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Università Cattolica: l’alleanza tra generazioni per valorizzare tutte le età della vita
“Nel dare avvio alla cerimonia, vorrei partire dal tema narrativo che unirà tutti i Dies Academici: l’alleanza tra generazioni. Nel campus romano si tratta di un tema di rilevanza strategica ormai da molti anni, sia nella ricerca scientifica sia nell’attività clinica, in particolare nella prospettiva di un invecchiamento attivo, inclusivo e in salute”: con questo inizio il rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, prof. Elena Beccalli, nel suo discorso per l’inaugurazione dell’anno accademico nella sede di Roma ha affrontato il tema della longevità, in quanto i dati Istat relativi all’Italia mostrano che ‘già nel 2025 gli over 80 sono stati circa 4.600.000, un numero che ha superato quello dei bambini sotto i 10 anni. Complessivamente un saldo naturale fortemente negativo”.
Nel discorso inaugurale il rettore ha affrontato un tema cruciale, ricordando che in questi mesi l’Università Cattolica e il Policlinico Gemelli hanno lanciato rispettivi piani strategici: “Il piano industriale quadriennale del Policlinico intende consolidare il suo ruolo di grande academic hospital europeo, pur in un contesto economico complesso”. L’obiettivo è realizzare un profondo lavoro interno di innovazione organizzativa e gestionale. Grazie a questo piano, «l’intento, ambizioso ma concreto, è riportare la Fondazione al pareggio economico nel biennio 2028/2029, assicurando universalità nell’accesso alle cure, elevati standard di qualità, condizioni di lavoro ottimali per il personale e di apprendimento per gli studenti» conclude il rettore.
Secondo il rettore per “restituire all’umano tutte le età della vita occorre costruire comunità capaci di sostenere l’autonomia e al tempo stesso le relazioni tra le generazioni. Parallelamente, occorre ridefinire i sistemi di salute e di welfare, orientandoli verso modelli integrati e centrati sulla persona per rispondere ai bisogni complessi dell’età avanzata e per garantire cure adeguate. Tutto ciò necessita di una governance condivisa e multisettoriale, in cui istituzioni, università e società civile collaborino”.
Il campus romano dell’Ateneo e del Policlinico “costituisce un laboratorio privilegiato in cui l’alleanza tra generazioni prende forma concreta attraverso la cura e la ricerca dedicate, insieme, agli anziani e ai neonati. Nell’approssimarsi della 48sima Giornata nazionale per la vita, incentrata sul tema ‘Prima i bambini’, è una gioia ricordare che l’ecosistema Gemelli è tra i principali centri nascita del paese e il primo del Lazio, con oltre 4.000 parti all’anno. E’ in questa feconda intersezione tra le generazioni che si radica la nostra speranza”.
Di cure, prevenzione e centralità del Ssn ha parlato il ministro della Salute Orazio Schillaci: “L’università e la sanità condividono una responsabilità fondamentale: quella di contribuire alla costruzione di un futuro migliore. Vorrei che oggi per il SSN e il Ministero della salute, che si occupano di curare i malati, il primo obiettivo sia quello di evitare che gli italiani si ammalino. In questo scenario, in questi anni, abbiamo fatto sì che la prevenzione non fosse più la Cenerentola del servizio sanitario nazionale, ma diventasse il pilastro della sanità del terzo millennio, più moderna, che vogliamo costruire. Investire in prevenzione vuol dire salvaguardare la sostenibilità del sistema sanitario, aumentare la qualità della vita, diminuire le cronicità e renderle più facilmente gestibili».
La sinergia tra Università Cattolica attraverso la Facoltà di Medicina e chirurgia e Fondazione Policlinico Gemelli Irccs è stata alla base della relazione del preside della facoltà Alessandro Sgambato: “La qualità della nostra intensa attività formativa ci ha permesso di migliorare il nostro posizionamento nei ranking internazionali portando l’Ateneo per la Medicina, al 5° posto in Italia nella classifica Times Higher Education e al 6° posto in Italia e al 170° nel mondo nel QS World University Rankings su oltre 1000 Istituzioni valutate”. Nel prossimo anno accademico partirà un nuovo Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica e della salute.
Del Servizio sanitario nazionale ha parlato anche il prof. Silvio Garattini nella sua prolusione: “Il Servizio sanitario nazionale è un bene prezioso da preservare. La durata di vita si è allungata facendoci fare passi avanti e portandoci tra le migliori popolazioni del mondo: tuttavia ci interessa di più la qualità della vita stessa. Il SSN ci aiuta a prolungare la durata di vita, ma dobbiamo chiederci come aumentare la durata di una vita sana”. Ha poi concluso il suo intervento rivolgendosi ai giovani studenti spronandoli a “essere soggetti attivi nelle Università”.
Nella sua relazione il professor Francesco Landi, Ordinario di Medicina Interna all’Università Cattolica e direttore del Dipartimento di Scienze dell’Invecchiamento, Ortopediche e Reumatologiche del Policlinico Gemelli ha invitato ad “investire in educazione, sport, formazione, ambiente, accessibilità ai servizi e agli stili di vita sani non è una scelta accessoria né contingente ma deve essere una opzione strutturale e di visione strategica per il futuro del nostro Paese.
E’ la condizione necessaria per costruire una società capace non solo di vivere più a lungo ma di vivere meglio. In questa cornice, la longevità diventa una responsabilità collettiva che interpella le istituzioni, la comunità scientifica, il sistema sanitario, ma anche ciascuno di noi, come medici, come docenti e come ricercatori”.
(Foto: Università Cattolica)
Progetto B.A.S.E.: una rete concreta contro le fragilità tra salute, lavoro e autonomia
Si è conclusa all’Università di Milano-Bicocca la presentazione del Progetto B.A.S.E. – Benessere, Autonomia, Sostegno, Empowerment, promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Milano e di Monza e Brianza, in collaborazione con LILT Milano – Monza Brianza e Associazione San Martino:
“In questi 24 mesi abbiamo lavorato fianco a fianco grazie a un lavoro di rete che ha messo al centro il raggiungimento dell’autonomia e l’accompagnamento delle persone più fragili”, ha dichiarato Dino Bertotto, presidente della Società di San Vincenzo De Paoli Consiglio Centrale di Milano ODV. L’appello di Dino Bertotto è che quanto costruito non si fermi: “Abbiamo creato una base solida su cui continuare a lavorare, per contrastare quella che, sempre più spesso, è una vera desertificazione sociale”.
Un auspicio condiviso anche da Pier Giovanni Bellomi, vicepresidente della Società di San Vincenzo De Paoli Consiglio Centrale di Monza ODV: “Questa è la base su cui continuare a costruire il futuro della nostra azione contro ogni forma di fragilità”.
Per Bellomi, il Progetto B.A.S.E. ha rappresentato un passaggio decisivo: ha dato ai Consigli Centrali di Milano e Monza – che insieme coordinano oltre 90 Conferenze, più di 1.150 volontari e circa 4.500 famiglie seguite ogni anno – l’occasione di lavorare in modo realmente condiviso con le istituzioni, con LILT e l’Associazione San Martino, affrontando fragilità diverse: dalla salute al lavoro, fino alla povertà relazionale, alla marginalità e alla solitudine.
Il vicepresidente ha inoltre sottolineato come i volontari abbiano potuto rafforzare competenze e strumenti grazie alla formazione, agli incontri con esperti, alla supervisione psicologica e alla lettura dei bisogni emergenti. Un ruolo fondamentale è stato svolto dalla psicologa Rosanna Maurizio, che ha accompagnato le Conferenze in percorsi di ascolto, consapevolezza e lettura dei nuovi bisogni emergenti. Ascolto attivo dell’altro, di noi stessi è fondamentale per accogliere e riuscire a sostare bisogni dell’altro Allo stesso tempo, le persone fragili hanno beneficiato di percorsi di orientamento al lavoro, accompagnamento personale, prevenzione sanitaria e interventi di prossimità.
Lamberto Bertolé, Assessore al Welfare del Comune di Milano, ha espresso un forte apprezzamento per il Progetto B.A.S.E., riconoscendone la capacità di mettere in rete competenze diverse e di agire in modo concreto sulle fragilità del territorio. Un approccio che oggi urge mantenere e portare avanti: “Non possiamo fermarci a elenchi di dati o modelli teorici. La vera sfida è intercettare la pluralità delle condizioni di vulnerabilità che attraversano le nostre comunità. Molte persone vivono forme di isolamento che rendono difficile persino raggiungerle: per questo non basta costruire risposte, occorre accompagnarle verso ciò che può davvero aiutarle”.
Bertolé ha sottolineato che il contrasto alle povertà richiede prossimità, relazioni e un lavoro di rete stabile, superando la logica del semplice intervento riparativo: “Il welfare funziona quando diventa comunità. Quando enti locali e Terzo Settore cooperano e costruiscono legami capaci di sostenere percorsi di autonomia e promuovere un autentico riscatto sociale”. Un richiamo finale è rivolto alle situazioni più urgenti: “Oggi, tra le persone più esposte alla povertà, ci sono soprattutto le famiglie con minori. A loro dobbiamo garantire non solo un sostegno, ma la possibilità concreta di ritrovare prospettive e futuro”.
Un importante contributo alla misurazione dell’impatto del progetto è stato fornito dal Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, che ha condotto un’indagine sui beneficiari e sui volontari. Ivana Fellini, direttrice del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, sottolinea l’importanza di un approccio capace di andare oltre stereotipi e letture superficiali: “Comprendere davvero le forme della fragilità significa affiancare alla ricerca scientifica la concretezza delle esperienze. Il progetto B.A.S.E. ha permesso all’Università di fare rete con le realtà del volontariato, mettendo le proprie competenze al servizio dei saperi sociali e costruendo insieme una conoscenza più profonda e utile per il territorio”.
David Benassi, Professore ordinario di Sociologia economica dell’Università di Milano-Bicocca, ha sottolineato come il Progetto B.A.S.E. abbia avuto il coraggio di intervenire in modo personalizzato sulle reali esigenze delle persone, affrontando la povertà nella sua complessità e non solo nella sua dimensione economica:
“La ricerca applicata che abbiamo condotto all’interno del progetto – evidenzia Benassi – ci ha permesso di comprendere più a fondo i processi sociali in atto e di offrire attraverso i dati ricavati indicazioni utili per proseguire il sostegno alle persone in difficoltà. La povertà non riguarda soltanto il reddito, ma anche la salute, la solitudine, l’abitare, le reti sociali. Serve un approccio integrato, capace di leggere questa complessità e di costruire risposte adeguate. B.A.S.E. ha dimostrato che è possibile”.
Dai 253 questionari somministrati agli utenti dai ricercatori del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca è emersa una forte fragilità sanitaria: oltre il 40% ha dovuto rinunciare a visite specialistiche e oltre il 30% all’acquisto di farmaci. Dall’analisi dei 176 questionari raccolti tra i volontari, il problema percepito come più urgente è quello della salute mentale, seguito dalle malattie croniche e dalle difficoltà di accesso a un’alimentazione adeguata.
I ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca hanno realizzato anche una valutazione dell’impatto sulle competenze e sull’esperienza dei volontari, confrontando chi ha preso parte alle attività formative con chi non ha partecipato al percorso. Un’analisi utile a orientare le azioni future e a rafforzare il lavoro di rete già avviato, aprendo alla possibilità di proseguire e ampliare la collaborazione tra la Società di San Vincenzo De Paoli, l’Associazione San Martino e LILT, per dare risposte sempre più efficaci alle nuove povertà e alle fragilità emergenti. Il progetto è nato dal Bando Terzo Settore 2023–2025 di Regione Lombardia.
Grazie al lavoro dell’Associazione San Martino, orientata all’inserimento e reinserimento lavorativo di persone fragili, il progetto ha raggiunto risultati concreti: 105 persone segnalate; 80 persone incontrate; 31 persone che hanno trovato un impiego nel corso del progetto:
“Un aspetto centrale del nostro lavoro è l’accompagnamento individuale: aiutiamo le persone a predisporre curricula efficaci, a prepararsi ai colloqui e a sviluppare competenze pratiche che aumentino le possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Ma non ci fermiamo qui! Crediamo sia fondamentale che il lavoro sia regolare e tutelato. Per questo, incoraggiamo chi cerca occupazione a informarsi”, ha raccontato Mario Porcelli, Presidente dell’Associazione San Martino Onlus
Il proposito dell’Associazione San Martino, come evidenziato dal Presidente Porcelli, è sviluppare una cultura della legalità del lavoro, perché solo un lavoro trasparente e tutelato può garantire dignità, sicurezza e stabilità. Formazione, accompagnamento e informazione diventano così strumenti essenziali per costruire un percorso duraturo e rispettoso delle regole: “Lavoriamo per costruire una società in cui il lavoro regolare sia la norma e non l’eccezione”, ha concluso Mario Porcelli.
All’evento era presente anche Anna Maria, la cui storia rappresenta uno dei volti simbolo del Progetto B.A.S.E. Dopo la diagnosi di tumore nel 2021 e la perdita del lavoro e della casa, ha trovato sostegno grazie alla Società di San Vincenzo De Paoli e alla rete del progetto: “Ho toccato il fondo dopo la scoperta della malattia. La mia vita è precipitata e ho perso tutto. La Società di San Vincenzo De Paoli ha saputo guardare oltre il mio silenzio, quando ero restia a parlare. Mi ha restituito dignità e speranza; mi ha accolto in un alloggio di housing sociale, mi ha inserita in un percorso di reinserimento lavorativo e mi ha garantito, grazie al contatto con LILT, il giusto supporto psicologico”.
L’evento di presentazione moderato dal giornalista e scrittore, Alessandro Ginotta, ha beneficiato del patrocinio del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca.
Il Progetto B.A.S.E. (Benessere, Autonomia, Sostegno, Empowerment) è nato all’interno del Bando Terzo Settore 2023–2025 di Regione Lombardia, ai sensi degli artt. 72 e 73 del D.Lgs. 117/2017. E’ stato realizzato dalla Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Milano e di Monza e Brianza, in collaborazione con LILT Milano – Monza Brianza e Associazione San Martino.
B.A.S.E. è nato con l’obiettivo di rispondere in modo integrato e concreto alle diverse forme di fragilità: povertà economica, lavorativa, abitativa, sanitaria e relazionale. Un progetto che ha voluto uscire da una logica autoreferenziale, puntando sulla costruzione di una rete stabile, capace di unire volontariato, ambito sanitario, mondo del lavoro e ricerca universitaria.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
25 novembre: la disabilità amplifica il rischio di violenza
Circa 6.400.000 donne italiane tra i 16 e i 75 anni (31,9% del totale) hanno subito una forma di violenza fisica o sessuale. Le aggressioni fisiche colpiscono il 18,8% delle donne, quelle sessuali il 23,4%. Il 5,7% ha subito stupri o tentati stupri. Il 26,5% delle violenze è perpetrato da persone vicine o conoscenti (parenti, amici, colleghi). Il 12,6% delle donne è stato vittima di violenza fisica o sessuale da parte di un partner o ex. A queste si aggiungono la violenza psicologica (17,9%) e la violenza economica (6,6%).
Le giovani donne risultano essere particolarmente colpite, spesso da partner o ex partner, in relazioni dove proliferano dinamiche di controllo e manipolazione emotiva. Stereotipi e dipendenze relazionali contribuiscono a normalizzare comportamenti abusivi. Inoltre, la violenza si manifesta sempre più attraverso i canali digitali (molestie online, diffusione non consensuale di immagini, minacce), rendendo urgente l’aggiornamento degli strumenti di prevenzione e tutela contro queste nuove forme di abuso online.
L’indagine ha il merito di gettare luce sulla maggiore vulnerabilità delle donne con problemi di salute, disabilità o condizioni croniche. Queste donne, circa 6.400.000, subiscono violenze fisiche o sessuali in misura superiore alla media (36,1% contro il 31,9%). Il rischio aumenta drammaticamente per chi dichiara di sentirsi male o molto male (38,8%) o per chi ha limitazioni gravi (39,4%).
Nonostante queste informazioni, l’indagine ISTAT presenta un limite significativo: la mancanza di dati pienamente disaggregati per genere e disabilità. Questa lacuna è ben più di un problema tecnico; è un nodo politico e sociale. Impedisce di comprendere la discriminazione multipla che colpisce le donne con disabilità, le quali sono esposte al rischio di violenza non solo dal partner ma anche in altri contesti di maggiore dipendenza. Fattori come la ridotta autonomia, le barriere sociali e la minore accessibilità ai servizi aumentano i fattori di rischio e rendono più difficile denunciare.
Senza una raccolta strutturata che incroci in modo completo genere e disabilità, queste vittime rischiano di rimanere statisticamente invisibili. Questo ostacola l’elaborazione di politiche pubbliche realmente inclusive, capaci di modellare interventi sui loro specifici bisogni.
Per contrastare efficacemente la violenza di genere, non è sufficiente agire dopo che il danno è stato compiuto. La prevenzione è il vero fulcro di una strategia duratura, che deve agire sulle radici culturali, sociali e strutturali del fenomeno.
Questo richiede un impegno su più fronti: educazione al rispetto e al consenso fin dall’infanzia e in tutti i cicli scolastici; formazione continua per tutti gli operatori sociali, sanitari, educativi e delle forze dell’ordine; campagne di sensibilizzazione che smantellino stereotipi sessisti e rappresentazioni che normalizzano l’abuso; maggiore accessibilità ai servizi per le donne con disabilità o problemi di salute; prevenzione digitale per affrontare le nuove minacce online.
Nella ricorrenza del 25 novembre, l’indagine ISTAT resta uno strumento essenziale. Tuttavia, l’assenza di dati pienamente disaggregati per genere e disabilità è un ostacolo alla costruzione di analisi accurate e politiche efficaci. E’ necessario che la statistica pubblica sia in grado di raccontare tutte le donne, affiancando a un sistema statistico più inclusivo una politica di prevenzione forte e capillare. Solo così sarà possibile garantire che nessuna donna venga lasciata sola o invisibile in questa lotta.
Intelligenza Artificiale e medicina: il paziente non è un dato numerico
Nei giorni scorsi la Federazione Internazionale delle Associazioni Mediche Cattoliche e la Pontificia Accademia per la Vita hanno organizzato a Roma un meeting point a conclusione del convegno sul tema ‘Intelligenza Artificiale e Medicina’, sottolineando che l’Intelligenza Artificiale non si può sostituire al medico: “L’enorme sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale negli ultimi anni genera sia meraviglia per i loro risultati sia preoccupazione per i numerosi problemi che li affliggono. Sorge anche un grande interrogativo sul futuro che vogliamo costruire attraverso queste tecnologie. Per una riflessione etica sull’Intelligenza Artificiale, come per qualsiasi tecnologia, è importante non limitarsi alla sola considerazione delle prestazioni che consente, per quanto spettacolari; anche l’impatto che ha sulle relazioni personali e sociali deve essere incluso nella valutazione”.
Quindi il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Renzo Pegoraro, ha esposto le caratteristiche principali del congresso, evidenziando come esso abbia analizzato il rapporto medico-paziente, le possibilità dell’Intelligenza Artificiale in diagnosi e prognosi e il suo impatto sul territorio, anche in ambito epidemiologico, senza trascurare la consapevolezza dei rischi: “Un’altra componente fondamentale è stata l’internazionalità con contributi provenienti dall’India, dall’America Latina, dall’Europa e dagli Stati Uniti, per comprendere esperienze e sfide globali… Il medico deve conoscere i dati e le loro dinamiche, ma non può limitarsi a un ruolo meramente tecnico: il paziente è un vissuto complesso, fatto di emozioni, paure e sentimenti”.
Per questo ha chiarito il ruolo della Chiesa nell’orientare l’uso etico delle nuove tecnologie: “Non si tratta di dire subito se strumenti come ChatGPT siano ‘buoni’ o ‘cattivi’, ma di capire come funzionano, se siano trasparenti, non discriminatori, e privi di pregiudizi… La Rome Call for AI Ethics è stata firmata da grandi aziende tecnologiche e dalle religioni abramitiche; l’anno scorso, a Hiroshima, anche buddismo, hinduismo e taoismo hanno partecipato a iniziative simili”.
Mentre il dott. Bernard Ars, presidente della federazione internazionale delle associazioni dei medici cattolici (Fiamc) ha sottolineato il successo del congresso, evidenziando come si sia trattato di una collaborazione nuova e fruttuosa: “I livelli di discussione sono stati elevati, con interventi di alto profilo e dibattiti interdisciplinari e interculturali, che hanno coinvolto sia professionisti senior sia giovani colleghi. E’ stata una riflessione che offre punti di riferimento importanti per il futuro”.
Anche il dott. John Lane, vicepresidente della Fiamc, ha definito ‘straordinario’ il congresso, che ha saputo unire esperti tecnici e riflessioni filosofiche sull’intelligenza artificiale: “Il concetto chiave che mi porto dietro è l’importanza di preservare l’elemento umano nella somministrazione delle cure, evitando che le relazioni personali tra medico e paziente vengano sostituite da algoritmi. La cura è un lavoro impegnativo, come qualsiasi relazione umana, e non possiamo accettare scorciatoie che privino di umanità la pratica medica”.
La prof.ssa Therese Lysaught, teologa e bioeticista della PAV, ha evidenziato come l’intelligenza artificiale rappresenti una novità importante anche per chi studia la bioetica cattolica: “Tradizionalmente essa reagisce agli sviluppi; oggi, invece, grazie al lavoro della Pav e al sostegno del papa, possiamo mettere questi temi al centro delle discussioni in modo proattivo, valorizzando quanto di buono abbiamo visto in questi tre giorni di discussioni… Per la medicina questo approccio è affascinante, quasi come in Star Trek. Dal punto di vista della salute globale, report dall’India e dalla Catalogna mostrano come queste tecnologie possano promuovere la salute e la sua erogazione, offrendo molte possibilità di speranza a chi lavora nel settore”.
Il dott. Otmar Kloiber, segretario generale della World Medical Association, ha osservato come l’intelligenza artificiale stia rapidamente permeando la medicina, con un avvertimento sui pericoli: “L’Intelligenza Artificiale può ridurre l’interazione umana con il paziente e diventare uno strumento per fornire cure a basso costo solo a chi non può permettersi un medico. La tecnologia, invadendo i nostri spazi, può aumentare lo stress e creare nuove disuguaglianze sociali”.
Lo statement finale, firmato da mons. Pegoraro e dal dott. Ars, quindi non chiude un dibattito, ma lo apre: “Come custodi dell’assistenza ai pazienti, i medici hanno un ruolo fondamentale nel definire le modalità di adozione dell’Intelligenza Artificiale. Insistendo sul rigore etico e sulla progettazione incentrata sul paziente, possiamo garantire che l’Intelligenza Artificiale rafforzi, non comprometta, l’integrità della pratica medica. Siamo allo stesso tempo consapevoli della necessità di cooperare con gli altri attori che operano nel settore: il potere e gli interessi in gioco nella ricerca e nel controllo delle tecnologie digitali rendono essenziale un’alleanza tra tutti gli stakeholder. Questo è ciò che significa ‘Etica by design’.
Le tecniche numeriche basate sul calcolo, per quanto efficaci, presentano molti limiti epistemologici e logici. Pertanto, non possono sostituire tutte le sfaccettature del pensiero umano e tutte le dimensioni delle relazioni umane. Alcune dimensioni profonde dell’assistenza al paziente non possono essere sostituite da procedure numeriche ottimizzate e robot autonomi. Implicano gesti empatici, sguardi pieni di tenerezza e un prendersi il tempo senza alcuna considerazione per l’efficacia e la redditività.
L’Intelligenza Artificiale non può far dimenticare che la medicina non è solo una scienza o una tecnica, ma un modo umano di supportare il paziente nella sua sofferenza, anche quando qualsiasi tecnologia è inutile. Il rischio principale dei successi dell’Intelligenza Artificiale in medicina potrebbe essere il modo insidioso di suggerire progressivamente che la medicina è solo una tecnica per curare e non una profonda relazione umana di cura. Il paziente non è un problema da risolvere (con l’Intelligenza Artificiale od altre tecnologie): è un mistero che rivela Cristo stesso”.
Fornitura di ausili e presidi per persone con disabilità: audizione della FISH al Ministero della Salute
Si è svolta lunedì 22 settembre l’audizione della Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie (FISH) presso la Sottocommissione costituita nell’ambito della Commissione nazionale per l’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (LEA) e la promozione dell’appropriatezza nel SSN del Ministero della Salute. I relatori per la FISH Michele Adamo, consigliere della Federazione e segretario nazionale dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare (UILDM) e Giovanni Merlo, direttore di FISH Lombardia – Ledha (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), hanno presentato i risultati di un questionario somministrato alla rete associativa della Federazione, evidenziando le criticità nella fornitura di ausili e presidi per le persone con disabilità.
La fornitura di questi strumenti rientra nei LEA, l’insieme di prestazioni e servizi che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ha il dovere di garantire a tutti i cittadini. Nonostante ciò, i dati esposti dalla FISH svelano inefficienze sistemiche e oneri importanti a carico dei cittadini. Secondo l’indagine di ‘Confindustria Dispositivi Medici’ di ottobre 2023, infatti, il 50% dei pazienti attende oltre tre mesi per ricevere un ausilio e a questo si aggiunge anche un’inadeguata valutazione di adattabilità al domicilio, che viene effettuata solo nel 19% dei casi.
Le criticità si traducono anche in un impoverimento per le famiglie. Il 43,3%, infatti, delle persone con disabilità sostiene spese aggiuntive superiori al 10% del costo del dispositivo, superando talvolta la tariffa ufficiale. L’incidenza della spesa privata raggiunge, dunque, il 74,98% rispetto a quella pubblica, un chiaro indicatore dell’eccessivo carico finanziario sulle persone con disabilità e le loro famiglie.
Durante l’audizione, la FISH ha proposto una serie di soluzioni. Innanzitutto, è fondamentale estendere gli strumenti di valutazione previsti per i LEA anche al settore degli ausili e aumentare in modo strutturale gli investimenti pubblici. Questo deve essere accompagnato da azioni concrete per migliorare il sistema. In primis, armonizzare i tariffari regionali, eliminando le disparità territoriali e snellire le procedure burocratiche (prescrizione, autorizzazione ed erogazione) per i presidi monouso (come cateteri o ausili per stomia).
E’ necessario, inoltre, reintrodurre i codici di standardizzazione dei prodotti (ISO), nel nomenclatore tariffario, indispensabili per la rapida sostituzione e riparazione dei diversi componenti (come batterie e ruote). Infine, la Federazione ha sottolineato la necessità di un supporto e coinvolgimento costante delle famiglie e delle associazioni di rappresentanza nella definizione delle politiche sanitarie, per assicurare che le decisioni rispondano alle reali esigenze delle persone con disabilità.
Estate: è il momento di donare plasma e sangue
È importante donare plasma! In Italia e in tutta Europa vi è una cronica carenza di plasma: ne serve un trenta per cento in più, per coprire il fabbisogno di questo vitale elemento, che costituisce la parte liquida del sangue. Dal plasma, che è di colore giallastro, si ricavano le immunoglobuline: anticorpi utilizzati come terapie per chi ha problemi ai sistemi immunitari.
L’Italia, per ovviare alla mancanza di plasma – da cui tra l’altro, si ottengono farmaci salvavita per diverse malattie autoimmuni degenerative – è costretta a comprarlo all’estero, in particolare dagli Stati Uniti d’America, a costi molto alti (si parla di oltre un centinaio di milioni di euro ogni anno), cosa che si traduce di conseguenza nella produzione di farmaci carissimi, che per l’ammalato a volte diventano inaccessibili.
Nel periodo estivo e quindi nei mesi di luglio, agosto, settembre e talvolta anche ottobre, è ancora più importante donare plasma, ma anche sangue intero e piastrine (sono fondamentali per la coagulazione) perché in molti ammalati il caldo è un fattore che fa aggravare la malattia, ad esempio nelle malattie degenerative da deficit immunitari come la Miastenia Gravis, la Sindrome di Guillarm Barrè, la Steff Pearson.
Diversi luoghi d’Italia come la Sardegna, Napoli, Barletta, Foggia, Corato, Catania Messina e Palermo l’anno scorso hanno chiesto aiuto sui media per la mancanza di sangue intero, perché la situazione era molto critica. A tutto ciò si aggiunge un riscontrabile decremento dei donatori abituali e quindi un numero sempre più ampio di persone che soffrono di varie patologie è sempre più in difficoltà: pensiamo a chi soffre di malattie genetiche, di malattie autoimmuni, di malattie infettive, di malattie croniche, a chi ha emofilia, a chi ha tumori, chi necessita di trapianto di organi o di tessuti, al primo soccorso in caso di incidenti, alla cura di ustioni o di emorragie.
Per chi soffre di tante patologie non avere il sangue, il plasma o le piastrine nel momento del bisogno può causare vari danni alla salute, alla psiche dei pazienti, nei casi più gravi si può anche mettere a rischio una vita.
I giovani non donano
È inammissibile che nel 2025 in Italia non si abbia ancora la quantità di plasma e derivati necessaria per coprire la richiesta interna. Stesso problema per Germania, Spagna, Francia e Regno Unito, che coel’Italia acquistano derivati del plasma, in particolare dagli Stati Uniti. Visto che il nostro Paese riesce a coprire con le proprie donazioni solo il 70% del suo fabbisogno, per raggiungere l’autosufficienza in un tempo relativamente breve (5-6 anni) bisognerebbe incrementare le donazioni del 5% ogni anno.
Un appello ai giovani, in particolare alla fascia d’età compresa dai 18 ai 45 anni; è quella meno presente nelle donazioni. Attualmente infatti i donatori che sostengono la richiesta di sangue italiana sono soprattutto persone di età compresa dai 45 anni ai 65 anni.
Diventiamo donatori! Con questo atto d’amore, ci mettiamo nella condizione di fare e di ricevere del bene; a questo proposito Gesù dice a tutti noi: «Figlia/o mia chi vuol ricevere deve dare, il dare dispone la creatura a ricevere, e Dio a dar»” (tratto da “Libro di Cielo”, volume 29, del 10 maggio 1931, vergato dalla serva di Dio Luisa Piccarreta).
Non dobbiamo avere preconcetti nel donare sangue. Anche io prima avevo paura degli aghi, avevo crisi di panico al solo pensiero, mi cullavo del fatto che facevo già tanto per gli altri, essendo un missionario impegnato nel sociale. Ma grazie allo stimolo di mia moglie Barbara, donatrice trentennale, sono diventato anche io un donatore di sangue, di plasma e di piastrine, con la consapevolezza che col mio gesto posso contribuire a salvare la vita o evitare grandi disagi a tante persone che soffrono. E così, grazie alla preghiera, mantengo la calma, non guardo l’ago e penso solo al bene che posso fare; il piccolo dolore della puntura e le mie paure scompaiono e la gioia nel dare è grande.
Se pensiamo di non essere in grado, per svariati motivi, invochiamo Gesù, perché ci dia la forza necessaria per compiere questo gesto di grande amore verso chi è nel bisogno. A tal proposito Gesù ci dice: «Figlia/o mia, allora mi sento di dare alle creature la forza necessaria, anzi le sovrabbondo, nel momento in cui si muovono ad operare quello che voglio, non prima. Cose inutili non so dare, perché mi darebbero più conto se sentissero la forza e non facessero ciò che Io voglio.
Quanti prima di fare un’azione si sentono impotenti! Come si mettono in atto di operare, così si sentono investiti di nuova forza, di nuova luce. Sono Io che li investo, perché Io non manco mai alla forza necessaria che ci vuole per fare un bene; la necessità mi lega e mi costringe, se è necessario, a fare insieme ciò che fa la creatura. Perciò le vere necessità [59] sono Io, Io che le voglio, ed Io mi trovo sempre insieme con loro nelle necessità. Se ciò che fanno non è necessario, Io mi metto da parte e lascio fare a loro stessi» (dal ‘Libro di Cielo’, volume 36 del 15 maggio 1938, di Luisa Piccarreta).
Prima di andare in vacanza (ma tutto l’anno è importante) ricordiamoci di donare; e per chi non lo ha ancora mai fatto, coraggio non esitate: donando sangue intero, plasma e piastrine, si aiutano persone che soffrono.
(Tratto da Open Prisma)
Non dimentichiamo i siriani! La voce di AVSI al Parlamento Europeo
Martedì 24 giugno, AVSI ha partecipato alla tavola rotonda ‘Non dimentichiamo i siriani’, per discutere dei bisogni concreti e delle prospettive future per la Siria, promossa dall’europarlamentare e vice-presidente del gruppo del Partito Popolare Europeo Massimiliano Salini, con la partecipazione di Dubravka Šuica, Commissaria per il Mediterraneo.
Mentre l’attenzione internazionale si concentra sulla transizione politica in Siria, il popolo siriano chiede aiuto, oggi più che mai. Questo è un momento cruciale per il Paese e finalmente gli interventi emergenziali ancora necessari possono integrarsi e man mano cedere il passo ad azioni di ricostruzione.
La decisione dell’Unione Europea di non rinnovare le sanzioni in settori chiave dell’economia siriana, la risoluzione del Parlamento Europeo che sollecita un sostegno dell’UE per una transizione e una ricostruzione giuste, insieme alla IX Conferenza di Bruxelles ‘Al fianco della Siria: soddisfare i bisogni per una transizione di successo’, testimoniano un rinnovato impegno europeo nei confronti della Siria, inserito nel più ampio quadro del Nuovo Patto per il Mediterraneo.
In questo scenario, le voci siriane giocano un ruolo fondamentale nella messa a fuoco dei bisogni reali presenti ora e nella promozione di un dialogo tra diversi attori, a partire da esperienze concrete. La discussione si è concentrata sulle condizioni indispensabili per costruire il futuro della Siria: sicurezza, pace, accesso a educazione e salute per le generazioni cresciute in guerra, per gli sfollati interni e per i rifugiati che stanno tornando a casa; l’impatto delle sanzioni; la trasformazione dell’aiuto umanitario in sviluppo sostenibile; la partecipazione attiva della società civile e su come l’Unione Europea può agire per concorrere a rendere tutto questo possibile.
I lavori sono stati aperti da Dubravka Šuica, Commissaria per il Mediterraneo: “Don’t forget Syrians. Non potrei essere più d’accordo con il titolo scelto. Perché la Siria è un paese è molto importante, a maggior ragione in questo momento così complesso in Medio Oriente. L’Unione europea può giocare un ruolo chiave nell’assicurare la ricostruzione e la ripartenza dopo la guerra, che tenga conto delle tempistiche del nuovo governo, delle esigenze dei siriani e che includa tutte minoranze”.
Mentre il segretario generale dell’AVSI, Giampaolo Silvestri, ha sottolineato i bisogni dei siriani: “La situazione umanitaria è in costante peggioramento e su una popolazione totale di 23.700.000 persone, 16.500.000 necessitano aiuto umanitario. I siriani hanno bisogno in primis di cibo, educazione, cure sanitarie, lavoro, sicurezza. Sono necessari interventi integrati per riportare a scuola i bambini e ragazzi e per garantire loro insegnanti preparati e con salari giusti; i siriani hanno fame, hanno bisogno di cure, hanno bisogno di opportunità di lavoro e quindi di formazione al lavoro, e di attività generatrici di reddito. I siriani hanno bisogno di poter muoversi, di infrastrutture e di sicurezza che permetta anche a chi si è rifugiato all’estero di ritornare in sicurezza”.
Quindi ha chiesto cosa può fare l’Europa?
“Mentre le condizioni economiche del paese vanno peggiorando, ci sono due dati positivi ora da cui possiamo partire: il mancato rinnovo delle sanzioni, da parte dalle principali istituzioni internazionali, tra cui l’Unione Europea; la proposta della Commissaria Suica di stanziare 175 milioni di euro per sostenere la ripresa sociale ed economica della Siria. Sono due condizioni fondamentali per avviare la ricostruzione e lo sviluppo del Paese dopo anni di emergenza, è un momento favorevole per ribaltare le attuali condizioni; portare a una stabilizzazione del Paese; consentire l’emergere di uno Stato unito e responsabile; favorire il ritorno dei siriani fuggiti all’estero; contenere la continua fuga all’estero di chi cerca mezzi di sostentamento e sicurezza”.
Ed ha chiesto maggior attenzione per una ricostruzione del Paese: “Ma occorre vigilare, l’Europa può e deve farlo, per governare bene questi fermenti ed evitare un rischio che si mostra già: il rischio che la ricostruzione sia pensata e finanziata come ricostruzione di infrastrutture fisiche, economiche, finanziarie, che sia un grande giro di investimenti e di affari, e dimentichi o metta in secondo piano la ricostruzione del capitale più importante, il capitale umano.
Questa ricostruzione ‘materiale’ è necessaria, fondamentale, ma deve essere accompagnata e integrata alla ricostruzione del tessuto sociale: vanno rimesse al centro le persone con i loro bisogni autentici e integrali, soprattutto il bisogno di un presente e un futuro di pace”.
Inoltre ha citato una testimonianza particolare: “Vorrei condividere una testimonianza particolare. Nei giorni scorsi, nel sud del Libano, dove operiamo, abbiamo avuto modo di incontrare alcuni rifugiati siriani a Marj el Khok, area nei pressi del confine con Israele. Ebbene ci hanno raccontato che in molti dopo l’8 dicembre scorso, dopo la caduta di Assad, sono rientrati in Siria, ma poi sono ritornati in Libano: hanno preferito tornare a vivere su di una collina, vicino al confine israeliano, in una tenda, con acqua e luce incerta e guadagnando (quando un lavoro c’è) 1,5 usd l’ora le donne e 2,5 usd gli uomini. Una testimonianza che ci costringe a fare i conti con la realtà: bisogna dare ascolto alle persone, non si possono fare progetti a prescindere da loro. Bruxelles lo può fare”.
Ed ha concluso l’intervento con alcune raccomandazioni: “L’esperienza di questi anni ci ha insegnato che occorre partire da ciò che funziona, da progetti pilota e di successo, per avere impatto nella realtà. E qui vorrei evidenziare alcuni ambiti precisi ed esperienze connesse in cui ogni euro investito potrà divenire efficace:
Educazione. I nostri progetti mostrano che occorre agire su riabilitazione fisica delle strutture scolastiche, e insieme su formazione degli insegnanti e coinvolgimento delle famiglie, insieme istituzioni e osc. Partiamo da quanto funziona e allarghiamo il campo di azione: occorre proseguire con l’educazione formale, stabilire un dialogo sul rinnovamento dei curriculum con il governo.
Salute. scaliamo il modello “Ospedali aperti”, un progetto che ha permesso di formare personale e avere attrezzature adeguate in tre ospedali: l’Ospedale Italiano e quello Francese di Damasco e l’Ospedale St. Louis di Aleppo e 6 Centri Sanitari, chiamati Dispensari della speranza, nelle località di Kassab, Dwela, Kashkoul, Safita, Lattakya e Souedia. Questo è un esempio concreto di collaborazione tra strutture private che, adeguatamente sostenute, possono continuare a rispondere con servizi sanitari a un’amplissima domanda di aiuto e al contempo favorire una ricucitura del tessuto sociale siriano.
Lavoro. un progetto pilota ad Aleppo con un’importante fondazione italiana è stato pensato per riabilitare centri formativi per i giovani e procedere con formazione professionale volta all’inserimento nel mercato del lavoro. Questo attraverso una collaborazione tra imprese locali e internazionali, europee che possano trasferire il loro know how, rappresentando anche un pre-posizionamento strategico per il futuro delle imprese nel Paese e nella regione. Favorire l’autoimprenditorialità è la chiave per offrire ai giovani alternative concrete alla partenza o alla radicalizzazione.
Agricoltura. investiamo in agricoltura sostenibile per garantire sicurezza alimentare e autonomia economica alle famiglie favorendo il protagonismo dei beneficiari, lavorando sulla smart agriculture nelle aree rurali, che non possono essere lasciate indietro.
Tutela delle minoranze. Il tessuto sociale siriano è complesso, ma continuare a sostenere le minoranze è essenziale per verificare la loro accettazione nella società siriana che si trova in una nuova fase politica.
Approccio regionale. Nei paesi limitrofi in cui vivono siriani come la Giordania, il Libano e l’Iraq in cui lavoriamo, percepiamo la preoccupazione di un sempre più difficile rapporto tra ospiti e ospitanti. Si scatena una sorta di “guerra dei poveri”. I ritorni possono avvenire solo se creiamo condizioni di vivibilità, sicurezza, altrimenti come l’esempio di Marj el Khok, non rientreranno.
Approccio integrato e partecipativo. Dobbiamo coinvolgere la società civile siriana, le comunità locali, la diaspora e tutti gli attori della cooperazione internazionale. Le istituzioni devono farsi garanti di processi decisionali più veloci e meno burocratici, in questa fase è fondamentale sbloccare fondi per le organizzazioni locali, continuare a lavorare sulla revisione delle sanzioni, per sbloccare i settori chiave della ripresa e facilitare il ritorno volontario e sicuro dei rifugiati”.
(Foto: AVSI)
Papa Leone XIV: il beato Floribert esempio di pace
“Oggi pomeriggio, nella basilica di san Paolo fuori le mura, sarà proclamato beato Floribert Bwana Chui, giovane martire congolese. E’ stato ucciso a ventisei anni perché, in quanto cristiano, si opponeva all’ingiustizia e difendeva i piccoli e i poveri. La sua testimonianza dia coraggio e speranza ai giovani della Repubblica Democratica del Congo e di tutta l’Africa!”: ieri, al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV aveva ricordato la beatificazione di questo giovane martire congolese, responsabile della Comunità di Sant’Egidio a Goma, doganiere ucciso l’8 luglio 2007 per aver rifiutato di far passare carichi di cibo avariato, proteggendo così la salute dei più poveri.
Ed oggi ha ricevuto i pellegrini congolesi con la mamma del nuovo beato, che ieri a Roma, per motivi di sicurezza pubblica, hanno partecipato alla celebrazione eucaristica di beatificazione, officiata dal card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero per le Cause dei Santi, ricordando le parole di papa Francesco durante il viaggio apostolico nella Repubblica del Congo: “Da dove un giovane traeva la forza di resistere alla corruzione, radicata nella mentalità corrente e capace di ogni violenza? La scelta di mantenere le mani pulite (era funzionario alla dogana) maturò in una coscienza formata dalla preghiera, dall’ascolto della Parola di Dio, dalla comunione con i fratelli”.
Il beato Floribert aveva a cuore i ragazzi secondo le tre ‘p’ sottolineate da papa Francesco: “Viveva la spiritualità della Comunità di Sant’Egidio, che Papa Francesco ha riassunto con tre ‘P’: preghiera, poveri, pace. I poveri erano decisivi nella sua vita. Il beato Floribert viveva una familiarità impegnata con i ragazzi di strada, spinti a Goma dalla guerra, disprezzati e orfani. Li amava con la carità di Cristo: si interessava a loro e si preoccupava della loro formazione umana e cristiana. La forza di Floribert è cresciuta nella fedeltà alla preghiera e ai poveri”.
Per questo è stato un uomo di pace ed aveva il sogno di un mondo ‘nuovo’: “E’ stato un uomo di pace. In una regione tanto sofferente come il Kivu, lacerata dalla violenza, portava avanti la sua battaglia per la pace con mitezza, servendo i poveri, praticando l’amicizia e l’incontro in una società lacerata…
Questo giovane, per nulla rassegnato al male, aveva un sogno, che si nutriva delle parole del Vangelo e della vicinanza al Signore. Molti giovani si sentivano abbandonati e senza speranza, ma Floribert ascoltava la parola di Gesù: ‘Non vi lascerò orfani; tornerò da voi’. Nessuna terra è abbandonata da Dio! Egli invitava i suoi amici a non rassegnarsi e a non vivere per sé. Malgrado tutto, esprimeva fiducia riguardo al futuro”.
Concludendo l’incontro il papa ha invitato a pregare il nuovo beato per la pace: “Questo martire africano, in un continente ricco di giovani, mostra come essi possano essere un fermento di pace ‘disarmata e disarmante’. Questo laico congolese mette in luce il valore prezioso della testimonianza dei laici e dei giovani. Possa allora, per l’intercessione della Vergine Maria e del Beato Floribert, realizzarsi presto la sospirata pace in Kivu, in Congo e in tutta l’Africa!”
Mentre in precedenza papa Leone XIV aveva incontrato i vescovi del Madagascar in pellegrinaggio giubilare a Roma: “Ed è bello che siate diventati pellegrini della speranza, insieme alle migliaia e migliaia di fedeli che ogni giorno varcano le Porte Sante delle basiliche papali. Siete innanzitutto pellegrini della speranza per voi stessi: voi che siete pastori, avete ricordato che siete prima di tutto pecore del gregge, alle quali Cristo dice: ‘Io sono la porta delle pecore… Se qualcuno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascoli’.
Ed allo stesso tempo siete diventati pellegrini di speranza per il vostro popolo, per le famiglie, per gli anziani, i bambini, i giovani; affinché le Chiese che sono in Madagascar, attraverso di voi, ricevano la grazia di camminare nella speranza che è Gesù Cristo”.
Quindi li ha ringraziati per la loro missione: “Rendo grazie per la vitalità missionaria delle vostre Chiese particolari, eredi della testimonianza dei santi che, per portare il Vangelo in questa terra lontana, non hanno temuto né il rifiuto né la persecuzione. Vorrei ricordare Henri de Solages, il primo missionario che non si lasciò scoraggiare dal fallimento e dalla prigionia, o il santo martire Jacques Berthieu, il cui sangue fu seme di cristiani in Madagascar. Che il loro esempio continui a rafforzarvi nella donazione di voi stessi a Cristo e alla sua Chiesa, tra i successi e le prove pastorali che attraversate per raggiungere il popolo di Dio nelle diverse realtà delle vostre diocesi!”
Ed a scegliere i poveri nella loro azione missionaria: “Vi esorto a non distogliere lo sguardo dai poveri: essi sono al centro del Vangelo e sono i destinatari privilegiati dell’annuncio della Buona Novella. Sappiate riconoscere in loro il volto di Cristo e che la vostra azione pastorale sia sempre animata da una concreta sollecitudine verso i più piccoli. Il vostro ministero in questo Giubileo, al di là delle prove, li aiuti ad accendere gli orizzonti sempre nuovi della speranza offerta da Cristo”.
Senza dimenticare il creato: “Seguendo papa Francesco, vi invito a prendervi cura della nostra casa comune, a preservare la bellezza della Grande Isola, la cui bellezza e fragilità vi sono state affidate. La cura della nostra casa è parte integrante della vostra missione profetica. Prendetevi cura del creato che geme e insegnate ai vostri fedeli l’arte di proteggerlo con giustizia e pace”.
Infine ai partecipanti alla Scuola estiva di Astrofisica promossa dalla Specola Vaticana sul tema ‘Esplorare l’universo con il telescopio spaziale di James Webb’, che è uno strumento operativo dal 2022 che recentemente è stato in grado di scattare una fotografia, chiamata Cosmos-Web Field, di quasi 800.000 galassie, il papa ha invitato alla condivisione delle scoperte:
“Non dimenticate mai, quindi, che quello che state facendo è destinato a beneficiare tutti noi. Siate generosi nel condividere ciò che imparate e ciò che sperimentate, come meglio potete e in qualsiasi modo. Non esitate a condividere la gioia e lo stupore che nascono dalla vostra contemplazione dei ‘semi’ che, secondo le parole di sant’Agostino, Dio ha seminato nell’armonia dell’universo. Più gioia si condivide, più gioia si crea, e in questo modo, attraverso la ricerca della conoscenza, ognuno di voi può contribuire a costruire un mondo più pacifico e giusto”.
(Foto: Santa Sede)
Con la Piccola Casa di san Giuseppe Benedetto Cottolengo verso il Giubileo degli ammalati
Si terrà oggi e domani il Giubileo degli ammalati e del mondo della salute con questo programma: oggi il programma prevede, tra le ore 8.00 e le ore 17.00, il pellegrinaggio alla Porta Santa; dalle ore 16.00 alle ore 18:30 un ‘Dialogo con la città’ ci saranno attività di carattere culturale, artistico e spirituale in alcune piazze di Roma; mentre domenica 6 la messa è alle ore alle 10:30 in piazza san Pietro. Mentre in occasione dell’Angelus di domenica 23 marzo papa Francesco dal Policlinico ‘Gemelli’ papa Francesco aveva scritto di aver sperimentato la ‘pazienza’ di Dio: “In questo lungo tempo di ricovero, ho avuto modo di sperimentare la pazienza del Signore, che vedo anche riflessa nella premura instancabile dei medici e degli operatori sanitari, così come nelle attenzioni e nelle speranze dei familiari degli ammalati. Questa pazienza fiduciosa, ancorata all’amore di Dio che non viene meno, è davvero necessaria alla nostra vita, soprattutto per affrontare le situazioni più difficili e dolorose”.
Partendo da queste parole abbiamo chiesto a p. Carmine Arice, padre generale della ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza – Cottolengo’ di Torino di raccontare il motivo per cui la speranza ‘ci rende forti nella tribolazione’: “In primo luogo dobbiamo riflettere sulla distinzione tra ottimismo e speranza: l’ottimismo consiste nel confidare che alcuni fatti della vita possano evolvere verso il meglio; la speranza, invece, che è una virtù teologale, è la certezza che ogni realtà ha un senso e che la storia è il cammino verso un compimento, verso la Salvezza. La speranza ci rende, dunque, capaci di vivere nella tribolazione con la fiducia che stiamo camminando verso la Salvezza. Ed è proprio questo che ci rende «forti», in quanto dietro le situazioni più faticose e tribolate siamo certi di camminare verso una direzione”.
Come è possibile fare esperienza di Dio nella malattia?
“In primo luogo bisogna fermarsi a riflettere su come si arriva al momento della malattia, perché se Dio è sempre stato assente nella vita, diventa difficile sperimentare la Sua presenza nella prova. Il tempo della sofferenza, però, per chi non ha percorso un cammino di fede nella propria vita può essere un’occasione per far emergere la domanda di senso. A questo proposito è molto bella la lettera che papa Francesco ha scritto al Corriere della Sera durante il tempo della malattia nel lungo ricovero al Policlinico Gemelli: ‘La fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità’.
Il Papa ci invita a prendere coscienza della nostra fragilità e del bisogno che ciascuno di noi ha di una guarigione non solo fisica, ma soprattutto spirituale. Chi vive il tempo della malattia fa poi esperienza di Dio attraverso la consolazione di coloro che, in nome di Dio, si fanno compagni di viaggio. E poi si può sperimentare la forza della preghiera, riconoscendo, quindi, che Dio è nostro alleato”.
In quale modo la malattia può diventare occasione di un incontro che cambia?
“La malattia e la sofferenza sono una forte domanda di senso che costringe a rimettere in ordine i propri valori e a riflettere su quali sono le priorità. Per esempio si può magari iniziare un percorso di riconciliazione con qualcuno. Si comprende insomma cosa è veramente importante nella vita e cosa no. Nel Cottolengo Hospice di Chieri gli ospiti ci dicono che da quando il tempo si è fatto breve ogni giornata diventa più importante. In quest’ottica tutte le giornate della nostra vita dovrebbero essere importanti, e non sprecate”.
Cosa significa per un malato fare ‘Giubileo’?
“Significa avere la certezza che la malattia e la morte non sono l’ultima parola. E questo è certamente motivo di consolazione. Quindi ‘fare Giubileo’ significa ringraziare il buon Dio perchè non ci lascia soli neanche nel tempo della sofferenza e, soprattutto, porta ogni cosa verso la Salvezza”.
‘200 anni di grazia e di vita… nella Speranza’, primo anno del cammino del bicentenario verso l’ispirazione carismatica cottolenghina: in quale modo ci si può aprire alla speranza nella malattia?
“Nel cammino che la Piccola Casa sta compiendo verso il bicentenario dell’ispirazione carismatica (2 settembre 2027) possiamo riflettere sul fatto che il santo Cottolengo aprì il Monastero del Suffragio proprio per pregare per le persone che morivano nella Piccola Casa. Le persone che hanno avuto l’occasione di essere accolte e vivere in questa Casa sono dunque morte generalmente nella pace. In questi 200 anni di vita della ‘Piccola Casa’ possiamo contare su un insegnamento prezioso: quando la persona non è lasciata sola nella malattia e nella sofferenza ritrova la fiducia e anche la volontà di continuare a vivere pur nella fatica, perché sa di non essere sola. Questa è stata ed è l’esperienza della Piccola Casa”.
Perchè san Giuseppe Benedetto Cottolengo chiamò ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza’?
“Per tre motivi richiamati dal santo stesso. In primo luogo è ‘Piccola’ in confronto ai bisogni che ci sono, una piccola risposta. ‘Piccola’, perché siamo chiamati a mantenerci piccoli in confronto a Dio, l’autore della Provvidenza, in modo che il Signora possa servirsi di noi come suoi strumenti. Il motivo primario, però, fa riferimento al primo nucleo della Piccola Casa, di sei stanze, che il santo Cottolengo avviò in Borgo Dora il 27 aprile 1832, dopo che fu costretto a chiudere l’ ‘Ospedaletto della Volta Rossa’ in via Palazzo di Città a causa del colera che dilagava a Torino. Aprì dunque la ‘Piccola Casa della Divina Provvidenza’ per ricoverare le persone malate che non trovavano accoglienza negli ospedali cittadini. Il Cottolengo ha iniziato la sua Opera in sei stanze, da una Casa piccola, la Piccola Casa appunto”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco è ritornato a Casa santa Marta
“La parabola che troviamo nel Vangelo di oggi ci parla della pazienza di Dio, che ci sprona a fare della nostra vita un tempo di conversione. Gesù usa l’immagine di un fico sterile, che non ha portato i frutti sperati e che, tuttavia, il contadino non vuole tagliare: vuole concimarlo ancora per vedere ‘se porterà frutti per l’avvenire’. Questo contadino paziente è il Signore, che lavora con premura il terreno della nostra vita e attende fiducioso il nostro ritorno a Lui”: anche oggi papa Francesco ha scritto la meditazione per la preghiera mariana dell’Angelus, ma si è affacciato dal balcone del Policlinico ‘Gemelli’, e dopo 38 giorni è ritornato in Vaticano.
Nel testo preparato il papa ha ribadito la fiducia nell’amore di Dio: “In questo lungo tempo di ricovero, ho avuto modo di sperimentare la pazienza del Signore, che vedo anche riflessa nella premura instancabile dei medici e degli operatori sanitari, così come nelle attenzioni e nelle speranze dei familiari degli ammalati. Questa pazienza fiduciosa, ancorata all’amore di Dio che non viene meno, è davvero necessaria alla nostra vita, soprattutto per affrontare le situazioni più difficili e dolorose”.
Ma ha espresso anche il proprio rammarico per i bombardamenti in Medio Oriente: “Mi ha addolorato la ripresa di pesanti bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, con tanti morti e feriti. Chiedo che tacciano subito le armi; e si abbia il coraggio di riprendere il dialogo, perché siano liberati tutti gli ostaggi e si arrivi a un cessate il fuoco definitivo. Nella Striscia la situazione umanitaria è di nuovo gravissima ed esige l’impegno urgente delle parti belligeranti e della comunità internazionale”.
Invece soddisfazione per l’accordo tra Armenia ed Azerbaigian, invitando a pregare per la pace nel mondo: “Sono lieto invece che l’Armenia e l’Azerbaigian abbiano concordato il testo definitivo dell’Accordo di pace. Auspico che esso sia firmato quanto prima e possa così contribuire a stabilire una pace duratura nel Caucaso meridionale.
Con tanta pazienza e perseveranza state continuando a pregare per me: vi ringrazio tanto! Anch’io prego per voi. E insieme imploriamo che si ponga fine alle guerre e si faccia pace, specialmente nella martoriata Ucraina, in Palestina, Israele, Libano, Myanmar, Sudan, Repubblica Democratica del Congo”.
Subito dopo il saluto a circa 3.000 persone che lo hanno accolto nello spiazzale del Policlinico papa Francesco si è recato nella basilica di santa Maria Maggiore, dove ha consegnato fiori al card. Rolandas Makrickas, arciprete coadiutore della Basilica liberiana, da porre ai piedi dell’icona mariana.
Ed ha salutato anche il personale ed i vertici dell’Università Cattolica e del Policlinico Gemelli: il rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, professoressa Elena Beccalli; il presidente della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, dottor Daniele Franco; inoltre il preside della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica, professor Antonio Gasbarrini; il vicepresidente della Fondazione, Giuseppe Fioroni; il direttore generale, Marco Elefanti, l’assistente ecclesiastico generale dell’Università, monsignor Claudio Giuliodori, e il professor Sergio Alfieri, direttore del Dipartimento di Scienze Medico-Chirurgiche del Policlinico e Responsabile dell’equipe medica del Gemelli; il direttore sanitario della Fondazione Policlinico Gemelli, Andrea Cambieri.
(Foto: Vatican Media)




























