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Ad Assisi un convegno su ‘Sorella Morte’ vista da san Francesco di Assisi
“Le stelle che passarono sopra quel corpo scarno e consunto che giaceva rigido sul pavimento di pietra, per una volta in tutte le loro luminose rivoluzioni intorno a un mondo di umanità sofferente, guardando giù videro un uomo felice”: così si esprime G. K. Chesterton sul santo assisiate, nel libro ‘Francesco di Assisi’, che si era preparato a quel momento ed ebbe la forza di chiamarla ‘sorella morte’ quando ai più sembrava solo maledizione. Oggi, ad 800 anni dalla sua morte terrena, san Francesco ripropone tale sfida: che cosa pensiamo della morte? Come l’affrontiamo? Come ci prendiamo cura di chi sta per finire i suoi giorni? Interrogativi che trovano senso nell’ampio orizzonte con cui guardiamo alla vita.
Da questo paradosso fecondo trae linfa il convegno nazionale, ‘Per Francesco sorella è la morte. Una provocazione alla vita’, che si terrà a Santa Maria degli Angeli dal 19 al 22 marzo, patrocinato dall’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI, e si intreccerà con un’opera segno di valore civile: il progetto di un hospice pediatrico come testimonianza tangibile di una carità che si fa struttura e cura.
Il percorso riflessivo si snoderà attraverso quattro panel fondamentali: morte, infirmitate, tribulatione e cura, perché ‘siamo nati e non moriremo più’ con l’obiettivo di un messaggio di speranza che sappia abitare la ‘tribulatione’ con la forza della fraternità.
Al direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della Cei, don Massimo Angelelli, chiediamo di spiegarci per quale motivo san Francesco d’Assisi chiama ‘sorella’ la morte:
“San Francesco chiama sorella la morte, perché ha stabilito un rapporto con la vita terrena, ma soprattutto con la vita eterna, cioè con la seconda parte della nostra vita. Quindi per lui la morte non è la fine di qualcosa, in quanto è un punto di passaggio verso una vita migliore, che è la vita eterna. Questo significa che la morte non fa paura ed in qualche modo mi accompagna: quella di san Francesco è una visione di forte fede”.
Ma la morte può essere considerata ‘sorella’?
“Ci facciamo questa domanda in base a come consideriamo la vita. Se per noi le scelte che facciamo in questa terra sono ‘tutto’ ed esaudiscono la nostra esistenza, allora la morte non può essere ‘sorella’, perché essa sarebbe quell’evento che conclude la nostra esistenza terrena. La morte diventa sorella nel momento in cui consideriamo la nostra vita, quella che viviamo sulla terra, come prima parte di una vita che sarà ancora più bella dopo”.
E’ possibile non ‘morire’ più?
“E’ possibile per chi crede e per coloro che non abbassano lo sguardo soltanto sulla vita terrena, ma alzano lo sguardo anche verso la vita eterna. Quando moriamo viviamo un rito di passaggio da questa vita a quella successiva. Chi rimane nella vita terrena continua a perpetuare un ricordo che tiene in vita i propri corpi; invece la persona che ha effettuato il passaggio verso la vita eterna non morirà più perché la promessa fatta da Gesù a ciascuno di noi è quella di un posto nell’altra vita”.
Oggi, allora, quale narrazione della morte è necessaria?
“Oggi viviamo una specie di schizofrenia, perché da una parte neghiamo la sofferenza e la morte, come segnala il filosofo coreano Byung-Chul Han il quale afferma che abbiamo costruito una società senza dolore: quindi ci neghiamo l’esperienza del dolore e della morte. Dall’altra parte abbiamo un’esposizione mediatica continua della violenza, che ci disorienta completamente. Invece la narrazione, di cui abbiamo veramente bisogno oggi, è una narrazione reale, che ci dica che la morte appartiene ad un percorso di vita ed essa è un rito di passaggio verso la vita eterna; infine la sofferenza e la malattia non sono una disgrazia ed una condanna, ma un’espressione della fragilità dell’uomo. Quindi, in questo senso, accogliamo la nostra vita e quello che verrà dopo”.
In quale modo è possibile accompagnare verso la morte?
“Credo che chi vive una malattia od una sofferenza e va verso la fine della vita terrena, chiede davvero una cosa: di avere a fianco qualcuno, perché la condanna peggiore di chi sta morendo è la solitudine. La risposta a tale domanda è quella prossimità, che chiede anche il passo evangelico del ‘buon Samaritano’ per non abbandonare in questo passaggio chi sta per morire attraverso una vicinanza, che racconta di relazione”.
Quindi l’eutanasia è un pretesto per negare la morte?
“L’eutanasia è una condizione, per cui voglio dominare la mia esistenza: in qualche modo voglio decidere io quale sarà il momento della mia morte. Nel rispetto di chi vive una condizione di sofferenza e di chi non considera più sostenibile la propria vita, dobbiamo considerare che non c’è una padronanza dell’uomo sulla vita. È una forma di rispetto che va mantenuta.
Nel caso in cui la mia esistenza non fosse più compatibile in questa terra «desidero morire», perché per me non è più sopportabile questa esistenza. Noi non siamo nelle condizioni di sofferenti, quindi è molto difficile esprimere quale sia il pensiero ‘giusto’, perché non sono in quella condizione. Considero per mia scelta il rispetto della vita la dimensione fondamentale della società; quindi la cultura della morte non mi appartiene”.
(Tratto da Aci Stampa)
Matrimonio per sempre
Gaetano Guagliardo è un uomo di 49 anni di Misilmeri (Pa), piccolo commerciante, padre di due magnifiche figlie, che vive la sua separazione coniugale come un grande progetto di Dio.
Caro Gaetano ma tutta questa fede da dove ti arriva?
“La forza me la dà Gesù, che nel libro di libro di Cielo, volume 28, del 12 marzo 1930 (vergato dalla Serva di Dio Luisa Piccarreta) dice: ‘Un sacrificio prolisso e continuo possiede tale attrattiva e forza rapitrice verso l’Ente Supremo, che lo fanno determinare beni grandi’. Per me un sacrificio prolisso è portare avanti la famiglia svolgendo le mansioni sia di padre, sia di madre. Ci sono quei momenti, quelle giornate in cui questo carico diventa pesante e trovo sollievo leggendo la Bibbia e i volumi di Libro di Cielo”.
Come mai non ti cerchi un’altra compagna?
“È pur vero che una compagna mi potrebbe dare un aiuto nel portare avanti la famiglia, ma sicuramente nascerebbero incomprensioni e gelosie con i figli. Io non lo farei mai, perché mi fido di Dio e credo fermamente nel sacramento del matrimonio, perché Gesù ha detto nel Vangelo Mt 19,6: Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”.
Nella vita di tutti i giorni come ti aiutano questi eccessi di amore di Gesù, contenuti nei volumi di libro di Cielo?
“Mi aiutano tantissimo perché durante l’arco della giornata sono chiamato a fare tantissime cose, fra cui leggere con fede questi libri, organizzare cenacoli di preghiera, il lavoro, la cura delle figlie e tutte le attività di gestire una casa. Tutto questo riesco a svolgerlo, perché in ogni gesto chiamo Gesù e quindi posso compiere tutto con gioia e serenità. Con questi scritti ho scoperto maggiormente l’amore di Dio presente in ogni cosa creata. E già di buon mattino, osservando l’alba, il cielo, gli uccelli che svolazzano e che cantano, mi sento amato da Dio”.
Gli scritti di Cielo hanno cambiato il tuo rapporto con gli altri?
“Sicuramente mi hanno cambiato in meglio, perché mi hanno portato a guardare gli altri con gli occhi di Gesù. Gli atteggiamenti di quelle persone che ritenevo antipatiche, scorbutiche, comprendo adesso che sono causati da ferite che hanno ricevuto nella loro vita, quindi il mio approccio nei loro confronti è più compassionevole. Certe volte, nel lavoro, servendo i clienti – Gaetano ha un negozio di frutta e verdura – riesco a strappare un sorriso alle persone più cupe. Oppure con i dipendenti, se in alcune giornate sbagliano alcuni servizi, mentre prima mi innervosivo e li rimproveravo, oggi con calma e pazienza cerco di capire se hanno qualche pensiero che li turba e che li distrae dal lavoro. Posso testimoniare che il cambiamento fondamentale sta nell’andare in profondità nelle cose e di non fermarsi alle apparenze”.
(Tratto da L’Altroparlante)
Fondazione Oasis offre una riflessione sulla Sapienza attraverso le tradizioni
La Fondazione Oasis ha compiuto 20 anni della sua nascita, ad opera del card. Angelo Scola, ‘festeggiando’ alla ‘Abrahamic Family House’ di Abu Dhabi con un Congresso internazionale che si è svolto nel mese scorso nel luogo sorto dopo la firma del documento sulla ‘fratellanza umana’ di papa Francesco e di Ahmad al-Tayyib, grande Imam dell’università di al-Azhar: una chiesa cattolica, una sinagoga e una moschea sorgono vicine e in uno spazio comune.
E, grazie all’opera della Saint Francis Church e dell’Ufficio per il dialogo interreligioso ed ecumenico del Vicariato Apostolico dell’Arabia meridionale, nel cortile della chiesa dedicata a san Francesco si è svolto il congresso dal titolo ‘La sapienza attraverso le tradizioni: un’eredità del passato, una garanzia per il futuro’, organizzato dalla Fondazione Oasis con la partecipazione di mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico per l’Arabia meridionale, la prof.ssa Sarah Stroumsa, docente alla ‘Hebrew University’ di Gerusalemme, il prof. Ahab Bdaiwi, docente all’università olandese di Leiden, ed il prof. Martino Diez, direttore scientifico di Oasis e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Mons. Martinelli ha sviluppato il tema della ‘Teologia sapienziale nel pensiero di Hans Urs von Balthasar’, sviluppando un approfondimento particolare del tema della conoscenza e del sapere, attraverso il pensiero del teologo svizzero, mentre la prof.ssa Sarah Stroumsa ha trattato il tema ‘Cercatori di saggezza: La ricerca comune di ebrei, cristiani e musulmani nel mondo islamico medievale’, raccontando il dialogo, che si sviluppò nel Medio Evo. Ahab Bdaiwi ha introdotto nella discussione la tradizione islamica sciita, parlando sul tema ‘Il saggio della Medina: Ja’far al-Sadiq sulla sapienza’, illustrando il pensiero sapienziale islamico attraverso la figura e le opere di Ja’far al-Sadiq, discendente del profeta dell’Islam e sesto Imam sciita. Infine, il prof. Martino Diez ha trattato il tema su ‘La conoscenza come guarigione’, incentrato sul ‘Libro per cacciare la preoccupazione’ di Elia di Nisibi, vescovo siro-orientale dell’XI secolo, che divenne amico del visir locale, che gli chiese un ‘Libro per cacciare la preoccupazione’.
A conclusione dell’incontro ad Alessandro Banfi, direttore della comunicazione per la ‘Fondazione Internazionale Oasis per il dialogo islamo-cristiano’ e docente di ‘Digital Journalism’ all’Università Unicusano, abbiamo chiesto di raccontarci il motivo per cui ad Abu Dhabi si è svolto un incontro sulla sapienza: “Abu Dhabi significava per noi della Fondazione Oasis ‘festeggiare’ i nostri 20 anni di attività in un luogo legato all’idea stessa del dialogo interreligioso fra le tre religioni abramitiche.
E’ infatti lì che papa Francesco e al Tayyeb firmano la Dichiarazione sulla fratellanza il 4 febbraio del 2019. Poter proporre una conferenza alla Abrahamic Family House, una straordinaria realtà costituita da una chiesa cattolica, una sinagoga e una moschea, per custodire l’eredità di quella Dichiarazione, era un sogno. Grazie alla collaborazione con la Saint Francis Church e con l’Ufficio per il dialogo interreligioso ed ecumenico del Vicariato apostolico dell’Arabia meridionale, guidato da padre Stefano Luca, il sogno si è avverato andando ben oltre le nostre aspettative. Il tema della sapienza, una dimensione cara a ognuna delle tre religioni abramitiche, ci è parso una prosecuzione naturale del cammino iniziato cinque anni fa dal Santo Padre”.
Quanto è importante oggi studiare la saggezza delle tre religioni abramitiche?
“E’ un tema comune che rivela differenze e somiglianze. Per restare a quello che si è detto nella conferenza, il Vicario apostolico dell’Arabia meridionale, mons. Paolo Martinelli, è partito, diciamo così sparigliando, dalla visione teologica di Hans Urs von Balthasar che prende le mosse dalla Gloria, dalla bellezza. Ma per concludere che ‘la sapienza di Dio si manifesta in definitiva nel dono gratuito all’altro, poiché l’altro alla luce della sapienza divina è sempre amabile’. La professoressa Sarah Stroumsa, già rettrice della Hebrew University di Gerusalemme, ha portato ad esempio il dialogo medievale fra ebrei, cristiani e musulmani a partire da un patrimonio filosofico comune e dalle sue traduzioni. Lo studioso di pensiero islamico Ahab Bdaiwi, docente all’Università di Leiden, ha introdotto nella discussione il pensiero sapienziale islamico attraverso la figura e le opere di Ja’far al-Sadiq, discendente del profeta dell’Islam e sesto Imam sciita”.
In quale modo è possibile ripensare i rapporti tra mondo occidentale, mondo musulmano e mondo ebraico?
“La strada della conoscenza reciproca, delle domande aperte, di una riflessione critica e sistematica (culturale) garantisce che non si cerchino confusione, sincretismo, omologazione fra religioni. La sapienza è anzitutto porre problemi, questioni, interrogativi. A noi stessi e agli altri. Ecco perché il cammino aperto dalla dichiarazione di Abu Dhabi ha una prospettiva di grandi dimensioni”.
Quanto incide la guerra in Medio Oriente su tali rapporti?
“Tanto, com’è inevitabile. Non bisogna farsi illusioni. Ci vorrà tempo per ricostruire non solo un dialogo ma almeno una convivenza. In parte del mondo arabo si è vissuto l’attacco terroristico del 7 ottobre scorso come un passaggio indispensabile della lotta per i diritti del popolo palestinese. Nel mondo ebraico sono prevalse spinte per una colonizzazione fondamentalista sia di Gaza sia dei territori che spesso nega l’esistenza stessa dei palestinesi. Si sono compiuti crimini di guerra sia da parte di Hamas che da parte dell’esercito israeliano, che ha prodotto una risposta sproporzionata, a danno di donne e bambini. Eppure, terrorismo e guerra non risolvono nulla. Se, come speriamo in tanti, si arriverà ad un cessate il fuoco anche a Gaza dopo quello in Libano, si tratterà di ricostruire con pazienza un tessuto di convivenza sociale”.
Quale speranza possono alimentare i cristiani in Medio Oriente?
“Il compito dei cristiani in Medio Oriente è sempre stato proprio quello di favorire la convivenza e il dialogo fra le persone. Come ha detto il cardinal Pierbattista Pizzaballa, pariarca di Gerusalemme dei Latini: Bisogna trovare delle forme dove l’uno potrà vivere accanto all’altro nella maniera più pacifica e serena anche se mi chiedo come sarà possibile dopo tutto quest’odio profondo che ha ferito in maniera così generale un po’ tutta la vita delle popolazioni di questo Paese. Però bisogna lavorare per questo. La mancanza di prospettive, il chiudersi nella propria narrativa che esclude l’altro è qualcosa di molto preoccupante”.
Quale è il ‘compito’ che la Fondazione Oasis è chiamata a svolgere?
“E’ lo stesso di vent’anni fa, quando il cardinal Angelo Scola, allora Patriarca di Venezia, sentì il bisogno di iniziare questa avventura. Anzitutto la richiesta venne proprio dai cristiani del Medio Oriente: si evidenziava la necessità di tradurre testi biblici e cristiani in arabo. Alla radice di Oasis c’è proprio la traduzione. Non inganni oggi il fatto che oggi sia largamente automatizzata con l’Intelligenza Artificiale, la traduzione resta un passaggio indispensabile nel dialogo fra popoli e tradizioni. Certo se una volta era dominante l’impegno della rivista cartacea, oggi la Fondazione propone nuove occasioni di partecipazione”.
Può farci qualche esempio?
“Penso anzitutto alle nostre newsletter: ogni settimana produciamo un focus sull’attualità ed una rassegna stampa araba che arrivano ai tanti nostri abbonati. Abbiamo realizzato due serie podcast: una sui personaggi del Mediterraneo e un’altra sugli avamposti del dialogo islamo-cristiano. Oltre agli eventi al Museo diocesano di Milano e alla Abrahamic Family House, dal 2025 lanciamo i ‘Viaggi di Oasis’ in alcuni Paesi poco frequentati e conosciuti. Il primo viaggio culturale con i nostri esperti sarà il prossimo febbraio in Arabia Saudita. Le iscrizioni sono ancora aperte per chi fosse interessato. Si trova tutto qui sul nostro sito”.
(Foto: Fondazione Oasis)
Mario Marazziti: gli anziani sono la memoria del futuro
Oggi si celebra la IV giornata mondiale dei nonni e degli anziani con il tema tratto dal salmo 71 ‘Nella vecchiaia non abbandonarmi’, in cui si sottolinea come la solitudine sia l’amara compagna della vita di tanti anziani che, spesso, sono vittime della cultura dello scarto, valorizzando la preghiera di invocazione, come ha scritto nel messaggio per la giornata: “Dio non abbandona i suoi figli, mai. Nemmeno quando l’età avanza e le forze declinano, quando i capelli imbiancano e il ruolo sociale viene meno, quando la vita diventa meno produttiva e rischia di sembrare inutile.
Egli non guarda le apparenze e non disdegna di scegliere coloro che a molti appaiono irrilevanti. Non scarta alcuna pietra, anzi, le più ‘vecchie’ sono la base sicura sulla quale le pietre ‘nuove’ possono appoggiarsi per costruire tutte insieme l’edificio spirituale. La Sacra Scrittura, tutta intera, è una narrazione dell’amore fedele del Signore, dalla quale emerge una consolante certezza: Dio continua a mostrarci la sua misericordia, sempre, in ogni fase della vita, e in qualsiasi condizione ci troviamo, anche nei nostri tradimenti”.
Quindi nell’anno di preparazione al Giubileo, papa Francesco ha scelto di dedicare alla preghiera il tema di questa Giornata attraverso l’invocazione di un anziano che ripercorre la sua storia di amicizia con Dio.
Per comprendere meglio il messaggio di questa Giornata abbiamo colloquiato con lo scrittore e giornalista dott. Mario Marazziti, componente della Comunità di Sant’Egidio, partendo proprio dal titolo del tema (‘Nella vecchiaia non abbandonarmi’): per quale motivo papa Francesco riprende questa invocazione del salmista nel messaggio?
“E’ un’invocazione chiara. Come quella, estrema, di Gesù sotto la croce: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ (Mt 27,46). Ma è anche una condizione storica. Moltissimi anziani in istituti anonimi, a casa da soli, vivono questa condizione di espropriazione da sé, dalle proprie cose, dalla possibilità di condividere le proprie paure e le cose importanti. Come se non esistessero più, mentre esistono. Da questo dipende molto della nostra civiltà, se siamo capaci di riannodare questo rapporto”.
In quale modo gli anziani possono recuperare la ‘gioia’ di vivere?
“Vita è relazione. La ‘quarta età’ porta con sé anche minori forze e la necessità di convivere con le limitazioni di tante malattie croniche. Ma la vita e la felicità sono relazione. La vecchiaia rende tutto essenziale. Anche le relazioni si purificano, diventano gratuità, affetto ‘assoluti’, se si conta per qualcuno. Gli anziani più validi possono rompere la solitudine degli altri, visitandoli, a casa e in istituto. E poi il rapporto con i nipoti, la visita dei nipoti, che percepiscono questo amore pulito, diverso dai bellissimi ma a volte conflittuali rapporti con i genitori. Qui c’è una chiave del futuro, e di un futuro capace di memoria e trasmissione di quello che conta, diverso dalla civiltà ‘digitale’, che è tutta nel presente e nell’attimo”.
Nel messaggio il papa ha presentato il racconto di Rut: quale rapporto è possibile instaurare tra giovani ed anziani?
“La storia dell’anziana Noemi che è pronta a morire da sola e senza mezzi pur di dare un futuro alla giovane nuora Rut, che è anche una straniera, è un paradigma. E’ un doppio insegnamento, per una ‘controcultura’ capace di contrastare la solitudine e l’abbandono. Ce la spiega papa Francesco: ‘Rut, non si stacca da Noemi e le rivolge parole sorprendenti: Non insistere con me che ti abbandoni’ (Rut 1,16). Non ha paura di sfidare le consuetudini e il sentire comune, sente che quell’anziana donna ha bisogno di lei e, con coraggio, le rimane accanto in quello che sarà l’inizio di un nuovo viaggio per entrambe. A tutti noi (assuefatti all’idea che la solitudine sia un destino ineluttabile) Rut insegna che all’invocazione ‘non abbandonarmi!’ è possibile rispondere ‘non ti abbandonerò!’ Non esita a sovvertire quella che sembra una realtà immutabile: vivere da soli non può essere l’unica alternativa!”
Ed in quale modo gli anziani possono trasmettere la fede ai giovani?
“Per molti giovani Gesù, quando lo incontrano, amico e amore incondizionato, ha un fascino dirompente. Ma sono quasi sempre ignari del Vangelo e di come incontrarlo. C’è un vuoto in mezzo, una generazione, come se questa fosse una lingua straniera. I nonni hanno l’autorevolezza della vita, le loro parole e gesti hanno la forza della verità e dell’affetto. Possono loro trasmettere l’alfabeto della preghiera, il calore del Vangelo, anche attraverso il loro attaccamento alla preghiera”.
Gli anziani possono essere ‘protagonisti’ del futuro?
“Gli anziani costituiscono una riserva d’anima anche per il futuro, nella generazione dei giovani. Al tempo stesso rappresentano una occasione per aiutare un mondo travolto dalla pandemia dell’individualismo e dell’indifferenza per rientrare in sé stesso. Perché una società che si costruisce a misura degli anziani e dei deboli diventa vivibile, calda, umana per tutti. Ci sono due pandemie non dichiarate per le quali non c’è una mobilitazione generale per arrivare presto a un vaccino: l’individualismo, che attraversa credenti e non credenti, quasi fosse l’unica religione condivisa, e la solitudine. Di solitudine ci si ammala. Se siamo capaci di rifiutare la via dello ‘scarto’ per i 14.000.000 di anziani in Italia (ma lo saremo tutti) per un intero pianeta di anziani nel mondo, ci sarà un futuro. Loro stessi, nella solidarietà e nella relazione, nella capacità di sacrificio per gli altri, indicano la via del futuro”.
Per quale motivo è sorta una fondazione denominata ‘Età grande’?
“La Fondazione Età Grande vuole aiutare a costruire una visione: un mondo capace di fare degli anni in più non una maledizione, ma una benedizione. Per diffondere una nuova cultura e dare cittadinanza a un mondo di esclusi, a cui dobbiamo tutto, che è descritto come concorrente dei giovani. Da questa controcultura, come è la risposta resiliente di Rut, nascono anche le politiche, una organizzazione sociale e delle città incentrate sulla casa, la prossimità, i rapporti tra le generazioni, l’inclusione delle diversità e delle debolezze, la ricostruzione delle comunità.
Avremmo potuto capire dopo la pandemia: ‘siamo sulla stessa barca’.
Ma sembra che chi non è ancora anziano pensi sempre di avere un’altra barca e un altro destino. Nella pandemia di Covid-19 più del 40% di tutte le vittime della prima ondata, in Italia, in Spagna, in Europa, in Occidente, sono stati anziani in un qualche istituto. La casa da sola, senza servizi, senza medici, di per sé, ha protetto la vita di un anziano ricoverato 15 volte di più. Questo doveva innescare un cambiamento radicale di tutto il welfare per gli anziani, creando modelli di prossimità, forme innovative di ‘co-housing’, piccole residenze assistite, un ‘continuum’ di servizi socio-assistenziali a rete centrati sulla casa, assistenza domiciliare sociale e sanitaria integrata, moltiplicando le dimissioni ospedaliere protette, visto che la maggior parte di patologie sono croniche, non acute.
Gli studi che dimostrano che la solitudine raddoppia, a parità di patologie croniche, il rischio di morte sono tanti. In Italia un passo avanti è la legge 33/2023, una svolta storica, che indica queste azioni almeno come percorso integrativo di welfare, ma è ancora sotto-finanziata. Può essere l’avvio di una contro-cultura e di un ripensamento. E poi c’è la Carta dei diritti dell’Anziano, che la Fondazione ‘Età Grande’ comincia a far circolare anche in Europa. Sono punti di partenza, da diffondere”.
In Polonia una Chiesa in diminuzione ma attiva
Nelle scorse settimane è stato presentato a Varsavia il rapporto ‘Chiesa in Polonia 2023’, che ha evidenziato forti differenze tra i polacchi sotto i 40 anni e quelli sopra i 50 anni, con i quarantenni che formano un gruppo intermedio. Una sintesi del rapporto, preparato dall’agenzia di stampa cattolica polacca KAI, in collaborazione con l’Istituto per l’eredità del pensiero nazionale polacco (IDMN), ha evidenziato che un ‘indebolimento della fede’ si nota in maniera molto evidente nei giovani, come ha commentato il presidente della KAI, Marcin Przeciszewski:
A Milano l’invito di mons. Delpini a non essere indifferenti davanti le morti
Venerdì 21 luglio Milano ha proclamato il lutto cittadino per Laura Blasek, Paola Castoldi, Mikhail Duci, Anna Garzia, Loredana Labate e Nadia Rossi, vittime del rogo alla ‘Casa per coniugi’ nella notte tra il 6 e il 7 luglio, alla presenza dei parenti, del sindaco Giuseppe Sala, del prefetto Renato Saccone, del questore Giuseppe Petronzi, degli assessori comunali Marco Granelli e Lamberto Bertolé, e di quello regionale, Gianluca Comazzi.
‘Di generazione in generazione la sua misericordia’: a Recanati un campo intergenerazionale
Dom Fornaciari è vescovo di Tempio-Ampurias
Daniele Mencarelli mette in scena il rapporto tra genitore e figlio
Anche l’opera prima di Daniele Mencarelli scritta per il teatro è autobiografica e apre uno squarcio sull’inquieta vita di un adolescente che cerca di comprendere se stesso e il mondo: ‘Agnello di Dio’, Prodotto dal Centro Teatrale Bresciano per la regia di Piero Maccarinelli, che dopo Milano è approdato a Roma, rappresenta l’altra faccia del romanzo ‘Tutto chiede salvezza’.
Domenica XIII del Tempo Ordinario: la vita come vocazione
Essere cristiani significa seguire Cristo e vivere la propria vocazione da uomini liberi e nella gioia profonda. Nella liturgia oggi si evidenziano vari tipi di vocazione: vedi quella del profeta Eliseo, o l’esortazione di Paolo ai Galati dove l’Apostolo invita a vivere non secondo la carne ma conforme alla libertà di figli di Dio e conforme ai carismi e talenti ricevuti dallo Spirito santo. Nel cristianesimo non c’è posto per chi considera la fede e il rapporto con Dio come qualcosa di singolare, utilitaristico e privato.






























