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Papa Leone XIV: il cammino di santificazione si realizza in un cammino sinodale
“Sono felice di questo incontro, che ci permette anche di riflettere insieme sul valore del carisma benedettino nella vostra vita, nella vita della Chiesa e nel mondo”: giornata intensa per papa Leone XIV, che ad inizio settimana ha ricevuto tre comunità di monache benedettine insieme ad un gruppo di monaci di Subiaco, di Cesena e di Bari, ricordando che la vita monastica non è ‘chiusura verso il mondo esterno’, ma modello di amore, condivisione e aiuto.
Riprendendo la regola di san Benedetto il papa ha sottolineato il valore della preghiera: “Voi, monache benedettine contemplative e monaci benedettini, ben sapete quanto la preghiera e la lettura orante della Parola di Dio, specialmente nella Lectio divina, aiutino in tale custodia, permettendo a chi le pratica di comprendere la verità su di sé, nel riconoscimento delle proprie debolezze e dei propri peccati e nella celebrazione delle grazie e delle benedizioni del Signore. E’ così che si rinvigorisce in noi il desiderio di appartenere a Lui e si conferma il voto della nostra consacrazione”.
Inoltre la vita consacrata è un cammino comunitario: “Il cammino di santificazione di un consacrato, di una monaca, però, per quanto ricco di fervore e di ispirazione, non può ridursi a un semplice percorso personale. Esso ha una necessaria dimensione comunitaria, in cui l’annuncio della liberazione pasquale si concretizza nel servizio fraterno, riflesso dell’amore universale di Cristo per la Chiesa e per l’umanità”.
Tale cammino consiste nel reciproco ascolto ed in un discernimento comunitario: “La vita monastica non si può intendere come semplice chiusura verso il mondo esterno. Essa è uno strumento perché nel cuore dei discepoli cresca un amore simile a quello del Maestro, pronto alla condivisione e all’aiuto, anche tra monasteri. La vita monastica sarà così sempre più, in un mondo spesso segnato dal ripiegamento su di sé e dall’individualismo, un modello per tutto il popolo di Dio, ricordando che essere missionari, prima che di fare cose, richiede un modo di essere e di vivere le relazioni”.
Quindi è necessaria una formazione permanente: “Profezia e discernimento rimandano ad un ultimo tema di cui vorrei parlarvi: la formazione permanente, particolarmente necessaria in un’epoca come la nostra. Essa consiste prima di tutto nel ‘conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza’ ed è fondamentale perché la vita consacrata ‘possa svolgere in maniera sempre più adeguata il suo servizio al monastero, alla Chiesa e al mondo’. L’intera comunità ne è il soggetto attivo, attraverso la preghiera, la Parola, i momenti celebrativi e decisionali, di confronto e di aggiornamento, vissuti e condivisi nel primato della carità”.
In precedenza aveva incontrato i membri della fondazione Ausilia, che si occupa di sostegno ai ragazzi e di sviluppo sociale, sollecitandoli ad aiutare i giovani: “Vi ringrazio per il vostro generoso impegno, volto ad aiutare i giovani nella loro formazione e nell’inserimento in campo lavorativo. Investire non su oggetti, ma sulla persona, sulle sue abilità e competenze rappresenta un punto di forza della vostra opera. In tal modo, difatti, sono proprio i giovani a diventare protagonisti del loro futuro, senza venir considerati strumenti funzionali all’organizzazione di un’azienda o ingranaggi utili al successo commerciale”.
La giornata del papa si è conclusa con un incontro ai membri dell’Illinois Municipal League, organizzazione statale che rappresenta circa 1.300 comuni dello Stato negli Usa: “Attraverso il Mistero Pasquale, il Signore ci mostra che persino le circostanze più difficili e impegnative possono essere trasformate dall’interno dalla forza dell’amore.
Forse la sofferenza non può sempre essere evitata o eliminata, ma si può trovare un significato redentivo che non solo restituisce la dignità perduta, ma apre anche la porta a una nuova vita. In effetti, la risurrezione di Gesù è la fonte ultima di speranza per tutti coloro che credono in Cristo e attendono la promessa della vita eterna”.
Quindi ha sottolineato l’importanza della Settimana Santa: “Il suo servizio e la sua obbedienza alla volontà del Padre hanno condotto a una speranza certa e a una pace duratura per tutta l’umanità. In tal modo, la vittoria nata dal dono di sé di Cristo si erge come un faro e una sfida per tutti noi oggi. Come uomini e donne investiti del ruolo di governo, anche voi siete chiamati a scoprire e incarnare il dono del servizio. In modo particolare, siete chiamati a essere attenti ai bisogni dei più deboli e dei più vulnerabili, al fine di aiutarli a raggiungere uno sviluppo umano integrale”.
A questo punto il richiamo a Giorgio La Pira è stato un passaggio obbligato per una tutela dei cittadini fragili: “Per fare questo, dovete anzitutto impegnarvi a conoscere le aspirazioni delle persone come pure le loro difficoltà. La dignità di ogni individuo deve essere riconosciuta e tutelata, perché i vostri comuni non sono luoghi anonimi, ma hanno volti e storie da custodire come tesori preziosi.
Sebbene ogni giorno siano molti i compiti che richiedono la vostra attenzione, vi incoraggio a continuare ad ascoltare i poveri, gli immigrati e tutti gli ultimi tra voi, cercando di accompagnarli nel vostro lavoro per promuovere il bene comune a beneficio di tutti. In tal modo, ognuno dei vostri comuni potrà essere un luogo di autentico incontro tra tutti i cittadini, offrendo a ogni individuo l’opportunità di realizzarsi”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ribadisce ai focolarini il valore dell’unità
“Sono lieto di incontrarvi questo pomeriggio, dopo che avete partecipato all’Assemblea generale del Movimento dei Focolari. Saluto la Presidente, Margaret Karram, nuovamente eletta per un secondo mandato, e il nuovo Copresidente, don Roberto Eulogio Almada. Che il Signore benedica il vostro servizio!”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i membri del Movimento che hanno partecipato all’Assemblea generale a Rocca di Papa, rieleggendo Margaret Karram come presidente per un secondo mandato e la scelta di un nuovo co-presidente, il sacerdote italo-argentino Roberto Eulogio Almada.
Nel discorso il papa ha richiamato alla necessità dell’unità, molto importante per la fondatrice del Movimento: “Tutti voi siete stati attratti dal carisma della Serva di Dio Chiara Lubich, che ha plasmato la vostra esistenza personale e lo stile della vostra vita comunitaria. Ogni carisma nella Chiesa esprime un aspetto del Vangelo che lo Spirito Santo porta in primo piano in un determinato periodo storico, per il bene della Chiesa stessa e per il bene del mondo intero. Per voi si tratta del messaggio dell’unità: unità fra gli esseri umani che è frutto e riflesso dell’unità di Cristo con il Padre”.
L’unità è possibilità di vita fraterna: “E’ un seme, semplice ma potente, che attira migliaia di donne e uomini, suscita vocazioni, genera una spinta di evangelizzazione, ma anche opere sociali, culturali, artistiche, economiche, che è fermento di dialogo ecumenico e interreligioso. Di questo fermento di unità c’è tanto bisogno oggi, perché il veleno della divisione e della conflittualità tende a inquinare i cuori e le relazioni sociali e va contrastato con la testimonianza evangelica dell’unità, del dialogo, del perdono e della pace”.
Da qui il richiamo ad essere costruttori di pace: “Anche attraverso di voi, Dio si è preparato, nei decenni passati, un grande popolo della pace, che proprio in questo momento storico è chiamato a fare da contrappeso e da argine a tanti seminatori di odio che riportano indietro l’umanità a forme di barbarie e di violenza”.
Quindi è importante mantenere vivo il carisma del Movimento: “In questo tempo, siete chiamati a discernere insieme quali sono gli aspetti della vostra vita comune e del vostro apostolato che sono essenziali, e perciò vanno mantenuti, e quali sono invece gli strumenti e le pratiche che, benché in uso da tempo, non sono essenziali al carisma, o che hanno presentato aspetti problematici e che perciò sono da abbandonare”.
Ed un movimento è mantenuto vivo con la trasparenza e la partecipazione: “Questa fase esige anche un impegno forte alla trasparenza da parte di chi ha ruoli di responsabilità, a tutti i livelli. La trasparenza, infatti, da un lato è condizione di credibilità e dall’altro è dovuta in quanto il carisma è un dono dello Spirito Santo di cui tutti i membri sono responsabili.
Essi hanno quindi il diritto e il dovere di sentirsi compartecipi dell’Opera alla quale hanno aderito con dedizione totale. Ricordate, poi, che il coinvolgimento dei membri è sempre un valore aggiunto: stimola la crescita, sia delle persone sia dell’Opera, fa emergere le risorse latenti e le potenzialità di ciascuno, responsabilizza e promuove il contributo di tutti”.
Il discernimento è necessario per l’equilibrio tra discernimento e libertà personale: “La responsabilità di discernimento comune, affidata a tutti voi, abbraccia anche il modo in cui il carisma dell’unità debba essere tradotto in stili di vita comunitaria che facciano brillare la bellezza della novità evangelica e, allo stesso tempo, rispettino la libertà e la coscienza dei singoli, valorizzando i doni e l’unicità di ciascuno”.
Il papa ha ribadito che l’unità è un dono ed un ‘compito’: “L’unità è un dono e, al tempo stesso, un compito e una chiamata che interpella ciascuno. Tutti sono chiamati a discernere qual è la volontà di Dio e come si può realizzare la verità del Vangelo nelle varie situazioni della vita comunitaria o apostolica. E tutti in questo cammino di discernimento devono esercitare fraternità, sincerità, franchezza e soprattutto umiltà, libertà da sé stessi e dal proprio punto di vista. L’unità di tutti in Dio è un segno evangelico che è forza profetica per il mondo”.
Per questo l’unità deve essere nutrita: “E’ necessario perciò che l’unità sia sempre nutrita e sostenuta dalla carità reciproca, che esige magnanimità, benevolenza, rispetto; quella carità che non si vanta, non si inorgoglisce, né cerca il proprio interesse, né tiene conto del male ricevuto, ma si rallegra soltanto della verità”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ai neocatecumenali: i carismi sono doni di Dio senza esclusività
“Sono lieto di incontrarvi così numerosi. Saluto i membri dell’Équipe internazionale del Cammino Neocatecumenale, Kiko Argüello, María Ascensión Romero e don Mario Pezzi, come pure i Vescovi e i sacerdoti che vi accompagnano. Un pensiero speciale va alle famiglie qui presenti, espressione del vostro anelito missionario e di quel desiderio che deve sempre animare tutta la Chiesa: annunciare il Vangelo al mondo intero, perché tutti possano conoscere Cristo”: nell’ultima udienza della giornata papa Leone XIV ha incontrato i responsabili del Cammino Neocatecumenale accompagnati dal fondatore Kiko Arguello, incoraggiandoli nell’opera di evangelizzazione.
Proprio l’annuncio di Cristo è stato il centro del Cammino Neocatecumenale: “Proprio questo desiderio ha sempre animato e continua ad alimentare la vita del Cammino Neocatecumenale, il suo carisma e le opere di evangelizzazione e catechesi che rappresentano un prezioso contributo per la vita della Chiesa. A tutti, specialmente a quanti si sono allontanati o a coloro la cui fede si è affievolita, voi offrite la possibilità di un itinerario spirituale attraverso il quale riscoprire il significato del Battesimo, perché possano riconoscere il dono di grazia ricevuto e, perciò, la chiamata ad essere discepoli del Signore e suoi testimoni nel mondo”.
Un annuncio che in molti ha risvegliato la propria fede attraverso la testimonianza: “Animati da questo spirito, avete acceso il fuoco del Vangelo laddove sembrava spegnersi e avete accompagnato molte persone e comunità cristiane, risvegliandole alla gioia della fede, aiutandole a riscoprire la bellezza di conoscere Gesù e favorendo la loro crescita spirituale e il loro impegno di testimonianza”.
Riprendendo le parole di papa Francesco pronunciate nel 2015 il papa ha ringraziato le famiglie per lo spirito missionario: “In particolare, oltre che ai formatori e ai catechisti, vorrei esprimere la mia gratitudine alle famiglie, che, accogliendo l’impulso interiore dello Spirito, lasciano le sicurezze della vita ordinaria e partono in missione, anche in territori lontani e difficili, con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio.
In questo modo, le équipe itineranti composte da famiglie, catechisti e sacerdoti, partecipano alla missione evangelizzatrice di tutta la Chiesa e, come affermava papa Francesco, contribuiscono a ‘svegliare’ la fede dei ‘non cristiani che non hanno mai sentito parlare di Gesù Cristo’, ma anche di tanti battezzati… Vivere l’esperienza del Cammino Neocatecumenale e portare avanti la missione esige anche, da parte vostra, una vigilanza interiore e una sapiente capacità critica, per discernere alcuni rischi che sono sempre in agguato nella vita spirituale ed ecclesiale”.
Quindi ha ricordato che ‘siamo Chiesa’ attraverso il battesimo: “Voi proponete a tutti un percorso di riscoperta del Battesimo, e questo Sacramento, come sappiamo, unendoci a Cristo, ci fa diventare membra vive del suo corpo, unico suo popolo, unica sua famiglia. Dobbiamo sempre ricordarci che siamo Chiesa e che, se lo Spirito concede a ciascuno una manifestazione particolare, essa è data ‘per il bene comune’ e quindi per la missione stessa della Chiesa”.
Però i carismi sono doni di Dio con la stessa importanza: “I carismi devono essere sempre posti al servizio del regno di Dio e dell’unica Chiesa di Cristo, nella quale nessun dono di Dio è più importante di altri (se non la carità, che tutti li perfeziona e li armonizza) e nessun ministero deve diventare motivo per sentirsi migliori dei fratelli ed escludere chi la pensa diversamente”.
Da qui la richiesta ad essere nella Chiesa senza nessuna esclusività: “Perciò invito anche voi, che avete incontrato il Signore e vivete la sua sequela nel Cammino Neocatecumenale, ad essere testimoni di questa unità. La vostra missione è particolare, ma non esclusiva; il vostro carisma è specifico, ma porta frutto nella comunione con gli altri doni presenti nella vita della Chiesa; il bene che fate è tanto, ma il suo fine è permettere alle persone di conoscere Cristo, sempre rispettando il percorso di vita e la coscienza di ciascuno”.
E’ un invito a vivere la pastorale della parrocchia senza nessuna chiusura: “Come custodi di questa unità nello Spirito, vi esorto a vivere la vostra spiritualità senza mai separarvi dal resto del corpo ecclesiale, come parte viva della pastorale ordinaria delle parrocchie e delle sue diverse realtà, in piena comunione con i fratelli e in particolare con i presbiteri e i Vescovi. Andate avanti nella gioia e con umiltà, senza chiusure, come costruttori e testimoni di comunione”.
Infine ha ribadito che il Vangelo deve essere annunciato senza nessun moralismo: “La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate. Allo stesso tempo, essa ricorda a tutti che ‘dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà’. Perciò l’annuncio del Vangelo, la catechesi e le varie forme dell’agire pastorale devono essere sempre liberi da forme di costrizione, rigidità e moralismi, perché non accada che essi possano suscitare sensi di colpa e timori invece che liberazione interiore”.
La giornata del papa era iniziata con l’incontro con la delegazione ecumenica della Finlandia in occasione della festa di sant’Enrico ad inizio della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: “In un tempo in cui le persone sono spesso tentate da un senso di disperazione, abbiamo la missione essenziale, come messaggeri cristiani di speranza, di portare la luce del Signore negli angoli più bui del nostro mondo.
Sebbene il Giubileo della Speranza si sia ormai concluso con la recente chiusura della Porta Santa della Basilica di San Pietro, la nostra speranza cristiana non conosce fine né limiti. Pertanto, incoraggiati e rafforzati dalla grazia di Gesù Cristo, che è l’incarnazione stessa della speranza per tutti, siamo chiamati e inviati a testimoniare questa verità salvifica con parole edificanti e opere di carità”.
Infine ha incoraggiato il prosieguo del dialogo cattolico-luterano: “Tali esempi di cooperazione, insieme alla lunga tradizione di celebrare congiuntamente la festa di sant’Enrico, sono segni eloquenti di un ecumenismo concreto e fruttuoso e possono contribuire a incoraggiare la Sesta Fase del Dialogo Internazionale Cattolico-Luterano, che inizierà il mese prossimo. Sono certo che il Vescovo Goyarrola, in qualità di Co-Presidente, porterà queste esperienze positive dell’ecumenismo finlandese a questo dialogo”.
Nel mezzo di questi due incontri papa Leone XIV ha ringraziato i dirigenti e gli agenti dell’ispettorato della Pubblica Sicurezza del Vaticano per l’anno giubilare appena concluso: “Avete dovuto gestire file interminabili di persone e folle numerose, accompagnare spostamenti e mantenere presidi, con il buono e il cattivo tempo e con orari e ritmi spesso scomodi ed esigenti. In merito a questo, un pensiero di ringraziamento va anche ai vostri cari che, in modo indiretto, si sono trovati a loro volta coinvolti in queste dinamiche, adattandosi alle esigenze dei vostri impegni e turni straordinari di lavoro e, immagino, rinunciando spesso alla vostra presenza”.
La garanzia della sicurezza rende un luogo sereno: “Ordine e sicurezza sono doni che costano sacrificio a chi li garantisce e che però contribuiscono notevolmente al bene di tutti: in questo caso non solo allo svolgersi pratico delle attività nel rispetto delle norme, ma anche al loro collocarsi in un clima sereno e raccolto. Un ambiente sicuro è infatti di grande aiuto alla preghiera, e moltissimi visitatori (alcuni arrivati a Roma con lunghi viaggi e addossandosi sacrifici fisici ed economici) nei mesi passati lo hanno potuto sperimentare anche grazie a voi”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: il cammino sinodale è una sfida
Oggi pomeriggio nell’aula Paolo VI, papa Leone XIV ha dialogato con i partecipanti al Giubileo delle équipe sinodali e degli organismi di partecipazione, rispondendo a sette domande dei delegati di tutti i continenti, mettendo in evidenza la vocazione missionaria della Chiesa, che deve ‘ascoltare il grido della terra’, e adoperarsi perché siano rispettati i carismi di ciascuno.
Si è iniziato con una domanda del rappresentante dell’Africa, a cui il papa ha risposto con una visione dell’Africa propizia per la Chiesa perché ‘ha tanto da offrirci’, anche se sottolinea che ci sono ‘tante sfide che possono diventare tante occasioni’.
Nel cammino sinodale, è importante l’ascolto per affrontare le ‘sfide’: “Soprattutto nelle culture in cui noi cristiani non siamo la maggioranza, spesso con membri di altre religioni, sia regionali che mondiali come l’Islam, le sfide che ci sono allo stesso tempo sono anche grandi opportunità. E penso che ciò che la maggior parte di noi ha sperimentato negli ultimi anni in preparazione al Sinodo e all’inizio di questo nuovo processo di attuazione, è proprio che la sinodalità, per usare le tue parole, non è una campagna”.
Questa è l’azione della Chiesa: “E’ un modo di essere e un modo di essere Chiesa. E’ un modo di promuovere un atteggiamento che inizia con l’imparare ad ascoltarsi l’un l’altro. E il dono dell’ascolto è qualcosa che penso tutti noi riconosciamo, ma che spesso è andato perduto in alcuni settori della Chiesa, e qualcosa di cui credo dobbiamo continuare a scoprire il valore, a partire dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo negli uomini e nelle donne, nei membri della Chiesa e in coloro che sono alla ricerca ma che forse non sono ancora e forse non saranno mai membri della Chiesa, ma che stanno davvero cercando la verità”.
Mentre al rappresentante dell’Oceania il papa ha fatto presente la situazione climatica, a cui ‘è necessaria una risposta urgente’: “Ci stiamo godendo il lusso di stare seduti in spazi molto confortevoli e riflettere su cose che a volte possono sembrare molto teoriche. Ma quando sentiamo il grido urgente delle persone in diverse parti del mondo, sia a causa della povertà che dell’ingiustizia, o a causa dei cambiamenti climatici, o forse per una serie di altre cause, ci rendiamo conto che non stiamo solo riflettendo su questioni teoriche e che è necessaria una risposta urgente.
E questo è un caso specifico in cui spero che tutti noi prendiamo molto sul serio l’appello che papa Francesco ha rivolto a tutta la Chiesa e al mondo dieci anni fa nella ‘Laudato Sì’, dicendo che anche questo fa parte della nostra risposta di fede a ciò che sta accadendo nel nostro mondo. Non possiamo essere passivi. Pertanto, spero vivamente che attraverso le conferenze episcopali, le Province ecclesiastiche, le Conferenze continentali, possiamo affrontare alcune di queste questioni molto specifiche e fare la differenza. Penso che la Chiesa abbia una voce e che dobbiamo avere il coraggio di alzare la voce per cambiare il mondo, per renderlo un posto migliore”.
Al rappresentante dell’America del Nord che ha chiesto sulla paura della sinodalità da parte dei sacerdoti il papa ha risposto che non tutti possono ‘correre alla stessa velocità’: “Dobbiamo capire che non tutti corriamo alla stessa velocità e che a volte dobbiamo essere pazienti gli uni con gli altri. E piuttosto che avere poche persone che corrono avanti e lasciano indietro molte altre, il che potrebbe causare persino una frattura nell’esperienza ecclesiale; dobbiamo cercare modi, a volte molto concreti, per comprendere cosa sta succedendo in ogni luogo, quali sono le resistenze o da dove provengono, e cosa possiamo fare per incoraggiare sempre più l’esperienza di comunione in questa Chiesa, che è sinodale”.
Inoltre ha sottolineato che occorre trovare modi che possano essere ‘inclusivi’: “Quindi, penso che la realtà concreta, compresa all’interno della cultura americana, degli Stati Uniti, dove in realtà molte strutture già esistenti hanno un grande potenziale per essere sinodali e per trovare modi per continuare a trasformarle in esperienze più inclusive, sia nei consigli pastorali, sia in altre strutture diocesane o incontri, l’inclusione di persone, uomini e donne, laici e clero, donne e uomini, religiosi… possano tutti partecipare e provare un forte senso di appartenenza, di leadership e di responsabilità nella vita della Chiesa”.
A rappresentare il Consiglio dei Patriarchi Cattolici d’Oriente (CPCO) è stato mons. Mounir Khairallah, vescovo di Batrum, presidente del Comitato Patriarcale Maronita per il Seguito del Sinodo, a cui il papa ha invitato ad essere promotori della riconciliazione: “Come Chiesa, dobbiamo essere uniti e riunirci per essere quel segno autentico di speranza, ma anche un’espressione molto reale della carità cristiana, dell’amore fraterno e della cura reciproca, specialmente verso quelle persone che hanno perso tutto a causa della distruzione della guerra, a causa dell’esistenza dell’odio tra di noi”.
Ma al contempo ha invitato il mondo occidentale a rispettare le differenze delle Chiese orientali: “Penso che le sfide che le Chiese orientali hanno continuato ad affrontare e a portare avanti in Medio Oriente siano qualcosa che noi occidentali dobbiamo comprendere meglio, se così si può dire, e che, guardando ai processi sinodali, dobbiamo capire che esistono anche differenze significative tra la Chiesa latina e le Chiese orientali. E dobbiamo rispettare queste differenze. Penso che questo sia il primo passo in qualsiasi comunità, in qualsiasi organizzazione umana: se non ci rispettiamo l’un l’altro, non potremo mai iniziare a conoscerci e ad avvicinarci gli uni agli altri”.
La seconda parte degli interventi è iniziato con uno sguardo sull’America Latina e Caraibi, aggiungendo una nota di carattere personale: “Io poche volte sono stato ispirato da un processo, io mi sento ispirato dalle persone che vivono con entusiasmo la fede. E vivere questo spirito (e parliamo di spiritualità) di sinodalità, ma è la spiritualità del Vangelo, della comunione, del voler essere Chiesa. Questi sono aspetti che possono davvero ispirarci a continuare ad essere Chiesa e a costruire percorsi di inclusione, invitando molti altri, tutti, ad accompagnarci, a camminare con noi”.
E’ c’è stato ‘spazio’ anche per le donne con l’intervento di Klára Antonia Csiszár, componente dell’équipe sinodale del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE), docente di teologia pastorale all’Università cattolica di Linz, in Austria, che si è soffermata sull’interazione tra il patrimonio delle Chiese ortodosse orientali, fonte di arricchimento, e quello d’Occidente, sia sulla questione delle donne, risvegliando nel papa due ricordi:
“C’è una sfida per la Chiesa e per tutti noi a vedere come possiamo promuovere insieme il rispetto per i diritti di tutti e tutte; come possiamo promuovere noi una cultura dove queste cose diventino non solo possibili ma realtà in una co-partecipazione di tutti, ciascuno secondo la propria vocazione, dove possono esercitare (diciamo) un ruolo di responsabilità nella Chiesa. Abbiamo visto tanti esempi nei fatti. Però la realtà è che culturalmente non tutti i Paesi, che non sono nello stesso posto di Europa o degli Stati Uniti e noi non possiamo semplicemente pensare che nominando qui o là una donna per questo o quell’altro sarà rispettata, perché ci sono forti differenze culturali che fanno dei problemi”.
E’ stato un invito a dare forma alle differenze: “Ed allora bisogna parlare di come la Chiesa possa essere una forza per conversione, trasformazione delle culture secondo i valori del Vangelo. Purtroppo molte volte la forma in cui viviamo la fede è più determinata dalla nostra cultura e meno dai nostri valori evangelici. E’ lì che noi tutti possiamo essere una forza, una ispirazione, un invito per le nostre nazioni, le nostre comunità, le nostre culture a riflettere sulle differenze che esistono e non solo fra uomo e donna”.
Infine, la testimonianza asiatica di don Clarence Sandanaraj Devadassan, membro dell’équipe sinodale della Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche, che ha evidenziato che il cammino sinodale ha incoraggiato un maggiore impegno nella promozione dell’armonia tra i popoli e le fedi, delle donne e dei fedeli laici nei processi decisionali, a cui papa Leone XIV ha risposto che si deve ‘rispettare il suolo sacro che rappresenta l’Asia’: “Ci sono, ovviamente, grandi sfide. Le realtà strutturali ed economiche con cui avete a che fare e la difficoltà di promuovere anche solo la comunicazione su larga scala a causa dei limiti delle Chiese locali sono realtà che credo anche noi dobbiamo condividere”.
Ciò comporta la sfida della condivisione: “Penso che questo tipo di esperienza di una Chiesa sinodale che costruisce comunione debba ispirare in tutti noi, se volete, una maggiore generosità nella condivisione delle risorse, in modo da poter avere forse una maggiore uguaglianza, una maggiore giustizia, anche in termini di condivisione con gli altri dei beni e delle benedizioni materiali di cui dispongono tante chiese. Ovviamente, farlo comporta grandi sfide. Naturalmente, sono già stati compiuti grandi sforzi in tal senso, che vanno riconosciuti. E’ un processo in corso”.
(Foto: Santa Sede)
Matelica ha ricordato suor Chiara Augusta Lainati
Nelle scorse settimane il Monastero delle Clarisse di Matelica, in collaborazione con BAP (Biblioteca Archivio Pinacoteca) francescana delle Marche, la Pinacoteca ‘San Giacomo della Marca’ e la Provincia Picena dei Frati Minori ‘San Giacomo della Marca’, ha organizzato un convegno dedicato a suor Chiara Augusta Lainati, ad un anno dalla sua morte, con la partecipazione del prof. Marco Bartoli, docente di storia medievale alla Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) di Roma, sul tema ‘Suor Chiara Augusta Lainati e gli studi inerenti santa Chiara d’Assisi: contributo ed eredità’.
Suor Chiara Augusta Lainati era nata a Saronno (Varese) nel 1939 ed ha studiato filologia classica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano) dove ha conseguito il dottorato nel 1962 con la tesi ‘Studi su santa Chiara d’Assisi’ di cui fu relatore il prof. Ezio Franceschini. Quindici giorni dopo la difesa del dottorato entrò nel Protomonastero Santa Chiara d’Assisi, una comunità di clarisse che vantava un legame con l’Università Cattolica del Sacro Cuore già dalla fondazione da parte di p. Agostino Gemelli. Veste l’abito delle Sorelle Povere di santa Chiara il 21 gennaio 1963, emette la prima professione il 19 aprile 1964 e la professione solenne il 20 aprile 1967.
Molto ricercata in convegni e pubblicazioni con collaborazioni scientifiche sulla spiritualità francescano-clariana, ha operato anche nel campo della trasmissione del carisma francescano nonché nella formazione delle giovani clarisse in diversi monasteri. Gli ultimi anni di vita (caratterizzati da varie infermità) sono trascorsi nel monastero di Matelica, nelle Marche, dove è giunta nel 2001, fino alla sua morte avvenuta il 2 marzo dello scorso anno, festa di sant’Agnese di Boemia, figlia del re di Boemia. Assieme al francescano p. Giovanni Boccali nel 1977 scoprì ‘Audite poverelle’ ossia lo scritto in lingua volgare che Francesco d’Assisi morente inviò alla comunità di San Damiano, che nel 2000 il cantautore Angelo Branduardi musicò nel suo album ‘L’infinitamente piccolo’.
Al relatore, prof. Marco Bartoli, chiediamo di spiegarci il motivo di un convegno dedicato a suor Chiara Augusta Lainati: “Un convegno ad un anno dalla morte di una religiosa nasce anzitutto dall’affetto che le portano le sue consorelle, che hanno conosciuto in lei una testimonianza preziosa che non deve essere dimenticata. Penso anzitutto alle sorelle di Matelica, nel cui monastero suor Chiara Augusta è vissuta negli ultimi anni, ma poi a tante consorelle in tutta Italia. Accanto a loro ci sono poi tanti studiosi, frati e laici, che hanno conosciuto personalmente od attraverso i suoi scritti suor Lainati e ne hanno approfondito alcune delle intuizioni”.
Perchè diede vita alla rivista ‘Forma Sororum’, edita dalle Clarisse?
“La rivista ‘Forma Sororum’ riprende un’antica intuizione di Chiara d’Assisi, che era in contatto epistolare con Agnese di Boemia e probabilmente con molte altre religiose in diversi luoghi della cristianità: vivere in clausura non significa precludersi ogni comunicazione con l’esterno, al contrario, un’intensa vita di fede presuppone l’esigenza di essere comunicata e condivisa con altri. Suor Chiara Augusta ha riletto in chiave moderna questa intuizione dando vita ad una rivista che è, da una parte, uno strumento di comunicazione tra i diversi monasteri di clarisse delle diverse obbedienze in Italia e, d’altra parte, un’occasione per dialogare con quanti e quante, al di fuori del mondo claustrale, sentono il piacere di entrare in relazione con le sorelle povere”.
Quanto sono stati importanti i suoi studi su santa Chiara?
“Suor Chiara Augusta Lainati, sin dai suoi studi all’Università Cattolica di Milano ha colto l’originalità della testimonianza di Chiara d’Assisi e per prima ne ha indicato l’importanza per la comprensione dell’intero mondo minoritico. E’ stata lei ha produrre la prima raccolta di testi redatti da Sorelle Povere nel corso dei secoli. E’ stata sempre lei a suggerire l’inserimento delle Fonti clariane nel volume delle Fonti Francescane, pubblicato per la prima volta nel 1977.
La sua biografia di Chiara ha avuto un successo editoriale straordinario, con traduzioni in tante lingue. E sempre lei è stata all’origine della scoperta di uno straordinario testo di Francesco d’Assisi, l’ ‘Audite poverelle’. Madre Chiara Augusta era una donna del Concilio Vaticano II, da cui ha preso tra l’altro l’invito per i religiosi a tornare al carisma dei fondatori. Il suo contributo alla comprensione del carisma francescano/clariano resta imprescindibile”.
Quanto è importante la santità femminile nell’ordine francescano?
“I Frati minori per molto tempo hanno sottovalutato l’importanza di Chiara d’Assisi, la quale invece rimase fedele, per tutti i 27 anni in cui è sopravvissuta a Francesco, all’ideale dei primi tempi della fraternitas minoritica. Aver ricollocato Chiara dentro il carisma francescano è significato dare il giusto valore alla dimensione spirituale e contemplativa che fu anche di Francesco d’Assisi e che, troppe volte, è messa di lato nella consapevolezza dei frati minori. D’altra parte madre Lainati ha sempre ricordato alle sue consorelle clarisse che il carisma clariano non si comprende se non in profonda unità con quello francescano”.
Cosa significa ricordare suor Lainati?
“Ricordare madre Chiara Augusta Lainati vuol dire dare eco ad un’intuizione evangelica, quella di Francesco e di Chiara, che lei ha compreso e descritto come pochi altri. La fedeltà creativa a questa intuizione evangelica può essere seme di futuro in un mondo che ha sempre più bisogno di ritrovare un orientamento”.
Papa Leone XIV ai lasalliani sottolinea l’importanza della scuola
“Sono molto contento di ricevervi nel terzo centenario della promulgazione della Bolla ‘In apostolicae dignitatis solio’, con cui papa Benedetto XIII approvò il vostro Istituto e la vostra Regola (26 gennaio 1725). Esso coincide anche con il 75° anniversario della proclamazione, da parte di papa Pio XII, di san Giovanni Battista de La Salle come ‘Patrono celeste di tutti gli educatori’. Dopo tre secoli, è bello constatare come la vostra presenza continui a portare con sé la freschezza di una ricca e vasta realtà educativa, con cui ancora, in varie parti del mondo, con entusiasmo, fedeltà e spirito di sacrificio, vi dedicate alla formazione dei giovani”: con queste parole iniziali papa Leone XIV nell’udienza ai ‘fratelli delle scuole cristiane’ ha richiamato l’importanza di vivere la docenza come ‘ministero e missione’ per aiutare i giovani a dare il meglio di sé secondo il disegno di Dio, trasformando le sfide dell’epoca contemporanea in ‘trampolini di lancio’.
Nonostante la storicità, tuttavia i ‘Fratelli delle scuole cristiane’ non hanno perso la loro attualità, evidenziando come la capacità di La Salle di rispondere con creatività alle tante difficoltà della sua epoca: “Gli inizi della vostra opera parlano molto di ‘attualità’. San Giovanni Battista de La Salle cominciò rispondendo alla richiesta di aiuto di un laico, Adriano Nyel, che faticava a tenere in piedi le sue ‘scuole dei poveri’. Il vostro fondatore riconobbe nella sua richiesta di aiuto un segno di Dio, accettò la sfida e si mise al lavoro”.
Tali risposte portarono alla creazione di scuole gratuite: “Così, al di là delle sue stesse intenzioni e aspettative, diede vita a un sistema d’insegnamento nuovo: quello delle Scuole cristiane, gratuite e aperte a chiunque. Tra gli elementi innovativi da lui introdotti in questa rivoluzione pedagogica ricordiamo l’insegnamento rivolto alle classi e non più ai singoli alunni; l’adozione, come lingua didattica, al posto del latino, del francese, accessibile a tutti; le lezioni domenicali, a cui potevano partecipare anche i giovani costretti a lavorare nei giorni feriali; il coinvolgimento delle famiglie nei percorsi scolastici, secondo il principio del ‘triangolo educativo’, valido ancora oggi. Così i problemi, man mano che si presentavano, invece di scoraggiarlo, lo hanno stimolato a cercare risposte creative e a inoltrarsi in sentieri nuovi e spesso inesplorati”.
Per questo papa Leone XIV ha chiesto di aiutare oggi i giovani attraverso i nuovi linguaggi attuali: “I giovani del nostro tempo, come quelli di ogni epoca, sono un vulcano di vita, di energie, di sentimenti, di idee. Lo si vede dalle cose meravigliose che sanno fare, in tanti campi. Hanno però anche loro bisogno di aiuto, per far crescere in armonia tanta ricchezza e per superare ciò che, pur in modo diverso rispetto al passato, ne può ancora impedire il sano sviluppo”.
Quindi è necessario l’abbattimento di alcune ‘barriere’: “Se, ad esempio, nel diciassettesimo secolo l’uso della lingua latina era per molti una barriera comunicativa insuperabile, oggi ci sono altri ostacoli da affrontare. Pensiamo all’isolamento che provocano dilaganti modelli relazionali sempre più improntati a superficialità, individualismo e instabilità affettiva; alla diffusione di schemi di pensiero indeboliti dal relativismo; al prevalere di ritmi e stili di vita in cui non c’è abbastanza posto per l’ascolto, la riflessione e il dialogo, a scuola, in famiglia, a volte tra gli stessi coetanei, con la solitudine che ne deriva”.
Certo, sono sfide impegnative, ma necessarie per incoraggiare i giovani: “Si tratta di sfide impegnative, di cui però anche noi, come san Giovanni Battista de La Salle, possiamo fare altrettanti trampolini di lancio per esplorare vie, elaborare strumenti e adottare linguaggi nuovi, con cui continuare a toccare il cuore degli allievi, aiutandoli e spronandoli ad affrontare con coraggio ogni ostacolo per dare nella vita il meglio di sé, secondo i disegni di Dio. È lodevole, in questo senso, l’attenzione che ponete, nelle vostre scuole, alla formazione dei docenti e alla realizzazione di comunità educanti in cui lo sforzo didattico è arricchito dall’apporto di tutti. Vi incoraggio a continuare su queste strade”.
E’ un invito che riprende il discorso sviluppato da papa Francesco in un’udienza concessa loro nel 2022: “Ma vorrei accennare a un altro aspetto della realtà lasalliana che ritengo importante: la docenza vissuta come ministero e missione, come consacrazione nella Chiesa. san Giovanni Battista de La Salle non ha voluto che fra i maestri delle Scuole cristiane ci fossero sacerdoti, ma solo “fratelli”, perché ogni vostro sforzo fosse indirizzato, con l’aiuto di Dio, all’educazione degli alunni.
Amava dire: ‘Il vostro altare è la cattedra’, promuovendo così nella Chiesa del suo tempo una realtà fino ad allora sconosciuta: quella di insegnanti e catechisti laici investiti, nella comunità, di un vero e proprio ‘ministero’, secondo il principio di evangelizzare educando ed educare evangelizzando”.
Il papa ha concluso l’udienza riprendendo la Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ sul valore dell’insegnamento: “Così il carisma della scuola, che voi abbracciate con il quarto voto di insegnamento, oltre che un servizio alla società e una preziosa opera di carità, appare ancora oggi come una delle esplicitazioni più belle ed eloquenti di quel munus sacerdotale, profetico e regale che tutti abbiamo ricevuto nel Battesimo, come sottolineano i documenti del Concilio Vaticano II. Nelle vostre realtà educative, così, i religiosi rendono profeticamente visibile, attraverso la loro consacrazione, la ministerialità battesimale che sprona tutti, ciascuno secondo il suo stato e i suoi compiti, senza differenze”.
(Foto: Santa Sede)
Don Giovanni Merlini è beato: seppe coniugare preghiera ed azione
“Nella Basilica di San Giovanni in Laterano, stamani è stato beatificato Don Giovanni Merlini, sacerdote dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Dedito alle missioni al popolo, fu consigliere prudente di tante anime e messaggero di pace. Invochiamo anche la sua intercessione mentre preghiamo per la pace in Ucraina, in Medio Oriente e nel mondo intero. Un applauso al nuovo Beato!”: al termine della recita dell’Angelus domenicale papa Francesco ha ricordato la beatificazione di don Giovanni Merlini, presieduta dal prefetto del dicastero delle cause dei santi, card. Marcello Semeraro, nella basilica di san Giovanni in Laterano.
Giovanni Merlini nacque a Spoleto il 28 agosto 1795. Ordinato sacerdote il 19 dicembre 1818, due anni dopo, partecipando ad un corso di esercizi spirituali predicato da San Gaspare del Bufalo (1786-1837), fondatore della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, colpito dal carisma del Santo, chiese di aderire alla sua opera.
Si dedicò con intensità al lavoro missionario e alla direzione spirituale di tante anime, in modo particolare quella di Santa Maria De Mattias (1805-1866), che guidò per ben 42 anni, insieme alla nascente famiglia delle Adoratrici del Preziosissimo Sangue. Svolse il suo ministero nella zona pontina e marittima, in un contesto di forte resistenza sociale allo Stato pontificio.
Nel 1847 venne eletto Moderatore Generale della Congregazione del Preziosismo Sangue, incarico che mantenne fino alla morte. Conobbe personalmente Pio IX di cui divenne consigliere spirituale. Grazie a questo legame si deve la pubblicazione, il 10 agosto 1849, del decreto ‘Redempti sumus’ con cui si istitutiva a livello universale la festa del Preziosissimo Sangue. Morì a Roma il 12 gennaio 1873 a seguito di un incidente stradale occorso nei pressi di Santa Maria in Trivio. Il decreto sull’eroicità delle virtù venne promulgato il 10 maggio 1973.
Nell’omelia il card. Semeraro ha fatto il ritratto di questo nuovo beato della Chiesa, che è stato un uomo di preghiera, che ha saputo unire nella sua vita e nel suo apostolato la dimensione attiva e quella contemplativa, che ha saputo governare con la virtù della prudenza, che ha saputo relazionarsi con amicizia verso tutti:
“Dai racconti evangelici e specialmente dal vangelo secondo Luca sappiamo che per Gesù la preghiera è un atteggiamento abituale, il luogo privilegiato in cui egli vive il mistero della sua persona e della sua missione, lo spazio vitale in cui colloca le sue relazioni con il Padre e con i discepoli. Il Padre suo Gesù lo prega sempre; da ultimo nel Getsemani e sulla croce. Per i discepoli prega quando li sceglie e quando insegna loro a pregare”.
Ed è stato un ‘ottimo’ discepolo: “In questo (oggi lo riconosciamo con gioia) il beato Giovanni Merlini è stato suo ottimo discepolo. Le testimonianze raccolte nel Processo per la sua beatificazione e canonizzazione sono unanimi nel dirci che il Signore lo aveva arricchito del dono della preghiera: una preghiera che in lui diveniva abitualmente contemplazione”.
Però la preghiera conduce all’azione: “Egli, tuttavia, fu anche uomo di azione e di apostolato, in particolare nella predicazione missionaria (cosa per la quale era molto stimato da san Gaspare), e fu pure uomo dalle ottime capacità di governo e, soprattutto, arricchito dalla virtù della prudenza. E’ questa, difatti, tra le virtù cardinali quella più necessaria in chi ha responsabilità di guida: aspetto, questo, che san Tommaso d’Aquino sottolineava in particolare giacché (diceva) è prudente chi sa decidere il da farsi concretamente e sa farlo con sapienza.
Del beato Giovanni Merlini i testimoni del processo per la beatificazione dicono che esercitava la virtù della prudenza in modo veramente straordinario: studiava le situazioni, consultava e interveniva in forme adatte e questo, specialmente in decisioni difficili per le persone, con carità”.
Infatti, come hanno riferito i testimoni, seppe coniugare insieme ‘Marta e Maria’: “Sono questi, carissimi, alcuni aspetti della vita e della spiritualità del nuovo Beato che da oggi la Chiesa ci propone per la invocazione e per la imitazione. Ce n’è, però, un altro che non voglio omettere di richiamare ed è l’amicizia con cui egli è vissuto specialmente con i confratelli nella famiglia religiosa e con le persone a lui affidate per la guida e l’accompagnamento spirituale. I nomi di san Gaspare del Bufalo e di santa Maria de Mattias sono emblematici per il loro speciale legame con il beato Giovanni Merlini”.
Papa Francesco invita a curare la formazione dei giovani
Oggi papa Francesco ha ricevuto in udienza la comunità dello Studio Teologico San Paolo di Catania nato nel 1969, quando le diocesi della Sicilia orientale decisero di istituire un unico luogo di formazione teologica, che si è rivelato nel tempo fruttuoso per i presbiteri, i religiosi, i laici, sullo stimolo del Concilio Vaticano II, appena concluso: “Lo Studio Teologico San Paolo può essere considerato una primizia del Vaticano II: è nato nel 1969, quando le diocesi della Sicilia orientale decisero di istituire un unico luogo di formazione teologica, che si è rivelato nel tempo fruttuoso per i presbiteri, i religiosi, i laici”.
E’ stato un incoraggiamento a proseguire questo percorso di formazione: “Vi incoraggio ad andare avanti in questo percorso: continuate a camminare insieme, offrendo una formazione di ampio respiro, che sia incisiva nella vita ecclesiale e sociale. Insieme alla Facoltà Teologica di Palermo, a cui è aggregato, il vostro Studio costituisce un modello che stimola anche altre Chiese a camminare insieme in questo ambito.
In effetti, quando parliamo di comunione dobbiamo includere anche la relazione tra le strutture formative, che diventano laboratori di comunione e di missione, animati dalla riflessione teologica. La recente Assemblea del Sinodo dei Vescovi ha sottolineato la dimensione sinodale del ministero dei teologi e delle istituzioni teologiche”.
Inoltre ha ricordato che la missione è il radicamento nel territorio, seguendo le ‘orme’ del beato Livatino e di don Puglisi: “La missione di uno Studio Teologico non può ignorare il territorio in cui si trova. Così voi, già nel percorso accademico, fate esperienza di ecclesialità, che vi pone l’uno accanto all’altro, nella diversità delle vocazioni e dei doni e nella ricerca di vie nuove di evangelizzazione. Anche questo è un segno dei tempi da cogliere con sapienza; è uno stile di corresponsabilità a cui oggi vi ‘allenate’ e che dovrebbe proseguire nella vita delle vostre Chiese, valorizzando i carismi di ciascuno.
Nel corso degli anni è aumentato tra voi il numero delle studentesse, che oggi nelle vostre comunità ecclesiali sono inserite con compiti di responsabilità pastorale, di insegnamento della religione e accademico: anche questo è un segno dei tempi, in un territorio dove la donna è stata spesso svalutata nel suo ruolo sociale. Ma non dimentichiamo che la Sicilia è la patria delle sante martiri Agata e Lucia, che sono state “seme” di fede robusta, capace di rinnovarsi e di generare sempre nuovi testimoni, come ad esempio, nel nostro tempo, i Beati Giuseppe Puglisi e Rosario Livatino”.
Il papa, poi, ha chiesto loro di formare i giovani: “La vostra terra ha bellezze naturali e artistiche meravigliose, purtroppo minacciate dalla speculazione mafiosa e dalla corruzione, che frenano lo sviluppo e impoveriscono le risorse, condannando soprattutto le aree interne all’emigrazione dei giovani. La mafia sempre impoverisce, sempre. La Sicilia ha bisogno di uomini e donne che sappiano guardare al futuro con speranza e formino le nuove generazioni ad essere libere e trasparenti nella cura del bene comune, per debellare povertà antiche e nuove…
E lavorate perché i giovani che vanno a studiare fuori tornino. Che la Sicilia non perda il sangue giovane, che è andato a studiare! Sappiate testimoniare che la cultura e la formazione di uno Studio Teologico sono a servizio della gente, dei poveri, degli ultimi. Nella vostra terra, che è stata sempre un crocevia di popoli, approdano tanti migranti e molti si fermano integrandosi: vi esorto ad essere accoglienti, ad essere creativi nella fraternità”.
Alla formazione ha aggiunto la necessità del dialogo: “E questo impegno sarà più fecondo se saprete dialogare con le culture e le religioni degli altri popoli del Mediterraneo, che guardano con speranza al futuro. Per favore, non spegniamo la speranza dei poveri, di quei poveri che sono i migranti! Voi siete accoglienti con i migranti. Integrare i migranti. Per voi c’è anche la sfida dei migranti musulmani: di come integrarli e aiutarli a entrare nelle diocesi”.
Quindi anche un dialogo con le istituzioni culturali del territorio: “Il vostro Studio Teologico ha instaurato una feconda relazione con l’Università di Catania, l’istituzione culturale più antica della Sicilia, e molti docenti sono impegnati in corsi di letteratura cristiana, di diritto, di bioetica. Questa collaborazione certamente giova a voi, perché apre i vostri studi e il vostro futuro a un dialogo che va sempre coltivato, per comprendere meglio il mondo in cui vivete e per inculturare la fede. D’altra parte, essa offre un apporto fecondo alla cultura della vostra gente, segnata dalla tragicità di alcune esperienze di vita. Penso ai grandi della letteratura siciliana, in particolare a Verga, che popola i suoi romanzi di ‘vinti’, rassegnati al dolore e alla povertà”.
Precedentemente il papa aveva incontrato le Suore Carmelitane Messaggere dello Spirito Santo, che hanno festeggiato il 40^ anniversario della loro fondazione: “A volte vediamo consacrati, consacrate (voi no!) che invece di annunciare il Vangelo fanno un chiacchiericcio continuo. Voi no! Ma il chiacchiericcio è il contrario di annunciare il Vangelo, perché il chiacchiericcio è sempre un condannare l’altra, l’altro, quello, quell’altro…
Invece il Vangelo è sempre un benvenuto: ‘Vieni, vieni’. Se alcune volte succede che qualcuna di voi cade nel chiacchiericcio, per favore aiutatela a uscirne il più presto possibile. Nel vostro Istituto, questo impulso missionario di evangelizzazione in diversi ambiti viene strettamente collegato con la contemplazione e con una vita di preghiera che segue l’antica e bella tradizione carmelitana: O Senhorvos abençoe e que Nossa Senhora Aparecida vos guarde! Amen”.
(Foto: Santa Sede)
Marocco: una Chiesa in cammino
Lo spirito del Sinodo ci mette tutti in cammino. La coscienza sempre più viva di far parte di un unico mondo, in particolare nella regione Mediterranea, ancora di più. Siamo ormai vicini di casa, sull’altra sponda. Per questo la Chiesa del Marocco vi invita. Venite in pellegrinaggio da noi!
Da soli, in famiglia o in gruppo, lasciatevi condurre dallo Spirito e dal suo carisma: l’incontro con l’altro. Differente da noi per storia, cultura e religione. È il nostro cammino più difficile, evangelico e sorprendente… La sfida dell’incontro. Della fraternità.
Il monastero sull’altopiano a Midlt dei monaci di Tibhirine e la loro testimonianza – unica al mondo di preghiera, di fraternità e di martirio in terra d’Islam – vi attendono! Il nostro Centro pastorale diocesano “Notre Dame de la Paix” – una vera oasi nel cuore di Rabat – e le tre suore del Mali più che volentieri vi accolgono. Le varie comunità cristiane – per davvero cattoliche, perché di quasi cento nazionalità differenti – vi offriranno la loro testimonianza di servizio fraterno e di universalità.
‘Almowafaqa’, l’Istituto Teologico ecumenico e interreligioso di Rabat, con un corpo docente universitario misto, cioè cattolico, protestante e musulmano – una vera perla, un’autentica originalità di qui –, ha sempre per voi le porte aperte per una visita. La comunità italiana a Casablanca vi vedrà con gioia.
Città antiche e splendide come Fes, Marrakech, Essaouira, El Jadida… e suggestivi villaggi tradizionali, che si mettono in preghiera cinque volte al giorno, vi accoglieranno con entusiasmo: l’ospite qui è sacro.
Il deserto del Sahara vi incanterà per il silenzio, la solitudine, l’assoluto di Dio: vi darà la pace. E vi metterà sui passi di Charles de Foucauld: l’abbandono fiducioso all’Altro e la fraternità verso tutti. In fondo, vi sorprenderà incontrare una Chiesa viva, minoritaria, coraggiosa, a servizio di una società tanto differente in terra d’Islam. Testimone della forza del Vangelo. Ma, soprattutto, dell’amore di Dio per l’umanità che qui vive.
Imparerete il nostro atteggiamento interiore, quasi una regola d’oro: «parlare meno dei migranti, parlare di più con i migranti; parlare meno dei musulmani, parlare di più con i musulmani; parlare meno di Dio, parlare di più con Dio».
Conoscere e incontrare una tradizione, una storia, una fede differenti aiuta a crescere in apertura di mente e di cuore. Indispensabile, oggi, per affrontare le sfide del domani. Conoscere la nostra Chiesa, «sacramento dell’incontro» con l’altro e i suoi valori come la preghiera, la fraternità e l’umiltà, vi trasmetterà un grande dono di Dio: la gioia. Sì, venite e vedete! Vi attendiamo a braccia aperte.
Papa Francesco: i carismi sono doni dello Spirito Santo
“L’altro ieri ho ricevuto una lettera di un ragazzo universitario dell’Ucraina, dice così: ‘Padre, quando mercoledì ricorderà il mio Paese e avrà l’opportunità di parlare al mondo intero nel millesimo giorno di questa terribile guerra, La prego, non parli solo delle nostre sofferenze, ma sia testimone anche della nostra fede: anche se imperfetta, il suo valore non diminuisce, dipinge con pennellate dolorose il quadro del Cristo Risorto.
In questi giorni ci sono stati troppi morti nella mia vita. Vivere in una città dove un missile uccide e ferisce decine di civili, essere testimone di tante lacrime è difficile. Avrei voluto fuggire, avrei voluto tornare a essere un bambino abbracciato dalla mamma, avrei voluto onestamente essere in silenzio e amore, ma ringrazio Dio perché attraverso questo dolore, imparo ad amare di più.
Il dolore non è solo un cammino verso la rabbia e la disperazione; se si fonda sulla fede è un buon maestro di amore. Padre, se il dolore fa male significa che ami; quindi, quando lei parlerà del nostro dolore, quando ricorderà i mille giorni di sofferenza, ricordi anche i mille giorni di amore, perché solo l’amore, la fede e la speranza danno un vero significato alle ferite’. Così ha scritto questo ragazzo universitario ucraino”.
Al termine dell’udienza generale papa Francesco ha letto la lettera che uno studente ucraino gli ha inviato per ricordare i 1000 giorni di guerra nell’est europeo, invitando i fedeli a non ‘abbandonare’ questo popolo: “Una ricorrenza tragica per le vittime e per la distruzione che ha causato, ma allo stesso tempo una sciagura vergognosa per l’intera umanità! Questo, però, non deve dissuaderci dal rimanere accanto al martoriato popolo ucraino, né dall’implorare la pace e dall’operare perché le armi cedano il posto al dialogo e lo scontro all’incontro”.
Mentre la catechesi dell’udienza generale ha sviluppato ‘I carismi, doni dello Spirito per l’utilità comune’, continuando il ciclo di catechesi con lo Spirito Santo ‘protagonista’ nei sacramenti, nella preghiera e nella Madre di Dio: “E’ giunto, perciò, il momento di parlare anche di questo secondo modo di operare dello Spirito Santo che è l’azione carismatica. Una parola un po’ difficile, la spiegherò. Due elementi contribuiscono a definire cos’è il carisma”.
In due punti ha definito il carisma: “Primo, il carisma è il dono dato ‘per l’utilità comune’, per essere utile a tutti. Non è, in altre parole, destinato principalmente e ordinariamente alla santificazione della persona, ma al servizio della comunità. Questo è il primo aspetto. Secondo, il carisma è il dono dato ‘a uno’, od ‘ad alcuni’ in particolare, non a tutti allo stesso modo, e questo è ciò che lo distingue dalla grazia santificante, dalle virtù teologali e dai sacramenti che invece sono gli stessi e comuni per tutti. Il carisma è dato a una persona o a una comunità specifica. E’ un dono che Dio ti dà”.
Con un paragone il papa ha definito il carisma come ‘ornamento’, che rende bello, secondo una definizione della costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’: “I carismi sono i “monili”, o gli ornamenti, che lo Spirito Santo distribuisce per rendere bella la Sposa di Cristo. Si capisce così perché il testo conciliare termina con l’esortazione seguente. Benedetto XVI ha affermato: ‘Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibile l’inesauribile vivacità della santa Chiesa’. E questo è il carisma dato a un gruppo, tramite una persona”.
Con una citazione di sant’Agostino il papa ha sottolineato che tali ‘carismi’ hanno la propria importanza: “Aggiungiamo un’altra cosa: quando si parla dei carismi bisogna subito dissipare un equivoco: quello di identificarli con doti e capacità spettacolari e straordinarie; essi invece sono doni ordinari (ognuno di noi ha il proprio carisma) che acquistano valore straordinario se ispirati dallo Spirito Santo e incarnati nelle situazioni della vita con amore.
Una tale interpretazione del carisma è importante, perché molti cristiani, sentendo parlare dei carismi, sperimentano tristezza o delusione, in quanto sono convinti di non possederne nessuno e si sentono esclusi o cristiani di serie B. No, non ci sono i cristiani di serie B, no, ognuno ha il proprio carisma personale e anche comunitario”.
(Foto: Santa Sede)




























