica di Milano ed autore dei libri ‘Non sarò la tua copia’ ed ‘Il papà peluche non serve a nulla’, è importante esplorare il ‘copione educativo’, consistente in un’impronta che è stata lasciata dai genitori e che segna la ‘forma’ che avremo da grandi, diventando un modo di vivere e di rapportarci alla vita..

Ma chi sono questi ‘padri peluche’?

“Siamo di fronte a una progressiva contrazione delle funzioni paterne come se questa figura non trovasse più una propria collocazione e una propria modalità. I nuovi padri, frutto dell’epoca narcisistica in cui siamo inderogabilmente immersi, sembrano dover espiare le colpe dei progenitori maschi, in una sorta di condanna senza fine che spesso li costringe in una posizione di marginalità rispetto ai figli e alle figlie. Dopo il periodo del ‘padre padrone’ ora non riescono a trovare una loro collocazione. Nel frattempo le madri non si fidano dei padri dei loro figli e quindi permangono anche nella fase dell’adolescenza quando dovrebbero essere i papà in prima linea”.

Perché si tende a ‘copiare’ nell’educazione dei figli?

“Il passaggio dall’essere figli a diventare genitori ci costringe in qualche modo a vedere la realtà da un altro punto di vista. Non siamo più quelli che ricevono l’educazione, ma coloro che la impartiscono. Un progetto non privo di insidie. Uno dei rischi principali è rappresentato dal ripetere l’educazione ricevuta oppure dal voler fare a tutti i costi l’opposto dei propri genitori.

I copioni educativi che ci vengono cuciti addosso sono rielaborati prevalentemente in tre modi: ‘passivo’, con un atteggiamento fatalistico e ripetitivo; ‘speculare’, facendo il contrario dell’educazione ricevuta; ‘consapevole’, l’educazione ricevuta viene utilizzata al meglio attuando cambiamenti dove necessario. Diventare genitori rappresenta un’occasione straordinaria per occuparsi non solo dei figli ma anche di sé stessi e attivare processi di crescita personale che altrimenti sarebbe difficile mettere in campo”.

Come è possibile superare l’educazione ricevuta?

“L’educazione ricevuta è una pelle che abitiamo, che ci capita addosso senza che ce ne accorgiamo veramente. Un tessuto senza forma che ci viene consegnato per la nostra crescita. Sta a ciascuno di noi decidere cosa fare con quel tessuto e quindi superare l’educazione ricevuta. Occorre individuare l’impalcatura della nostra crescita educativa, quali sono i ponteggi che la tengono in piedi e la rendono quella che è. Solo in questo modo si può affrancarsi dalla dipendenza infantile e smettere di esserne ostaggio”.

Nel testo scrive che ‘il riconoscimento da parte delle madri della figura del padre è una responsabilità anche delle mamme, nel non riconoscere la figura del papà’: è vero nella realtà?

“E’ giustificabile l’atteggiamento delle mamme, ma si potrebbe anche dire che i figli non possono pagare le colpe dei padri. Prendiamo gli ultimi casi di cronaca sui ragazzi con i coltelli: il padre è fondamentale in adolescenza per riuscire a gestire il senso del limite in maniera educativa. Molti di questi giovani che vanno in giro con un’arma bianca neanche lo vedono il padre: non c’è. Sono in casa con le mamme, punto e basta. Penso anche all’autolesionismo che dal punto di vista dei numeri è ben più significativo che non la violenza sugli altri”.

Per quale motivo gli adulti sono ‘influenzati’ dall’educazione ricevuta?

“L’educazione ricevuta fa parte di noi, è qualcosa con cui siamo stati cresciuti. Può essere intenzionale o esplicita, come quella scolastica o religiosa, oppure subliminale o implicita, un sistema inconscio di comunicazioni educative che agisce nelle relazioni intergenerazionali. Risulta inevitabile che influenzi la nostra vita adulta. Ricordiamo che l’educazione ricevuta avviene nel momento dell’infanzia, quel periodo in cui la dipendenza dall’adulto, in particolare dai genitori, è totale. Difficile sottrarsi”.

L’educazione dei ragazzi è tutta ‘colpa’ della famiglia?

“Direi solo in parte. Il ruolo principale è certamente affidato alla famiglia, ma sono convinto della necessità di creare una ‘comunità educante’ formata da tutte le persone che vivono in un territorio e che hanno il compito di accompagnare nella crescita le generazioni più giovani. Tutti coloro che si relazionano con bambini e ragazzi, futuri protagonisti della società, ne sono potenziali attori. I soggetti della comunità educante presentano precise competenze: sapersi ascoltare reciprocamente, cogliere i bisogni di coloro che sono più deboli, imparare a sostenere percorsi per favorire la condivisione, il confronto, la progettualità, la sicurezza e la vita in comune”.

E’ possibile gestire il conflitto?

“Assolutamente, il conflitto può essere gestito bene oppure male. Anni fa condussi con i miei collaboratori una ricerca sulla carenza e competenza conflittuale. La prima rappresenta l’incapacità di stare nella tensione relazionale vissuta più come una minaccia che una risorsa nei processi di convivenza. Il ‘carente conflittuale’ non è un litigioso, ma un intollerante al litigio, totalmente incapace di gestirlo. Il ‘competente conflittuale’ possiede invece la capacità di stare nella tensione relazionale affrontandola come una situazione che può essere gestita”.

Per quale motivo in una coppia è pericoloso ignorare l’infanzia uno dell’altro?

“E’ un attentato alla coppia, prima ancora che all’alleanza educativa dei due genitori. Tanti genitori mi dicono ‘preferisco educarlo io mio figlio, perché lui/lei ha avuto dei genitori pessimi’. Ma ti accorgi solo adesso che lui/lei ha avuto genitori pessimi e che la sua educazione per te ora pesa al punto che non gli consenti di toccare i tuoi figli, che sono anche suoi? Questo è un problema basilare di cui non si parla mai: se si decide di mettere al mondo figli, l’alleanza la si fa nella coppia.

Purtroppo tanti genitori mantengono l’alleanza originaria coi propri genitori invece che con il proprio partner e questo crea delle discussioni enormi. Quando si diventa genitori si passa da una dimensione di cura della propria infanzia nella coppia ad una dimensione di cura dei figli che vivono l’infanzia: quando questo avviene è un processo meraviglioso ed anche creativo, perché offriamo ai figli una possibilità in parte già liberata dalle catene più o meno negative che ci portiamo dietro”.

Quale copione educativo pesa di più: quello della madre o del padre?

“Pesa maggiormente il copione della madre: in assoluto non c’è partita. Ho parlato molte volte della profonda crisi dei maschi, oggi, in educazione. I padri devono essere sostenuti e incoraggiati. E’ un compito comune quello di liberarci dal patriarcato, ma non ci si libera del patriarcato trasformando il padre dei tuoi figli in un papà peluche”.

Un’altra componente educativa è la scuola, che sta diventando sempre più competizione: però se ‘la scuola non è una gara’, cos’è?

“La scuola appare ancora oggi fortemente dominata dalla dimensione del controllo e del giudizio con modalità di valutazione basate prevalentemente sui voti numerici; una scuola fatta di metodi frontali che implicano un ascolto sostanzialmente passivo da parte degli alunni. Occorre uscire dall’equivoco della scuola come una competizione tra chi arriva primo e chi arriva secondo e cominciare a considerarla il luogo eletto dell’apprendimento, dove gli studenti sono protagonisti e non antagonisti, dove imparano gli uni dagli altri e dove l’errore e i tentativi compiuti hanno una valenza evolutiva”.

Allora in questo processo di cambiamento la scuola può essere utile?

“Oggi non ci sono le condizioni. Gli insegnanti non vengono selezionati sulla base di una competenza professionale pedagogica. Inoltre, soprattutto all’infanzia ed alla primaria continua a prevalere la figura femminile: i bambini sono immersi in un mondo totalmente maternale con una riduzione anche della tensione a fare da soli, a vivere avventure, esperienze e quant’altro. Siamo arrivati a proporre i metal detector agli ingressi degli istituti: è il tracollo della scuola come ambiente dove anzitutto si impara a vivere”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV invita ad essere consapevoli della vita mortale

“Sono profondamente rattristato dalla notizia del riacceso conflitto lungo il confine tra Thailandia e Cambogia, ci sono state vittime anche tra i civili e migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case. Esprimo la mia vicinanza nella preghiera a queste care popolazioni e chiedo alle parti di cessare immediatamente il fuoco e di riprendere il dialogo”: al termine dell’udienza generale di oggi papa Leone XIV ha espresso il proprio dolore per le vittime del conflitto, che ha provocato vittime anche civili e causato lo sfollamento di oltre 500.000 civili.

Mentre nella catechesi generale papa Leone XIV ha meditato sul mistero della morte in rapporto con la Resurrezione di Gesù: “Il mistero della morte ha sempre suscitato nell’essere umano profondi interrogativi. Essa infatti appare come l’evento più naturale e allo stesso tempo più innaturale che esista. E’ naturale, perché ogni essere vivente, sulla terra, muore. E’ innaturale, perché il desiderio di vita e di eternità che noi sentiamo per noi stessi e per le persone che amiamo ci fa vedere la morte come una condanna, come un ‘contro-senso’. Molti popoli antichi hanno sviluppato riti e usanze legate al culto dei morti, per accompagnare e ricordare chi si incamminava verso il mistero supremo”.

Invece oggi la morte è qualcosa di cui non parlare: “Oggi, invece, si registra una tendenza diversa. La morte appare una specie di tabù, un evento da tenere lontano; qualcosa di cui parlare sottovoce, per evitare di turbare la nostra sensibilità e tranquillità. Spesso per questo si evita anche di visitare i cimiteri, dove chi ci ha preceduto riposa in attesa della risurrezione”.

Ed il papa ha risposto alla domanda fondamentale su cosa è la morte: “E’ davvero l’ultima parola sulla nostra vita? Solo l’essere umano si pone questa domanda, perché lui solo sa di dover morire. Ma l’esserne consapevole non lo salva dalla morte, anzi, in un certo senso lo ‘appesantisce’ rispetto a tutte le altre creature viventi. Gli animali soffrono, certamente, e si rendono conto che la morte è prossima, ma non sanno che la morte fa parte del loro destino. Non si interrogano sul senso, sul fine, sull’esito della vita”.

Forse questa consapevolezza della morte fa sì che ci accorgiamo infelici: “Nel constatare questo aspetto, si dovrebbe allora pensare che siamo creature paradossali, infelici, non solo perché moriamo, ma anche perché abbiamo la certezza che questo evento accadrà, sebbene ne ignoriamo il come e il quando. Ci scopriamo consapevoli e allo stesso tempo impotenti. Probabilmente da qui provengono le frequenti rimozioni, le fughe esistenziali davanti alla questione della morte”.

Di fronte a tale disagio il papa ha citato sant’Alfonso De’ Liguori, che ha scritto un saggio sulla morte: “Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, nel suo celebre scritto intitolato ‘Apparecchio alla morte’, riflette sul valore pedagogico della morte, evidenziando come essa sia una grande maestra di vita. Sapere che esiste e soprattutto meditare su di essa ci insegna a scegliere cosa davvero fare della nostra esistenza. Pregare, per comprendere ciò che giova in vista del regno dei cieli, e lasciare andare il superfluo che invece ci lega alle cose effimere, è il segreto per vivere in modo autentico, nella consapevolezza che il passaggio sulla terra ci prepara all’eternità”.

Però davanti alla tecnologia, che garantisce ‘certi’ prodigi, solo la resurrezione è capace di dare vita: “Eppure molte visioni antropologiche attuali promettono immortalità immanenti, teorizzano il prolungamento della vita terrena mediante la tecnologia. E’ lo scenario del transumano, che si fa strada nell’orizzonte delle sfide del nostro tempo…

L’evento della Risurrezione di Cristo ci rivela che la morte non si oppone alla vita, ma ne è parte costitutiva come passaggio alla vita eterna. La Pasqua di Gesù ci fa pre-gustare, in questo tempo colmo ancora di sofferenze e di prove, la pienezza di ciò che accadrà dopo la morte”.

La resurrezione illumina la morte: “Questa luce, che anticipa il mattino di Pasqua, già brilla nelle oscurità del cielo che appare ancora chiuso e muto. Le luci del sabato, per la prima ed unica volta, preannunciano l’alba del giorno dopo il sabato: la luce nuova della Risurrezione. Solo questo evento è capace di illuminare fino in fondo il mistero della morte. In questa luce, e solo in essa, diventa vero quello che il nostro cuore desidera e spera: che cioè la morte non sia la fine, ma il passaggio verso la luce piena, verso un’eternità felice”.

Grazie a questo avvenimento san Francesco d’Assisi chiama ‘sorella’ la morte: “Il Risorto ci ha preceduto nella grande prova della morte, uscendone vittorioso grazie alla potenza dell’Amore divino. Così ci ha preparato il luogo del ristoro eterno, la casa in cui siamo attesi; ci ha donato la pienezza della vita in cui non vi sono più ombre e contraddizioni.

Grazie a Lui, morto e risorto per amore, con san Francesco possiamo chiamare la morte “sorella”. Attenderla con la speranza certa della Risurrezione ci preserva dalla paura di scomparire per sempre e ci prepara alla gioia della vita senza fine”.

In precedenza il papa aveva ricevuto una delegazione del Gruppo European Conservatories and Reformists del Parlamento Europeo, chiedendo di proteggere l’eredità religiosa del continente: “In effetti, uno degli scopi essenziali di un parlamento è quello di consentire che tali opinioni siano espresse e discusse.

Tuttavia, il segno distintivo di ogni società civile è che le differenze siano dibattute con cortesia e rispetto, poiché la capacità di dissentire, di ascoltare attentamente e persino di dialogare con coloro che potremmo considerare avversari, testimonia la nostra riverenza per la dignità donata da Dio a tutti gli uomini e le donne.

Vi invito, quindi, a guardare a san Tommaso Moro, patrono dei politici, la cui saggezza, il cui coraggio e la cui difesa della coscienza sono un’ispirazione senza tempo per coloro che cercano di promuovere il benessere della società”.

Ed ha richiamato le radici giudaico cristiane alla base dell’Europa: “Lo scopo di proteggere l’eredità religiosa di questo continente, tuttavia, non è semplicemente quello di salvaguardare i diritti delle sue comunità cristiane, né si tratta principalmente di preservare particolari costumi o tradizioni sociali, che in ogni caso variano da luogo a luogo e nel corso della storia. Si tratta soprattutto di un riconoscimento di un fatto”.

La difesa di tali radici è opportuna per garantire lo sviluppo della civiltà: “Inoltre, tutti sono beneficiari del contributo che i membri delle comunità cristiane hanno dato e continuano a dare per il bene della società europea. Basti ricordare alcuni degli importanti sviluppi della civiltà occidentale, in particolare i tesori culturali delle sue imponenti cattedrali, la sublime arte e musica, e i progressi della scienza, per non parlare della crescita e della diffusione delle università. Questi sviluppi creano un legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea, una storia che dovrebbe essere custodita e celebrata”.

Quindi ‘difendere’ le radici cristiane significa garantire dignità a tutti: “In modo particolare, penso ai ricchi principi etici e ai modelli di pensiero che costituiscono il patrimonio intellettuale dell’Europa cristiana. Questi sono essenziali per salvaguardare i diritti divinamente conferiti e il valore intrinseco di ogni persona umana, dal concepimento alla morte naturale.

Sono altresì fondamentali per rispondere alle sfide poste dalla povertà, dall’esclusione sociale, dalla deprivazione economica, nonché dall’attuale crisi climatica, dalla violenza e dalla guerra. Garantire che la voce della Chiesa, anche attraverso la sua dottrina sociale, continui a essere ascoltata, non significa restaurare un’epoca passata, ma garantire che risorse chiave per la cooperazione e l’integrazione future non vadano perse”.

(Foto: Santa Sede)

Quarto Anno Rondine, dove la scuola si fa pace e futuro: bando aperto fino al 7 gennaio 2026

C’è un luogo, nel cuore della Toscana, dove la scuola diventa un laboratorio di pace e di futuro. È la Cittadella della Pace, alle porte di Arezzo. Qui, ragazzi e ragazze da tutta Italia vivono ogni anno il loro Quarto Anno Rondine: un’esperienza scolastica e umana riconosciuta dal Ministero dell’Istruzione e del Merito come percorso di sperimentazione per l’innovazione didattica. Non è un semplice anno di liceo, ma un tempo di scoperta, di relazione e di crescita interiore. Un anno in cui si impara a conoscere il mondo e, insieme, a conoscersi davvero.

Gli studenti vivono e studiano fianco a fianco con i giovani della World House, lo Studentato Internazionale di Rondine che accoglie ragazzi provenienti da Paesi attraversati da guerre e conflitti. È un’esperienza quotidiana di convivenza, dialogo e ascolto reciproco, in un luogo dove le differenze diventano risorse e dove la parola “pace” prende forma concreta.

La didattica si fonda sul Metodo Rondine, che aiuta a riconoscere e trasformare i conflitti in occasioni di crescita, a valorizzare le emozioni e a coltivare empatia, responsabilità e cittadinanza attiva. È una scuola che educa alla vita, oltre che alla conoscenza: un modo di apprendere che mette al centro le persone e le relazioni.

Il Quarto Anno Rondine alterna lezioni, laboratori, incontri e attività all’aperto. Le aule si trasformano in spazi dinamici di apprendimento, le discipline dialogano tra loro e la scuola si intreccia con la vita comunitaria. Si studia, si riflette, si viaggia, si fa esperienza del mondo. I ragazzi partecipano a percorsi di team building, trekking, educazione alla memoria, dialogo interreligioso e laboratorio di teatro. Il sapere si intreccia alle emozioni, e lo studio diventa un modo per crescere come cittadini del mondo.

Lo racconta bene Sara Fiorentini, una delle ex studentesse del programma e oggi Rondinella d’Oro: «Ogni giorno è un’occasione per mettersi in discussione e scoprire nuovi lati di sé. Ho imparato ad accogliere le mie fragilità e a farne punti di forza. Le relazioni che si vivono ogni giorno aiutano a capire chi siamo e come possiamo dare il nostro contributo alla collettività».

Il bando per l’anno scolastico 2026-2027 è già aperto e grazie al supporto dei tanti partner che credono nel progetto saranno messe a disposizione borse di studio parziali e totali a sostegno del percorso degli studenti. Possono candidarsi gli studenti che frequentano, nell’anno 2025-2026, il terzo anno di un liceo classico, scientifico, delle scienze umane o linguistico di una scuola pubblica o parificata italiana.

La selezione non guarda solo ai voti: contano la motivazione, la curiosità, la capacità di dialogo e il desiderio di mettersi in gioco. Per partecipare occorre compilare l’application form online su quartoanno.rondine.org/partecipa-al-bando e inviare la documentazione richiesta entro il 7 gennaio 2026.

Tra aprile e maggio 2026, i candidati selezionati saranno invitati ai colloqui e alle attività di gruppo: momenti di conoscenza reciproca in cui contano la predisposizione al lavoro collettivo, la curiosità intellettuale e la volontà di contribuire al bene comune. L’obiettivo è costruire una classe eterogenea, con studenti provenienti da tutte le regioni italiane e da diversi indirizzi liceali, in equilibrio di genere e sensibilità.

Un’esperienza completa: lezioni curriculari e laboratori sperimentali ma anche tutoraggio quotidiano, incontri con esperti viaggi studio, materiali didattici e dispositivi digitali. A questo si aggiungono i percorsi Ulisse e Itaca, che accompagnano gli studenti nella progettazione del proprio futuro e nella realizzazione di iniziative di impatto sociale.

Al termine dell’anno e nel momento del rientro a scuola, infatti, i ragazzi entrano nel network Itaca, un percorso di progettazione che li aiuta a trasformare le idee nate a Rondine in progetti concreti per il territorio. Con il sostegno a distanza degli esperti di Rondine, il progetto ideato potrà essere realizzato così da prolungare l’esperienza anche nell’anno successivo.

Il Quarto Anno Rondine compie dieci anni: un traguardo importante che racconta la forza e la continuità di un progetto educativo capace di evolversi nel tempo, restando fedele ai propri valori originari. In questo decennio, centinaia di studenti e studentesse hanno vissuto questa esperienza, portando con sé non solo un nuovo modo di fare scuola, ma una visione più consapevole e aperta del mondo e progetti concreti che stanno già generando impatto in tutta Italia. Un percorso con una grande esperienza alle spalle e un grande futuro davanti, che continua a ispirare nuove generazioni di giovani pronti a costruire relazioni, dialogo e cambiamento.

«Ogni nuovo Quarto Anno è un atto di fiducia verso il futuro. Questi ragazzi arrivano a Rondine con le loro fragilità e le loro domande, ma anche con un’energia straordinaria. Il Quarto Anno Rondine non è solo una scuola: è un’esperienza che li aiuta a guardare dentro sé stessi, a trasformare i conflitti in relazioni e a scoprire che la pace non è un sogno, ma un lavoro quotidiano.

Vedere i volti dei ragazzi del QAR, le loro emozioni, la loro voglia di capire e di cambiare le cose, ci ricorda perché abbiamo iniziato questo cammino: per formare persone libere, consapevoli e capaci di costruire legami. È da loro che può nascere un nuovo modo di stare nel mondo», afferma Franco Vaccari, fondatore e presidente di Rondine Cittadella della Pace.

A rendere possibile tutto questo il Liceo Vittoria Colonna di Arezzo, titolare della sperimentazione ministeriale e capofila della della rete scolastica provinciale costituita a sostegno del progetto e composta dal Liceo F. Petrarca, Liceo F. Redi, ITIS Galilei e Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II. Non solo, una rete di alleanze che unisce fondazioni, enti, imprese e partner privati garantisce ogni anno borse di studio parziali e totali per permettere a studenti di ogni provenienza di partecipare.

Le borse di studio rappresentano il cuore solidale del Quarto Anno Rondine: strumenti concreti per garantire pari opportunità, valorizzare il merito e rendere accessibile un’esperienza formativa unica anche a chi non dispone di risorse economiche. Ogni borsa di studio è un investimento nella persona, nel suo potenziale e nella sua capacità di generare futuro.

Il progetto Quarto Anno Rondine, infatti, è realizzato con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, dell’Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Piacenza e Vigevano, della Fondazione Cariplo, della Fondazione di Sardegna, della Fondazione Cattolica, di Gecofin, della Fondazione Mondo Unito, della Fondazione ONLUS Niccolò Galli, della Banca del Valdarno Credito Cooperativo con la “Borsa di studio in memoria di Bani Giovanni”, della Fondazione Compagnia di San Paolo, della Fondazione Friuli, della Fondazione Vincenzo Casillo, della Fondazione Andrea Biondo Istituto di Cultura, della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato, di Aboca S.p.A., di DHL Express Italy, della Fondazione Banca Popolare di Milano, del Fondo Portaverta, della Rotary Foundation – Distretto 2071 Toscana, del BLM Group, nonché del Fondo di solidarietà Quarto Anno insieme ad amici e sostenitori. Un sistema di alleanze che si estende anche ai percorsi di approfondimento come Ulisse e Itaca, nati grazie alla collaborazione con realtà quali Fondazione Finanza Etica, Istituto Jacques Maritain, Nuovo Laboratorio di Psicologia e Goel Gruppo Cooperativo.

Frequentare il Quarto Anno Rondine significa uscire dalla propria zona di comfort, accettare la sfida di conoscersi, imparare ad ascoltare e a trasformare i conflitti in possibilità. È scegliere di studiare in un luogo dove la scuola diventa vita condivisa, dove l’apprendimento è fatto di dialogo, coraggio e responsabilità. Le iscrizioni per l’anno scolastico 2026-2027 sono aperte fino al 7 gennaio 2026. Tutte le informazioni e il bando completo sono disponibili su quartoanno.rondine.org. Per domande e approfondimenti: segreteria@quartoanno.rondine.org. Un anno che non è solo scuola, ma un modo nuovo di guardare al futuro. Un anno a Rondine: dove nascono i cittadini di domani.

 Papa Leone XIV alla Cop30: con la custodia del creato si coltiva la pace

“Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. C’è un chiaro legame tra la costruzione di pace e la gestione del creato: ‘La ricerca della pace da parte di tutti gli uomini di buona volontà sarà senz’altro facilitata dal comune riconoscimento del rapporto inscindibile che esiste tra Dio, gli esseri umani e l’intero creato’.

Se da un lato, in questi tempi difficili, l’attenzione e la preoccupazione della comunità internazionale sembrano concentrarsi principalmente su conflitti tra nazioni, dall’altro c’è pure una crescente consapevolezza che la pace è minacciata anche dalla mancanza del dovuto rispetto per il creato, dal saccheggio delle risorse naturali e dal progressivo peggioramento della qualità della vita a causa del cambiamento climatico”: è questo l’inizio del testo del messaggio di papa Leone XIV, pronunciato dal Segretario di Stato, card. Pietro Parolin, in occasione della 30^ Sessione della Conferenza degli Stati Parte alla Convenzione Quadro Delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP30), che si apre oggi a Belém, in Brasile, citando il messaggio per la pace scritto nel 2010 da papa Benedetto XVI.

Nel messaggio si sottolinea il pericolo per il creato a causa delle guerre: “Data la loro natura globale, queste sfide mettono in pericolo la vita di tutti su questo pianeta e, pertanto, esigono cooperazione internazionale e un multilateralismo coeso e capace di guardare avanti che ponga al centro la sacralità della vita, la dignità di ogni essere umano donata da Dio e il bene comune. Purtroppo, osserviamo approcci politici e comportamenti umani che vanno nella direzione opposta, caratterizzati da egoismo collettivo, non considerazione dell’altro e miopia”.

Evidenziando che ‘in un mondo che brucia, sia per il surriscaldamento terrestre sia per i conflitti armati’ il papa ha sottolineato che “questa Conferenza deve diventare un segno di speranza, attraverso il rispetto mostrato alle idee altrui nel tentativo collettivo di cercare un linguaggio comune e un consenso mettendo da parte interessi egoistici, tenendo presente la responsabilità gli uni per gli altri e per le generazioni future”.

Infatti papa san Giovanni Paolo II negli anni ’90 aveva già sottolineato la crisi ecologica è ‘un problema morale’: “Tragicamente, coloro che si trovano nelle situazioni di maggiore vulnerabilità sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione e dell’inquinamento. Prendersi cura del creato, pertanto, diventa un’espressione di umanità e solidarietà. Da questo punto di vista, è essenziale tradurre le parole e le riflessioni in scelte e azioni basate sulla responsabilità, la giustizia e l’equità al fine di raggiungere una pace duratura prendendoci cura del creato e del nostro prossimo”.

Inoltre nella lettera papa Leone XIV ha esortato gli Stati al rispetto dell’Accordo di Parigi: “Un decennio fa, la comunità internazionale ha adottato l’Accordo di Parigi, riconoscendo il bisogno di una risposta efficace e progressiva all’urgente minaccia del cambiamento climatico4. Purtroppo dobbiamo ammettere che il cammino verso il raggiungimento degli obiettivi fissati in quell’Accordo rimane lungo e complesso. Su questo sfondo, si esortano gli Stati Parte ad accelerare con coraggio l’attuazione dell’Accordo di Parigi e della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici”.

Ed ecco l’esortazione alla conversione ecologica sollecitata da papa Francesco: “Possano tutti i partecipanti a questa COP30, come anche coloro che ne seguono attivamente i lavori, essere ispirati ad abbracciare con coraggio questa conversione ecologica con il pensiero e con le azioni, tenendo presente il volto umano della crisi climatica.

Possa questa conversione ecologica ispirare lo sviluppo di una nuova architettura finanziaria internazionale incentrata sull’uomo che assicuri che tutti i Paesi, specialmente quelli più poveri e quelli più vulnerabili ai disastri climatici, riescano a raggiungere il loro pieno potenziale e vedere rispettata la dignità dei propri cittadini. Questa architettura deve tener conto anche del legame tra debito ecologico e debito estero”.

E’ stata una sollecitazione a sviluppare un’educazione all’ecologia integrale: “Possa essere promossa una educazione sull’ecologia integrale che spieghi perché le decisioni a livello personale, familiare, comunitario e politico plasmano il nostro futuro comune, sensibilizzando al tempo stesso sulla crisi climatica e incoraggiando mentalità e stili di vita volti a rispettare meglio il creato e a salvaguardare la dignità della persona e l’inviolabilità della vita umana. Possano tutti i partecipanti a questa COP30 impegnarsi a proteggere e a prendersi cura del creato che ci è stato affidato da Dio al fine di costruire un mondo pacifico”.

Commentando il messaggio ai media vaticani il card. Parolin ha spiegato le preoccupazioni del papa e le priorità delle Chiese locali: “Effettivamente, è un fenomeno che coinvolge sempre più persone, naturalmente in senso negativo, e coinvolge le persone più vulnerabili. Abbiamo avuto in questi mesi degli incontri con le autorità delle isole del Pacifico dove ci mettevano di fronte alla realtà tragica di una prossima scomparsa: possiamo prevedere che cosa questo possa significare per la popolazione, no? E, da quello che ho letto, oggi il numero di sfollati è più alto per quanto riguarda i cambiamenti climatici che non per i conflitti che sono in atto nel mondo. Quindi è una situazione davvero di emergenza. La Chiesa si è impegnata a livello di Santa Sede. Abbiamo ricordato il grande contributo che ha dato papa Francesco con ‘Laudato sì’ e poi con ‘Laudate Deum’. E naturalmente anche le Chiese locali ci sono allineate su questo impegno”.

Antropologia, Bibbia, Religioni: un approccio multidisciplinare (ABRAM)

Un corso di perfezionamento – in una inedita partnership fra Università di Padova e Facoltà teologica del Triveneto – si propone come un luogo di pensiero per interpretare la complessità del presente, nel contesto di pluralismo religioso, a partire dalla Bibbia.

Si intitola Antropologia, Bibbia, Religioni: un approccio multidisciplinare (ABRAM) ed è frutto di una partnership inedita fra l’Università di Padova e la Facoltà teologica del Triveneto: il corso di perfezionamento, messo a catalogo dall’Ateneo per l’anno accademico 2025/2026, esplorerà la ricchezza culturale biblica e le tradizioni ebraica, cristiana e musulmana, lette con la lente del tema scelto per quest’anno: La pace contesa.

Attraverso un costante dialogo tra relatori provenienti da ambiti diversi delle due realtà accademiche – teologi, filosofi, sociologi, antropologi, psicologi – e appartenenti alle tradizioni delle tre religioni abramitiche, il corso offrirà una prospettiva unica e integrata sulle tematiche antropologiche presenti nel testo biblico e legate al rapporto tra violenza e conflitto (modulo 1), giustizia e perdono (modulo 2), speranza e futuro (modulo 3).

“L’esperienza del conflitto riveste un’importanza fondamentale dal punto di vista antropologico – spiega Simone Grigoletto, docente dell’Università di Padova e direttore del corso. Il confronto con ciò che è diverso da te, che la pensa in maniera diversa, che crede in cose diverse e potenzialmente non compatibili con le tue. Questo è l’umano. Ciò che rileviamo è che certamente il conflitto può avere un esito costruttivo, creativo, di convivenza, ma anche, sempre più spesso, un esito violento. La violenza quindi è solo una delle possibilità per vivere il conflitto.

Si tratta di esplorare tutte le altre. Il corso di perfezionamento si vuole occupare proprio di questo: scardinare le false credenze rispetto al tema del conflitto esplorando le alternative alla violenza. E lo vuole fare a partire dal testo biblico”.

“La Bibbia è un codice culturale di fondo – sottolinea Rolando Covi, docente della Facoltà teologica, che ha partecipato alla costruzione del corso insieme al direttore – e, a partire dalla prospettiva teologico-cristiana, riconosciamo ponti di dialogo con la lettura ebraica e musulmana. Offriamo dunque un luogo di pensiero, che aiuti a interpretare con profondità la complessità del presente, fornendo strumenti adeguati per un dialogo che sia all’altezza della ricchezza del testo sacro”.

“La presenza della violenza – aggiunge Giulio Osto, docente della stessa Facoltà, esperto di questioni interreligiose e che sarà fra i relatori del corso – è una conferma che ogni esperienza religiosa è esposta a degenerazioni e strumentalizzazioni dall’esterno, da un lato, ma che è sempre in cammino perché imperfetta nella sua forma storica, dall’altro, perché l’autentica esperienza religiosa di ebrei, cristiani e musulmani dovrebbe dare forma a una convivenza pacifica e rispettosa, in coerenza con le proprie dottrine, ma tutto questo è affidato alla libertà e alla responsabilità delle persone”.

L’obiettivo del corso di perfezionamento è quindi di fornire strumenti per un giudizio critico sulle questioni culturali contemporanee, con un approccio interdisciplinare finalizzato a formare professionisti capaci di operare con sensibilità culturale in contesi di pluralismo religioso. La proposta si rivolge a insegnanti, educatori, operatori sociali e sociosanitari, mediatori familiari e interculturali, operatori turistici e museali, avvocati, giornalisti e comunicatori.

Informazioni e iscrizioni sul sito Unipd.it alla pagina: https://uel.unipd.it/master-e-corsi/abram-antropologia-bibbia-e-religioni-un-approccio-multidisciplinare/?

Antropologia, Bibbia, Religioni: un approccio multidisciplinare (ABRAM)

Un corso di perfezionamento – in una inedita partnership fra Università di Padova e Facoltà teologica del Triveneto – si propone come un luogo di pensiero per interpretare la complessità del presente, nel contesto di pluralismo religioso, a partire dalla Bibbia. 

Si intitola ‘Antropologia, Bibbia, Religioni: un approccio multidisciplinare (ABRAM)’ ed è frutto di una partnership inedita fra l’Università di Padova e la Facoltà teologica del Triveneto: il corso di perfezionamento, messo a catalogo dall’Ateneo per l’anno accademico 2025/2026, esplorerà la ricchezza culturale biblica e le tradizioni ebraica, cristiana e musulmana, lette con la lente del tema scelto per quest’anno: ‘La pace contesa’.

Attraverso un costante dialogo tra relatori provenienti da ambiti diversi delle due realtà accademiche (teologi, filosofi, sociologi, antropologi, psicologi) e appartenenti alle tradizioni delle tre religioni abramitiche, il corso offrirà una prospettiva unica e integrata sulle tematiche antropologiche presenti nel testo biblico e legate al rapporto tra violenza e conflitto (modulo 1), giustizia e perdono (modulo 2), speranza e futuro (modulo 3).

“L’esperienza del conflitto riveste un’importanza fondamentale dal punto di vista antropologico – spiega Simone Grigoletto, docente dell’Università di Padova e direttore del corso. Il confronto con ciò che è diverso da te, che la pensa in maniera diversa, che crede in cose diverse e potenzialmente non compatibili con le tue. Questo è l’umano. Ciò che rileviamo è che certamente il conflitto può avere un esito costruttivo, creativo, di convivenza, ma anche, sempre più spesso, un esito violento. La violenza quindi è solo una delle possibilità per vivere il conflitto. Si tratta di esplorare tutte le altre. Il corso di perfezionamento si vuole occupare proprio di questo: scardinare le false credenze rispetto al tema del conflitto esplorando le alternative alla violenza. E lo vuole fare a partire dal testo biblico”.

“La Bibbia è un codice culturale di fondo – sottolinea Rolando Covi, docente della Facoltà teologica, che ha partecipato alla costruzione del corso insieme al direttore – e, a partire dalla prospettiva teologico-cristiana, riconosciamo ponti di dialogo con la lettura ebraica e musulmana. Offriamo dunque un luogo di pensiero, che aiuti a interpretare con profondità la complessità del presente, fornendo strumenti adeguati per un dialogo che sia all’altezza della ricchezza del testo sacro”.

“La presenza della violenza – aggiunge Giulio Osto, docente della stessa Facoltà, esperto di questioni interreligiose e che sarà fra i relatori del corso – è una conferma che ogni esperienza religiosa è esposta a degenerazioni e strumentalizzazioni dall’esterno, da un lato, ma che è sempre in cammino perché imperfetta nella sua forma storica, dall’altro, perché l’autentica esperienza religiosa di ebrei, cristiani e musulmani dovrebbe dare forma a una convivenza pacifica e rispettosa, in coerenza con le proprie dottrine, ma tutto questo è affidato alla libertà e alla responsabilità delle persone”.

L’obiettivo del corso di perfezionamento è quindi di fornire strumenti per un giudizio critico sulle questioni culturali contemporanee, con un approccio interdisciplinare finalizzato a formare professionisti capaci di operare con sensibilità culturale in contesi di pluralismo religioso. La proposta si rivolge a insegnanti, educatori, operatori sociali e sociosanitari, mediatori familiari e interculturali, operatori turistici e museali, avvocati, giornalisti e comunicatori.

Informazioni e iscrizioni sul sito Unipd.it alla pagina: https://uel.unipd.it/master-e-corsi/abram-antropologia-bibbia-e-religioni-un-approccio-multidisciplinare/

YouTopic Fest 2026: ‘Inquietudine – come custodire la scintilla dell’umano?’

“Spero che attraverso di voi il virus buono si sparga nel mondo a macchia d’olio. Qui si scopre che gli uomini non sono nemici tra loro, ma qualcuno vuole armarli l’uno contro l’altro. Questo film è una metafora dell’essere nemici anche in tempi di pace: l’uomo che insegue il potere ha messo in conto il sacrificio di altri uomini”: con queste parole sabato sera Gianni Amelio, regista e produttore, ha commentato ‘Campo di Battaglia’, il suo ultimo film, che è un’opera intensa, che interroga le coscienze e si confronta senza sconti con i conflitti della nostra epoca, nel segno di una narrazione che cerca l’umano anche laddove tutto sembra perduto.

Nell’ultimo giorno del festival, invece, nella mattinata si è tenuta una conversazione intensa e partecipata all’ ‘Angolo del Conflitto’ tra il giornalista Andrea De Angelis e Agnese Pini, direttrice di Quotidiano Nazionale e presidente della casa editrice Longanesi: “Speranza è una parola difficile da riempire. Ognuno fa una piccola parte, incarnare la propria parte si avvicina alla speranza. Se i contenuti sono troppo grandi non ci provi neanche.

Fai le cose piccole è molto ma intanto costruisci. Siamo in un sistema di regole ma in certi momenti le regole vanno infrante e a quel punto ci vuole una coscienza profonda. 80 anni fa, sono un soldato, mi ordinano di uccidere, la regola è ubbidire. Ma la coscienza dice il contrario e in quel momento sei chiamato a rispondere. Come facciamo a dire di no a quell’ordine? Il coraggio è un muscolo etico”.

A seguire, sempre al Teatro Tenda, l’incontro ‘Perché il razzismo fa ridere’ con Michele Serra ha saputo intrecciare ironia e pensiero critico in un viaggio lucido tra gli ‘ismi’ contemporanei, decostruendo stereotipi e banalità con la forza sottile dell’umorismo: “Questo è un posto che raccoglie storie difficili, anche storie tragiche. Eppure si respira allegria, e ho visto un sacco di ragazzi ridere”, parlando di Rondine.

Poi ha spiegato il senso dell’umorismo: “La domanda da farsi, ed è bello farsela insieme, è dunque questa: che cosa abbiamo da ridere, tutti quanti, in un mondo nel quale, non da oggi, la tragedia è parte della vita quotidiana di molti popoli? Ridiamo perché siano incoscienti? Perché siamo cinici? Perché siamo stupidi? Ridiamo perché non sappiamo che ci sono le guerre, la violenza, che il potere spesso non è un servizio, è un crimine? No. Ridiamo perché ne abbiamo facoltà. Il senso dell’umorismo è proprio una di queste acquisizioni culturali. Una vera e propria tappa dell’evoluzione”.

A seguire il cantautore ed attivista Giovanni Caccamo, in dialogo con Sergio Valzania e con la partecipazione della studentessa di Rondine Valeriia: “Da 4 anni chiedo ai giovani cosa cambierebbero della società e in che modo. I ragazzi hanno interrotto la macchina dei sogni. Ciascuno di noi deve tornare a credere nei propri strumenti interiori, l’uomo deve tornare al centro. Tante cose possiamo fare per cambiare il mondo: azione, piccoli segnali di cambiamento, Rondine per questo mi piace tantissimo. La guerra ci fa sentire impotenti, possiamo riflettere sui conflitti. Cercare di sciogliere questi nodi è centrale, la persona con cui non ci siamo riconciliati, quelli ai quali non abbiamo chiesto scusa”.

L’incontro ha attraversato il legame tra creatività, responsabilità e pace, offrendo una testimonianza autentica sul potere della musica e delle parole per ispirare consapevolezza e impegno: “Dissi a mia madre: voglio fare il cantautore. E lei: sì, ma che lavoro farai? In Sicilia era il regno della lentezza, immotivato, e in Lombardia il regno di chi corre in tondo, altrettanto immotivato. Anni a girare a vuoto, fino all’incontro con Franco Battiato. Mi apposto, gli mollo il CD. ‘C’è un CD? Bene, ciao, ci vediamo alle 11 in spiaggia domani’. Mi presento, lui aggiunge: ‘Faccio un bagno e torno, produco il tuo cd’. La lentezza siciliana ha pagato”.

Il culmine artistico si raggiunge nel tardo pomeriggio con il concerto di chiusura ‘Immagina di Volare’ dell’Orchestra Giovanile CinqueQuarti Abreu ‘Toccati dalla musica’ di Piacenza, composta da 130 ragazzi, un progetto che incarna i valori dell’inclusione e della cittadinanza attiva attraverso la pratica musicale collettiva. L’esibizione ha emozionato e unito il pubblico in un’atmosfera di bellezza condivisa.

Fondamentale e accorato il coinvolgimento del pubblico al momento di sintesi collettiva ‘Verso YouTopic Fest 2026’, dove sono emerse testimonianze cariche di emozione, speranza e gratitudine. Nel corso dell’incontro, il pubblico ha potuto partecipare attivamente a un momento corale di restituzione e ascolto: studenti, relatori, cittadini e partecipanti hanno condiviso riflessioni e spunti emersi durante il festival, sottolineando la necessità di continuare a costruire spazi in cui le differenze non siano muri, ma porte aperte.

E’ stato in questa cornice che Franco Vaccari, presidente e fondatore di Rondine, ha annunciato il tema della prossima edizione, che guiderà il lavoro di un intero anno e sarà il cuore di YouTopic Fest 2026, in programma dal 5 al 7 giugno 2026: ‘Inquietudine – Come custodire la scintilla dell’umano?’

Infine, a concludere il Festival è stato il Giubileo delle culture, dei popoli e delle religioni, una celebrazione interreligiosa presieduta dal vescovo di Arezzo, mons. Andrea Migliavacca, insieme a rappresentanti di diverse fedi che si è tenuta nella Cappellina di Rondine, riconosciuta come Chiesa Giubilare, luogo di preghiera e pellegrinaggio in occasione dell’Anno Santo: “A Gerusalemme ci sono popoli da tutte le parti del mondo che parlano lingue diverse, ma tutte si trovano radunate, capite, accolte dal dono dello Spirito Santo. La celebrazione a cui stiamo partecipando vuole celebrare oggi, nel giorno di Pentecoste, lo Spirito che raduna, che regala la lingua, che ci permette di comunicare, di creare legami tra di noi, lo Spirito che ci dona la pace”.

YouTopic Fest 2025 si svolge con il patrocinio del Ministro per lo Sport e i Giovani, della Regione Toscana, del Consiglio Regionale della Toscana, della Provincia di Arezzo, del Comune di Arezzo, della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, del Comune di Castiglion Fibocchi e dell’Unione dei Comuni del Pratomagno. Il festival è realizzato con il contributo del PR FSE+ 2021-2027 della Regione Toscana e di Poste Italiane. Tra i principali sostenitori figurano anche la Camera di Commercio Arezzo Siena, il Centro Chirurgico Toscano, Chimet S.p.A., Federcasse Italia (Federazione Italiana delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali), l’Istituto del Credito Sportivo, Itas e Unioncamere. Collaborano al festival numerosi partner, tra cui Andrea Migliorati Fotografo, la Banca Popolare di Cortona, Coingas, EllErre, Estra, Fattoria La Vialla, Fondazione Arezzo InTour, Fondazione Giuseppe e Adele Baracchi, Fondazione KON, Fondazione Il Cuore si Scioglie, UniCoop Firenze, Forma, Filarete, Live95, Logigas, Lorenzo Pagliai Fotografo, Lucky Red, Marconi Arredamenti, Pastificio Fabianelli, Sebach, TLF, Vestri Cioccolato e Wacebo.

Il Presidente della Repubblica ha inaugurato YouTopic Fest 2025: Rondine straordinaria palestra di pace

‘In questa cittadella vivete una straordinaria palestra di relazioni’: con queste parole il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, accolto nell’Arena di Janine, spazio dedicato alla Senatrice a vita Liliana Segre, ieri ha aperto ufficialmente YouTopic Fest, l’ottava edizione del festival internazionale sul conflitto promosso da Rondine Cittadella della Pace.

Ad accoglierlo i figli della senatrice a vita Liliana Segre, Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana, Alessandro Polcri, presidente della Provincia di Arezzo, Alessandro Ghinelli, sindaco di Arezzo, il prefetto Clemente Di Nuzzo, il vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, mons. Andrea Migliavacca; ed anche figure chiave nella storia di Rondine, dal card. Gualtiero Bassetti al segretario generale della CEI, mons. Giuseppe Baturi.

Quindi è stata un’apertura densa di significato con la partecipazione di migliaia di giovani, educatori, istituzioni e cittadini nella storica sede di Rondine, alle porte di Arezzo. Al termine della Marcia della Pace, che ha visto oltre 8.000 persone camminare da Arezzo alla Cittadella, portando con sé il desiderio di una nuova stagione di disarmo e dialogo, il presidente Mattarella ha aggiunto: “La pace è un progetto condiviso tra persone e istituzioni: dopo una guerra sanguinosa la nostra Costituzione è nata sotto l’insegna di una collaborazione internazionale. Un capovolgimento che ha unito il percorso dei Paesi europei.

In apertura della cerimonia il presidente e fondatore di Rondine Franco Vaccari aveva sottolineato il coraggio dei giovani di vivere la pace: “Qui i giovani internazionali di Rondine, provenienti da luoghi di guerra e post-conflitto, vivono il coraggioso programma biennale dello Studentato internazionale – World House, per superare l’inganno del nemico e spezzare la catena dell’odio. A questi giovani, che adesso sono qui sul palco con Lei, in un abbraccio ideale, si uniscono tutti i presenti per dare loro forza! Tutti i presenti hanno unito nella stessa direzione di pace i propri passi concreti, arrivando qui, a dieci chilometri da Arezzo. Hanno congiunto Arezzo con la Cittadella, considerandola come un giardino posto nel cuore non solo della nostra città di Arezzo, ma di ogni città del mondo, specialmente quelle ferite dalla guerra”.

Ed ha ricordato alcuni momenti di questa storia: “Che noi vogliamo la pace quasi non lo diciamo più: sta per sempre nel nostro nome. Qui, da anni, condividiamo le storie di ferite che provengono dai Balcani, dall’Africa, dal Medio Oriente, dalla Russia e dal Caucaso, e dal 23 febbraio 2022 accogliamo anche il dolore dei giovani ucraini. Da tre anni… e non vediamo la fine!

In questo stesso prato, rideva e scherzava, rifletteva con gli amici palestinesi, progettava un Medio Oriente in pace, Shani, una delle giovani israeliane uccise il 7 ottobre, nel Negev. Da allora condividiamo ogni giorno, con i tanti amici israeliani e non solo, il tormento e l’angoscia per gli ostaggi israeliani.

Così come ogni giorno condividiamo il dolore per le orribili e inaccettabili stragi con decine di migliaia di morti, specialmente civili, che avvengono a Gaza, e che si aggiungono ad anni e anni di sofferenze del popolo palestinese. Penso a Loai, il primo studente palestinese arrivato a Rondine più di 20 anni fa, e che da qualche mese ha dovuto lasciare la Cisgiordania con tutta la famiglia per rifarsi un futuro”.

Quindi ha sottolineato il ‘coraggio’ alla pace di questi giovani, che hanno scelto di dedicarsi alla pace: “Ma questo luogo, signor Presidente, è soprattutto testimone del coraggio di giovani che, provenienti da terre lacerate dai conflitti armati, non colpevoli delle guerre, ma eredi dell’evidente fallimento delle leadership dei loro Paesi, non si rassegnano alla logica dell’odio e del nemico, né all’inevitabilità della guerra. Al contrario, si mettono in gioco, vivendo insieme per due anni, giorno dopo giorno, trasformando l’inimicizia ereditata in amicizia praticata. Così diventano liberi e responsabili!”

E’ una storia di pace iniziata 30 anni fa: “Questi giovani aspiranti leader incarnano la visione che annunciammo esattamente trent’anni fa, al Cremlino, nell’ultimo giorno della mediazione di pace che realizzammo, ottenendo la prima tregua di 72 ore nel conflitto armato in Cecenia… Da allora è iniziata una storia di fiducia, che pratichiamo quotidianamente nelle relazioni. Cerchiamo di essere ospitali nei confronti dei giovani che vogliono spezzare la catena dell’odio, coinvolgendoci nei loro dolori e nei loro sogni, facendoli diventare un po’ nostri. Impariamo a stare nei conflitti senza paura e a costruire fiducia, perché la fiducia non si compra nei centri commerciali. E il dolore non evapora, va condiviso: non vogliamo che diventi rabbia, rancore, vendetta. Ma non vogliamo neanche difenderci dal dolore, diventando indifferenti”.

Inoltre il presidente della Repubblica italiana è stato accolto dalle parole di Bernadette Sidibé, proveniente dal Mali, che ha raccontato la guerra: “Quel giorno, la guerra ha bussato alla nostra porta. Da allora, la paura ha sostituito la spensieratezza. I giochi in strada hanno lasciato il posto al silenzio delle case sbarrate. Ho visto famiglie spezzate, volti segnati per sempre. La guerra mi ha rubato l’allegria, l’infanzia, la sicurezza. Ma non ha vinto sulla mia speranza. Oggi sono qui, davanti a voi, per portare la voce della gioventù del mio Paese. Una gioventù coraggiosa, resiliente, che aspira a una pace autentica!”

Concludendo il discorso ha chiesto la pace: “Per tutto questo, a nome dei miei compagni (in particolare russi, ucraini, israeliani e palestinesi) sono qui a chiedere a lei Signor Presidente e a tutta la comunità internazionale di compiere passi concreti verso una pace duratura sia in Ucraina che a Gaza e in tutti gli altri conflitti dimenticati: cessate il fuoco, liberate gli ostaggi e i prigionieri, accesso agli aiuti umanitari, riconoscimento reciproco e dei diritti di tutti i popoli, smettere di investire nelle armi per educare nuovi leader di pace! E’ ora di condannare fermamente i crimini di guerra e ogni forma di odio, promuovendo la convivenza, la riconciliazione e il perdono”.

A conclusione dei saluti è seguito un dialogo in cui due giovani del Quarto Anno Rondine, Lorenzo Rampi e Chiara Cometto, hanno rivolto due domande sul ruolo dell’Europa e sulla partecipazione giovanile nei processi di pace, a cui il presidente Mattarella ha risposto: “Per i padri dell’Europa i confini non erano punti di separazione ma di incontro, sono insensate le guerre tra vicini…

Gli ultimi anni hanno stravolto il continente. Il ruolo dell’Europa è di difendere le regole del diritto internazionale e frenare la volontà di dominio sugli altri popoli, ricostruendo un sistema di rapporti internazionali e facendo dell’Europa il perno del dialogo, un sistema nel quale tutti si riconoscano”.

(Foto: Rondine – Cittadella della Pace)

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