Papa Francesco proclama nuovi beati e venerabili

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Prima di Natale la Chiesa ha ‘promulgato’ nuovi venerabili e beati, tra cui una famiglia polacca di 9 componenti, Ulma, sterminata dai nazisti. Józef Ulma, nato nel 1900, vivaista e apicoltore, e sua moglie Wiktoria Niemczak, nata nel 1912, abitavano a Markowa, paese nella Polonia sud orientale che contava una piccola presenza ebraica. Avevano sei figli (Stanisława di 8 anni, Barbara di 6, Władysław di 5, Franciszek di 4, Antoni di 3, Maria di un anno e mezzo) più un settimo nel grembo materno.

La famiglia diede rifugio a 8 ebrei; attraverso una ‘soffiata’ i tedeschi lo vennero a sapere e la mattina del 24 marzo 1944 fecero irruzione nella fattoria degli Ulma: prima uccisero gli ebrei, poi Józef e Wiktoria, quindi, per un’ultima, agghiacciante lezione alla popolazione locale, i loro figli. Per il bambino ancora in gestazione è stato riconosciuto il battesimo di sangue. Tutti sono stati dichiarati martiri. Nel 1995 la famiglia Ulma è stata inserita nell’elenco dei Giusti della nazioni dallo Yad Vahem, il memoriale dell’Olocausto in Israele.

L’altro prossimo beato è Jacinto Vera (1813-1881), primo vescovo di Montevideo, in Uruguay, che lasciò un ricordo indelebile per il suo zelo apostolico. A portarlo sugli altari è una guarigione giudicata miracolosa avvenuta per sua intercessione nel 1936 (a una quattordicenne scomparve istantaneamente una gravissima infezione contratta dopo una operazione di appendicite).

I venerabili​ sono: il laico brasiliano Franz de Castro (1942-1981), avvocato, impegnato nell’assistenza ai detenuti del carcere di Jacareí, nello Stato di San Paolo, si offrì come mediatore nella trattativa con la Polizia quando in carcere scoppiò una violenta insurrezione. Si consegnò ai rivoltosi in sostituzione di un poliziotto tenuto in ostaggio. Le Forze dell’ordine aprirono il fuoco sui detenuti e nella sparatoria rimase coinvolto anche De Castro.

Tra gli altri venerabili, sette sono italiani: Ugo De Blasi (1918-1982), sacerdote diocesano nato e morto a Lecce; Miradio della Provvidenza di San Gaetano (1863-1926), al secolo Giulia Bonifacio, fondatrice della Congregazione delle Povere Figlie di Sant’Antonio, ora Religiose Francescane di Sant’Antonio, nata a Castellamare di Stabia e morta a Napoli; Maria Ignazia Isacchi (1857-1934), al secolo Angela Caterina detta Ancilla, fondatrice della Congregazione delle Suore Orsoline del Sacro Cuore di Asola, nata a Stezzano e morta a Seriate, cittadine in provincia di Bergamo; Margherita Crispi (1879-1974), al secolo Diomira Ludovica Romana, fondatrice della Congregazione delle Suore Oblate al Divino Amore, nata a Partinico (Palermo) e morta a Roma;

Margherita Maria Guaini (1902-1994), al secolo Alessia Antonia, fondatrice della Congregazione delle Suore Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote, nata a Ceto (Brescia) e morta a Varallo Sesia (Novara); Teresa Veronesi (1870-1950), religiosa della Congregazione delle Suore Minime dell’Addolorata, nata a San Ruffillo (Bologna) e morta a Sant’Agata Bolognese; Luisa Guidotti Mistrali (1932-1979), laica consacrata dell’Associazione Femminile Medico-Missionaria, nata a Parma e morta a Mutoko (Rhodesia, attuale Zimbabwe).

Insieme a loro, Aleksander Woźny (1910-1983), sacerdote diocesano polacco; Martin Benedict (1931-1986), frate minore conventuale romeno; José Marco Figueroa (1865-1942), gesuita spagnolo; Magdalena Aulina Saurina (1897-1956), religiosa spagnola e fondatrice dell’Istituto Secolare delle Señoritas Operarias Parroquiales.

Giacinto (Jacinto) Vera y Durán nacque il 3 luglio 1813 a bordo di una nave nell’oceano Atlantico da Gerardo Vera e Josefa Durán, che partiti dalle isole Canarie stavano emigrando verso l’Uruguay.

Il piccolo Giacinto è stato battezzato durante una sosta della barca nella chiesa della Madonna del Destrerro (Nossa Senhora de Destrerro), patrona degli immigrati a Florinapópolis in Brasile. Aveva quattro fratelli. Dal 1813 la famiglia Vera visse in una fattoria in affitto fino a quando non riuscirono ad acquistarla nel 1819.

Nel 1832 sentì la vocazione al sacerdozio. Dal 1836 al 1841 è stato un allievo del Collegio dei Geesuiti di Sant’Ignazio e poi nel seminario di Buenos Aires dove si fece apprezzare la sua intelligenza e il suo carattere allegro e la sua devozione. Dopo aver ricevuto il diaconato nel giorno 28 maggio 1841, è stato ordinato sacerdote il 5 giugno dal vescovo di Buenos Aires, Mons. Mariano Medrano e Cabrera. Il 6 giugno don Giacinto Vera celebrò la sua prima messa nella chiesa delle ‘Catalinas’ prima di ritornare in Uruguay. 

Il 4 ottobre 1859 è stato nominato Vicario apostolico di Montevideo. Entrato in carica il 14 dicembre, s’impegnò fin dall’inizio per il rinnovamento e la crescita spirituale dei sacerdoti, convocandoli tutti per gli esercizi spirituali nel gennaio 1860. Dal 25 aprile 1860 al mese di gennaio 1861 intraprese un viaggio missionario attraverso tutta la nazione per poter incontrare le persone e per predicare la parola di Dio. Quando a Montevideo avversato dalla massoneria sorsero alcune complicazioni fu costretto all’esilio in Buenos Aires, dal giorno 8 ottobre 1862 al 23 agosto 1863.

Dopo che Venancio Flores gli fece l’offerta di ritornare nella sua nazione, al suo ritorno fu accolto con grande aspettativa, tanto che il presidente ad interim, Atanasio Aguirre chiese al Pontefice Pio IX di nominarlo vescovo. Il pontefice, alla luce di questa richiesta, lo nominò il 22 settembre 1864, vescovo titolare di Megara. Mons. Giacinto Vera è stato consacrato vescovo il 16 luglio 1865.

Mons. Vera sostenne il ritorno nel paese dei Gesuiti che, che dal 3 settembre 1872 poterono aprire la loro casa a Montevideo. Inoltre il 16 dicembre 1876 fece arrivare anche i Salesiani di Don Bosco.

Il 15 luglio 1878, concluse la sua missione di Vicario Apostolico, per la nomina a vescovo titolare di Monteviedeo, dopo l’istituzione della diocesi. Tre anni dopo, mons. Giacinto Vera, morì in concetto di santità il 6 maggio 1881 a Pan de Azúcar di Maldonado durante la predicazione di una missione.

Per quanto riguarda invece i nuovi venerabili, spicca per fama il nome del gesuita maceratese Matteo Ricci (1552-1610), uno dei maggiori protagonisti dello slancio missionario della Chiesa in Asia, pioniere dell’evangelizzazione della Cina.

Tale notizia è stata accolta con ‘soddisfazione’ dal vescovo di Macerata, mons. Nazzareno Marconi: “Provvidenzialmente questo decreto arriva nel giorno in cui la Chiesa natale di padre Matteo Ricci, Macerata, riapre alla vita cittadina e al culto pubblico la Chiesa – Collegiata dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista, chiesa gesuitica annessa al collegio dei Padri dove lo stesso Padre Matteo Ricci studiò da giovane e cominciò il suo cammino verso la consacrazione religiosa da gesuita.

Con questo atto molto importante il processo per la beatificazione di p. Matteo raggiunge l’ultimo traguardo: la Chiesa dichiara che tutte le indagini svolte in questi anni, prima a livello diocesano poi vaticano, confermano la santità di Padre Matteo. Ora si attende solo una conferma ‘più alta’ con le prove di un miracolo avvenuto per intercessione di p. Matteo Ricci”.

Mentre sul sito di Asia News, p. Gianni Criveller, presidente della commissione storica per la sua beatificazione, ha ricordato le tappe di questo processo di beatificazione: “Il processo per la beatificazione fu aperto, una prima volta, nel 1982. Tuttavia quella fase non ebbe mai una chiara conclusione.

Nel 2010, in occasione del 400° anniversario della morte di Ricci, i tempi erano finalmente maturi: il vescovo Claudio Giuliodori riaprì il processo, affidando a chi scrive di presiedere la commissione storica, la quale fu responsabile di tracciare il profilo del missionario maceratese, mostrando non solo l’eroicità delle virtù, ma anche la fama di santità della quale fu circondato fin dalla sua morte.

Nel 2013 la documentazione venne trasferita a Roma, dove la causa continuò, seguendo i complessi itinerari previsti. L’atto del papa di questa mattina è allo stesso tempo un punto di arrivo e una tappa significativa verso altri traguardi”.

P. Ricci fu missionario: “Ma Ricci fu soprattutto un missionario: come Paolo di Tarso soffrì e donò tutto se stesso per la predicazione del Vangelo. Le comunità che ha fondato hanno conservato e trasmesso la fede e, nonostante persecuzioni e difficoltà di ogni genere, sono ancora presenti tra il popolo cinese. I fedeli cattolici di quel paese lo sanno bene: per questo oggi è un giorno di gioia. E anche di speranza per il futuro della fede nella terra di Cina”.

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