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Papa Leone XIV: chi non ama non si salva

“Così canta la liturgia nella notte di Natale, e così riecheggia nella Chiesa l’annuncio di Betlemme: il Bambino che è nato dalla Vergine Maria è il Cristo Signore, mandato dal Padre a salvarci dal peccato e dalla morte. Egli è la nostra pace, Colui che ha vinto l’odio e l’inimicizia con l’amore misericordioso di Dio. Per questo ‘il Natale del Signore è il Natale della pace’. Gesù è nato in una stalla, perché non c’era posto per Lui nell’alloggio. Appena nato, sua mamma Maria ‘lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia’. Il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali”: dalla Loggia centrale della basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato per la prima volta il messaggio di Natale alla città e al mondo, esortando a farsi solidali con i deboli e gli oppressi.

Nel Natale di Gesù la scelta di Dio è stata ben precisa: “Il Verbo eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel mondo così. Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con chi è scartato ed escluso”.

Dio ha scelto la responsabilità di assumersi il peccato attraverso l’amore per il prossimo: “Nel Natale di Gesù già si profila la scelta di fondo che guiderà tutta la vita del Figlio di Dio, fino alla morte sulla croce: la scelta di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo Lui per noi, di farsene carico. Questo, solo Lui poteva farlo. Ma nello stesso tempo ha mostrato ciò che invece solo noi possiamo fare, cioè assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità. Sì, perché Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi, cioè senza la nostra libera volontà di amare. Chi non ama non si salva, è perduto. E chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede”.

E per amare occorre responsabilità: “Sorelle e fratelli, ecco la via della pace: la responsabilità. Se ognuno di noi, a tutti i livelli, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”.

Però occorre essere liberi dal peccato: “Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace. Per questo Gesù è nato a Betlemme ed è morto sulla croce: per liberarci dal peccato. Lui è il Salvatore. Con la sua grazia, possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”.

Ecco la richiesta di pace per il Medio Oriente con le parole del profeta Isaia: “In questo giorno di festa, desidero inviare un caloroso e paterno saluto a tutti i cristiani, in modo speciale a quelli che vivono in Medio Oriente, che ho inteso incontrare recentemente con il mio primo viaggio apostolico. Ho ascoltato le loro paure e conosco bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano.

Il Bambino che oggi nasce a Betlemme è lo stesso Gesù che dice: ‘Abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!’ Da Lui invochiamo giustizia, pace e stabilità per il Libano, la Palestina, Israele, la Siria, confidando in queste parole divine: Praticare la giustizia darà pace. Onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre”.

Mentre per l’Europa ha chiesto uno ‘spirito’ collaborativo: “Al Principe della Pace affidiamo tutto il Continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”.

Inoltre ha implorato la consolazione per le vittime delle guerre: “Dal Bambino di Betlemme imploriamo pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo. Ricordo in modo particolare i fratelli e le sorelle del Sudan, del Sud Sudan, del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica Democratica del Congo.

In questi ultimi giorni del Giubileo della Speranza, preghiamo il Dio fatto uomo per la cara popolazione di Haiti, affinché cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione. Il Bambino Gesù ispiri quanti in America Latina hanno responsabilità politiche, perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte”.

Inoltre ha chiesto riconciliazione per i conflitti in Asia e per chi soffre a causa dei disastri naturali: “Al Principe della Pace domandiamo che illumini il Myanmar con la luce di un futuro di riconciliazione: ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani. A Lui chiediamo che si restauri l’antica amicizia tra Thailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace.

A Lui affidiamo anche le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere popolazioni. Di fronte a tali prove, invito tutti a rinnovare con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre”.

Il primo Urbi et Orbi papale è stato un invito a non lasciarsi vincere dall’indifferenza verso i migranti: “Nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi: con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane”.

Quindi, ricordando le imminenti chiusure delle Porte sante giubilari papa Leone XIV ha invitato tutti ad ‘aprire’ il proprio cuore per diventare figli di Dio: “In questo giorno santo, apriamo il nostro cuore ai fratelli e alle sorelle che sono nel bisogno e nel dolore. Così facendo lo apriamo al Bambino Gesù, che con le sue braccia aperte ci accoglie e dischiude a noi la sua divinità: ‘A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’.

Tra pochi giorni terminerà l’Anno giubilare. Si chiuderanno le Porte Sante, ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi! Egli è la Porta sempre aperta, che ci introduce nella vita divina. E’ il lieto annuncio di questo giorno: il Bambino che è nato è il Dio fatto uomo; egli non viene per condannare, ma per salvare; la sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso. In Lui ogni ferita è risanata e ogni cuore trova riposo e pace”.

(Foto: Santa Sede)

‘Dilexi te’: papa Leone XIV chiede alla Chiesa di servire i poveri

“E’ con grande gioia che ti scrivo, seguendo una pratica iniziata da papa Francesco più di dieci anni fa, che coinvolge l’intero Collegio Episcopale nei momenti importanti del Magistero papale. Possa ‘Dilexi te’ aiutare la Chiesa a servire i poveri e ad avvicinare i poveri a Cristo”: con queste  parole papa Leone XIV ha accompagnato la sua prima esortazione apostolica  ‘Dilexi te’, presentata ieri.

Infatti il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha ringraziato il papa per questa esortazione apostolica, in cui si mette in evidenza l’amore verso i poveri, invitando la Chiesa ad una ‘scelta di campo’: “Papa Leone, che si pone in piena continuità con il magistero di Francesco, facendo proprio e proponendo il progetto del testo, ricorda che ‘la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede’ (n. 110) e che, pertanto, non può essere ridotta solo a ‘problema sociale’ (n. 104). I poveri sono ‘dei nostri’ (n. 104) in cui riconoscere il volto di Cristo. Senza paura, senza paternalismi, senza distacco, ma con autenticità e verità”.

Per il presidente della Cei l’esortazione apostolica è uno sprone per l’azione: “E’ tempo di passare dalle analisi alle azioni, dall’indifferenza alla cura, dalla speculazione teorica alla concretezza dell’impegno: solo così potremo rimuovere le cause sociali e strutturali della povertà, diffondere attraverso i valori radicati nel Vangelo la custodia dell’umanità, ascoltare il grido di interi popoli, denunciare ciò che non va.

E’ tempo di esporsi: se il rischio è quello ‘di sembrare degli stupidi’ (n. 97) vogliamo correrlo; se il sogno è quello di ‘una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare’ (n. 120) vogliamo realizzarlo”.

Infatti nella conferenza stampa di ieri il card. Michael Czerny., prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha sottolineato la valenza di quest’esortazione: “In ‘Dilexi te’, papa Leone si unisce a papa Francesco nel dichiarare: non ci sarà pace finché i poveri ed il pianeta saranno trascurati e maltrattati”.

L’esortazione è una richiesta di considerare la dignità del povero: “La pace cristiana è giustizia riconciliatrice e riconciliata. I poveri, diceva Madre Teresa, ‘non hanno bisogno della nostra pietà, ma del nostro amore rispettoso’. Trattarli con dignità è il primo atto di pace. Solo una società che pone al centro gli emarginati può essere veramente pacifica, e solo un mondo composto da società di questo tipo può essere in pace”.

Insomma quest’esortazione  è nel solco del magistero della Chiesa: “Il recente insegnamento della Chiesa comprende chela povertà deriva dalle strutture del peccato. L’egoismo e l’indifferenza si consolidano nei sistemi economici e culturali. L’ ‘economia che uccide’ misura il valore umano in termini di produttività, consumo e profitto. Questa ‘mentalità dominante’ rende accettabile lo scarto dei deboli e degli improduttivi, e merita quindi l’etichetta di ‘peccato sociale’.

Al di là delle donazioni e di altre forme di assistenza, la risposta della Chiesa denuncia la falsa imparzialità del mercato, propone modelli di sviluppo, promuove la giustizia, mira alla conversione delle strutture. Ciò favorisce una forma di pentimento sociale che restituisce dignità agli invisibili e li aiuta a svilupparsi più pienamente”.

Mentre il card. Konrad Krajewski, Prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, ha ricordato l’epoca della pandemia di Covid-19 che in alcuni quartieri di Roma ha portato la gente alla fame. Gente senza tessera sanitaria che non poteva accedere alla vaccinazione: “Ne abbiamo vaccinati 6.000 in Aula Paolo VI’, senza dimenticare le quasi mille persone al giorno tra migranti e rifugiati alla Stazione Tiburtina, provenienti da Lampedusa: ‘Non avevano bisogno di panini, ma di carte telefoniche per avvisare i parenti’.

Poi la guerra, che ha cambiato gli interventi sul campo, lodando la generosità degli italiani che hanno fatto partire circa 250 tir dalla Basilica di Santa Sofia per l’Ucraina con cibo, magliette termiche, generatori elettrici.

Ugualmente frére Frédéric-Marie Le Méhauté, provinciale dei Frati Minori di Francia/Belgio, ha evidenziato la centralità dell’amore di Dio per i poveri: “Il punto di partenza di ‘Dilexit te’ è l’amore di Dio per una comunità debole, ‘esposta alla violenza e al disprezzo’. Il Santo Padre ricorda che al di là delle definizioni di povertà, ‘i poveri non sono lì per caso né per un destino cieco e amaro’. Sono le ‘strutture di peccato che creano povertà e disuguaglianze estreme’.

La nostra attenzione deve andare a queste persone ‘più deboli, più miserabili e più sofferenti’ ed, in particolare, alle donne, che a volte sono ‘doppiamente povere’. Non si tratta solo di combattere le cause strutturali della povertà, ma anche di raggiungere concretamente coloro che sono spesso lontani dalla nostra attenzione, per vivere con loro e come loro”.

Quest’esortazione ricorda “la necessità di impegnarsi per i poveri, di donare ai poveri, soprattutto attraverso l’elemosina. Ma insiste affinché impariamo ad agire con loro. L’accelerazione dei problemi contemporanei ‘non è stata solo subita, ma anche affrontata e pensata dai poveri’. Dobbiamo insistere su questo termine: i poveri hanno un pensiero. Vale a dire, possono essere attori e non solo ‘oggetti della nostra compassione’ o delle nostre politiche, possono aiutarci ad analizzare i problemi e soprattutto sono portatori di soluzioni reali”.

Insomma in quest’esortazione papa Leone XIV presenta una teologia della misericordia: “In sintesi, ‘Dilexi te’ articola una teologia della rivelazione che scaturisce dalla misericordia verso i più poveri, da un’ecclesiologia della diaconia come criterio di verità e da un’etica sociale che si unisce, con la mano tesa, alla lotta per la giustizia”.

Inoltre la Piccola Sorella di Gesù della Fraternità delle Tre Fontane, Clemence, ha raccontato la vita dei poveri: “Vorrei tanto che in questa occasione al mio posto sedessero Lacri, Pana o un’altra delle donne rom giunte dalla Romania, con le quali abbiamo condiviso la vita per diversi anni in un terreno abbandonato nel sud Italia. Si tratta di donne che, come ci ricorda l’Esortazione, sono ‘doppiamente povere’ a causa della loro situazione di esclusione, ma nelle quali ‘troviamo… i gesti più ammirevoli di eroismo quotidiano nella protezione e nella cura della fragilità delle loro famiglie’…

Assistendo con stupore alla loro offerta, ci siamo commossi per l’attenzione che ci hanno dimostrato, ben conoscendo le difficoltà che incontravano nel guadagnarsi da vivere. Pur essendo poveri materialmente, essi sono ricchi di umanità! Molti di loro non hanno studiato, ma possiedono quella saggezza che si forma dall’esperienza della precarietà, che incoraggia alla condivisione e alla solidarietà. Il Santo Padre ci invita a riconoscere la ‘misteriosa saggezza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro’. Seguendo il loro esempio, noi riscopriamo la solidarietà dato che, nell’ansia di preservare le nostre ricchezze, spesso ce ne dimentichiamo in fretta”.

(Foto: Vatican Media)

Venerdì Santo: sulla croce l’amore di Dio salva

Nell’omelia della celebrazione della Passione del Signore nella basilica di San Pietro, presieduta dal prefetto del dicastero per le Chiese Orientali, card. Claudio Gugerotti, delegato del Papa, il predicatore della Casa Pontificia, fra  Roberto Pasolini, ha ricordato che il cammino di salvezza indicato da Cristo è aperto a chiunque disposto a ‘fidarsi fino in fondo del Padre, lasciandosi guidare dalla sua volontà anche nei passaggi più oscuri’:

“Al centro del Triduo Pasquale palpita un cuore, quello del Venerdì Santo. Tra il bianco della Cena del Signore e quello della sua Risurrezione, la liturgia interrompe la continuità cromatica tingendo di rosso tutti i paramenti e invitando i nostri sensi a sintonizzarsi sulle tonalità intense e drammatiche dell’amore più grande”.

Nella Lettera agli Ebrei san Paolo scrive che le preghiere di Gesù furono da Dio esaudite per il suo ‘pieno abbandono’: “Dio non ha risparmiato a Cristo la sofferenza, ma ha sostenuto il suo cuore, rendendolo capace di consegnarsi alle esigenze dell’amore più grande, quello che non si ferma neppure davanti ai nemici”.

Il primo momento sottolineato riguarda la frase ‘Sono io’: “Nei momenti in cui la nostra vita subisce qualche battuta d’arresto (un imprevisto doloroso, una grave malattia, una crisi nelle relazioni) anche noi possiamo provare ad abbandonarci a Dio con la stessa fiducia, accogliendo ciò che ci turba e ci appare minaccioso”. Così facendo, “il peso della vita si fa più leggero, e la sofferenza, pur restando reale, smette di essere inutile e inizia a generare vita”.

Il secondo momento è la manifestazione del bisogno da parte di Gesù in croce, il suo “Ho sete”, prima di morire: “Gesù muore non prima di aver manifestato, senza alcuna vergogna, tutto il suo bisogno. Si congeda dalla storia compiendo uno dei gesti più umani e insieme più difficili: chiedere ciò che da soli non siamo in grado di darci. Il corpo di Cristo, spogliato di tutto, manifesta il bisogno più umano: quello di essere amato, accolto, ascoltato”.

Il suo corpo ‘manifesta il bisogno più umano: quello di essere amato, ascoltato, accolto’. Anche noi “possiamo prendere bene quegli istanti in cui emerge con chiarezza che non bastiamo a noi stessi”, quando “il dolore, la stanchezza, la solitudine o la paura ci mettono a nudo”.

Infine con le ultime parole, ‘è compiuto’, Gesù dona la sua vita e il suo Spirito mostra che “non è la forza a salvare il mondo, ma la debolezza dell’amore, che non trattiene nulla”. In un tempo segnato dalla prestazione, è difficile “riconoscere i momenti di sconfitta o di passività come luoghi possibili di compimento, perché quando la croce ci toglie il fiato e ci immobilizza, tendiamo a sentirci sbagliati”.

Quindi seguire l’esempio e le parole di Cristo non è semplice, “quando il male ci raggiunge, quando la sofferenza ci visita, quando ci sentiamo soli o abbandonati”. Aiuta allora ‘accostarci con piena fiducia alla croce’. Oggi, in  questo Giubileo, “nel quale il papa ci ha ricordato che ‘Cristo è l’ancora della nostra speranza’, noi cristiani scegliamo la via della croce come unica direzione possibile della nostra vita”.

(Foto: Santa Sede)

Mons. Anselmi: amare per essere felici

“In questi mesi ho appreso che durante la Seconda Guerra Mondiale anche Rimini e i territori circostanti sono stati teatro di guerra; i nostri nonni e bisnonni, ottant’anni fa hanno vissuto scene di morte e distruzione; nella storia rimangono i quasi quattrocento bombardamenti, l’80 % della città distrutta, i morti della battaglia di Rimini, circa 20.000 tedeschi e 15.00 alleati, i campi di prigionia per più di 150.00 persone allestiti sul litorale.

Una tragedia testimoniata da rovine ancora presenti in città, dai cimiteri di guerra di Rimini e Coriano, dal ricordo vivo dei tre giovani martiri impiccati in piazza, dai resti della chiesa della Pace di Trarivi e soprattutto dal ricordo di tanti testimoni oculari. Grazie alla Repubblica di san Marino che ha accolto decine di migliaia di profughi sfollati. Signore, dona la pace al mondo e aiutaci ad essere operatori di pace”: dopo l’invocazione allo Spirito Santo, così inizia la lettera pastorale del vescovo della diocesi di Rimini, mons. Nicolò Anselmi, intitolata ‘Amerai, sarai felice e godrai di ogni bene, ora e nei secoli eterni’.

Nella lettera pastorale il vescovo ha spiegato il titolo della lettera: “Ho scelto questo titolo per sottolineare il fatto che la felicità è lo scopo della vita, è il grande desiderio di Dio e che l’amore è la strada per essere felici. Penso che tutti possiamo essere concordi nel riconoscere l’importanza

dell’amore come strada verso la felicità, a prescindere da ogni religione e cultura; qualcuno può essere indifferente al fatto religioso ma tutti siamo interessati all’amore. Non ho mai ascoltato persone teorizzare l’odio verso gli altri esseri umani; tutti siamo in fondo convinti che l’amore sia la strada maestra verso una vita bella e gioiosa. Chi è credente sa che il vero modo di amare Dio, di renderlo felice, è quello di amarci fra noi; la gioia di Dio è quella di vederci uniti come fratelli e sorelle. In questa situazione di unità l’amore per Dio e l’amore per il prossimo coincidono”.

Inoltre il vescovo ha sottolineato che la religione cristiana discende da un fatto storico: “La religione cristiana è prima di tutto figlia di un fatto storico: la Resurrezione di Gesù il giorno di Pasqua; Gesù è vivo, è risorto, è Dio. Gli apostoli e molti discepoli sono i testimoni oculari di Gesù risorto e lo hanno comunicato ai loro successori, oralmente e scrivendo testi chiamati vangeli; dai cosiddetti Padri Apostolici, coloro che hanno conosciuto personalmente gli apostoli ma non hanno incontrato direttamente Gesù, attraverso una lunga catena di fedeltà, pagata fino al sangue del martirio, questa certezza di Fede è arrivata fino a noi. E i vescovi sono i successori dei dodici apostoli. Ogni settimana, la domenica, celebriamo la Pasqua basandoci su questa catena di testimonianza comunitaria che collega gli apostoli e la comunità primitiva con i vescovi e la comunità cristiana di oggi: la chiesa è il popolo che da duemila anni trasmette la verità della resurrezione di Gesù e quindi la sua divinità”. 

La lettera è un invito ad ‘essere costruttori del Regno di Dio: “Essere costruttori del Regno di Dio, il regno dell’amore, della pace, della gioia è la vocazione più bella che abbiamo ricevuto, è il senso della vita; tutti siamo invitati a fare la nostra parte, a lavorare nella vigna del Signore, sani e malati, ricchi e poveri, uomini e donne, giovani e adulti, bambini e anziani, sacerdoti e laici, di qualunque nazione e cultura.

Un modo per essere costruttori del regno, messaggeri di amore, missionari di pace è raccontare la presenza trasformante di Dio nelle nostre giornate, nelle grandi svolte della nostra esistenza, le luci quotidiane, la gioia dei piccoli gesti d’amore, l’essere guidati, aiutati, consolati dallo Spirito Santo; è importante raccontare con umiltà, con le parole e le opere, la gioia che abbiamo provato nel compiere gesti di carità, di bontà, di perdono, di servizio verso gli ultimi, verso chi soffre, sostenuti dallo Spirito Santo”.

Al contempo mons. Anselmi ha evidenziato la necessità di pregare: “Pregare è un atteggiamento del cuore sempre presente durante la giornata. Pregare è un modo di vivere; pregando ogni ghiaccio si scioglie, ogni durezza si ammorbidisce, ogni paura svanisce, le parole incomprensibili diventano chiare, la stanchezza diventa vigore, le lacrime puliscono gli occhi e ci aiutano a vedere meglio. Lo Spirito Santo di Gesù prega in noi. La preghiera personale ci è necessaria per assaporare il senso della vita”.

Ed ecco la necessità del discernimento per porsi in ascolto dello Spirito Santo: “Se lo Spirito Santo è presente in ogni essere umano, per scoprire ed ascoltare la voce dello Spirito, è necessario che le persone siano capaci di ascoltare gli altri, nel silenzio, nella profondità, nella verità e nella libertà. Lo stare insieme fra persone dovrebbe sempre avere le caratteristiche dell’ascolto e della scoperta di ciò che è più luminoso, brillante, profumato. Sarebbe bello che, quando ci si ritrova, tutti avessero la possibilità di parlare e di essere ascoltati.

Chi è più espansivo, esperto, preparato deve saper dare spazio agli altri, a tutti, ai più giovani; tutti devono potersi esprimere. La conversazione spirituale in cui tutti parlano e sono ascoltati è una scuola per non giudicare rapidamente, per non voler imporre a tutti i costi la propria idea. Ogni conversazione dovrebbe iniziare con l’invocazione dello Spirito, proseguire con l’ascolto della Parola di Dio, essere pacata, leggera, mite, buona, sottolineare ciò che hanno detto gli altri e concludersi con un rendimento di grazie a Dio. La conversazione spirituale può aiutare a scegliere attraverso il discernimento personale e comunitario”.

Non poteva mancare un capitolo dedicato a don Oreste Benzi: “Lo Spirito Santo attraverso don Oreste ha donato al mondo l’intuizione pastorale che la famiglia è il grembo originario in cui il Vangelo si incarna e può essere vissuto. Le Case-Famiglia da lui volute sono luci che brillano, illuminano la Chiesa e la società, suscitano il desiderio in altre famiglie di essere aperte, accoglienti, vere chiese domestiche, sacramenti dell’amore di Dio, scaldate dalla presenza eucaristica.

Don Oreste, e tante persone con lui, hanno risposto a una molteplicità infinita di domande di amore; i preti e i giovani sono stati le sue grandi passioni testimoniate dalla vita comune da lui vissuta con alcuni fratelli sacerdoti e dall’impegno costante con e verso i giovani, nei campi estivi ed in mille esperienze. Con i giovani e per i giovani si è speso in tutte le situazioni invitandoli ad essere santi e ad affidarsi a Gesù.

Ha seminato il Vangelo in tutti i terreni possibili: la dipendenza dalle droghe, la sofferenza del carcere, la schiavitù della prostituzione, la cura della disabilità, l’accoglienza dello straniero, l’amicizia con le persone nomadi e Rom, l’amore per la vita nascente, l’impegno per evitare ogni interruzione di gravidanza e la disponibilità ad aiutare le famiglie e ad accogliere i neonati, la gratitudine verso gli anziani, l’operatività a favore della pace, l’animazione missionaria.

La molteplicità di queste risposte e l’opera dello Spirito Santo ha fatto nascere un’associazione di laici e consacrati, ispirata alla bontà di San Giovanni XXIII che chiedeva ai giovani porte, finestre, chiese e case aperte”.

Un capitolo è dedicato alla famiglia, che Dio chiama attraverso il matrimonio: “Il matrimonio è una chiamata di Dio, nasce nella comunità cristiana. Tutti devono pregare perché i ragazzi scoprano questa vocazione. Le persone si innamorano se sentono che qualcuno le ama, si prende cura di loro.

Il sacramento del matrimonio è la presenza di Dio nella vita dei due coniugi; c’è chi dice che l’amore può spegnersi e finire, ma la preghiera, la Parola di Dio, i sacramenti dell’Eucarestia e della Confessione sono Amerai, sarai felice e godrai di ogni bene ora e nei secoli eterni sostegni sicuri perché il fuoco dell’amore e dell’unità continuino ad ardere incessantemente”.

Un pensiero anche per le famiglie separate e divorziate: “Un caro abbraccio alle coppie separate, divorziate, risposate civilmente e ai vostri figli; la Chiesa di cui fate parte vi è vicina, prega per voi e con voi desidera cercare nuove strade di presenza nella comunità cristiana perché possiate far fruttificare il dono che ogni essere umano porta con sé; cercate un accompagnatore spirituale e cominciate a camminare secondo lo Spirito di Gesù.

In alcuni casi, dopo un percorso sempre doloroso, gli sposi hanno scoperto che alla base della loro separazione c’era una scelta non pienamente consapevole; in queste situazioni si può arrivare a una dichiarazione di nullità del matrimonio che non consiste nella cancellazione del sacramento bensì nell’affermazione che il sacramento, per vari motivi, non c’è mai stato. Oggi il percorso per la dichiarazione di nullità è più semplice di un tempo”.

Inoltre il vescovo ha sollecitato ad una presenza in politica: “L’impegno in politica è una vera e propria vocazione; gli amministratori locali hanno la possibilità di ben operare per la vita delle persone; invito giovani e adulti a rendersi disponibili ad assumere ruoli di responsabilità e coordinamento nell’associazionismo, nel volontariato, nelle organizzazioni di categoria, negli organismi di partecipazione a scuola e nelle università; servire il bene comune può essere faticoso ma dona gioia.

Anche studiare, leggere, informarsi, partecipare, andare a votare nei vari turni elettorali, cercando di sostenere le realtà e le persone che portano idee in armonia con il vangelo, sono gesti di amore per il bene comune”.

La lettera si chiude con una visione giubilare: “E’ bello che tutte le persone sappiano ascoltare le richieste di aiuto che silenziosamente ci raggiungono, che tutti sappiano dare speranza, senza giudicare, perché la persona è più grande anche delle proprie fragilità. La storia della nostra salvezza è piena di peccatori convertiti, perdonati: Mosè, il grande re Davide, San Paolo persecutore della Chiesa.

Una persona mi ha confidato che vorrebbe vivere un giubileo cantato, un inno di lode alla presenza di Dio. Le chiese aperte, abitate dal canto e dalla preghiera, anche in pausa pranzo o di sera, sarebbero un segno bello del Giubileo. Il Giubileo ha bisogno di tutti, ed in particolare, di volontari, disponibili ad accompagnare i pellegrini nella visita ai luoghi giubilari ed a proporre un cammino spirituale”.

(Foto: Diocesi di Rimini)

XXXI  domenica Tempo ordinario: il grande comandamento è amare

Un Dottore della Legge pone a Gesù una domanda: Quale è il primo di tutti i comandamenti?  Il primo non in senso cronologico, ma quello che sintetizza in sé tutti i comandamenti. Gesù risponde con le parole stesse della Bibbia: ‘Ascolta Israele: il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, co tutte le forze’; Gesù poi aggiunge quello che Egli chiama ‘secondo comandamento: amerai il prossimo tuo come te stesso!’  Dio è amore: il comandamento essenziale allora non può essere che ‘amare’: amare Dio è l’opzione fondamentale, è la scelta  fondamentale e nasce con la Fede e la Speranza.

Cristo Gesù non è venuto ad abolire l’antica legge ma a completarla; amare Dio come prima cosa, amore del prossimo come completamento dell’amore di Dio: ami veramente Dio se ami il prossimo. Gesù, come vedi, non chiede un amore soggettivo, ma un amore oggettivo; non richiede quel sentimento che sente o che prova una persona che ama; Gesù chiede di fare la volontà di Dio, ci chiede azioni reali e concrete e non sentimenti: l’amore cristiano è carità perchè scaturisce da Dio come il raggio dal sole; deve essere espressione vera dell’amore di Dio  nel nostro cuore e nella nostra vita. Ecco perchè Gesù dice: se uno mi ama osserverà la mia parola (Gv. 14, 23), ‘Se mi amate osserverete i miei comandamenti’.

Non è dunque un amore su comando; l’amore vero deve essere libero e non si ottiene per imposizione dall’esterno; l’amore è frutto della scelta di Dio, che ci amati per primo e amandoci ci ha conferito la grazia per amare Dio e amare i fratelli. L’amore, prima di essere un comandamento, è la risposta ad una esperienza di amore. Dio è amore e amando crea e creando ama; da questa esperienza nasce spontaneo il comandamento che non è una imposizione ma la risposta naturale a Dio, che ci ha amato per primo.

Amore con amore si paga! L’amore che conta non è quello che si ferma ad un sentimento vuoto ma quello che si concretizza nella stessa realtà creata dove Gesù, il Verbo eterno, ha assunto la natura umana, ha sofferto in croce offrendosi vittima al Padre per amore dell’uomo, per aprire agli uomini le porte del Regno dei cieli. Cristo Gesù è venuto non per abolire la legge antica anzi dirà: neppure una iota verrà cancellata.

L’amore segna il vertice della vita cristiana: Dio non è solo il Signore da adorare, temere, obbedire ma è l’oggetto del nostro amore totale (ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze), ama il prossimo tuo perchè figlio di Dio, fratello nostro per il quale lo stesso Cristo è morto in croce per salvarlo. Gesù conclude così la Vecchia Alleanza ed instaura la Nuova.

La novità riguarda la parola ‘prossimo’. Chi è il prossimo d’amare? Prossimo non è solo il familiare, l’amico o uno del gruppo ma tutti costituiscono il prossimo perchè per tutti Gesù si è incarnato, è morto in croce, ha dato la sua vita. Gesù vuole tutti salvi ed ha fatto dell’umanità la sua nuova famiglia.     

Per l’ebreo prossimo era solo l’altro ebreo; per l’islamico è l’altro islamico; per il cristiano prossimo è ogni uomo. Questo amore deve avere il carattere della interiorità, nel senso che non dobbiamo amare per convenienza, per utilità o dovere, ma amare perchè l’altro è tuo fratello, figlio dell’amore eterno di Dio.

Dio è amore e noi, davanti a Dio, saremo giudicati solo sull’amore: ‘Ama et fac quod vis’: chi ama non offenderà mai Dio o il fratello. Lo diciamo nel ‘Padre nostro’: perdona a noi come noi perdoniamo i nostri debitori; (cioè “con la stessa misura con la quale misurate, dice Gesù, sarete misurati”. Ama di cuore e troverai sempre Dio grande e misericordioso. Se un sorriso  viene dal cuore è cortesia, se è solo esteriorità è ipocrisia. 

Come amare concretamente Dio? La via più breve è amare il fratello in nome di Dio, superando così ogni frontiera di risentimento, di odio, di vendetta. Questo significa essere cristiano: un amore che si oppone alla logica del mondo dove esiste solo la logica del più forte, la legge che fa del mondo una foresta dove ‘homo homini lupus’. Da qui la risposta assai chiara di Gesù alla domanda: quale è il più grande comandamento?

Una risposta categorica: ‘Amerai…’, un verbo al futuro per indicare una storia mirabile: l’amore infatti assicura il futuro del mondo; senza amore non c’è futuro.    Ascoltiamo, cari amici, la parola del Signore: se non l’ascolti la rimpiangerai; se la disprezzi, sarà la tua rovina, la tua condanna.  E’ la parola che ti rimette in equilibrio perchè ti permette di ritrovare te stesso. La Madonna, la donna del ‘sì’, dell’amore, ci aiuti ad essere veri uomini e cristiani.

Maria Chiara Ursino: con la mano nella Tua camminerò

Dalla sinossi del libro di Maria Chiara Ursino, ‘Con la mano nella Tua camminerò’ si può leggere alcuni tratti della sua personalità: “Maria Chiara è una ragazza che ha due nomi impegnativi, e anche la sua vita lo è. Nella sua storia, come in un puzzle, trovano posto pezzi molto diversi, per forma e colore (il grigio dell’angoscia, il nero della sofferenza, il verde della speranza, il rosso della caparbietà) ma il disegno finale è quello di una bambina-ora donna- che cammina mano nella mano con Gesù.

Don Giussani e don Puglisi al centro del Meeting di Rimini

Ieri il Meeting di Rimini ha reso omaggio a mons. Luigi Giussani, partendo dalla frase che dà il titolo alla 44^ edizione, ‘L’esistenza umana è una amicizia inesauribile’ con cui mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, si è confrontato: “L’esistenza umana è un’amicizia perché l’esistenza è data, è data da un Mistero che ci costituisce. Sta a noi cogliere il tu di Dio come costitutivo della nostra esistenza”.

XIII Domenica del Tempo Ordinario: vivere è amare!

‘Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me!’; Gesù non intende smentire la legge di Mosè: ‘onora il padre e la madre’; Egli sa bene  che la sua parola provoca contrasto e tensione all’interno della stessa famiglia; le sue parole sembrano cozzare con gli effetti più puri che determinano la felicità dell’uomo sulla terra. Poi la richiesta ancora più drammatica: ‘Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà’.

Mons. Delpini: Berlusconi un uomo che ora incontra Dio

Ieri mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ha presieduto i funerali di Stato dell’ex presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, alla presenza di personalità della politica, dello sport e dello spettacolo e 10.000 persone nella piazza, nella cui sobria omelia è stato affermato il desiderio dell’uomo di vivere una vita piena, che trova in Dio il compimento:

Sandra Sabattini: ama te stesso ed il prossimo

Ho promesso questa notte di scrivere questo articolo. Vorrei parlarvi della beata Sandra Sabattini. Il suo messaggio è semplice ed immediato.  Ama Dio, ama te e il prossimo donandoti. Diceva che ‘la vita non è ricevere ma dare, dare, dare’.

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