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Papa Leone XIV esorta all’amore ai poveri senza perdere l’identità

“E’ una gioia darvi il benvenuto in Vaticano questa mattina. La vostra organizzazione è uno strumento di filantropia ebraica globale, che fornisce aiuti umanitari e servizi sociali essenziali alle popolazioni vulnerabili (ad esempio, coloro che vivono in povertà, i rifugiati, gli anziani e le persone con disabilità) a New York, nello Stato di Israele e in oltre settanta altri Paesi. Questi sforzi riflettono un chiaro riconoscimento della dignità umana e della fraternità, in sintonia con l’impegno della Chiesa per lo sviluppo umano integrale e la chiamata ad amare il prossimo”: dopo il viaggio apostolico in Spagna papa Leone XIV ha ricevuto in udienza la delegazione di New York dell’United Jewish Appeal, ricordando l’aiuto umanitario fornito.

Per questo ha ricordato l’incontro di questa associazione con papa san Giovanni XXIII: “Questo impegno condiviso assume un significato speciale alla luce della nostra storia comune. Sessantasei anni fa, una delegazione della vostra organizzazione fu ricevuta da papa Giovanni XXIII. Con le semplici ma profonde parole ‘Io sono Giuseppe, vostro fratello’, citando il Libro della Genesi, egli affermò la nostra comune umanità e la nostra comune discendenza spirituale in Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe.

In seguito, fu redatto un trattato che descriveva una nuova relazione tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo. Questo trattato ha costituito il fondamento di quello che è diventato ‘il cuore e il nucleo generativo’ di ‘Nostra Aetate’, la Dichiarazione del Concilio Vaticano II sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”.

Infatti tale Dichiarazione è un documento fondamentale per i rapporti tra le due fedi: “Ha affermato, tra le altre cose, la verità che apparteniamo ad un’unica famiglia umana. In questo modo, ha piantato un seme di speranza che ‘è cresciuto fino a diventare un albero possente… che offre riparo e porta i ricchi frutti della comprensione, dell’amicizia, della cooperazione e della pace’.

Riconoscendo l’intrinseca dignità di ogni uomo e di ogni donna, la ‘Nostra Aetate’ ha preso una posizione ferma contro l’antisemitismo e ha dichiarato che la Chiesa respinge ogni forma di discriminazione o vessazione per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione. In un mondo ancora ferito da divisioni e conflitti, ci ha chiamati a superare le incomprensioni del passato per collaborare per il bene comune”.

Questa strada comune apre alla solidarietà, come è stato ribadito nell’esortazione apostolica ‘Dilexi Te’: “Questo stesso spirito di solidarietà trova espressione concreta nella nostra comune sollecitudine per i bisognosi. Nella mia Esortazione Apostolica ‘Dilexi Te’, ho osservato che ‘l’amore è soprattutto un modo di guardare alla vita e un modo di viverla’.

Il servizio ai poveri, agli emarginati e agli indifesi è un mezzo per incontrare il sacro; attraverso di loro la voce divina continua a parlarci. Come ci ricorda il profeta Isaia, quando condividiamo il nostro pane con gli affamati e ci prendiamo cura dei bisognosi, la luce del Signore ‘sorgerà come l’aurora’. Quella luce ci invita a vedere il servizio ai più vulnerabili come un cammino che apre i cuori e rinnova la società”.

Ed ha concluso l’incontro con l’invito a contribuire alla pace: “Cari amici, vi ammiro per la dedizione con cui assistete i poveri e i bisognosi, contrastate l’odio e l’intolleranza e lavorate per costruire un mondo migliore per tutti. Possa la vostra missione rafforzare il dialogo, approfondire la comprensione reciproca e contribuire alla pace di cui il nostro mondo ha tanto bisogno”.

Poi ha ricevuto anche i partecipanti al Convegno dei fedeli della Chiesa Siro-Malankarese residenti in Europa nel ricordo del venerabile Mar Ivanios: “Anche noi rendiamo a Dio ‘i più umili e ferventi ringraziamenti’ per il venerabile Mar Ivanios che, insieme a Mar Theophilos, ha guidato diversi sacerdoti e un buon numero di fedeli, tra cui religiosi e religiose delle Congregazioni di Betania, a riscoprire la comunione ecclesiale con il Successore dell’Apostolo Pietro come elemento fondamentale per vivere la fede cristiana. Il primo Arcivescovo Metropolita di Trivandrum dei Siro-Malankaresi fu di fatto un vero Pastore secondo il Cuore di Gesù, attraverso il quale lo Spiritò Santo ha guidato il gregge di Dio”.

Nel ricordo degli inizi di questa Chiesa il papa li ha esortati a proseguire: “Incoraggio il Sinodo dei Vescovi e gli Istituti Religiosi della vostra Chiesa a dimostrare un impegno simile verso le circoscrizioni di creazione più recente in India, specialmente nelle vaste Eparchie di Saint Ephrem of Khadki e di Saint John Chrysostom of Gurgaon. Abbiamo un futuro candidato qui presente.

Al tempo stesso, occorre un analogo impegno urgente per preservare e promuovere i tesori inestimabili incarnati da tutte le Chiese Orientali, specialmente nella crescente diaspora, come ho avuto occasione di dire durante il vostro Giubileo, celebrato appena pochi giorni dopo la mia elezione a papa. In tale ottica, riconoscendo la presenza di numerosi fedeli siro-malankaresi in Nord America, papa Benedetto XVI ha eretto un Esarcato Apostolico per i fedeli siro-malankaresi negli Stati Uniti. Dieci anni fa, elevando l’Esarcato al rango di Eparchia, il mio venerabile predecessore papa Francesco ha esteso la cura del Vescovo eparchiale anche a tutti i fedeli siro-malankaresi in Canada”.

Infine ha esortato a non perdere l’identità: “Cari fratelli e sorelle, chiedo a tutti voi di promuovere una maggiore consapevolezza riguardo alla preziosa identità della Chiesa siro-malankarese e la vostra identificazione con essa, partecipando alla sua vita ecclesiale e vivendo la vostra eredità unica, consapevoli della vostra grande dignità, restando al contempo uniti all’Arcivescovo Maggiore e al Sinodo dei Vescovi.

Sapendo che i cristiani di san Tommaso dell’India hanno la ben meritata fama di avere famiglie devote dalle quali nascono molte vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa, prego perché nelle vostre case e nei vostri cuori, specialmente in quelli dei giovani, continui a prosperare una fede forte”.

(Foto: Santa Sede)

Commissione Teologica: la relazione è il futuro dell’umanità

“La recente accelerazione dello sviluppo tecnologico e i progressi della scienza hanno riattivato lo stupore di fronte alle grandi potenzialità dell’umanità e la percezione della sua grandezza. Eppure, non diminuisce lo sconcerto di fronte alla sua fragilità, soggetta alla morte e alla malattia, come ha dimostrato la pandemia del Covid-19, ma anche tentata dalla rassegnazione al male, che sembra inevitabile, delle guerre e dei conflitti, delle diseguaglianze e dell’indifferenza. Permane, dunque, l’ambivalenza di grandezza e fragilità, che non può essere negata”: così inizia il documento della Commissione Teologica Internazionale, ‘Quo vadis, humanitas?’, che riflette sulla ‘sfida epocale’ dell’antropologia cristiana nell’era dell’Intelligenza Artificiale, approvato da papa Leone XIV..

Il documento è un invito a leggere la complessità della contemporaneità senza ridurre alla semplificazione la realtà: “Occorre evitare ogni tentativo di semplificare questa ambivalenza, scegliendo una delle due parti: non si può censurare la fragilità e il limite naturali, esaltando solo la grandezza e la forza, magari affidandosi ciecamente ai risultati della ricerca tecnologica e delle scoperte scientifiche; ma non ci si deve neppure rassegnare a tutti i limiti e fragilità della vita, dimenticando le potenzialità inscritte nella nostra natura intelligente e spirituale. Proprio il compito, affidato a ciascuno, di plasmare con responsabilità la propria identità esige di non semplificare l’umano”.

Quindi l’essere umano è un dono, che si rinnova: “Essere una persona umana, con una dignità infinita, non è qualcosa che noi abbiamo costruito o acquistato, ma è frutto di un regalo gratuito che ci precede. E non è un dono che semplicemente si è ricevuto in passato, ma qualcosa che sussiste come dono in ogni circostanza della nostra esistenza, per sempre, diventando un compito intrasferibile.poveri,Appropriarsi di questo dono, dando forma alla propria identità, è l’avventura della vita, un compito da assumere in libertà e all’interno delle relazioni nelle quali conosciamo noi stessi, gli altri e la realtà e così possiamo dare il nostro contributo originale ed unnico alla storia umana, corrispondendo alla nostra vocazione. Il dono viene accolto all’interno di un ‘noi’, di una comunità a cui ciascuna persona appartiene e in cui si cresce”.

Questa dignità trova il culmine nella Pasqua: “L’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio… Questo paradosso riceve luce definitiva dal mistero pasquale di Gesù Cristo, ove il limite, la finitezza e la caducità, ma anche il disordine introdotto dal peccato, sono superati dall’opera della grazia col dono della figliolanza divina, che ci rende partecipi della vita del Risorto, secondo il disegno del Padre e grazie al rinnovamento di tutte le cose nello Spirito”.

Il primo dei quattro capitoli del testo è dedicato allo sviluppo, caratterizzato da due poli: il transumanesimo e il postumanesimo. Il primo racchiude la volontà di migliorare concretamente, attraverso la scienza e la tecnologia, le condizioni di vita dei popoli, superando i loro limiti fisici e biologici. Il secondo vive il ‘sogno’ di sostituire addirittura l’umano, enfatizzando il cyborg, ovvero l’ibrido che rende fluido il confine tra l’uomo e la macchina. Tra questi due poli, si pone la fede cristiana che ‘spinge a cercare una sintesi’ delle tensioni umane in Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, morto e risorto.

Dopo un rapido excursus sul rapporto tra sviluppo e tecnologia nel magistero più recente (da papa san Giovanni XXIII a papa Francesco), il documento si sofferma in particolare sulla tecnologia digitale, alla luce delle riflessioni di papa Leone XIV: “Il discernimento magisteriale riguardo allo sviluppo e alle sue ambivalenze riconosce anzitutto il valore positivo delle innovazioni tecnologiche che, ben usate, costituiscono una grande risorsa per l’umanità in tanti aspetti della civiltà e della cultura. Sembra perciò a molti che basterebbe distinguere tra applicazioni buone e positive e applicazioni nocive e pericolose, sul presupposto che la tecnologia non sia altro che uno strumento nelle nostre mani”.

Quindi la tecnologia coinvolge la vita: “Poiché si tratta di strumenti più connessi alla nostra autocomprensione, che vengono utilizzati per esprimere sé stessi nelle varie forme della comunicazione sociale, per plasmare le identità personali o collettive, per coltivare le relazioni con altri, ne deriva una più intima trasformazione. La tecnologia digitale non è più solo uno strumento, ma costituisce un vero e proprio ambiente di vita, con un suo modo di strutturare le attività umane e le relazioni… L’era digitale inaugura un nuovo orizzonte di senso in cui ci pensiamo e comunichiamo. Cambia pure la nozione di ciò che è universale, che rimanda meno all’idea di una natura comune quanto piuttosto a ciò che è condiviso nella connessione globale”.

Tale ‘rivoluzione’ informatica cambia anche la conoscenza: “La rivoluzione dell’informazione (‘infosfera’) cambia il modo di esercitare la conoscenza: non si tratta più di elaborare teorie per interpretare i dati e trovare soluzioni ai problemi, quanto piuttosto di stabilire correlazioni tra i dati e calcolare la percentuale di successo. Il rischio è che, in questo modo, si tenda a superare il sapere critico, mentre la delega di alcune operazioni come il calcolo, il ragionamento, la traduzione, potrebbe diminuire l’agilità mentale e la creatività del singolo”.

Per questo il documento mette in guardia dal possibile ‘potere’ dell’Intelligenza Artificiale: “Ma il pericolo maggiore è quello di ridurre l’orizzonte della conoscenza umana, delimitandola a quelle forme di sapere che corrispondono a ciò che l’IA può elaborare, con una forte ricaduta sull’ambiente educativo (nelle scuole e nelle università). Possono essere escluse, come non pertinenti, domande di senso e questioni etiche, ma anche questioni filosofiche (ontologiche) e teologiche. Così l’IA potrebbe decidere di fatto ciò che è consentito di sapere, relegando le altre questioni all’ambito soggettivo o a questioni di gusto”.

Ma è anche un’opportunità per la fede: “Le tecnologie digitali offrono molte opportunità alle religioni che mobilitano le risorse della comunicazione digitale a servizio della loro missione. La rete è oggi un ‘luogo’ dove si possono trovare molte proposte positive di vita religiosa e di vita cristiana, che facilitano conoscenza e informazione in modalità inimmaginabili fino a poco fa”.

Però c’è anche il rischio che la fede diventi slegata dalla realtà e molto emotiva: “Si può anche dubitare del carattere autenticamente ecclesiale di certa comunicazione cristiana nei social network, specie quando impiegata per alimentare polemiche, creare divisioni e persino distruggere la buona fama di altre persone. Inoltre, alcune di queste nuove pratiche spirituali online finiscono col produrre una metamorfosi nel modo di credere, poiché la tecnologia digitale ha una presa molto forte sull’immaginario religioso.

Non di rado, il risultato è un nuovo paradigma che ridefinisce le identità religiose: la tecnologia funge essa stessa anche da guida spirituale e mediatrice del sacro. In effetti, i devoti di varie religioni e i ricercatori spirituali spesso ripongono una fiducia indiscriminata nei motori di ricerca online, rendendo superflue le mediazioni umane del sacro, sostituite dal digitale. I casi estremi arrivano alle richieste di benedizioni e di esorcismi virtuali, allo spiritismo digitale e alle ‘false religioni’ tridimensionali”.

Ed ecco, in conclusione l’affidamento alla Madre di Dio: “Infatti, in Maria la Chiesa contempla ciò che tutti speriamo di essere: l’immagine di un essere umano nella sua pienezza. Nelle circostanze della sua vita, Maria realizza una sintesi che unisce la chiamata d’amore e la risposta libera; la vocazione personale e la missione sociale; l’identità filiale e la comunione fraterna; l’annuncio di Dio e il servizio agli altri esseri umani; l’obbedienza responsabile e il servizio generoso; l’accoglienza del dono e il donarsi gratuitamente; la gioia del canto e la serena meditazione sulla vita, l’appartenenza al proprio popolo e l’apertura a tutte le generazioni; l’accettazione dei propri limiti e la felicità della fede; il ‘sì’ affinché si compia la volontà di Dio e la sollecitudine affinché tutti facciano ciò che Gesù dirà loro. Maria ha accolto la sua vita come vocazione e così ha realizzato la propria identità personale nell’adempimento della missione affidatale, affinché si compisse il disegno d’amore di Dio Trinità per l’intera umanità”.

L’altra conclusione riguarda i poveri: “L’inarrestabile sviluppo tecnologico che prendiamo in considerazione in questo testo e che favorisce soprattutto quelli che hanno già molto potere, sfida a dirigere lo sguardo ai più poveri. Se questo sviluppo, come abbiamo visto, insieme alle ideologie che lo accompagnano, implica seri rischi, questi saranno ancora maggiori per i più deboli e indifesi, cioè per quelli che non contano nulla perché non servono agli ingranaggi dei più potenti.

Essi corrono il rischio di diventare materia di scarto, ‘danni collaterali’, spazzati via senza pietà… Da ciò scaturisce il dovere di stare particolarmente attenti (come umili sentinelle) alle conseguenze che possono avere i nuovi sviluppi della società per la vita degli ultimi. Nondimeno, a reagire con una parola profetica e un generoso coinvolgimento. Si gioca così l’autenticità della nostra fede e il valore umano della nostra vita”.

Papa Leone XIV: senza difesa del debole non ci sarà pace

Oggi nei Giardini vaticani papa Leone XIV ha inaugurato un mosaico della Vergine ed una statua di santa Rosa da Lima alla presenza del card. Carlos Gustavo Mattasoglio, arcivescovo di Lima, e del presidente della Pontificia Accademia Mariana Internazionale, fra Stefano Cecchin. Tale scultura è opera dell’artista peruviano Edwin Morales ed è stata realizzata interamente con materiale peruviano: il travertino bianco di Huancayo.

Benedicendo le opere papa Leone XIV ha sottolineato la fede dei peruviani: “Siamo qui riuniti oggi per una gioiosa occasione: l’inaugurazione di un mosaico dedicato alla Beata Vergine Maria e di un’immagine di Santa Rosa da Lima nei Giardini Vaticani. Questo gesto rinnova i profondi vincoli di fede e di amicizia che uniscono il Perù, Paese a me tanto caro, alla Santa Sede…

Riuniti in questo luogo meraviglioso, dove tutto ci parla del Creatore e della bellezza del creato, desidero esprimere la mia gratitudine innanzitutto agli artisti che hanno realizzato queste opere ea tutti coloro che ci hanno permesso di godere oggi di questa lieta occasione”.

Tali opere d’arte conducono il visitatore verso la santità: “La nostra Madre Celeste e la prima santa latinoamericana, Rosa da Lima, ci conducono al tema della santità. A questo proposito, ricordiamo quanto afferma il Concilio Vaticano II: E’ dunque del tutto evidente che tutti i fedeli, di qualsiasi stato o condizione, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità…

Nel raggiungimento di questa perfezione, i fedeli esibiscono le forze ricevute secondo la misura del dono di Cristo, seguendo le sue orme e le sue opere conformi alla sua immagine, obbedendo in tutto alla volontà del Padre, si dedichino con tutto il cuore alla gloria di Dio e al servizio del prossimo”.

Ha concluso tale momento con un invito a contemplare la vocazione a cui ciascuno è chiamato: “Cari amici, queste bellissime immagini che contempliamo oggi ci ricordano la grandezza della vocazione a cui Dio ci chiama, cioè la chiamata universale alla santità. Vi incoraggiamento a essere, con la grazia di Dio, testimoni ed esempi di questa santità nel mondo di oggi. Perché questa è la volontà di Dio: la nostra santificazione. Che la Vergine Maria e tutti i santi intercedano nel nostro cammino verso la patria celeste. Con gratitudine, vi benedico di cuore”.

Infine la benedizione ai presenti: “Che abbiano una fede incrollabile e una speranza salda, così come una carità diligente e una sincera umiltà. Che abbiano forza nella sofferenza, dignità nella povertà, pazienza nelle avversità, generosità nella prosperità, che lavorino per la pace e lottino per la giustizia affinché, dopo aver percorso le vie di questo mondo nell’amore per te e per i fratelli, giungano alla città permanente, dove la Santissima Vergine intercede come madre e risplende come Regina”.

La giornata si è aperta dall’incontro con i leader giovani partecipanti al convegno ‘One Humanity, One Planet’: “Sono molto contento di incontrare giovani come voi, provenienti da ogni parte del mondo, uniti nell’impegno politico alla ricerca del bene comune. Le diverse nazioni, culture e religioni cui appartenete non sono per voi motivo di rivalità, ma di collaborazione e di crescita secondo uno stile sinodale.

 Questo metodo di ascolto e discernimento non è indifferente rispetto ai temi che trattate, ma funziona come una lente, attraverso la quale osservare il mondo. In quanto forma della comunione che ci lega, la sinodalità rende attenti allo sguardo di chi abbiamo accanto, e non solo a ciò che osserviamo, esercitandoci nel comporre visioni d’insieme che rispettano la complessità senza cadere in confusione e cercano la verità senza temere il confronto”.

Il discorso del papa è stato un invito a promuovere la pace: “Sì, la pace è soprattutto un dono, perché la riceviamo da chi ci precede nella storia: è un bene del quale ringraziare. La pace è alleanza, che ci incarica di un impegno comune: quello di onorarla, quando c’è, e di realizzarla, quando manca. La pace, infine, è promessa, perché sostiene la nostra speranza in un mondo migliore, e come tale viene cercata da tutte le persone di buona volontà”.

Per tale promozione è necessaria la politica: “La politica svolge qui una funzione sociale insostituibile: vi esorto perciò a cooperare sempre più nello studio di forme partecipative che coinvolgano tutti i cittadini, uomini e donne, nella vita istituzionale degli Stati. Su queste basi sarà possibile edificare quella fraternità universale che già tra voi giovani si annuncia come segno di un tempo nuovo: il vostro lavoro, infatti, trova la sua espressione più alta quando opera per un’umanità pacificata nella giustizia”.

Infine ha ricordato loro di proteggere i più deboli seguendo l’esempio di santa Madre Teresa di Calcutta: “La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale.

Davanti alle molte sfide del presente abbiate dunque coraggio, ricordando che non siete soli a cercare la fraternità universale: l’unico Dio ci dona la terra come casa comune per tutti i popoli. Il titolo del vostro convegno, ‘One Humanity, One Planet’, merita perciò di essere completato con ‘One God’: riconoscendo in Lui il creatore buono, le nostre religioni ci chiamano a contribuire al progresso sociale, ricercando sempre quel bene comune che ha per fondamenta la giustizia e la pace”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la pace sia con tutti noi

“Dal 1° gennaio 1968, per volontà del Papa San Paolo VI, oggi si celebra la Giornata Mondiale della Pace. Nel mio Messaggio ho voluto riprendere l’augurio che il Signore mi ha suggerito chiamandomi a questo servizio: ‘La pace sia con tutti voi!’. Una pace disarmata e disarmante, che proviene da Dio, dono del suo amore incondizionato, affidato alla nostra responsabilità. Carissimi, con la grazia di Cristo, incominciamo da oggi a costruire un anno di pace, disarmando i nostri cuori e astenendoci da ogni violenza”: al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato il valore della pace.

Pace che richiama san Francesco d’Assisi ricordando le iniziative per mettere in pratica la pace: “Esprimo il mio apprezzamento per le innumerevoli iniziative promosse in questa occasione in tutto il mondo. In particolare, ricordo la Marcia nazionale che si è svolta ieri sera a Catania e saluto i partecipanti a quella organizzata oggi dalla Comunità di Sant’Egidio…

All’inizio di quest’anno, in cui ricorre l’ottavo centenario della morte di San Francesco, vorrei far giungere ad ogni persona la sua benedizione, tratta dalla Sacra Scrittura: Il Signore ti benedica e ti custodisca; mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te; rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace”.

Mentre prima della recita dell’Angelus ha ricordato l’impegno per non ‘spegnere’ la speranza di pace: “Mentre il ritmo dei mesi si ripete, il Signore ci invita a rinnovare il nostro tempo, inaugurando finalmente un’epoca di pace e amicizia tra tutti i popoli. Senza questo desiderio di bene, non avrebbe senso girare le pagine del calendario e riempire le nostre agende”.

E’ un invito alla conversione del cuore: “Il Giubileo, che sta per concludersi, ci ha insegnato come coltivare la speranza di un mondo nuovo: convertendo il cuore a Dio, così da trasformare i torti in perdono, il dolore in consolazione, i propositi di virtù in opere buone. E’ con questo stile, infatti, che Dio stesso abita la storia e la salva dall’oblio, donando al mondo il Redentore: Gesù. Egli è il Figlio Unigenito che diventa nostro fratello, illumina le coscienze di buona volontà, affinché possiamo costruire il futuro come casa ospitale per ogni uomo e ogni donna che viene alla luce”.

Dio si incarna in Maria perché ‘ama’ gli ultimi: “Da sempre Dio, creatore buono, conosce il cuore di Maria e il nostro cuore. Facendosi uomo, Egli ci fa conoscere il suo: perciò il cuore di Gesù batte per ogni uomo e ogni donna. Per chi è pronto ad accoglierlo, come i pastori, e per chi non lo vuole, come Erode. Il suo cuore non è indifferente a chi non ha cuore per il prossimo: palpita per i giusti, affinché perseverino nella loro dedizione, e per gli ingiusti, affinché cambino vita e trovino pace.

Il Salvatore viene nel mondo nascendo da donna: soffermiamoci ad adorare quest’evento, che risplende in Maria Santissima e si riflette in ogni nascituro, rivelando l’immagine divina impressa nel nostro corpo”.

Per questo invita a pregare per la pace: “In questa Giornata preghiamo tutti insieme per la pace: anzitutto tra le Nazioni insanguinate da conflitti e miseria, ma anche nelle nostre case, nelle famiglie ferite dalla violenza e dal dolore. Certi che Cristo, nostra speranza, è il sole di giustizia che mai si spegne, chiediamo fiduciosi l’intercessione di Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa”.

E nella celebrazione eucaristica il papa ha incentrato l’omelia sul valore delle benedizioni come descritte nel libro dei Numeri: “L’uomo offre al Creatore tutto ciò che ha ricevuto e Questi risponde volgendo su di lui il suo sguardo benigno, proprio come ai primordi del mondo. Del resto, il popolo d’Israele, a cui questa benedizione si rivolgeva, era un popolo di liberati, di uomini e donne rinati dopo una lunga schiavitù grazie all’intervento di Dio e alla risposta generosa del suo servo Mosè. Era un popolo che in Egitto aveva goduto di alcune sicurezze il cibo non mancava, così come un tetto e una certa stabilità, a costo però di essere schiavo, oppresso da una tirannia che chiedeva sempre di più dando sempre di meno”.

Una benedizione che prospetta la libertà: “Ora, nel deserto, molte delle certezze passate erano andate perdute, ma in cambio c’era la libertà, che si concretizzava in una strada aperta verso il futuro, nel dono di una legge di sapienza e nella promessa di una terra in cui vivere e crescere senza più ceppi e catene: insomma, in una rinascita”.

Ecco il motivo per cui la Chiesa ripete tale benedizione ad inizio dell’anno: “Così, all’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna”.

Tutto ciò è avvenuto grazie ad un ‘sì’: “Noi ricordiamo tutto questo mentre celebriamo il mistero della Divina Maternità di Maria, che con il suo ‘sì’ ha contribuito a dare alla Fonte di ogni misericordia e benevolenza un volto umano: il volto di Gesù, attraverso i cui occhi di bambino, poi di giovane e di uomo l’amore del Padre ci raggiunge e ci trasforma”.

Solo attraverso l’abbraccio di Dio si può comprendere il cammino a cui ciascuno è chiamato: “Allora, all’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo. Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà”.

Per questo, secondo sant’Agostino, Dio si è fatto uomo: “Ricordava, così, uno dei tratti fondamentali del volto di Dio: quello della totale gratuità del suo amore, per cui si presenta a noi (come ho voluto sottolineare nel Messaggio di questa Giornata Mondiale della Pace) ‘disarmato e disarmante’, nudo, indifeso come un neonato nella culla. E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura”.

Dio ha scelto di incanarsi in una donna, grazie alla scelta di una donna: “Questo è il volto di Dio che Maria ha lasciato si formasse e crescesse nel suo grembo, cambiandole completamente la vita. E’ il volto che ha annunciato attraverso la luce gioiosa e fragile dei suoi occhi di mamma in attesa; il volto di cui ha contemplato giorno per giorno la bellezza, mentre Gesù cresceva, bambino, ragazzo e giovane, nella sua casa; e che poi ha seguito, col suo cuore di discepola umile, mentre percorreva i sentieri della sua missione, fino alla croce e alla risurrezione”.

Una donna che ha scelto di non porre barriere: “Per farlo, anche Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo.

Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà ‘disarmate’: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà”.

Ed ha concluso con una frase di papa san Giovanni Paolo II invitando a guardare alla famiglia di Betlemme nel presepe: “Cari fratelli e sorelle, in questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace ‘disarmata e disarmante’ per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, ‘glorificando e lodando Dio’ per tutto ciò che abbiamo visto e udito. Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana”.

(Foto: Santa Sede)

A Taurisano ‘Fili d’erba nelle crepe – risposte di speranza’

La diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca comunica che domani a Taurisano dalle ore 10.30 alle ore 12.00 presso il Salone – Oratorio ‘Don Bosco’, in via Casarano, 52, la Caritas diocesana in collaborazione con le Caritas parrocchiali di Taurisano, si svolgerà l’incontro pubblico: ‘Fili d’erba nelle crepe – Risposte di speranza’.

L’iniziativa, moderata dalla giornalista, Luana Prontera, che sarà possibile seguire anche in diretta streaming su https://radiodelcapo.it,  prevede i saluti di Luigi Guidano, sindaco di Taurisano e di Angelo Palmisano, responsabile Ambito Sociale di Casarano, ai quali seguiranno gli interventi dei relatori: Don Marco Pagniello,  direttore della Caritas italiana, che illustrerà il tema: ‘I Poveri: tesoro e volto vivo della Chiesa- Dilexi te’, si proseguirà con Don Gionatan De Marco, parroco ‘Trasfigurazione di Nostro Signore Gesù Cristo’ di Taurisano, che relazionerà su: ‘Una mensa per la promozione della convivialità e dell’inclusione’, a seguire interverrà don Lucio Ciardo, direttore della Caritas Ugento – S. Maria di Leuca, che presenterà il Bilancio sociale 2024 della Caritas diocesana. Le conclusioni saranno di mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – S. Maria di Leuca. Al termine, alle ore 12.00, sarà benedetta la Mensa della Parrocchia ‘Trasfigurazione di N.S. Gesù Cristo’ di Taurisano presso l’oratorio di Via Casarano.

 Il ‘bilancio Caritas diocesano 2024’, che sarà illustrato da don Lucio Ciardo, andrà a raccontare la storia di uomini e donne che hanno incrociato i vari servizi promossi dalla Caritas diocesana e dalle Caritas parrocchiali dandogli l’opportunità di riscattarsi. Un documento utile a comprendere le dinamiche sociali, monitorare l’impatto delle diverse forme di povertà (non solo economica, ma anche abitativa, sanitaria, ecc.) e a orientare l’azione pastorale e sociale della Caritas stessa.

Nel Rapporto annuale dalla Caritas Italiana dal titolo ‘Fuori Campo –  Lo Sguardo Della Prossimità – Rapporto su povertà ed esclusione  sociale in Italia 2025’, presentato in occasione della IX Giornata Mondiale dei Poveri, svoltasi lo scorso 16 novembre, si evidenzia, secondo gli ultimi dati ISTAT, che in Italia la povertà assoluta coinvolge il 9,8% della popolazione, pari a oltre 5.700.000 persone, con 2.200.000 famiglie che vivono in condizioni di indigenza (l’8,4% dei nuclei familiari totali).

Un dato ancora più critico riguarda la vulnerabilità finanziaria: almeno 10 milioni di adulti in Italia dispongono di risparmi liquidi inferiori ai 2.000 euro, una somma ritenuta insufficiente per assorbire uno shock economico improvviso, come la perdita del lavoro o una malattia grave. Nel 2024, Caritas Italiana ha sostenuto 277.775 famiglie, pari a circa il 12% delle famiglie in povertà assoluta. Questo numero registra un aumento significativo: +3% rispetto al 2023 e un balzo del +62,6% rispetto al 2014.

La mensa, finanziata da Caritas Italiana con il contributo di FIPE, non sarà solo un luogo dove trovare un pasto caldo, ma anche un luogo di ascolto  e conviviale dove ognuno si sente a casa. Un’altra mensa si aggiunge nel territorio diocesano dopo le tre: la ‘Locanda della Fraternità’ a Tricase, la Mensa Solidale a Ugento e presso la Città della Domenica a Ruffano, ammodernate o realizzate, negli anni scorsi, grazie al contributo a fondo perduto erogato dal GAL Capo di Leuca.

Don Marco Pagniello, direttore della Caritas italiana, nell’introduzione del Rapporto ha scritto: “Il ‘fuori campo’ e ciò che non si vede, ma che pure da senso a tutto il resto. E’ la parte invisibile, laterale, quella che sfugge allo sguardo immediato, ma che sostiene la scena e che, se non ci fosse, anche ciò che generalmente osserviamo perderebbe il suo senso più profondo. Cosi è la povertà oggi: non sempre visibile, spesso silenziosa, frammentata, trasversale e multidimensionale”. Diretta Streaming – https://radiodelcapo.it

Papa Leone XIV chiede salvezza anche per i detenuti

“Il Vangelo di oggi ci fa visitare in carcere Giovanni il Battista, che si trova prigioniero a motivo della sua predicazione. Ciò nonostante, egli non perde la speranza, diventando per noi segno che la profezia, anche se in catene, resta una voce libera in cerca di verità e di giustizia. Dal carcere, infatti, Giovanni il Battista sente ‘parlare delle opere del Cristo’, che sono diverse da quelle che lui si aspettava. E allora manda a chiedergli: ‘Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?’ Chi cerca verità e giustizia, chi attende libertà e pace interroga Gesù. E’ proprio Lui il Messia, cioè il Salvatore promesso da Dio per bocca dei profeti?: dopo la recita dell’Angelus dell’ultima domenica giubilare dell’Anno Santo dedicata ai detenuti ed alle detenute papa Leone XIV ha invitato a non perdere la speranza dell’annuncio della giustizia e della verità.

E la risposta di Gesù è inequivocabile con l’invito a guardare le opere: “La risposta di Gesù porta lo sguardo su coloro che Lui ha amato e servito. Sono loro: gli ultimi, i poveri, i malati a parlare per Lui. Il Cristo annuncia chi è attraverso quello che fa. E quello che fa è per tutti noi segno di salvezza. Infatti, quando incontra Gesù, la vita priva di luce, di parola e di gusto ritrova senso: i ciechi vedono, i muti parlano, i sordi odono”.

Nei ‘poveri’ è possibile vedere Dio: “L’immagine di Dio, deturpata dalla lebbra, riacquista integrità e salute. Persino i morti, del tutto insensibili, tornano alla vita. Questo è il Vangelo di Gesù, la buona notizia annunciata ai poveri: quando Dio viene nel mondo, si vede!”

E dalla prigione si può essere liberato attraverso la parola di Gesù: Dalla prigione dello sconforto e della sofferenza ci libera la parola di Gesù: ogni profezia trova in Lui il compimento atteso. E’ Cristo, infatti, che apre gli occhi dell’uomo alla gloria di Dio. Egli dà parola agli oppressi, ai quali violenza e odio hanno tolto la voce; Egli vince l’ideologia, che rende sordi alla verità; Egli guarisce dalle apparenze che deformano il corpo”.

Quindi la Parola di Dio libera dal male, come scrive san Paolo nella lettera ai Filippesi: “Il Verbo della vita ci redime così dal male, che porta il cuore alla morte. Perciò, come discepoli del Signore, in questo tempo d’Avvento siamo chiamati a unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per quello che Dio fa nel mondo… Proprio con questo invito si apre la Santa Messa di oggi, terza domenica di Avvento, chiamata perciò domenica Gaudete. Gioiamo, dunque, perché Gesù è la nostra speranza soprattutto nell’ora della prova, quando la vita sembra perdere senso e tutto ci appare più buio, le parole ci mancano e fatichiamo ad ascoltare il prossimo”.

Mentre nell’omelia della celebrazione eucaristica di questa domenica della ‘gioia’ il papa ha ricordato l’invito di papa Francesco durante l’apertura della prima porta santa aperta nel carcere di Rebibbia: “Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, al di là di ogni barriera di spazio e di tempo, ci invitava a mantenere viva la fede nella vita che ci attende, e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore. Al tempo stesso, però, ci esortava a essere, con cuore generoso, operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo”.

Per questo ha invitato a non scoraggiarsi: “Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo riconoscere che, nonostante l’impegno di molti, anche nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare in questa direzione, e le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato ci ricordano che Dio è Colui che riscatta, che libera, e suonano come una missione importante e impegnativa per tutti noi. Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli.

Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”.

Per questo ha rilanciato l’amnistia: “A tal fine papa Francesco auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche ‘forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società’, ed ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento. Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare”.

In ciò consiste la profezia del battesimo, che conduce alla terra promessa: “Anche il Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla di questo. Giovanni il Battista, mentre predicava e battezzava, invitava il popolo a convertirsi e ad attraversare di nuovo, simbolicamente, il fiume, come al tempo di Giosuè, per entrare in possesso della nuova ‘terra promessa’, cioè di un cuore riconciliato con Dio e con i fratelli.

Ed è eloquente, in questo senso, la sua figura di profeta: era retto, austero, franco fino ad essere imprigionato per il coraggio delle sue parole (non era ‘una canna sbattuta dal vento’); eppure al tempo stesso era ricco di misericordia e di comprensione verso chi, sinceramente pentito, cercava con fatica di cambiare”.

Certo i problemi sono tanti ma il papa ha invitato affinchè tramite il ‘recupero’ tutti possano essere salvati: “Il Signore, però, al di là di tutto, continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto e che tutti ‘siano salvati’. Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio, questo è il suo Regno, a questo mira il suo agire nel mondo.

Mentre si avvicina il Natale, vogliamo abbracciare anche noi, con ancora più forza, il suo sogno, costanti nel nostro impegno e fiduciosi. Perché sappiamo che anche di fronte alle sfide più grandi non siamo soli: il Signore è vicino, cammina con noi e, con Lui al nostro fianco, sempre qualcosa di bello e gioioso accadrà”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a prepararsi al Natale

“Da pochi giorni sono rientrato dal mio primo viaggio apostolico, in Türkiye e in Libano. Con l’amato fratello Bartolomeo, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, e i Rappresentanti di altre confessioni cristiane, ci siamo incontrati per pregare insieme a İznik, l’antica Nicea, dove 1700 anni fa si tenne il primo Concilio ecumenico”: al termine della recita dell’Angelus odierno papa Leone XIV ha raccontato ai fedeli riuniti in piazza san Pietro il suo primo viaggio apostolico in Turchia ed in Libano in occasione dell’anniversario del Concilio di Nicea.

L’occasione di tale racconto è stata la ricorrenza della Dichiarazione comune tra cattolici ed ortodossi: “Proprio oggi ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione comune tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora, che poneva fine alle reciproche scomuniche. Rendiamo grazie a Dio e rinnoviamo l’impegno nel cammino verso la piena unità visibile di tutti i cristiani. In Türkiye ho avuto la gioia di incontrare la comunità cattolica: attraverso il dialogo paziente e il servizio a chi soffre, essa testimonia il Vangelo dell’amore e la logica di Dio che si manifesta nella piccolezza”.

Eppoi ha raccontato la realtà del Libano: “Il Libano continua a essere un mosaico di convivenza e mi ha confortato ascoltare tante testimonianze in questo senso. Ho incontrato persone che annunciano il Vangelo accogliendo gli sfollati, visitando i carcerati, condividendo il pane con chi si trova nel bisogno. Sono stato confortato dal vedere tanta gente per strada a salutarmi e mi ha commosso l’incontro con i parenti delle vittime dell’esplosione nel porto di Beirut”.

Ecco il valore della presenza papale: “I libanesi attendevano una parola e una presenza di consolazione, ma sono stati loro a confortare me con la loro fede e il loro entusiasmo! Ringrazio tutti coloro che mi hanno accompagnato con la preghiera. Cari fratelli e sorelle, quanto è avvenuto nei giorni scorsi in Türkiye e Libano ci insegna che la pace è possibile e che i cristiani in dialogo con gli uomini e le donne di altre fedi e culture possono contribuire a costruirla. Non lo dimentichiamo: la pace è possibile!”

Mentre prima della recita dell’Angelus ha chiesto di ‘concentrarsi’ sulla venuta di Dio nel mondo: “Il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento ci annuncia la venuta del Regno di Dio. Prima di Gesù, compare sulla scena il suo Precursore, Giovanni il Battista. Egli predicava nel deserto della Giudea dicendo: ‘Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!’

Nella preghiera del ‘Padre nostro’, noi chiediamo ogni giorno: ‘Venga il tuo regno’. Gesù stesso ce l’ha insegnato. E con questa invocazione ci orientiamo al Nuovo che Dio ha in serbo per noi, riconosciamo che il corso della storia non è già scritto dai potenti di questo mondo. Mettiamo pensieri ed energie a servizio di un Dio che viene a regnare non per dominarci, ma per liberarci. E’ un ‘vangelo’: una vera buona notizia, che ci motiva e ci coinvolge”.

Prendendo spunto dal ‘tono’ di Giovanni Battista il papa ha invitato ad essere ‘seri’ nella vita: “Certo, il tono del Battista è severo, ma il popolo lo ascolta perché nelle sue parole sente risuonare l’appello di Dio a non scherzare con la vita, ad approfittare del momento presente per prepararsi all’incontro con Colui che giudica in base alle opere e alle intenzioni del cuore, e non secondo le apparenze”.

Comunque il Regno di Dio è una ‘sorpresa’, in quanto dono: “Lo stesso Giovanni sarà sorpreso dal modo in cui il Regno di Dio si manifesterà in Gesù Cristo, nella mitezza e nella misericordia. Il profeta Isaia lo paragona a un germoglio: un’immagine non di potenza o di distruzione, ma di nascita e di novità. Sul germoglio che spunta da un tronco apparentemente morto, inizia a soffiare lo Spirito Santo con i suoi doni. Ognuno di noi può pensare a una sorpresa simile che gli è capitata nella vita”.

La stessa esperienza è stata vissuta da chi partecipò al Concilio Vaticano II: “E’ l’esperienza che la Chiesa ha vissuto con il Concilio Vaticano II, che si concludeva proprio sessant’anni fa: un’esperienza che si rinnova quando camminiamo insieme verso il Regno di Dio, tutti protesi ad accoglierlo e a servirlo. Allora non soltanto germogliano realtà che parevano deboli o marginali, ma si realizza ciò che umanamente si sarebbe detto impossibile”.

Un’esperienza che è necessaria per dare speranza al mondo: “Con le immagini del profeta: ‘Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà’. Sorelle e fratelli, come ha bisogno il mondo di questa speranza!”

Questo è l’invito a prepararsi al Regno di Dio: “Nulla è impossibile a Dio. Prepariamoci al suo Regno, facciamogli spazio. Il ‘più piccolo’, Gesù di Nazaret, ci guiderà! Lui che si è messo nelle nostre mani, dalla notte della sua nascita all’ora oscura della morte in croce, risplende sulla nostra storia come Sole che sorge. Un giorno nuovo è iniziato: svegliamoci e camminiamo nella sua luce!”

Questo è l’Avvento e tutto prepara al Natale: “Ecco la spiritualità dell’Avvento, tanto luminosa e concreta. Le luminarie lungo le strade ci ricordino che ognuno di noi può essere una piccola luce, se accoglie Gesù, germoglio di un mondo nuovo. Impariamo a farlo da Maria, nostra Madre, donna dell’attesa fiduciosa e della speranza”.

Mentre ieri il papa ha partecipato alla quarta edizione del Concerto per i poveri: “Questa sera, mentre le melodie toccavano i nostri animi, abbiamo avvertito il valore inestimabile della musica: non un lusso per pochi, ma un dono divino accessibile a tutti, ricchi e poveri. Perciò, nel rivolgere ad ognuno il mio saluto, sento in modo speciale la gioia di accogliere voi, fratelli e sorelle, per i quali oggi abbiamo vissuto questo concerto: grazie a tutti della vostra presenza!”

Per questo ha ricordato il pensiero agostiniano sul valore della musica: “Cari amici, la musica è come un ponte che ci conduce a Dio. Essa è capace di trasmettere sentimenti, emozioni, fino ai moti più profondi dell’animo, portandoli in alto, trasformandoli in una ideale scalinata che collega la terra e il cielo. Sì, la musica può elevare il nostro animo!

Non perché ci distrae dalle nostre miserie, perché ci stordisce o ci fa dimenticare i problemi o le situazioni difficili della vita, ma perché ci ricorda che non siamo solo questo: siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!”

Per questo ha ricordato i canti natalizi, che hanno rallegrato i pastori: “Non è un caso che la festa del Natale sia ricchissima di canti tradizionali, in ogni lingua, in ogni cultura. Come se non si potesse celebrare questo Mistero senza musica, senza inni di lode. Del resto, il Vangelo stesso ci dice che mentre Gesù nasceva nella stalla di Betlemme, in cielo c’era un grande concerto di angeli! E chi ha ascoltato quel concerto? A chi sono apparsi gli angeli? Ai pastori, che vegliavano di notte per fare la guardia al loro gregge”.

E’ stato un invito a prepararsi al Natale: “Carissimi, in questo tempo di Avvento, prepariamoci all’incontro con il Signore che viene! Facciamo in modo che i nostri cuori non si appesantiscano, non siano tutti presi da interessi egoistici e preoccupazioni materiali, ma che siano svegli, attenti agli altri, a chi ha bisogno; siano pronti ad ascoltare il canto d’amore di Dio, che è Gesù Cristo. Sì, Gesù è il canto d’amore di Dio per l’umanità. Ascoltiamo questo canto! Impariamolo bene, per poterlo cantare anche noi, con la nostra vita”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: vivere secondo il Vangelo

“Sono contento di incontrarvi in occasione del vostro 215° Capitolo Generale. Esso costituisce un ritorno alle fonti e al tempo stesso uno sguardo lanciato verso il futuro. Le due cose non possono essere separate: più si risale alle proprie origini, più si diventa capaci di creatività e di profezia… La prima sorgente a cui tornare sempre è il Vangelo… Prima di tutto, dunque, tornare al Vangelo”: ricevendo oggi i membri dell’Ordine dei Serviti, papa Leone XIV ha invitato a tornare alle fonti per guardare meglio al futuro, ascoltando il grido dei poveri, vivendo secondo il Vangelo.

La seconda sorgente riguarda la regola di sant’Agostino: “Il secondo ritorno è alla Regola (per voi, quella di S. Agostino), alle Costituzioni e al patrimonio di spiritualità che vi viene dalla vostra storia. Queste fonti vi offrono, in un certo senso, la ‘chiave esegetica’ con cui, con l’aiuto dello Spirito, leggere e interpretare ciò che la Parola di Dio vi dice”.

Mentre la terza sorgente è il ‘grido’ dei poveri come momento di grazia, espresso nel titolo del tema sceelto: “Infine, il terzo ritorno è all’ascolto del grido dei poveri. E’ un ritorno all’oggi come kairos, come momento di grazia in cui trova senso ciò che il Signore vi ha donato.

Lo esprime molto bene il tema che avete scelto per i vostri incontri: ‘Essere Servi in un mondo polarizzato, per edificare ciò che ci unisce valorizzando le differenze’. E perché possiate vivere al meglio questo triplice ritorno, non solo in questi giorni, ma sempre, vorrei raccomandarvi tre mezzi, tipici della vostra tradizione: la fraternità, il servizio e la spiritualità mariana”.

Perciò il papa ha sottolineato che l’ordine è stato fondato da un gruppo di persone, che hanno creduto alla fraternità: “In merito al primo, la fraternità, colpisce che l’Ordine dei Servi di Maria – caso pressoché unico nella storia delle fondazioni religiose – sia nato non attorno a un singolo fondatore, a un leader carismatico, ma a un gruppo di sette amici: un vero gruppo evangelico. Fondatore non è un uomo solo, ma più persone legate da una forte amicizia in Cristo”.

L’invito è stato quello di continuare a vivere nella fraternità: “In un mondo come il nostro, ciò è segno di un compito e di una vocazione particolare: vivere e portare fraternità, specialmente là dove gli uomini sono divisi a causa dei conflitti, della ricchezza, delle diversità culturali, della razza o della religione. In tutti questi contesti, voi siete chiamati ad essere portatori di amicizia e di pace, come lo furono i ‘Sette’ che, nelle loro città, pure divise da odi fratricidi, si fecero portatori di riconciliazione e di carità”.

Dalla fraternità deriva il servizio: “E’ significativo per voi che i primi membri dell’Ordine abbiano scelto di essere e di chiamarsi ‘Servi’, e che la fondazione stessa abbia mosso i suoi primi passi nel contesto di un ospizio per i poveri: l’Ospedale di Fonte Viva del Bigallo. Lì i vostri fondatori si sono messi a servizio dei malati, dei pellegrini, delle donne povere: insomma degli ultimi del loro tempo, donando loro tutti i beni che possedevano, per seguire nudi il nudo Signore.

Ed è l’esperienza di servire Dio nelle piaghe dei sofferenti che presto li ha portati all’incontro con Lui nella contemplazione del Monte Senario, ‘cor unum et anima una in Deum’. La vita secondo il Vangelo è così: è passione per Dio e per l’uomo, che conduce ad amare con la stessa intensità il cielo e la terra”.

Quindi da questo connubio derivano le scelte ‘giuste’: “Solo in questo connubio nascono e maturano le scelte giuste che, oggi come allora, permettono di essere presenti là dove il fratello e la sorella sono più feriti, là dove il Signore ci vuole. In questo senso, desidero incoraggiavi nel vostro servizio ai poveri (immigrati, carcerati, malati), come pure nell’impegno che portate avanti per la promozione di un’ecologia integrale a tutela del creato e delle persone nei luoghi in cui operate”.

Ma fraternità e servizio prendono vita dalla spiritualità mariana: “La più antica storia dell’Ordine ha dato ai Sette Fondatori il nome di ‘praecipui amatores dominae nostrae’, cioè grandi, speciali innamorati della Madonna, di Maria. Continuate a promuoverne nella Chiesa la devozione, fondata sulla Parola di Dio e con saldi riferimenti teologici ed ecclesiologici.

In proposito, è lodevole il lavoro che svolgete attraverso la Facoltà Teologica Marianum, come pure attraverso la cura pastorale dei tanti Santuari mariani a voi affidati. Carissimi, Maria, presente presso la Croce, forte, fedele, vi mostri come sostare accanto alle innumerevoli croci dove Cristo ancora patisce nei suoi fratelli, per portarvi conforto, comunione, aiuto e il prezioso pane dell’affetto”.

Precedentemente il papa aveva ricevuto alcuni fedeli lettoni in pellegrinaggio a Roma: “E’ bello vedere che mantenete viva questa tradizione del pellegrinaggio e che seguite le orme dei vostri antenati nella fede. Desidero esprimere la mia gratitudine per la vostra presenza qui, questa mattina, poiché Roma è sempre stata casa per tutti i cristiani, giacché è qui che i grandi apostoli Pietro e Paolo hanno dato la testimonianza suprema del Vangelo diventando martiri per la fede”.

Da qui l’invito a pregare per la pace: “Come sapete, papa Francesco ha visitato la Lettonia nel 2018, nel centenario dell’indipendenza della vostra nazione, e ha parlato delle difficoltà vissute in passato dal vostro Paese. Mentre l’attuale conflitto nella vostra regione può evocare ricordi di quei tempi turbolenti, è importante per tutti noi rivolgerci a Dio ed essere rafforzati dalla grazia di Dio quando ci troviamo di fronte a simili tribolazioni”.

Però la speranza deve essere coniugata con la fede: “Mentre la speranza ci rincuora, dobbiamo al tempo stesso unirla alla virtù della fede al fine di mantenere lo sguardo sul presente e vedere i molti modi in cui Dio ci sta benedicendo qui e ora. A tale riguardo, un pellegrinaggio svolge un ruolo importante nella nostra vita di fede, poiché ci offre il tempo e lo spazio per incontrare Dio più in profondità.

Ci allontana dalla routine e dal rumore della vita quotidiana e ci offre lo spazio e il silenzio per sentire più chiaramente la voce di Dio. Pertanto, vi incoraggio a usare questa opportunità di preghiera e aprirvi alla grazia di Dio, di modo che possa rafforzare la vostra fede e concedervi la pace che il mondo non può dare”.

(Foto: Santa Sede)

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