Tag Archives: Popoli
Maimone lancia ‘Religious Tourism for Peace’ per promuovere la pace e il dialogo tra i popoli
In un contesto internazionale segnato da conflitti, tensioni e crisi umanitarie, con particolare riferimento alla guerra in Iran che coinvolge civili e comunità religiose, emerge con urgenza la necessità di strumenti capaci di favorire il dialogo, l’incontro e la costruzione di ponti tra i popoli. Il turismo religioso si configura, in questo scenario, non come semplice esperienza di viaggio, ma come pratica di mediazione culturale, spirituale e umanitaria, capace di promuovere comprensione, tolleranza, coesione sociale, rispetto per la vita e la salvaguardia dei valori universali.
Secondo Biagio Maimone, coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso (RMRT), intervistato da una radio locale, “il turismo religioso non si limita a un fenomeno ricreativo, ma costituisce un percorso complesso di interazione culturale, spirituale e filosofica. I cammini di fede rappresentano esperienze di apprendimento, introspezione e confronto che vanno al di là della semplice visita turistica. Favoriscono la nascita di un nuovo umanesimo, fondato sul dialogo tra culture e sulla costruzione di legami duraturi tra le comunità, radicati nel rispetto della vita, nella fraternità e nella solidarietà universale”.
Maimone sottolinea la necessità di promuovere e difendere il turismo religioso, evitando che sia ridotto a mero prodotto commerciale: “Va valorizzato e tutelato e per questo è indispensabile istituire una sede istituzionale dedicata, che coordini le politiche nazionali, favorisca la formazione degli operatori e garantisca un approccio etico, rispettoso dei luoghi sacri, delle comunità ospitanti e della sacralità della vita”.
Il coordinatore richiama il magistero di papa Francesco, che pone al centro della riflessione ecclesiale il dialogo interculturale, la fraternità e l’incontro tra popoli come strumenti fondamentali per la pace globale. Evoca anche la figura storica di papa Leone XIV, simbolo di come la spiritualità possa costruire legami duraturi tra fede, cultura e territorio, e rappresenti un esempio per un turismo religioso in grado di generare coesione sociale, responsabilità civica e un profondo rispetto per la vita e la dignità umana.
Secondo Maimone, “l’organismo istituzionale proposto avrebbe il compito di promuovere il turismo religioso come veicolo di pace e dialogo tra i popoli, coordinare le politiche nazionali e internazionali, valorizzare i territori rispettando le loro identità culturali e spirituali, sostenere percorsi formativi per operatori specializzati, garantire che i luoghi sacri siano tutelati da logiche commerciali preservandone il significato profondo, e diffondere la cultura della pace, dell’incontro e della vita attraverso esperienze di pellegrinaggio e percorsi spirituali”.
Maimone evidenzia come “il turismo religioso rappresenti, soprattutto in un periodo segnato da conflitti come quello in Medio Oriente, una concreta opportunità di costruzione di ponti tra culture e comunità diverse. Non si tratta solo di visitare un luogo sacro, ma di vivere un’esperienza che educa alla comprensione reciproca, rafforza la coesione sociale, nutre lo spirito e contribuisce a sviluppare un nuovo umanesimo globale fondato sulla pace, sulla vita, sulla cultura del dialogo e sulla fratellanza tra i popoli.
No alla guerra, sì alla pace. Il turismo religioso unisce, collega e sviluppa la cultura della pace e la cura dei territori, promuovendo la cooperazione tra popoli di diversa etnia e religione senza alcuna distinzione. ‘Religious Tourism for Peace’ è lo slogan della Rete Mondiale del Turismo Religioso: un invito universale a viaggiare con il cuore, a comprendere, rispettare e proteggere la vita in tutte le sue forme, costruendo un mondo più giusto, solidale, pacifico e spiritualmente consapevole”.
La Rete Mondiale del Turismo Religioso nasce con l’obiettivo di sviluppare pace, dialogo interculturale, rispetto della vita e coesione tra i popoli, affermandosi come piattaforma internazionale per il rilancio umano e sociale dei territori e delle comunità. In un mondo sempre più interconnesso ma diviso da guerre e tensioni, il turismo religioso può diventare un laboratorio di pace, un mezzo per promuovere il dialogo interculturale, rafforzare la cultura della pace e costruire ponti tra i popoli.
Guerra in Iran: la Rete Mondiale del Turismo Religioso per la pace e il dialogo tra i popoli
In un contesto internazionale segnato da conflitti, tensioni e crisi umanitarie, con particolare riferimento alla guerra in Iran che coinvolge civili e comunità religiose, emerge con urgenza la necessità di strumenti capaci di favorire il dialogo, l’incontro e la costruzione di ponti tra i popoli. Il turismo religioso si configura, in questo scenario, non come semplice esperienza di viaggio, ma come pratica di mediazione culturale, spirituale e umanitaria, capace di promuovere comprensione, tolleranza, coesione sociale, rispetto per la vita e la salvaguardia dei valori universali.
Secondo Biagio Maimone, coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso (RMRT), intervistato da una radio locale, “il turismo religioso non si limita a un fenomeno ricreativo, ma costituisce un percorso complesso di interazione culturale, spirituale e filosofica. I cammini di fede rappresentano esperienze di apprendimento, introspezione e confronto che vanno al di là della semplice visita turistica. Favoriscono la nascita di un nuovo umanesimo, fondato sul dialogo tra culture e sulla costruzione di legami duraturi tra le comunità, radicati nel rispetto della vita, nella fraternità e nella solidarietà universale”.
Maimone sottolinea la necessità di promuovere e difendere il turismo religioso, evitando che sia ridotto a mero prodotto commerciale: “Va valorizzato e tutelato e per questo è indispensabile istituire una sede istituzionale dedicata, che coordini le politiche nazionali, favorisca la formazione degli operatori e garantisca un approccio etico, rispettoso dei luoghi sacri, delle comunità ospitanti e della sacralità della vita”.
Il coordinatore richiama il magistero di papa Francesco, che pone al centro della riflessione ecclesiale il dialogo interculturale, la fraternità e l’incontro tra popoli come strumenti fondamentali per la pace globale. Evoca anche la figura storica di papa Leone XIV, simbolo di come la spiritualità possa costruire legami duraturi tra fede, cultura e territorio, e rappresenti un esempio per un turismo religioso in grado di generare coesione sociale, responsabilità civica e un profondo rispetto per la vita e la dignità umana.
Secondo Maimone, “l’organismo istituzionale proposto avrebbe il compito di promuovere il turismo religioso come veicolo di pace e dialogo tra i popoli, coordinare le politiche nazionali e internazionali, valorizzare i territori rispettando le loro identità culturali e spirituali, sostenere percorsi formativi per operatori specializzati, garantire che i luoghi sacri siano tutelati da logiche commerciali preservandone il significato profondo, e diffondere la cultura della pace, dell’incontro e della vita attraverso esperienze di pellegrinaggio e percorsi spirituali”.
Maimone evidenzia come “il turismo religioso rappresenti, soprattutto in un periodo segnato da conflitti come quello in Medio Oriente, una concreta opportunità di costruzione di ponti tra culture e comunità diverse. Non si tratta solo di visitare un luogo sacro, ma di vivere un’esperienza che educa alla comprensione reciproca, rafforza la coesione sociale, nutre lo spirito e contribuisce a sviluppare un nuovo umanesimo globale fondato sulla pace, sulla vita, sulla cultura del dialogo e sulla fratellanza tra i popoli.
No alla guerra, sì alla pace. Il turismo religioso unisce, collega e sviluppa la cultura della pace e la cura dei territori, promuovendo la cooperazione tra popoli di diversa etnia e religione senza alcuna distinzione. ‘Religious Tourism for Peace’ è lo slogan della Rete Mondiale del Turismo Religioso: un invito universale a viaggiare con il cuore, a comprendere, rispettare e proteggere la vita in tutte le sue forme, costruendo un mondo più giusto, solidale, pacifico e spiritualmente consapevole”.
La Rete Mondiale del Turismo Religioso nasce con l’obiettivo di sviluppare pace, dialogo interculturale, rispetto della vita e coesione tra i popoli, affermandosi come piattaforma internazionale per il rilancio umano e sociale dei territori e delle comunità. In un mondo sempre più interconnesso ma diviso da guerre e tensioni, il turismo religioso può diventare un laboratorio di pace, un mezzo per promuovere il dialogo interculturale, rafforzare la cultura della pace e costruire ponti tra i popoli.
Epifania del Signore: la manifestazione al mondo
Il termine ‘Epifania’, nome di origine greco, significa manifestazione, rivelazione. Le prime tre manifestazioni della divinità di Gesù, che la Liturgia ci ricorda, sono quella ai pastori di Betlemme, quella ai Magi, venuti dall’Oriente, e poi alle nozze di Cana quando trasformò l’acqua in vino. Sotto le sembianze di un bambino appena nato nessuno avrebbe potuto scorgere il Messia atteso da secoli; il Bambino preannunziato da Dio, dopo il peccato originale: ‘Metterò inimicizia tra te e la donna, disse Dio a satana, tra il seme tuo e il seme di Lei’.
Nella pienezza dei tempi ‘Il Verbo si fece carne’, Gesù viene sulla terra, assume a sé la natura umana, nasce in mezzo al popolo che Dio stesso si era prescelto. I profeti nei secoli lo avevano preannunciato significando anche il luogo di nascita ‘Betlemme’ ed anche la stirpe ‘figlio di David’. La sua nascita è contrassegnata da una luce: la luce che la notte di natale è brillata a Betlemme illuminando la grotta; gli Angeli splendenti che annunziarono i pastori, e questi subito accorsero per adorare il Bambino; anche una luce, una stella compare in oriente per annunciare ai popoli il neonato Messia.
Gesù infatti non si era incarnato solo per il popolo eletto ma per salvare tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Dio parla sempre un linguaggio assai chiaro, adeguato all’interlocutore. Ai pastori, figli del popolo eletto, parla attraverso gli Angeli, al mondo attraverso una stella: l’astronomia era la grande scienza dell’umanità; una stella, che è un messaggio che fa riflettere, che guida l’uomo alla ricerca di Dio; i Magi, uomini di cultura, interpretano il messaggio e partono alla ricerca nel neonato Bambino divino.
L’Epifania è sempre un mistero di luce, significata oggi dalla stella, che guida i popoli a Cristo. Misterioso disegno divino: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre. Oggi è la festa dell’Epifania: i Magi non si arrestarono davanti alle difficoltà sopravvenuti: usano tutte le risorse umane, chiedono, affrontano un lungo e difficoltoso viaggio anche quando scompare la stella, si informano, cercano e Dio premia la loro fede e la loro costanza. Arrivano a Gerusalemme, la capitale del regno, vengono inviati a Betlemme e, ricomparsa la stella, sono guidati dove si trova Gesù con Maria e Giuseppe.
Sono uomini dalla fede profonda e non si prostituiscono al potere politico; Erode, il re, stupito, meravigliato del loro arrivo, interroga i sacerdoti e gli scribi, si informa sul tempo in cui era comparsa la stella e li invia a Betlemme: ‘Andate, cercate il Bambino e, trovatolo, fatemelo sapere perché io venga ad adorarlo’; nel suo cuore già aveva deciso di eliminarlo. Erode, gli scribi, i sacerdoti erano gente che alla luce preferivano le tenebre perché nel loro cuore non c’era fede ma malvagità, egoismo, cattiveria e la tenebra che oscura il cuore e la mente.
I Magi partono da Gerusalemme e la luce ancora una volta si fa viva, la luce si ferma là dove c’era la sorgente della luce: Cristo Gesù. I Magi entrano, ascoltano Maria, adorano il divino Bambino e si inebriano della vera luce. Misterioso disegno divino è la luce, ma gli uomini spesso preferiscono le tenebre. Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre perché Dio è l’amore; così gli angeli cantano: gloria a Dio e pace agli uomini e, purtroppo l’umanità pensa solo alle armi, alla guerra, all’odio, alla distruzione; questo uomo ha già creato le armi per autodistruggersi e, dopo due mila anni di cristianesimo la armi ancora oggi seminano distruzione e morte.
Ma Gesù è venuto per salvare l’uomo e a chi risponde alla sua chiamata, ha assicurato un posto nel regno dei cieli. La festa di oggi è il grande mistero della chiamata di Dio, la chiamata dei popoli alla fede, alla luce, alla fratellanza, all’amore. Il mistero dell’Epifania è un movimento di irradiazione verso l’esterno (la chiamata dei popoli alla conversione); è un movimento di attrazione verso il centro, verso la Gerusalemme celeste, alla ricerca del messia predetto dai profeti. Non esiste ormai più l’ebreo ed il pagano, ma esiste l’uomo chiamato alla salvezza.
I Magi adorarono il Bambino Gesù tra le braccia di Maria e alla sorgente della vera luce offrirono i loro doni: oro (per adorare la regalità di Cristo), incenso (per adorare la sua divinità) e mirra (per riconoscere la sua umanità, l’essere divenuto nostro fratello per vincere la morte, frutto del peccato).
La festa dell’Epifania è la festa della Chiesa alla quale Gesù affida ancora oggi la missione: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi: andate, fate miei discepoli tutta la gente’; è la festa della Chiesa chiamata ad estendere la luce di Cristo a tutte le genti e a continuare l’Epifania del Signore. La tua luce, Signore, ci accompagni sempre, in ogni luogo, in ogni momento. Aiutato da Maria e Giuseppe, Gesù fu costretto a fuggire in Egitto; noi, aiutati da Cristo Gesù, che è morto e risorto, sorretti dalla santa madre di Dio e madre nostra, con fede, con fiducia grande e amore profondo irradiamo la luce di Cristo nel cuore, nella famiglia e in mezzo al popolo santo di Dio.
Papa Leone XIV all’ACR: nel presepe c’è spazio per tutti
“Che bello incontrarci a pochi giorni dal Natale del Signore! Saluto con affetto tutti voi, il Presidente nazionale, l’Assistente ecclesiastico generale, insieme all’équipe nazionale dell’ACR, agli educatori e ai collaboratori che vi accompagnano. Vi ringrazio molto sinceramente per l’entusiasmo che esprimete e che condividete con noi altri, molto bello, veramente testimoniando la bellezza della fede e la bellezza dell’Azione Cattolica. Il nome della vostra associazione dice bene la sua identità: siete discepoli di Gesù, testimoni del suo Vangelo e compagni di viaggio insieme con tutta la Chiesa”.
Rivolgendosi ai giovani dell’Azione Cattolica Italiana, papa Leone XIV ricorda che l’autentica riconciliazione non è una mera ‘assenza di guerre’, ma vera ‘amicizia fra i popoli’. Essa germoglia dalle relazioni quotidiane, i cui doni sono ben più lucenti ‘di quelli che si possono comprare nei negozi’ in vista del Natale.
Maria e Giuseppe, i pastori, l’asino e il bue: il presepe è la manifestazione più immediata e visiva di come, accanto a Gesù, nessuno sia escluso: “Durante l’Avvento avete certamente preparato il presepio nelle case, nelle scuole, in parrocchia. Mentre guardate san Giuseppe e la Madonna, i pastori, l’asino e il bue, vedete realizzato il titolo del vostro percorso associativo di quest’anno: ‘C’è spazio per tutti’.
Sì, attorno al Signore, che si fa uomo per salvarci, c’è spazio per tutti! Egli fa posto ad ogni persona, ad ogni bambino, ragazzo, giovane e anziano. Quando il Figlio di Dio viene nel mondo non trova spazio in una casa, ma bussa al nostro cuore proprio mentre apre il suo per accogliere tutti con amore”.
Ed agli acierrini ha chiesto di seguire l’esempio di san Piergiorgio Frassati e di san Carlo Acutis: “Perciò, quando pregate davanti al presepio, chiedete di poter essere come quegli angeli che annunciano la gloria di Dio e la pace agli uomini. Questa pace è l’impegno di ogni persona di buona volontà, e soprattutto di noi cristiani, che siamo chiamati non solo a essere buoni, ma a diventare migliori ogni giorno.
A diventare santi, come Pier Giorgio Frassati, che faceva parte dell’Azione Cattolica, e come Carlo Acutis: vi incoraggio a imitare la loro passione per il Vangelo e le loro opere, sempre animate dalla carità. Agendo come loro, il vostro annuncio di pace sarà luminoso, perché in compagnia di Gesù sarete davvero liberi e felici, pronti a tendere la mano al prossimo, soprattutto a chi è in difficoltà”.
E’ stato un invito a seguire la strada della pace, che è prerogativa dell’Azione Cattolica Italiana: “Carissimi, la nascita del Principe della pace (cfr Is 9,6) ci rivela il senso autentico di questa parola, pace, che non è soltanto un’assenza di guerre, ma un’amicizia fra i popoli fondata sulla giustizia”.
E la pace si costruisce quotidianamente: “Tutti noi desideriamo questa pace per le nazioni ferite dai conflitti, ma ricordiamoci che la concordia e il rispetto iniziano dalle nostre relazioni quotidiane, dai gesti e dalle parole che scambiamo in casa, in parrocchia, con i compagni di scuola, nello sport. Perciò, prima della santa notte di Natale, pensate a una persona con la quale fare pace: sarà un regalo più prezioso di quelli che si possono comprare nei negozi, perché la pace è un dono che si trova, davvero, solo nel cuore”.
Inoltre sabato 10 gennaio el Giubileo in Aula Paolo VI papa Paolo VI incontrerà gli adolescenti e i giovani romani incontreranno Papa Leone XIV e potranno ascoltare le sue parole. Con loro, ad accompagnarli in questo incontro con il papa, il vicario, card. Baldo Reina, che aveva annunciato l’appuntamento durante la ‘Notte in cattedrale’ di preghiera dello scorso 21 novembre, e che ha rinnovato l’invito con una lettera: “Sarà un momento prezioso e di gioia per il quale vi invito a incoraggiare la partecipazione dei ragazzi delle vostre parrocchie, esortandoli a viverlo come un’occasione importante per ascoltare le parole del nostro Vescovo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita ad accogliere le nuove culture in Europa
“Vi do il benvenuto, membri del Comitato misto del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CECC) e della Conferenza delle Chiese Europee (CEC), con queste parole dell’Apostolo delle Nazioni, il cui luogo di martirio avete scelto di firmare la vostra nuova Charta Oecumenica. Certamente, le sfide che i cristiani devono affrontare sul percorso ecumenico sono in continua evoluzione. Così, venticinque anni dopo la prima firma della Charta, è stato necessario rivedere il contesto del documento, per considerare nuovamente la situazione in Europa, così come le attuali preoccupazioni comuni per la missione di annunciare il Vangelo”: nel saluto ai membri del CCEE, del CEC e ai rappresentanti delle Chiese cristiane d’Europa, firmatari della Charta Oecumenica, papa Leone XIV ha sottolineato ‘segni positivi e incoraggianti’ in alcune parti del continente, pur rilevando che diverse comunità ecclesiali percepiscono ‘di essere sempre più una minoranza’.
Inoltre il papa ha sottolineato che in Europa ci sono nuovi popoli con cui instaurare relazioni: “Inoltre, la situazione attuale comprende le nuove generazioni e i popoli arrivati di recente con storie ed espressioni culturali estremamente varie. Ci sono quindi molte nuove voci da ascoltare e storie da accogliere attraverso incontri quotidiani e relazioni più strette, per non parlare dell’urgenza di promuovere il dialogo, l’armonia e la fratellanza nel mezzo dello schianto di violenza e guerra, i cui echi risuonano in tutto il continente. In tutte queste situazioni, la grazia, la misericordia e la pace del Signore sono veramente vitali, perché solo l’aiuto divino ci indicherà il modo più convincente per annunciare Cristo in questi contesti molto difficili”.
Davanti a queste sfide la Charta Oecumenica è un’opportunità di annunciare il Vangelo: “Crediamo che Dio Onnipotente parli attraverso e attraverso il Suo popolo santo. Lo ama e lo arricchisce con i suoi doni divini perché possa crescere ed entrare nella pienezza di Dio. Da parte sua, la nuova Charta Ecumenica è una testimonianza della volontà delle Chiese in Europa di guardare alla nostra storia attraverso gli occhi di Cristo.
Inoltre, con l’aiuto dello Spirito Santo, potremo capire dove ci siamo riusciti, dove abbiamo fallito e dove dobbiamo andare per annunciare di nuovo il Vangelo. La Charta Oecumenica non solo suggerisce metodi, ma sottolinea anche la necessità di avere compagni di viaggio e offre possibili strade da percorrere. Così facendo, restiamo sempre aperti ai suggerimenti e alle sorprese dello Spirito Santo!”
Per questo il cammino sinodale è ecumenico: “Nella Chiesa cattolica, il cammino sinodale è ecumenico, così come il cammino ecumenico è sinodale. A questo proposito, la nuova Charta Oecumenica sottolinea il percorso comune intrapreso dai cristiani di diverse tradizioni in Europa, in grado di ascoltarsi e di discernere insieme per predicare il Vangelo in modo più efficace.
Uno dei risultati più significativi del processo di revisione della Charta Oecumenica è stata la capacità di adottare una visione comune delle sfide attuali e di stabilire priorità per il futuro del continente, pur mantenendo una forte fiducia nell’importanza infinita del Vangelo. In un certo senso, questo può essere descritto come uno sforzo “sinodale” per camminare insieme”.
A tal proposito ha ricordato il prossimo primo viaggio a Nicea, dove si svolse il Concilio: “Come sapete, sto per andare nel luogo in cui si è svolto il Concilio di Nicea, per incontrare i leader delle Chiese e i leader delle comunità cristiane e pregare con loro, celebrando Gesù Cristo insieme come nostro Signore e Salvatore. In questo Anno Giubilare, desidero anche annunciare a tutti i popoli d’Europa che ‘Gesù Cristo è la nostra speranza’, perché è sia il cammino che dobbiamo seguire, sia la destinazione ultima del nostro pellegrinaggio spirituale”.
Per questo il giorno prima è stato firmato a Roma, presso l’Abbazia delle Tre Fontane, la versione aggiornata della Charta Œcumenica, pietra miliare della cooperazione ecumenica europea da oltre due decenni. La Charta riveduta cerca di affrontare le sfide contemporanee e di riflettere le realtà in evoluzione della società e del cristianesimo europeo. Il processo di revisione, iniziato nel 2022, è stato guidato da un gruppo di lavoro congiunto CEC-CCEE. I contributi delle Chiese e delle organizzazioni ecumeniche di tutta Europa sono stati presi in considerazione con attenzione, per garantire che il testo aggiornato sia in linea con le attuali esigenze ecumeniche. Questo sforzo di collaborazione mira a produrre un documento che promuova l’unità, la pace e l’azione congiunta tra le Chiese europee.
(Foto: Santa Sede)
Da Roma un invito ad osare la pace
“Donne e uomini di differenti religioni, cercatori di pace, amici del dialogo, persone di buona volontà, ci siamo raccolti a Roma. Ci siamo ascoltati. Abbiamo pregato per la pace secondo le nostre diverse tradizioni religiose, portando nel cuore il dolore di tanti popoli per le guerre in corso. Abbiamo constatato le scandalose disuguaglianze, il disinteresse verso il creato e la vita delle future generazioni.
Abbiamo compreso ancor più profondamente che davvero ‘ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato’, che è ‘un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male’.
E’ questo il tempo di osare, per aprire vie di pace. Non si può aspettare. Non possono aspettare milioni di bambini, anziani, donne, uomini che subiscono le conseguenze della guerra”: con un appello alla pace attraverso frasi tratte dall’esortazione apostolica ‘Fratelli tutti’ si è concluso a Roma l’evento ‘Osare la pace’, l’incontro internazionale organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio alla presenza dei leader religiosi di tutto il mondo.
Nell’appello conclusivo si è sottolineato che non c’è ‘futuro senza l’altro’: “La pace è la domanda inascoltata di popoli interi, dei profughi, dei bambini, delle donne. Non c’è futuro se la guerra si sostituisce alla diplomazia e al dialogo nella soluzione dei conflitti”.
E’ stato un impegno per impegnarsi nel dialogo: “Per questo impegniamo noi stessi e chiediamo ai responsabili del mondo un cambiamento di paradigma: rimettiamo al centro la comunità umana. Impariamo di nuovo l’arte del vivere insieme. Costruiamo ponti e non muri. Fermiamo le guerre e apriamo il tempo della riconciliazione, per una sicurezza fondata sul dialogo e non sull’escalation della produzione e della minaccia delle armi. Le future generazioni ringrazieranno chi ha avuto il coraggio di osare per la pace. Abbandoniamo il tempo della forza e inoltriamoci nel tempo del dialogo e della negoziazione, che solo può dare pace e sicurezza”.
Ed un impegno importante possono offrirlo le religioni: “Le religioni offrono quello che hanno ricevuto da Dio: l’amore, la sapienza, il valore della vita, il perdono. Sono fermamente consapevoli che i popoli formano un’unica comunità, con un destino comune. Rivolgono con fede la loro preghiera perché si spenga ogni odio e sia consolato ogni cuore affranto. Nessuna guerra è santa, solo la pace è santa!”
Nel saluto conclusivo il presidente della Comunità di Sant’Egidio, prof. Marco Impagliazzo, ha sottolineato il soffio dello spirito di Assisi: “Cari amici, nonostante i venti di guerra, lo spirito di Assisi soffia ancora. Lo abbiamo visto in tutti questi anni stringendoci gli uni gli altri, scegliendo di resistere alla forza del male con le armi povere dell’incontro, del dialogo, della preghiera. Kondo Koko, sopravvissuta all’atomica di Hiroshima, ci ha trasmesso un messaggio fondamentale a partire dalla sua sofferenza: ‘è la guerra che dovremmo odiare, mai le persone!’ E continueremo a resistere con voi tutti che siete in questa piazza e altrove, pellegrini di pace!”
E’ stato un invito ad ‘osare la pace’: “Abbiamo cercato di non dimenticare nessuno, con la preghiera e con la memoria. Dai nostri incontri sono nate concrete iniziative di pace. Perché la pace è sempre possibile!
Osare la pace è liberare la grande energia di dialogo e di bene che c’è in ogni religione, in ogni uomo e in ogni donna. Anche se il presente appare spesso buio, noi guardiamo con trepidazione ‘alle scintille di speranza’ che abbiamo sostenuto in questi giorni a Roma. Che arrivino a tutti i popoli, perché (lo ripetiamo ancora) la pace è sempre possibile!”
La cerimonia conclusiva è stata ‘impreziosita’ dalla testimonianza di Malla Alì Omar, medico chirurgo sudanese, a 31 anni è arrivato in Italia all’inizio di questo mese con il corridoio umanitario dall’Etiopia: “Ma mentre parlo qui oggi, il mio cuore è ancora in Sudan. A El-Fashir, le persone vivono sotto assedio da più di due anni, senza cibo, medicine, speranza. Le madri danno ai propri figli cibo per animali pur di tenerli in vita. Chi non muore per i proiettili, muore lentamente di fame.
Vi prego, vi chiedo, pregate per il Sudan. Pregate per El-Fashir. Pregate perché la pace torni nel mio Paese, e in ogni nazione lacerata dalla guerra. Ricordiamo: la pace non è solo l’assenza di guerra, ma la presenza dell’amore, della dignità e dell’umanità”.
Comunque l’intervento più atteso era quello di papa Leone XIV, che ha ringraziato per questi giorni di preghiera per la pace: “Il mondo ha sete di pace: ha bisogno di una vera e solida epoca di riconciliazione, che ponga fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto. Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli! Noi oggi, insieme, manifestiamo non solo la nostra ferma volontà di pace, ma anche la consapevolezza che la preghiera è una grande forza di riconciliazione”.
Ha messo in guardia da chi usa la religione per portare la guerra: “Chi non prega abusa della religione, persino per uccidere. La preghiera è un movimento dello spirito, un’apertura del cuore. Non parole gridate, non comportamenti esibiti, non slogan religiosi usati contro le creature di Dio. Abbiamo fede che la preghiera cambi la storia dei popoli. I luoghi di preghiera siano tende dell’incontro, santuari di riconciliazione, oasi di pace”.
E’ stata una proposta di ‘attivare’ la cultura della riconciliazione: “La cultura della riconciliazione vincerà l’attuale globalizzazione dell’impotenza, che sembra dirci che un’altra storia è impossibile. Sì, il dialogo, il negoziato, la cooperazione possono affrontare e risolvere le tensioni che si aprono nelle situazioni conflittuali. Devono farlo! Esistono le sedi e le persone per farlo…
Questo è l’appello che noi leader religiosi rivolgiamo con tutto il cuore ai governanti. Facciamo eco al desiderio di pace dei popoli. Ci facciamo voce di chi non è ascoltato e non ha voce. Bisogna osare la pace! E se il mondo fosse sordo a questo appello, siamo certi che Dio ascolterà la nostra preghiera e il lamento di tanti sofferenti. Perché Dio vuole un mondo senza guerra. Egli ci libererà da questo male!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a pregare per la pace
“Venerdì prossimo, 22 agosto, celebreremo la memoria della Beata Vergine Maria Regina. Maria è Madre dei credenti qui sulla terra ed è invocata anche come Regina della pace. Mentre la nostra terra continua ad essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo, invito tutti i fedeli a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso. Maria, Regina della pace, interceda perché i popoli trovino la via della pace”: al termine dell’udienza generale di mercoledì scorso papa Leone XIV ha invitato ad una giornata di digiuno e di preghiera per la pace.
Aderendo a tale invito la Chiesa italiana ha chiesto alle comunità ecclesiali di invocare il dono della riconciliazione “per la nostra Terra che, ha sottolineato il Pontefice, ‘continua ad essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina, e in molte altre regioni del mondo’.
Ci uniamo al pressante appello del Santo Padre: il perdurare di situazioni di violenza, odio e morte ci impegna a intensificare la preghiera per una pace disarmata e disarmante, supplicando la Beata Vergine Maria Regina della Pace di allontanare da ogni popolo l’orrore della guerra e di illuminare le menti di quanti hanno responsabilità politiche e diplomatiche”.
A questo momento di digiuno e preghiera aderisce anche il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo, unitamente a ‘Rete Mare Nostrum’, proponendo alla riflessione le parole di papa Leone XIV: “il Signore ci conceda pace e giustizia, asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti… mentre la nostra terra continua a essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo”.
Pure le ACLI aderiscono alla giornata di digiuno e preghiera: “L’invito del Santo Padre, rivolto anzitutto ai cattolici ma aperto a tutte le donne e agli uomini di buona volontà, è un appello forte e urgente: unire le forze spirituali, morali e civili per spegnere i focolai di guerra ancora in corso e, soprattutto, per sanare i cuori e le menti accecati dall’odio e dalla logica del dominio politico ed economico”.
Le ACLI inoltre esprimono profonda preoccupazione e ferma condanna per l’inizio dell’invasione di Gaza City, che rischia di trasformarsi in una catastrofe umanitaria: “L’uso della forza e la devastazione di intere comunità non potranno mai essere una soluzione: a pagarne il prezzo sono sempre gli innocenti, in particolare i bambini, le donne e i più fragili. La pace non nasce mai per caso: si costruisce con la preghiera, con lo studio, con l’azione sociale e politica, con il coraggio del dialogo e del perdono. E’ quella pace ‘disarmata e disarmante’ che papa Leone XIV ci richiama fin dal primo giorno del suo pontificato”.
In questo percorso si inserisce anche la carovana ‘Peace at Work’, che partirà da Palermo martedì 2 settembre per attraversare l’Italia ed arrivare a Strasburgo: “Un cammino concreto e popolare per seminare speranza, dialogo e pace nei territori, insieme ai giovani, alle comunità locali e a tutte le persone di buona volontà”.
Inoltre il Meeting dell’Amicizia tra i Popoli di Rimini accoglie con gratitudine l’appello di papa Leone XIV ‘a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso’.
La giornata indicata dal papa coincide con la prima giornata del Meeting, che si aprirà con il convegno ‘Madri per la pace’, nel quale interverranno Layla al-Sheik ed Elana Kaminka, madri israeliane e palestinesi unite dal dolore della perdita di un figlio nel conflitto, insieme a suor Aziza, religiosa eritrea impegnata da anni nei percorsi di riconciliazione in Israele e nei Territori Palestinesi.
Ma il tema della pace attraverserà tutto il meeting dell’amicizia tra i popoli con altre testimonianze, come quelle di Masao Tomonaga e Toshiyuki Mimaki, sopravvissuti alla bomba atomica e premi Nobel per la Pace 2024, ma anche approfondimenti sulla libertà religiosa e la presenza dei cristiani in luoghi di conflitto, tra gli altri la Siria, il Sud Sudan, l’Ucraina ed il Myanmar.
Papa Leone XIV al Corpo Diplomatico: pace, giustizia e verità per costruire relazioni
Nel primo incontro con il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede papa Leone XIV ha ringraziato il decano degli ambasciatori, George Poulides, ambasciatore di Cipro, per il saluto rivoltogli attraverso l’affermazione: “Il Conclave ha sapientemente donato al mondo una guida spirituale e morale che ha maturato la propria sensibilità in un’esperienza pastorale vissuta a contatto diretto con le sfide del nostro tempo”. Nel ricordo di papa Francesco il decano si è soffermato sulla spiritualità agostiniana del papa, sottolineando che le parole di sant’Agostino ancora oggi sono “la chiave per aprire le porte della pace, capaci per superare le logiche dell’indifferenza e della contrapposizione, per riscoprire la via della compassione come fondamento del vero dialogo tra le nazioni, tra le religioni, tra gli uomini”.
Infatti nel discorso papa Leone XIV ha sottolineato la necessità di essere famiglia di popoli: “Nel nostro dialogo, vorrei che prevalesse sempre il senso di essere una famiglia (la comunità diplomatica rappresenta infatti l’intera famiglia dei popoli), che condivide le gioie ed i dolori della vita e i valori umani e spirituali che la animano. La diplomazia pontificia è, infatti, un’espressione della cattolicità stessa della Chiesa e, nella sua azione diplomatica, la Santa Sede è animata da una urgenza pastorale che la spinge non a cercare privilegi ma ad intensificare la sua missione evangelica a servizio dell’umanità”.
In questo senso ha ricordato il pensiero di papa Francesco, sempre attento al grido dei poveri per combattere l’indifferenza: “Essa combatte ogni indifferenza e richiama continuamente le coscienze, come ha fatto instancabilmente il mio venerato Predecessore, sempre attento al grido dei poveri, dei bisognosi e degli emarginati, come pure alle sfide che contraddistinguono il nostro tempo, dalla salvaguardia del creato all’intelligenza artificiale”.
Nel discorso papa Leone XIV ha illustrato tre parole-chiave, di cui la prima è pace: “La prima parola è pace. Troppe volte la consideriamo una parola ‘negativa’, ossia come mera assenza di guerra e di conflitto, poiché la contrapposizione è parte della natura umana e ci accompagna sempre, spingendoci troppo spesso a vivere in un costante ‘stato di conflitto’: in casa, al lavoro, nella società. La pace allora sembra una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra, poiché, per quanto ci si sforzi, le tensioni sono sempre presenti, un po’ come la brace che cova sotto la cenere, pronta a riaccendersi in ogni momento”.
Ma spesso ci si dimentica che la pace è anche un dono, che Dio dona agli uomini: “Nella prospettiva cristiana (come anche in quella di altre esperienze religiose) la pace è anzitutto un dono: il primo dono di Cristo: ‘Vi do la mia pace’. Essa è però un dono attivo, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, indipendentemente dalla provenienza culturale e dall’appartenenza religiosa, e che esige anzitutto un lavoro su sé stessi. La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi”.
Per questo il papa ritiene necessario il contributo delle religioni alla pace: “In quest’ottica, ritengo fondamentale il contributo che le religioni e il dialogo interreligioso possono svolgere per favorire contesti di pace. Ciò naturalmente esige il pieno rispetto della libertà religiosa in ogni Paese, poiché l’esperienza religiosa è una dimensione fondamentale della persona umana, tralasciando la quale è difficile, se non impossibile, compiere quella purificazione del cuore necessaria per costruire relazioni di pace”.
Riprendendo il pensiero di papa Francesco, papa Leone XIV ha sottolineato la necessità di non produrre più armi: “A partire da questo lavoro, che tutti siamo chiamati a fare, si possono sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista. Ciò esige anche una sincera volontà di dialogo, animata dal desiderio di incontrarsi più che di scontrarsi. In questa prospettiva è necessario ridare respiro alla diplomazia multilaterale e a quelle istituzioni internazionali che sono state volute e pensate anzitutto per porre rimedio alle contese che potessero insorgere in seno alla Comunità internazionale”.
Però per ottenere la pace occorre praticare la giustizia, ricordando l’enciclica ‘Rerum Novarum’: “Perseguire la pace esige di praticare la giustizia. Come ho già avuto modo di accennare, ho scelto il mio nome pensando anzitutto a Leone XIII, il papa della prima grande enciclica sociale, la ‘Rerum Novarum’. Nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, la Santa Sede non può esimersi dal far sentire la propria voce dinanzi ai numerosi squilibri e alle ingiustizie che conducono, tra l’altro, a condizioni indegne di lavoro e a società sempre più frammentate e conflittuali. Occorre peraltro adoperarsi per porre rimedio alle disparità globali, che vedono opulenza e indigenza tracciare solchi profondi tra continenti, Paesi e anche all’interno di singole società”.
Quindi è necessario ‘costruire’ società civili con un investimento sulla famiglia: “E’ compito di chi ha responsabilità di governo adoperarsi per costruire società civili armoniche e pacificate. Ciò può essere fatto anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, ‘società piccola ma vera, e anteriore ad ogni civile società’”.
Però essendo anche figlio di immigrati papa Leone XIV ha chiesto tutele per la vita dei migranti: “Inoltre, nessuno può esimersi dal favorire contesti in cui sia tutelata la dignità di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato. La mia stessa storia è quella di un cittadino, discendente di immigrati, a sua volta emigrato. Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio”.
Ecco che pace e giustizia conducono alla verità: “Non si possono costruire relazioni veramente pacifiche, anche in seno alla Comunità internazionale, senza verità. Laddove le parole assumono connotati ambigui e ambivalenti e il mondo virtuale, con la sua mutata percezione del reale, prende il sopravvento senza controllo, è arduo costruire rapporti autentici, poiché vengono meno le premesse oggettive e reali della comunicazione”.
Verità che deve andare insieme alla carità: “La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna. D’altronde, nella prospettiva cristiana, la verità non è l’affermazione di principi astratti e disincarnati, ma l’incontro con la persona stessa di Cristo, che vive nella comunità dei credenti. Così la verità non ci allontana, anzi ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo, come le migrazioni, l’uso etico dell’intelligenza artificiale e la salvaguardia della nostra amata Terra. Sono sfide che richiedono l’impegno e la collaborazione di tutti, poiché nessuno può pensare di affrontarle da solo”.
Il papa ha concluso il discorso con un invito alla speranza come tempo di conversione: “E’ un tempo di conversione e di rinnovamento e soprattutto l’occasione per lasciare alle spalle le contese e cominciare un cammino nuovo, animati dalla speranza di poter costruire, lavorando insieme, ciascuno secondo le proprie sensibilità e responsabilità, un mondo in cui ognuno possa realizzare la propria umanità nella verità, nella giustizia e nella pace.
Mi auguro che ciò possa avvenire in tutti i contesti, a partire da quelli più provati come l’Ucraina e la Terra Santa. Vi ringrazio per tutto il lavoro che fate per costruire ponti fra i vostri Paesi e la Santa Sede, e di tutto cuore benedico voi, le vostre famiglie e i vostri popoli”.
(Foto: Santa Sede)
Card. Pizzaballa: Gerusalemme casa di preghiera per tutti i popoli
“Oggi tutta la nostra diocesi, la Chiesa di Gerusalemme, è unita con noi e prega con noi. Da Gaza fino a Nazareth; da Betlemme fino a Jenin. Tutta la Giordania e Cipro pregano con noi e idealmente sono entrati con noi nella città Santa, Gerusalemme. E saluto in particolare voi, cristiani di Gerusalemme, per questo giorno che è dedicato a voi, che è soprattutto vostro, poiché voi siete coloro che qui a Gerusalemme tengono viva la fiamma della fede cristiana, e tenete viva la presenza di Cristo in mezzo a noi”: con queste parole il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, ha aperto la processione della Domenica delle Palme, che introduce alla Settimana Santa, a Gerusalemme.
Anche se ha sottolineato che questo momento è molto difficile, ha rivolto l’invito a non perdere la speranza: “Ma non possiamo e non vogliamo fermarci solo a dire quanto duri siano questi tempi. Oggi dobbiamo ricordarci di altro, di ciò che più conta. Noi siamo qui oggi, cristiani locali e pellegrini, tutti insieme, per dire con forza che non abbiamo paura. Siamo i figli della luce e della risurrezione, della vita. Noi speriamo e crediamo nell’amore che vince su tutto.
Stiamo per entrare nella settimana di passione. Vivremo negli stessi Luoghi in cui sono accaduti, i momenti della passione di Gesù. E unendoci a lui, ci uniremo anche a tutti coloro che oggi vivono qui in mezzo a noi e nel mondo la loro passione”.
Però la Passione apre alla Resurrezione: “Ma noi sappiamo anche che la Passione di Gesù non è l’ultima parola di Dio sul mondo. Il Risorto è la Sua ultima parola, e noi siamo qui per dire e riaffermarla ancora. Noi lo abbiamo incontrato. E siamo qui per gridarlo, con forza, con fiducia, e con tutto l’amore possibile, che nessuno potrà mai estinguere. Nessuno ci separerà dall’amore per Gesù. E lo vogliamo testimoniare innanzitutto con l’unità tra noi, amandoci e sostenendoci gli uni gli altri, perdonandoci a vicenda”.
In questa Domenica delle Palme il patriarca di Gerusalemme ha invitato a ‘deporre ai piedi di Gesù’ tutte le preoccupazioni e le angosce: “Al suo passaggio, le folle stesero i propri mantelli ai piedi di Gesù e lo accolsero con quei pochi rami di ulivo e palme che riuscirono a trovare.
Poniamo anche noi di fronte al nostro Messia quel poco che abbiamo, le nostre preghiere, il nostro pianto, la nostra sete di Lui e della Sua parola di consolazione. E qui, oggi, nonostante tutto, alle porte della Sua e nostra città, ancora una volta dichiariamo di volerlo accogliere davvero come nostro Re e Messia, e di seguirlo nel Suo cammino verso il Suo trono, la croce, che non è simbolo di morte, ma di amore”.
E’ stato un invito a non avere paura di chi fomenta le ostilità: “Non dobbiamo avere paura di quanti vogliono dividere, di quanti vogliono escludere o vogliono impossessarsi dell’anima di questa Città Santa, perché da sempre e per sempre Gerusalemme resterà casa di preghiera per tutti i popoli, e nessuno la potrà possedere.
Come continuo a ripetere, noi apparteniamo a questa città e nessuno ci può separare dal nostro amore alla Città Santa, così come nessuno ci può separare dall’amore di Cristo. Chi appartiene a Gesù continuerà sempre ad essere tra coloro che costruiscono e non che abbattono, che sanno rispondere all’odio con l’amore e l’unità, e al rifiuto oppongono accoglienza”.
Quindi ‘non avere paura’ significa ribadire la propria vocazione nella costruzione della speranza: “Perché Gerusalemme è il luogo della morte e risurrezione di Cristo, il luogo della riconciliazione, di un amore che salva e che supera i confini di dolore e di morte. E questa è la nostra vocazione oggi: costruire, unire, abbattere barriere, sperare contro ogni speranza. Questa è e resta la nostra forza e questa sarà sempre la nostra testimonianza, nonostante i nostri tanti limiti.
Non scoraggiamoci, dunque. Non perdiamoci d’animo. Non perdiamo la speranza. E non abbiamo paura, ma alziamo lo sguardo con fiducia e rinnoviamo ancora una volta il nostro impegno sincero e concreto di pace e di unità, con salda fiducia nella potenza dell’amore di Cristo!”
Mentre nell’omelia della celebrazione eucaristica ha sottolineato il compimento dell’attesa nelle sacre Scritture: “Il puledro su cui Gesù sale, inoltre, offre un riferimento evidente alla profezia di Zaccaria, che racconta della fine dell’attesa di questo mite re di pace, che infine giunge, seduto proprio su un puledro d’asina.
Le attese del popolo, tuttavia, si concentravano soprattutto sulle profezie che annunciavano un Messia trionfante, vincitore, forte. La profezia di un re Messia che cavalca un puledro, invece, era una profezia scomoda, lontana dai criteri di attesa del popolo.
Il puledro che Gesù manda a slegare, nessuno mai era ancora salito. La storia non aveva mai ancora visto la venuta di un re capace di pagare con la propria vita il prezzo della pace del suo popolo. Ora tutto questo accade, e una folla di poveri esulta”.
Ecco la profezia che si realizza in Gesù: “Ma anche nel momento in cui il Signore vuole entrare nella vita del suo popolo, e portarvi la salvezza, c’è sempre qualcosa che tenta di impedirlo: i farisei, di fronte a tutto questo entusiasmo, chiedono a Gesù di far tacere i suoi discepoli…
L’uomo potrà sempre accoglierla o rifiutarla, ma Gesù prosegue con la sua missione di salvezza: la profezia è slegata e quel puledro, su cui nessuno era ancora salito, ha finalmente trovato il re capace di cavalcarlo”.
(Foto: Custodia di Terra Santa)





























