Papa Francesco e la campagna che lo ha eletto

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 05.02.2024 – Andrea Gagliarducci] – Papa Francesco, intervistato per il quotidiano La Stampa dello scorso 29 gennaio [QUI e QUI], è tornato a parlare del Conclave che lo ha eletto Papa. Ha riferito alcune informazioni conosciute, come gli applausi ricevuti dopo il suo discorso sulla Chiesa “in uscita”. Ha definito quegli applausi “senza precedenti” e ha detto: «Quel discorso è stata la mia condanna». E poi ha commentato: «Non mi rendevo conto della campagna che stava iniziando per eleggermi».


Le informazioni sulla campagna emergente per la sua elezione sono del tutto nuove. Almeno Papa Francesco non ne aveva parlato in precedenza. In realtà, c’erano state molte smentite quando Austen Ivereigh, nella sua biografia di Papa Francesco, The Great Reformer (Il Grande Riformatore), aveva parlato di un “Team Bergoglio” che avrebbe spinto per l’elezione di Bergoglio a Papa [QUI].
La polemica sul “Team Bergoglio” è nata da The Daily Telegraph, non certo un giornale cattolico o conservatore, e si è subito diffusa in tutta la blogosfera [QUI]. Ivereigh sostiene che i cardinali che avevano sostenuto Bergoglio già nel 2015, come Cormac Murphy O’Connor, Walter Kasper e Karl Lehman, avevano imparato la lezione del 2005, si erano organizzati e, prima di tutto, «si erano assicurati il suo consenso» (significato, di Bergoglio). Secondo Ivereigh, lo stesso Bergoglio ha risposto che in una crisi del genere per la Chiesa, nessun cardinale avrebbe potuto rifiutare se interpellato. In un tweet (come si chiamavano allora), Ivereigh ha poi chiarito: «Si sono assicurati il suo consenso» (pag. 355). Si avrebbe dovuto leggere: «Credevano che non si sarebbe opposto alla sua elezione». Lo modificherà nelle prossime edizioni.

Nell’intervista a La Stampa, Papa Francesco parla di un cardinale di lingua inglese che «mi ha visto ed ha esclamato: «Quello che hai detto è bello!. Bello. Bello. Abbiamo bisogno di un Papa come te». Queste parole rispecchiano la descrizione di Murphy O’Connor, che gli ha anche detto di stare attento, perché, questa volta, sarebbe toccato a lui.

Tuttavia, quando parla di una campagna emergente, Papa Francesco è in parte ingenuo e in parte… no.
Ingenuo, perché parlare di campagna presuppone o lascia intendere che ci fosse comunque un interesse per il suo nome, come è naturale che sia e come è naturale che non venga mai rivelato. È evidente che qualsiasi accordo prima del Conclave per l’elezione del Papa non solo è illecito, ma comporta la scomunica. È anche evidente, che i cardinali si annusano prima delle elezioni, cercando di farsi un’idea di chi e come sceglieranno, e si lasciano guidare anche dall’istinto. Soprattutto, tentano di parlarsi.
Allo stesso tempo, parlare di “campagna che stava nascendo” presuppone che quella campagna sia nata all’interno delle Congregazioni Generali, cioè delle riunioni pre-Conclave, e non prima, poiché prima non avevano trovato un nome da promuovere. Ciò garantisce la validità del Conclave che lo ha eletto, presupponendo – al di là del problema della campagna – che sarebbe abbastanza difficile considerare un conclave invalido, quando tutti i cardinali presenti hanno accettato e almeno due terzi hanno sostenuto l’elezione del Papa.

La vera questione, però, riguarda il Papa e perché sia tornato a parlare del Conclave che lo ha eletto undici anni fa. Papa Francesco ne ha parlato, quasi anticipando quello che dovrebbe essere contenuto in un libro biografico sulla sua vita e sugli eventi, che hanno caratterizzato essa e il mondo, che sarà pubblicato in diverse lingue nei prossimi mesi.

In genere è difficile per i Papi parlare del Conclave che li ha eletti, se non in termini molto vaghi. Papa Francesco, però, vuole tornarci, e questo sembra rientrare nell’esigenza di legittimare i suoi sforzi riformisti in un momento che appare particolarmente critico.

Negli ultimi tempi, Papa Francesco sembra aver accelerato su molte questioni in uno sforzo di riforma senza precedenti in questo pontificato. La Dichiarazione Fiducia supplicans del Dicastero per la Dottrina della Fede è stato un momento spartiacque [QUI]. Poiché la Dichiarazione non è stata accolta bene da molti, diverse Conferenze Episcopali si sono sentite obbligate a fare chiarimenti teologici. Ma il Papa lo ha difeso parlando anche di minoranze ideologiche e bollando gli episcopati africani, i più restii ad accogliere il testo, come “un caso diverso”, perché «per loro l’omosessualità è una cosa brutta dal punto di vista culturale».

Nell’intervista a La Stampa, le parole di Francesco fanno eco a quelle del Cardinal Fernández, che in più interviste ha difeso la Dichiarazione sostenendo che chi criticava la Dichiarazione non l’aveva capito [QUI]. A questo punto nella Chiesa si è creata un’ulteriore polarizzazione: chi capisce il Papa e le sue iniziative e chi non lo capisce. Sembra non esserci spazio per commenti critici, almeno leggendo le risposte, perché la reazione non è un’ulteriore argomentazione, ma un attacco personale.

Se la Fiducia supplicans rappresenta uno spartiacque, va considerato che un altro spartiacque è stato la Traditionis custodes, che ha revocato la liberalizzazione della celebrazione della Messa tradizionale [QUI]. Poi, il Papa ha annunciato i provvedimenti contro il Cardinale Raymond Leo Burke, avvenuti in privato ma con la certezza che sarebbero stati divulgati [QUI]. C’è stata la richiesta di dimissioni del Cardinale Angelo Becciu, perché il Papa non si fidava di lui. In Vaticano è ancora in corso la stagione dei processi, ognuno con una storia ancora da definire [QUI].

Ogni azione del Papa sembra finalizzata a contrastare ciò che c’era prima e ciò che accade ora nella Chiesa. Supponiamo che non ci sia stata una vera campagna per la sua elezione. Tuttavia, una campagna mediatica sostiene questa linea fin dall’inizio del pontificato, e se ne capirebbe il motivo. Ci vuole equilibrio e anche comprensione per leggere i fatti. E, in tutta coscienza, non si può dire che tutto andasse bene nella Chiesa prima di Papa Francesco, né che tutto fosse corrotto, arretrato o non al passo con i tempi.

Se il Papa torna a parlare della sua elezione, è perché la sua elezione è arrivata anche con un mandato di riforma, che lui stesso rivendica. Tornare all’elezione, però, significa anche ricordare i temi emersi negli incontri dei cardinali, tutti sotto shock perché chiamati ad affrontare uno scenario che non avevano mai previsto: la rinuncia di un Papa.

C’era l’idea che la rinuncia fosse stata determinata dalla corruzione. Nasce da alcune situazioni complesse, anche se troppo enfatizzate dai media – soprattutto italiani – come la sospensione dei pagamenti bancomat in Vaticano, e da una solida campagna mediatica tutta volta ad attaccare la sovranità della Santa Sede [QUI]. Si trattava di una campagna che toccava temi finanziari ed era nata nel contesto italiano, proprio perché la Santa Sede aveva abbandonato i suoi legami con l’Italia, era diventata europea e internazionale, e aveva sviluppato la sua legge antiriciclaggio [QUI].

Sembra tutto tecnico e lo è. Ma è proprio da quella campagna che è nata l’esigenza di un cambio narrativo sulla rinuncia. Non ricordiamo più l’articolo di Benedetto XVI Tempo di impegno nel mondo per i cristiani, pubblicato da The Financial Times [QUI], delle encicliche che fecero dibattito e furono vendute anche nelle librerie laiche. Gli attacchi sono arrivati perché la Chiesa è autorevole e indipendente. Eppure, la percezione è che la Chiesa abbia bisogno di cambiare immagine se non vuole finire nuovamente nel tritacarne mediatico, come accadde nel 2010 quando, costantemente e continuamente, alla vigilia dell’anno sacerdotale, si verificarono casi di attuali o presunti abusi che spuntavano come funghi.

Supponendo che Bergoglio fosse stato candidato già nel 2005 e che un diario di quel Conclave sia stato pubblicato già nei primi anni di Benedetto XVI. Allora, in questa nuova situazione, è facile riproporlo come candidato, con la necessità di favorire una rottura. Tra le indiscrezioni trapela una frase criptica: «Quattro anni di Bergoglio basterebbero per cambiare le cose…» [QUI]. È una frase che dà un’indicazione ma non può definire la durata del pontificato. Siamo all’undicesimo anno del suo pontificato, e probabilmente pochi si aspettavano i vari punti di rottura che questo pontificato avrebbe toccato. Soprattutto pochi pensavano che Papa Francesco non si sarebbe lasciato cambiare dal pontificato.

Ma così è stato: Bergoglio e Francesco sono la stessa cosa. L’approccio è sempre quello pragmatico e pratico, che porta alla decisione di attuare riforme in movimento. Dopotutto, è un modo elegante per permettere a tutti di discutere, argomentare e anche riformarsi per poi intervenire in modo chiaro, anche assumendo posizioni completamente opposte o sorprendenti.

Il pontificato di Papa Francesco si avvia ormai verso decisioni sempre più divisive [QUI] e con approcci che segnano una rottura con la tradizione della Santa Sede, sia dal punto di vista diplomatico (si vedano le recenti dichiarazioni sulla situazione in Ucraina e in Terra Santa, e come ha accettato la posizione della Cina sulla nomina dei vescovi) sia dal punto di vista del governo.

Papa Francesco non cambierà la dottrina, forse, ma lascerà spazio ad interpretazioni vaghe, così che ogni piccola crisi diventi un’opportunità per chi è interessato ad aprire un nuovo dibattito, nel provare a mettere in discussione i pilastri della fede, della dottrina e della disciplina. Pensate a come si cominciò a parlare di rinuncia al celibato dei preti e per farlo venne utilizzata anche una storia comune, di un prete di Avellino che lasciò il sacerdozio perché innamorato di una donna [QUI].

Ritornare a quel Conclave serve anche a ricordare perché fu eletto Papa Francesco. Si sentiva il bisogno di migliorare, addirittura rivoluzionare, l’immagine della Chiesa [QUI]. Alla fine, il pontificato ha esaltato molto l’immagine del Papa. La Chiesa, però, è ancora considerata piena di corruzione e di persone corrotte. E Papa Francesco, per superare questa visione, è costretto, come ha detto, a prendere decisioni «sull’altare dell’ipocrisia» [QUI].

La lezione del Conclave del 2013 conduce allo scenario attuale. E non potrà non essere presa in considerazione nel prossimo Conclave.

Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato dall’autore in inglese sul suo blog Monday Vatican [QUI].

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