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Mons. Felicolo: il pensiero del papa ai bambini ed alle bambine migranti
“Domenica prossima, 27 settembre, ricorre la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Il mio pensiero va ai migranti e ai rifugiati, specialmente ai minori costretti ad abbandonare la propria terra. I bambini e gli adolescenti sono i più vulnerabili; spesso vivono sofferenze indicibili: violenze, torture, sfruttamento, condizioni traumatiche e non di rado perdono la vita lungo le rotte migratorie. Faccio un appello alla responsabilità di tutti: ognuno si senta coinvolto nella vita di questi ragazzi, che vanno sempre tutelati e assistiti”: al termine dell’Udienza generale di mercoledì scorso papa Leone XIV ha ricordato la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra oggi, denunciando ‘violenze, torture, sfruttamento’, che spesso bambini e adolescenti subiscono lungo le rotte migratorie, il cui testo è tratto dal passo evangelico di san Matteo, ‘Anche uno solo di questi bambini’.
Ad inizio del messaggio per la 112^ Giornata del Migrante e del Rifugiato, il papa descrive la vulnerabilità di chi deve migrare, con uno sguardo particolare ai bambini ed alle bambine: “I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali. Sono volti concreti, storie uniche, che fanno appello alla nostra coscienza. Ogni anno, milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali ed altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare.
Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immani. La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili. Altri, separati per lunghi periodi dai propri familiari, tentano di ricongiungersi a loro, vivendo nel frattempo l’angoscia della lontananza”.
Partendo da questo inizio del messaggio abbiamo chiesto a mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes, abbiamo chiesto di spiegarci il motivo per cui papa Leone XIV dedica attenzione ai bambini ed alle bambine migranti:“Perchè sceglie di partire dai più fragili. Ed attraverso di essi osservare con uno sguardo più adeguato la realtà delle migrazioni nel suo insieme. La Chiesa ha sempre rivolto attenzione a tutti i migranti, ma tra loro i bambini e le bambine sono i più esposti ai rischi, alla paura, allo sradicamento e alla perdita di punti di riferimento.
Sono, per così dire, i più deboli tra i deboli. Anche i dati confermano questa vulnerabilità: in Italia arrivano migliaia di minori stranieri non accompagnati, che sono accolti, o meglio, dovrebbero essere accolti tutti nei percorsi di protezione ed integrazione. Ad esempio, però, succede sempre più spesso che i minori vengano ospitati in strutture per adulti o che, giunti al compimento del 18^ anno di età, rischino di perdere tutele ed accompagnamento di cui avrebbero ancora bisogno per anni. E’ una realtà che richiama alla responsabilità di tutti”.
Cosa vuol dire accogliere i bambini e le bambine?
“Significa avere uno sguardo speciale su di loro: proteggerli, difenderli, accompagnarli. Vuol dire costruire percorsi attenti alla lingua, alla scuola, alle tradizioni, alla dimensione affettiva e relazionale. Non basta offrire un tetto o un pasto. Occorre prendersi cura del loro cammino di crescita e di integrazione, anche dopo il raggiungimento della maggiore età. Un minore migrante deve poter sentirsi a casa, pur essendo lontano da casa”.
In quale modo è possible intervenire nei Paesi di origine?
“Non sono un esperto di cooperazione allo sviluppo e non sono mai stato in missione. Credo, però, di aver capito, anche grazie al lavoro di ricerca degli esperti della Fondazione Migrantes, che intervenire nei Paesi di origine significa, nel rispetto assoluto dell’autonomia delle popolazioni e delle autorità pubbliche, favorire le condizioni che permettono ai bambini di crescere con dignità: scuola, salute, vaccinazioni, alimentazione adeguata, formazione professionale.
Significa creare opportunità concrete ed una coscienza formata perché chi lo desideri possa costruire il proprio futuro senza essere costretto a partire. Affrontare le cause delle migrazioni forzate resta una delle sfide più importanti. Ma non è un argomento che può essere usato strumentalmente ed in modo ipocrita per chiudere gli occhi e le porte a priori…”.
Quale cambio di prospettiva chiede il papa?
“Anzitutto un cambiamento del cuore. Il papa invita a guardare le migrazioni non attraverso il filtro della paura o dei soli numeri, ma attraverso la vita delle persone. Una prospettiva fatta di vicinanza, ascolto, relazioni, strette di mano e responsabilità condivisa”.
Accoglienza che apre anche ad un dialogo interreligioso: non può essere un pericolo?
No, il dialogo non è un pericolo, è una ricchezza. Il pericolo nasce piuttosto dalle chiusure, dai pregiudizi e dallo scontro. Il dialogo interreligioso significa incontrare persone di fede diversa, camminare insieme nel rispetto reciproco e scoprire che la diversità non è una minaccia ma un’occasione di conoscenza. Quando cresce l’amicizia, diminuiscono le paure e diventa più facile costruire comunità coese e solidali”.
In quale modo la Chiesa si muove per l’accoglienza?
“Attraverso le parrocchie, le comunità locali, le missioni cattoliche e le tante realtà ecclesiali che operano sul territorio. L’accoglienza non si limita ai bisogni immediati, ma accompagna le persone nel tempo: dalla casa alla scuola, dall’apprendimento della lingua all’inserimento nella vita sociale. L’integrazione è un percorso che coinvolge l’intera comunità. L’obiettivo è che ciascuno possa sentirsi accolto, riconosciuto e parte della società in cui vive, senza rinunciare alla propria dignità e alla propria storia”.
(Foto: Fondazione Migrantes)
Per la Giornata del Migrante papa Leone XIV invita ad ‘accogliere’ bambini e bambine
“Di anno in anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ci invita a volgere il nostro sguardo su aspetti diversi del complesso fenomeno migratorio. Per questa 112ª Giornata il tema ‘Anche uno solo di questi bambini’ richiama la nostra attenzione sui minori direttamente coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”: nel messaggio, scritto nel giorno della festa di santa Chiara di Assisi, per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebra domenica 27 settembre, papa Leone XIV denuncia le violenze ‘indicibili’ subite da bambini ed adolescenti, chiedendo di prevenire isolamento e rifiuto, di creare spazi in cui ognuno sia rispettato nella identità culturale così da prevenire il rischio di radicalizzazione.
Il messaggio papale richiama l’attenzione sulla situazione di bambini ed adolescenti: “I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali. Sono volti concreti, storie uniche, che fanno appello alla nostra coscienza. Ogni anno, milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare”.
E proprio ragazzi e ragazze sono i più vulnerabili durante le migrazioni: “Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immani. La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili. Altri, separati per lunghi periodi dai propri familiari, tentano di ricongiungersi a loro, vivendo nel frattempo l’angoscia della lontananza. Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche. Non possiamo infine dimenticare la tragica condizione di quanti vengono separati dai genitori a causa del rimpatrio”.
Tutto questo era stato già ricordato da papa Francesco: “A questo scenario già drammatico si sommano altre tragedie: le morti lungo le rotte migratorie, la tratta e lo sfruttamento, il reclutamento per l’impiego di minori nei conflitti armati, la violenza sessuale, i matrimoni forzati e le atrocità subite o viste durante il tragitto. In troppi modi la loro dignità viene calpestata.
Papa Francesco, nel messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2017, dedicata al tema ‘Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce’, ricordava che essi sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando, per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari”.
Comunque di fronte a tali tragedie il papa richiama spiragli di luce: “Eppure, in mezzo a tanta oscurità, non manca la luce della solidarietà: persone, famiglie, istituzioni civili e comunità ecclesiali scelgono di non voltarsi dall’altra parte. Pensiamo alle famiglie che aprono le porte delle proprie case per restituire il calore di un focolare a questi minori, agli educatori nelle comunità d’accoglienza, ai volontari e agli operatori che ogni giorno, sulle rotte e nelle nostre città, si dedicano alla cura delle ferite invisibili di questi piccoli. Con il loro impegno, testimoniano che l’amore può vincere l’indifferenza”.
Per questo il Vangelo interpella l’umanità: “Dinanzi a questa drammatica realtà, il mio pensiero va a una parola di Gesù che interpella profondamente la coscienza di ciascuno: ‘Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me’. Non è una questione di cifre o di statistiche. Il Vangelo ci invita a non fare calcoli: anche uno solo. Ogni bambino, ogni essere umano possiede una dignità infinita. E’ immagine e somiglianza di Dio, è presenza del Signore. Davanti a ciascun minore migrante, siamo chiamati a compiere un atto di umanità e di fede: nel bambino, infatti, possiamo accogliere e incontrare il Signore”.
Il papa sottolinea che il Vangelo è esigenze ed invita ad essere operativi: “Questa chiamata si fa ancora più pressante alla luce dell’altra affermazione del Signore nel Vangelo di Matteo: ‘Ero straniero e mi avete accolto’. Purtroppo, i minori migranti sono più facilmente ridotti all’invisibilità, perché privi di adulti che li proteggano e sostengano”.
Operativi per non restare nell’indifferenza, citando l’intervento di Dio verso il popolo sofferente, come nel Libro dell’Esodo: “E’ necessario intervenire nei Paesi d’origine per rimuovere le eventuali cause che costringono alla fuga, oltre a offrire protezione e accoglienza nei Paesi di transito e di arrivo. Il grido dei minori sfollati sale oggi a Dio, proprio come quello ascoltato nel libro dell’Esodo… Dio ascolta e per liberare interpella con forza la coscienza e l’azione di ciascuno di noi, come aveva fatto con Mosè. Non possiamo restare indifferenti, né abituarci a tanta sofferenza”.
Da qui l’appello a tutti alla responsabilità: “Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella nostra vita personale, ad aprire occhi e cuore all’ascolto profondo della storia, ai timori e ai sogni di ciascuno di loro, superando quel distacco che riduce l’essere umano a un dato statistico che non ci coinvolge direttamente. E’ un invito a riconoscere il bambino nella sua dignità, prima ancora della sua condizione di ‘migrante’, ed a tutelarne i diritti fondamentali: alla vita, all’educazione, ad un livello di esistenza che gli consenta di crescere e svilupparsi pienamente dal punto di vista fisico, mentale, spirituale, morale e sociale”.
Non esclusa la Chiesa chiamata a sviluppare una pastorale dell’accoglienza: “Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella vita ecclesiale, a trasformare l’accoglienza da concetto astratto a pratica pastorale stabile. Non possiamo limitarci a delegare questo compito ad istituti o associazioni dotati di uno specifico carisma: di fronte ai volti concreti che ci interpellano nel quotidiano, tutta la comunità cristiana è chiamata a sentirli suoi figli e a farsi prossima alla storia concreta di ciascuno”.
Da qui il richiamo all’integrazione attraverso percorsi mirati: “Occorre incoraggiare le comunità cristiane all’integrazione e alla valorizzazione dei rifugiati e dei migranti come soggetti a pieno titolo della famiglia ecclesiale, promuovendo nuovi percorsi educativi e spirituali, anche personalizzati, che superino la logica del puro assistenzialismo. In particolare, è fondamentale prevenire la solitudine, l’isolamento e il rifiuto, che non di rado colpiscono anche i figli dei migranti, e promuovere dinamiche di incontro e di integrazione in cui i ragazzi del territorio e i giovani migranti possano rafforzarsi insieme, in un cammino di mutuo rispetto, di solidarietà e di amicizia”.
Integrazione per costruire spazi di dialogo: “Anche uno solo di questi bambini, nell’orizzonte delle diverse religioni, ci ricorda che la vulnerabilità dei piccoli non conosce confini confessionali e ci accomuna in una responsabilità umanitaria e spirituale condivisa. Essa diventa terreno fecondo per un dialogo interreligioso concreto, dove i credenti, attingendo al proprio senso della trascendenza, cooperino nel tessere reti di protezione. Le comunità di fede sono chiamate a costruire spazi in cui ogni ragazza e ogni ragazzo siano rispettati e valorizzati nelle rispettive identità culturali, prevenendo il rischio di radicalizzazione da parte di gruppi estremistici. Proteggere un minore significa, in ultima istanza, custodire l’impronta divina impressa in lui”.
Tutto ciò può essere realizzato attraverso una diversa prospettiva: “Anche uno solo di questi bambini, nel contesto delle istituzioni civili, ci chiama a riaffermare il principio del superiore interesse del minore. Le istituzioni pubbliche e private sono tenute a mettere al centro la protezione e la dignità di ogni singolo bambino e adolescente.
Ciò comporta l’adozione di efficaci strumenti legali di protezione, promuovendo i ricongiungimenti familiari e scongiurando i traumi della separazione. E’ urgente un cambio di prospettiva: occorre spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani”.
Piccoli Schiavi Invisibili: oltre 1.500 minori vittime di tratta in Europa
Nel 2024 sono state circa 9.500, secondo i dati di Eurostat, le vittime di tratta identificate nei Paesi dell’Unione europea, per lo più in Francia e in Italia, seguiti da Paesi Bassi e Germania. I minorenni rappresentano il 16% del totale dei casi identificati, con 1.555 vittime sotto i 18 anni, in aumento rispetto al 2023 (quando le vittime minorenni di tratta costituivano il 12,8% del totale, pari a 1.358 bambine, bambini e adolescenti). Nella grande maggioranza dei casi (77%) si tratta di bambine e ragazze, in totale 1.194. Tra i minori, il maggior numero di identificazioni si registra in Francia, con 488 casi, seguita da Romania (333) e Germania (230). In Italia le vittime minorenni identificate nel 2024 sono 65, corrispondenti al 3,4% del totale delle vittime di tratta individuate. In poco più di un caso su due (54%) si tratta di bambine e adolescenti, pari a 35 minorenni secondo il Rapporto di Save the Children, diffuso in occasione della Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, che ricorre oggi.
In Italia la tratta e lo sfruttamento dei minori continuano a rappresentare una realtà per lo più sommersa, che coinvolge sia flussi migratori internazionali (in quanto territorio crocevia di transito e destinazione di minori vittime di tratta) e sia contesti interni di vulnerabilità sociale. A livello mondiale, secondo gli ultimi dati disponibili relativi al 2022, risulta minorenne più di una vittima di tratta su tre (il 38% del totale delle 68.836 persone coinvolte per cui è stata rilevata l’età, cioè oltre 26.000 bambini e adolescenti), dato probabilmente sottostimato, come dichiara Antonella Inverno, responsabile Ricerca e analisi di Save the Children:
“Negli ultimi anni, il fenomeno della tratta e dello sfruttamento dei minori ha assunto una dimensione sempre più complessa e dinamica, alimentata da crisi globali interconnesse, quali i conflitti armati, le emergenze ambientali, l’acuirsi delle disuguaglianze economico-sociali e le migrazioni forzate, che rendono molti minori estremamente vulnerabili.
Le cifre sono sottostimate, ma ogni anno milioni di bambine, bambini e adolescenti vengono coinvolti in forme diverse di abuso e le tecnologie digitali, inclusa l’Intelligenza Artificiale, stanno modificando profondamente le modalità di adescamento, reclutamento, sfruttamento e controllo dei minori, rendendo questi fenomeni più invisibili e pervasivi”.
Per questo Save the Children chiede da anni di rafforzare il sistema coordinato tra istituzioni e società civile di emersione e protezione per garantire l’individuazione e protezione dei minori vittime di tratta e sfruttamento, attraverso un supporto personalizzato, con accoglienza, assistenza psicologica, medica e legale, e un approccio attento a età e genere, che sappia affrontare anche gli aspetti legati alle nuove forme di sfruttamento e tratta facilitati dagli strumenti digitali:
“Importanti passi in avanti per la protezione dei minori vittime o a rischio di tratta potranno oggi realizzarsi a seguito delle norme che attuano in Italia la nuova Direttiva Antitratta, emanate lo scorso giugno. Il decreto rafforza i meccanismi di identificazione precoce e presa in carico delle vittime, la formazione della magistratura e degli altri operatori del sistema, la raccolta dei dati e l’aumento dell’indennizzo per le vittime.
Resta importante proseguire in questa direzione nell’attuazione piena delle nuove norme, con particolare attenzione alle esigenze specifiche di bambini, bambine e adolescenti. A riguardo, Save the Children chiede che vengano istituiti luoghi di accoglienza ad indirizzo segreto per minori a rischio o vittime di tratta. Sollecita infine una cooperazione rafforzata tra forze di polizia ed enti di protezione a livello europeo che includa un focus specifico sulle vittime minorenni, e investimenti in ricerca per prevenire fenomeni emergenti e sviluppare politiche efficaci”.
Nel 2025 il Sistema nazionale antitratta ha valutato le segnalazioni relative a 3.444 persone, circa 600 in più rispetto al 2024 (quando furono 2.853). Di queste, 174 riguardano minorenni, pari al 5,1% del totale, in lieve aumento rispetto al 4,9% registrato l’anno precedente. Si tratta prevalentemente di ragazzi, che rappresentano il 69% dei casi riguardanti i minorenni valutati dagli enti antitratta (120 persone), provenienti soprattutto dal Bangladesh (56) e dall’Egitto (19). Il 64% ha 17 anni, ma sono stati intercettati anche quattro 14enni e un 12enne. Le minorenni di sesso femminile sono 54 e provengono principalmente dalla Nigeria (16); poco più di due su cinque, pari a 23, hanno 17 anni, ma tra le vittime di tratta emerse ci sono anche due 14enni e una 12enne.
Le principali regioni di emersione sono la Sicilia, con 59 casi, e l’Emilia-Romagna, con 41 casi. Nei primi sei mesi del 2026 in Italia sono state segnalate 1.581 persone, tra cui 95 minorenni, pari al 6% del totale. In questo periodo si conferma, in maniera ancora più marcata, la prevalenza di minori di sesso maschile, che sono 80, ovvero l’84% dei minorenni, per lo più di diciassettenni (59 su 80), provenienti prevalentemente dal Bangladesh (46 casi). Le minorenni femmine sono 15, per lo più tra i 16 e i 17 anni, e presentano provenienze geografiche più diversificate.
Tra i casi segnalati, sono 847 quelli presi in carico nel 2025 secondo il Sistema informatizzato per la raccolta di informazioni sulla tratta – Sirit, dato in lieve aumento rispetto agli 817 registrati nel 2024. I minorenni sono 22, ovvero il 2,6% del totale, e si osserva una leggera prevalenza di ragazze, pari a 12, provenienti principalmente dalla Nigeria (4) e dalla Costa d’Avorio (3), mentre i 10 ragazzi sono prevalentemente originari del Bangladesh (6). Prevalgono i diciassettenni (14 in totale, di cui 6 femmine e 8 maschi). La Sicilia si conferma la principale regione di emersione, con 12 casi 8. Nel primo semestre del 2026 le persone prese in carico sono state 350. I minorenni rappresentano il 2% del totale, con 7 casi complessivi. Si tratta di cinque ragazze di 16 e 17 anni e di due ragazzi, entrambi diciassettenni.
Save the Children è da anni impegnata con progetti di contrasto alla tratta e allo sfruttamento. Il progetto ‘Vie d’Uscita’, promosso dal 2012 in collaborazione con enti anti tratta locali, ha l’obiettivo di supportate l’identificazione e l’emersione di minori e neomaggiorenni vittime di tratta e sfruttamento. Nel primo semestre del 2026 ha raggiunto 384 beneficiari, di cui 277 minori. Il progetto ‘Nuovi Percorsi’ si occupa di sostenere, in tutta Italia, i minori e le mamme sopravvissute alla tratta e allo sfruttamento, al fine di garantire la reintegrazione delle donne, la crescita sana dei minori e l’autonomia dell’intero nucleo.
Dal 2021 al primo semestre del 2026 ha supportato 1.575 beneficiari. Nel 2022 sono stati avviati il progetto Sportello Nuovi percorsi Roma, con la finalità di supportare nuclei composti da giovani mamme e minori che si trovano in una condizione di forte vulnerabilità (incluse persone esposte al rischio di tratta o sfruttamento: fino al primo semestre del 2026 ha sostenuto un totale di 1.849 persone) e il progetto ‘Liberi dall’Invisibilità’, volto a proteggere e supportare minori e adulti che vivono nella zona agricola della Fascia Trasformata, nella provincia di Ragusa, in partenariato con l’Associazione ‘I tetti colorati’ e con la Caritas diocesana di Ragusa, che fino al dicembre 2025 ha coinvolto complessivamente 665 persone attraverso percorsi personalizzati di empowerment, supporto scolastico e accompagnamento sociale, di cui 356 minori e 309 adulti.
Parallelamente, grazie ad attività comunitarie sono state raggiunte 2.404 persone, contribuendo a rafforzare il tessuto sociale e a promuovere una cultura dell’inclusione. Infine, da aprile 2023 a marzo 2025, Save the Children ha implementato il progetto transnazionale Eva, insieme a partner di Francia e Spagna con l’obiettivo di identificare, nelle zone di transito di Ventimiglia, Irun e nelle città di Parigi e Nimes, possibili vittime di tratta e sfruttamento, che ha permesso di intercettare 995 potenziali vittime di tratta nei 3 Paesi, di cui 416 solo in Italia.
A partire dal 2025, l’organizzazione ha avviato il progetto Soleil – Servizi di orientamento al lavoro ed empowerment interregionale per un sistema legale del ministero del Lavoro e delle politiche sociali, con capofila Regione Lazio. Il progetto prevede la realizzazione di un sistema volto all’integrazione socio-lavorativa, alla prevenzione e al contrasto dello sfruttamento lavorativo. L’intervento di Save the Children si focalizza sulla promozione di condizioni sostenibili di inclusione sociale, protezione, empowerment e regolarità lavorativa per minori e le loro famiglie a rischio vittime di sfruttamento nella provincia di Latina, contribuendo alla riduzione delle forme di sfruttamento, abuso, marginalità e disuguaglianze.
Papa Leone XIV ribadisce la necessità del multilateralismo
“L’impegno della vostra istituzione risuona profondamente con la missione della Chiesa cattolica di sostenere la dignità umana e di favorire la fraternità, radicata nella chiamata del Vangelo ad amare il prossimo. Insieme, condividiamo il compito urgente di affrontare la fame e la malnutrizione, affrontando anche le cause strutturali sottostanti che le sostengono. Per affrontare questo compito in modo efficace, dobbiamo esaminare le sfide che abbiamo di fronte, le loro cause di fondo e i percorsi verso soluzioni durature”: questa mattina papa Leone XIV ha visitato la sede romana del Programma Alimentare Mondiale, individuando il paradosso di un’espansione produttiva senza precedenti che convive con quella di aree di povertà.
Per questo ha sottolineato che le crisi sono diventate persistenti: “Oggi, le crisi si sono evolute da eventi isolati in realtà persistenti, segnate da conflitti prolungati, insicurezza alimentare cronica, volatilità economica e crescenti vulnerabilità climatiche. Questo solleva una domanda fondamentale: quale configurazione dell’ordine globale è in grado di produrre, riprodurre e, a volte, normalizzare tali condizioni? La questione non si limita più a come intervenire; piuttosto, si estende alla comprensione del perché il sistema produce costantemente gli stessi problemi che è poi costretto a correggere”.
E’ stata la constatazione di una frammentazione: “L’ordine internazionale è diventato sempre più frammentato, nascendo in parte dalla crisi del sistema multilaterale. Come ho notato di recente nella Lettera Enciclica ‘Magnifica Humanitas’: ‘le istituzioni stabilite per salvaguardare il concetto di un futuro comune per tutti i popoli e un bene comune globale sembrano essere state indebolite’.
In assenza di un orizzonte etico condiviso in grado di sostenere una vera cooperazione, il sistema internazionale si è spostato dal multilateralismo verso ‘un multipolarismo disordinato e orientato al conflitto con un prevalente senso di diffidenza’. Di conseguenza, gli Stati hanno sempre più destinato le loro risorse alla sicurezza nazionale, alla crescita economica e alla stabilità interna, ignorando lo stretto legame tra queste questioni e la cooperazione multilaterale”.
A causa di ciò i territori diventano vulnerabili: “Questa tendenza rivela un paradosso sorprendente: esiste una capacità produttiva globale senza precedenti insieme a zone in espansione di estrema vulnerabilità. Le stesse forze che guidano la crescita economica spesso esacerbano l’esclusione e l’emarginazione. Sebbene alleviare la sofferenza umana sia ampiamente riconosciuto come essenziale in linea di principio, le preoccupazioni umanitarie rischiano sempre più di essere relegate in un luogo secondario tra le priorità internazionali”.
Ha messo, quindi, in guardia dal tentativo di burocratizzare la solidarietà: “E’ proprio all’interno del divario tra il riconoscimento in linea di principio e la definizione delle priorità nella pratica che assistiamo alla progressiva burocratizzazione della solidarietà accanto alla tranquilla mercificazione della vita umana. Da un lato, l’azione umanitaria è sempre più gravata da procedure burocratiche che possono ritardare l’assistenza a chi ne ha bisogno. D’altra parte, l’accesso a beni essenziali, compresi i prodotti alimentari, è troppo spesso influenzato da considerazioni economiche o strategiche. Di conseguenza, coloro che non generano valore quantificabile rischiano di diventare invisibili”.
La persona non è più centrale: “Questa duplice dinamica crea una seria sfida etica: la persona umana non è più costantemente collocata al centro dell’azione internazionale… Questa realtà riflette non solo le carenze operative, ma anche uno squilibrio fondamentale nelle priorità politiche e morali.
Le conseguenze si estendono ben oltre le persone immediatamente colpite. Più che una semplice preoccupazione umanitaria, la fame erode la coesione sociale, aumenta il rischio di conflitti e alimenta la migrazione forzata. Inoltre, compromette la capacità degli Stati e delle società di costruire istituzioni resilienti, fornire un’istruzione efficace e promuovere uno sviluppo economico sostenibile. In questo modo, perpetua cicli di fragilità che alla fine colpiscono la più ampia comunità internazionale”.
Per questo ha ribadito la necessità di una cooperazione multilaterale: “Per questo motivo è essenziale un rinnovato impegno per la cooperazione multilaterale. In un mondo sempre più frammentato e multipolare, nessun singolo Stato può affrontare le sfide globali da solo. Pace duratura e sviluppo umano integrale e sostenibile sono possibili solo attraverso la partecipazione di tutti, favorita da un autentico dialogo internazionale e cooperazione orientata verso il bene comune”.
Ed ecco l’appello: “In questo spirito, desidero rivolgere un appello ai governi e ai popoli del mondo affinché rinnovino e rafforzino il loro impegno, ad aumentare le risorse dedicate alla lotta contro la fame e le sue cause profonde, e a rimuovere gli ostacoli che impediscono agli aiuti di raggiungere chi ha bisogno. Allo stesso tempo, tale sostegno dovrebbe anche rafforzare l’impegno con la Chiesa e la società civile. Rafforzare le capacità di tutti questi attori insieme moltiplicherà la nostra efficacia collettiva nella lotta contro la fame”.
E’ stato un invito a rafforzare gli investimenti: “A questo proposito, è lodevole che, insieme alle sue operazioni di risposta alle emergenze, il Programma alimentare mondiale estenda il suo lavoro oltre il sollievo immediato alle iniziative a lungo termine, come i programmi che forniscono pasti agli scolari. Questi investimenti rafforzano l’educazione, lo sviluppo umano e la resilienza sociale, riflettendo una visione integrale dello sviluppo umano che promuove la dignità, le opportunità e il benessere dell’intera persona…
La vostra organizzazione dimostra che un percorso rinnovato è possibile; tuttavia, richiede la determinazione a semplificare ciò che è diventato eccessivamente complesso, a dare priorità a ciò che è essenziale e a garantire che nessuna persona venga dimenticata”.
In apertura di giornata il papa aveva ricevuto i membri della fondazione ‘Jérôme Lejeune’: “Commosso dalla difficile situazione dei bambini con disabilità, il professor Lejeune dedicò la sua vita di ricercatore scientifico alla loro causa. La sua scoperta più famosa, quella dell’anomalia cromosomica responsabile della sindrome di Down (trisomia 21), lo rese un pioniere della genetica moderna, riconosciuto a livello mondiale; la lunga lista dei suoi titoli onorifici ne è la prova. Ma era anche medico per vocazione e si adoperò instancabilmente per trovare una cura che alleviasse le sofferenze dei suoi pazienti, che chiamava ‘i più poveri tra i poveri’. Difese con ardore la vita e la dignità dei più vulnerabili, anche a costo della sua carriera”.
Però era consapevole che tale scoperta sarebbe stata usata per lo ‘sterminio’: “Uomo di scienza e saggezza, Jérôme Lejeune comprese subito che la sua scoperta scientifica sarebbe stata utilizzata per sterminare le persone con sindrome di Down prima ancora che nascessero. Non esitò a farsi portavoce dei loro diritti, denunciando la violazione del giuramento di Ippocrate e questa nuova forma di eugenetica, che definì ‘razzismo cromosomico’. Le sue profezie lo portarono a difendere la vita di ogni essere umano, invocando l’inviolabile dignità che trae origine dall’atto creativo di Dio. Si rivolse a istituzioni e sovrani di tutto il mondo, offrendo loro consulenza su questo tema. Questa battaglia gli valse l’ostilità di alcuni ambienti scientifici”.
Ed ha ribadito che nessun ‘algoritmo’ può decidere la vita: “Il professor Lejeune era consapevole che, sebbene la tecnologia possa essere d’aiuto alla medicina, non potrà mai sostituirla. Sapeva inoltre che la tecnologia può essere usata contro la medicina (che per sua natura è al servizio della vita) come accade quando la tecnologia sfugge a ogni essenziale controllo etico e prevalgono calcoli di efficienza, redditività o utilità.
Tuttavia, il valore di una persona non dipende da ciò che realizza o produce. Pertanto, nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana! La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!”
Infine un invito ad essere ‘impegnati’ nella società: “Come lui, siate testimoni impegnati nella società, dediti alla costante ricerca del bene comune. Questo è il primo grande principio della dottrina sociale della Chiesa e la ‘forma sociale’ della dignità riconosciuta in ogni persona. Il bene comune non esclude nessuno di coloro che sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio. Il messaggio e l’opera del venerabile Jérôme Lejeune si fondano sull’universalità della ragione e del cuore uniti. Possa egli ispirare il coraggio della verità nei tanti giovani e professionisti”.
Tra i due incontri il papa ha incontrato ragazze e ragazzi che frequentano i campi estivi, mettendoli in guardia dall’uso frequente delle tecnologie: “Quindi una cosa importante: la tecnologia può essere molto buona e ci serve per tante cose, però quando ci troviamo insieme non è necessario avere in mano in tutti i momenti il cellulare, il telefonino o il tablet. Ed infatti siamo felici quando qualche volta non siamo legati al tablet o al telefonino. E quindi questa sarebbe una prima cosa. E’ molto importante formare le amicizie, trovarci insieme, giocare insieme, magari anche studiare insieme come persone, non come computer o come macchine, come tecno-robot. Siamo esseri umani, persone, ed è molto importante il contatto con gli altri”.
Inoltre ha ribadito di non essere dipendenti delle nuove tecnologie: “L’altra è (questo per quelli un po’ più grandi) stare attenti al meccanismo: una specie di dipendenza che, di proposito, mettono nei programmi le applications, le applicazioni, che ci sono nel telefonino. Loro cercano di renderci dipendenti da questa tecnologia… Quindi, penso che queste cose aiuteranno a staccarci un po’. Non siamo tutti attaccati a un cavo, vero? Siamo esseri umani. Vivere e sviluppare questa dimensione umana. E anche la parte spirituale della nostra vita: cercare Dio nella preghiera, cercare Dio insieme, nella famiglia, vivere un po’ più liberi da questa dipendenza dalla tecnologia”.
(Foto: Santa Sede)
Khulna: tra fragilità e speranza
Le Suore Blu accanto ai più vulnerabili grazie al sostegno della Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Ribera. A Khulna, la terza città più popolosa del Bangladesh, centinaia di persone vulnerabili trovano ogni giorno cure, ascolto e sostegno grazie al Progetto Dispensario delle “Suore Blu”. In una realtà in cui il 40% degli abitanti vive sotto la soglia di povertà, un quinto della popolazione risiede in baraccopoli prive di servizi essenziali e soggette a frequenti inondazioni, e l’82% delle famiglie più povere non ha accesso ad acqua potabile sicura, la presenza delle religiose rappresenta un presidio indispensabile.
Le fragilità sociali si intrecciano con una situazione sanitaria complessa: solo nell’ultimo anno si contano 3.850 ricoveri per dengue e 23 decessi, mentre malnutrizione, tubercolosi, malattie respiratorie e diabete continuano a colpire soprattutto chi non può permettersi cure adeguate. È in questo contesto che si inserisce il sostegno della Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Ribera, che permette alle Suore Blu, di offrire cure mediche, assistenza sociale e accompagnamento umano a bambini con disabilità, anziani soli, malati cronici e persone con disturbi psichici.
«Ill vostro sostegno ci permette di curare tante persone che da sole non ce la farebbero. Il Signore vi ricompensi: vi assicuriamo la nostra preghiera per ciascuno di voi», afferma Suor Maria Teresa, referente del progetto.. Le consacrate, che appartengono al Movimento contemplativo missionario di Charles De Foucauld, assicurano cure continuative ai malati di tubercolosi, assistenza a bambini con disabilità o epilessia, supporto a persone con disturbi psichici, monitoraggio e terapie per pazienti affetti da diabete e malattie croniche, accompagnamento umano e materiale agli anziani soli.
Il loro servizio nasce da un autentico dono di sé e abnegazione, vissuto nel silenzio e nella fedeltà quotidiana. Le consacrate si fanno prossime agli ultimi con semplicità evangelica, assumendo le sofferenze e condividendo la vita di chi soffre. Lo testimonia anche l’esperienza personale di recente vissuta da Suor Maria Teresa: «Mi sono contagiata di Dengue… È stata dura, ma piano piano ci riprenderemo». Parole che rivelano una comunione concreta con la fragilità delle persone affidate al loro servizio.
Nel Progetto Dispensario di Khulna la cura del singolo non si limita all’aspetto medico ma diventa ascolto, vicinanza, dignità restituita. È profonda carità cristiana. «Ogni paziente ha una storia che merita cura, attenzione e rispetto», ricorda Suor Maria Teresa. Ogni incontro diventa così un impegno concreto che genera speranza, dignità e la certezza di non essere soli nei momenti più fragili.
Accanto all’assistenza medica, le consacrate coltivano quotidianamente fraternità e dialogo interreligioso, collaborando con famiglie musulmane e induiste del quartiere. Nel messaggio rivolto ai partecipanti all’incontro interreligioso in Bangladesh (6–12 settembre 2025), Papa Leone XIV ha ricordato: «Insieme, quali compagni nel dialogo interreligioso, siamo come giardinieri che si prendono cura di questo campo della fraternità, aiutando a mantenere fertile il dialogo ed eliminare le erbacce del pregiudizio».
Parole che trovano riscontro nell’operato quotidiano delle Suore Blu: una presenza silenziosa e tenace che, giorno dopo giorno, costruisce ponti, ricuce ferite sociali e trasforma la fragilità in occasione di incontro e di pace.
Da 192 anni, la Società di San Vincenzo De Paoli è accanto agli ultimi: oggi oltre 12.000 soci e volontari raggiungono più di 30.000 famiglie – più di 100.000 persone – in tutta Italia. Li incontrano nelle case, negli ospedali, nelle carceri, nelle strade, portando non solo aiuti materiali ma soprattutto ascolto, rispetto e amicizia. Nascono così legami di fiducia e di speranza.
È in questa visione che si radica l’alleanza tra la Società di San Vincenzo De Paoli e le Suore Blu: un patto di carità che diventa presenza nei luoghi dove ci si sente abbandonati per restituire futuro a chi ha più bisogno.
(Foto: Società San Vincenzo de Paoli)
25 novembre: la disabilità amplifica il rischio di violenza
Circa 6.400.000 donne italiane tra i 16 e i 75 anni (31,9% del totale) hanno subito una forma di violenza fisica o sessuale. Le aggressioni fisiche colpiscono il 18,8% delle donne, quelle sessuali il 23,4%. Il 5,7% ha subito stupri o tentati stupri. Il 26,5% delle violenze è perpetrato da persone vicine o conoscenti (parenti, amici, colleghi). Il 12,6% delle donne è stato vittima di violenza fisica o sessuale da parte di un partner o ex. A queste si aggiungono la violenza psicologica (17,9%) e la violenza economica (6,6%).
Le giovani donne risultano essere particolarmente colpite, spesso da partner o ex partner, in relazioni dove proliferano dinamiche di controllo e manipolazione emotiva. Stereotipi e dipendenze relazionali contribuiscono a normalizzare comportamenti abusivi. Inoltre, la violenza si manifesta sempre più attraverso i canali digitali (molestie online, diffusione non consensuale di immagini, minacce), rendendo urgente l’aggiornamento degli strumenti di prevenzione e tutela contro queste nuove forme di abuso online.
L’indagine ha il merito di gettare luce sulla maggiore vulnerabilità delle donne con problemi di salute, disabilità o condizioni croniche. Queste donne, circa 6.400.000, subiscono violenze fisiche o sessuali in misura superiore alla media (36,1% contro il 31,9%). Il rischio aumenta drammaticamente per chi dichiara di sentirsi male o molto male (38,8%) o per chi ha limitazioni gravi (39,4%).
Nonostante queste informazioni, l’indagine ISTAT presenta un limite significativo: la mancanza di dati pienamente disaggregati per genere e disabilità. Questa lacuna è ben più di un problema tecnico; è un nodo politico e sociale. Impedisce di comprendere la discriminazione multipla che colpisce le donne con disabilità, le quali sono esposte al rischio di violenza non solo dal partner ma anche in altri contesti di maggiore dipendenza. Fattori come la ridotta autonomia, le barriere sociali e la minore accessibilità ai servizi aumentano i fattori di rischio e rendono più difficile denunciare.
Senza una raccolta strutturata che incroci in modo completo genere e disabilità, queste vittime rischiano di rimanere statisticamente invisibili. Questo ostacola l’elaborazione di politiche pubbliche realmente inclusive, capaci di modellare interventi sui loro specifici bisogni.
Per contrastare efficacemente la violenza di genere, non è sufficiente agire dopo che il danno è stato compiuto. La prevenzione è il vero fulcro di una strategia duratura, che deve agire sulle radici culturali, sociali e strutturali del fenomeno.
Questo richiede un impegno su più fronti: educazione al rispetto e al consenso fin dall’infanzia e in tutti i cicli scolastici; formazione continua per tutti gli operatori sociali, sanitari, educativi e delle forze dell’ordine; campagne di sensibilizzazione che smantellino stereotipi sessisti e rappresentazioni che normalizzano l’abuso; maggiore accessibilità ai servizi per le donne con disabilità o problemi di salute; prevenzione digitale per affrontare le nuove minacce online.
Nella ricorrenza del 25 novembre, l’indagine ISTAT resta uno strumento essenziale. Tuttavia, l’assenza di dati pienamente disaggregati per genere e disabilità è un ostacolo alla costruzione di analisi accurate e politiche efficaci. E’ necessario che la statistica pubblica sia in grado di raccontare tutte le donne, affiancando a un sistema statistico più inclusivo una politica di prevenzione forte e capillare. Solo così sarà possibile garantire che nessuna donna venga lasciata sola o invisibile in questa lotta.
Contrastare la povertà educativa e la vulnerabilità dei minori migranti con il progetto ‘RemiX’
Ogni bambino dovrebbe poter crescere al sicuro, ascoltato e protetto. Ma in Italia sono ancora troppi i minori che vivono in condizioni di vulnerabilità, a prescindere dalla loro origine. Quando a queste fragilità si aggiungono le sfide legate al percorso migratorio – dalle difficoltà economiche all’isolamento culturale, dalla barriera linguistica alla scarsa conoscenza dei servizi – il rischio diventa più elevato.
In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, celebratasi giovedì 20 novembre, Fondazione ISMU ETS ha evidenziato come in Italia sia cresciuta la vulnerabilità dei minori stranieri. Sulla base delle recenti statistiche dell’Istat su povertà e condizioni di vita, nel 2024 sono poco più di 2.200.000 le famiglie in povertà assoluta, cioè l’8,4% del totale delle famiglie residenti. Tra queste, quelle in povertà assoluta in cui sono presenti minori sono quasi 734.000 (12,3%).
Le condizioni socio-economiche sono particolarmente svantaggiose per le famiglie con cittadinanza non italiana: se si considerano le famiglie composte solamente da italiani, l’incidenza di povertà si attesta all’8,0%, mentre diventa cinque volte più elevata (40,5%) per quelle composte unicamente da stranieri (255mila famiglie). L’incidenza di povertà assoluta è del 33,6% nel caso di famiglie con minori composte da membri sia italiani sia stranieri (338mila nuclei).
L’incidenza di povertà assoluta delle famiglie dove sono presenti stranieri e minori registra i valori massimi nel Mezzogiorno, dove raggiunge il 46,2%, mentre è del 31,3% al Nord e del 30,6% al Centro. Al Sud, nelle famiglie di soli stranieri con minori l’incidenza raggiunge il 62,5% e interessa 51.000 nuclei familiari, mentre nelle regioni del Nord le 31.000 famiglie di soli stranieri presentano un’incidenza di povertà assoluta del 39%.
Fondazione ISMU ETS evidenzia che, secondo gli ultimi indicatori Istat, la situazione è ancora più critica per i minori sotto i 16 anni, che presentano livelli di vulnerabilità significativamente più elevati rispetto alla media. In particolare, i minori di 16 anni con cittadinanza straniera mostrano un rischio di povertà o esclusione sociale pari a 43,6%, valore superiore di oltre 20 punti percentuali rispetto al dato dei coetanei di cittadinanza italiana (23,5%).
Questo divario è particolarmente significativo nel Mezzogiorno, dove l’incidenza tra i minori stranieri è del 78,2%, quasi il doppio dei minori italiani (40,9%). Al Nord, la quota dei minori con background migratorio a rischio di povertà o esclusione sociale è di un terzo, ma resta importante la distanza dal valore dei coetanei con cittadinanza italiana (9,3%).
Il Progetto RemiX. In questo contesto si inserisce il Progetto RemiX – Reti di supporto per minori migranti, promosso da Fondazione ISMU ETS con il sostegno del Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI 2021–2027) e la collaborazione di enti pubblici e del Terzo Settore.
RemiX nasce per implementare il sistema dei servizi a supporto dei minori con background migratorio che vivono situazioni di vulnerabilità, promuovendo una rete di collaborazione tra pubblico e privato, la formazione delle operatrici e degli operatori in chiave interculturale e potenziando gli Spazi RemìX, evoluzione degli spazi già sperimentati con successo nel precedente progetto Remì (FAMI 2014–2020).
Gli Spazi RemiX, presenti a Milano, Pavia, Perugia, Caserta, Napoli e Castrovillari, sono luoghi di accoglienza, ascolto e orientamento dove bambini, adolescenti e famiglie con background migratorio possono trovare risposte ai propri bisogni. In ogni spazio opera un’équipe multidisciplinare composta da operatori sociali, psicologi, mediatori culturali e pedagogisti che, insieme agli attori del territorio, accompagnano i minori nei loro percorsi di crescita, promuovendo pari opportunità, autonomia e consapevolezza dei propri diritti.
Obiettivo del progetto è la promozione di interventi multidimensionali e partecipati che coinvolgano scuole, servizi sociali, enti locali e comunità di diaspora. Il progetto mira così a modellizzare un sistema integrato di prevenzione e presa in carico, capace di rispondere in modo rapido ed efficace alle diverse forme di vulnerabilità che colpiscono i minori e le loro famiglie.
Le mappe. Un elemento innovativo del progetto è la creazione di mappe territoriali multilingua, disponibili online e anche in formato cartaceo, dedicate alle sei città coinvolte con l’obiettivo di fare conoscere e rendere accessibili i servizi dedicati ai minori con background migratorio e alle loro famiglie, rispondendo a domande semplici ma essenziali come:
Dove posso trovare aiuto per i miei figli? Chi mi può aiutare a far valere i miei diritti? Dove posso andare se ho bisogno di parlare con qualcuno? Questi strumenti vogliono promuovere un approccio interculturale, offrendo alle famiglie non solo informazioni pratiche, ma anche fiducia e orientamento per costruire relazioni positive con la comunità locale.
Un ulteriore elemento chiave è il coinvolgimento dei Community Agents, persone appartenenti alle comunità migranti locali che fungono da ‘facilitatori’ tra i servizi territoriali e le famiglie. Il loro ruolo è fondamentale perché, grazie alla conoscenza diretta delle comunità e delle loro esigenze, riescono a far conoscere in maniera chiara e accessibile le opportunità presenti sul territorio, superando barriere linguistiche e culturali. Agendo come veri e propri ‘ponti di conoscenza’, hanno contribuito a coinvolgere attivamente le famiglie nel progetto RemìX e a orientarle verso i servizi dedicati ai minori con background migratorio in condizioni di fragilità.
Attraverso RemiX, Fondazione ISMU ETS intende rafforzare la rete di capitale sociale e istituzionale sui territori, valorizzando le sinergie già sperimentate con il precedente progetto “Remì” e promuovendo la replicabilità del modello in altri contesti regionali.
Progetto ‘Nessuno rimane indietro’ per cure maxillo-facciali gratuite per le persone con disabilità
Si è svolta martedì 28 ottobre presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la conferenza di presentazione del Protocollo d’Intesa “Nessuno rimane indietro – Progetto pilota per interventi di chirurgia maxillo-facciale e chirurgia orale in favore delle fasce vulnerabili”. Il progetto è nato dalla collaborazione tra la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle persone con disabilità e famiglie), Fondazione Roma, Istituto Santa Chiara e Clinica Parioli.
“L’avvio di questo progetto – dichiara Vincenzo Falabella, presidente della FISH – rappresenta per la Federazione un segnale concreto verso la piena attuazione dei principi sanciti dalla Costituzione italiana all’articolo 3 e all’articolo 24. Principi pienamente coerenti con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che riconosce e promuove il diritto all’inclusione, all’autonomia e alla pari dignità. L’obiettivo è che questa iniziativa non resti un’esperienza isolata, ma diventi la regola che orienta ogni politica sanitaria e sociale del Paese, realizzando appieno i valori costituzionali di solidarietà, equità e giustizia sociale.”
“La Fondazione Roma – afferma Franco Parasassi, presidente della Fondazione Roma – non può rimanere insensibile di fronte a determinate situazioni di fragilità, in particolare quelle che investono l’ambito sanitario. Per tale ragione, abbiamo deciso di avviare questo progetto molto importante volto a garantire, soprattutto ai ragazzi autistici, l’accesso in via del tutto gratuita a prestazioni di chirurgia maxillofacciale e di chirurgia orale.”
Durante la conferenza è emersa chiaramente, infatti, la volontà dei partner di garantire l’accesso alle cure specialistiche in un settore delicato come quello maxillo-facciale e orale, spesso non pienamente coperto o accessibile per le persone in condizioni di fragilità economica o sociale. Il progetto mira a colmare questo divario, affermando il principio che nessuna persona debba essere esclusa da trattamenti sanitari essenziali a causa della propria condizione di vulnerabilità, fornendo un modello operativo replicabile a livello nazionale.
“Clinica Parioli in continuità con lo spirito di umanità, innovazione e responsabilità sociale che da sempre la contraddistinguono nel panorama sanitario romano, è orgogliosa di condividere con Fondazione Roma, Istituto Santa Chiara e FISH questo ambizioso progetto finalizzato al supporto verso le persone in condizioni di fragilità, mettendo a disposizione le sue migliori risorse umane e strumentali”, dichiara Stefano Sabatini, direttore sanitario della Clinica Parioli.
“Prende ufficialmente il via oggi il progetto ‘Nessuno rimane indietro’, resosi necessario per la cura di quei pazienti che, troppo spesso, restano esclusi da ogni possibilità terapeutica – sottolinea Giovanni Vantaggiato, direttore del Dipartimento di odontoiatria e chirurgia orale dell’Istituto Santa Chiara. “Grazie alla partecipazione e alla sinergia di tutti i partner coinvolti, siamo finalmente riusciti ad avviare un progetto che restituisce grande dignità e rafforza la consapevolezza di essere tutti uguali di fronte alla malattia e al diritto di ricevere una cura appropriata”.
La partecipazione del Consigliere della Regione Lazio, Fabio Capolei, è stata fondamentale per trasmettere le best practice del progetto alle istituzioni del territorio regionale. L’auspicio di tutti i partner è che il progetto possa essere replicato in tutte le Regioni per estendere il diritto alla cura a ogni cittadino.
Continuità e specializzazione: la proposta di legge del CNEL per l’insegnamento di sostegno di qualità nella scuola italiana
Giovedì 23 ottobre, l’Assemblea del CNEL ha approvato una proposta di legge, presentata da Vincenzo Falabella presidente della FISH e consigliere del CNEL, per rafforzare l’inclusione scolastica, focalizzandosi su due pilastri: continuità didattica per gli alunni con disabilità e formazione specializzata per gli insegnanti.
Il PDL mira a superare la precarietà, anticipando il periodo di svolgimento delle procedure di nomina, limitando il turnover dei docenti di sostegno e investendo in modo strutturale nella loro formazione (iniziale e in servizio), estendendola anche a tutti i docenti curriculari. La proposta di legge prevede, inoltre, incentivi per rendere più stabile e attrattiva la carriera del docente di sostegno, incluso un periodo minimo obbligatorio di permanenza nella scuola di appartenenza, e misure per contenere la mobilità verso il posto comune, garantendo così pari opportunità formative a tutti gli studenti e a tutte le studentesse. Si prevede, infine, l’istituzione delle scuole di specializzazioni per il sostegno.
L’iniziativa legislativa nasce dall’urgenza di colmare il divario tra i diritti degli studenti con disabilità e la loro effettiva garanzia nel sistema scolastico. Le statistiche Istat rivelano l’entità del problema: un allarmante 29,6% di insegnanti di sostegno non specializzati (con il 38,2% al Nord). Il 68% degli alunni, inoltre, cambia docente di sostegno annualmente, e quasi metà degli studenti con disabilità intellettive vive interruzioni del supporto anche in corso d’anno. Questo non è solo un problema organizzativo ma umano di “vite spezzettate” in cui il legame fiduciario e didattico viene continuamente reciso, impedendo un apprendimento sereno e minando la stabilità emotiva dei bambini e delle bambine e delle loro famiglie.
“La proposta di legge approvata dall’Assemblea del CNEL rappresenta un passo importante verso una reale inclusione scolastica. I dati ISTAT delineano una situazione preoccupante: quasi un terzo degli insegnanti di sostegno non possiede la specializzazione necessaria e il 68% degli studenti con disabilità è costretto ogni anno a cambiare docente. Questa continua instabilità compromette la continuità didattica e priva gli studenti del diritto a un percorso educativo coerente e di qualità. Come FISH, ribadiamo il nostro impegno affinché vengano garantite la stabilità e la competenza del personale docente, nel pieno rispetto dei principi sanciti dalla Costituzione”, così Vincenzo Falabella, presidente della FISH e consigliere del CNEL.
Per questo la FISH, Fondazione Roma, Istituto Santa Chiara e Clinica Parioli annunciano la sottoscrizione del nuovo Protocollo d’Intesa denominato ‘Nessuno rimane indietro – Progetto pilota per interventi di chirurgia maxillo-facciale e chirurgia orale in favore delle fasce vulnerabili’.
“Per FISH, la difesa dei diritti significa accesso equo alla salute. Il Protocollo d’Intesa ‘Nessuno rimane indietro’ è la nostra risposta concreta per colmare un vuoto assistenziale: l’accesso a cure di chirurgia maxillo-facciale e orale per le fasce più vulnerabili. Il nostro ruolo è cruciale: attraverso la nostra rete associativa, ci assumiamo la responsabilità di garantire che il sostegno arrivi a chi ne ha più bisogno, in particolare persone con disabilità con elevata necessità di supporto e anziani in stato di fragilità economica”, sottolinea il presidente della FISH Vincenzo Falabella.
Questo Protocollo d’Intesa, grazie al sostegno economico della Fondazione Roma e alle competenze della Clinica Parioli e dell’Istituto Santa Chiara, coinvolge la rete associativa della Federazione e risponde in modo immediato e tangibile a un bisogno molto diffuso: l’accesso a cure tempestive e di qualità, specialmente in ambito di chirurgia maxillo-facciale e odontoiatrica, per persone con disabilità o che vivono una condizione di fragilità economica e sociale.
Fare sistema: il ruolo del terzo settore nell’integrazione dei servizi verso una governance condivisa delle vulnerabilità sociali
Dalle reti informali alle alleanze strutturate: il terzo settore come interlocutore dei servizi sociali. Questo il tema al centro del seminario in programma nel Palazzo Vescovile di Arezzo giovedì 23 ottobre dalle ore 9 alle ore 13. L’iniziativa promossa da Caritas Toscana è la terza tappa di un percorso itinerante dedicato a costruire uno spazio pubblico di dialogo professionale tra Regione Toscana, il coordinamento delle Caritas della Toscana (TosCaritas), Caritas diocesane, ANCI, Comuni, Asl, Prefetture e altri attori territoriali pubblici e privati.
Negli ultimi anni infatti il bisogno di aiuto ha cambiato volto, linguaggio e soglie di accesso. Non si tratta solamente di nuovi poveri, ma di condizioni nuove della povertà: diffuse, intermittenti, difficili da categorizzare e ancora più difficili da intercettare. Eppure, molti strumenti con cui cerchiamo di rispondervi sono rimasti gli stessi, o frammentati o incomunicanti.
La fragilità delle persone che le Caritas incontrano nel loro servizio di ascolto è sicuramente economica, ma anche e soprattutto relazionale. Una fragilità che si appesantisce se i diversi attori sociali non collaborano e continuano ad operare da soli.
Ecco allora il senso di questo percorso nato dalla collaborazione tra Regione Toscana e le Caritas della Toscana per raccontare meglio ciò che accade e dotarsi di strumenti per affrontare insieme, integrando letture, competenze e capacità operative.
La proposta di tre seminari pubblici rappresenta un dispositivo di governo collaborativo, un’occasione per rileggere criticamente i dati del sistema MIROD (Messa In Rete degli Osservatori Diocesani in Toscana), rafforzare l’alleanza tra Centri di Ascolto e Servizi Sociali pubblici, mettere in discussione – con metodo e visione – come vengono scambiati dati, come vengono protetti e usati per decidere interventi di sostegno alle persone fragili.
Il programma della mattinata prevede alle ore 9 i saluti istituzionali di mons. Alessandro Conti, vicario generale della diocesi; alle ore 9.15 un intervento di Alessandro Salvi, dirigente della Regione Toscana su l’esperienza della co-programmazione e co-progettazione in Toscana e alle ore 10 la relazione di Andrea Salvini dell’Università di Pisa su l’importanza delle ‘reti’ per il welfare territoriale; alle ore 11 un confronto tra i partecipanti sul ‘ruolo del terzo settore nella costruzione del welfare locale’ ed infine, alle ore 12.30 le conclusioni di don Emanuele Morelli, delegato regionale di Caritas Toscana. Il seminario è in corso di accreditamento presso l’Ordine degli assistenti sociali della Toscana con ID 105571.





























