Milano: la pace è possibilità data a tutti

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“Siamo convinti che si può fare qualcosa, siamo testardi e incoraggiamo tutti gli operatori pastorali e parrocchiali a tenere l’orizzonte della pace con obiettivo possibile”: con queste parole Luciano Gualzetti, direttore di Caritas ambrosiana, sabato 10 febbraio ha aperto il convegno Mondialità dal titolo ‘Facciamo la pace?. Da desiderio di tutti a possibilità di ciascuno’, promossa dalla Caritas ambrosiana insieme agli Uffici per la Pastorale dei Migranti e l’Ufficio per la Pastorale missionaria, alla presenza di 100 persone e 400 collegate da remoto.

In apertura mons. Mario Delpini ha sottolineato che per la pace è necessario il buon senso: “Il buonsenso è la condizione per vivere in pace e la guerra è un disastro. Uomini e donne di buon senso si sono messi in cammino, ma poi hanno iniziato a litigare. Forse la lotta tra Caino e Abele ha per sempre segnato la storia dell’umanità, e quindi, il buon senso non basta… Si sono messi all’opera uomini e donne dei palazzi del potere per  prendersi cura del bene comune: e, tuttavia, il potere, come si può constatare, diventa un motivo di ricatto”.

Ed ha avvertito che dietro ad ogni guerra c’è un potere forte: “Ci sono poteri forti, occulti o palesi, che convincono gli uomini di potere a fare la guerra. Il potere sembra inappellabile e, invece, è ricattabile. Uomini e donne al potere sentono che il potere a volte lascia impotenti perché la buona volontà non basta a presidiare le istituzioni, i governi, i rapporti internazionali in modo tale che producano effettivamente un servizio per il bene comune, invece che la rivendicazione delle pretese, degli arbitri: i poteri sono potenze. Uomini e donne di potere sperimentano, come sembra di poter documentare abbastanza frequentemente, che il potere può rendere folli”.

Per questo occorre sperare in Dio: “Ci sono uomini e donne di preghiera, cioè persone che si persuadono che senza un riferimento a Dio, una familiarità con Dio, la pace può essere un pio desiderio, una buona intenzione, ma infine una velletarietà. In una società che fa a meno di Dio, in cui è molto più difficile sperare che anche i potenti si convertano, che gli uomini e le donne di buon senso possano recuperare il buon senso”.

E’ un invito a testimoniare la speranza: “Ci sono, sulla faccia della terra, uomini e donne disponibili al sacrificio per coerenza a ciò in cui credono. Perciò io voglio soltanto incoraggiarli a farsi avanti perché si possa immaginare che,  attraverso i passi quotidiani, anche i gesti minimi, piccole oasi di profezia, possa tornare in mezzo alla gente la speranza che la pace sia possibile, non come una sorta di immaginario paese delle favole, ma come un realistico sforzo di costruire pezzo per pezzo, paese per paese, regione per regione, il nostro obiettivo. Avete una speranza, un piccolo sentiero da indicare e da percorrere: fatevi avanti”.

Mentre p. Carlo Casalone, collaboratore della Pontificia Accademia per la Vita e presidente della Fondazione ‘Carlo Maria Martini’, ha svolto la relazione principale, intitolata ‘Costruire la pace: l’orizzonte cristiano’: “La pace è uno dei temi fondamentali della vita, è al cuore del Vangelo, realtà tanto necessaria per il vivere e per il convivere della famiglia umana, quanto sfuggente e molteplice nelle sue dimensioni e implicazioni. La pace ci interroga, soprattutto nel tempo in cui è messa in crisi dal dilagare della violenza e della guerra”.

La pace cristiana non è la pace del mondo: “La pace come prodotto è quella ‘come la dà il mondo’, una forma di quieto vivere che cerca di allontanare i pericoli, garantendo la sicurezza e tenendo a freno la violenza. Viene in mente la ‘pax romana’ citata da Kennedy nel giugno 1963, che il presidente degli Stati Uniti, sostituisce con la pace americana, una pace cioè imposta dalla forza delle armi.

Lo stesso JFK la riteneva, tuttavia, insufficiente e la distingueva dalla pace genuina, cioè quella che rende la nostra vita degna di essere vissuta, pace per tutti gli uomini e tutte le donne, non solo nel nostro tempo ma in tutti i tempi. In tempo di nucleare, la guerra venne percepita contro il buon senso, per questo bisogna andare oltre, facendo evolvere le istituzioni, immaginando azioni concrete”.

Invece la pace è un dono: “Una pace che chiede una conversione profonda, perché fermandosi alla pace apparente e più facile essere distruttori di pace che suoi costruttori. Dimentichiamo i peccati sociali che compiamo per distrazione e, spesso, quando diciamo che siamo in pace, non ci rendiamo conto che si tratta di una pace apparente. Papa Francesco ha evidenziato questo fenomeno a livello planetario, già dai primi anni del suo papato nel 2014, insistendo sulla presenza poco manifesta di una ‘guerra mondiale a pezzi’, ormai purtroppo divenuta secondo lui totale”.

E come testimone ha tratteggiato la figura di Franz Jägerstätter, che si oppose al nazismo: “Fu l’unico del suo piccolo paese a votare contro l’annessione dell’Austria al Reich e, nonostante tutti, anche il parroco, gli consigliassero di non esporsi e accettare la realtà, quando il 1 marzo del 1943 venne chiamato alle armi, rifiutò il giuramento a Hitler. Arrestato e processato, fu condannato a morte e decapitato il 9 agosto del 1943”.

Quindi la pace è un dono, perché data da testimoni: “La pace come dono è nel lavoro della coscienza di questi testimoni. Non si tratta di fare tutti come lui, ma è bene che tutti gli umani, e i credenti in particolare, dicano almeno una parola. Non è detto che tutti siano eroi, ma tutti devono denunciare l’ingiustizia nella situazione in cui siamo oggi, in una condizione molto diversa dove la guerra ‘ibrida’ si gioca su molti fronti da quello economico all’ipertecnologico, con i droni…

Il mio desiderio è che anche il Sinodo dica qualcosa su questo. Nella logica evangelica, si tratta di umanizzare i conflitti nell’intento di risvegliare la coscienza dell’altro. Ma per questo ci vuole una lunga preparazione che coinvolga tutti in forme di lotta non violenta, richiedendo un’azione preventiva e formativa in cui i cristiani possono dare il loro contributo, cercando attivamente modalità di difesa civile. Perché, come dice il papa, le guerre si fermeranno solo quando smetteremo di alimentarle”.

Nella tavola rotonda si sono alternate, invece, le testimonianze di Giulia Ceccutti, coordinatrice dell’Associazione Italiana ‘Amici di Neve Shalom- Wahat al-Salam’, che da oltre 30 anni sostiene un villaggio in Israele in cui ebrei e palestinesi vivono insieme in equità e giustizia; Sharizan Shinkuba, dell’associazione ‘Rondine Cittadella della Pace’, impegnata in progetti di solidarietà e amicizia tra i popoli; Tiziana Bernardi, presidente della onlus ‘Golfini rossi’ che persegue finalità di solidarietà sociale negli ambiti della formazione, start up di micro impresa a sostegno di economie povere attraverso la cooperazione internazionale; Luca Bertoni, partecipante a ‘Strade di pace’, percorso formativo-esperienziale che Caritas ambrosiana propone a giovani tra i 18 e i 35 anni della diocesi ambrosiana.

(Foto: diocesi di Milano)

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