In attesa dell’ ultimo Amen

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Samuel Beckett, in Aspettando Godot, narra la storia di due mendicanti in attesa di un certo Godot dal quale sperano una serena e definitiva sistemazione. Quanto a Godot, però, non sanno né chi sia, né il luogo e la data dell’appuntamento. I due consumano il tempo aspettando. Arriva improvvisamente un ragazzo con un messaggio in cui Godot annuncia il suo arrivo per l’indomani. Il giorno dopo arriva lo stesso messaggio: domani verrà. E’ un domani, però, senza luogo, senza giorno e senza ora. E così i mendicanti aspettano quell’incontro che mai avverrà.

Ogni attesa esige sempre l’incontro dell’atteso che viene.

“Oracolo sul Silenzio.

Da Seir mi si grida:

”Sentinella, quanto resta della notte?

Sentinella, quanto resta della notte?”.

La sentinella risponde:

“Viene il mattino, poi anche la notte;

se volete domandare, domandate,

ravvedetevi, venite!” (Is 21, 1112).

Siamo ai tempi d’Isaia alla fine del secolo VIII a.C.. Gli abitanti della regione di Edom, alleati dei Filistei e sconfitti da Sargon, subiscono a loro volta il giogo assiro, e perciò interrogano il profeta circa la fine di quel periodo di drammatica sofferenza. Alla domanda, espressa metaforicamente, Isaia risponde in maniera piuttosto enigmatica, ma in quell’enigma c’è una risposta che apre comunque il cuore alla speranza. Il mattino si farà ancora aspettare perché la notte non è ancora terminata. La speranza del mattino verrà e dissiperà la tenebra dell’angoscioso disagio.

Qualcuno dice che Samuel Bechet va piangendo da tempo per la morte di Dio, cioè per la morte della parola. Godot, che i misteriosi viandanti aspettano sotto un albero spoglio e stecchito, in un’ora e in un luogo senza storia, parlando con un non-senso, invoca ancora la parola.

La parola, quando è pensata e comunicata, porta necessariamente a quella luce che è dentro l’uomo.

Ci sono parole per progettare e parole per commerciare,

parole per costruire e parole per intuire,

parole per esaltare e parole per distruggere,

parole per lodare e parole per imprecare,

parole per cantare e parole per filosofare,

parole che conducono all’arcano incantesimo e parole che servono d’espansione sonora.

Amo l’energia e la forza redentrice della parola appassionata che trascina, cattura e coinvolge in quel processo di abbraccio estatico che aiuta a scoprire l’uomo che pensa, che spera, che ama.

La parola è la dote tipica dell’uomo che lo fa distinguere dalle altre creature.

La parola è dono divino offerto all’uomo per “dare il nome” alle creature e ai sentimenti.

La parola che cerca il senso della vita, accende l’amore tra gli uomini.

La parola muore quando si spegne l’uomo, perché muore il pensiero e si spegne l’uomo interiore.

Qual è la parola più appassionata che dona speranza di vita ed energia d’amore alle nostre parole?

Quella parola “invocata e attesa” non è il flatus vocis del vuoto mutismo, della vana attesa o della mancata promessa. La parola “invocata e attesa” è una Persona: il Logos Fos!

“Una voce…! Il mio Diletto!

Eccolo viene saltando sui monti,

balzando sulle colline…

Parla il mio amato e mi dice:

“Alzati, mia amata,

mia bella e vieni!

Ecco, l’inverno è passato,

la pioggia è cessata…

I fiori rispuntano sulla terra…

Il fico emette le sue gemme,

le viti in fiore esalano profumo.

Alzati, mia amata, mia bella e vieni!

O mia colomba che ti annidi nelle fenditure della roccia

e negli anfratti dei dirupi,

fammi vedere il tuo viso,

fammi sentire la tua voce

perché la tua voce è soave

e il tuo viso affascinante” (Ct 2, 8-14).

Cristo, l’invocato e l’atteso dalla sua diletta Chiesa-Sposa, è lo Sposo amato che viene e rimane, arriva e canta la bellezza della Sposa e la Sposa risponde col canto della bellezza dello Sposo.

Se l’attesa è impazienza d’incontro, l’incontro è amore che ammira e si dona. Chi smette d’attendere e d’ammirare cessa d’amare.  Il Logos Fos è l’ansia che muove ogni cuore umano verso una vita più piena, un amore più grande, una libertà più autentica e vera.

Dov’è il Verbo-Luce atteso, sperato, venuto? Dov’è il Cristo vivente e presente? Egli è presente nelle Sante Scritture, nella Divina Eucaristia, nella Chiesa, suo Corpo e sua Sposa! Quella Chiesa che crede in Lui con amore appassionato e che coltiva sogni di pace e di concordia, di bellezza e di verità. Quella Chiesa che cerca, con cuore umile e assetato d’amore, le ragioni della speranza sui sentieri del Logos Agape. Egli è sempre presente in tutte quelle realtà viventi di cui il Verbo è il cuore, l’anima e l’ardore più intenso. E’ presente nei cuori che cercano l’incontro che avverrà, in Lui e con Lui, Pellegrino senza frontiera, nei cieli nuovi e nella terra nuova della celeste Gerusalemme (cf SC, 7). Maria Assunta in cielo è il simbolo più alto e più vero dell’accoglienza e del traguardo della redenzione umana. Lei ci assicura che il credente non attende invano chi non verrà mai. L’Assunzione della Vergine, che sorge dalla risurrezione di Cristo, la fa apparire come “primizia e immagine della Chiesa” (cf 1Cor 15, 20-26). Presso il trono della Gloria c’è l’umiltà regale di Maria. Non attendiamo invano Colui che è venuto e ci ha promesso che verrà quando saremo sciolti dal tempo e dai suoi confini nell’evento della morte. Mentre attendiamo, Egli continua a restare con noi nel Mistero della sua Presenza sacramentale. Gesù non è né il lontano, né l’assente, ma il “Presente” in un “oggi” che non ha tramonto.

C’è una domanda che, di eco in eco, si è ripetuta attraverso i secoli e che si continua a ripetere: “Sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?”. E si vedono cristiani, smarriti senza speranza, che hanno perduto la fiducia nel Cristo e nel cristianesimo; forse perché un certo tipo di cristianesimo ha smarrito Cristo? E Giovanni, nel deserto della storia, continua a gridare: “In mezzo a voi sta Uno che voi non conoscete”; e finché non lo s’incontra, non lo si conosce e non lo si riconosce, non si avrà mai la gioia piena dell’incontro d’amore con Lui. La felice sublimità che nasce dal rapporto cor ad cor con il Verbo Incarnato è libertà di armonie raggiunte, serenità di bufere domate, quiete di enigmi torturanti risolti. L’evangelista Giovanni ha sentito nascere dentro di sé la vera gioia, quando ha fatto esperienza ineffabile e personale di essere amico dello Sposo: Sposo è colui che ha la sposa, ma l’amico dello sposo sta lì e l’ascolta, trasalisce di gioia alla voce dello sposo: “ora questa mia gioia si è compiuta” (Gv 3, 29). La gioia dell’incontro riposa nel mare placido e sconfinato della fiducia in Colui che è venuto e attendiamo con cuore trepido  per partecipare al Banchetto di Nozze dell’Agnello.

Per san Paolo, il grande cantore della più incantevole Parusia, l’incontro ultimo sarà anche l’epilogo supremo di tutta la creazione, la quale, in ansiosa attesa, anela alla manifestazione gloriosa dei figli di Dio (Rm 8,19). L’attesa e il ritorno finale di Gesù sarà fremito di gioia che avvolgerà e travolgerà cielo e terra, Creatore e creature. L’attesa, che ebbe inizio nel Fiat creativo, s’immergerà nell’Oceano dell’Amore glorificato, e i figli di Dio risponderanno, in concorde polifonia, col canto dell’ultima antifona della Santa Scrittura: “ Amen, Vieni, Signore Gesù” (Ap 22,20).

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