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A Bari l’Azione Cattolica Italiana per la pace nel Mediterraneo
Appuntamento a Bari da domani fino a domenica 2 agosto per riunire 700 responsabili di Azione Cattolica da tutta Italia per quattro giorni di ascolto, confronto e formazione con tanti ospiti, più di 20 vescovi, i cardinali Zuppi e Baggio, la comunità del capoluogo pugliese.
L’appuntamento di Bari rappresenta uno dei momenti più significativi della vita associativa dell’Azione Cattolica Italiana: un tempo privilegiato di ascolto, discernimento e progettazione condivisa per il futuro dell’associazione e della presenza dei laici nella Chiesa e nella società. Orizzonti mediterranei, per assumere il Mediterraneo come immagine e orizzonte del discernimento associativo. Un mare che oggi è luogo di incontro tra popoli, culture e tradizioni diverse, ma anche spazio attraversato da conflitti, migrazioni, disuguaglianze e profonde trasformazioni sociali. L’Azione Cattolica intende raccogliere la sfida di trasformare il Mediterraneo da frontiera segnata dalle divisioni a luogo simbolico e concreto di relazione, dialogo e speranza.
La scelta di Bari è simbolica. Città di incontro tra Oriente e Occidente, porta verso i Balcani, il Medio Oriente e il Nord Africa, Bari custodisce una vocazione storica al dialogo e alla fraternità. La Basilica di San Nicola, cuore spirituale dell’evento, richiama il valore dell’incontro tra tradizioni cristiane diverse e diventa luogo simbolo di comunione, pace e dialogo ecumenico.
Durante i quattro giorni dell’Incontro saranno affrontate alcune delle grandi questioni del presente: la pace e la gestione dei conflitti, le migrazioni e la costruzione di una cittadinanza condivisa, la convivialità delle differenze, il dialogo ecumenico e interreligioso, la sinodalità e la corresponsabilità tra laici e pastori, alla luce dei cambiamenti in atto nella società e nella Chiesa. Un momento centrale sarà rappresentato dagli incontri condiviso con i presuli italiani. Saranno più di 20 i vescovi presenti ai lavori.
Le celebrazioni nella Cattedrale di Bari, con la preghiera ecumenica e sabato 1° agosto, alle ore 18, per rendere visibile la dimensione pubblica e generativa della fraternità, gli “Incontri mediterranei” porteranno il confronto direttamente in quattro piazze del centro storico con appuntamenti dedicati a pace, migrazioni, Mediterraneo e convivialità delle differenze, oltre a un dibattito promosso dalla rivista Dialoghi sul tema dei cambiamenti del nostro tempo. La conclusione dell’Incontro domenica 2 agosto con la Celebrazione eucaristica nella Cattedrale di Bari.
Frate Francesco: Stella di un mattino che non tramonta
Volendo ricostruire la vicenda di frate Francesco attraverso il racconto delle principali esperienze che hanno caratterizzato la sua vocazione e missione, si può affermare che nel cammino di fede egli passò dall’essere convertito all’essere missionario: “Si può in effetti sostenere che il focus dell’esperienza spirituale del Poverello di Assisi sia la conversione, che mossa dall’ascolto evangelico, si trasforma in azione missionaria per condividere il Vangelo con tutti gli uomini e le donne di questa terra”.
Secondo il biografo Tommaso da Celano, ripreso da Bonaventura da Bagnoregio, l’esperienza chiave della vocazione del Poverello di Assisi è certamente l’inaspettato incontro con il Vangelo, avvenuto alla Porziuncola in un giorno di difficile datazione del 1208, in cui ascoltò l’invio missionario e che già dall’inizio ha permesso d’indicare nell’itineranza la modalità primaria dell’annuncio francescano.
Quindi in occasione dell’Ottavo centenario del Transito di san Francesco d’Assisi il volume di p. Fabio Nardelli (docente di Ecclesiologia presso la Pontificia Università Lateranense e la Pontificia Università Antonianum di Roma e l’Istituto Teologico di Assisi), ‘Frate Francesco. Stella di un mattino che non tramonta’, si presenta come uno strumento di natura teologico-pastorale che intende presentare la figura del Poverello di Assisi, quale uomo ancora ‘vivo’ oggi. Dopo un inquadramento di carattere generale, l’attenzione si concentrerà su alcune caratteristiche proprie della sua esperienza spirituale: egli, infatti, in quanto uomo ‘convertito’, ‘evangelico’, ‘ecclesiale’ e ‘missionario’ è ancora ‘attuale’ nel contesto ecclesiale contemporaneo.
Per quale motivo san Francesco è un ‘mattino che non tramonta’?
“L’espressione ‘stella di un mattino che non tramonta’ richiama indirettamente il testo del libro del Siracide (50,6) e intende descrivere lo splendore della santità di Francesco d’Assisi nelle ‘nubi’ del suo tempo, ma soprattutto vuole cogliere l’attualità di questo uomo ‘conformato a Cristo’ che, dopo ottocento anni, ancora parla alla vita della Chiesa. Riscoprire l’esperienza del Poverello è per tutti un’occasione per vivere pienamente una vita pienamente ‘evangelica’, rimettendo al centro il dono battesimale”.
Perché san Francesco è un innovatore?
“Egli, innanzitutto, ha abitato il suo ‘tempo’, particolarmente provato da tensioni e contraddizioni; ed è stato un segno di novitas. San Francesco ha voluto raccogliere un ‘nuovo popolo’ che seguisse il Discorso della montagna (Mt 5-7) sine glossa, trovando in esso la sua unica e immediata regola. Guardando alla sua esperienza si può ritenere che il Vangelo e l’istituzione sono stati due pilastri essenziali che non vanno contrapposti, ma che costituiscono un unicum. Egli, infatti, vuole educare il ‘popolo’ di ogni tempo a vivere pienamente il Vangelo nella santa madre Chiesa”.
Caratteristica del santo assisiate è il linguaggio: quanto è stato importante nel suo annuncio?
“Il linguaggio è l’elemento comunicativo per eccellenza! Il desiderio di Francesco d’Assisi era quello di trasmettere il Vangelo a ogni creatura in maniera autentica e immediata. La dimensione dell’annuncio è centrale nell’esperienza francescana e, ancor di più, l’aspetto del linguaggio, che diventa espressione di un ‘Vangelo inculturato’. Per l’Ordine francescano, nel corso della storia, è stato prioritario rimettere al centro l’altro e la ‘forma’ di linguaggio da utilizzare per poter raggiungere ogni uomo e donna nella diversità culturale e religiosa”.
Nel libro scandaglia san Francesco sotto diversi aspetti: quale uomo emerge?
“L’idea del testo è quella di offrire una ‘fotografia’ del Poverello d’Assisi che colleghi storia e attualità. Francesco è pienamente un ‘uomo medioevale’, ma chiaramente un ‘uomo inculturato’ in ogni tempo. Il volume descrive alcuni tratti essenziali della sua esperienza spirituale, mettendo in luce la conversione, la vita evangelica, l’amore alla santa madre Chiesa e la tensione evangelizzatrice. Rileggendo la sua vita emerge, pertanto, l’identikit di un uomo propriamente ‘umano’ e ‘inserito’ nel suo contesto, che si mette in ascolto dei segni dei tempi”.
In questi anni la Chiesa sta percorrendo un cammino sinodale: per quale motivo nello stile di vita ha scelto la minorità e la fraternità?
“Nel percorso sinodale che la Chiesa universale sta compiendo, riemergono alcuni pilastri essenziali della vita evangelica che il Poverello di Assisi ha testimoniato al mondo intero. Sicuramente la forma della minorità e della fraternità sono centrali per l’esperienza francescana, ma possono offrire alcune provocazioni particolarmente interessanti anche per il contesto ecclesiale odierno. La minorità vuole aiutare ad accogliere la dimensione della ‘creaturalità’ presente in ciascuno; la fraternità intende promuovere una maggiore complementarietà tra doni e carismi dell’intero Popolo di Dio”.
Dopo 800 anni perché san Francesco di Assisi è ancora ‘vivo’?
“Otto secoli non sono pochi; eppure alla vicenda di Francesco d’Assisi è riconosciuta una forza d’attualità non indifferente. Egli ha ‘vissuto’ pienamente il Vangelo e lo ha trasmesso ‘di generazione in generazione’; ha particolarmente amato la ‘santa Madre Chiesa’, riformandola e rimanendone all’interno; ha desiderato fortemente incontrare l’altro nella sua diversità, custodendo e promuovendo la forma ‘dialogica’. Nel vivere il centenario francescano, con gratitudine intendiamo guardare a san Francesco come colui che, dopo 800 anni, è ancora ‘vivo’ oggi”.
(Tratto da Aci Stampa)
Da domani il Concistoro straordinario
In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?, In che modo le tensioni, le divisioni e i conflitti che attraversano il mondo toccano oggi la vita delle nostre Chiese e dei nostri popoli? Quali linguaggi, atteggiamenti e pratiche possono aiutare a costruire riconciliazione, convivenza e pace? Quali sono oggi, nei vostri contesti, le fratture che rendono più difficile costruire il bene comune? Quali attese e quali domande emergono dalle persone e dai popoli che la Chiesa è chiamata ad ascoltare e che forse non ascoltiamo abbastanza? Quali sostegni, orientamenti o iniziative delle Chiese locali e della Chiesa universale potrebbero aiutare più efficacemente l’impegno nella costruzione del bene comune?
Sono solo alcune delle questioni di cui sono chiamati a discutere i cardinali in due giornate di lavoro con il Papa. 9 gruppi di Cardinali Elettori Ordinari (inclusi Nunzi e Cardinali Elettori che hanno concluso il servizio come Ordinari) e 11 gruppi di Cardinali Elettori della Curia Romana e Cardinali Non Elettori.
Relazioni introduttive e poi i lavori di gruppo che si svolgeranno secondo una metodologia articolata in tre fasi, dagli Interventi personali, all’ascolto condiviso fino alla elaborazione della relazione. Il calendario dei lavori è dettagliato e pubblico.
Si comincia venerdì 26 giugno con la messa alle 7.30 nella basilica di San Pietro. La giornata finisce alle 19.30. Il 27 giugno stesso programma ma la messa la celebra il Decano del Sacro Collegio, il cardinale Re. Alla fine dei lavori cena del Papa con i partecipanti al Concistoro sempre in Aula Paolo VI. Poi lunedì 29 giugno la messa nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo Basilica di San Pietro.
Sinodo: pubblicato documento in vista dell’Assemblea sinodale del 2028
Nei giorni scorsi è stato pubblicato dalla Segreteria Generale del Sinodo il documento ‘Verso le Assemblee 2027-2028: tappe, criteri, strumenti in vista delle Assemblee del 2027-2028’, con cui sono precisati calendario, la metodologia e i criteri con cui le Chiese locali di tutto il mondo, i loro raggruppamenti nazionali e continentali sono chiamati a condividere i frutti del cammino avviato dopo il Documento finale del Sinodo 2021-2024, fino alla celebrazione dell’Assemblea ecclesiale dell’ottobre 2028.
Il cammino si suddivide in quattro tappe: ‘Fare memoria’ — primo semestre 2027. Assemblee di valutazione nelle Diocesi ed Eparchie, chiamate a rileggere l’esperienza di attuazione del Documento finale attraverso un resoconto narrativo e una lettera alle altre Chiese; ‘Interpretare’ — secondo semestre 2027. Assemblee delle Conferenze Episcopali (nazionali o regionali), che elaboreranno una relazione teologico-pastorale e una lettera alle altre Chiese locali; ‘Orientare’ — primo quadrimestre 2028. Assemblee continentali, dalle quali emergerà un rapporto di prospettiva capace di individuare priorità e orientamenti condivisi; ‘Celebrare’ — ottobre 2028. Assemblea ecclesiale della Chiesa tutta, in Vaticano, insieme al Santo Padre: il cammino compiuto sarà ricondotto a unità e consegnato al discernimento dell’intera Chiesa.
La Segreteria Generale precisa inoltre che “le prime due Assemblee (quelle a livello locale e nazionale) elaborano due testi complementari: un documento di rilettura (il resoconto narrativo per le Diocesi ed Eparchie, la relazione teologico-pastorale per le Conferenze Episcopali) ed una lettera alle altre Chiese locali, redatta durante l’Assemblea stessa.
E’ quest’ultima lo strumento concreto dello scambio di doni: ogni comunità offre quanto ha maturato e si dispone ad accogliere quanto le altre Chiese le offrono. Le Assemblee continentali, invece, elaboreranno un rapporto di prospettiva che servirà per l’elaborazione dell’Instrumentum laboris (documento di lavoro) dell’Assemblea ecclesiale 2028”.
Per quanto riguarda la selezione delle Assemblea si sottolinea che “nella selezione dei partecipanti andrà assicurata un’adeguata attenzione al rapporto tra uomini e donne e tra le diverse generazioni, alla diversità culturale ed ecclesiale (includendo presbiteri, diaconi, consacrate e consacrati, membri di associazioni, movimenti e nuove comunità, fedeli non inseriti in strutture organizzate) e alla presenza di persone che vivono situazioni di fragilità o marginalità. Una cura particolare è riservata al coinvolgimento dei parroci. Dove opportuno, potranno partecipare anche rappresentanti di altre Chiese e Comunioni cristiane o di altre religioni”.
E’ anche precisato che “la responsabilità del processo spetta al vescovo diocesano o eparchiale per le Assemblee locali, al presidente della Conferenza Episcopale per quelle nazionali o regionali, e ai responsabili delle istanze continentali per quel livello. Le équipe sinodali, attivate a tutti i livelli, ne curano organizzazione e coordinamento. Quello che proponiamo alle Chiese locali non è un compito aggiuntivo, ma un tempo di discernimento condiviso e di rendimento di grazie, in cui rileggere insieme ciò che lo Spirito sta facendo crescere nella Chiesa e riconoscere i passi che siamo chiamati a compiere.
Le Assemblee non coincidono infatti con una consultazione sociologica né con una dinamica deliberativa, né sono una verifica tecnica, ma piuttosto una forte esperienza ecclesiale e spirituale di discernimento: un momento di sintesi e di rilancio del cammino, perché lo scambio di doni tra le Chiese diventi esperienza concreta e la sinodalità si traduca sempre più in stile ordinario della vita ecclesiale al servizio della missione”, ha commentato il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo.
Papa Leone XIV: annunciare il Vangelo nell’essenzialità
“E’ quanto abbiamo la grazia di constatare in diversi modi, anche in un tempo come il nostro, segnato dalla complessità. L’ho sperimentato direttamente nelle mie recenti visite a Pompei, a Napoli e ad Acerra. Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i vescovi italiano, a conclusione dell’82^ assemblea generale della Cei, con un ringraziamento per l’apprezzamento dell’enciclica.
Il discorso del papa verte intorno al ‘seminatore’ instancabile quale è Dio: “Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara. Fratelli carissimi, lo Spirito Santo ci doni cuori ardenti dello slancio di Cristo e susciti numerosi e santi operai per lavorare con noi”.
Riprendendo i testi di san Francesco d’Assisi, il papa ha invitato i vescovi ad annunciare il Vangelo: “Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge”.
Ed ecco che l’iniziazione cristiana non è solo limitata ai sacramenti: “Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il ‘grembo’ in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il Battesimo come realtà viva ed esistenziale… Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale”.
E’ stato un invito a ‘coltivare’ la comunità: “La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura”.
La comunità, quindi, è viva, quando c’è ascolto: “Proprio per questo, noi Vescovi siamo chiamati a un ascolto profondo: ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in sé stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi”.
Ed il cammino sinodale è lo stile a cui la Chiesa è chiamata: “Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo”.
Stile sinodale come missione: “Non si tratta di imitare schemi organizzativi esterni, né di ridurre tutto a efficienza amministrativa, ma di domandarsi quale fisionomia aiuti oggi i Pastori e le Chiese locali ad annunciare meglio il Vangelo, a camminare insieme, a rendere possibile una partecipazione effettiva, ordinata e feconda. Quando è vissuta nello Spirito, questa verifica non indebolisce la comunione ma la purifica”.
Per questo ha invitato i vescovi al coraggio dell’essenziale: “Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia”.
In precedenza aveva incontrato i partecipanti alla plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione, ringraziandoli per il lavoro giubilare svolto con l’invito ad annunciare il Vangelo: “L’evangelizzazione chiede di continuare a essere la motivazione fondamentale di ogni azione della Chiesa universale e delle comunità locali; solo così la fede stessa viene riscoperta sempre di nuovo nella sua bellezza ed esprime al meglio la sua credibilità. L’annuncio del Vangelo, che infonde speranza, non è una proposta utopica: è una testimonianza che attrae in quanto manifesta la chiamata all’amore e alla verità”.
Per evangelizzare, però, è necessario capire i ‘segni dei tempi’: “La trasmissione della fede, in tale contesto, passa necessariamente attraverso l’incontro con persone e comunità che esprimono la gioia della fede cristiana e la coerenza di uno stile di vita evangelico. Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo, ma testimoniando con umiltà e coraggio ‘la via, la verità e la vita’ che ha convertito e santificato tante persone.. La santità della vita, pertanto, rimane sempre la forma più convincente della bellezza della fede cristiana che supera i tempi e si propone ad ogni cultura”.
Il papa ha terminato l’incontro con la richiesta di una maggior ‘attenzione’ al sacramento del battesimo: “Un’attenzione peculiare è dovuta nei confronti dei catecumeni, che in numero sempre più significativo chiedono il Battesimo. Il gioioso servizio della comunità nell’accogliere e accompagnare i catecumeni non può concludersi con la celebrazione del Sacramento. Altrettanta responsabilità richiede il compito successivo, quello cioè di offrire un ambiente nel quale trovino riscontro le attese che hanno portato ad aderire a Cristo e alla sua Chiesa”.
In questo modo si garantisce la crescita spirituale: “Il dovere di mantenere viva la scelta di fede compiuta con il Battesimo comporta, in particolare per le comunità parrocchiali, l’esigenza di tendere sempre alla misura alta della vita cristiana, per assicurare ai nuovi battezzati uno spazio di crescita coerente, frutto di relazioni interpersonali vissute nell’amore e nel servizio reciproco”.
(Foto: Santa Sede)
Sinodo: la sfida pastorale della poligamia e l’ascolto del grido dei poveri e della terra
Nei giorni scorsi la Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato il Rapporto finale del Gruppo di Studio n.2 su ‘Ascoltare il grido dei poveri e della terra’ e quello della Commissione SCEAM (Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar) su ‘La sfida pastorale della poligamia’.
Il Rapporto finale del Gruppo di Studio 2 si sviluppa in più sezioni: preceduto da una riflessione del Cardinale Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il Rapporto intende rispondere alle cinque domande fondamentali affidate al Gruppo sul come la Chiesa possa ascoltare meglio il grido dei poveri e della terra.
Il documento prende le mosse dalla convinzione teologica che ascoltare i poveri e la terra non sia un’opzione pastorale, ma un atto di fede costitutivo della missione ecclesiale, radicato nel duplice comandamento dell’amore e nell’esempio del Buon Samaritano.
Come ha ricordato il card. Czerny nella sua prefazione, il termine ‘ascolto’ designa un processo integrale che comprende l’incontro, la comprensione del problema, l’azione, la valutazione e il sostegno spirituale, e che riguarda ogni cristiano, anche chi si sente povero. La domanda guida dell’intero lavoro del Gruppo diventa pertanto: come può la Chiesa ascoltare meglio questi due gridi interconnessi, consapevole che rispondere al grido dei poveri significa anche rispondere al grido della terra, e viceversa?
Successivamente, dopo aver delineato le modalità di lavoro, i limiti riscontrati e le lezioni apprese, il Rapporto individua gli strumenti già disponibili nella Chiesa (parrocchie, comunità di base, movimenti, organismi Caritas, reti ecumeniche e internazionali) e ne valorizza la ricchezza, invitando al contempo a superare la tentazione di una delega illegittima verso strutture specializzate, richiamando ogni battezzato alla corresponsabilità.
Tra le proposte concrete figura la creazione di un ‘Osservatorio Ecclesiale sulla Disabilità’, suggerito da un sottogruppo composto in maggioranza da persone con disabilità, quale modello replicabile a scala locale e regionale per dare voce a tutti i gruppi marginalizzati. Sul piano teologico, il Rapporto richiama la necessità di una teologia che nasca dall’ascolto dei poveri e della terra come luoghi teologici autentici (loci theologici), e chiede che teologi provenienti dalle comunità più fragili siano coinvolti attivamente nell’elaborazione dei documenti magisteriali.
Forte attenzione è riservata alla formazione: i programmi formativi per laici, religiosi e seminaristi devono integrare l’incontro diretto con le periferie esistenziali, la competenza all’ascolto come disciplina spirituale (non solo come tecnica) e l’analisi sociale. Il documento si conclude con una visione di Chiesa sinodale capace di diventare essa stessa strumento di ascolto, non limitandosi ad avere strutture per ascoltare, ma trasformando ogni suo membro in presenza missionaria accanto ai più vulnerabili.
I messaggi chiave sono stati che il ministero sociale non può essere delegato — tutti i cristiani hanno la responsabilità di ascoltare e rispondere — e che la comunicazione bidirezionale tra parrocchie, ministeri, vescovi e organismi è essenziale per la missione condivisa. L’Appendice C sottolinea che rispondere ai gridi dei poveri e della terra è parte integrante della missione dell’intera comunità cristiana, e non solo di quella degli specialisti.
Le 20 raccomandazioni del Rapporto riguardanti il cruciale ambito della formazione includono: privilegiare gli incontri diretti con le persone impoverite e vulnerabili, garantendo che si ascoltino voci diverse, quali quelle di donne, bambini, comunità indigene e del creato stesso; riconoscere le persone impoverite come soggetti attivi dell’evangelizzazione, e non semplici destinatari di servizi; insegnare l’ascolto come parte integrante della Dottrina Sociale della Chiesa, dell’advocacy e del discernimento spirituale; integrare le preoccupazioni ecologiche e sociali; garantire l’accesso alla formazione per coloro che vivono ai margini, in particolare i Popoli Originari, le donne e le persone con disabilità; fornire risorse per l’ascolto, la competenza interculturale, l’analisi di genere e culturale, e la capacità di risposta al grido della terra.
Mentre il Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar (SCEAM) ha elaborato una riflessione organica sulla sfida pastorale della poligamia, radicata nel contesto culturale, antropologico e teologico del continente africano. Il Rapporto prende avvio dal riconoscimento del valore sacro della famiglia africana, fondata sull’alleanza tra i gruppi umani, con gli antenati e con Dio, in cui il figlio è considerato benedizione divina e il desiderio di numerosa discendenza parte integrante dell’identità comunitaria.
E’ in questo orizzonte che si colloca storicamente l’esistenza della poligamia, fenomeno non esclusivo dell’Africa ma ivi particolarmente radicato e pastoralmente urgente. L’’analisi biblica ne ha rivelato l’ambivalenza: tollerata nell’Antico Testamento, essa è progressivamente superata dalla rivelazione neotestamentaria, nella quale Gesù (richiamandosi al disegno originario del Creatore) afferma con chiarezza l’unità e l’indissolubilità del matrimonio.
Il documento ribadisce con fermezza la dottrina della Chiesa: il matrimonio cristiano è monogamico per natura teologica e non per imposizione culturale. Sul piano pastorale, il SCEAM esclude ogni forma di riconoscimento della poligamia e raccomanda che i catecumeni poligami non siano ammessi al battesimo prima di aver liberamente abbracciato l’impegno verso il matrimonio monogamico.
Non si tratta di esclusione o stigmatizzazione, bensì di un accompagnamento paziente e rispettoso, ispirato alla misericordia di Cristo. La dignità della donna è posta al centro di questa pastorale, con Maria, Madre di Gesù, offerta come modello di un’evangelizzazione incarnata nella cultura. La conclusione apre verso una ‘pastorale di prossimità’ capace di aprire le porte della Chiesa a quanti vivono nelle periferie spirituali ed esistenziali, riconoscendo in ogni persona un figlio di Dio chiamato all’amore fedele e all’Alleanza.
Entrambi i Rapporti, nelle loro diversità tematiche, testimoniano il cammino sinodale della Chiesa: una Chiesa che ascolta, che discerne, che accompagna e che, radicata nel Vangelo, non cessa di farsi prossima a ogni uomo e donna rispondendo alle sfide del nostro tempo.
Papa Leone XIV: il cammino di santificazione si realizza in un cammino sinodale
“Sono felice di questo incontro, che ci permette anche di riflettere insieme sul valore del carisma benedettino nella vostra vita, nella vita della Chiesa e nel mondo”: giornata intensa per papa Leone XIV, che ad inizio settimana ha ricevuto tre comunità di monache benedettine insieme ad un gruppo di monaci di Subiaco, di Cesena e di Bari, ricordando che la vita monastica non è ‘chiusura verso il mondo esterno’, ma modello di amore, condivisione e aiuto.
Riprendendo la regola di san Benedetto il papa ha sottolineato il valore della preghiera: “Voi, monache benedettine contemplative e monaci benedettini, ben sapete quanto la preghiera e la lettura orante della Parola di Dio, specialmente nella Lectio divina, aiutino in tale custodia, permettendo a chi le pratica di comprendere la verità su di sé, nel riconoscimento delle proprie debolezze e dei propri peccati e nella celebrazione delle grazie e delle benedizioni del Signore. E’ così che si rinvigorisce in noi il desiderio di appartenere a Lui e si conferma il voto della nostra consacrazione”.
Inoltre la vita consacrata è un cammino comunitario: “Il cammino di santificazione di un consacrato, di una monaca, però, per quanto ricco di fervore e di ispirazione, non può ridursi a un semplice percorso personale. Esso ha una necessaria dimensione comunitaria, in cui l’annuncio della liberazione pasquale si concretizza nel servizio fraterno, riflesso dell’amore universale di Cristo per la Chiesa e per l’umanità”.
Tale cammino consiste nel reciproco ascolto ed in un discernimento comunitario: “La vita monastica non si può intendere come semplice chiusura verso il mondo esterno. Essa è uno strumento perché nel cuore dei discepoli cresca un amore simile a quello del Maestro, pronto alla condivisione e all’aiuto, anche tra monasteri. La vita monastica sarà così sempre più, in un mondo spesso segnato dal ripiegamento su di sé e dall’individualismo, un modello per tutto il popolo di Dio, ricordando che essere missionari, prima che di fare cose, richiede un modo di essere e di vivere le relazioni”.
Quindi è necessaria una formazione permanente: “Profezia e discernimento rimandano ad un ultimo tema di cui vorrei parlarvi: la formazione permanente, particolarmente necessaria in un’epoca come la nostra. Essa consiste prima di tutto nel ‘conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza’ ed è fondamentale perché la vita consacrata ‘possa svolgere in maniera sempre più adeguata il suo servizio al monastero, alla Chiesa e al mondo’. L’intera comunità ne è il soggetto attivo, attraverso la preghiera, la Parola, i momenti celebrativi e decisionali, di confronto e di aggiornamento, vissuti e condivisi nel primato della carità”.
In precedenza aveva incontrato i membri della fondazione Ausilia, che si occupa di sostegno ai ragazzi e di sviluppo sociale, sollecitandoli ad aiutare i giovani: “Vi ringrazio per il vostro generoso impegno, volto ad aiutare i giovani nella loro formazione e nell’inserimento in campo lavorativo. Investire non su oggetti, ma sulla persona, sulle sue abilità e competenze rappresenta un punto di forza della vostra opera. In tal modo, difatti, sono proprio i giovani a diventare protagonisti del loro futuro, senza venir considerati strumenti funzionali all’organizzazione di un’azienda o ingranaggi utili al successo commerciale”.
La giornata del papa si è conclusa con un incontro ai membri dell’Illinois Municipal League, organizzazione statale che rappresenta circa 1.300 comuni dello Stato negli Usa: “Attraverso il Mistero Pasquale, il Signore ci mostra che persino le circostanze più difficili e impegnative possono essere trasformate dall’interno dalla forza dell’amore.
Forse la sofferenza non può sempre essere evitata o eliminata, ma si può trovare un significato redentivo che non solo restituisce la dignità perduta, ma apre anche la porta a una nuova vita. In effetti, la risurrezione di Gesù è la fonte ultima di speranza per tutti coloro che credono in Cristo e attendono la promessa della vita eterna”.
Quindi ha sottolineato l’importanza della Settimana Santa: “Il suo servizio e la sua obbedienza alla volontà del Padre hanno condotto a una speranza certa e a una pace duratura per tutta l’umanità. In tal modo, la vittoria nata dal dono di sé di Cristo si erge come un faro e una sfida per tutti noi oggi. Come uomini e donne investiti del ruolo di governo, anche voi siete chiamati a scoprire e incarnare il dono del servizio. In modo particolare, siete chiamati a essere attenti ai bisogni dei più deboli e dei più vulnerabili, al fine di aiutarli a raggiungere uno sviluppo umano integrale”.
A questo punto il richiamo a Giorgio La Pira è stato un passaggio obbligato per una tutela dei cittadini fragili: “Per fare questo, dovete anzitutto impegnarvi a conoscere le aspirazioni delle persone come pure le loro difficoltà. La dignità di ogni individuo deve essere riconosciuta e tutelata, perché i vostri comuni non sono luoghi anonimi, ma hanno volti e storie da custodire come tesori preziosi.
Sebbene ogni giorno siano molti i compiti che richiedono la vostra attenzione, vi incoraggio a continuare ad ascoltare i poveri, gli immigrati e tutti gli ultimi tra voi, cercando di accompagnarli nel vostro lavoro per promuovere il bene comune a beneficio di tutti. In tal modo, ognuno dei vostri comuni potrà essere un luogo di autentico incontro tra tutti i cittadini, offrendo a ogni individuo l’opportunità di realizzarsi”.
(Foto: Santa Sede)
Il rapporto sulle donne del Sinodo
‘Non c’è nulla, nel solo fatto di essere donna, che impedisca di assumere ruoli di guida nella Chiesa’: è uno dei passaggi chiave del Rapporto finale del Gruppo 5, uno dei dieci Gruppi di Studio istituiti da papa Francesco nel 2024 per elaborare pareri e proposte su questioni emerse nel corso del Sinodo sulla Sinodalità. Questo Gruppo era incaricato, sotto il coordinamento dal Dicastero per la Dottrina della Fede, di approfondire ‘questioni teologiche e canonistiche intorno a specifiche forme ministeriali’, tra cui il tema della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa, ha consegnato il suo report conclusivo alla Segreteria generale del Sinodo.
Questo Gruppo (dopo quello sulla missione digitale e la formazione dei sacerdoti) ha trasmesso il proprio studio, frutto di un articolato percorso di ascolto, analisi, ricerca e dialogo con episcopati e università, secondo volontà di papa Leone XIV, che ha stabilito che, man mano che i vari rapporti verranno consegnati, siano diffusi ‘in spirito di trasparenza’.
Il Rapporto finale del Gruppo 5 è suddiviso in tre parti. La prima parte racconta la storia del Gruppo 5 del Sinodo sulla Sinodalità e illustra i passaggi storici e metodologici della stesura del Rapporto finale. La seconda parte offre una sintesi ragionata dei temi emersi dall’approfondimento sinodale ed è composta da cinque paragrafi: Onorare una promessa, Questioni di fondo (I): natura relazionale dell’essere umano; Questioni di fondo (II): la potestas; Questioni di fondo (III): i ministeri; Punto di fuga: la dimensione carismatica del ruolo delle donne nella Chiesa. La terza parte del Rapporto finale offre numerose appendici di approfondimento delle questioni teologiche, pastorali e canonistiche affrontate nella seconda parte; in esse si includono diverse proposte e informazioni inviate al Gruppo 5.
In questa breve sintesi, appare opportuno ricordare due temi particolarmente svilupparti in questa sezione del Rapporto finale.
Il primo tema riguarda il fatto che la riflessione sulla partecipazione delle donne nella Chiesa non può prescindere dal considerare il maschile e il femminile insieme, come parte di una medesima missione, in un contesto ecclesiologico di comunione. Pertanto, occorre riflettere in particolare circa la riformulazione degli ambiti di competenza del ministero ordinato. Infatti ‘la configurazione del sacerdote con Cristo Capo (vale a dire, come fonte principale della grazia) non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto’ (Es. ap. Evangelii gaudium, n. 104).
Piuttosto, “quando si afferma che il sacerdote è segno di ‘Cristo capo’, il significato principale è che Cristo è la fonte della grazia: Egli è il capo della Chiesa ‘perché ha il potere di comunicare la grazia a tutte le membra della Chiesa’. Per questo è bene ricordare, come ribadito da san Giovanni Paolo II, che ‘anche se la Chiesa possiede una struttura ‘gerarchica’, tuttavia tale struttura è totalmente ordinata alla santità delle membra di Cristo’ (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem 27). Ciò è di fondamentale importanza per comprendere la natura dell’autorità detenuta dalla gerarchia, in quanto ‘sua chiave e suo fulcro non è il potere inteso come dominio, ma la potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia; da qui deriva la sua autorità, che è sempre un servizio al popolo’. E’ chiaro che tali affermazioni magisteriali hanno delle conseguenze concrete per la vita ecclesiale. Ridefinire questi ambiti di competenza potrebbe aprire al riconoscimento di nuovi spazi di responsabilità per le donne nella Chiesa. In questo contesto si apre la possibilità di nuovi ministeri, anche per la guida di comunità, per le laiche e i laici, le religiose e i religiosi.
Il secondo tema ha a che fare con la riscoperta della dimensione carismatica del ruolo delle donne nella Chiesa. Infatti, insieme ai ministeri conosciuti ‘si affiancano ministeri non istituiti ritualmente, ma esercitati con stabilità’. Questo fatto era già stato riconosciuto da san Giovanni Paolo II: ‘accanto al ministero ordinato, altri ministeri, istituiti o semplicemente riconosciuti, possono fiorire a vantaggio di tutta la comunità, sostenendola nei suoi molteplici bisogni’ (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, n. 46).
Questi servizi non istituiti ritualmente rispondono a un vero bisogno del popolo di Dio e non rappresentano il semplice compimento di un desiderio personale. Sono, in verità, arricchiti da carismi seminati dallo Spirito, che è sempre datore di tutti i doni di cui necessita il bene del corpo ecclesiale. Si deve così pensare che, lì dove c’è un bisogno per l’evangelizzazione, lo Spirito conferisca già a qualcuno un carisma per rispondervi. Restare unicamente nel tracciato della vita ministeriale istituita, in merito alla partecipazione delle donne alla guida della Chiesa, ci racchiude e impoverisce.
Questa strada ministeriale potrebbe coinvolgere solo alcune donne con certe caratteristiche, capacità e stile più legati a una forma di essere e agire. I ministeri sono certamente un grande bene, ma non risolvono la necessità di promuovere la possibile fecondità di tutte le donne per la vita della Chiesa. I carismi hanno una maggiore presenza capillare che permette di arrivare lì dove le solite strutture non hanno la capacità di penetrare. Non sono una realtà soggettiva e marginale, ma un dono oggettivo di fronte a tanti urgenti bisogni della gente ordinariamente non esauditi dalle vie strutturali della Chiesa.
Infine il contributo di papa Leone XIV: “Papa Leone XIV ha dimostrato il suo sostegno al ruolo delle donne nella Chiesa, sia con le parole sia con le azioni. Per esempio, in un’udienza con i rappresentanti degli istituti religiosi femminili, ha elogiato le religiose per la loro disponibilità «nei confronti dei più deboli: bambini, ragazze e ragazzi poveri, orfani, migranti, a cui si sono aggiunti col tempo anziani e malati, oltre a tanti altri ministeri di carità.Il Santo Padre ha aggiunto: Le alterne vicende del vostro passato e la vivacità del presente fanno toccare con mano come la fedeltà alla sapienza antica del Vangelo sia il miglior propellente per chi, spinto dallo Spirito Santo, intraprende nuove vie di donazione, votate all’amore di Dio e del prossimo in ascolto attento dei segni dei tempi”.
Papa Leone XIV: Quaresima tempo di conversione attraverso l’ascolto ed il digiuno
“La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito”: nel messaggio per il tempo di preparazione alla Pasqua di quest’anno, ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’, papa Leone XIV ha chiesto forme di ‘astensione concreta’ come ‘disarmare il linguaggio’ e coltivare la gentilezza, ma anche di ascoltare la Parola di Dio e il grido degli ultimi, e di farlo insieme, nelle nostre comunità, aperte all’accoglienza di chi soffre .
Nel messaggio quaresimale il papa ha invitato ad ascoltare la Parola di Dio: “Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione”.
Una sottolineatura importante, perché l’ascolto è relazione: “Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”.
Per questo anche Dio si è messo in ascolto: “Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: ‘Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido’. L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù”.
Dio ascolta perché è coinvolgente: “E’ un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta”.
Però l’ascolto ha bisogno dell’azione del digiuno: “Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo ‘fame’ e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli ‘appetiti’, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.
Quindi il digiuno è un orientamento al bene, come affermava sant’Agostino: “Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.
Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, deve essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché ‘non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio’… Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.
Ed ecco una prima indicazione concreta: “Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”.
Mentre la seconda indicazione consiste in un cammino insieme: “Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio”.
Da qui deriva la conversione, che è uno stile di vita comunitario: “Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale”.
Una conversione che è frutto di relazioni: “In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione”.
Relazione con Dio e con gli altri per la ‘civiltà dell’amore: “Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.
Ad Assisi il convegno di Azione Cattolica Italiana: voi stessi date loro da mangiare
Fino al 5 febbraio ad Assisi, presso la Domus Pacis, si svolge il Convegno nazionale degli Assistenti regionali, diocesani e parrocchiali di Azione cattolica, dal titolo ‘Voi stessi date loro da mangiare’. Un appuntamento che riunisce presbiteri e vescovi impegnati nel servizio dell’assistenza ecclesiale per riflettere sul ministero dell’Assistente dentro una Chiesa sinodale, missionaria e corresponsabile, nel solco del Cammino sinodale delle Chiese in Italia.
Al centro dei lavori, il tema degli ‘Assistenti pro-vocati dallo stile sinodale’, articolato attorno alle parole-chiave comunione, partecipazione e missione, con uno sguardo alle alleanze ecclesiali ed educative come forma concreta di corresponsabilità. Il convegno intende rileggere il rinnovamento ecclesiale sollecitato dal processo sinodale, valorizzando ministeri e carismi a partire dalla vocazione battesimale e ponendo al centro la relazione con Cristo e l’attenzione alle persone e alle comunità.
Il convegno si apre oggi con l’introduzione di mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana, seguita da Testimonianze dal Cammino sinodale delle Chiese in Italia di Sofia Livieri, membro del Comitato nazionale, Claudio Di Perna, referente regionale Lazio, e Carmelo La Magra, presbitero dell’Arcidiocesi di Agrigento. La riflessione Per una Chiesa in stile sinodale, con gli interventi di Giorgio Nacci, docente di Teologia morale fondamentale presso la Facoltà Teologica Pugliese, e Ivana Pais, docente di Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, offrirà poi l’occasione per interrogarsi su una Chiesa in ascolto, chiamata a rinnovare il proprio stile pastorale e la propria presenza nel contesto socio-culturale.
In serata, la celebrazione eucaristica sarà presieduta da mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, e alla Porziuncola si terrà un momento di spiritualità guidato da mons. Domenico Sorrentino, amministratore apostolico di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno. La giornata di martedì 3 febbraio sarà dedicata al tema della comunione, con l’approfondimento Consacrati al servizio di relazioni fraterne. La riflessione, affidata a mons. Gianpiero Palmieri, arcivescovo-vescovo di Ascoli Piceno e di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto e vicepresidente della Cei, e don Enrico Castagna, rettore del Seminario Arcivescovile di Milano, metterà a fuoco la comunione presbiterale come dimensione essenziale del ministero ordinato e come risorsa per una missione condivisa nella Chiesa locale e nell’associazionismo.
La giornata proseguirà con momenti di lavoro laboratoriale e con la catechesi nella Basilica di Santa Chiara guidata da Francesco Piloni, ministro della Provincia Serafica ‘San Francesco d’Assisi’ dei Frati Minori dell’Umbria, dedicata alla fraternità presbiterale. In serata, la celebrazione eucaristica nella Basilica di San Francesco sarà presieduta dal card. Ángel Fernández Artime, legato pontificio per le Basiliche papali di San Francesco e di Santa Maria degli Angeli ad Assisi.
Il tema della partecipazione sarà al centro dei lavori di mercoledì 4 febbraio, con una riflessione sul tema ‘L’amicizia e la corresponsabilità tra laici e presbiteri’. Gli interventi di p. Giacomo Costa, segretario speciale del Sinodo dei Vescovi, e Lucia Panzini, docente di Diritto canonico presso l’Istituto Teologico Marchigiano, aiuteranno a rileggere il servizio dell’Assistente come ministero di accompagnamento, dialogo e cura delle relazioni, nella prospettiva di una corresponsabilità ecclesiale sempre più concreta.
Nel pomeriggio, lo sguardo si allargherà alla missione, con la riflessione su ‘Ripensare la missione in termini di prossimità’, affidata a Francesca Di Maolo, presidente dell’Istituto Serafico di Assisi, e Pierpaolo Triani, docente di Pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. In serata, la celebrazione eucaristica nella Basilica di Santa Maria degli Angeli sarà presieduta dal card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Seguirà, dopo cena, l’incontro con l’attore Michele La Ginestra, protagonista su TV2000 della serie ‘Canonico’.
Il convegno si concluderà giovedì 5 febbraio con un dialogo dedicato alle Alleanze costruite in stile sinodale, che vedrà dialogare Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, mons. Claudio Giuliodori, Roberta Vincini, presidente del Comitato nazionale Agesci, Francesco Scoppola, presidente del Comitato nazionale Agesci, e Andrea Turchini, assistente ecclesiastico generale Agesci, a sottolineare il valore della collaborazione tra associazioni e realtà educative, in particolare tra Azione cattolica e Agesci.
La celebrazione eucaristica conclusiva nella Basilica di Santa Maria degli Angeli sarà presieduta da mons. Claudio Giuliodori. Le celebrazioni eucaristiche nei luoghi francescani e i momenti di preghiera, con Annamaria Bongio, responsabile nazionale dell’Acr, Paola Fratini, vicepresidente nazionale di Azione cattolica per il Settore Adulti, e Lorenzo Zardi, vicepresidente nazionale di Azione cattolica per il Settore Giovani, accompagneranno l’intero percorso, intrecciando riflessione, ascolto e spiritualità, per rinnovare il servizio degli Assistenti come ministero di comunione, partecipazione e missione nel cuore della Chiesa.


























