Spiritualità
In attesa dell’ ultimo Amen
Samuel Beckett, in Aspettando Godot, narra la storia di due mendicanti in attesa di un certo Godot dal quale sperano una serena e definitiva sistemazione. Quanto a Godot, però, non sanno né chi sia, né il luogo e la data dell’appuntamento. I due consumano il tempo aspettando. Arriva improvvisamente un ragazzo con un messaggio in cui Godot annuncia il suo arrivo per l’indomani. Il giorno dopo arriva lo stesso messaggio: domani verrà. E’ un domani, però, senza luogo, senza giorno e senza ora. E così i mendicanti aspettano quell’incontro che mai avverrà.
Ogni attesa esige sempre l’incontro dell’atteso che viene.
Dialogare scrivendo: un carteggio sul perché della vita tra due giovani nel tempo dei socialmedia
Si può capire meglio in senso della vita scrivendosi delle lettere? Due giovani, due amici, ci hanno provato per confrontarsi su fede, Chiesa, desideri dei giovani, amore, vocazione, relativismo, conversione, difficoltà di credere. Un seminarista e un giornalista, un credente e un agnostico. Un carteggio che diventa via via più significativo e che presto forse avrà anche una veste editoriale. Noi ve ne proponiamo un assaggio per mettere a confronto la sensibilità di Roberto sedotto dall’amore di Dio e i dubbi di Martino, l’uomo di oggi dilaniato da dubbi e alla ricerca di una Chiesa che sia autentica compagna di vita.
Il Logos fos trasfigurato e trasfigurante
La Sophia, dice Platone, nasce come amore di bellezza; e, nel Fedro, afferma che la Bellezza, che sta dall’altra parte del cielo, è qui visibile. Platone non dice com’è arrivata, afferma che è discesa; questo movimento discendente lo chiama amore. Ogni sentimento di bellezza è amore perché è presenza dell’amato nell’amante. Dio-Bellezza amante si manifesta in Cristo-Bellezza amato.
L’icona per eccellenza della bellezza cristiana è la Trasfigurazione di Cristo sul Tabor. Quella luce di comunione e di vita che scaturisce da Dio risplende sul volto di Cristo. Paolo contempla Cristo icona del Padre (Col 1,15) che si svela in tutto il suo splendore come “irradiazione della gloria divina” (Eb 1,3). Nel Vangelo di Giovanni (10,11-14), lo stesso Gesù si autodefinisce Pastore “kalos”, termine sublime che indica bellezza, grazia, fascino, salvezza.
Audire atque percepi
Plinio il Giovane, nella sua lettera a Traiano, presenta i cristiani come un gruppo particolare che “ha la consuetudine di riunirsi…per cantare a cori alterni un inno a Cristo, come a Dio.” (Lettera a Traiano, 96). La testimonianza di Plinio ci tramanda il modo e il contenuto della preghiera liturgica dei primi cristiani. Essi si riunivano per celebrare il Cristo di Dio col canto degli inni eseguito in forma antifonica. Cantare la Liturgia significa percepire l’indicibile Mistero che, nella sacramentalità liturgica, viene sperimentato attraverso i santi simboli che lo rendono presente. Il gesuita Lodovico Cresolli Armorici, nel suo Mistagogus, ci fa conoscere la famosa questione della celebre Missa Papae Marcelli di Palestrina (1567). Egli scrive: “Durante le funzioni del Venerdì Santo, il pontefice rimase colpito dal contrasto fra la celebrazione di un doloroso mistero, ben espresso nelle parole del testo liturgico, e il carattere del servizio musicale, eseguito dalla cantoria: erano polifonie del consueto stile fiammingo, complesse e ampollose, in cui non solo le parole, ma anche il significato della ricorrenza sacra venivano sommersi, quasi annullati. Marcello II volle allora spiegare personalmente ai cantori come ben diversamente dovesse intendersi il compito della musica da chiesa, ausilio al sentire e all’intendere la parola divina”.
Avventura dell’ arte
“L’arte non ripete le cose visibili, – afferma il geniale pittore Paul Klee – ma rende visibile ciò che non lo è”. L’arte più che imitazione è espressione. Esprimere è portare alla luce ciò che è nascosto, misterioso, ineffabile. L’artista crea per esigenze interiori di verità, per suggestioni di un cuore che esplode, per avventurarsi nell’infinita molteplicità delle sue impressioni-espressioni. L’arte non è nemmeno imitazione di modelli secondo canoni assoluti di bellezza da ricopiare o riciclare. L’arte è apertura verso una verità che è sempre in divenire, che è sempre da inventare e da riscoprire. L’arte è ascolto di sentimenti che aprono sentieri inesplorati nel mistico bosco delle mille idee verso una verità che fa sempre più passi in avanti per non morire nel già detto e nel già scritto. L’arte è processo di creatività e trasfigurazione di nuove luci, di variegati colori, di suoni inediti. Essa è soglia che nasconde e, allo stesso tempo, rivela: invisibile da svelare, rivelazione da velare. L’arte è tutta simbolica: mette insieme realtà di ordine diverso per poi sconnetterle in un continuo divenire tra equilibrio e lacerazione, tra concordanza e dissonanza, tra luce e ombra, tra suono e silenzio. L’arte è grembo creatore in cui si genera e si rigenera la verità. Essa è come la speranza: ricerca di quel che sarà e che si misura con l’invisibile e inesprimibile Mistero.
Il cammino del dialogo
Camminare insieme significa dialogare con coloro che, in qualche modo, percorrono la stessa strada così da incontrare idealmente o in comunione di fede e di amore chi fa il percorso con te. Dialogare significa “entrare” in una persona passando attraverso la luce della sapienza: impresa ardua! La sapienza, dice la Santa Scrittura, è sottilissima! Spesso, purtroppo, si usa come arma di discordia. La sapienza è impalpabile, inafferrabile, è energia di profonda vitalità e penetra nell’intimo di ogni cosa. Dialogare, quindi, è lasciarsi “penetrare” dal Logos divino, unica e insostituibile sapienza che fa comprendere ogni realtà. E’ lacerante la conflittualità interiore provocata da sogni, da attese, da speranze e, nello stesso tempo, da tristi sconfitte e da amare delusioni. Il cammino è arduo e spinoso col pericolo di rimanere soli. Ma non si rimane mai da soli. Questa conflittualità non si verifica intorno al Logos che è sempre di estrema chiarezza e linearità; il conflitto viene favorito e fomentato dalle interpretazioni che gli uomini danno al Verbum Dei.
Il volto e la maschera
Nella vita di una persona ci sono eventi e momenti che colpiscono per la loro intensità. Alcuni di questi segnano l’animo per lungo tempo, ma poi si dimenticano; altri, invece, restano indelebili, tanto da diventare parte integrante della vita.
Ci sono momenti nei quali – come dice il salmista – la nostra lingua, incollata al palato, è come coccio arido incapace di cantare le lodi della gioia più incontenibile.
Ci sono giorni in cui non si ha nemmeno la forza di elevare lo sguardo all’orizzonte per scoprire la nube che, durante il cammino di marcia nelle aride steppe del Sinai, aveva protetto Israele dall’ardore del sole che tutto brucia e tutto dissecca.
Eppure, nel deserto dell’anima, Dio s’incontra con l’uomo e fa discendere le salubri stille di rugiada della sua consolante protezione per fare rivivere i divini fremiti dell’amore e così risvegliare la speranza nelle attese della vita.
Contemporaneità e contemplazione
Il mondo contemporaneo è ancora capace di percepire la bellezza della contemplazione e attualizzarla nella storia drammatica e affascinante della vita? La contemplazione non è astrattezza, non è passività o alienazione, essa è verità e stupore, rinnovamento e liberazione; dopo l’ascesi e l’estasi, essa produce operosità, stimola all’azione che trasfigura il mondo, purifica e rinvigorisce lo spirito per ricreare quotidianamente l’uomo.
Sant’Agostino ci insegna che “la contemplazione non porta al rifiuto della vita attiva”, ma, “mentre la vita attiva ci fa distinguere il bene dal male, l’altra non vede non se non il bene”. Il contemplativo è colui che vede tutto con lo sguardo di Dio e in quello sguardo sa percepire la storia per poterla vivere nella divina atmosfera della sua volontà.
Chiesa lacerata?
Nell’arte musicale, concordanza e dissonanza hanno sempre creato nel corso dei secoli capolavori eccellenti. Del resto, discordia concors è la classica definizione di armonia. Tutta la creazione, uscita dalle dita sapienti di Dio, è sommo capolavoro di perfetta armonia. Isaia aveva previsto che un giorno il lupo e l’agnello avrebbero convissuto insieme in concorde armonia e che un bimbo avrebbe introdotto la mano nel buco dove risiede il serpente velenoso senza subire alcun danno. Quando dall’arte della natura e della musica si passa al fenomeno della società umana, spesso le discordanze diventano dannosi elementi di lacerazione del convivere tra gli uomini. Nell’universo, l’unica persona saggia artefice di vita nuova è l’uomo, creato a immagine e somiglianza del suo Creatore e Padre proprio per realizzare concordia tra umanità e divinità, tra creazione e creatura, tra l’uomo e se stesso e i suoi simili.
Il grembiule dell’ Agape
L’amore di Gesù verso i suoi non era puro sentimento d’amicizia e neppure solo gesto di paternità che anima un maestro per i propri discepoli. Quell’amore veniva dal Padre e al Padre tornava. Non era eros, ma agape. L’eros è lo slancio radicale dell’essere finito che ricerca la propria completezza al di fuori di sé. E’ figlio di povertà carnale in cerca di ricchezza, come notava Platone. L’agape, invece, è figlio della ricchezza e cerca povertà, come insegna Gesù. Nel suo limite estremo, l’agape è accettazione della morte per donare agli altri la vita. Gesù non solo lo dice, ma lo realizza: “Nessuno ha amore più grande di colui che da la vita per i propri amici”. Il suo annientamento lo consuma sulla croce. Quella di Gesù non è solo una vita piena d’amore, essa è rivelatrice di un altro tipo d’amore. I discepoli non comprendono perché trovano l’ostacolo nel loro eros. Nell’ultima cena Gesù da il segno di questo capovolgimento: chi volesse farne solo un banchetto di buoni sentimenti di fraternità, lo svuoterebbe del suo realismo scandaloso.




























