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Cei: la tutela delle persone passa attraverso la formazione
“Il tema ‘Generare relazioni autentiche’ orienta verso un compito essenziale delle comunità cristiane. Infatti, quando ogni persona viene riconosciuta nella sua dignità e custodita nella sua libertà, le parrocchie, le associazioni, i movimenti sono affidabili, capaci di accompagnare, educare e proteggere; dove invece il rispetto viene meno, la relazione si impoverisce, si deforma e può causare gravi ferite”: con queste parole del messaggio di papa Leone XIV si era aperto nei giorni scorsi e concluso oggi a Roma il secondo incontro nazionale dei referenti territoriali dei Servizi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dal titolo ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’.
Nel messaggio il papa ha insistito sul rispetto come forma di carità: “Nella visione cristiana, il rispetto non è soltanto correttezza: è una forma esigente della carità, che si esprime nel custodire l’altro senza appropriarsene, nell’accompagnarlo senza dominarlo, nel servirlo senza umiliarlo. Da questa radice cresce la possibilità di relazioni limpide, mature e sicure”.
Ma il rispetto ha bisogno di formazione: “Per questo, la tutela non può essere intesa solo come un insieme di norme da applicare o di procedure da osservare: essa chiede una sapienza che investe lo stile delle comunità, il modo di esercitare l’autorità, la formazione degli educatori, la vigilanza sui contesti, la trasparenza dei comportamenti.
La presenza dei più piccoli e dei più vulnerabili interpella la coscienza della Chiesa e misura la sua capacità di esprimere una cura autentica, cioè di proteggere, di ascoltare, di prevenire, di non lasciare nessuno solo. Anche per questo l’opera di chi promuove formazione, discernimento, coordinamento e buone prassi rappresenta un contributo prezioso alla maturazione di comunità più accoglienti e consapevoli”.
Rispetto e formazione soprattutto verso chi ha subito abusi: “Un’attenzione speciale va riservata alle persone che hanno subito abusi: le loro ferite domandano prossimità sincera, ascolto umile, perseveranza nel cercare ciò che è giusto e possibile per riparare. Una comunità cristiana vive la conversione evangelica quando non si difende dal dolore di chi ha sofferto, ma se ne lascia interrogare; quando non minimizza il male, ma lo riconosce; quando non si chiude nella paura dello scandalo, ma accetta di percorrere strade esigenti di verità, di giustizia e di guarigione”.
Aprendo i lavori seminariali l’arcivescovo di Cagliari, mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, nella prolusione ha ripercorso il cammino compiuto dalla Chiesa in Italia, soffermandosi in particolare sulla ‘nuova visione’ e sulle nuove dinamiche introdotte dalle Linee guida, che hanno ridefinito e rilanciato l’impegno della Chiesa nel creare ambienti sicuri e promuovere una cultura della prevenzione e della tutela: “Il valore dei principi guida consiste nell’indicare criteri generali e obiettivi programmatici dotati per loro natura di una forza di espansione, in grado di coinvolgere azioni e persone, e di indicare limiti che non è lecito oltrepassare”.
Per questo la Chiesa ha proposto una direttiva per combattere il fenomeno degli abusi: “In questi anni la volontà della suprema autorità di assumere con decisione e in modo diretto la lotta contro gli abusi sessuali di chierici nei confronti dei minori ha avuto l’effetto di accrescere il peso e lo spazio dell’intervento penale nella Chiesa, sia in termini di procedura che di normativa… Anche l’intervento penale della Chiesa deve sapersi concepire come percorso severo e puntuale di accertamento della verità e di punizione del reo, all’interno di un più ampio cammino penitenziale di rinnovamento e conversione”.
Come indicato dalle Linee guida, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguarda la comunità ecclesiale, iniziando dal ruolo del vescovo, che “deve essere collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta nell’impegno a fronteggiare la tale ferita”. In quest’ottica, i Servizi regionali e diocesani, ormai presenti in tutte le Diocesi, “sono chiamati non a sostituire gli Ordinari nelle loro responsabilità, ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”, contribuendo, in sinergia con il Servizio Nazionale per la tutela dei minori, “a diffondere una cultura della prevenzione, fornire strumenti di informazione, formazione e protocolli procedurali”.
Per quanto riguarda la cura della relazione la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori, ha sottolineato che “la competenza relazionale, rappresenta la prima e fondamentale forma di prevenzione rispetto a ogni tipologia di abuso”, sottolineando che “il Safeguarding non può restare un ambito specialistico, separato o delegato a pochi, ma è chiamato a diventare parte dell’ethos quotidiano delle nostre comunità cristiane, una missione comunitaria permanente, dimensione strutturale e ordinaria della vita ecclesiale…
La formazione deve aprire a spazi di tutela permanente, nei quali la verifica continua di quanto attuato consenta un miglioramento progressivo”. Infine, sono fondamentali ‘l’ascolto e la cura’ delle vittime e dei sopravvissuti: “Il mandato affidatoci è quello di essere mani tese, capaci di reggere il peso della sofferenza e di indicare cammini di verità e di giustizia che riaprano il futuro”.
Ancora più complessa è la situazione quando si parla di vulnerabilità delle persone con disabilità, come ha sottolineato suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone disabili: “Mi sono trovata in tribunale con persone disabili intellettive che avevano subito abusi – ha detto– ma chi crede che una persona disabile, che magari non può parlare, abbia subito un abuso?”.
Suor Donatello ha ripetuto molte volte la parola ‘rispetto’, che è legata all’ ‘ascolto’ profondo, ed alla ‘formazione di caregiver, operatori e familiari» che devono saper «cogliere i segnali non verbali’. Sempre più importante è anche formare ad una ‘affettività e sessualità sana’, che aiuta a prevenire situazioni di vulnerabilità.
Inoltre don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, ha specificato il compito delle diocesi: “E’ compito delle diocesi fare di tutto per reintegrare nella società chi esce dal carcere. Molti si ritrovano fuori da un tessuto sociale, e ricadono nelle stesse situazioni di vulnerabilità”.
Mons. Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha sottolineato che il rispetto è un atto di giustizia: ““Il rispetto della vulnerabilità non è un’operazione di classificazione giuridica né un esercizio accademico. È un atto di giustizia e, insieme, di profonda umanità”. Lo ha ricordato Mons. Luis Manuel Alí Herrera, Segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, intervenendo al 2° Incontro nazionale dei referenti dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili in corso a Roma sul tema “Rispetto. Generare relazioni autentiche”.
“Non si tratta soltanto di applicare norme o di individuare categorie da proteggere, ma di riconoscere che la tutela è essa stessa annuncio del Vangelo. Ogni persona ferita sul ciglio della strada ci interpella, e la nostra risposta come Chiesa definisce chi siamo… Non è una sfumatura retorica. E’ un cambiamento di prospettiva: il focus si sposta dalla persona (chi è vulnerabile) alla situazione (quando e come qualcuno diventa vulnerabile)”.
(Foto: Cei)
‘Cambio Rotta’, coinvolti nel progetto 3.000 minori del circuito penale
Si è svolto mercoledì scorso alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma il convegno conclusivo del progetto ‘Cambio Rotta: percorsi inclusivi nella giustizia minorile’, con la partecipazione di oltre 300 tra rappresentanti istituzionali, operatori, enti del terzo settore e studiosi. L’iniziativa ha coinvolto più di 3.000 ragazzi inseriti nel circuito penale minorile, attraverso percorsi educativi, formativi e di inclusione sociale.
Ad aprire i lavori è stato il messaggio del viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci, che ha indicato la direzione: “Mettere al centro la persona, non il reato. Cambio Rotta dimostra che percorsi individualizzati, capaci di integrare educazione e inclusione, possono offrire ai ragazzi nuove prospettive di vita”.
Il direttore generale dell’impresa sociale ‘Con i Bambini’, Marco Imperiale, ha rilanciato la domanda che ha attraversato l’intero progetto: ‘è stato un modello efficace?’, e la risposta emersa dal confronto è netta: “Sì, a condizione che si rafforzi una governance realmente condivisa tra pubblico e privato, fondata su corresponsabilità, fiducia e comunicazione stabile”.
Dalla voce degli operatori è arrivata un’indicazione altrettanto chiara: ‘Servono reti territoriali più forti e interventi continuativi. Superare la frammentazione, investire nella co-progettazione e garantire stabilità ai percorsi sono le condizioni per incidere davvero sulla povertà educativa e sulla prevenzione della recidiva”.
Il procuratore nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, ha riconosciuto nel progetto un esempio concreto di sussidiarietà, ma ha anche richiamato i rischi emergenti “accanto alle mafie tradizionali, crescono le dinamiche di reclutamento minorile legate a reti terroristiche e processi di radicalizzazione online. Da qui l’esigenza di rafforzare l’alleanza tra istituzioni e società civile, fino a costruire” – nelle sue parole – un vero e proprio ‘esercito di sentinelle’.
Particolarmente intensa la riflessione del prof. Adolfo Ceretti, che ha offerto una lettura profonda delle trasformazioni adolescenziali: “Se i ragazzi dei primi anni 2.000 potevano essere definiti ‘narcisisti’, quelli di oggi appaiono spesso ‘vuoti’, fragili, attraversati da rabbia e smarrimento…
In questo scenario, ‘Cambio Rotta’ assume un valore ancora più significativo – ha proseguito l’esperto: non solo progetto educativo, ma spazio di ‘ricerca-azione’ in cui i ragazzi hanno potuto sperimentare percorsi di ricostruzione personale per avviare un processo di riappropriazione di sé, passando da un corpo ‘subìto’ a un corpo ‘pensato’, abitato consapevolmente”.
Tutto ciò è stato possibile anche attraverso l’ausilio della musica, del teatro, della scrittura, dell’arte, della natura e di variegate attività esperienziali. A confermare l’efficacia dell’intervento sono stati anche gli esiti della valutazione d’impatto, che evidenziano miglioramenti nelle competenze sociali e relazionali, una riduzione dei fattori di rischio e una maggiore capacità dei territori di attivare risposte integrate.
In chiusura, il presidente dell’associazione ‘Con i Bambini’, Marco Rossi Doria, ha richiamato il valore strategico dell’alleanza educativa costruita dal progetto: “Cambio Rotta dimostra che solo comunità educanti solide, capaci di mettere in relazione istituzioni, scuola e terzo settore, possono offrire opportunità reali ai ragazzi più fragili. La sfida, ora, è dare continuità a queste esperienze e renderle strutturali”.
Un elemento qualificante emerso nel corso dell’esperienza è rappresentato dall’avvio di nuove prassi operative con gli USSM, fondate sulla co-progettazione dei percorsi destinati ai minorenni autori di reato. Da questo lavoro congiunto sono scaturite significative sinergie positive che hanno contribuito a rafforzare l’efficacia delle prese in carico e la qualità degli interventi.
Nel convegno è stato evidenziato come, in un momento storico caratterizzato da crescenti fragilità sociali, educative e relazionali, e da una maggiore complessità dei bisogni dei giovani coinvolti nei circuiti della giustizia minorile, sia sempre più urgente promuovere modelli di intervento integrati e personalizzati.
In Italia, secondo i dati aggiornati al 31 marzo 2026, sono circa 19.500 i minori e giovani adulti coinvolti in procedimenti penali e seguiti dagli USSM: un fenomeno che riguarda prevalentemente i maschi (91%) e che vede una forte incidenza nella fascia tra i 15 e i 17 anni. I reati più diffusi sono quelli contro il patrimonio (36%) e contro la persona (31%), segnalando una crescente complessità delle traiettorie di devianza minorile, spesso intrecciate a condizioni di marginalità sociale, fragilità educativa e contesti familiari problematici.
(Foto: Con i bambini)
Meter: l’abuso digitale travolge l’infanzia
‘L’abuso digitale travolge l’infanzia: oltre 8.000 vittime di deepnude e 2.500.000 contenuti reali tra foto e video’: lo ha affermato il Report Meter 2025, presentato nei giorni scorsi a Roma dall’associazione ‘Meter’, fondata e presieduta da don Fortunato Di Noto, da oltre 30 anni in prima linea contro la pedofilia e pedopornografia.
Nel rapporto si evidenzia “una trasformazione profonda del fenomeno, sempre più caratterizzato dall’uso di tecnologie avanzate e strumenti difficili da intercettare. TikTok, Telegram, Signal insieme ad aree meno accessibili della rete come il Dark Web rappresentano oggi alcuni dei principali canali di diffusione e scambio di materiale pedopornografico, in un contesto ulteriormente aggravato dall’intelligenza artificiale generativa, in grado di creare immagini e video manipolati e di produrre contenuti deepnude”.
Dai dati emerge che nel 2025 sono stati identificati 8.213 minori vittime di deepnude, ovvero immagini generate artificialmente in cui i minori vengono denudati o manipolati digitalmente. Questo dato si aggiunge alle 785.072 immagini e ai 1.733.043 video contenenti abusi reali su minori, segnalati nello stesso periodo, come ha spiegato don Fortunato Di Noto: “Le immagini deepnude rappresentano una forma particolarmente grave di abuso, perché colpiscono sempre una vittima reale: il minore la cui immagine viene manipolata senza alcun consenso. L’Intelligenza Artificiale trasforma materiale innocuo in contenuto sessuale, con una violazione profonda dell’identità, dignità e sicurezza del minore”.
Queste pratiche “alimentano il mercato pedopornografico e le richieste dei circuiti criminali, esponendo le vittime a conseguenze psicologiche serie, tra cui ansia, senso di colpa, isolamento, paura e ricatto. Oltre al danno individuale, queste pratiche hanno un effetto destabilizzante sulla società, perché normalizzano comportamenti criminali e incoraggiano la diffusione di materiale pedopornografico reale, aumentando la pressione sui sistemi di protezione dell’infanzia”.
Infatti, grazie all’attività dell’Osservatorio mondiale contro la pedofilia, l’associazione Meter ha individuato 115 gruppi e bot attivi tra Signal e Telegram, utilizzati per la diffusione di contenuti deepnude, per un totale di 8.213 minori vittime, denudati mediante l’impiego dell’Intelligenza Artificiale, di cui telegram si conferma la piattaforma maggiormente utilizzata. Tra gli strumenti per creare deepnude e deepfake emerge anche Grok, ‘il modello sviluppato da Elon Musk, responsabile della creazione di 1.121 contenuti rilevati, pari al 14% del totale’.
Però l’attività di monitoraggio ha consentito di individuare 505 domini nazionali coinvolti nella diffusione di materiale illecito. Tra i paesi e territori maggiormente interessati figurano la Nuova Zelanda con 177 segnalazioni, il territorio britannico dell’Oceano Indiano con 110, il Montenegro e la Russia con 46 ciascuno e gli Stati Uniti con 44. Tra i domini nazionali monitorati da Meter rientra il dominio italiano .IT con 14 segnalazioni effettuate.
Inoltre l’analisi dei materiali rileva una maggiore concentrazione di contenuti che coinvolgono minori nella fascia d’età compresa tra gli 8 e i 12 anni, con 422.368 foto individuate. Seguono la fascia 3-7 anni, con 360.563 foto, e la fascia 0-2 anni, con 1.972 immagini.
Il medesimo andamento si riscontra anche nei contenuti video, con numeri complessivamente più elevati: sono stati rilevati 1.337.792 video relativi alla fascia 8-12 anni, 394.417 relativi alla fascia 3-7 anni e 834 relativi alla fascia 0-2 anni. L’elevato numero di video conferma “una crescente diffusione di contenuti dinamici, più complessi da individuare e rimuovere e spesso utilizzati per la condivisione e la circolazione in contesti chiusi o criptati”.
Nel Report si sottolineano anche “forme sempre più complesse e diversificate di abuso. Tra queste emerge il fenomeno delle ‘pedomame’, ovvero donne, madri, che producono materiale pedopornografico”. Per questo sono stati documentati 11.240 video e 320 immagini diffusi attraverso piattaforme di messaggistica come Signal, Telegram e Viber. I contenuti analizzati mostrano ‘contesti domestici, elemento che suggerisce la presenza di relazioni dirette tra vittime e autrici degli abusi’. Sono stati individuati anche 24 gruppi attivi su Signal in cui minori, con un’età media di circa 11 anni, risultano ‘essere vittime di abusi commessi mediante l’utilizzo di animali’.
Un ulteriore elemento di crescente preoccupazione riguarda i casi di abuso tra minori: il 32% dei contenuti analizzati riguarda la produzione e diffusione di materiale sessualmente esplicito tra coetanei. Il 23% è riconducibile alla diffusione non consensuale di immagini intime, il 18% a episodi di ricatto sessuale (sextortion), il 15% a forme di adescamento con richieste di nudità o contenuti espliciti, mentre il 12% riguarda abusi sessuali commessi da un minore ai danni di un altro minore.
L’analisi dei dati di monitoraggio relativi alla geolocalizzazione dei server conferma nel 2025 un elemento strutturale del fenomeno: la netta concentrazione delle infrastrutture di hosting nei contesti economicamente più avanzati. La quasi totalità dei server utilizzati per l’erogazione di servizi digitali per la diffusione di CSAM sia localizzata in America (73%) e in Europa (25%), aree che ospitano la maggior parte dei grandi provider globali di servizi cloud, hosting e content delivery:
“Questo dato riflette un modello economico e industriale del web nel quale i Paesi ad alto reddito detengono il controllo delle infrastrutture della rete, fornendo direttamente o indirettamente gli strumenti tecnologici utilizzati anche per finalità pedocriminali. Le piattaforme e i servizi impiegati dai pedopornografi non nascono ai margini della rete, ma si appoggiano a ecosistemi tecnologici legittimi, scalabili e altamente performanti, spesso progettati per garantire anonimizzazione e rapidità di diffusione dei contenuti”.
In conclusione l’associazione Meter ha rinnovato l’appello ad istituzioni, organizzazioni, operatori della comunicazione e dell’informazione affinché contribuiscano “a portare all’attenzione della collettività un fenomeno grave e diffuso: la pedofilia e lo sfruttamento dei minori. Ogni numero rappresenta una vittima, un bambino o adolescente sopravvissuto agli abusi, un minore che cerca voce e protezione.
E’ fondamentale che tutti, a vario titolo, diventino promotori del benessere dei bambini, diffondendo consapevolezza, strumenti di prevenzione e informazione corretta attraverso enti che realmente operano per la tutela dei minori. Solo attraverso un impegno condiviso tra società civile, giornalisti e istituzioni sarà possibile ridurre il silenzio attorno a questi crimini, offrire supporto alle vittime e contrastare efficacemente ogni forma di abuso”.
Messaggio per la Giornata della vita: tutelare la vita dei minori
“L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, ‘riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo’”: con questa frase dell’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ inizia il messaggio della Cei per la 48^ Giornata nazionale per la vita che si celebrerà il 1° febbraio, che si intitola ‘Prima i bambini’.
‘Prima i bambini’ perché Gesù li ha accolti senza remore e senza pregiudizio: “Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli’. Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura”.
Una cura evangelica fatta propria anche dalla cultura giuridica: “A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il ‘superiore interesse del minore’: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta”.
Però il messaggio elenca una serie di situazioni in cui l’infanzia non è tutelata, iniziando dalle situazioni di guerra: “Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi. Pensiamo ai tanti, troppi, bambini ‘vittime collaterali’ delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati. Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come ‘carne da cannone’ nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli ‘a bassa intensità’, di cui quasi nessuno parla”.
Altre situazioni sottolineate dal testo dei vescovi riguardano il non rispetto del ‘diritto’ alla vita dei bambini: “Pensiamo ai bambini ‘fabbricati’ in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.
Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale. Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge”.
Altri diritti negati riguardano il matrimonio, il lavoro ed il ‘commercio’: “Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro. Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai ‘caporali’ di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.
Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica. Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente. Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli”.
Ma un pensiero è riservato anche ai minori costretti alla migrazione od ‘indottrinati’: “Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti. Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere. Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene”.
In tutto ciò, secondo il messaggio dei vescovi italiani, non c’è tutela del minore: “In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole ‘politicamente corrette’ e falsamente altruiste”.
Quindi occorre cambiare prospettiva per continuare ad essere generativi: “A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti (persone e comunità) dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi”.
E’ un richiamo ad un’attenzione ai bambini anche nella società italiana: “Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli.
Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti ‘forti’ fragilità o debolezze”.
E con un pensiero tratto dall’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ i vescovi hanno chiesto anche alle comunità cattoliche maggiori attenzioni nella cura dei bambini per sconfiggere gli abusi: “Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo ‘casa accogliente’ per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria… Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo (‘la nostra comunità ti accoglie’) deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie”.
Quindi dopo aver ricordato l’impegno del mondo associativo a favore dei diritti di bambini e bambine i vescovi esortano le comunità cristiane ad un’apertura culturale generativa, capace di portare un cambiamento: “Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del ‘desiderio di trasmettere la vita’ e di servirla con gioia.
Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli (genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie) dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.
Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo”.
(Foto: CEI)
Con Maria Pia Veladiano per capire la ‘polvere’ degli abusi nella Chiesa
“Mi unisco poi alla Chiesa in Italia che oggi ripropone la Giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, perché cresca la cultura del rispetto come garanzia di tutela della dignità di ogni persona, specialmente dei minori e dei più vulnerabili”: al termine della recita dell’Angelus domenicale papa Leone XIV ha pregato per le vittime degli abusi nella Chiesa, che si è celebrata martedì 18 novembre con il titolo ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’.
Prendiamo spunto da questa giornata per un’intervista a Maria Pia Veladiano (‘profondamente credente’, si definisce, già vincitrice del Premio Calvino e finalista al Premio Strega con ‘La vita accanto’), preside in pensione ed autrice del libro ‘Dio della polvere’, che vede Chiara, una donna di fede e fisioterapista, di fronte ad un vescovo, un uomo perbene, ma forse perbene non è abbastanza per un vescovo. Quell’incontro è solo il primo di una schermaglia che metterà in discussione le strutture del potere e l’inerzia che spesso è complice dell’omertà. Perché Chiara ha bussato alla porta del vescovado per una ragione: Luna, una ragazza giovanissima arrivata nel suo studio di fisioterapia, è stata vittima di una violenza, ed anche se lei non ne vuole parlare, il suo corpo parla per lei.
Con la sua scrittura intensa e diretta, Mariapia Veladiano entra nel cuore del tema più scottante per la Chiesa cattolica, quello degli abusi spesso taciuti sui giovani e le donne con un romanzo profondamente umano, che ha il ritmo serrato di un dialogo in cui entrambi sono determinati a salvare ciò che hanno di più caro: la Chiesa e la vita di una ragazza.
Iniziamo dal titolo: quale è il suo significato?
“La polvere è quella che si caccia sotto il tappeto per nascondere la mancanza di pulizia. Un tentativo di non affrontare la verità. Il romanzo racconta il dialogo serrato, a volte feroce, fra Chiara e un vescovo. Chiara è una fisioterapista e chiede giustizia per una sua paziente che ha subito violenza da un prete. Il vescovo è un uomo perbene, di sicuro non un violentatore, ma è parte di una struttura di potere, la Chiesa, che queste cose le vuole nascondere e ancora nascondere.
Il vescovo mette in campo tutti gli argomenti che tradizionalmente la Chiesa ha confezionato per non affrontare il problema dei preti che abusano sessualmente dei ragazzi e delle ragazze: sono casi rari, mele marce e non vale la pena di starcisi sopra troppo; chissà cosa è successo davvero, i bambini dicono bugie, le vittime esagerano; sono cose vecchie, meglio non rinvangarle. E lei, Chiara, contesta, protesta, si infuria perché l’unica cosa che conta, quando il male è stato compiuto, è rendere giustizia alle vittime e nel racconto della Chiesa le vittime non ci sono. C’è solo il prete da salvare. Contro la polvere dell’ipocrisia che corrode il Vangelo, combatte Chiara”.
Perché ha deciso di affrontare questo tema?
“C’è da chiedersi perché non lo affrontino in tanti, vista la dimensione del problema. Papa Francesco in un’intervista del 2014 a Repubblica ha ammesso che il 2% dei preti sono pedofili. Ma le indagini dicono che sono almeno il doppio. Noi abbiamo in Italia 35.000 preti cattolici. Il 2% vuol dire 700. Secondo lo psicoterapeuta Richard Sipe, specializzato in abusi del clero, ogni prete pedofilo, grazie alla prassi di spostarlo di parrocchia in parrocchia quando esce lo scandalo, abusa almeno di duecento, duecentocinquanta bambini e bambine nella sua vita. Il calcolo è facile.
Sicuri che non si debba parlarne? In ogni caso io l’ho potuto fare perché seguo il tema da sempre, sono redattrice del ‘Regno’, una rivista che da almeno 30 anni si occupa con competenza e rigore del tema della pedofilia del clero nel mondo. Perché la verità è che sia pure con lentezza le chiese di molti Paesi stanno affrontando in modo adeguato questo scandalo, noi no, in Italia tutto tace. Un romanzo permette di sentire il dolore dei personaggi, muove l’emozione insieme alla conoscenza. Forse può aiutare a capire la violenza più dei numeri e delle ricerche.
In Chiara come si ‘conciliano’ fede e ricerca della verità?
“Anche qui, c’è da chiedersi come fanno a vivere bene i cristiani informati dei fatti, per così dire, cioè quelli che sanno delle violenze eppure le nascondono o le minimizzano. Come si fa a vivere una fede in Gesù Cristo venuto per liberare i piccoli e i poveri e poi non voler vedere le violenze dei preti? La verità della fede chiede la giustizia. L’unico posto in cui la Chiesa può stare quando sa di un abuso è vicino alla vittima. Quando la Chiesa ha nascosto e negato, come è capitato in Irlanda, ha pagato un prezzo altissimo. I fedeli della Chiesa cattolica d’Irlanda sono più che dimezzati dopo la pubblicazione dei rapporti sulle violenze sessuali sistemiche operate dal clero e soprattutto nascoste dai vescovi. La Chiesa irlandese ha perso credibilità. Non si può tacere”.
Come è possibile non ‘perdere’ la fede?
“Nel romanzo il vescovo ad un certo punto lo chiede a Chiara: ‘Senta, ma mi dice perché crede ancora?’ e lei gli risponde: ‘Non siete così importanti sa, vescovo. Potete togliermi il sonno, non la fede’. Questo è. Pensare che la fede dipenda dai preti è una forma di clericalismo, e c’è questo clericalismo, eccome. Ma la fede è un rapporto personale profondo con Dio. Di sicuro però una Chiesa che nasconde la violenza e umilia le vittime tiene lontano, molto lontano. Alla fine è naturale cercare luoghi di fede, o semplicemente di umanità, più autentica”.
In quale modo la Chiesa può ‘riparare’?
“Il male fatto è grande, perché tocca i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze. La strada è indicata dalle Chiese che l’hanno già percorsa, come quella francese o tedesca. Promuovere indagini indipendenti, ci vuole terzietà, lo dicono tutti gli esperti. Un’istituzione potente non si guarisce da sola, non è questione di buona o cattiva volontà. Semplicemente non vede abbastanza, tende all’autodifesa. Poi, riconoscere i fatti, ascoltare le vittime, stare dalla loro parte sempre. Infine trovare meccanismi di prevenzione. E’ evidente che c’è un problema di formazione dei preti.
Le linee guida per la formazione dei seminaristi riportano una visione della donna che non si può nemmeno immaginare, oggi. La donna è ‘esempio di preghiera, servizio, abnegazione, tenera vicinanza al prossimo, testimone di umile, generoso, disinteressato servizio’. Quando leggo queste parole durante gli incontri c’è chi ride e dice: la mamma di una volta, insomma. Altri dicono: la perpetua insomma. Non è bello questo. Chiara lo dice al vescovo: se foste più fedeli al Vangelo trovereste modi di condividere la responsabilità della Chiesa con le donne. Sono convinta che se le donne fossero più presenti nei posti di responsabilità, la violenza del clero sui minori sarebbe un problema molto meno grave”.
Nella Chiesa italiana c’è volontà di ascoltare le vittime?
“No! E non lo dico io, lo dice la Pontificia commissione per la tutela dei minori che il 16 ottobre scorso ha pubblicato il suo secondo rapporto, da quando è costituita. Lì si legge: “La Commissione rileva una notevole resistenza culturale in Italia nell’affrontare gli abusi” e rileva che al questionario sugli abusi e le misure di tutela dei minori inviato alle 226 diocesi italiane, solo 81 hanno risposto e rileva anche che la Conferenza episcopale italiana ‘non dispone di un ufficio centralizzato di ricezione delle segnalazioni/denunce e di analisi in modo tempestivo e comparativo, della corretta gestione dei casi nelle diverse regioni’.
In realtà in Italia solo la diocesi di Bolzano-Bressanone ha promosso e pubblicato un’indagine indipendente sugli abusi del clero a partire dalla data della sua fondazione. Un lavoro serio. Il vescovo Muser ha recentemente detto che nel passato ci sono stati errori da parte della Chiesa, ma che ora tutto il tema sarà seguito anche da esperti terzi che aiuteranno a far bene. Un modello da seguire”.
Come credente quanto è stato difficile affrontare questo tema?
“Lo sdegno e l’incredulità in me sono cresciuti con il crescere delle testimonianze delle vittime. All’estero, la Chiesa ha affrontato questo tema e ci sta lavorando, in Italia ancora no. In Irlanda se ne parla da 30 anni, negli Stati Uniti l’inchiesta ‘Spotlight’ del Boston Globe risale al 2001 ma le prime indagini datano 1992. La Germania ha fatto un lavoro d’inchiesta notevole, in Francia nel 2021 è stato pubblicato un rapporto dettagliato sugli abusi nella chiesa dal 1950 al 2020 frutto del lavoro certosino della CIASE, una Commissione indipendente e terza a cui la Conferenza episcopale francese ha affidato l’indagine”.
Per quale motivo questa ‘anomalia’ italiana?
“In Italia, quando emergono casi di abuso, c’è la tendenza a considerarli singoli ed isolati e non sistemici. I giornalisti americani che lavorano in Italia e si occupano di questi temi sostengono che c’è un’anomalia anche nel giornalismo italiano”.
(Tratto da Aci Stampa)
Contrastare la povertà educativa e la vulnerabilità dei minori migranti con il progetto ‘RemiX’
Ogni bambino dovrebbe poter crescere al sicuro, ascoltato e protetto. Ma in Italia sono ancora troppi i minori che vivono in condizioni di vulnerabilità, a prescindere dalla loro origine. Quando a queste fragilità si aggiungono le sfide legate al percorso migratorio – dalle difficoltà economiche all’isolamento culturale, dalla barriera linguistica alla scarsa conoscenza dei servizi – il rischio diventa più elevato.
In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, celebratasi giovedì 20 novembre, Fondazione ISMU ETS ha evidenziato come in Italia sia cresciuta la vulnerabilità dei minori stranieri. Sulla base delle recenti statistiche dell’Istat su povertà e condizioni di vita, nel 2024 sono poco più di 2.200.000 le famiglie in povertà assoluta, cioè l’8,4% del totale delle famiglie residenti. Tra queste, quelle in povertà assoluta in cui sono presenti minori sono quasi 734.000 (12,3%).
Le condizioni socio-economiche sono particolarmente svantaggiose per le famiglie con cittadinanza non italiana: se si considerano le famiglie composte solamente da italiani, l’incidenza di povertà si attesta all’8,0%, mentre diventa cinque volte più elevata (40,5%) per quelle composte unicamente da stranieri (255mila famiglie). L’incidenza di povertà assoluta è del 33,6% nel caso di famiglie con minori composte da membri sia italiani sia stranieri (338mila nuclei).
L’incidenza di povertà assoluta delle famiglie dove sono presenti stranieri e minori registra i valori massimi nel Mezzogiorno, dove raggiunge il 46,2%, mentre è del 31,3% al Nord e del 30,6% al Centro. Al Sud, nelle famiglie di soli stranieri con minori l’incidenza raggiunge il 62,5% e interessa 51.000 nuclei familiari, mentre nelle regioni del Nord le 31.000 famiglie di soli stranieri presentano un’incidenza di povertà assoluta del 39%.
Fondazione ISMU ETS evidenzia che, secondo gli ultimi indicatori Istat, la situazione è ancora più critica per i minori sotto i 16 anni, che presentano livelli di vulnerabilità significativamente più elevati rispetto alla media. In particolare, i minori di 16 anni con cittadinanza straniera mostrano un rischio di povertà o esclusione sociale pari a 43,6%, valore superiore di oltre 20 punti percentuali rispetto al dato dei coetanei di cittadinanza italiana (23,5%).
Questo divario è particolarmente significativo nel Mezzogiorno, dove l’incidenza tra i minori stranieri è del 78,2%, quasi il doppio dei minori italiani (40,9%). Al Nord, la quota dei minori con background migratorio a rischio di povertà o esclusione sociale è di un terzo, ma resta importante la distanza dal valore dei coetanei con cittadinanza italiana (9,3%).
Il Progetto RemiX. In questo contesto si inserisce il Progetto RemiX – Reti di supporto per minori migranti, promosso da Fondazione ISMU ETS con il sostegno del Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI 2021–2027) e la collaborazione di enti pubblici e del Terzo Settore.
RemiX nasce per implementare il sistema dei servizi a supporto dei minori con background migratorio che vivono situazioni di vulnerabilità, promuovendo una rete di collaborazione tra pubblico e privato, la formazione delle operatrici e degli operatori in chiave interculturale e potenziando gli Spazi RemìX, evoluzione degli spazi già sperimentati con successo nel precedente progetto Remì (FAMI 2014–2020).
Gli Spazi RemiX, presenti a Milano, Pavia, Perugia, Caserta, Napoli e Castrovillari, sono luoghi di accoglienza, ascolto e orientamento dove bambini, adolescenti e famiglie con background migratorio possono trovare risposte ai propri bisogni. In ogni spazio opera un’équipe multidisciplinare composta da operatori sociali, psicologi, mediatori culturali e pedagogisti che, insieme agli attori del territorio, accompagnano i minori nei loro percorsi di crescita, promuovendo pari opportunità, autonomia e consapevolezza dei propri diritti.
Obiettivo del progetto è la promozione di interventi multidimensionali e partecipati che coinvolgano scuole, servizi sociali, enti locali e comunità di diaspora. Il progetto mira così a modellizzare un sistema integrato di prevenzione e presa in carico, capace di rispondere in modo rapido ed efficace alle diverse forme di vulnerabilità che colpiscono i minori e le loro famiglie.
Le mappe. Un elemento innovativo del progetto è la creazione di mappe territoriali multilingua, disponibili online e anche in formato cartaceo, dedicate alle sei città coinvolte con l’obiettivo di fare conoscere e rendere accessibili i servizi dedicati ai minori con background migratorio e alle loro famiglie, rispondendo a domande semplici ma essenziali come:
Dove posso trovare aiuto per i miei figli? Chi mi può aiutare a far valere i miei diritti? Dove posso andare se ho bisogno di parlare con qualcuno? Questi strumenti vogliono promuovere un approccio interculturale, offrendo alle famiglie non solo informazioni pratiche, ma anche fiducia e orientamento per costruire relazioni positive con la comunità locale.
Un ulteriore elemento chiave è il coinvolgimento dei Community Agents, persone appartenenti alle comunità migranti locali che fungono da ‘facilitatori’ tra i servizi territoriali e le famiglie. Il loro ruolo è fondamentale perché, grazie alla conoscenza diretta delle comunità e delle loro esigenze, riescono a far conoscere in maniera chiara e accessibile le opportunità presenti sul territorio, superando barriere linguistiche e culturali. Agendo come veri e propri ‘ponti di conoscenza’, hanno contribuito a coinvolgere attivamente le famiglie nel progetto RemìX e a orientarle verso i servizi dedicati ai minori con background migratorio in condizioni di fragilità.
Attraverso RemiX, Fondazione ISMU ETS intende rafforzare la rete di capitale sociale e istituzionale sui territori, valorizzando le sinergie già sperimentate con il precedente progetto “Remì” e promuovendo la replicabilità del modello in altri contesti regionali.
I vescovi italiani riflettono sugli abusi
“La dignità è dono di Dio, che ha creato l’essere umano a propria immagine e somiglianza. Non è qualcosa che si ottiene per merito o per forza, né dipende da ciò che possediamo o realizziamo… Anche la cura e la tutela dell’uomo verso il suo prossimo sono frutto di uno sguardo che sa riconoscere, di un cuore che sa ascoltare. Nascono dal desiderio di avvicinarsi con rispetto e tenerezza, di condividere i pesi e le speranze dell’altro. E’ nel farci carico della vita del prossimo che impariamo la libertà vera, quella che non domina ma serve, non possiede ma accompagna…
Apprezzo, pertanto, e incoraggio il vostro proposito di condividere esperienze e percorsi di apprendimento su come prevenire ogni forma di abuso e su come rendere conto, con verità e umiltà, dei cammini di tutela intrapresi. Vi esorto a portare avanti questo impegno affinché le comunità diventino sempre più esempio di fiducia e di dialogo, dove ogni persona sia rispettata, ascoltata e valorizzata. Là dove si vive la giustizia con misericordia, la ferita si trasforma in feritoia di grazia”.
Questo è l’inizio del messaggio che papa Leone XIV ha inviato ai partecipanti al workshop promosso dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori sul tema ‘Costruire Comunità che tutelano la Dignità’, che si conclude domani in occasione della giornata di preghiera per le vittime ed i sopravvissuti agli abusi, che si celebra oggi: “Apprezzo, pertanto, e incoraggio il vostro proposito di condividere esperienze e percorsi di apprendimento su come prevenire ogni forma di abuso e su come rendere conto, con verità e umiltà, dei cammini di tutela intrapresi. Vi esorto a portare avanti questo impegno affinché le comunità diventino sempre più esempio di fiducia e di dialogo, dove ogni persona sia rispettata, ascoltata e valorizzata. Là dove si vive la giustizia con misericordia, la ferita si trasforma in feritoia di grazia”.
Il workshop, secondo mons. Thibault Verny, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, è ‘un passo significativo’, perché è il primo incontro internazionale che la Commissione dedica a supportare gli istituti religiosi nella preparazione del Rapporto Annuale, il terzo dopo quello presentato lo scorso 16 ottobre, che vedrà coinvolte 40 comunità religiose. Quindi il Rapporto ‘non intende aggiungere un peso’, ma vuole essere ‘un’opportunità’ per aiutare a promuovere ‘l’attenzione verso i membri più vulnerabili’ e rafforzare ‘la qualità della formazione’.
E ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’ è il tema scelto per la V Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi nella Chiesa e il versetto della Scrittura che guida i testi dei materiali è tra i più noti del Vangelo, ‘Lasciate che i piccoli vengano a me’, come scrive la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e adulti vulnerabili, nell’introduzione che accompagna i materiali:
“E’ il rispetto la sostanza etica a cui ancorare le nostre relazioni ecclesiali, quelle verticali come quelle orizzontali, affinché l’altro sia riconosciuto come tale: altro da me, differente. Di fronte all’altro non solo ci è chiesto di toglierci i sandali per rispettarne la sacralità e l’originalità di cui ciascuno è portatore, ma imparare a ‘chiedere permesso’, per incontrarne la vulnerabilità come tratto dell’umano da integrare e custodire, sempre e ovunque. Ed il limite, se valicato, diventa non solo violazione, ma perdita per tutti di quella essenza che ci accomuna al di là di ogni gerarchia verticale e prossimità orizzontale: la dignità che ci appartiene come esseri umani. Quella dignità inviolabile che Gesù per primo ha riconosciuto ai bambini”.
Inoltre ai vescovi riuniti in assemblea oggi mons. Thibault Verny, ha ricordato che papa Leone XIV aveva chiesto di proseguire il lavoro fin qui compiuto: “Ci ritroviamo oggi in un momento significativo: segno il mio quarto mese come Presidente della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori. E’ stato infatti nel luglio di quest’anno che Papa Leone XIV mi ha chiesto di proseguire il lavoro avviato sotto la guida del card. Sean O’Malley. Una sfida certamente impegnativa”.
Quindi ha richiamato il cammino compiuto: “Tre anni fa, la Conferenza Episcopale Italiana e la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori hanno sottoscritto un accordo, denominato Memorare Initiative, che ha segnato l’inizio di una collaborazione strutturata tra noi. Tale accordo non è rimasto lettera morta: si è trasformato in un laboratorio di dialogo, azione e corresponsabilità, con ricadute positive in Chiese di quattro continenti. Attraverso questa intesa, insieme a voi, stiamo aiutando le comunità ecclesiali a prevenire gli abusi, a proteggere chi è a rischio e a intervenire con competenza e compassione quando si verificano situazioni di abuso, ovunque esse si manifestino”.
Infine ha condiviso un’immagine: “Permettetemi di condividere un’immagine che mi ha profondamente colpito durante un recente incontro con un gruppo di vittime e sopravvissuti, tutti adulti, molti dei quali anziani, che hanno subito abusi da bambini nella Chiesa in Belgio. Ci siamo intrattenuti con loro per oltre tre ore: un incontro intenso, talvolta doloroso. Vi era una sedia vuota tra due membri del gruppo; la signora accanto spiegò che era per suo fratello, anch’egli vittima di abusi, che si era tolto la vita. Quella sedia rappresentava lui e gli innumerevoli altri che hanno compiuto lo stesso gesto a causa degli abusi subiti. La sedia vuota era presente anche nel loro incontro con papa Leone XIV”.
Questa sedia vuota vuole rappresentare un nuovo sguardo: “In tutto ciò che facciamo, dobbiamo guardare a quella sedia vuota: guardare al presente, attraverso cellule di ascolto, riconoscere e accompagnare le vittime e i sopravvissuti, accogliere le loro parole, per quanto difficili. Essi sono per noi come l’uomo ferito sul ciglio della strada da Gerusalemme a Gerico. E dobbiamo guardare al futuro, attraverso la prevenzione nelle istituzioni ecclesiali, nelle scuole e nelle famiglie”.
Mentre mons. Luis Manuel Alì Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha sottolineato il lavoro fatto dalla Chiesa italiana: “E’ vero che per il rapporto pubblicato lo scorso ottobre sono state ricevute 81 risposte su 226 questionari inviati alle circoscrizioni ecclesiastiche che compongono questa conferenza e le sue 16 conferenze regionali.
Tuttavia, questo dato, estrapolato dal suo contesto, può essere soggetto a interpretazioni parziali. Inoltre, come abbiamo visto, tali interpretazioni omettono l’enfasi posta nel rapporto sugli otto punti di forza del sistema operativo, della formazione e della ricerca, concentrandosi invece solo sulle attività che devono essere ulteriormente implementate in alcune regioni.
Come in ogni processo scientifico, l’indagine è un punto di partenza e non un giudizio: non misura l’impegno degli individui, ma aiuta a capire dove rafforzare la rete e migliorare la comunicazione. Quando si opta per la trasparenza e la responsabilità, la Chiesa si espone anche a interpretazioni che non sempre colgono la complessità e lo sforzo del percorso. Tuttavia, è un rischio che vale la pena correre, perché solo una Chiesa che parla con sincerità può essere credibile”.
Per tutelare le vittime degli abusi occorrono misure riparative
“E’ per me un onore presentare il secondo rapporto annuale della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, in qualità di nuovo presidente. Come ho accennato al momento della mia nomina, il 5 luglio, assumo la mia nuova missione con umiltà, alla luce delle sofferenze e delle sfide che comporta, e con gratitudine al Santo Padre, papa Leone XIV, per la sua fiducia. Permettetemi inoltre di esprimere il mio profondo apprezzamento a Sua Eminenza il Cardinale Seán O’Malley”: con queste parole è iniziata, ieri, la presentazione del documento pubblicato dalla Commissione pontificia, da parte di mons. Thibault Verny, arcivescovo di Chambéry, vescovo di Saint-Jean-de- Maurienne e Tarentaise; nonché presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori.
Nell’intervento il presidente della Pontificia Commissione ha ringraziato le vittime degli abusi per la condivisione del percorso: “Camminando al fianco di vittime e sopravvissuti, abbiamo acquisito la profonda convinzione che la strada verso una cultura della protezione non sia semplicemente per vittime e sopravvissuti, ma con loro. Questo cammino di conversione richiede che ci lasciamo raggiungere da ciò che ascoltiamo…
Infine, vorrei ringraziare tutti i presenti oggi, compresi coloro che ci seguono online da tutto il mondo. La vostra presenza e attenzione alla Commissione testimoniano l’esistenza, l’importanza e la crescita di un approccio globale alle questioni relative alla protezione dei minori e delle persone vulnerabili”.
Poi ha spiegato questo rapporto: “Come richiesto dalla nostra Commissione, il rapporto annuale è concepito “per fornire un resoconto affidabile di ciò che si sta facendo e di ciò che deve essere cambiato, in modo che le autorità competenti possano intervenire”. In quanto tale, il rapporto annuale intende essere uno strumento a supporto della missione di protezione della Chiesa.
E’ importante sottolineare che il rapporto annuale tiene conto del principio di sussidiarietà. Desideriamo sostenere le autorità ecclesiastiche (vescovi, superiori maggiori e responsabili laici) nelle loro missioni, nel rafforzamento degli strumenti di protezione e nella promozione di norme comuni a tutte le culture”.
Mentre la giurista, dott.ssa Maud de Boer-Buquicchio, incaricata del Rapporto Annuale, ha sottolineato il valore di questo Rapporto: “Il Rapporto Annuale riflette la competenza collettiva dei membri e del personale della Commissione, passati e presenti. Si tratta di professionisti multidisciplinari della tutela dei minori di altissimo livello. Il Rapporto Annuale è il miglior strumento della Commissione per condividere tale conoscenza con i nostri principali stakeholder e con il pubblico in generale. Questo è fondamentale per il nostro mandato di fornire una guida universale sia nella prevenzione che nella risposta”.
Ed ha sottolineato che l’impatto di ogni segnalazione è determinato dalla credibilità dei dati: “Dati affidabili sono al centro di qualsiasi sforzo di responsabilizzazione e la loro assenza mette a repentaglio la nostra lotta contro gli abusi sessuali sui minori. Per questo motivo, la nostra Commissione si è impegnata a elaborare una metodologia innovativa che presenti dati sempre più verificabili e linee guida pratiche. Così facendo, la Commissione, da parte sua, contribuisce anche ad affrontare il divario globale nei dati sulla violenza sessuale contro i minori”.
L’ascolto delle vittime è stato il centro di questo rapporto: “Ascoltare vittime e sopravvissuti è il primo passo verso la realizzazione di una Chiesa più sicura per i nostri figli. Dobbiamo una risposta onesta alle innumerevoli vittime e sopravvissuti (noti e sconosciuti ) che hanno avuto il coraggio di lanciare l’allarme sugli abusi, nonostante ostacoli inimmaginabili. Questo Rapporto Annuale è una testimonianza del ruolo sostanziale che svolgono nel lavoro della Commissione”.
Inoltre questo rapporto ha cercato di rappresentare il mondo: “Nel nostro primo rapporto, pubblicato lo scorso anno, abbiamo implementato una metodologia pilota di Focus Group in una delle nostre regioni. Questa è stata progettata per garantire un approccio incentrato sulle vittime al Rapporto Annuale, fin dai suoi primi sviluppi.
Quando abbiamo presentato la metodologia pilota, la Commissione ha riconosciuto apertamente la necessità di dare una rappresentanza molto più ampia a questa popolazione così importante. Con il Secondo Rapporto Annuale, abbiamo esteso il Focus Group iniziale a tutte e quattro le nostre regioni: Africa, Americhe, Asia-Oceania ed Europa. Il processo ha incluso sessioni di ascolto individuali, guidate da professionisti qualificati, con circa 40 partecipanti vittime/sopravvissute provenienti da tutto il mondo”.
Poi anche la testimonianza delle vittime è stata preziosa: “La loro testimonianza ha fornito un contributo fondamentale al nostro lavoro sul concetto di riparazione. Grazie al nostro studio su questo importante pilastro della Giustizia Conversionale, siamo riusciti a compilare un vademecum operativo. Lo offriamo come strumento pratico per guidare la Chiesa.
Il nostro studio ha chiaramente rivelato che la Chiesa deve ampliare la sua comprensione delle riparazioni oltre il mero risarcimento economico. Un approccio veramente completo alle riparazioni include: accoglienza, ascolto e cura; comunicazioni e scuse pubbliche e private; supporto spirituale e psicoterapeutico; sostegno finanziario; riforme istituzionali e disciplinari; ed iniziative di tutela in tutta la comunità ecclesiale”.
Nella Sezione 1, il rapporto esamina l’attività di tutela nelle Chiese locali di diversi Paesi, tra cui Italia, Gabon, Giappone, Guinea Equatoriale, Etiopia, Guinea (Conakry), Bosnia-Erzegovina, Portogallo, Slovacchia, Malta, Corea, Mozambico, Lesotho, Namibia, Mali, Kenya, Grecia e la Conferenza Episcopale regionale del Nordafrica (che comprende Algeria, Marocco, Sahara Occidentale, Libia, Tunisia). I dati si basano sull’analisi delle informazioni raccolte attraverso il processo ad limina della Commissione e integrate da ulteriori fonti.
Per quanto riguarda l’Italia, sono state visitate le diocesi di Lazio, Liguria, Lombardia, Sardegna, Sicilia, Emilia-Romagna e Toscana. Negli anni, si legge nel Rapporto, sono stati compiuti notevoli progressi nello sviluppo di ‘strumenti e politiche integrali’ di prevenzione e protezione. La Commissione riconosce il lavoro svolto dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) nella creazione di un sistema multilivello (nazionale, regionale, diocesano e interdiocesano) di ‘coordinamento, formazione e supervisione’, volto a supportare le Chiese locali con personale professionale e adeguatamente formato.
La Conferenza riporta l’esistenza di 16 servizi regionali per la tutela, 226 servizi diocesani e interdiocesani e 108 centri di ascolto. Essi offrono un servizio pastorale di accoglienza e ricezione delle segnalazioni. Permangono tuttavia alcune sfide: la Commissione osserva che, sebbene alcune Chiese locali abbiano realizzato iniziative pionieristiche e collaborazioni con la società civile, persistono ‘disparità tra le diverse regioni’ e la mancanza di un ufficio centralizzato di ricezione e analisi delle segnalazioni, necessario per garantire una gestione uniforme ed efficace dei casi.
A livello globale, rileva il documento, mentre alcune Chiese delle Americhe, dell’Europa e dell’Oceania mostrano un forte impegno nelle riparazioni, si registra un ‘eccessivo affidamento’ al risarcimento economico, che rischia di limitare una ‘comprensione integrale’ del processo di guarigione.
Inoltre, in molte aree dell’America Centrale e Latina, dell’Africa e dell’Asia mancano risorse adeguate per l’accompagnamento delle vittime. Tuttavia, sono segnalate prassi esemplari come la tradizionale pratica di guarigione comunitaria Hu Louifi a Tonga; il rapporto annuale sui servizi di accompagnamento per le vittime negli Stati Uniti; i processi di revisione delle linee guida in corso in Kenya, Malawi e Ghana; e il progetto di ricerca della verità ‘Il coraggio di guardare’, nella diocesi di Bolzano-Bressanone.
(Foto: Vatican Media)
Il papa sottolinea il prezioso lavoro della Segreteria di Stato
“Sono molto lieto di trovarmi con voi, che offrite un prezioso servizio alla vita della Chiesa aiutandomi a portare avanti la missione che mi è stata affidata. Infatti, come afferma la Praedicate Evangelium, la Segreteria di Stato, in quanto Segreteria papale retta dal Segretario di Stato, coadiuva da vicino il Romano Pontefice nell’esercizio della sua suprema missione. Mi consola sapere di non essere solo e di poter condividere la responsabilità del mio universale ministero insieme a voi”: con queste parole oggi papa Leone XIV ha ricevuto i membri della Segreteria di Stato al completo.
Ed ha sottolineato, a braccio, che senza l’aiuto della Segreteria di Stato il papa non può gestire la complessa situazione: “Non è nel testo, però dico molto sinceramente che in queste poche settimane, ancora non siamo a un mese del mio servizio in questo ministero petrino, è evidente che il Papa da solo non può andare avanti e che ci vuole, è molto necessario, poter contare sulla collaborazione di tanti nella Santa Sede, ma in una maniera speciale su tutti voi della Segreteria di Stato. Vi ringrazio di cuore!”
Ed ha ricordato la storia della Segreteria di stato: “La storia di questa Istituzione risale, come sappiamo, alla fine del XV secolo. Col tempo, essa è andata assumendo un volto sempre più universale e si è notevolmente ampliata, con progressione crescente, acquisendo ulteriori mansioni, a motivo delle nuove esigenze sia nell’ambito ecclesiale sia nelle relazioni con gli Stati e le Organizzazioni internazionali. Attualmente quasi la metà di voi sono fedeli laici. E le donne, laiche e religiose, sono più di cinquanta”.
Questa struttura complessa raffigura la Chiesa: “Questo sviluppo ha fatto sì che la Segreteria di Stato oggi rifletta in sé stessa il volto della Chiesa. Si tratta di una grande comunità che lavora accanto al Papa: insieme condividiamo le domande, le difficoltà, le sfide e le speranze del Popolo di Dio presente nel mondo intero. Lo facciamo esprimendo sempre due dimensioni essenziali: l’incarnazione e la cattolicità”.
Quindi una Chiesa incarnata nella storia: “Siamo incarnati nel tempo e nella storia, perché se Dio ha scelto la via dell’umano e le lingue degli uomini, anche la Chiesa è chiamata a seguire questa strada, in modo che la gioia del Vangelo possa raggiungere tutti ed essere mediata nelle culture e nei linguaggi attuali. E, nello stesso tempo, cerchiamo di mantenere sempre uno sguardo cattolico, universale, che ci permette di valorizzare le diverse culture e sensibilità. Così possiamo essere centro propulsore che si impegna a tessere la comunione tra la Chiesa di Roma e le Chiese locali, nonché le relazioni di amicizia nella comunità internazionale”.
Un’incarnazione che ha bisogno di concretezza: “Negli ultimi decenni, queste due dimensioni (essere incarnati nel tempo e avere uno sguardo universale) sono diventate sempre più costitutive del lavoro curiale. Su questa strada siamo stati indirizzati dalla riforma della Curia Romana portata avanti da San Paolo VI il quale, ispirandosi alla visione del Concilio Vaticano II, ha sentito fortemente l’urgenza che la Chiesa sia attenta alle sfide della storia, considerando ‘la rapidità della vita d’oggi’ e ‘le mutate condizioni dei nostri tempi’. Al contempo, egli ha ribadito la necessità di un servizio che esprima la cattolicità della Chiesa, e a tal fine ha disposto che ‘coloro che sono presenti nella Sede Apostolica per governarla, siano chiamati da tutte le parti del mondo’.
L’incarnazione, quindi, ci rimanda alla concretezza della realtà e ai temi specifici e particolari, trattati dai diversi organi della Curia; mentre l’universalità, richiamando il mistero dell’unità multiforme della Chiesa, chiede poi un lavoro di sintesi che possa aiutare l’azione del Papa. E l’anello di congiunzione e di sintesi è proprio la Segreteria di Stato. Infatti, Paolo VI (espertissimo della Curia Romana) ha voluto dare a tale Ufficio un nuovo assetto, di fatto costituendolo come punto di raccordo e, quindi, stabilendolo nel suo ruolo fondamentale di coordinamento degli altri Dicasteri e delle Istituzioni della Sede Apostolica”.
Anche la Costituzione Apostolica ‘Praedicate Evangelium’ sottolinea l’importanza del coordinamento: “Questo ruolo di coordinamento della Segreteria di Stato viene ripreso nella recente Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, tra i molteplici compiti affidati alla Sezione per gli Affari Generali, sotto la direzione del Sostituto con l’aiuto dell’Assessore. Accanto alla Sezione per gli Affari Generali, la medesima Costituzione identifica la Sezione per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, guidata dal Segretario con l’aiuto dei due Sotto-segretari, cui spetta la cura dei rapporti diplomatici e politici della Sede Apostolica con gli Stati e con gli altri soggetti di diritto internazionale in questo delicato tornante della storia. La Sezione per il personale di ruolo diplomatico, con il suo Segretario e il Sotto-segretario, lavora invece alla cura delle Rappresentanze Pontificie e dei Membri del Corpo Diplomatico qui a Roma e nel mondo”.
Infine un invito a non essere antagonisti: “So che questi compiti sono molto impegnativi e, talvolta, possono non essere ben compresi. Perciò desidero esprimervi la mia vicinanza e, soprattutto, la mia viva gratitudine. Grazie per le competenze che mettete a disposizione della Chiesa, per il vostro lavoro quasi sempre nascosto e per lo spirito evangelico che lo ispira. E permettetemi, proprio a motivo di questa mia riconoscenza, di rivolgervi un’esortazione rifacendomi ancora a san Paolo VI: questo luogo non sia inquinato da ambizioni o antagonismi; siate, invece, una vera comunità di fede e di carità, ‘di fratelli e di figli del Papa’, che si spendono generosamente per il bene della Chiesa”.
E sempre in mattinata il papa ha ricevuto i membri della Commissione ‘Tutela minori’, che è stata occasione per continuare il cammino intrapreso ‘con umiltà e speranza’, secondo la missione che papa Francesco aveva affidato alla Commissione istituendola nel 2014, nell’intento di sviluppare e promuovere “standard di salvaguardia universali e accompagnare la Chiesa nella costruzione di una cultura di responsabilità, giustizia e compassione”.
Nel comunicato si fa riferimento a quanto fatto negli ultimi due anni, intraprendendo ‘un processo di ampia portata per sviluppare una serie di linee guida universali’ per la salvaguardia delle persone, “in stretta consultazione con i leader della Chiesa, i professionisti della salvaguardia, i sopravvissuti agli abusi e gli operatori pastorali di tutto il mondo”. Uno sforzo ‘sinodale’, che ha portato ad una bozza di quadro, testata e perfezionata attraverso programmi pilota a Tonga, in Polonia, Zimbabwe e Costa Rica che hanno dato alla Commissione preziose indicazioni sulle dimensioni pratiche, culturali e teologiche della tutela.
Linee guida “profondamente teologiche, radicate nelle Scritture, nell’insegnamento sociale cattolico e nel magistero dei papi Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV” perché generino una vera conversione del cuore e perché la salvaguardia diventi “non solo un requisito, ma un riflesso della chiamata del Vangelo a proteggere gli ultimi tra noi”.
Inoltre il papa è stato aggiornato anche sui progressi dell’iniziativa ‘Memorare’, il cui nome è ispirato ad un’antica preghiera alla Beata Vergine Maria, si tratta di un programma di sviluppo progettato per sostenere le chiese locali, in particolare nel Sud del mondo, nei loro sforzi per proteggere i minori e curare le vittime di abusi. Offre una risposta pratica e pastorale all’appello di papa Francesco affinché ogni Chiesa particolare diventi ‘il luogo più sicuro di tutti’.
(Foto: Santa Sede)
Lotta contro gli abusi: la Chiesa incrementa la rete di tutela
“La Terza Rilevazione sulle attività dei Servizi diocesani, interdiocesani, regionali e dei Centri di ascolto, che raccoglie i dati relativi al biennio 2023-2024, ci offre l’immagine di una rete territoriale che si sta sempre più intessendo per salvaguardare il bene- relazionale della comunità ecclesiale. Anzitutto, serve precisare che la Rilevazione vuole essere un monitoraggio periodico sull’applicazione delle Linee Guida entrate in vigore nel giugno 2019 ai fini di verificarne e documentarne con trasparenza l’efficacia e la capillarità nella promozione di ambienti ecclesiali sicuri nelle Chiese in Italia.
Tale Rilevazione, dopo le precedenti a carattere biennale e annuale, sarà da ora in poi a cadenza biennale, per poter rilevare in modo più adeguato, nelle sue evoluzioni e nelle sue criticità, il processo di rinnovamento ecclesiale, attraverso la partecipazione attiva degli operatori della rete stessa. In questo senso le Rilevazioni periodiche vanno lette come strumento pro-attivo di responsabilizzazione e trasparenza della comunità ecclesiale, quale presa di coscienza dei cambiamenti in atto per un loro potenziamento e delle barriere che ancora sussistono per un loro superamento”.
Con questa introduzione Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale CEI per la tutela dei minori, ha presentato la Terza Rilevazione promossa dal Servizio nazionale per la tutela dei minori e adulti vulnerabili della Conferenza Episcopale Italiana, che analizza le attività dei Servizi Regionali, diocesani/interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nel biennio 2023-2024, registrando un aumento delle segnalazioni, della fiducia, della formazione, del numero dei referenti e delle équipe, dei laici.
Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI, ha sintetizzato così il senso della Terza Rilevazione territoriale sulla rete per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, presentata il 28 maggio a Roma, nell’ambito dell’evento “Proteggere, prevenire, formare. La rete territoriale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili”. Secondo mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della CEI, occorre “proseguire con determinazione il cammino intrapreso, cercando di superare le resistenze culturali e operative ancora presenti. Siamo chiamati a fare la nostra parte, con piena consapevolezza e responsabilità… La Chiesa continua a fare la sua parte anche se la collaborazione con le istituzioni è fondamentale. Esistono esempi interessanti, come a Cagliari o a Piacenza, ma certamente è un aspetto che va incrementato. L’obiettivo è quello di inserire la tutela dei minori nella pastorale ordinaria di tutte le comunità”.
Complessivamente nel 2024 si sono registrati 373 contatti, con un incremento significativo rispetto ai 38 del 2020. I casi di presunto abuso nel biennio 2023-2024 sono stati 69, di cui 27 quelli che sarebbero stati commessi in parrocchia (erano 32 quelli del biennio precedente). I presunti abusi spirituali e di coscienza sono invece stati 17, rispetto ai 4 del biennio 2020-2021. Inoltre su 115 casi registrati, ci sono 64 maschi e 51 femmine, hanno tra i 10 e 14 anni. Mentre i presunti abusatori sono per la maggior parte preti (44 su 67) e, in misura minore catechisti/educatori (4), volontari (3), insegnanti di religione, seminaristi, sagrestani. Quasi tutti maschi (65 su 67).
Basata sul metodo della ‘participatory action research’, la ricerca ha coinvolto 184 Diocesi su 194 (94,2%), 16 servizi regionali e 103 Centri di ascolto attivi. Si consolida la presenza laica nei servizi: il 46,7% dei referenti è laico, mentre i chierici rappresentano il 46,2%; le donne sono il 52% delle équipe e il 70,6% dei responsabili dei Centri di ascolto. Anche le professionalità sono diversificate: psicologi (24,3%), legali (18,1%), educatori, canonisti, pastoralisti e operatori della comunicazione danno forma a un approccio interdisciplinare. La formazione si conferma come elemento cardine: nel 2024 sono stati realizzati 781 incontri, con 22.755 partecipanti, tra cui operatori pastorali, sacerdoti, religiosi, educatori e membri di associazioni. Sommando il 2023, si arriva a 42.486 partecipanti in due anni, con un aumento del 295% rispetto al 2020.
I dati relativi ai Centri di ascolto restituiscono un altro elemento chiave: le persone si stanno avvicinando, chiedono ascolto, accompagnamento, verità. Nel 2024 sono stati segnalati 69 casi di presunto abuso, in parte relativi al passato e in parte recenti. A essi sono associati 67 presunti autori: 44 chierici, 15 religiosi e 8 laici. La maggior parte delle segnalazioni riguarda l’ambito parrocchiale (27 casi). Le presunte vittime sono in prevalenza minori maschi, con una concentrazione significativa nella fascia 10-14 anni.
L’età media dei presunti autori è salita da 43 a 50 anni rispetto al biennio precedente. Tra le richieste pervenute ai Centri, il 15,2% proviene da persone che si identificano come vittime; il 35,4% riguarda episodi di abuso in contesto ecclesiale. Sono stati attivati anche 12 percorsi di accompagnamento spirituale e 11 psicoterapeutici.
Accanto ai progressi, la Rilevazione fotografa alcune resistenze strutturali. Solo il 18% delle Diocesi ha attivato collaborazioni con enti civili, appena il 10,3% partecipa a tavoli istituzionali. Inoltre tra gli aspetti più interessanti del dossier l’aumento dei laici e delle donne, che rappresentano la maggioranza degli esperti coinvolti. All’interno delle equipe i laici sono il 73%, mentre i sacerdoti (20%) e i religiosi (6,3%) sono in minoranza.
Ma il dato forse più confortante è che le donne sono complessivamente il 52%. Un aspetto che diventa ancora più rilevante quando si va ad esaminare la situazione dei 103 centri d’ascolto arrivi in 130 diocesi (in alcuni casi si tratta di strutture interdiocesane). Qui gli operatori laici rappresentato l’81,8% del totale e le donne arrivano addirittura al 70,6%. Le competenze più frequenti riguardano la psicologia (29,7%) e l’ambito educativo (23,8%).
Trend crescente per quanto riguarda i servizi diocesani anche sul fronte degli incontri formativi. Quelli rivolti agli operatori pastorali, ai sacerdoti, ai religiosi e alle associazioni sono stati 781 (l’87,2% delle attività), con la partecipazione di 22.755 persone. I temi trattati più frequentemente il rispetto della dignità dei minori (40,2%) e le buone prassi in parrocchia (30,5%). Nel 2024 il 65% dei servizi diocesani ha proposto attività formative per i propri membri.
Un altro indicatore che sembra confermare il consolidamento della rete dei servizi e la diffusione di una cultura della tutela dei minori arriva anche dalla partecipazione alla Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti degli abusi del 18 novembre. Nel 2024 hanno risposto positivamente l’85,6% delle realtà regionali e diocesane.
Proseguendo nell’analisi delle caratteristiche dei presunti autori di abusi contro i minori e gli adulti vulnerabili, nel biennio 2023-2024 l’età media è pari a 50 anni. Il dettaglio geografico rivela che l’età media al Centro è 55, al Nord e al Sud è 49. In quanto al genere, i maschi prevalgono e sono 47 al Nord, 11 al Centro e 7 al Sud, mentre le femmine sono due, distribuite tra Nord (1) e Sud (1).
Il confronto tra le due ultime indagini evidenzia un aumento nell’età media del presunto autore di abusi, che passa da 43 nel 2022 a 50 nel 2023-29024, così come si rileva un aumento nel numero di presunti autori maschi (da 31 a 65) rispetto alle femmine (da 1 a 2), dato non rilevato nel 2020-2021. Un ulteriore dettaglio rivela che sono 17 i presunti autori di età inferiore ai 40 anni, 6 coloro che hanno più di 70 anni e altri 6 di età compresa tra i 60 e 70 anni. Con riferimento ai laici, il dettaglio relativo al servizio pastorale svolto indica che i presunti autori di reato, al momento della segnalazione, svolgevano i seguenti ruoli: catechista/educatore (4), volontario (3), collaboratore (2), insegnante di religione (1), seminarista (1), sagrestano (1).
Nella maggior parte dei casi, i responsabili dei Centri di ascolto non conoscono le eventuali denunce in sede civile (52 casi su 66 nel caso dell’indagine 2023-2024) (Tabella 3.26); solo in 14 casi su 66 i responsabili hanno dichiarato di conoscere l’evoluzione della segnalazione verso la denuncia in sede civile. Nel tempo, dal 2022 al 2023-2024, nonostante l’aumento del numero di casi, la percentuale di chi si dichiara a conoscenza, oppure no, di eventuali denunce in sede civile si attesta attorno al 50%.




























