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A Napoli il card. Battaglia chiede il miracolo della pace
“Sorelle e fratelli, oggi Napoli si ferma come il mare quando il vento si placa. E’ un placarsi interiore, la sensazione di una giornata di festa, di fede, di identità. Le strade si fanno navate, i balconi cantorie, la città una cattedrale intera. Al centro, non un oggetto, ma un segno: un’ampolla, un sangue, un nome: Gennaro. Qui celebriamo non un trofeo, ma una memoria viva: quella dei martiri che l’Amore non ha lasciato soli. Il tempo, che velocemente svuota i nomi dei dominatori, conserva invece i nomi delle vittime, scritti nel pianto dei poveri, nel grido degli innocenti, nel silenzio degli ultimi. Anche quando a noi sfuggono, Dio li conosce e li incide nelle sue palme”.
Venerdì 19 settembre l’arcivescovo di Napoli, card. Mimmo Battaglia, ha presieduto la Santa Messa nella mattinata,Eppoi ha esposto, durante la celebrazione, l’ampolla contenente il sangue del santo patrono, davanti a tutti i presenti. Dall’altare maggiore, dopo aver fatto visionare l’ampolla ai concelebranti, è sceso tra i fedeli: canti liturgici hanno accompagnato questa sorta di pellegrinaggio verso la città partenopea.
Nell’omelia ha sottolineato che la Parola di Dio non è uno slogan, ma una certezza: “Non è un motto per poster, è un ponte tra due rive. Su quel ponte Gennaro passò intero: la carne consegnata, la paura vinta, la libertà restituita al suo Autore. Non scelse di salvarsi: scelse di donarsi. Ed il sangue, che i violenti credettero sigillo d’oblio, divenne voce: voce che ancora predica alla città e la chiama a fidarsi del Vangelo più di ogni calcolo, più di ogni prudenza. Guardiamo quel segno non con superstizione, ma come invito a scommettere tutto sull’Affidamento”.
E’ un sangue che richiama il sangue della Terra Santa: “Oggi la parola sangue ci brucia addosso. Perché il sangue è un linguaggio che tutti capiamo, e che chiede conto a tutti. Il sangue di Gennaro si mescola idealmente al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita dove la violenza si crede onnipotente e invece è solo rumore”.
Ed è sacro: “Il sangue è sacro: ogni goccia innocente è un sacramento rovesciato. Se potessi, raccoglierei in un’ampolla il sangue di ogni vittima (bambini, donne, uomini di ogni popolo) e lo esporrei qui, sotto queste volte, perché nessun rito ci assolva dalla responsabilità, perché la preghiera senta il peso di ogni ferita e non scivoli via. Ed oggi, con pudore e con fuoco, dico: è il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei esposto in questa cattedrale, accanto all’ampolla del santo. Perché non esistono ‘altre’ lacrime: tutta la terra è un unico altare”.
L’omelia è stata un richiamo biblico per Israele: “Da questa cattedrale che respira come un petto antico, si alza un appello chiaro, diretto, senza garbo diplomatico: Ascolta, Israele: non ti parlo da avversario, ma da fratello nell’umano. Ti chiamo col nome con cui la Scrittura convoca il cuore all’essenziale: Ascolta. Cessa di versare sangue palestinese.
Cessino gli assedi che tolgono pane e acqua; cessino i colpi che sbriciolano case e infanzie; cessino le rappresaglie che scambiano la sicurezza con lo schiacciamento, cessi l’invasione che soffoca ogni speranza di pace. La sicurezza che calpesta un popolo non è sicurezza: è un incendio che, prima o poi, brucia la mano che credeva di domarlo”.
E’ stata una condanna netta ad ogni forma di terrorismo: “So il peso del tuo lutto, le ferite che porti nella carne e nella coscienza. Ogni terrorismo è un sacrilegio, ogni sequestro un’ombra sull’umano, ogni razzo contro civili un peccato che grida. Ma oggi (davanti al sangue del martire) ti chiamo per nome: tu, Israele, fermati. Apri i valichi, lascia passare cure e pane, sospendi il fuoco che non distingue e moltiplica gli orfani. Non ti chiedo debolezza: ti chiedo grandezza. La grandezza di chi arresta la propria forza quando la forza profana la giustizia; di chi riconosce che l’unica vittoria che salva è quella sulla vendetta”.
Quindi da Napoli è giunta la richiesta di realizzare il sogno lapiriano: “E da questa città affacciata sul mediterraneo vorrei si generasse un movimento di speranza e di pace, perché come diceva La Pira occorre partire dalle città per unire le nazioni. E vorrei anche che questo contagio di riconciliazione fosse fondato su un linguaggio chiaro, compreso da tutti i popoli di tutte le città che su questo mare affacciano i propri timori e le proprie speranze.
Perché la menzogna comincia dalle parole, soprattutto da quelle ambigue, anestetizzate: i droni sono fucilazioni telecomandate; i “danni collaterali” sono bambini senza volto; una spesa militare che supera scuola e sanità non è sicurezza ma suicidio collettivo. Convertiamo gli arsenali in ospedali, gli utili di guerra in borse di studio, i bunker in biblioteche. Questa è l’unica geopolitica evangelica degna del Nome che invochiamo”.
L’arcivescovo di Napoli ha sottolineato che il ‘male’ viene prodotto in serie: “Diciamocelo con la franchezza dei santi: il male non è un’idea, è una filiera. Ha uffici, contabili, bonus, piani industriali. La guerra non “scoppia”: si produce, si finanzia, si premia. Ogni bilancio militare che si gonfia come una vela è vento cattivo contro la carne dei poveri. Ogni ‘espansione della spesa per la difesa’ che supera scuola e sanità non ci rende sicuri: ci rende più soli e più poveri”.
E’ stata una chiara richiesta di fermare la violenza: “Il grido dei poveri e degli ultimi, il sangue dei bambini e il pianto delle loro madri, dice ai potenti di questa terra, alle istituzioni di questa nostra unione, alla Knesset, ai governi, ad ogni comando militare: fermate la spirale! Cercate giustizia prima dei confini, diritti prima dei recinti, dignità prima dei calcoli. Non si costruisce pace con check-point e interruzioni di vita, ma con diritto eguale, sicurezza reciproca, misericordia politica”.
E’ questione di scelta di civiltà: “Il sangue gridato dalle macerie non è un argomento: è un’anafora di Dio che ripete: Che ne hai fatto di tuo fratello? Sorelle e fratelli che sedete nei parlamenti, vi chiedo: come potete scegliere i missili prima del pane? Dove avete smarrito il volto dei vostri fratelli e delle vostre sorelle?
E’ stato un chiaro invito a prendere posizione: “Sorelle e fratelli che operate nella finanza e nei grandi mercati, vi chiedo: come potete esultare quando la guerra si allunga e le azioni della difesa salgono? Non sentite il grido dei vostri fratelli e delle vostre sorelle? Sorelle e fratelli imprenditori e azionari le cui industrie falsificano il Vangelo del lavoro, fondendo aratri in granate, vi chiedo: che ne avete fatto della dignità dei vostri fratelli e delle vostre sorelle?”
Non è questione etica, ma evangelica: “Ma il Vangelo non ci chiede solo bontà: ci chiede giustizia. La giustizia non è risentimento: è ordine dell’amore. E’ regola che santifica il tempo, è lavoro che non sfrutta, è tavola che allarga i posti, è potere che non si auto-assolve. L’Europa non si salverà con muri e con rotte ciniche, ma ricordando di essere nata da monasteri e cattedrali: scuole per i figli dei poveri, mercati che chiudevano la domenica, comunità che fondavano legami. Non nostalgie, ma disciplina di futuro”.
Per questo il sangue di san Gennaro scioltosi richiama ognuno alla responsabilità: “Torniamo al sangue. Guardatelo. Non come curiosità, ma come specchio. Il sangue di Gennaro non è un talismano: è un appello. Ogni goccia dice: non tradire. Non tradire il Vangelo con un culto senza conversione. Non tradire il povero con un’elemosina senza scelte. Non tradire la pace con parole senza progetto. Non tradire i bambini con scuole senza maestri e città senza cortili”.
Questa è stata la richiesta: “Per questo, oggi, osiamo chiedere un miracolo preciso. San Gennaro, fratello e martire: sciogli non solo il tuo sangue, che è segno, ma il nostro cuore, dove si decide tutto. Disarma le nostre paure travestite da prudenza. Spazza via la patina di cinismo che si attacca alla fede. Donaci un coraggio senza teatro e scelte che non fanno notizia ma cambiano la vita”.
L’omelia è stata appello per la pace: “Guarda la Palestina, guarda l’Ucraina, guarda i Sud del mondo: quanti non hanno più lacrime e ci prestano i loro occhi. Fa’ che la pace non sia uno slogan, ma una pratica. Fa’ che ogni comunità diventi sala d’attesa di resurrezioni: mensa per chi ha fame, porta per chi non ha casa, lingua per chi non sa parlare, compagnia per chi non regge da solo. E qui, nella nostra città, fa’ che sotto ogni balcone si veda un ragazzo con un libro e non con un’arma; che ogni cortile sia un campo di gioco e non di spaccio; che ogni impresa pulita valga più di qualunque denaro sporco”.
Questo è stato il ‘miracolo’ richiesto: “Se oggi chiediamo un prodigio, fa’ che sia questo: che il prodigio cominci da noi. Che si apra in ciascuno un cantiere di pace: una sedia in più a tavola, un’ora in più per educare, un euro in meno per sé e uno in più per chi non può. E quando qualcuno domanderà se il sangue si è sciolto, potremo rispondere: sì, il sangue si è sciolto. Non solo qui, non solo oggi, non solo nell’ampolla: si è sciolto nei cuori.
Ha ripreso a scorrere; ha portato ossigeno alle mani, grazia agli occhi, forza ai piedi. E la città (questa città che amiamo) riprenderà il suo passo grande, e questo mondo (per il quale Dio Padre ha donato il suo Figlio Gesù, nel cui sangue tutti siamo amati e salvati) riprenderà il suo passo santo: il passo della pace”.
Oltre la violenza di genere, l’indipendenza economica: al via il bando di crowdfunding Impatto+ 2025 promosso da Banca Etica ed Etica Sgr su Produzioni dal Basso
C’è tempo fino al 19 settembre per candidare su Produzioni dal Basso progetti per il bando di crowdfunding Impatto+ 2025 intitolato quest’anno “Oltre la violenza, l’indipendenza”. Obiettivo: sostenere iniziative per l’emancipazione economica e sociale di chi subisce violenza economica di genere. Aumenta il contributo erogato da Etica sgr, che ora copre fino al 30% della raccolta.
Padova, 21 luglio 2025 – Al via il nuovo bando di crowdfunding Impatto+ 2025 – “Oltre la violenza, l’indipendenza”, nato come strumento di emancipazione economica e sociale per le persone che subiscono violenza di genere, con particolare attenzione al fenomeno della violenza economica. A promuoverlo sono Banca Etica – prima e tuttora unica banca italiana dedita esclusivamente alla finanza etica – ed Etica Sgr – società di gestione del risparmio che propone esclusivamente fondi comuni di investimento etici e responsabili -, in collaborazione con Produzioni dal Basso, prima piattaforma italiana di crowdfunding e social innovation.
Il bando è rivolto a organizzazioni del Terzo Settore, cooperative sociali, imprese sociali, centri antiviolenza, case di accoglienza e MAG (Mutue Autogestione) che intendano avviare campagne di raccolta fondi reward-based su Produzioni dal Basso, con progetti che prevedano interventi di educazione finanziaria e accesso al credito per favorire percorsi concreti di autonomia e autodeterminazione delle persone che subiscono forme di violenza economica.
I progetti selezionati al termine della prima fase beneficeranno di una formazione mirata (condotta dai campaign manager di Produzioni dal Basso), sulle migliori strategie per condurre una campagna di crowdfunding efficace. Grazie al Fondo per la Microfinanza e il Crowdfunding di Etica Sgr (che si alimenta grazie alle scelte dei sottoscrittori dei fondi d’investimento etici, che decidono di devolvere a questo fondo 1 euro ogni mille investiti), le campagne che raggiungeranno almeno il 70% dell’obiettivo di raccolta prefissato riceveranno un contributo a fondo perduto del 30% (una quota superiore rispetto al 25% delle edizioni precedenti). I progetti che otterranno il 100% del budget preventivato, o supereranno l’obiettivo (overfunding), riceveranno un premio unico del 5% sull’obiettivo iniziale di raccolta, sostitutivo rispetto al già citato contributo del 30%.
Le candidature dei progetti e delle iniziative sono aperte dal 21 luglio al 19 settembre 2025 (entro le ore 12). È possibile candidare il proprio progetto direttamente tramite il form sul Network di Banca Etica su Produzioni dal Basso, compilando la scheda informativa e allegando il prospetto di budget. La selezione sarà effettuata da una commissione che valuterà le proposte sulla base di criteri quali: coerenza con gli obiettivi del bando; qualità e innovatività del progetto; coinvolgimento della comunità; sostenibilità economica; impatto sociale e ambientale; esperienza nel campo del crowdfunding.
Giovedì 24 Luglio, alle 11:00, sul sito di Attiviamo Energie Positive si terrà un webinar di presentazione del bando Impatto+ 2025 “Oltre la violenza, l’indipendenza” con la possibilità per i partecipanti di interpellare direttamente gli organizzatori e approfondire il testo del Regolamento. La registrazione del webinar sarà resa disponibile sui canali di Produzioni dal Basso.
Tra le iniziative ammissibili per il crowdfunding rientrano: educazione finanziaria di base: programmi per migliorare la gestione del bilancio familiare e sviluppare competenze di risparmio e investimento; accesso al microcredito: percorsi formativi e supporto tecnico in collaborazione con istituzioni finanziarie autorizzate; sensibilizzazione sulla violenza economica: campagne informative sui social media, eventi pubblici e azioni congiunte con enti locali; formazione professionale: corsi settoriali riconosciuti in tecnologia, artigianato, commercio e servizi, con esperti qualificati; supporto all’inserimento lavorativo: iniziative per vittime o persone a rischio di violenza economica di genere, in sinergia con centri antiviolenza e organizzazioni del Terzo Settore; imprenditorialità femminile: programmi di mentoring, consulenza personalizzata, business planning e integrazione in reti professionali; supporto psicologico: percorsi individuali e di gruppo per la rielaborazione del trauma e lo sviluppo di autostima e resilienza.
Per maggiori informazioni e per candidare il proprio progetto: https://www.produzionidalbasso.com/network/di/banca-etica#banca-etica-initiative
Papa Leone XIV: lo Spirito Santo rinnova il mondo e la Chiesa
“E’ spuntato a noi gradito il giorno nel quale… il Signore Gesù Cristo, glorificato con la sua ascesa al cielo dopo la risurrezione, inviò lo Spirito Santo. E anche oggi si ravviva ciò che accadde nel Cenacolo: come un vento impetuoso che ci scuote, come un fragore che ci risveglia, come un fuoco che ci illumina, discende su di noi il dono dello Spirito Santo”: nella solennità di Pentecoste e del giubileo dei movimenti papa Leone XIV ha spiegato che il Paraclito apre le frontiere ‘dentro di noi’, servendosi di una frase di sant’Agostino.
Il papa si è soffermato a meditare sulle ‘frontiere’ interne: “E’ il Dono che dischiude la nostra vita all’amore. E questa presenza del Signore scioglie le nostre durezze, le nostre chiusure, gli egoismi, le paure che ci bloccano, i narcisismi che ci fanno ruotare solo intorno a noi stessi. Lo Spirito Santo viene a sfidare, in noi, il rischio di una vita che si atrofizza, risucchiata dall’individualismo. E’ triste osservare come in un mondo dove si moltiplicano le occasioni di socializzare, rischiamo di essere paradossalmente più soli, sempre connessi eppure incapaci di ‘fare rete’, sempre immersi nella folla restando però viaggiatori spaesati e solitari”.
Proprio lo Spirito Santo permette di avere una nuova visione di vita: “E invece lo Spirito di Dio ci fa scoprire un nuovo modo di vedere e vivere la vita: ci apre all’incontro con noi stessi oltre le maschere che indossiamo; ci conduce all’incontro con il Signore educandoci a fare esperienza della sua gioia; ci convince, secondo le stesse parole di Gesù appena proclamate, che solo se rimaniamo nell’amore riceviamo anche la forza di osservare la sua Parola e quindi di esserne trasformati. Apre le frontiere dentro di noi, perché la nostra vita diventi uno spazio ospitale”.
Lo Spirito Santo permette una relazione che escluda la violenza: “Lo Spirito, inoltre, apre le frontiere anche nelle nostre relazioni. Infatti, Gesù dice che questo Dono è l’amore tra Lui e il Padre che viene a prendere dimora in noi. E quando l’amore di Dio abita in noi, diventiamo capaci di aprirci ai fratelli, di vincere le nostre rigidità, di superare la paura nei confronti di chi è diverso, di educare le passioni che si agitano dentro di noi.
Ma lo Spirito trasforma anche quei pericoli più nascosti che inquinano le nostre relazioni, come i fraintendimenti, i pregiudizi, le strumentalizzazioni. Penso anche, con molto dolore, a quando una relazione viene infestata dalla volontà di dominare sull’altro, un atteggiamento che spesso sfocia nella violenza, come purtroppo dimostrano i numerosi e recenti casi di femminicidio”.
Proprio il dono dello Spirito Santo è capace di far superare le frontiere: “In questo modo, lo Spirito allarga le frontiere dei nostri rapporti con gli altri e ci apre alla gioia della fraternità. E questo è un criterio decisivo anche per la Chiesa: siamo davvero la Chiesa del Risorto e i discepoli della Pentecoste soltanto se tra di noi non ci sono né frontiere e né divisioni, se nella Chiesa sappiamo dialogare e accoglierci reciprocamente integrando le nostre diversità, se come Chiesa diventiamo uno spazio accogliente e ospitale verso tutti”.
Tale ‘abbattimento’ è dovuto al linguaggio: “Infine, lo Spirito apre le frontiere anche tra i popoli. A Pentecoste gli Apostoli parlano le lingue di coloro che incontrano e il caos di Babele viene finalmente pacificato dall’armonia generata dallo Spirito. Le differenze, quando il Soffio divino unisce i nostri cuori e ci fa vedere nell’altro il volto di un fratello, non diventano occasione di divisione e di conflitto, ma un patrimonio comune da cui tutti possiamo attingere, e che ci mette tutti in cammino, insieme, nella fraternità”.
Ecco la forza dello Spirito Santo nell’abbattere le ‘frontiere’: “Lo Spirito infrange le frontiere e abbatte i muri dell’indifferenza e dell’odio, perché ‘ci insegna ogni cosa’ e ci ‘ricorda le parole di Gesù’; e, perciò, per prima cosa insegna, ricorda e incide nei nostri cuori il comandamento dell’amore, che il Signore ha posto al centro e al culmine di tutto. E dove c’è l’amore non c’è spazio per i pregiudizi, per le distanze di sicurezza che ci allontanano dal prossimo, per la logica dell’esclusione che vediamo emergere purtroppo anche nei nazionalismi politici”.
L’omelia è conclusa ricordando che lo Spirito Santo rinnova la Chiesa ed il mondo: “Invochiamo lo Spirito dell’amore e della pace, perché apra le frontiere, abbatta i muri, dissolva l’odio e ci aiuti a vivere da figli dell’unico Padre che è nei cieli. Fratelli e sorelle, è la Pentecoste che rinnova la Chiesa, rinnova il mondo! Il vento gagliardo dello Spirito venga su di noi e in noi, apra le frontiere del cuore, ci doni la grazia dell’incontro con Dio, allarghi gli orizzonti dell’amore e sostenga i nostri sforzi per la costruzione di un mondo in cui regni la pace”.
(Foto: Santa Sede)
Nel ricordo del card. Hossu papa Leone XIV condanna ogni violenza
Ieri pomeriggio in Cappella Sistina papa Leone XIV ha commemorato il card. Iuliu Hossu (1885-1970), beato romeno, vescovo greco-cattolico martire della fede durante la persecuzione comunista, ricordando il suo impegno coraggioso nel ‘salvare dalla morte migliaia di ebrei’, durante l’Olocausto, beatificato nel 2019 da papa Francesco, definito “un apostolo della speranza: il beato cardinale Iuliu Hossu, vescovo greco-cattolico di Cluj-Gherla, pastore e martire della fede durante la persecuzione comunista in Romania. Oggi, in un certo senso, egli entra in questa Cappella, dopo che san Paolo VI, il 28 aprile 1969, lo creò cardinale in pectore, mentre era in prigione per essere rimasto fedele alla Chiesa di Roma”.
Infatti questo è un anno particolare: “Quello in corso è un anno speciale dedicato al cardinale Iuliu Hossu, simbolo di fratellanza al di là di ogni confine etnico o religioso. Il suo processo di riconoscimento quale ‘Giusto tra le Nazioni’, avviato nel 2022, si basa sul suo impegno coraggioso di sostenere e salvare gli ebrei della Transilvania del Nord quando, tra il 1940 e il 1944, i nazisti attuarono il tragico piano di deportarli nei campi di sterminio”.
Ed ha ripercorso la sua vita: “Correndo rischi enormi per sé e per la Chiesa Greco-Cattolica, il Beato Hossu intraprese numerose azioni in favore degli ebrei, per evitarne la deportazione. Nella primavera del 1944, mentre a Cluj-Napoca (in ungherese Kolozsvár) e in altre città della Transilvania si preparava la loro ghettizzazione, egli mobilitò il clero e i fedeli greco-cattolici, pubblicando il 2 aprile 1944 una lettera pastorale, di cui abbiamo testimonianza tramite Moshe Carmilly-Weinberger, ex rabbino capo della Comunità ebraica di Cluj-Napoca, in cui lanciò un richiamo vibrante e profondamente umano… Secondo la testimonianza dello stesso ex Rabbino capo, il Cardinale Hossu, negli anni 1940-1944, contribuì a salvare dalla morte migliaia di ebrei della Transilvania settentrionale”.
Il papa ha sottolineato che egli è stato uomo di fede: “La speranza del grande Pastore è stata quella dell’uomo fedele, il quale sa che le porte del male non prevarranno contro l’opera di Dio. La sua vita è stata una testimonianza di fede vissuta fino in fondo, nella preghiera e nella dedizione al prossimo. Fu un uomo di dialogo e un profeta di speranza, e papa Francesco lo ha beatificato il 2 giugno 2019 a Blaj”.
Ricordando le parole dell’omelia di papa Francesco sul significato del martirio il papa ha sottolineato lo ‘spirito’ del martire: In quell’occasione, nell’omelia, citò una sua frase come sintesi della sua vita: ‘Dio ci ha mandato in queste tenebre della sofferenza per donare il perdono e pregare per la conversione di tutti’. Queste parole esprimono l’essenza dello spirito dei martiri: fede incrollabile in Dio, senza odio ma con la misericordia che trasforma la sofferenza in amore verso i persecutori. Esse rimangono ancora oggi un invito profetico a superare l’odio attraverso il perdono e a vivere la fede con dignità e coraggio”.
Proprio per rimanere fedele ai martiri la Chiesa chiede sempre il rispetto della dignità umana: “Vicina alle sofferenze del popolo ebraico, culminate nel dramma dell’Olocausto, la Chiesa sa bene cosa significano dolore, emarginazione e persecuzione. Proprio per questo sente l’impegno a costruire una società incentrata sul rispetto della dignità umana come esigenza della coscienza”.
Per questo il papa ha sottolineato che il messaggio del card. Hossu è ancora attuale: “Ciò che egli ha fatto per gli ebrei della Romania, le azioni che ha compiuto per proteggere il prossimo, nonostante ogni rischio e pericolo, lo mostrano come modello di uomo libero, coraggioso e generoso fino al sacrificio supremo. Ecco perché il suo motto ‘La nostra fede è la nostra vita’ dovrebbe diventare il motto di ciascuno di noi”.
In conclusione l’auspicio del papa è una ferma presa di posizione contro ogni forma di violenza: “Auspico che il suo esempio, che ha anticipato i contenuti poi espressi nella dichiarazione ‘Nostra Aetate’ del Concilio Ecumenico Vaticano II, di cui è prossimo il sessantesimo anniversario, come pure la vostra amicizia, siano una luce per il mondo di oggi: diciamo ‘no’ alla violenza, ad ogni violenza, ancor più se perpetrata contro persone inermi e indifese, come bambini e famiglie!”
(Foto: Santa Sede)
Ad Haiti AVSI sostiene la popolazione
“Da un anno la capitale di Haiti, Port-au-Prince, è sotto il controllo delle bande armate, così come le sue vie d’accesso. Gli scambi commerciali e il flusso di persone sono limitati e poco sicuri e questa è una delle cause della malnutrizione nei neonati e nei bambini piccoli. Nonostante le violenze, però, riusciamo a non interrompere quasi mai i nostri interventi, grazie agli oltre 100 operatori locali che vivono sul posto”: così ha detto all’agenzia ‘Dire’ Gabriele Regio, responsabile ad Haiti per la fondazione AVSI, presente nell’isola dal 1999.
La capitale, infatti, è ostaggio di scontri tra bande armate e forze di sicurezza regolari, e nelle violenze spesso sono coinvolti anche i civili, con centinaia di morti e migliaia di sfollati. Tale insicurezza ha ricadute sulle attività economiche e, secondo i dati Onu, circa 5.500.000 persone dipendono dagli aiuti, con quasi il 60% della popolazione in povertà, mentre 1.000.000 di giovani non va a scuola.
Quindi da Gabriele Regio ci facciamo narrare la situazione ad Haiti: “Il 2024 ha visto un peggioramento della situazione umanitaria, con un’intensificazione della violenza che ha portato alla perdita di vite umane, a sfollamenti massicci e al collasso dei servizi sociali di base. Secondo i dati del ‘Bureau des droits de l’homme des Nations Unies’, nel 2024 sono state uccise 5.600 persone, mentre il numero di sfollati è più che triplicato, superando il 1.000.000, di cui più della metà bambini. 2.212 persone sono state ferite durante questo periodo e 1.494 sono state rapite dalle bande.
I servizi sociali di base sono sull’orlo del collasso: alla fine dell’anno scolastico 2024, più di 900 scuole sono state chiuse e solo il 27% delle strutture sanitarie con posti letto a livello nazionale è pienamente funzionante. L’insicurezza alimentare è a un livello critico e colpisce 5.500.000 persone. Donne e bambini sono particolarmente vulnerabili alle conseguenze di questa crisi. Tra gennaio e novembre 2024, infatti, sono stati segnalati 5.857 episodi di violenza di genere, la maggior parte dei quali a sfondo sessuale, la cui percentuale contro i bambini è aumentata del 1.000% tra il 2023 e il 2024. Il reclutamento forzato di bambini da parte dei gruppi armati è aumentato del 70% nell’ultimo anno e si stima che fino alla metà dei membri dei gruppi armati siano giovanissimi.
Secondo un recente rapporto pubblicato da IOM a febbraio 2025, a seguito delle violenze armate verificatesi dal 14 febbraio 2025 in diversi quartieri dell’area metropolitana di Port-au-Prince, in totale sono 12.971 gli sfollati a causa delle violenze, la maggior parte dei quali nel comune di Port-au-Prince (62%). La metà degli sfollati ha trovato rifugio presso parenti in famiglie ospitanti, mentre l’altra metà è ospitata in 31 siti, 27 dei quali esistevano già prima degli incidenti e 4 sono stati creati di recente.
In questo contesto AVSI lavora nelle zone maggiormente colpite dal conflitto e dove, secondo recenti studi, gli indicatori di vulnerabilità sono ancora più gravi: oltre il 90% delle famiglie appartenenti a queste comunità non soddisfa le proprie esigenze basiche alimentari e più del 16% dei bambini minori di 5 anni soffre di malnutrizione”.
In quale modo è possibile riportare la legalità ad Haiti?
“Nel 2024 è stato istituito un nuovo governo di transizione, guidato da un Primo Ministro e da un Consiglio presidenziale di transizione, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza e organizzare elezioni libere ed eque. Tuttavia, l’instabilità politica è persistita, con diversi membri del Consiglio accusati di corruzione, e sono stati fatti pochi progressi nella definizione di un calendario elettorale.
Con l’intensificarsi delle violenze, la Missione multinazionale a sostegno della sicurezza (MMAS), autorizzata dalle Nazioni Unite, ha iniziato a dispiegarsi, partecipando a una serie di pattugliamenti e operazioni anticrimine con la polizia haitiana e ha sviluppato importanti garanzie per i diritti umani e meccanismi di monitoraggio e responsabilità, ma rimane nella fase di pre-dispiegamento, continua ad affrontare importanti sfide finanziarie e logistiche e non è stata in grado di sostenere efficacemente la polizia nella lotta contro i gruppi criminali a causa di finanziamenti e personale insufficienti.
Alla sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di fine settembre, il Consiglio presidenziale di transizione di Haiti ha chiesto la trasformazione della Missione multinazionale di supporto alla sicurezza (MMS) in un’operazione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, al fine di garantire finanziamenti stabili, rafforzare le sue capacità e gli impegni assunti dagli stati membri delle Nazioni Unite a favore della sicurezza ad Haiti.
Al termine dei suoi primi 100 giorni di mandato, il primo ministro haitiano Alix Didier Fils-Aimé ha sottolineato in un discorso che ‘la sicurezza è la condizione per il successo della transizione. Non ci sarà ripresa economica senza sicurezza. Non ci sarà referendum senza sicurezza. Non ci saranno elezioni senza sicurezza’.
La sicurezza e la situazione umanitaria, il referendum costituzionale, lo svolgimento delle elezioni, la ripresa economica, la giustizia e lo stato di diritto sono i cinque progetti principali del governo, secondo il primo ministro, che ha insistito sul fatto che ‘le elezioni sono l’obiettivo finale della transizione, mentre la sicurezza è la condizione’.
Il ripristino della sicurezza dipenderà quindi da un maggiore investimento a favore della Missione multinazionale di supporto alla sicurezza per garantire un maggiore supporto alla Polizia Nazionale”.
I Paesi occidentali hanno dimenticato Haiti?
“Haiti è un paese che ha affrontato enormi sfide economiche e politiche. L’instabilità politica, le difficoltà economiche e i disastri naturali ricorrenti, come il devastante terremoto del 2010, hanno ridotto le capacità di sviluppo del paese. La risposta internazionale, sebbene sia stata presente, è stata spesso insufficiente e talvolta disorganizzata, alimentando la percezione che Haiti sia stata dimenticata o messa in secondo piano dai Paesi occidentali.
Molti Paesi occidentali, inclusi gli Stati Uniti e la Francia, hanno fornito aiuti a Haiti nel corso degli anni, soprattutto dopo eventi catastrofici. Tuttavia, la gestione di questi aiuti è stata oggetto di critiche. Le risorse spesso non sono state utilizzate in modo efficace e le condizioni di vita in Haiti non sono migliorate significativamente, alimentando il senso che gli aiuti internazionali non siano riusciti a risolvere i problemi strutturali del paese. Nonostante Haiti abbia ricevuto l’attenzione che merita da parte delle potenze occidentali e sebbene ci siano stati aiuti, l’efficacia e la continuità di tali sforzi sono state spesso insufficienti per risolvere i problemi profondi che affliggono il paese.
AVSI negli ultimi anni ha invece intensificato i suoi sforzi nel Paese, dando precedenza ai settori e alle aree geografiche maggiormente colpite dalla crisi. AVSI conta oggi con una presenza stabile di 10 staff espatriati, oltre 200 staff locali e 6 uffici in tutto il Paese”.
Per maggiori informazioni: www.avsi.org
(Foto: AVSI)
Ad Haiti AVSI sostiene la popolazione
Il 12 gennaio 2010 un devastante terremoto di magnitudo 7.0 colpiva il cuore di Haiti, causando una delle tragedie più gravi nella storia recente del Paese con più di 220.000 morti e 1.500.000 di sfollati, devastando le infrastrutture del Paese, comprese migliaia di scuole. Inoltre in questi ultimi anni Haiti è piombata in una delle crisi più gravi e silenziose della sua storia recente a causa dell’escalation di violenza ha causato nello scorso anno più di 700.000 sfollati, che fuggono dai loro quartieri a causa della presenza di gruppi armati, e la chiusura di almeno 1.000 scuole.
Più della metà di questi sfollati è composta da bambini e adolescenti, maggiormente esposti alla violenza, in particolare alle aggressioni, allo sfruttamento e agli abusi sessuali. Inoltre, i minori sfollati e separati dalle loro famiglie vengono facilmente reclutati dalle bande armate. Le scuole, le strutture sanitarie e i mercati sono diventati obiettivi delle gang, che li utilizzano come mezzi per esercitare il controllo su intere zone.
A questa situazione tenta di dare una risposta concreta l’ong italiana AVSI. Da Gabriele Regio, responsabile della fondazione AVSI, presente ad Haiti dal 1999, ci facciamo raccontare il programma della ‘creazione del reddito’?
“Fra le diverse problematiche che la popolazione haitiana vive, c’è senza dubbio il continuo aumento del costo della vita dovuto a una costante inflazione e svalutazione della moneta locale e dalla difficoltà di importare prodotti alimentari per l’insicurezza nel paese. Principalmente il costo dei prodotti alimentari, che conformano il paniere alimentare, risente di questa situazione. Oggi una famiglia media di 5 membri dovrebbe disporre di circa 200 dollari al mese per soddisfare i bisogni alimentari, ma secondo la Banca Mondiale, circa il 60% della popolazione haitiana vive al di sotto della soglia di povertà, con meno di £ 2,5 al giorno.
Nelle aree in cui AVSI lavora questa percentuale arriva a 90%. Questo tasso di povertà è aggravato da profonde disuguaglianze sociali ed economiche. La disoccupazione è un problema persistente, soprattutto tra i giovani. Il 70% dei giovani adulti è disoccupato (dato che supera l’80% nelle zone dove AVSI è presente). Le opportunità di lavoro sono limitate a causa della mancanza di infrastrutture, delle risorse naturali mal gestite e dell’instabilità politica.
Ad Haiti esistono diverse attività generatrici di reddito, a seconda delle risorse disponibili, delle esigenze del mercato e dei settori in via di sviluppo. In questo contesto AVSI propone un programma per la creazione del reddito basato su corsi di formazione professionale e sostenendo le famiglie con un investimento iniziale per avviare attività economiche in diversi settori, come quello agricolo, commerciale e del trasporto. Il programma propone soluzioni basate su specifici studi che analizzano il mercato locale, le risorse disponibili e le capacità dei beneficiari per poter offrire delle opportunità di generazione di reddito sostenibili.
Il programma include anche una componente di ‘Cash for Work’ che permette ai comunitari di lavorare in progetti di riabilitazione di strutture comunitarie e infrastrutture agricole in modo da ottenere un doppio impatto: da un lato garantire che le famiglie vulnerabili possano lavorare e quindi accedere a un reddito che gli permetta di coprire i fabbisogni alimentari, dall’ altro riabilitare infrastrutture che permettano di rafforzare la produzione agricola locale a beneficio di altre famiglie contadine.
Quanto pesa nello sviluppo dell’isola caraibica la decisione del presidente degli USA di congelare i fondi alla cooperazione?
Nel febbraio 2025, il CLIO (Cadre de Liaison Inter-Organisations) associazione di ONG creata nel 2005, che attualmente comprende 81 ONG haitiane e straniere che operano ad Haiti ha realizzato uno studio per valutare l’impatto della decisione del presidente degli USA di congelare i fondi alla cooperazione.
Lo scopo di questo sondaggio è stato quello di condividere informazioni tra le organizzazioni per una migliore comprensione degli impatti della sospensione parziale e sospensione totale dei progetti USAID ad Haiti e capire quali settori d’intervento sono stati maggiormente colpiti dalla sospensione; l’indagine è stata condotta su 29 ONG, di cui 6 nazionali e 23 internazionali.
L’ordine di sospensione dei lavori ha avuto un impatto devastante su oltre 550.000 beneficiari haitiani, che ora sono privati dei servizi essenziali. Questa misura ha costretto alcune ONG a fermare temporaneamente le loro attività, mentre altre hanno dovuto sospendere completamente i loro servizi. I dipartimenti maggiormente colpiti sono quelli del Sud, del Nord-Est e dell’Ovest, ma anche i dipartimenti del Nord, Centro, Grande Anse e Nippes sono stati interessati dalla sospensione dei progetti. Undici ONG hanno dichiarato di aver dovuto intraprendere azioni per cessare i contratti o sospendere i dipendenti, portando alla sospensione o cessazione di 245 posti di lavoro a seguito dell’ordine di sospensione dei lavori (SWO) emesso dall’USAID.
L’impatto a lungo termine potrebbe comportare ulteriori riduzioni delle risorse umane, con alcune organizzazioni ancora in fase di valutazione delle implicazioni finanziarie sulla loro struttura e sui servizi di supporto. AVSI ha dovuto sospendere 4 progetti finanziati con fondi USAID, l’interruzione dei programmi ha privato i beneficiari di risorse vitali, come la sicurezza alimentare, l’assistenza in denaro, l’acqua potabile, i servizi igienici e sanitari (WASH), la nutrizione e i programmi educativi. Questa sospensione ha aumentato significativamente la vulnerabilità di gruppi già fragili, tra cui donne, bambini e persone in situazioni di vulnerabilità”.
In cosa consistono gli interventi di AVSI ad Haiti?
“Ad Haiti, AVSI si impegna in diversi settori, tra cui l’educazione, la sicurezza alimentare, la salute, l’assistenza umanitaria e la promozione del benessere sociale. Educazione: AVSI supporta il sistema educativo ad Haiti, contribuendo a migliorare l’accesso all’istruzione tramite un programma di Sostegno a Distanza, in particolare nelle aree rurali e nelle zone più colpite dalla povertà. Le sue attività includono la formazione degli insegnanti e la distribuzione di materiali educativi. AVSI lavora anche per promuovere l’inclusione di bambini con disabilità nel sistema scolastico.
Sicurezza alimentare: AVSI interviene in ambito agricolo, aiutando le comunità a migliorare la loro capacità di produrre cibo in modo sostenibile. Questo include attività di formazione su tecniche agricole moderne, la distribuzione di sementi, e la creazione di opportunità per migliorare la sicurezza alimentare e l’autosufficienza.
Assistenza umanitaria: Dopo eventi di emergenza come terremoti o uragani, AVSI fornisce assistenza immediata, tra cui distribuzione di beni di prima necessità, acqua potabile, cibo e servizi sanitari.
Salute e nutrizione: AVSI promuove programmi di salute e nutrizione per migliorare il benessere delle popolazioni vulnerabili, specialmente nei settori rurali e periurbani. Questo include attività di sensibilizzazione sulla salute, programmi di nutrizione per bambini e famiglie, e supporto alle strutture sanitarie locali.
Protezione: AVSI lavora anche per rafforzare la protezione sociale delle famiglie vulnerabili, specialmente quelle che vivono in condizioni di povertà estrema. Fornisce supporto psicologico, promuove la protezione dei diritti dei bambini e delle donne, e aiuta a costruire comunità più resilienti”.
Per maggiori informazioni: www.avsi.org
(Foto: AVSI)
Due anni dal conflitto in Sudan: oltre 12.000.000 di donne a rischio di violenza
Dopo due anni di conflitto armato, il Sudan sta vivendo una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Nel 2024 è stato dichiarato lo stato di carestia per la prima volta in sette anni e 26.000.000 di persone affrontano quotidianamente livelli acuti di insicurezza alimentare. Numerosi casi di stupro e violenze ai danni di donne e ragazze sono stati denunciati, mentre il conflitto ostacola l’accesso alle cure mediche e al supporto psicosociale necessario per assisterle. Circa 12.000.000 donne e ragazze restano a rischio di violenza.
Dopo diversi sfollamenti forzati causati dalla guerra, Nahla (nome di finzione per proteggerne l’identità), madre di dieci figli, è stata costretta a fabbricare mattoni nel campo profughi di Eldaba, nel Darfur Centrale, per sostenere la propria famiglia. La sua giornata inizia alle ore 6:00 del mattino, quando esce per lavorare, e termina alle 22:00, al rientro dai suoi bambini.
La famiglia affronta gravi carenze alimentari: dieci figli condividono un unico piatto, mancano vestiti e non esiste un luogo dove dormire con dignità. Eppure, ogni forma di precarietà appare preferibile ai pericoli che una donna deve affrontare in tempo di guerra.
Il conflitto ha aggravato anche le violenze di genere: si stima che 12.000.000 di donne e ragazze in Sudan necessitino di supporto contro la violenza sessuale e di genere. Numerosi episodi di stupro sono stati denunciati pubblicamente, mentre la guerra continua a limitare drasticamente l’accesso ai servizi medici e psicosociali per le vittime. In questo clima di insicurezza, molte donne scelgono di abbandonare le proprie case nella speranza di un futuro più sicuro: solo nel 2024, hanno rappresentato oltre la metà dei rifugiati sudanesi.
A due anni dallo scoppio del conflitto, oltre 30.000.000di persone in Sudan necessitano di assistenza umanitaria e 26 milioni vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare. Nell’agosto 2024, il Comitato di Revisione della Carestia (FRC) del sistema IPC ha confermato che la situazione nel campo di Zamzam, nel Darfur Settentrionale, ha superato la soglia della carestia. La valutazione, convalidata dalle Nazioni Unite, rappresenta la prima dichiarazione formale di carestia in oltre sette anni.
Le organizzazioni umanitarie, come Azione Contro la Fame, incontrano crescenti difficoltà nell’accesso alle persone in stato di bisogno: “E’ diventato per noi molto difficile operare in Sudan. Ogni giorno è sempre peggio, ma continueremo a lavorare per migliorare la situazione”, afferma Paloma Martin de Miguel, Direttrice regionale di Azione contro la Fame per l’Africa. “Impedire che gli aiuti alimentari raggiungano la popolazione e attaccare infrastrutture e mezzi di produzione e distribuzione alimentare rappresentano una violazione diretta della Risoluzione 2417 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.
Azione Contro la Fame, presente in Sudan dal 2018, ha intensificato i propri sforzi sin dall’inizio del conflitto per rispondere a una crisi umanitaria senza precedenti. Tra aprile 2023 e dicembre 2024, il nostro team ha supportato circa 820.000 persone con forniture sanitarie e nutrizionali in 15 località, tra cui Nilo Blu, Darfur Centrale, Mar Rosso, Kordofan Meridionale e Nilo Bianco. Le attività legate alla sicurezza e alla protezione hanno garantito assistenza a circa 12.000 persone colpite da violenza di genere, offrendo misure di protezione rafforzate e supporto diretto.
Azione Contro la Fame sollecita l’adozione immediata delle seguenti misure: l’adozione, da parte di tutte le parti in conflitto, di misure urgenti per fermare la crisi umanitaria in Sudan, astenendosi da attacchi, saccheggi e danni alle infrastrutture essenziali per la sicurezza delle comunità, come mercati, campi coltivati, pascoli e ospedali;
l’attivazione di meccanismi efficaci per garantire responsabilità per le violazioni dei diritti umani, in particolare quelle commesse ai danni di donne e ragazze, e il rafforzamento delle misure di protezione per prevenire nuovi episodi di violenza; obilitazione urgente di aiuti da parte della comunità internazionale e degli attori umanitari, data la gravità della situazione che richiede una risposta immediata.
In occasione di questo tragico anniversario, Azione Contro la Fame, in collaborazione con DAUD, presenta un ciclo di illustrazioni dal titolo “La donna che piange”, una storia immaginaria di Samira, ispirata alle esperienze reali di milioni di sudanesi che affrontano quotidianamente, con resilienza e coraggio, gli orrori della guerra.
DAUD è un artista e illustratore spagnolo con sede a Dakar. Vede nell’illustrazione uno strumento di trasformazione sociale. Il suo lavoro nasce da una prospettiva umanistica, maturata nel rappresentare e dare voce ai contesti dimenticati del mondo. Le sue opere spaziano tra media, campagne di advocacy, comunicazione per ONG e CSR, manifesti urbani, murales, workshop, mostre e progetti che valorizzano la creatività e il talento di bambini e giovani.
Come contribuire: Bonifico bancario IBAN: IT98 W030 6909 6061 0000 0103 078 – CF: 97690300153; Conto corrente postale 1021764194 – Causale: Donazione spontanea; Online www.azionecontrolafame.it; Aziende – Contattare Licia Casamassima: lcasamassima@azionecontrolafame.it. Tutte le donazioni godono dei benefici fiscali previsti per le ONLUS. A marzo sarà inviato un riepilogo delle donazioni effettuate nell’anno fiscale.
‘Azione Contro la Fame’ è un’organizzazione umanitaria internazionale impegnata a garantire a ogni persona il diritto a una vita libera dalla fame. Specialisti da 46 anni, prevedie fame e malnutrizione, ne curiamo gli effetti e ne preveniamo le cause. L’ong è in prima linea in 56 paesi del mondo per salvare la vita dei bambini malnutriti e rafforzare la resilienza delle famiglie con cibo, acqua, salute e formazione. Guida con determinazione la lotta globale contro la fame, introducendo innovazioni che promuovono il progresso, lavorando in collaborazione con le comunità locali e mobilitando persone e governi per realizzare un cambiamento sostenibile. Ogni anno aiuta 21.000.000 persone.
(Foto: Azione contro la Fame)
Nella Repubblica Democratica del Congo continuano le uccisioni contro i cristiani
“Il governo ruandese deve ritirare le sue truppe dal territorio della Repubblica Democratica del Congo e cessare la cooperazione con i ribelli dell’M23”, ha affermato il Parlamento europeo in una risoluzione non legislativa adottata con 443 voti favorevoli, 4 contrari e 48 astensioni, in cui i deputati hanno condannato l’occupazione di Goma e di altri territori nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC) da parte dei ribelli dell’M23 e delle forze di difesa ruandesi in quanto violazione inaccettabile della sovranità e dell’integrità territoriale della RDC.
In tale ‘risoluzione’ i deputati hanno denunciato gli attacchi indiscriminati che coinvolgono armi esplosive, nonché uccisioni illegali, stupri e altri palesi crimini di guerra nelle aree popolate del Nord Kivu da parte di tutte le parti. Hanno anche deplorato il ricorso al lavoro forzato, al reclutamento forzato e ad altre pratiche abusive da parte dell’M23 con il sostegno dell’esercito ruandese e delle forze armate congolesi (FARDC).
Inoltre con l’invito a porre fine alle violenze, in particolare alle uccisioni di massa e all’uso dello stupro come arma strategica di guerra, il Parlamento europeo ha esortato la Repubblica Democratica del Congo ed il Rwanda a indagare e perseguire i responsabili di crimini di guerra, compresa la violenza sessuale, secondo il principio della responsabilità di comando. I deputati affermano inoltre che qualsiasi attacco alle forze delle Nazioni Unite è ingiustificabile e può essere considerato un crimine di guerra.
Per questo i deputati europei hanno criticato l’incapacità dell’Unione europea di adottare misure adeguate per affrontare la crisi e di esercitare pressioni sul Rwanda affinché ponga fine al suo sostegno all’M23 ed hanno chiesto alla Commissione europea, agli Stati membri dell’UE ed alle istituzioni finanziarie internazionali di congelare il sostegno diretto al bilancio per il Rwanda fino a quando non consentirà l’accesso umanitario all’area di crisi e romperà tutti i legami con l’M23.
La Commissione e i Paesi dell’Unione europea dovrebbero inoltre interrompere la loro assistenza militare e di sicurezza alle forze armate ruandesi per evitare di contribuire direttamente o indirettamente a operazioni militari abusive nella parte orientale della RDC.
Ma l’escaalation di violenza non si ferma in quanto a metà febbraio sono stati trovati almeno 70 corpi di cristiani decapitati in una chiesa protestante del Nord Kivu, una delle tre provincie orientali della Repubblica Democratica del Congo nelle quali decine di gruppi armati agiscono quasi incontrastati ormai da decenni, come ha sottolineato l’ong ‘Open Doors:
“Secondo alcuni media locali e internazionali, i 70 corpi sono stati trovati decapitati in una chiesa di Kasanga, in Baswagha. Le vittime erano probabilmente ostaggi dell’ADF e sono state trattenute per diversi giorni prima di essere uccise”.
Baswagha è una divisione amministrativa rurale della RDC. Si trova nel territorio di Lubero, nella provincia di Nord Kivu, a circa 100 km da Beni. Secondo i partner locali di Porte Aperte/Open Doors nella RDC orientale, Baswagha è un’area prevalentemente cristiana:
“La scorsa settimana, diversi attacchi dell’ADF hanno svuotato villaggi nel territorio di Lubero e molti dei corpi trovati nella chiesa sono stati identificati come quelli di persone disperse dopo questi attacchi. I nostri partner locali stanno lavorando per ottenere maggiori dettagli; tuttavia, l’attuale situazione della sicurezza nella parte orientale della RDC rende difficile e pericoloso viaggiare al momento”.
Per tale motivo l’ong ha chiesto ai cristiani la preghiera per le vittime: “Chiediamo alla comunità cristiana internazionale di rimanere in preghiera per i cristiani e le comunità vulnerabili nella parte orientale della RDC. Pregate per la fine della violenza e affinché il governo a tutti i livelli affronti diligentemente, imparzialmente e in modo trasparente la violenza e i suoi effetti. Pregate per la Chiesa nel Territorio del Lumbero mentre cerca di portare assistenza fisica e spirituale alle famiglie colpite”.
La Repubblica Democratica del Congo si trova alla posizione numero 35 della World Watch List: “In questo paese i cristiani affrontano gravi persecuzioni e violenze, spesso condotte da parte dei militanti islamisti delle Forze Democratiche Alleate (ADF). Connesse con lo Stato Islamico, le ADF rapiscono e uccidono cristiani e attaccano chiese, generando terrore diffuso, insicurezza e sfollamenti”.
Nella Repubblica Democratica del Congo situazione in deterioramento
Dopo alcuni giorni di calma relativa i combattimenti sono ripresi a Ihusi, a circa 70 chilometri dal capoluogo di provincia Bukavu secondo le fonti di sicurezza, mentre diversi testimoni locali hanno riferito di ‘forti spari’. Secondo alcune dichiarazioni nel mirino dell’M23 ci sarebbe anche Bukavu, ed un’avanzata verso la capitale Kinshasa, quale obiettivo finale.
La tregua proclamata nei giorni scorsi, secondo una fonte dell’Agenzia Fides, “in realtà è servita all’M23 e all’esercito ruandese di far riposare le proprie truppe e di rifornirle in armi, munizioni e vettovaglie per poi proseguire la loro avanzata verso sud… L’M23 ha ripreso ad avanzare nel sud Kivu attaccando il villaggio di Ihusi. Attualmente ruandesi e guerriglieri dell’M23 si trovano a circa 60 chilometri dal centro di Bukavu. Probabilmente il loro obiettivo è molto più vicino; si tratta dell’aeroporto di Kavumu che si trova a circa una trentina di chilometri dalla città e che è strategico per alimentare in uomini e mezzi le truppe dell’esercito congolese”.
Sempre all’Agenzia Fides il segretario generale della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO), mons. Donatien Nshole, che faceva parte della delegazione della CENCO e della Chiesa di Cristo in Congo (ECC) che mercoledì, 12 febbraio, ha incontrato a Goma, i leader dell’M23, il gruppo di guerriglia filo ruandese che ha preso il controllo della città a fine gennaio, ha sottolineato il motivo di tale incontro: “L’obiettivo era convincere che la lotta armata non è la soluzione, ma che noi arriviamo con una proposta che può contribuire alla costruzione di una pace duratura, da qui il Patto sociale per la pace e la convivenza nella RDC… Gli operatori stranieri che lavoravano per le diverse Ong e agenzie internazionali se ne sono andati. Rimangono al loro posto missionari e missionarie oltre al clero locale”.
Inoltre la direttrice generale dell’Unicef, Catherine Russell, ha denunciato l’aumento delle violenze contro i minori: “Sono profondamente allarmata dall’intensificarsi della violenza nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo e dal suo impatto sui bambini e sulle famiglie. Nelle province del Nord e del Sud Kivu, stiamo ricevendo orribili rapporti di gravi violazioni contro i bambini da parte delle parti in conflitto, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale a livelli che superano qualsiasi cosa abbiamo visto negli ultimi anni”.
Infatti dal 27 gennaio al 2 febbraio i partner dell’Unicef hanno riferito che il numero di casi di stupro trattati in 42 strutture sanitarie è quintuplicato in una settimana: “Il 30% di quelli trattati riguardavano bambini. Le cifre reali sono probabilmente molto più alte, perché molti sopravvissuti sono riluttanti a farsi avanti. I nostri partner stanno esaurendo i farmaci utilizzati per ridurre il rischio di contagio da Hiv dopo una violenza sessuale… Una madre ha raccontato al nostro staff come le sue sei figlie, la più giovane delle quali aveva appena 12 anni, siano state sistematicamente violentate da uomini armati mentre cercavano cibo”.
I bambini e le famiglie in gran parte della Repubblica Democratica del Congo orientale “continuano a subire bombardamenti incessanti e spari. Negli ultimi mesi, migliaia di bambini vulnerabili nei campi di sfollamento sono stati costretti a fuggire più volte per sottrarsi ai combattimenti. Nel caos, centinaia di bambini sono stati separati dalle loro famiglie, esponendoli a maggiori rischi di rapimento, reclutamento e utilizzo da parte di gruppi armati e violenza sessuale. Nelle ultime due settimane, più di 1.100 bambini non accompagnati sono stati identificati nel Nord Kivu e nel Sud Kivu, e il loro numero continua ad aumentare.
Anche prima della recente intensificazione della crisi, il reclutamento di bambini nei gruppi armati era già in aumento nella regione. Ora, con le parti in conflitto che chiedono la mobilitazione di giovani combattenti, i tassi di reclutamento probabilmente accelereranno. I rapporti indicano che bambini di 12 anni vengono reclutati o costretti a unirsi ai gruppi armati”.
Ed infine l’appello ad un ‘cessate il fuoco’: “Le parti in conflitto devono immediatamente cessare e prevenire le gravi violazioni dei diritti contro i bambini. Devono inoltre adottare misure concrete per proteggere i civili e le infrastrutture fondamentali per la loro sopravvivenza, in linea con gli obblighi previsti dal diritto umanitario internazionale.
I partner umanitari devono avere un accesso sicuro e senza ostacoli per raggiungere tutti i bambini e le famiglie in difficoltà, ovunque si trovino. L’Unicef continua a chiedere maggiori sforzi diplomatici per porre fine all’escalation militare e per individuare una soluzione politica duratura alla violenza, in modo che i bambini del Paese possano vivere in pace”.
Anche la Chiesa italiana, nei giorni scorsi aveva chiesto di fermare il conflitto: “Lanciamo il nostro accorato appello affinché si fermi il massacro a Goma e nelle altre aree della Repubblica Democratica del Congo in preda alla violenza: basta! In stretto contatto con le Chiese locali e i missionari presenti sul territorio, riceviamo quotidianamente notizie e immagini di uccisioni, mutilazioni, distruzioni e sfollamento di grandi masse di popolazione, che si svolgono nel silenzio quasi totale dei media. Una strage che miete vittime soprattutto tra i civili, senza risparmiare bambini, anche neonati, donne e persone inermi. Non possiamo tacere di fronte a questo scempio, all’annientamento dell’umanità”.
I vescovi hanno ribadito la vicinanza alla popolazione: “Esprimiamo vicinanza alla popolazione locale e a quanti nel Paese sono impegnati per far fronte a una crisi umanitaria senza precedenti… Come Chiesa in Italia, da anni, siamo presenti nel Paese con operatori e missionari e non smettiamo di stare accanto alla popolazione e alla Chiesa locale, che continua a essere bersaglio di violenze e attacchi”.
Dal 1991, la CEI ha sostenuto interventi nella Repubblica Democratica del Congo per € 136.000.000. Attraverso il Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli e grazie ai fondi 8xmille, sono stati finanziati 1.236 interventi: si tratta di progetti in risposta a emergenze, come per gli sfollati a Goma, e di sviluppo socio-economico in vari settori. Per affrontare questa ulteriore emergenza, è stato deciso lo stanziamento di un milione di euro dai fondi dell’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica.
Terre des Hommes mette in guardia dai rischi del web
Il 58% dei giovani sotto i 26 anni individua nel revenge porn il rischio maggiore che si corre sul web. Seguono l’alienazione dalla vita reale (49%), le molestie (47%) e il cyberbullismo (46%). Con l’abbassarsi dell’età è però proprio il cyberbullismo che diventa il rischio più temuto: indicato dal 52% degli under 20.
E’ quanto emerge dall’indagine dell’Osservatorio ‘Indifesa’ realizzato da Terre des Hommes, insieme a Scomodo, che ha coinvolto oltre 2.700 ragazzi e ragazze sotto i 26 anni ed è stato lanciato in occasione del Safer Internet Day per testimoniare il punto di vista dei più giovani sul tema della sicurezza in rete.
Ciò che chiedono i ragazzi è una maggior regolamentazione del web: il 70% ritiene, infatti, che regole più severe potrebbero essere utili nel limitare la violenza online. Il 13% rimane comunque scettico, sostenendo che una regolamentazione non servirebbe a niente; solo il 6% ritiene che ciò potrebbe limitare la libertà.
Se il revenge porn è il fenomeno più temuto, è perché i ragazzi si rendono conto dei rischi di condividere materiale intimo, come foto e video, con altri, con il partner o con gli amici: l’86% riconosce questa pratica come pericolosa. Percentuale che si alza tra le donne e si abbassa leggermente col crescere dell’età.
I ragazzi sono inoltre consapevoli di poter denunciare la condivisione di materiali a contenuto intimo e chiederne la rimozione, anche se il 12,5% non sa cosa fare o pensa di non poter fare niente. Nonostante la consapevolezza dei rischi per la privacy oltre la metà degli intervistati dichiara di aver condiviso la password del proprio telefono o dei propri social media.
A proposito di condivisione, il 75,6% considera una forma di controllo inaccettabile che il/la proprio/a partner acceda al cellulare per controllare quello che fa, solo il 2,5% al contrario pensa che sia una forma di rispetto, ma a più di 1 persona su 5 (22%) questo gesto non crea problemi. E il dato sale se si guardano le fasce di età più basse (32% per la fascia 15-19, 36% per gli under 14).
Dall’Osservatorio emerge anche una generazione che ha esperienze di violenza e che la sa riconoscere, anche nelle sue forme più sottili. La metà dei ragazzi intervistati (48%) dichiara di aver subito un episodio di violenza. Le forme più comuni risultano: violenza verbale e psicologica (59,5%), catcalling (52%), bullismo (43%), molestie sessuali (38,5%).
Mentre la violenza verbale e psicologica viene subita in egual misura da maschi e femmine e in percentuale più alta (78%) dalle persone non binarie, le altre forme hanno una rilevante connotazione di genere, con catcalling (F 67%, M 6%) e molestie sessuali (F 45%, M 18%) subite in larga maggioranza dalle ragazze e, al contrario, bullismo (F 35%, M 66%) dai maschi.
Sale moltissimo la percentuale di maschi under 14 che ha subito bullismo (89%) dimostrando che questa forma di violenza è particolarmente sentita nei contesti scolastici o tra gruppi di coetanei. Le persone non binarie sono, invece, vittime di tutte e tre le tipologie: al 50% di bullismo e cat calling e al 42% di molestie sessuali. L’incidenza di catcalling e molestie sessuali, inoltre, aumenta con l’età, mentre gli atti di bullismo sono più frequenti nelle fasce d’età più basse.
Sebbene tra la GenZ sia forte la consapevolezza dei pericoli della rete, resta la scuola, trasversalmente per ogni età, il luogo dove, per la maggior parte degli adolescenti, è più probabile che avvengano episodi di violenza, è così per il 56,5% dei ragazzi e delle ragazze. Sono percepiti come pericolosi anche la strada (48%) e i luoghi di divertimento (47%) ed il web si posiziona al 39%.
Mentre maschi, femmine e persone non binarie sono ugualmente capaci di riconoscere la violenza verbale (dichiara di avervi assistito il 90% degli intervistati), donne e adolescenti non binari sono più in grado, rispetto ai maschi, di riconoscere quella psicologica. Dichiara, infatti, di avervi assistito il 76% delle persone non binarie, il 75% delle femmine e il 64% dei maschi. La percentuale di chi ha assistito a episodi di violenza psicologica cresce, inoltre, con l’età.
Le forme di violenza verbale più frequenti sono: insulti e offese (95%), pettegolezzi e dicerie (63%), offese ad amici e parenti (41%), minacce (39%). Quelle di violenza psicologica: umiliazione ed emarginazione (78%), discriminazione (52%), messaggi in chat o sui social (33,5%). Meno frequenti sono gli episodi di violenza fisica, ai quali comunque dichiara di aver assistito un importante 48% dei ragazzi. Percentuale che aumenta tra le persone non binarie e i maschi (NB 64%, M 57%, F 43%) e con il crescere dell’età. Le forme più diffuse risultano essere le aggressioni (75%), gli scherzi pesanti (51%) e abusi e sopraffazioni (26,5%).
La perdita di autostima, sicurezza e fiducia negli altri è la principale conseguenza dell’essere vittima di violenza, è stata, infatti, dichiarata dal 63% degli intervistati. Seguono: ansia sociale e attacchi di panico (36%), isolamento (25,5%), depressione (21%), disturbi alimentari (16%), difficoltà di concentrazione e basso rendimento scolastico (12%), autolesionismo (10%), assenteismo (6%).
Anche in questo caso ci sono delle differenze di genere, con l’isolamento che, nei maschi, è più frequente rispetto all’ansia sociale e agli attacchi di panico, più comuni tra le donne. I ragazzi non binari hanno percentuali più alte della media in quasi tutte le voci.
A conclusione dell’indagine Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes Italia ha evidenziato: “Dall’Osservatorio indifesa di quest’anno emerge quanto i ragazzi e le ragazze siano consapevoli di ciò che accade sul web e dei rischi che corrono, purtroppo questa consapevolezza non basta a proteggerli. E’, però, un punto di partenza importante su cui costruire, ad esempio, una regolamentazione che possa tutelarli, limitando e prevenendo la violenza online”.
Ed ha sottolineato la necessità di collaborazione con le Istituzioni: “La proposta di riforma legislativa, elaborata dai nostri esperti, mira proprio a una tutela più effettiva ai minori vittime di reati online. Con l’Osservatorio e tutte le iniziative della Campagna indifesa, ascoltiamo i giovanissimi, diamo loro uno strumento di confronto e li aiutiamo a leggere il mondo in cui vivono e riconoscere le diverse forme di violenza, discriminazione, bullismo.
Siamo orgogliosi di avere al nostro fianco un partner consolidato come la Polizia Postale, con cui abbiamo siglato un protocollo di intesa proprio sul contrasto alla violenza online e siamo felicissimi che da quest’anno si siano uniti a noi gli amici di Scomodo, la comunità reale di under30 con cui intendiamo avviare nuovi percorsi di partecipazione giovanile, per noi la chiave del cambiamento”.


























