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Sant’Antonino Fantosati, un francescano in Cina

“Come qualificare l’operato missionario di Antonino Fantosati (1842-1900), frate minore e vescovo in Cina per oltre un trentennio? E l’interrogativo principale che guida la ricerca di Erica Cecchetti, interessata in particolar modo a comprendere se ‘la figura di Fantosati possa essere assimilata a quella di un eroe o di un colonizzatore, del passeur o del conquistatore’. Se nel suo caso, cioè, si sia prodotta una autentica ‘ibridazione’ delle differenze: un adattamento del messaggio, una sua inculturazione e anche una autentica localizzazione del medesimo. Se il missionario si sia concentrato unicamente sul proselitismo religioso, oppure abbia indirizzato il suo sguardo anche sulla realtà culturale, sociale, politica, economica e ambientale della Cina ottocentesca, protesa alla modernizzazione politico economica e scientifica, complice l’invadenza di una internazionalizzazione imposta dell’imperialismo europeo”.

Questo è l’inizio della prefazione di fra Giuseppe Buffon, professore ordinario di Storia della Chiesa e vicerettore della Pontificia Università Antonianum di Roma, al volume ‘Antonino Fantosati, un francescano in Cina (1842-1900)’ della dott.ssa Erica Cecchetti, sinologa ed assegnista di ricerca in ‘Lingua e cultura cinese’ al dipartimento dell’Istituto Italiano di Studi Orientali della Sapienza Università di Roma, di cui il primo ottobre è ricorso il venticinquennale  della sua canonizzazione e sarà ricordato domani alle ore 17.00 presso il convento San Martino a Trevi:

“Nei primi giorni di luglio del 1900, Fantosati cade vittima del furore convulso delle rivolte popolari. Simboli religiosi erano stati impiegati per qualificare sia i rivoltosi (‘diavoli impazziti’), sia i missionari europei, ‘spiriti maligni’, ottenendo un conflitto di sguardi, che, almeno fino ad allora, era stato vantaggioso agli europei assai più che alla popolazione cinese. Il vero vincitore, non c’è dubbio, era l’interesse economico del nazionalismo rampante”.

Alla dott.ssa Erica Cecchetti, chiediamo di spiegarci il motivo di questo libro su sant’Antonino Fantosati: “Antonino Fantosati è stato un missionario francescano umbro che ha trascorso 33 anni in terra cinese e che ha svolto un ruolo importante nella storia delle missioni cattoliche in Cina nella seconda metà del 1800. La sua vicenda personale, ricostruita grazie al carteggio con i suoi interlocutori europei e cinesi, è ricca di spunti di riflessione e dettagli inediti sulla storia delle relazioni sino-cattoliche con particolare riferimento alle province dell’Hubei e dell’Hunan meridionale.

A 25 anni dalla sua canonizzazione, avvenuta nel 2000 da parte di papa san Giovanni Paolo II, questa ricerca si propone di gettare luce sulle vicende storiche che hanno caratterizzato la sua presenza in Cina, nella personale evoluzione da semplice frate di campagna a vescovo e vicario apostolico. Il francescano perse la vita in occasione della rivolta dei Boxer del 1900 ed è il primo francescano nato in Umbria (a Trevi, provincia di Perugia) ad essere stata canonizzato dopo san Francesco d’Assisi”.

Perchè scelse di andare in Cina?

“La sua scelta, compiuta quando aveva appena 25 anni, fu motivata da una proposta pervenuta dall’allora Amministratore Generale dell’Ordine dei Frati Minori Bernardino da Portogruaro”.

Quali ‘strategie linguistiche’ adoperò per diffondere il Vangelo?

“Il ritrovamento di un catechismo trilingue a lui appartenuto, contenente una versione del catechismo della Chiesa Cattolica in lingua cinese in uso in Cina al tempo, corredata da una traduzione in latino ed una versione a fronte in cinese romanizzato realizzata da lui stesso (per romanizzazione si intende una trascrizione fonetica in lettere latine del cinese locale parlato nella sua zona di missione) è un interessante esempio delle strategie linguistiche impiegate dai missionari occidentali al tempo in missione presso l’Impero Qing.

I missionari, che apprendevano il cinese direttamente sul luogo di missione dopo l’arrivo, si trovavano a combattere con le difficoltà dell’apprendimento di una lingua complessa ed affascinante e, per questo motivo, l’adozione di una trascrizione fonetica della pronuncia gli consentiva di comunicare più efficacemente in cinese. La versione ‘alfabetizzata’ del catechismo cinese secondo la pronuncia locale è prova di una importante strategia linguistica adottata dal frate nell’esercizio del suo ministero”.

Quali sono stati i risvolti sociali della sua ‘strategia’ evangelizzatrice?

“L’utilizzo di una versione romanizzata del catechismo mostra come il francescano si fosse dotato di una versione alfabetizzata della lingua ideografica per agevolare la propria missione evangelizzatrice, rendere possibile la predicazione e la diffusione del catechismo e, in alcuni casi, come avvenne su iniziativa del francescano missionario suo contemporaneo Eligio Cosi (OFM, 1818-1885), si ipotizza che potesse fornire ai cinesi più poveri e ai seminaristi locali una versione del cinese alfabetizzata ‘semplificata’ e non logo grafica”.

In cosa consisteva la sua opera apostolica nello Hunan, provincia della Cina centrale?

“Presso l’Hunan Fantosati ricoprì il ruolo di vescovo e vicario apostolico, occupandosi della cura delle comunità cattoliche cinesi presenti nell’area, dell’opera di evangelizzazione e, soprattutto, di numerose opere di sostegno alle popolazioni più povere dei villaggi rurali presso cui prestava il suo servizio. Tra queste, le più importanti erano gli orfanotrofi e le opere della Santa Infanzia”.

(Tratto da Aci Stampa)

Don Nicola Rotundo: l’educazione al tempo dell’Intelligenza Artificiale

“Viviamo in un ambiente educativo complesso, frammentato, digitalizzato. Proprio per questo è saggio fermarsi e recuperare lo sguardo sulla ‘cosmologia della paideia cristiana’: una visione che, lungo i secoli, ha saputo rinnovare sé stessa e ispirare positivamente tutte le poliedriche sfaccettature dell’educazione. Fin dalle origini, il Vangelo ha generato ‘costellazioni educative’: esperienze umili e forti insieme, capaci di leggere i tempi, di custodire l’unità tra fede e ragione, tra pensiero e vita, tra conoscenza e giustizia. Esse sono state, in tempesta, àncora di salvezza; e in bonaccia, vela spiegata. Faro nella notte per guidare la navigazione”.

Prendendo spunto da questo paragrafo del proemio della lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’, che papa Leone XIV ha scritto per il 60^ anniversario della Dichiarazione conciliare ‘Gravissimum educationis’ sull’educazione, abbiamo iniziato un dialogo con don Nicola Rotundo, presbitero dell’arcidiocesi metropolitana di Catanzaro-Squillace, dottore in Teologia Morale presso l’Accademia Alfonsiana in Roma e Cultore della Materia all’Università della Calabria, ed autore di libri sul rapporto tra teologia ed intelligenza artificiale, quali ‘Per una econom-IA etica’, ‘Intelligenza Artificiale. Un punto di vista etico-sociale’, ‘Etica Armonica. Riflessioni per innovare l’economia e il lavoro’.

Perché per la Chiesa l’educazione ‘non è attività accessoria, ma forma la trama stessa dell’evangelizzazione’?

“La Chiesa deve andare, fare discepoli, battezzare, insegnare ciò che Cristo Gesù ha comandato. Senza insegnamento non c’è evangelizzazione. Evangelizzare è porre il Vangelo e la verità di ogni Parola del Vangelo nel cuore di ogni uomo. Le parole del Santo Padre nella ‘Lettera Apostolica’ affermano come l’educazione sia il modo concreto in cui il Vangelo possa diventare esperienza personale e tessuto sociale. Infatti, educare significa accompagnare la crescita integrale (intelligenza, affettività, volontà e spiritualità) e così rendere visibile la carità evangelica nella vita quotidiana. In questo senso l’annuncio cristiano trova nella scuola, nella famiglia, nelle comunità formative il laboratorio in cui prende forma una vita buona per sé e per gli altri”.

Per quale motivo il papa ha invitato a ‘disegnare nuove mappe di speranza’?

“Ogni discepolo di Gesù è chiamato a dare pieno sviluppo e pieno compimento alla sua personale mappa già disegnata dallo Spirito del Signore. L’invito di papa Prevost nasce dalla constatazione che il mondo sia cambiato profondamente e che le risposte educative del passato non siano più sufficienti. Disegnare mappe nuove significa inventare percorsi e cammini capaci di orientare in contesti complessi: crisi ambientali, disuguaglianze, fragilità identitarie, innovazioni tecnologiche. E’ un’esortazione a coltivare un umanesimo creativo, corale e profetico che sappia immaginare futuri sostenibili e inclusivi, ridisegnando relazioni educative, spazi formativi e priorità sociali”.

In quale modo l’educazione può ‘navigare nuovi spazi’?

Ogni persona che si lascia evangelizzare è un ‘nuovo spazio’. E’ quindi necessario seminare sempre la Parola di Dio, anche attraverso nuove metodologie e alleanze sociali. Si tratta di promuovere approcci interdisciplinari, imparare ad intessere collaborazioni tra famiglia, scuola, università, parrocchie e realtà civili. Significa anche coltivare capacità di ascolto, discernimento e responsabilità. L’educazione diventa una sorta di ‘navigazione accompagnata’: mappe condivise, con compagni di viaggio competenti e misericordiosi”.

Quale sfida lancia l’Intelligenza Artificiale al mondo educativo?

Dobbiamo ricordare che l’Intelligenza Artificiale è una tra le tante invenzioni dell’uomo; la sfida per il mondo educativo è sapere usare e insegnare a sapere usare questa nuova invenzione.  E’ l’uomo che governa l’Intelligenza Artificiale e non è l’Intelligenza Artificiale che deve governare l’uomo, altrimenti l’uomo diviene schiavo e prigioniero di una macchina. E’ altresì necessario integrare le tecnologie per potenziare apprendimento e accesso, senza perdere il primato della relazione, della creatività, della capacità di errore e del giudizio etico che definiscono la persona. Gli educatori devono diventare mediatori critici, capaci di usare l’Intelligenza Artificiale come alleata e non come surrogato dell’incontro formativo.

Come si mantiene la dignità della persona in un mondo sempre più tecnologizzato?

Per mantenere la dignità umana, è necessaria una tecnologia «antropocentrica». Questo implica regole etiche nella progettazione tecnologica, educazione alla cittadinanza digitale, e coltivazione di competenze critiche e relazionali. In tal senso le scuole e le comunità devono assumersi la responsabilità di formare cittadini capaci di scegliere e non solo di subire gli output provenienti dai sempre più performanti chatbot”.

Allora, come fare buon uso della tecnologia?

“Ogni invenzione dell’uomo è sempre dall’uso bivalente e anche multivalente. Occorre quindi formare la coscienza morale, insegnando all’uomo che ogni suo atto ha delle conseguenze eterne. Attraverso una formazione di chi è deputato a formare le nuove generazioni, ricordando che tutto è dono di Dio e poi anche dono dell’uomo all’uomo, sarà possibile fare un buon uso della tecnologia”.

Concludendo l’intervista chiediamo un’ultima parola di speranza: “L’educazione rimane la grande risorsa per tracciare mappe di speranza: è attraverso la pazienza formativa, la capacità di ascolto e la creatività educativa che possiamo orientare le nuove generazioni verso un futuro più umano e solidale. Papa Leone XIV, concludendo l’udienza con gli studenti partecipanti al Giubileo del Mondo Educativonello scorso 30 ottobre, ha rafforzato il concetto: ‘Anche l’Intelligenza Artificiale è una grande novità (una delle ‘rerum novarum’, cioè delle cose nuove) del nostro tempo: non basta tuttavia essere ‘intelligenti’ nella realtà virtuale, ma bisogna essere umani con gli altri’”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: trasmettere ciò che si è ricevuto

“Come sapete, oggi nella Chiesa universale si celebra la memoria liturgica del martirio di san Giovanni Battista. La sua figura può aiutarci molto a riflettere sulla missione degli evangelizzatori oggi nella Chiesa e nel mondo attuali… Se rileggiamo con attenzioni i primi capitoli del quarto Vangelo possiamo scoprire qual è la chiave di ogni scuola di evangelizzazione: rendere testimonianza di ciò che si è contemplato, dell’incontro che si è avuto con il Dio della vita… Questa è la missione della Chiesa, questa è la missione di ogni cristiano”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i membri della ‘Scuola di Evangelizzazione Sant’Andrea’, indicando come modelli san Giovanni Battista e l’evangelista Giovanni.

Ciò che indica san Giovanni Battista è il cammino del cristiano: “Cari fratelli e sorelle, questa è la nostra vocazione come battezzati, pertanto dobbiamo trasmettere ciò che a nostra volta abbiamo ricevuto, affinché tutti diveniamo uno in Cristo. In questi giorni di pellegrinaggio, vi invito in modo particolare a contemplare le vite dei santi che, come san Giovanni Battista, sono stati fedeli seguaci di Gesù Cristo, manifestandolo in parole e in opere di bene”.

Inoltre oggi è stato reso pubblico un video messaggio di papa Leone XIV alla provincia agostiniana di Villanova, negli USA, registrato nel periodo di riposo a Castel Gandolfo; “Mentre registro questo messaggio sono lontano dal caldo di Roma e sto trascorrendo un po’ di tempo a Castel Gandolfo per pregare, riflettere e riposare un po’. Vi farà piacere sapere che la chiesa parrocchiale di questa cittadina fuori Roma è dedicata a san Tommaso da Villanova, conosciuto come padre dei poveri, un frate e vescovo agostiniano straordinariamente dotato che ha dedicato la propria vita al servizio dei poveri”.

Per il papa è importante essere partecipe dell’Ordine di sant’Agostino: “Come agostiniani cerchiamo ogni giorno di essere all’altezza dell’esempio del nostro padre spirituale, sant’Agostino. Essere riconosciuto come agostiniano è un onore molto sentito. Devo tanto di ciò che sono allo spirito e agli insegnamenti di sant’Agostino, e sono grato a tutti voi per i molti modi in cui le vostre vite mostrano un profondo impegno verso i valori di veritas, unitas, caritas”.

Ed ha tracciato un breve ritratto: “Sant’Agostino, come sapete, è stato uno dei grandi fondatori del monachesimo, vescovo, teologo, predicatore, scrittore e dottore della Chiesa. Ma questo non è avvenuto dalla sera alla mattina. La sua vita è stata piena di tentativi ed errori, proprio come le nostre”.

Però la sua conversione è dovuta alla madre: “Tuttavia, attraverso la grazia di Dio, attraverso le preghiere di sua madre, Monica, e della comunità di brave persone intorno a lui, Agostino è riuscito a trovare la via della pace per il suo cuore inquieto. La vita di sant’Agostino e la sua vocazione a guidare servendo, ricordano a tutti noi che possediamo doti e talenti donati da Dio e che il nostro scopo, la nostra realizzazione e la nostra gioia derivano dal restituirli nell’amorevole servizio a Dio e al nostro prossimo”.

Inoltre ha ricordato gli agostiniani missionari in America: “Siamo sostenuti dall’esempio di frati agostiniani come padre Matthew Carr e padre John Rossiter, il cui spirito missionario li ha spinti, alla fine del Settecento, ad andare a portare la buona novella del Vangelo nel servizio degli immigrati irlandesi e tedeschi, in cerca di una vita migliore e di tolleranza religiosa”.

E’ un’eredità che non va dispersa: “Ancora oggi siamo chiamati a portare avanti questa eredità di servizio amorevole verso tutto il popolo di Dio. Nel Vangelo Gesù ci ricorda di amare il prossimo, e questo ci sfida, ora più che mai, a ricordarci di vedere oggi il prossimo con gli occhi di Cristo, che tutti noi siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, attraverso l’amicizia, le relazioni, il dialogo e il rispetto reciproco. Possiamo vedere oltre le nostre differenze e scoprire la nostra vera identità di fratelli e sorelle in Cristo”.

Quindi è  un invito ad essere costruttori di pace: “Sant’Agostino ci ricorda che prima di parlare dobbiamo ascoltare, e come Chiesa sinodale siamo incoraggiati a impegnarci nuovamente nell’arte di ascoltare attraverso la preghiera, il silenzio, il discernimento e la riflessione. Abbiamo l’opportunità e la responsabilità di ascoltare lo Spirito Santo; di ascoltarci gli uni gli altri; di ascoltare le voci dei poveri e delle persone ai margini, le cui voci hanno bisogno di essere udite. Sant’Agostino ci esorta a prestare attenzione e ad ascoltare il Maestro interiore, la voce che parla da dentro ognuno di noi. E’ nei nostri cuori che Dio ci parla”.

Per questo ha chiesto di ascoltare con l’attenzione del cuore: “Il mondo è pieno di rumore, e le nostre menti e i nostri cuori possono essere sommersi da diversi tipi di messaggi. Questi messaggi possono alimentare la nostra irrequietezza e rubare la nostra gioia. Come comunità di fede, cercando di costruire una relazione con il Signore, possiamo noi cercare di filtrare il rumore, le voci divisive nelle nostre menti e nei nostri cuori, e aprirci agli inviti quotidiani a imparare a conoscere meglio Dio e il suo amore. Quando sentiamo la voce amorevole e rassicurante del Signore, la possiamo condividere con il mondo mentre cerchiamo di diventare una cosa sola in Lui”.

(Foto: Santa Sede)

XX Domenica del Tempo Ordinario: sono venuto a portare il fuoco sulla terra!

Il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra indica l’amore di Dio che purifica e trasforma. Questo fuoco è lo Spirito Santo, fuoco che Gesù ha promesso ed infiamma il cuore dei discepoli e dona forza e coraggio. La venuta di Gesù nel mondo segna un momento assai decisivo e le parole di Gesù hanno lo scopo di aiutare i suoi discepoli ad abbandonare ogni segno di pigrizia, di apatia, di indifferenza e mettersi subito all’opera perché questo fuoco divampi e si diffonda. Questo fuoco è l’amore vero e Gesù ci chiama a diffonderlo nel mondo e, grazie ad esso, gli uomini debbono prendere coscienza di essere fratelli e Dio è il ‘Padre nostro che è nei cieli’. 

Il cristianesimo è la religione dell’entusiasmo e mira ad un ideale: la conquista della vera felicità, della giustizia, la sapienza e l’immortalità. Tanti hanno perseguitato lungo i secoli il cristianesimo, convinti che era la religione dei deboli, dei vinti, delle donne e degli anziani; hanno invece dovuto constatare che il cristiano è il vero vincitore. Gesù ci insegna a combattere, sicuri di avere in fine la vittoria. Ecco perché afferma: ‘Non sono venuto a portare la pace sulla terra ma la spada’. La nostra natura purtroppo è inferma e il primo avversario é sempre il nostro io superbo, angoloso che ci porta a  scambiare la libertà per libertinaggio.

Il fuoco, di cui parla Gesù, è una immagine simbolica dell’amore: Dio è amore; Gesù è l’amore sceso in mezzo a noi in forma umana; la nostra missione è ‘ascolta Israele: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore… amerai il prossimo tuo come te stesso’. Il cristiano è chiamato ad essere profeta, missionario per insegnare ad espandere l’amore.

Il cristiano vero trova il suo avversario in chi non ha fede o non è cristiano; quell’uomo in cui prevale l’egoismo, l’arrivismo, l’interesse privato. Il vero cristiano sa bene che l’amore è dare, servire, voglio il tuo bene; l’amore è dare non ricevere. Purtroppo il cristiano o il profeta oggi deve fare i conti con un laicismo imperante, con quanti detengono il potere economico e politico e si arrogano il diritto di definirsi: ‘gli amici del popolo’.

Allo stesso modo allora ‘si levarono contro Gesù e lo misero in croce’. Pilato allora si lavò le mani; gli avversari accusarono Gesù e lo condannarono in croce come avevano fatto con il profeta Geremia o Erode con Giovanni Battista. Missione della Chiesa di Gesù è evangelizzare, predicare, annunciare la parola di Dio  che è come un seme che si getta nel campo per fruttificare. La parola di Dio mira alla realizzazione della comunione universale dove tutti dobbiamo riconoscerci  fratelli, membra dello stesso corpo, figli del Padre, che sta nei cieli. 

Questo annuncio, questa evangelizzazione crea talvolta divisione; davanti al messaggio di Cristo non può esserci compromesso; questo infatti comporta una scelta fondamentale che ci interpella nel profondo della coscienza. Gesù è venuto a separare il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Non è possibile, per esempio. coniugare la vera religiosità con le pratiche superstiziose. E’ l’ora di risvegliarsi dal sonno, dal letargo, prendere coscienza di dovere essere coerente con  la tua scelta: se sei figlio di Dio, è necessario che scuoti la cenere ed aderisci a lui e al suo gesto di amore.

Sei figlio di Dio per il battesimo ricevuto? Vivi da figlio amando Dio e i fratelli. Ti costerà lotta, sacrificio ma, con l’aiuto di Dio, la vittoria è assicurata. Allora, alza gli occhi, amico; guarda i segni dei tempi. La Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, ti sarà accanto in questo cammino e in tutte le scelte quotidiane. Sarai allora veramente felice.

Papa Leone XIV invita a coltivare la fraternità nella fede

“Carissimi formatori, carissimi fratelli Saveriani, sono contento di incontrarvi al termine di due momenti importanti che avete vissuto qui a Roma: il Corso per formatori nei Seminari, promosso ormai da tanti anni dal Pontificio Ateneo Regina Apostolorum e il Capitolo Generale, al quale alcuni hanno partecipato come delegati”: con questo inizio papa Leone XIV ha incontrato i formatori del Corso di Formazione organizzato dall’Ateneo pontificio Regina Apostolorum ed i partecipanti al capitolo generale dei fratelli saveriani ed esorta al dinamismo della missione offrendo tre indicazioni: vivere l’intimità con Cristo, sperimentare la fraternità e condividere la missione con tutti i battezzati.

Anche se sono due ‘realtà’ diverse, il papa ha comunque trovato un comune denominatore: “Si tratta certamente di due occasioni diverse tra di loro, eppure possiamo cogliere un filo conduttore che le unisce perché, in modo diverso, siamo chiamati a entrare nel dinamismo della missione e ad affrontare le sfide dell’evangelizzazione. Questa chiamata esige da tutti, ministri ordinati e fedeli laici, una formazione solida e integrale, che non si riduce solo ad alcune competenze conoscitive, ma che deve mirare a trasformare la nostra umanità e la nostra spiritualità perché assumano la forma del Vangelo, e in noi si facciano spazio ‘gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù’.

A voi formatori, a coloro che si prendono cura della formazione dei formatori e a voi fratelli Saveriani impegnati in modo particolare nella missione ad gentes, vorrei allora offrire qualche spunto di riflessione”.

Quindi è stato un invito a coltivare l’amicizia con Gesù: “Questo è il fondamento della casa, che deve essere messo al centro di ogni vocazione e missione apostolica. Occorre vivere in prima persona l’esperienza dell’intimità con il Maestro, l’essere stati guardati, amati e scelti da Lui senza merito e per pura grazia, perché è anzitutto questa nostra esperienza che poi trasmettiamo nel ministero: quando formiamo altri alla vita sacerdotale e quando, nella nostra specifica vocazione, annunciamo il Vangelo nelle terre di missione, per prima cosa trasmettiamo la nostra personale esperienza di amicizia con Cristo, che traspare dal nostro modo di essere, dal nostro stile, dalla nostra umanità, da come siamo capaci di vivere buone relazioni”.

Ed ecco la fraternità vissuta: “Questo implica un continuo cammino di conversione. I formatori e coloro che si occupano di loro non devono dimenticare di essere loro stessi in un cammino di permanente conversione evangelica; i missionari, allo stesso tempo, non devono dimenticare di essere sempre i primi destinatari del Vangelo, i primi a dover essere evangelizzati.

E ciò significa un lavoro costante su se stessi, l’impegno di scendere nel proprio cuore e di guardare anche le zone d’ombra e le ferite che ci segnano, il coraggio di lasciar cadere, coltivando l’intima amicizia con Cristo, le nostre maschere…

In questo senso, è necessario imparare a vivere come fratelli tra sacerdoti, così come nelle Comunità Religiose e con i propri Vescovi e Superiori; bisogna lavorare molto su se stessi per vincere l’individualismo e la smania di superare gli altri, che ci fa diventare concorrenti, per imparare a costruire gradualmente relazioni umane e spirituali buone e fraterne. In linea di principio, penso, sono tutti d’accordo su questo, ma nella realtà c’è ancora tanta strada da fare”.

Infine l’invito a condividere la missione con tutti i battezzati come nei primi secoli della Chiesa: “Oggi sentiamo con forza di dover tornare a questa partecipazione di tutti i battezzati alla testimonianza e all’annuncio del Vangelo. Nelle terre in cui voi fratelli Saveriani, portate avanti la missione, certamente avrete toccato con mano quanto sia importante lavorare insieme alle sorelle e ai fratelli di quelle Comunità cristiane; allo stesso tempo, ai formatori vorrei dire che bisogna formare i presbiteri a questo, a non pensarsi come condottieri solitari, a non assumere il sacerdozio ordinato nella prospettiva del sentirsi superiori.

Abbiamo bisogno di preti capaci di discernere e riconoscere in tutti la grazia del Battesimo e i carismi che ne scaturiscono, magari anche aiutando le persone ad aprirsi a questi doni, per trovare il coraggio e l’entusiasmo di impegnarsi nella vita della Chiesa e nella società. Concretamente ciò significa che la preparazione dei futuri sacerdoti dovrà essere sempre più immersa nella realtà del Popolo di Dio e svolta con l’apporto di tutti i suoi componenti: sacerdoti, laici e consacrati, uomini e donne”.

Ugualmente in un messaggio ai catechisti vietnamiti ha proposto il beato Andrew, protomartire della Chiesa vietnamita e patrono dei catechisti: “In Vietnam, la Chiesa è piena di catechisti devoti (laici e laiche, la maggior parte giovani) che ogni settimana insegnano la fede i bambini e ad adolescenti. Di fatto, ci sono oltre 64.000 catechisti dentro e fuori il vostro Paese. Questo vasto gruppo di educatori della fede è parte fondamentale della vita parrocchiale.

Sono grato per la vostra generosità, a ciascuno di voi. Non sottovalutate mai il dono che siete: con il vostro insegnamento e il vostro esempio, attirate bambini e giovani all’amicizia con Gesù. Siete inviati dalla Chiesa per essere segni viventi dell’amore di Dio: umili servitori come il beato Andrea, colmi di zelo missionario. La Chiesa gioisce in voi e vi incoraggia a camminare con gioia in questa nobile missione”.

Il beato Andrew è stato ucciso per la fedeltà a Gesù: “Si dice che mentre era in prigione, Andrea incoraggiava i suoi compagni cristiani a restare saldi nella loro fede e chiedeva loro di pregare affinché lui potesse rimanere fedele fino alla fine. In effetti, quel momento profondo ci ricorda che la vita cristiana, specialmente il servizio catechetico, non è mai un’impresa solitaria: noi insegniamo e la nostra comunità prega; noi testimoniamo e il Corpo di Cristo ci sostiene nella prova. Questa unità di preghiera e di servizio sottolinea l’unità della Chiesa e la pace che Cristo ci dona”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai movimenti: l’apostolato è incoraggiato dal Concilio Vaticano II

Mattina intensa di lavoro per papa Leone XIV che ha ricevuto i partecipanti ai capitoli generali della Società delle Missioni Africane, del Terz’Ordine di san Francesco e dei formatori dei Servi del Paraclito, indicando l’impegno della conversione, l’entusiasmo della missione ed il calore della misericordia come le ‘dimensioni luminose’ della Chiesa: “Preghiamo dunque prima di tutto il Signore per i vostri Istituti e per tutte le persone consacrate, perché ‘avendo di mira unicamente e sopra ogni cosa Dio, uniscano la contemplazione, con cui aderiscono a Dio con la mente e col cuore, e l’ardore apostolico, con cui si sforzano di collaborare all’opera della redenzione’. Voi qui rappresentate tre realtà carismatiche nate in momenti diversi della storia della Chiesa, in risposta ad esigenze contingenti di varia natura, ma unite e complementari nella bellezza armonica del Corpo mistico di Cristo”.

Ed ha passato in rassegna la ‘vita’ dei tre Ordini: “La fondazione più antica, tra quelle qui presenti, è quella del Terzo Ordine Regolare di San Francesco, i cui inizi risalgono allo stesso Santo di Assisi, salva poi l’elevazione a Ordine avvenuta in seguito ad opera di Papa Niccolò V. I temi che affrontate nel 113° Capitolo Generale (vita comune, formazione e vocazioni) riguardano un po’ tutta la grande Famiglia di Dio. E’ però importante che, come dice il titolo che avete dato ai vostri lavori, voi li affrontiate alla luce del vostro carisma ‘penitenziale’. Questo infatti ci ricorda che, secondo le parole stesse di San Francesco, solo attraverso un costante cammino di conversione possiamo offrire ai fratelli ‘le fragranti parole del Signore nostro Gesù Cristo’, come scriveva nella Prima lettera ai fedeli”.

Poi agli aderenti alla Società delle Missioni Africane ha sottolineato la bellezza della missione: “Di datazione più recente è la Società delle Missioni Africane, fondata l’8 dicembre 1856 dal Venerabile Vescovo Melchior de Marion Brésillac, segno di quella missionarietà che è al cuore stesso della vita della Chiesa. La storia del vostro Istituto, cari fratelli, ben testimonia questa verità: la fedeltà alla missione, infatti, facendovi superare nel tempo mille difficoltà interne ed esterne alle vostre comunità, vi ha permesso di crescere, traendo anzi dalle avversità occasione e ispirazione per partire verso nuovi orizzonti apostolici in Africa e poi in altre parti del mondo”.

Ed ha ricordato l’esortazione del loro fondatore: “E’ bellissima, in proposito, l’esortazione lasciatavi dal Fondatore a mantenervi fedeli, nell’annuncio, alla semplicità della predicazione apostolica e, al tempo stesso, sempre pronti ad abbracciare la ‘follia della Croce’: semplici e tranquilli, anche di fronte alle incomprensioni e alle derisioni del mondo. Liberi da qualsiasi condizionamento perché ‘ripieni’ di Cristo, e capaci di portare i fratelli all’incontro con Lui perché animati da un’unica aspirazione: annunciare a tutto il mondo il suo Vangelo. Che grande segno per tutta la Chiesa e per tutto il mondo!”

Infine agli aderenti dell’associazione ‘Servi del Paraclito’ ha sottolineato il compito affidato dal fondatore per la ‘cura’ dei sacerdoti in difficoltà: “Anche la vostra presenza ci ricorda una cosa importante: e cioè che tutti noi, pur chiamati ad essere per i fratelli e le sorelle ministri di Cristo, medico delle anime, siamo prima di tutto a nostra volta malati bisognosi di guarigione”.

Infine ecco le dimensioni a cui le associazioni sono chiamate: “Carissimi, grazie per la vostra visita, che oggi in questa sala ci mostra la Chiesa in tre dimensioni luminose della sua bellezza: l’impegno della conversione, l’entusiasmo della missione e il calore della misericordia. Grazie per il tanto lavoro che fate, in tutto il mondo. Vi benedico e prego per voi, in questa novena della Pentecoste, perché possiate essere sempre più strumenti docili dello Spirito Santo secondo i progetti di Dio”.

Mentre ai moderatori, responsabili internazionali e delegati delle aggregazioni ecclesiali il papa ha sottolineato che queste realtà ‘hanno un ruolo fondamentale per l’evangelizzazione’, esortandoli a ‘collaborare’ con il papa: “Perciò desidero anzitutto ringraziarvi per il servizio di guida e di animazione che svolgete. Sostenere e incoraggiare i fratelli nel cammino cristiano comporta responsabilità, impegno, spesso anche difficoltà e incomprensioni, ma è un compito indispensabile e di grande valore. La Chiesa vi è grata per tutto il bene che fate”.

Ha quindi ricordato la loro importanza per la Chiesa: “Le realtà aggregative a cui appartenete sono molto diverse tra loro, per natura e per storia, e tutte sono importanti per la Chiesa. Alcune sono nate per condividere uno scopo apostolico, caritativo, di culto, o per sostenere la testimonianza cristiana in ambienti sociali specifici. Altre, invece, hanno preso origine da una ispirazione carismatica, un carisma iniziale che ha dato vita a un movimento, a una nuova forma di spiritualità e di evangelizzazione”.

Tale ‘apostolato’ è stato sollecitato dal Concilio Vaticano II: “L’apostolato associato dei fedeli è stato vivamente incoraggiato dal Concilio Vaticano II, in particolare con il Decreto sull’apostolato dei laici, dove, tra l’altro, si afferma che esso ‘è di grande importanza anche perché sia nelle comunità ecclesiali, sia nei vari ambienti, spesso richiede di essere esercitato con azione comune. Infatti le associazioni erette per un’attività apostolica in comune sono di sostegno ai propri membri e li formano all’apostolato, ordinano e guidano la loro azione apostolica, così che possono sperarsi frutti molto più abbondanti che non se i singoli operassero separatamente’…

Dunque, tutto nella Chiesa si comprende in riferimento alla grazia: l’istituzione esiste perché sia sempre offerta la grazia, i carismi sono suscitati perché questa grazia sia accolta e porti frutto. Senza i carismi, c’è il rischio che la grazia di Cristo, offerta in abbondanza, non trovi il terreno buono per riceverla! Ecco perché Dio suscita i carismi, perché questi risveglino nei cuori il desiderio dell’incontro con Cristo, la sete della vita divina che Lui ci offre, in una parola, la grazia!”

E’ stato un invito ad essere ‘lievito’ nell’unità, come scriveva san Paolino di Nola a sant’Agostino: “Tutti voi fate continuamente l’esperienza della comunione spirituale che vi lega. È la comunione che lo Spirito Santo crea nella Chiesa. E’ un’unità che ha il suo fondamento in Cristo: Lui ci attrae, ci attrae a sé e così ci unisce anche fra noi…

Questa unità, che voi vivete nei gruppi e nelle comunità, estendetela ovunque: nella comunione con i Pastori della Chiesa, nella vicinanza con le altre realtà ecclesiali, facendovi prossimi alle persone che incontrate, in modo che i vostri carismi rimangano sempre a servizio dell’unità della Chiesa e siano essi stessi ‘lievito di unità, di comunione e di fraternità’ nel mondo così lacerato dalla discordia e dalla violenza”.

Eppoi ha sottolineato l’importanza della missione: “La missione ha segnato la mia esperienza pastorale e ha plasmato la mia vita spirituale. Anche voi avete sperimentato questo cammino. Dall’incontro con il Signore, dalla nuova vita che ha invaso il vostro cuore, è nato il desiderio di farlo conoscere ad altri. Ed avete coinvolto tante persone, dedicato molto tempo, entusiasmo, energie per far conoscere il Vangelo nei posti più lontani, negli ambienti più difficili, sopportando difficoltà e fallimenti. Tenete sempre vivo tra voi questo slancio missionario: i movimenti anche oggi hanno un ruolo fondamentale per l’evangelizzazione”.

Ed ha invitato ad essere evangelizzatori: “Tra voi ci sono persone generose, ben formate, con esperienza “sul campo”. Si tratta di un patrimonio da far fruttificare, rimanendo in ascolto della realtà odierna con le sue nuove sfide. Mettete i vostri talenti a servizio della missione, sia nei luoghi di prima evangelizzazione sia nelle parrocchie e nelle strutture ecclesiali locali, per raggiungere tanti che sono lontani e, a volte senza saperlo, attendono la Parola di vita”.

Quindi il carisma deve attrarre a Cristo: “Tenete sempre al centro il Signore Gesù! Questo è l’essenziale, e i carismi stessi servono a questo. Il carisma è funzionale all’incontro con Cristo, alla crescita e alla maturazione umana e spirituale delle persone, all’edificazione della Chiesa. In questo senso, tutti siamo chiamati a imitare Cristo, che spogliò sé stesso per arricchire noi. Così, chiunque persegue con altri una finalità apostolica o chiunque è portatore di un carisma è chiamato ad arricchire gli altri, spogliandosi di sé. E questo è fonte di libertà e di grande gioia”.

(Foto: Santa Sede)

Pompei ha ricordato Marianna Farnararo, promotrice del Santuario di Pompei

“Pochi anni dopo, l’arrivo del quadro aveva  già segnato il nuovo inizio di Valle di Pompei. Ma neppure il suo fondatore poteva aver chiaro ciò che sarebbe accaduto in seguito; ciò che sarebbe diventata quella  landa sperduta bonificata da una fede che dava frutti concreti; cambiava il mondo intorno più dei piani di risanamento sociale. Nascevano le Opere e, soprattutto, si tracciava e si delineava la via di un futuro che oggi possiamo, forse, cogliere in uno dei passaggi cruciali”.

Prendiamo spunto dalla lettera alla città scritta dall’arcivescovo-prelato del santuario di Pompei, mons. Tommaso Caputo, per il 150° anniversario dell’arrivo del Quadro della Madonna del Rosario a Valle di Pompei, in ricordo di Marianna Farnararo De Fusco, che insieme a Bartolo Longo ha fatto nascere a Pompei il Santuario e le Opere di Carità: la contessa Marianna Farnararo vedova De Fusco in Longo sollecitò i suoi amici nobili napoletani ad offrire un ‘soldo al mese’ per il nascente santuario ed ella stessa contribuì, con i suoi averi, alla costruzione. L’impegno al quale dedicò, però, tutta la sua esistenza è stato la diffusione del culto mariano. Il suo contributo specifico all’opera pompeiana fu la realizzazione dell’Orfanotrofio Femminile, inaugurato nel 1887, e l’amministrazione dei beni del Santuario, amministrazione ‘temporale’, dopo la cessione alla Santa Sede del Santuario e delle opere di Valle di Pompei.

Per comprendere meglio l’opera di Marianna Farnararo, a Marida D’Amora, componente dell’Ufficio Stampa del Pontificio Santuario della beata Vergine del Santo Rosario di Pompei, chiediamo di raccontarcela: “Marianna Farnararo vedova De Fusco in Longo, è stata, assieme a Bartolo Longo, la fondatrice del Santuario e della città di Pompei, delle Opere di Carità e finanche di un Ordine religioso femminile: le Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei. Nata a Monopoli (BA) il 13 dicembre 1836, a quattordici anni si trasferì con la madre a Napoli, andando ad abitare a Port’Alba, nel palazzo nobiliare della famiglia Volpicelli, dove conobbe la loro figlia Caterina.

Tra le due si stabilì subito una profonda amicizia. A 16 anni, Marianna sposò il Conte Albenzio De Fusco di Lettere, ricco proprietario terriero, con possedimenti a Valle di Pompei. Così Marianna divenne ‘Contessa’, titolo con il quale fu chiamata per tutta la vita. Ebbero cinque figli, ma il conte morì nel 1864, lasciandola vedova a soli 28 anni. Ritornata ad abitare a casa Volpicelli, conobbe il giovane avvocato pugliese Bartolo Longo. Grazie a questo incontro la Provvidenza la condurrà per vie impreviste e sconosciute, rendendola moglie dell’avvocato Bartolo Longo e madre di centinaia di bambine orfane”.

Perché, essendo contessa, si dedicò ad opere di beneficenza?

“Bartolo Longo, incaricato dalla contessa di amministrare i suoi beni a Valle di Pompei, vi giunse nel 1872. Aggirandosi per le strade impervie della desolata località, era tormentato dal dubbio su come avesse potuto salvarsi, a causa del suo allontanamento dalla fede durante gli anni universitari. Trovandosi in via Arpaia, sentì dentro di sé una voce interiore che gli diceva: ‘Se vuoi salvezza, propaga il Rosario. Chi propaga il Rosario è salvo’. Egli decise di impegnare tutta la sua esistenza per rispondere a questa chiamata, nella quale coinvolse la contessa.

Ella aderì pienamente a questa “missione” e lo affiancò per circa cinquant’anni, dando vita, assieme a lui, alla storia provvidenziale della Nuova Pompei. Una storia di fede e di grazia. E furono opere non solo religiose, come la costruzione del Santuario, ma di promozione umana e sociale: scuole per bambini, scuole serali per adulti, gli ospizi per i minori bisognosi, orfani e figli di carcerati, laboratori di sartoria, falegnameria, tipografia, affinché i ragazzi e le ragazze potessero imparare un mestiere che consentisse loro, lasciato l’Ospizio, di sostenersi dignitosamente”.

In quale modo fece evangelizzazione?

“Si racconta che una volta Marianna abbia detto che il buon Dio aveva dato a Bartolo Longo il dono della penna e a lei il dono della lingua… Un’espressione per dire che lei, nonostante non avesse come il marito eccelsi strumenti intellettuali, aveva comunque la possibilità di mettere a frutto la sua grande capacità dialettica, di dire il proprio pensiero a ‘fin di bene’. La contessa donò i suoi stessi possedimenti per dar vita alle straordinarie opere di carità in Valle di Pompei e bussò alle porte dei nobili napoletani per invitarli a fare offerte per la costruzione del Santuario.

Ella non aveva alcun carisma profetico particolare, ma era certamente portatrice di quel profetismo delle donne, di cui ha parlato papa Benedetto XVI all’International Stadium di Amman il 10 maggio 2009, perché messaggera di amore, misericordia, calore umano specialmente verso l’infanzia abbandonata, di cui si prendeva cura, come una madre, in quel clima semplice e familiare che si creò all’interno degli istituti pompeiani”.

Come la carità produce ‘frutti’ nella società?

“La carità, intesa come la più sublime ed elevata espressione dell’amore, è la forma attraverso la quale Dio si è manifestato all’uomo. Un amore, che può definirsi creativo, redentivo, santificante e che corregge e guida, sostiene e supporta quanti si affidano a Lui. Il ‘miracolo di Pompei’ ne è un esempio mirabile. In occasione del centenario della morte della contessa, la comunità ecclesiale e civile di Pompei l’ha ricordata con una solenne concelebrazione eucaristica presieduta dell’arcivescovo-prelato, mons. Tommaso Caputo, e con una suggestiva rievocazione storica, organizzata dal Comune, alla presenza del sindaco, Carmine Lo Sapio, dei discendenti della contessa e di Longo e di rappresentanti delle città di Monopoli e Latiano”.

(Tratto da Aci Stampa)

Novendiali: papa Francesco artefice di unità

Da mercoledì 7 maggio i cardinali elettori si riuniranno nella Cappella Sistina, immersi nella bellezza degli affreschi michelangioleschi, mentre continuano i preparativi, sia un punto di vista logistico, sia soprattutto per ragionare intorno alle questioni che il 266^ successore di Pietro dovrà affrontare in comunione con tutta la Chiesa. Intanto sul tetto della Cappella Sistina è stato montato il comignolo, mentre i cardinali hanno parlato di evangelizzazione e di Chiese orientali, di testimonianza dell’unità, ma anche dell’importanza del Codice di Diritto canonico, dell’ermeneutica della continuità negli ultimi tre pontificati, della liturgia e della sinodalità.

Nel frattempo proseguono le cerimonie dei Novendiali, nei quali il card. Claudio Gugerotti, già Prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, ha sottolineato la fede nella resurrezione: “La risurrezione, infatti, come ci ricorda la prima Lettura, non è un fenomeno intrinseco alla natura umana. E’ Dio che ci fa risorgere, mediante il suo Spirito. Dalle acque del Battesimo noi siamo emersi come nuove creature, familiari di Dio, suoi intimi o, come dice San Paolo, figli adottivi e non più schiavi…

A questo grido si associa la creazione intera che, nelle doglie del parto, aspetta la sua guarigione. Sembrano avere così poco valore oggi il creato e la persona umana. Eppure tra noi ci sono cardinali, come quelli provenienti dall’Africa, che sentono spontaneamente la bellezza del frutto di queste doglie, perché una nuova vita è per i loro popoli un valore inestimabile”.

Nella resurrezione la creazione prende nuova forza: “Intorno a noi non facciamo altro che percepire il grido della creazione e in essa quello di chi è destinato alla gloria ed è la finalità per la quale la creazione è stata voluta: la persona umana. Grida la terra ma soprattutto grida una umanità travolta dall’odio, a sua volta frutto di una profonda svalutazione del valore della vita che, come abbiamo sentito, per noi cristiani è partecipazione alla famiglia di Dio, fino alla concorporeità e consanguineità con il Cristo Signore, che stiamo celebrando in questo sacramento dell’Eucaristia”.

Infatti nell’omelia il card. Gugerotti ha sottolineato il valore della vita: “Chi ama la sua vita la perderà, ci ricorda il Vangelo secondo Giovanni, e chi odia la propria vita la troverà. In questa frase così estrema il Signore esprime la nostra specificità di cristiani, considerati dal mondo seguaci di un perdente, di uno sconfitto della vita, che attraverso la morte, e non attraverso l’edificazione di un regno terreno, ha salvato il mondo e redento ciascuno di noi”.

Tale vangelo della vita è sempre stato insegnato da papa Francesco: “Papa Francesco ci ha insegnato a raccogliere il grido della vita violata, ad assumerlo e presentarlo al Padre, ma anche ad operare per alleviare concretamente il dolore che suscita questo grido, a qualsiasi latitudine e negli infiniti modi con cui il male ci indebolisce e ci distrugge”.

Nonostante le incomprensioni del passato oggi la Chiesa sta ritornando a respirare con due polmoni: “Papa Francesco, che ci ha insegnato ad amare la diversità e la ricchezza dell’espressione di tutto ciò che è umano, oggi credo esulti al vederci insieme per la preghiera per lui e per l’intercessione di lui. E noi ancora una volta ci impegniamo, mentre molti di loro sono costretti a lasciare le loro antiche terre, che furono Terra Santa, per salvare la vita e vedere un mondo migliore, a sensibilizzarci, come aveva voluto il nostro papa, per accoglierli e aiutarli nelle nostre terre a conservare la specificità del loro apporto cristiano, che è parte integrante del nostro essere Chiesa cattolica”.

E le liturgie orientali sono ricche di bellezza: “La loro liturgia è tutta intessuta di questo stupore. E così, ad esempio, in questo tempo liturgico, la tradizione bizantina ripete senza fine questa esperienza ineffabile, dicendo, cantando e comunicando agli altri: ‘Cristo è risorto dai morti, calpestando con la morte la morte, e ai morti dei sepolcri ha elargito la vita’. E lo ripetono costantemente, come per farlo entrare nel cuore proprio e degli altri.

Questo stesso stupore esprime anche la liturgia armena, nel pregare con le parole di quel san Gregorio di Narek che proprio Papa Francesco volle ascrivere tra i Dottori della Chiesa e che la tradizione ha reso parte integrante dell’eucologia eucaristica… Ecco solo due esempi della forza vibrante con cui l’emozione del cuore si mescola in oriente alla lucidità della mente per descrivere la nostra immensa povertà salvata dall’infinità dell’amore di Dio”.

Mentre nel sesto giorno dei Novendiali il card. Víctor Manuel Fernández, già Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha evidenziato la tenerezza di papa Francesco nell’annunciare Cristo: “Papa Francesco è di Cristo, appartiene a Lui, e ora che ha lasciato questa terra è pienamente di Cristo. Il Signore ha preso Jorge Bergoglio con se sin dal suo battesimo, e lungo tutta la sua esistenza. Lui è di Cristo, che ha promesso per lui la pienezza della vita.

Sapete con quanta tenerezza parlava di Cristo papa Francesco, come godeva il dolce nome di Gesù, come buon gesuita. Lui sapeva bene di essere suo, e sicuramente Cristo non l´ha lasciato, non l´ha perso. Questa è la nostra speranza che celebriamo con gioia pasquale sotto la luce preziosa di questo Vangelo di oggi. Non possiamo ignorare che stiamo celebrando pure la giornata dei lavoratori, che stavano tanto a cuore a papa Francesco”.

E’ stato un ricordo particolare nella giornata della festa del lavoro: “Ma permettetemi presentare pure papa Francesco come un lavoratore. Lui non solo parlava del valore del lavoro, ma tutta la sua vita è stato uno che viveva la sua missione con grande sforzo, passione e compromesso. Per me è stato sempre un mistero capire come poteva sopportare, anche essendo un uomo grande e con diverse malattie, un ritmo di lavoro così tanto esigente. Lui non solo lavorava al mattino con diverse riunioni, udienze, celebrazioni ed incontri, ma anche tutto il pomeriggio. E mi è sembrato veramente eroico che con le pochissime forze che aveva nei suoi ultimi giorni si è fatto forte per visitare un carcere”.

Al termine ha ricordato la particolare devozione del papa a san Giuseppe: “Infine, fatemi ricordare l’amore di Papa Francesco verso san Giuseppe, quel forte e umile lavoratore, quel falegname di un piccolo paese dimenticato, che col suo lavoro si prendeva cura de Maria e di Gesù. E ricordiamo pure che quando Papa Francesco aveva un grosso problema, metteva un pezzetto di carta con una supplica sotto l’immagine di san Giuseppe”.

(Foto: Santa Sede)

Il giubileo della comunicazione racconta la speranza

Fino a domenica prossima a Roma si ritrovano i comunicatori social cattolici come ha affermato il prefetto del Dicastero per la comunicazione, Paolo Ruffini: “Non è una illusione, e nemmeno un algoritmo. La speranza di cui parliamo si fa in modo concreto, è la sostanza che muove le nostre vite. E’ quella spinta che muove ciascuno di noi a credere che le cose raccontate con qualsiasi mezzo (scrittura, parola, immagini) arrivino da qualche parte a costruire una relazione con chi legge, ascolta e guarda”.

Durante il meeting point sono stati presentati gli eventi del Giubileo del mondo della comunicazione con una proiezione di un breve video contenente le testimonianze di giovani professionisti dell’informazione coinvolti nel Giubileo della Comunicazione: da Timor-Leste al Canada, passando per Rwanda, Messico, Argentina, Spagna, in un giro del mondo attraverso i volti freschi e le parole colme di fiducia di chi crede, nel suo piccolo, di potere lasciare un segno positivo.

Presentando l’evento  mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha affermato che è importante vivere in prima persona il Giubileo: “Solo così si è capaci di una grande sfida, narrare agli altri la speranza”. L’arcivescovo ha spiegato che lo ‘schema’ che si inaugura oggi si ripeterà più o meno per gli altri eventi.

Sulla ‘comunicabilità’ della speranza si è soffermato mons. Lucio Adrián Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione, evidenziando il legame con la ‘missionarietà’ attraverso l’impegno di ‘andare nel mondo comunicando la speranza’ partendo dalla vita quotidiana fino ai macro-eventi.

Mentre nel pomeriggio quattro testimonianze hanno aperto una finestra sugli orizzonti di chi, nel prossimo futuro, sarà chiamato a raccontare un mondo in continua trasformazione, come quella di a Mariella Matera, che dal 2019 è protagonista di uno spazio di evangelizzazione social, chiamato Alumera, un ‘sogno’ che si è realizzato nel messaggio ricevuto da una ragazza sedicenne. “Non la conoscevo, ma seguiva il mio operato. Da qui ho capito quanto fosse importante ciò che faccio”.

Oppure Tatiana Paradiso, partita per l’Africa, impegnata nel coordinamento delle comunicazioni delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù: “Fai la valigia, la settimana prossima parti per le missioni in Africa”. Invece Matteo Petri ha vissuto un’esperienza unica lavorando con i media vaticani e collaborando con l’associazione Meter, che combatte da anni la piaga degli abusi sui minori: “E’ stata una delle emozioni più grandi della mia vita da giornalista”. Invece Tommaso Cappelli ha creato una web radio ed oggi è responsabile nazionale per la comunicazione social e new media dell’Azione Cattolica Italiana.

Per questo nel messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali il papa ha questo ‘sogno’: “Sogno per questo una comunicazione che sappia renderci compagni di strada di tanti nostri fratelli e sorelle, per riaccendere in loro la speranza in un tempo così travagliato. Una comunicazione che sia capace di parlare al cuore, di suscitare non reazioni passionali di chiusura e rabbia, ma atteggiamenti di apertura e amicizia; capace di puntare sulla bellezza e sulla speranza anche nelle situazioni apparentemente più disperate; di generare impegno, empatia, interesse per gli altri… Sogno una comunicazione che non venda illusioni o paure, ma sia in grado di dare ragioni per sperare”.

(Foto: Vatican News)

In Vaticano ‘Concerto con i poveri’

Oggi l’Aula Paolo VI ospita la V edizione del ‘Concerto con i poveri’, evento musicale che unisce bellezza artistica e solidarietà con la partecipazione del compositore premio Oscar Hans Zimmer, insieme a mons. Marco Frisina, Dario Vero e la violoncellista Tina Guo, patrocinato dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, dal Dicastero per il Servizio della Carità – Elemosineria Apostolica, dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione e dal Pontificio Istituto di Musica Sacra.

Presentando l’evento il  direttore artistico del Concerto con i Poveri e direttore del Coro della diocesi di Roma, mons. Marco Frisina, ha sottolineato che esso “rappresenta un’occasione straordinaria per condividere con i nostri fratelli più deboli il dono della musica. Il nostro desiderio è quello di offrire loro, nella maestosità dell’Aula Paolo VI, la possibilità di partecipare ad un Concerto di alto livello, con grande orchestra e coro e con ospiti straordinari. Questo significa donare ai nostri amici qualcosa di grande ed elevato mettendoli al centro dell’evento, in prima fila, quella che solitamente è riservata alle personalità cosiddette importanti. Questa volta, invece, saranno i poveri ad essere gli ospiti d’onore di questo grande evento che è stato preparato per loro”.

Ed ha raccontato lo svolgimento della serata, condotta da Serena Autieri: “Nella prima parte del concerto dirigerò alcuni temi dalle mie colonne sonore tratte dai film televisivi sulla Bibbia e ispirati alla vita dei santi. Avrò con me preziosi solisti come la pianista Gilda Buttà, la violoncellista Tina Guo e il flauto dolce di Giorgio Matteoli. Si passerà dal brano ‘Come le stelle del cielo’, dal film ‘Abramo’, ad alcuni temi del ‘Mosè’, per terminare con l’Incontro con i fratelli dal film ‘Giuseppe’, tutte musiche che commentano scene ed episodi dell’Antico Testamento”.

Anche la conduttrice si esibirà: “Serena Autieri poi interpreterà il ‘Magnificat’ che scrissi per Mina nel 2000 che ci introdurrà nei temi ispirati a temi e personaggi del Nuovo Testamento. Il coro e l’orchestra eseguirà ‘Pacem in terris’, tema del film ‘Papa Giovanni XXIII’, un’occasione per unirci al grido di tante vittime della guerra che chiedono al Signore: dona nobis pacem”.

Perciò il concerto offre molti spunti di riflessione: “Ci saranno poi i temi dei films ‘Maddalena’ e ‘Giuda’. Il brano ‘Dio è amore’, invece, ci introdurrà a ‘Open the doors’, dal film ‘Giovanni Paolo II’, un forte appello al mondo perché apra le porte del cuore a Cristo redentore. Spero che la musica possa sempre più divenire uno strumento di incontro e di condivisione, essa è un prezioso mezzo di evangelizzazione, perché abbatte i muri, apre finestre e permette ai grandi contenuti spirituali di potersi diffondere universalmente”.

Insomma è un auspicio affinché la musica possa essere un momento importante per costruire la pace: “La musica non ha bisogno di traduzione o di tante spiegazioni, tutti possono comprenderla, inoltre, unisce i diversi e i lontani, sa coinvolgere ed elevare ogni uomo, può toccare la loro anima offrendo allo Spirito Santo la possibilità di entrare nel cuore per fargli sperimentare l’amore di Dio. Il mondo di oggi ha bisogno della musica affinché ritrovi la sua anima e la gioia di incontrarsi, ascoltarsi, comprendersi per camminare insieme e costruire un mondo di pace”.

Anche il maestro Hans Zimmer ha sottolineato l’universalità della musica: “Ogni brano che ho scelto per questa occasione porta con sé un significato speciale. La suite di ‘Pearl Harbor’ ricorda un anniversario storico che ci esorta a non dimenticare le lezioni del passato, trasformando il dolore in un messaggio di pace e di riconciliazione. ‘Time’, da ‘Inception’, è un pezzo che esplora il concetto di tempo, un brano iconico di tutta la mia produzione, mentre ‘Angeli e Demoni’ è un omaggio alla città di Roma, un luogo che racchiude secoli di storia, fede e cultura; Infine i temi di ‘Pirati dei Caraibi’ sono una dedica al pubblico italiano, che ha molto amato questo film”.

Infine ha ricordato il valore universale della musica: “Questo evento è un viaggio musicale che ci permette di connetterci con gli ospiti d’onore, i nostri fratelli più vulnerabili, ricordandoci che la vera ricchezza è la capacità di condividere e di donare. Ogni gesto, ogni nota suonata, sono un segno tangibile di vicinanza e sostegno. Ringrazio Nova Opera per la visione che anima questa iniziativa e per aver creato una piattaforma che unisce la bellezza della musica ai valori universali della solidarietà e dell’amore per il prossimo”.

Per la violoncellista Tina Guo questo concerto è una straordinaria esperienza: “Partecipare al Concerto con i Poveri è per me un’esperienza straordinaria e profondamente toccante. La musica ha sempre avuto il potere di unire, di oltrepassare le barriere culturali e sociali, e questa occasione rappresenta una testimonianza luminosa di come l’arte possa ispirare speranza e coesione…

Spero che la musica possa portare conforto, speranza e gioia, ricordandoci tutti che, anche nei momenti più difficili, c’è sempre una bellezza da condividere per un bene comune. Questo Concerto non è solo un evento di una serata, ma un messaggio di pace e amore che dimostra come le arti della musica e della solidarietà possano trasformare il mondo, una nota alla volta, una mano tesa ogni volta che incontri qualcuno in difficoltà”.

Infine il compositore e direttore d’orchestra Mario Vero ha definito il concerto come un evento ‘speciale’: “Questo concerto è speciale perché rappresenta un messaggio universale: la musica unisce, supera barriere e confini. E’ il linguaggio più potente che esista. Quando suoniamo insieme, non servono parole: basta leggere poche battute e l’emozione ci travolge”.

(Foto: Vatican News)

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