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Ciclone Harry e frana di Niscemi: la Chiesa al fianco delle comunità colpite
Il passaggio del ciclone mediterraneo Harry e il grave evento franoso che ha interessato il territorio di Niscemi hanno prodotto, tra il 19 e il 26 gennaio, una situazione di emergenza diffusa in diverse aree del Sud Italia, con un impatto significativo sulla sicurezza delle persone, sull’abitabilità dei territori e sulla tenuta delle comunità locali. Sicilia, Calabria e Sardegna risultano tra le regioni maggiormente colpite da piogge intense, frane, allagamenti, mareggiate e danni alle infrastrutture.
Particolarmente critica è la situazione di Niscemi, dove la frana che ha interessato il versante ovest del centro abitato ha comportato l’evacuazione di oltre 1.500 persone, costrette a lasciare le proprie abitazioni. Una condizione che, oltre all’emergenza immediata, apre interrogativi e bisogni legati al medio periodo, dall’accompagnamento delle famiglie sfollate alla tenuta dei legami sociali e comunitari.
Fin dalle prime ore dell’emergenza, Caritas Italiana, attraverso il Servizio Emergenze, ha attivato un costante raccordo con le Delegazioni regionali e le Caritas diocesane dei territori coinvolti, garantendo un monitoraggio continuo della situazione e una lettura condivisa dei bisogni emergenti.
La rete Caritas locale ha segnalato criticità diffuse che riguardano non solo i danni materiali ad abitazioni, strutture comunitarie e servizi, ma anche le ricadute sociali ed economiche sugli abitanti, in particolare sulle persone più fragili, sugli anziani e sui nuclei familiari costretti allo sfollamento.
In questo contesto, l’azione di Caritas si concentra sull’ascolto delle comunità colpite, sull’accompagnamento delle Caritas diocesane e sulla costruzione di percorsi di prossimità capaci di andare oltre la sola fase emergenziale. Alla luce del quadro emerso e delle esigenze raccolte sul territorio, Caritas Italiana ha deciso di attivare una raccolta fondi per sostenere gli interventi di emergenza e accompagnare le comunità colpite dal ciclone Harry e dalla frana di Niscemi.
Le risorse raccolte serviranno a supportare le Caritas diocesane coinvolte, a rispondere ai bisogni delle persone più vulnerabili e a contribuire a percorsi di sostegno sociale e comunitario nel medio periodo. Caritas Italiana continuerà a seguire con attenzione l’evoluzione della situazione, in stretto raccordo con la rete territoriale, fornendo aggiornamenti e mantenendo viva l’attenzione sulle comunità ferite da questa emergenza.
Mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della CEI, continuando a restare in contatto con le Chiese locali, ha sottolineato la necessità della cura: “Esprimiamo solidarietà e prossimità, ricordando che la questione ambientale è inscindibile da quella sociale: per avere a cuore la società dobbiamo prenderci a cuore il creato, che non è un semplice scenario, ma il frutto di una interazione tra l’uomo e la natura”.
Anche la diocesi di Roma ha espresso vicinanza concreta alla comunità di Niscemi, duramente colpita dai gravi eventi franosi degli ultimi giorni, che stanno mettendo a dura prova molte famiglie e l’intero territorio. Il card. Baldo Reina, vicario del papa per la diocesi di Roma, ha manifestato profonda solidarietà alla popolazione colpita, assicurando la partecipazione della Chiesa di Roma, ‘chiamata a presiedere nella carità’, ad un impegno condiviso di sostegno e prossimità verso chi sta vivendo ore di grande difficoltà.
E’ stata inoltre attivata una raccolta fondi per sostenere le prime necessità e accompagnare le comunità nel tempo, con particolare attenzione alle persone più vulnerabili. Un gesto di carità che diventa segno tangibile di una Chiesa che non resta a guardare, ma si fa prossima nelle ferite dell’umanità e della storia.
Anche la Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV ha espresso grande vicinanza e sincera partecipazione alle popolazioni colpite dal passaggio del ciclone Harry, che ha duramente segnato ampie aree dell’Italia, come ha sottolineato Paola Da Ros, presidente della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli: “La Società di San Vincenzo De Paoli è da sempre vicina a chi sperimenta la fragilità e desidera far giungere alle popolazioni colpite un messaggio di autentica solidarietà. I nostri soci e volontari, presenti in tutte le regioni interessate dal ciclone, si sono attivati fin dalle primissime ore per intercettare i bisogni più urgenti.
Ma il nostro operato non si esaurisce nell’aiuto materiale immediato. Accanto alle persone colpite scegliamo l’ascolto, la prossimità e un accompagnamento che guarda al futuro. Offriamo conforto, sostegno e presenza costante, con l’obiettivo di aiutare ciascuno a ritrovare fiducia e a intraprendere un percorso di uscita dalla condizione di disagio. E’ uno stare accanto che incoraggia e sostiene, senza sostituirsi, ma camminando insieme”.
Inoltre potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante i giorni del ciclone Harry, secondo l’aggiornamento della Mediterranea Saving Humans, sulla base di nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libia e Tunisia, come ha denunciato la presidente Laura Marmorale: “Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito”.
(Foto: Caritas)
ISMU: in Italia aumentano gli immigrati cristiani
Nei giorni scorsi è stato presentato il report della Fondazione ISMU, che in base alle ricerche sul campo e ai dati relativi agli iscritti in anagrafe, stima che al 1° gennaio 2024 tra gli stranieri residenti in Italia le persone di religione cristiana, compresi i minori, siano circa 2.800.000, un centinaio di migliaia in più rispetto alla stessa data dello scorso anno.
Nel complesso i cristiani immigrati rappresentano il 53% su un totale di 5.300.000 di residenti stranieri e si confermano il gruppo religioso maggioritario, con un leggero aumento d’incidenza percentuale, oltre che assoluto, rispetto a dodici mesi prima. Tra i cristiani, il gruppo più numeroso è costituito prevalentemente da ortodossi (1.500.000) e cattolici (circa 900.000), seguiti da evangelici (145.000), copti (circa 85.000) e persone di altre appartenenze minori (nel complesso, quasi un altro paio di centinaia di migliaia).
Mentre gli stranieri residenti in Italia di fede musulmana sono circa 1.600.000 (più stabili in numerosità in valore assoluto rispetto al 1° gennaio 2023). In misura minore, sempre tra gli stranieri, sono presenti buddisti (circa 180.000), induisti (circa 110.000), sikh (90.000) ed altri (nel complesso, sono circa un altro paio di decine di migliaia). Molto importante è ancora la quota di atei e agnostici, circa il 10% in totale e oltre mezzo milione in termini assoluti.
Secondo l’indagine della Fondazione Ismu si stima che più di un quarto dei musulmani residenti in Italia al 1° gennaio 2024 sia di cittadinanza marocchina, per un totale di quasi 420.000 persone. Seguono i cittadini musulmani di Albania (circa 160.000), Bangladesh (150.000) e Pakistan (circa 140.000). Tra i cristiani ortodossi primeggiano invece i rumeni (circa 880.000), che da soli rappresentano nettamente la maggioranza assoluta di tale componente religiosa tra gli stranieri, seguiti da ucraini (circa 230.000) e moldovi (circa 100.000). Per quanto riguarda i cattolici, invece, tra le nazionalità più numerose si segnalano i filippini (circa 140.000) e gli albanesi (circa 90.000).
Inoltre UNICEF e Fondazione ISMU hanno pubblicato anche il rapporto ‘L’implementazione della piattaforma digitale Akelius: risultati, impatto e sostenibilità per documentare i risultati raggiunti con l’app Akelius in Italia’. Akelius è la piattaforma innovativa che rende l’apprendimento delle lingue un’esperienza divertente e interattiva. Adottata in 13 Paesi grazie alla collaborazione tra UNICEF e Fondazione Akelius, l’app offre lezioni, giochi ed esercizi di ascolto, lettura, scrittura e comprensione orale, adattandosi ai diversi livelli di competenza degli studenti, trasformando l’apprendimento in un’avventura coinvolgente e personalizzata.
In Italia, introdotta dall’UNICEF nel 2021, ha l’obiettivo di supportare gli alunni con background migratorio nell’apprendimento dell’italiano come seconda lingua (ITA L2), in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del merito. Akelius promuove così un approccio di apprendimento misto, coniugando l’utilizzo dell’app e di strumenti digitali in classe con i metodi tradizionali di insegnamento.
Dopo una fase pilota in partenariato con AIPI, l’UNICEF ha esteso il programma, grazie alla collaborazione con Fondazione ISMU, a 55 Istituti Comprensivi e 5 strutture ucraine in contesti extra scolastici, coinvolgendo, solo nell’anno 2022-23, oltre 1.000 studenti e 450 docenti. Dal 2021 il progetto Akelius ha raggiunto circa 700 docenti e oltre 2.500 studenti nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, favorendo l’acquisizione della lingua italiana e l’inclusione di alunni neoarrivati, tra i quali bambine e bambini rifugiati ucraini in Italia.
Attraverso un test di valutazione sviluppato per le abilità di lettura e ascolto, è emerso come oltre il 90% degli studenti abbia raggiunto gli obiettivi di apprendimento di italiano L2 che si erano prefissati, con il 57% degli studenti che ha aumentato le proprie capacità di oltre un livello del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue. Valutazioni positive emergono anche da parte degli insegnanti: l’81% ritiene che l’utilizzo di Akelius nelle lezioni di italiano L2 possa migliorare e accelerare l’apprendimento.
Il rapporto ha evidenziato anche alcune sfide per garantire un’implementazione efficace e la sostenibilità del programma nel sistema scolastico. Tra queste, emergono difficoltà organizzative nella gestione degli strumenti tecnologici, nell’integrazione di contenuti digitali nelle lezioni in modalità mista, ma anche la necessità di investire maggiormente sulla formazione degli insegnanti, sia per le competenze digitali sia per quelle specifiche dell’insegnamento dell’italiano L2.
Accanto ai migranti e ai rifugiati
Fino a lunedì 17 giugno sono sbarcate sulle coste italiane 23.725 persone migranti; mentre nello stesso periodo dello scorso anno furono 55.902 e nel 2022 furono 23.920, secondo i dati del Ministero degli Interni. Degli oltre 23.700 migranti sbarcati in Italia nel 2024, 4.839 sono di nazionalità bengalese (20%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Siria (3.427, 14%), Tunisia (3.135, 13%), Guinea (1.897, 8%), Egitto (1.503, 6%), Pakistan (939, 4%), Mali (837, 4%), Gambia (823, 4%), Costa d’Avorio (679, 3%), Sudan (636, 3%) a cui si aggiungono 5.010 persone (21%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.
Inoltre sono stati 3.197 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto l’Italia: i minori stranieri non accompagnati sbarcati sulle coste italiane nel 2023 sono stati 18.820, 14.044 nel 2022, 10.053 nel 2021, 4.687 nel 2020, 1.680 nel 2019, 3.536 nel 2018 e 15.779 nel 2017.
Nel mondo nello scorso anno 117.300.000 persone sono state costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di persecuzioni, conflitti, violenze e violazioni dei diritti umani, 1 persona su 69 a livello globale, secondo il Rapporto Global Trends dell’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati.
Negli ultimi dieci anni il numero di persone in fuga è più che raddoppiato; rispetto al 2022 si è registrato un aumento dell’8%, ossia 8.800.000 persone in più; un trend in salita confermato dai dati registrati nei primi quattro mesi del 2024, in cui la popolazione mondiale in fuga ha raggiunto il drammatico record di 120.000.000, secondo quanto calcolato dal Centro Astalli dei Gesuiti.
Alla fine del 2023 è di 43.400.000 il numero complessivo di rifugiati e di altre persone bisognose di protezione internazionale, di cui 31.600.000 sotto il mandato dell’UNHCR e 6.000 sotto il mandato dell’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente). La maggior parte della popolazione rifugiata (69%) vive nei Paesi limitrofi a quelli di origine e oltre il 75% risiede in Paesi a basso e medio reddito.
Oltre il 73% dei rifugiati proviene da soli cinque Paesi: Siria (6.400.000), Afghanistan (6.400.000), Venezuela (6.100.000), Ucraina (6.000.000) e Sudan (1.500.000). La popolazione di rifugiati più numerosa al mondo è quella afghana e risiede principalmente nella Repubblica Islamica dell’Iran (3.800.000) e nel Pakistan (2.000.000).
La Repubblica Islamica dell’Iran è il Paese che ospita il maggior numero di persone rifugiate al mondo (3.800.000), seguito da Turchia (3.300.000), Colombia (2.900.000), Germania (2.600.000) e Pakistan (2.000.000).
Alla fine del 2023 il numero di persone titolari di protezione internazionale in Italia era 138.000, mentre 147.000 quello dei richiedenti asilo ed oltre 161.000 quello dei cittadini ucraini titolari di protezione temporanea. Circa 3.000 erano le persone apolidi presenti sul territorio italiano.
A livello globale il numero di persone sfollate internamente è aumentato di oltre il 50% in soli 5 anni: 68.300.000 persone sono state costrette ad abbandonare la propria casa. Tra le principali cause di questo notevole incremento del numero di sfollati interni è il conflitto in Sudan, esploso nell’aprile dello scorso anno, che ha causato oltre 7.100.000 di nuovi sfollati all’interno del Paese ed 1.900.000 di rifugiati sudanesi in fuga nei Paesi limitrofi come Ciad (923.300) e Sud Sudan (359.600).
Nella Repubblica Democratica del Congo i continui scontri nella provincia del Nord Kivu nel nord-est del Paese hanno causato oltre 2.800.000 di sfollati interni. In Myanmar la violenza diffusa e la continua violazione dei diritti umani hanno provocato lo sfollamento di 1.300.000 persone; inoltre, secondo le stime dell’UNRWA, alla fine del 2023 nella Striscia di Gaza la popolazione sfollata ammontava a più di 1.700.000 persone (oltre il 75% della popolazione).
Infine, oltre ai conflitti e alla violazione dei diritti umani, tra le cause che costringono alla fuga un numero sempre più alto di persone in fuga c’è la crisi climatica: sono 7.700.000 le persone messe in fuga dall’avvento di eventi metereologici estremi sempre più frequenti, dovuti agli effetti devastanti del cambiamento climatico.
Per questo dal 1991, attraverso il servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli, la Chiesa cattolica italiana, grazie ai fondi dell’8xmille, ha cercato di accompagnarle e dare loro conforto finanziando 166 progetti specificamente a favore di migranti e rifugiati in 31 Paesi per un totale di oltre € 31.500.000.
Nell’ultimo Rapporto del ‘Norwegian Refugee Council’ (NRC), pubblicato lo scorso 3 giugno sono elencate le dieci crisi di sfollati più dimenticate al mondo, con numeri in aumento e bisogni crescenti. Si tratta sempre di emergenze croniche, con migrazioni, violenza, fame e mancanza di servizi essenziali: 9 riguardano Paesi africani e una l’Honduras dove (a causa della violenza diffusa, del crimine organizzato e degli shock climatici) ben 3.200.000 persone necessitano di aiuti umanitari. La Chiesa locale da oltre 30 anni sostiene i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le famiglie nei loro bisogni fondamentali e nel richiedere il rispetto dei loro diritti.
Per la Cei spesso i rifugiati sono costretti a vivere per anni, decenni, in campi profughi in condizioni precarie, come a Kakuma, nel nord del Kenya, vicino al confine con l’Uganda e il Sud Sudan, che ha raccolto il racconto di Mary, fuggita dal Sud Sudan: Mio marito è morto durante gli scontri. Una notte hanno attaccato il nostro villaggio. Allora ho preso tutti i miei figli con me, abbiamo raccolto quel poco che ci era rimasto e siamo scappati. Ho avvolto in fasce intorno al mio corpo il più piccolo che aveva pochi mesi e quello poco più grande di lui l’ho caricato sulle spalle. I cinque figli più grandi camminavano con me, cercando di rimanermi il più vicino possibile. Abbiamo camminato per mesi; ogni tanto siamo riusciti a fermarci per qualche settimana cercando di recuperare le forze, qualcosa da mangiare e soprattutto qualche soldo per continuare il viaggio. Siamo arrivati al campo di Kakuma dopo circa quattro mesi”.
Nel dolore e nella sofferenza fiorisce comunque la solidarietà e la Chiesa cattolica cerca di mantenere accesa la speranza nella storia di tante persone, come ad Ankawa, l’unico quartiere cristiano alla periferia di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Nell’estate del 2014 la zona è stata al centro dell’attenzione internazionale: circa 75.000 sfollati sono arrivati lì per scappare dall’Isis. Nonostante la drammaticità della situazione l’arcivescovo cattolico caldeo, Bashar Warda, è riuscito a far crescere un grande seme di speranza, realizzando, grazie anche al sostegno della Chiesa italiana, l’Università di Erbil. Dopo 10 anni l’Università ha 11 corsi di laurea altamente correlati al mercato del lavoro, 590 studenti (24% musulmani, 14% yazidi), il 59% donne.
A Napoli i salesiani hanno celebrato i 90 anni di presenza alla Doganella anche con la pizzeria
Nei mesi scorsi il ‘Don Bosco’ di Napoli ha celebrato i 90 anni dall’arrivo dei salesiani nel quartiere periferico della Doganella. Oltre alla formazione il ‘Don Bosco’, che è parte della Rete Salesiani per il Sociale, fa accoglienza ed è il principale punto di raccolta dei minori stranieri non accompagnati che transitano dalla Campania. Il direttore della struttura, don Giovanni Vanni, spiega che il centro è un punto di riferimento per giovani nordafricani, bengalesi, pakistani, affermando che negli ultimi sei anni sono arrivati 799 ragazzi da ben 37 Paesi diversi e che l’età media si è abbassata “qualche giorno fa ho ricevuto un 14enne”.
Il primo aiuto è per i documenti “carta identità e residenza. Così poi possono affittare un appartamento, lavorare e avere il medico. La scuola d’italiano è un altro fondamentale strumento di integrazione. E poi noi siamo un po’ i loro secondi genitori, cerchiamo di dargli quell’educazione che si basa su incoraggiamenti, ma anche su rimproveri. Il segreto è scorgere le loro inclinazioni e assecondarle, inserendoli magari nella formazione professionale”.
Perché arrivano in Italia?
“I motivi sono tra i più vari. Ci sono i ragazzi che scappano da una situazione di guerra (non solo Ucraina/Russia o Palestina/Israele) ma tante guerre civili o zone in mano a gruppi terroristici in cui lo Stato è assente, per esempio il Mali, Ciad, Burkina Faso, Nigeria, Sudan, Etiopia, la Repubblica Democratica del Congo, Pakistan, Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia. Poi abbiamo il problema delle discriminazioni di minoranze. Faccio due esempi: molti pakistani sono etnia afgana ed il Pakistan non li riconosce; pertanto si hanno problemi nell’avere il passaporto:
appartieni ad una nazione che non ti riconosce. Poi i ragazzi Coopti: nei loro documenti vi è l’indicazione della religione, se non sei mussulmano, sei sempre l’ultimo e non hai possibilità di crescere. Ho notato che alcuni coopti, se provengono da una zona con una comunità forte numericamente sono scolarizzati; ma quando vengono da zone in cui sono i coopti sono vere e proprie minoranze non sanno leggere e scrivere, eppure dicono di essere andati a scuola!
Poi c’è il motivo economico: Tunisia, Bangladesh Egitto… Paesi colpiti da un’inflazione galoppante e situazioni economiche al collasso. L’Egitto, anche se nessuno ne parla, vive uno dei momenti più bui: la guerra tra Hamas ed Israele; l’instabilità del Mar Rosso e del Canale di Suez, la crisi monetaria… e chi ne paga sono le piccole famiglie, in quanto i prezzi salgono continuamente e la popolazione è agli estremi della povertà.
E’ interessante (e fa riflettere) che vi sono molti ragazzi che provengono dalla zona del Delta del Nilo, la zona per eccellenza più ricca dell’Egitto! La Tunisia, un Paese definito sicuro dal nostro governo, ma in realtà la povertà è visibile agli occhi di chi ci abita e rischia di essere una bomba sociale… E tante famiglie lasciano i figli partire, pur coscienti dei tanti rischi”.
Quale è la loro meta?
“Principalmente l’Europa: un buon numero vogliono continuare il loro percorso migratorio verso la Francia e la Germania; qualcuno anche il Regno Unito (nonostante la politica anti immigratoria del Governo ma ‘vogliono andare’). Una buona maggioranza si ferma in Italia. E’ interessante capire che la loro meta non è una città ben definita.
Pertanto vi sono ragazzi che vagano per l’Italia alla ricerca di una comunità che gli possa dare sicurezza: interesse per i documenti per la regolarizzazione in Italia (non solo il permesso di soggiorno ma anche il codice fiscale, il passaporto, la residenza, la carta identità, iscrizione al Servizio Sanitario, in quanto non tutte le comunità assicurano tale documentazione ), la scuola di italiano (primo passaggio verso l’integrazione), ma anche calore e familiarità. I ragazzi interrompono il loro percorso migratorio quando trovano sicurezza! Non pochi ragazzi non conoscevano Napoli, neppur in geografia, il loro obiettivo era Parigi, Berlino, Roma… hanno trovato sicurezza e si sono fermati!”
Per quale motivo è stata creata la pizzeria ‘Anem e Pizz’?
“Napoli è la patria della pizza e la figura del pizzaiolo è sempre un attrazione per i giovani della città. La pizzeria nasce da una ricerca di mercato ma anche nel far mettere ‘le mani in pasta’, avvicinandoli così all’arte antica e sempre moderna della pizzeria napoletana”.
Quale è l’obiettivo del Centro ‘Le Ali’?
“Il Centro ‘Le Ali’ ha come obiettivo il dare un’opportunità di riscatto ai giovani di età compresa dai 14 ai 18 anni, italiani e stranieri, di qualunque etnia e credo religioso, ponendo una particolare attenzione ai minori affidati dai servizi sociali, dal tribunale o da altre strutture per poter ‘ricostruire il suo futuro’… adolescenti e giovani, per qualsiasi motivo, nell’abbandono scolastico.
Una equipe di professionisti nell’educazione ed esperti del settore, cura i ragazzi facendoli ‘riscommettere’ sulla proprie qualità e sulla propria vita. Negli ultimi anni ci stiamo specializzando sul settore del food. Con l’arrivo del turismo di massa, a Napoli hanno aperto molti bar, ristoranti, trattorie e pizzerie ed è cresciuta notevolmente la ricerca del personale qualificato in tale settore”.
Fondazione Moressa: 2.400.000 lavoratori immigrati producono € 154.000.000.000 di PIL (9%)
La popolazione straniera residente in Italia si conferma stabile a quota 5.000.000 ad inizio anno, pari all’8,6% del totale e l’età media degli stranieri è 35,3 anni, contro i 46,9 degli italiani. Gli indicatori demografici spiegano bene la diversa tendenza: tra gli stranieri vi sono 11,0 nati ogni mille abitanti e 2,0 morti; tra gli italiani, 6,3 nati e 13,0 morti per mille abitanti.
Chiesa marocchina in cammino sinodale nel racconto del card. Lopez Romero
“Per superare e sradicare le erbacce del clericalismo, dell’autoritarismo e dell’indifferenza, desideriamo generare nuove forme di leadership (siano esse sacerdotali, episcopali, religiose e laiche). Desideriamo formare la famiglia sinodale di Dio nella pratica di una leadership integrale e vivificante, relazionale e collaborativa, capace di generare solidarietà e corresponsabilità. Per raggiungere questo obiettivo, la famiglia sinodale di Dio in Africa si impegna a creare spazi e ad allargare la nostra tenda per il possibile esercizio di varie forme di ministero laicale”.
L’Istat fotografa un’Italia sempre più anziana
L’Italia è un Paese sempre più vecchio: lo ha certificato l’Istat nella terza edizione del Censimento permanente della popolazione e delle abitazioni, sottolineando che nel 2021 ha 59.030.133 residenti, in calo dello 0,3% rispetto al 2020 (-206.080 individui), mentre l’età media si è innalzata di tre anni rispetto al 2011 (da 43 a 46 anni); e la Campania continua a essere la regione più giovane (età media di 43,6 anni) mentre la Liguria si conferma quella più anziana (49,4, anni).
Nella Giornata del Ringraziamento i vescovi invitano ad un’agricoltura sostenibile
‘Le scelte assurde di investire in armi anziché in agricoltura fanno tornare attuale il sogno di Isaia di trasformare le spade in aratri, le lance in falci’: è quanto affermano i vescovi italiani nel messaggio della Conferenza episcopale italiana per la 72^ Giornata Nazionale del Ringraziamento, che si celebra oggi sul tema ‘Coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto (Am 9,14). Custodia del creato, legalità, agromafie’. Nel documento è sottolineato che ‘all’interno dell’attività agricola si infiltra un agire che crea grandi squilibri economici, sociali e ambientali’:
ISMU: in Italia la maggioranza degli immigrati è cristiana
“Il più recente dato Istat, disponibile sul sito www.demo.istat.it dallo scorso 3 maggio, indica in 5.035.643 la stima degli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2021, in diminuzione dello 0,1% rispetto al valore di 5.039.637 del 1° gennaio 2020 ma in aumento dello 0,8% rispetto ai 4.996.158 del 1° gennaio 2019. Questi ultimi due dati, inoltre, risultano correzioni post censuarie al ribasso rispetto a quanto precedentemente prospettato dall’Istat, rispettivamente con 5.382.000 unità al 1° gennaio 2020 e 5.255.503 al 1° gennaio 2019”.




























