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Il Regno Unito blocca i social agli under 16: in Italia la proposta di una disciplina scolastica di educazione digitale contro odio e violenza online

La decisione del Governo britannico di introdurre il divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni segna un passaggio significativo nel dibattito internazionale sugli effetti delle piattaforme digitali sulle nuove generazioni. La misura, adottata per ridurre l’esposizione precoce dei giovani agli ambienti social, nasce dalla crescente preoccupazione per l’impatto dei social network sulla salute mentale, sulle relazioni sociali e sui comportamenti adolescenziali.

Il provvedimento si inserisce in un contesto globale in cui governi e istituzioni stanno progressivamente riconoscendo i rischi connessi all’ecosistema digitale: dipendenza da social media, esposizione a contenuti dannosi, cyberbullismo, radicalizzazione dei linguaggi e diffusione di odio online con conseguenze sempre più rilevanti sul benessere dei minori.

In Italia, il dibattito segue una traiettoria complementare ma distinta, che non si limita alla dimensione del divieto, bensì punta su un intervento strutturale di carattere educativo. Da tempo il comunicatore Biagio Maimone, direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, il cui presidente è mons. Yoannis Lazhi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco, insieme all’esperto di comunicazione Angelo Bertoglio e a Hector Villanueva, hanno elaborato una proposta rivolta al Governo italiano e al Ministero dell’Istruzione e del Merito per l’introduzione della disciplina scolastica ‘Comunicazione e Linguaggio’.

La proposta nasce dalla consapevolezza che l’emergenza digitale non sia soltanto tecnologica, ma soprattutto educativa e culturale. L’utilizzo dei social ha infatti trasformato profondamente le dinamiche relazionali tra i giovani, favorendo spesso l’emersione di linguaggi aggressivi, pratiche di esclusione sociale, hate speech e forme di violenza verbale che, in diversi casi, hanno generato conseguenze psicologiche gravi.

La cronaca degli ultimi anni documenta con crescente frequenza episodi di bullismo e cyberbullismo, campagne di odio online e situazioni di forte fragilità giovanile legate all’uso distorto delle piattaforme digitali, fino a casi di istigazione indiretta all’autolesionismo. Un quadro che evidenzia la necessità di intervenire non solo sul piano regolatorio, ma soprattutto su quello educativo.

La disciplina “Comunicazione e Linguaggio” si fonda su un principio centrale: l’educazione digitale come strumento di prevenzione di odio e violenza online. Il progetto prevede l’introduzione, già dalla scuola primaria, di un percorso formativo volto a sviluppare nei giovani la capacità di utilizzare in modo consapevole, responsabile e rispettoso gli strumenti di comunicazione digitale e interpersonale.

Secondo i promotori, non è sufficiente limitare l’accesso ai social per affrontare la complessità del fenomeno. E’ invece necessario costruire un sistema educativo stabile in grado di fornire agli studenti strumenti concreti per riconoscere e contrastare i meccanismi dell’odio online, la manipolazione comunicativa e le dinamiche di violenza digitale.

In questa prospettiva, la scuola assume un ruolo centrale come presidio formativo non solo tecnologico, ma anche etico e sociale, con l’obiettivo di rafforzare la capacità dei giovani di comprendere le conseguenze delle proprie interazioni digitali e l’impatto delle parole nello spazio pubblico online.

La proposta si inserisce in un orizzonte culturale più ampio che interpreta la comunicazione non come semplice strumento neutro, ma come fattore determinante nella costruzione delle relazioni sociali e della coesione civile.

Il confronto tra l’approccio britannico e quello che si sta delineando nel dibattito italiano evidenzia due strategie differenti ma potenzialmente complementari: da un lato il contenimento attraverso il divieto di accesso, dall’altro la formazione attraverso una strutturata educazione digitale orientata alla prevenzione di odio e violenza online.

In questo scenario, la proposta della disciplina ‘Comunicazione e Linguaggio’ promossa dal comunicatore Biagio Maimone, si configura come una risposta sistemica all’emergenza educativa contemporanea, mirata ad intervenire alla radice del problema: la qualità del linguaggio e la responsabilità della comunicazione nell’era digitale.

A Torino seconda edizione del premio letterario in memoria del premio letterario in memoria di don Domenico ‘Meco’ Ricca

Istituito da Forum Terzo Settore Piemonte e Salesiani Don Bosco Piemonte e Valle d’Aosta, organizzato quest’anno in collaborazione con l’Associazione Giovanile Salesiana e patrocinato dalla Città di Torino, il concorso letterario è aperto a tutti, dai 14 anni in su. Chi desidera partecipare deve presentare, entro il 31 luglio, un elaborato (saggio, racconto o composizione musicale) sul tema ‘Atti di cura, scelta di legalità’. Bando e modulo di iscrizione sono disponibili sul web, agli indirizzi www.terzosettorepiemonte.it/progetto/premio-letterario-meco-seconda-edizione/ e  salesianipiemonte.info/premio-letterario-meco-al-via-la-seconda-edizione-dedicata-agli-atti-di-cura-scelte-di-legalita/.

Raccontare, in parole o in musica, come la legalità possa prendere forma nei gesti quotidiani e la cura diventare una scelta capace di cambiare sé stessi e gli altri. Questo è il tema proposto per la seconda edizione del Premio letterario intitolato a don Domenico ‘Meco’ Ricca, il sacerdote salesiano scomparso due anni or sono, che aveva dedicato quasi una vita intera ai ragazzi detenuti nel carcere minorile del Ferrante Aporti.

Con il Premio ‘Meco’, il Forum del Terzo settore in Piemonte (di cui don Domenico era stato tra i fondatori) ed i salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta che ne sono i promotori e il settimanale diocesano ‘La Voce e Il Tempo’, intendono rendere omaggio e ricordare la figura del religioso che è stato per oltre 40 anni non solo guida spirituale, ma soprattutto confidente, formatore e riferimento e, fatto non meno importante, aveva contribuito con le sue proposte e le attività da lui organizzate a migliorare i percorsi di rieducazione e le condizioni di vita nell’istituto torinese di pena per minori.

Per la seconda edizione del concorso è stato scelto il tema ‘Atti di cura, scelte di legalità’, con l’intento di spingere a esplorare che cosa significhi vivere la legalità come pratica quotidiana, concreta e relazionale, da esprimere attraverso gesti di cura verso sé stessi, verso gli altri e verso la comunità.

Come è spiegato nella pagina web di presentazione del Premio, “la legalità non è solo un insieme di regole da rispettare, ma una scelta consapevole che nasce dal riconoscimento del valore dell’altro e del contesto in cui viviamo. E’ un modo di abitare il mondo, che si traduce in responsabilità, rispetto e partecipazione. In questo senso, ogni atto di cura può diventare un atto di legalità. Prendersi cura significa riconoscere i bisogni, ascoltare, intervenire, assumersi responsabilità e scegliere di non restare indifferenti”.

A coloro che prendono parte al concorso istituito in memoria di don Meco è richiesto di riflettere su come, nei fatti, la legalità non rappresenti qualcosa di distante o di astratto, ma invece prenda forma in tanti, anche semplici, gesti quotidiani: dal rispetto delle regole alla tutela dei diritti, alla capacità di costruire relazioni sane e giuste.

I partecipanti sono invitati a condividere, attraverso la scrittura o la musica, le proprie riflessioni, i propri vissuti, le esperienze personali o immaginate, mettendo in luce il valore degli “atti di cura” come scelte di legalità. Parole o note per raccontare come la cura possa diventare legalità e le scelte quotidiane contribuire a costruire una società più giusta.

Il modulo di iscrizione è disponibile sul web, agli indirizzi www.terzosettorepiemonte.it/progetto/premio-letterario-meco-seconda-edizione/  e  salesianipiemonte.info/premio-letterario-meco-al-via-la-seconda-edizione-dedicata-agli-atti-di-cura-scelte-di-legalita/. Tre le categorie in cui è articolato il concorso: Giovanissimi (dai 14 anni ai 20 anni), Giovani (dai 21 ai 30 anni), e Adulti (dai 31 anni in su).

Gli elaborati (il ‘racconto breve’, composto da 2500 parole, di fantasia o autobiografico, il ‘saggio breve’, massimo 4000 parole che esplori il tema del concorso sotto aspetti sociologici, psicologici o filosofici, la ‘canzone’, una composizione musicale originale, in formato testo o mp3, che affronti il tema della cura e delle scelte responsabili) devono essere consegnati entro il 31 luglio.

La giuria del Premio è presieduta da don Alberto Martelli (direttore dell’Opera Salesiana Rebaudengo) e ne fanno parte Barbara Daniele (responsabile Legacoopsociali Piemonte),  Stefano Delmastro (da 30 anni impegnato nel campo delle cooperative editoriali),  la giornalista Marina Lomunno (caporedattrice a La Voce e Il Tempo e autrice del libro Il cortile dietro le sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti), Claudio Sarzotti (professore ordinario di Sociologia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, direttore della rivista Antigone), Stefano Tassinari (dirigente nazionale Acli aps e Enaip), e Marco ‘Zuli’ Zuliani (rapper e storyteller torinese con oltre 20 anni di esperienza artistica e sociale).

Ambasciatore del Premio è Francesco Carlo ‘Kento’, rapper e attivista da anni impegnato in progetti educativi e sociali, in particolare all’interno delle carceri e con i giovani in contesti fragili. Attraverso il rap promuove percorsi di espressione, consapevolezza e legalità. E’ autore del libro ‘Barre – Rap, sogni e segreti in un carcere minorile’, in cui racconta la sua esperienza nei laboratori musicali in ambito penitenziario. La cerimonia di premiazione avverrà in autunno, in occasione dell’edizione 2026 delle “Giornate della legalità”.

Gli elaborati vincitori della prima edizione del Premio ‘Meco’ sono raccolti nel volume ‘Dietro le sbarre. Racconti, poesie e saggi brevi’ (edito da Elledici). I proventi della vendita del libro vengono interamente devoluti alla comunità per minori Harambée di Alessandria, dove don Meco era di casa. Don Domenico Ricca può essere descritto come ‘prete di frontiera’ ed è stato tra i fondatori della cooperativa sociale Valdocco, dell’associazione ‘Aporti Aperte’, dei Salesiani per il Sociale e del Comitato piemontese del Forum del Terzo Settore. E’ stato inoltre presidente dell’Associazione ‘Amici di don Bosco’ per le adozioni internazionali, delegato per le Acli e punto di riferimento per tutti coloro che si occupano di disagio minorile.

Bordignon (Forum Famiglie): serve urgentemente una legge per proteggere minori e soggetti fragili

“Il senso etico di una società si misura da ciò che fa per i suoi bambini. La protezione dei minori nell’ecosistema digitale non può essere delegata alla sola responsabilità individuale né affidata a soluzioni tecniche isolate. Serve un sistema di protezione primaria fondato su regole, standard tecnici e responsabilità condivise”: così si è espresso Adriano Bordignon, presidente del Forum delle Associazioni Familiari in occasione dell’audizione presso la Commissione Parlamentare per l’infanzia a l’adolescenza, sull’impatto di internet e delle nuove tecnologie sulla salute psicofisica dei minori.

Nell’audizione il presidente del Forum delle Famiglie ha ribadito la necessità di una legge in grado di proteggere i minori: “Abbiamo chiesto alla Commissione di promuovere una legge che recepisca e rafforzi gli obblighi di protezione dei minori circa l’utilizzo di social e piattaforme web, oltre a introdurre i requisiti tecnici di certificazione in particolare per i sistemi di IA conversazionale ad alta componente relazionale per cui è necessario imporre obblighi di design universale a tutela della salute mentale di tutti gli utenti”.

Il documento presenta inoltre una serie di misure proposte per tutelare bambini e adolescenti dai rischi del web, quali la definizione di un Piano Nazionale per l’Educazione al Digitale Familiare e Scolastico differenziato per fasce di età e ruoli educativi, l’avvio di un programma di audit indipendenti periodici sulle principali piattaforme operanti in Italia, la costituzione di un Osservatorio permanente su minori, con rappresentanza delle famiglie e del terzo settore, norme di tutela quali una robusta verifica dell’età robusta, stringenti limiti alle pratiche addictive e alle pubblicità mirate ai minori:

“Il digitale rappresenta ormai una dimensione quotidiana per quasi tutti gli adolescenti e offre opportunità importanti ma anche rischi, quali dipendenze ed esposizione a contenuti nocivi, che indeboliscono le relazioni educative, ricadendo sui minori e sulle famiglie più fragili. Non possiamo lasciare le famiglie sole di fronte a questa sfida epocale che sta disegnando i cittadini del domani.

E’ urgente un quadro normativo e culturale chiaro che accompagni una mobilitazione educativa comunitaria sullo stile dell’esperienza del Patti Digitali. Famiglie, scuole, associazioni, imprese responsabili e Stato insieme, per accompagnare i ragazzi verso una libertà digitale realmente responsabile”, ha concluso l’audizione Bordignon.

Il Forum delle Associazioni Familiari, che riunisce circa 500 realtà impegnate sui temi della famiglia, intende così sottolineare l’impatto sempre più profondo che ambiente digitale, social media e intelligenza artificiale conversazionale esercitano sulla crescita dei minori e sulla vita familiare.

A Palermo il R.A.P. della legalità

Sono stati 19 i minori dagli 11 anni ai 14 anni che hanno avuto una sospensione a scuola e hanno partecipato al progetto riparativo ‘R.A.P. della Legalità’, organizzato dall’associazione LIFE and LIFE ETS di Palermo e finanziato dal Comune di Palermo. Il progetto, che si è sviluppato dal 15 gennaio al 15 maggio 2026, ha previsto 23 percorsi; i minori coinvolti, che fanno parte di 4 scuole di Palermo – I.C. Montegrappa-R. Sanzio, I.C. Rita Atria, I.C. Perez Madre Teresa di Calcutta, Convitto Nazionale Giovanni Falcone – hanno ricevuto una o più sospensioni. 

“In questi ultimi tempi vi è un aumento dei comportamenti sanzionabili da parte dei minori – sottolinea Valentina Cicirello, Vice Presidente di LIFE and LIFE ETS – che richiedono oggi e sempre di più dei progetti educativi mirati; LIFE and LIFE ETS ha già da anni attivato con le scuole del territorio dei patti educativi di corresponsabilità tra scuola, famiglia e professionisti del terzo settore. La sospensione come strumento di crescita – spiega Valentina Cicirello – per i giovani e per la famiglia. Il progetto R.A.P. che sta per ‘Rispetto, Ascolto, Partecipazione’ ha visto i giovani partecipare sia a dei laboratori psicoeducativi esperienziali e anche ad attività per aiutare l’altro con azioni concrete, come la distribuzione di vestiti, di cibo. Abbiamo avuto grandi riscontri – conclude Valentina – speriamo di poter continuare questo progetto”.

“Noi quest’anno ci siamo trovati molto bene con l’associazione LIFE and LIFE ETS – spiega Cettina Giannino Rettore del Convitto Nazionale Giovanni Falcone-; abbiamo aperto un dialogo a tre, tra scuola, famiglia e professionisti dell’associazione per mettere in atto la giustizia riparativa. Abbiamo avuto un feedback molto positivo di un alunno molto brillante della nostra scuola che è incorso in questo provvedimento; ha svolto questo percorso riparativo e ha dichiarato che vuole continuare a fare volontariato nell’associazione, quindi speriamo anche in seguito di continuare a collaborare con questi professionisti”.

“Molti gli aspetti positivi che sono emersi – racconta Mariella D’Anna Psicologa di LIFE and LIFE ETS – in seno a questo lavoro: la risposta e l’entusiasmo dei ragazzi che non hanno vissuto questo progetto come una punizione, anzi come opportunità per raccontarsi, per crescere. Abbiamo notato che per questi ragazzi era la prima volta che si sentivano ascoltati. In loro c’è il desiderio di essere sentiti individualmente, vivendo questo spazio di libertà, di accoglienza profonda, di espressione. Molto importante è stato anche il confronto tra ragazzini provenienti da realtà scolastiche diverse”.

Cei: la tutela delle persone passa attraverso la formazione

“Il tema ‘Generare relazioni autentiche’ orienta verso un compito essenziale delle comunità cristiane. Infatti, quando ogni persona viene riconosciuta nella sua dignità e custodita nella sua libertà, le parrocchie, le associazioni, i movimenti sono affidabili, capaci di accompagnare, educare e proteggere; dove invece il rispetto viene meno, la relazione si impoverisce, si deforma e può causare gravi ferite”: con queste parole del messaggio di papa Leone XIV si era aperto nei giorni scorsi e concluso oggi a Roma il secondo incontro nazionale dei referenti territoriali dei Servizi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dal titolo ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’.

Nel messaggio il papa ha insistito sul rispetto come forma di carità: “Nella visione cristiana, il rispetto non è soltanto correttezza: è una forma esigente della carità, che si esprime nel custodire l’altro senza appropriarsene, nell’accompagnarlo senza dominarlo, nel servirlo senza umiliarlo. Da questa radice cresce la possibilità di relazioni limpide, mature e sicure”.

Ma il rispetto ha bisogno di formazione: “Per questo, la tutela non può essere intesa solo come un insieme di norme da applicare o di procedure da osservare: essa chiede una sapienza che investe lo stile delle comunità, il modo di esercitare l’autorità, la formazione degli educatori, la vigilanza sui contesti, la trasparenza dei comportamenti.

La presenza dei più piccoli e dei più vulnerabili interpella la coscienza della Chiesa e misura la sua capacità di esprimere una cura autentica, cioè di proteggere, di ascoltare, di prevenire, di non lasciare nessuno solo. Anche per questo l’opera di chi promuove formazione, discernimento, coordinamento e buone prassi rappresenta un contributo prezioso alla maturazione di comunità più accoglienti e consapevoli”.

Rispetto e formazione soprattutto verso chi ha subito abusi: “Un’attenzione speciale va riservata alle persone che hanno subito abusi: le loro ferite domandano prossimità sincera, ascolto umile, perseveranza nel cercare ciò che è giusto e possibile per riparare. Una comunità cristiana vive la conversione evangelica quando non si difende dal dolore di chi ha sofferto, ma se ne lascia interrogare; quando non minimizza il male, ma lo riconosce; quando non si chiude nella paura dello scandalo, ma accetta di percorrere strade esigenti di verità, di giustizia e di guarigione”.

Aprendo i lavori seminariali l’arcivescovo di Cagliari, mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, nella prolusione ha ripercorso il cammino compiuto dalla Chiesa in Italia, soffermandosi in particolare sulla ‘nuova visione’ e sulle nuove dinamiche introdotte dalle Linee guida, che hanno ridefinito e rilanciato l’impegno della Chiesa nel creare ambienti sicuri e promuovere una cultura della prevenzione e della tutela: “Il valore dei principi guida consiste nell’indicare criteri generali e obiettivi programmatici dotati per loro natura di una forza di espansione, in grado di coinvolgere azioni e persone, e di indicare limiti che non è lecito oltrepassare”.

Per questo la Chiesa ha proposto una direttiva per combattere il fenomeno degli abusi: “In questi anni la volontà della suprema autorità di assumere con decisione e in modo diretto la lotta contro gli abusi sessuali di chierici nei confronti dei minori ha avuto l’effetto di accrescere il peso e lo spazio dell’intervento penale nella Chiesa, sia in termini di procedura che di normativa… Anche l’intervento penale della Chiesa deve sapersi concepire come percorso severo e puntuale di accertamento della verità e di punizione del reo, all’interno di un più ampio cammino penitenziale di rinnovamento e conversione”.

Come indicato dalle Linee guida, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguarda la comunità ecclesiale, iniziando dal ruolo del vescovo, che “deve essere collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta nell’impegno a fronteggiare la tale ferita”. In quest’ottica, i Servizi regionali e diocesani, ormai presenti in tutte le Diocesi, “sono chiamati non a sostituire gli Ordinari nelle loro responsabilità, ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”, contribuendo, in sinergia con il Servizio Nazionale per la tutela dei minori, “a diffondere una cultura della prevenzione, fornire strumenti di informazione, formazione e protocolli procedurali”.

Per quanto riguarda la cura della relazione la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori, ha sottolineato che “la competenza relazionale, rappresenta la prima e fondamentale forma di prevenzione rispetto a ogni tipologia di abuso”, sottolineando che “il Safeguarding non può restare un ambito specialistico, separato o delegato a pochi, ma è chiamato a diventare parte dell’ethos quotidiano delle nostre comunità cristiane, una missione comunitaria permanente, dimensione strutturale e ordinaria della vita ecclesiale…

La formazione deve aprire a spazi di tutela permanente, nei quali la verifica continua di quanto attuato consenta un miglioramento progressivo”. Infine, sono fondamentali ‘l’ascolto e la cura’ delle vittime e dei sopravvissuti: “Il mandato affidatoci è quello di essere mani tese, capaci di reggere il peso della sofferenza e di indicare cammini di verità e di giustizia che riaprano il futuro”.

Ancora più complessa è la situazione quando si parla di vulnerabilità delle persone con disabilità, come ha sottolineato suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone disabili: “Mi sono trovata in tribunale con persone disabili intellettive che avevano subito abusi – ha detto– ma chi crede che una persona disabile, che magari non può parlare, abbia subito un abuso?”.

Suor Donatello ha ripetuto molte volte la parola ‘rispetto’, che è legata all’ ‘ascolto’ profondo, ed alla ‘formazione di caregiver, operatori e familiari» che devono saper «cogliere i segnali non verbali’. Sempre più importante è anche formare ad una ‘affettività e sessualità sana’, che aiuta a prevenire situazioni di vulnerabilità.

Inoltre don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, ha specificato il compito delle diocesi: “E’ compito delle diocesi fare di tutto per reintegrare nella società chi esce dal carcere. Molti si ritrovano fuori da un tessuto sociale, e ricadono nelle stesse situazioni di vulnerabilità”.

Mons. Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha sottolineato che il rispetto è un atto di giustizia: ““Il rispetto della vulnerabilità non è un’operazione di classificazione giuridica né un esercizio accademico. È un atto di giustizia e, insieme, di profonda umanità”. Lo ha ricordato Mons. Luis Manuel Alí Herrera, Segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, intervenendo al 2° Incontro nazionale dei referenti dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili in corso a Roma sul tema “Rispetto. Generare relazioni autentiche”.

“Non si tratta soltanto di applicare norme o di individuare categorie da proteggere, ma di riconoscere che la tutela è essa stessa annuncio del Vangelo. Ogni persona ferita sul ciglio della strada ci interpella, e la nostra risposta come Chiesa definisce chi siamo… Non è una sfumatura retorica. E’ un cambiamento di prospettiva: il focus si sposta dalla persona (chi è vulnerabile) alla situazione (quando e come qualcuno diventa vulnerabile)”.

(Foto: Cei)

‘Cambio Rotta’, coinvolti nel progetto 3.000 minori del circuito penale

Si è svolto mercoledì scorso alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma il convegno conclusivo del progetto ‘Cambio Rotta: percorsi inclusivi nella giustizia minorile’, con la partecipazione di oltre 300 tra rappresentanti istituzionali, operatori, enti del terzo settore e studiosi. L’iniziativa ha coinvolto più di 3.000 ragazzi inseriti nel circuito penale minorile, attraverso percorsi educativi, formativi e di inclusione sociale.

Ad aprire i lavori è stato il messaggio del viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maria Teresa Bellucci, che ha indicato la direzione: “Mettere al centro la persona, non il reato. Cambio Rotta dimostra che percorsi individualizzati, capaci di integrare educazione e inclusione, possono offrire ai ragazzi nuove prospettive di vita”.

Il direttore generale dell’impresa sociale ‘Con i Bambini’, Marco Imperiale, ha rilanciato la domanda che ha attraversato l’intero progetto: ‘è stato un modello efficace?’, e la risposta emersa dal confronto è netta: “Sì, a condizione che si rafforzi una governance realmente condivisa tra pubblico e privato, fondata su corresponsabilità, fiducia e comunicazione stabile”.

Dalla voce degli operatori è arrivata un’indicazione altrettanto chiara: ‘Servono reti territoriali più forti e interventi continuativi. Superare la frammentazione, investire nella co-progettazione e garantire stabilità ai percorsi sono le condizioni per incidere davvero sulla povertà educativa e sulla prevenzione della recidiva”.

Il procuratore nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, ha riconosciuto nel progetto un esempio concreto di sussidiarietà, ma ha anche richiamato i rischi emergenti “accanto alle mafie tradizionali, crescono le dinamiche di reclutamento minorile legate a reti terroristiche e processi di radicalizzazione online. Da qui l’esigenza di rafforzare l’alleanza tra istituzioni e società civile, fino a costruire” – nelle sue parole – un vero e proprio ‘esercito di sentinelle’.

Particolarmente intensa la riflessione del prof. Adolfo Ceretti, che ha offerto una lettura profonda delle trasformazioni adolescenziali: “Se i ragazzi dei primi anni 2.000 potevano essere definiti ‘narcisisti’, quelli di oggi appaiono spesso ‘vuoti’, fragili, attraversati da rabbia e smarrimento…

In questo scenario, ‘Cambio Rotta’ assume un valore ancora più significativo – ha proseguito l’esperto: non solo progetto educativo, ma spazio di ‘ricerca-azione’ in cui i ragazzi hanno potuto sperimentare percorsi di ricostruzione personale per avviare un processo di riappropriazione di sé, passando da un corpo ‘subìto’ a un corpo ‘pensato’, abitato consapevolmente”.

Tutto ciò è stato possibile anche attraverso l’ausilio della musica, del teatro, della scrittura, dell’arte, della natura e di variegate attività esperienziali. A confermare l’efficacia dell’intervento sono stati anche gli esiti della valutazione d’impatto, che evidenziano miglioramenti nelle competenze sociali e relazionali, una riduzione dei fattori di rischio e una maggiore capacità dei territori di attivare risposte integrate.

In chiusura, il presidente dell’associazione ‘Con i Bambini’, Marco Rossi Doria, ha richiamato il valore strategico dell’alleanza educativa costruita dal progetto: “Cambio Rotta dimostra che solo comunità educanti solide, capaci di mettere in relazione istituzioni, scuola e terzo settore, possono offrire opportunità reali ai ragazzi più fragili. La sfida, ora, è dare continuità a queste esperienze e renderle strutturali”.

Un elemento qualificante emerso nel corso dell’esperienza è rappresentato dall’avvio di nuove prassi operative con gli USSM, fondate sulla co-progettazione dei percorsi destinati ai minorenni autori di reato. Da questo lavoro congiunto sono scaturite significative sinergie positive che hanno contribuito a rafforzare l’efficacia delle prese in carico e la qualità degli interventi.

Nel convegno è stato evidenziato come, in un momento storico caratterizzato da crescenti fragilità sociali, educative e relazionali, e da una maggiore complessità dei bisogni dei giovani coinvolti nei circuiti della giustizia minorile, sia sempre più urgente promuovere modelli di intervento integrati e personalizzati.

In Italia, secondo i dati aggiornati al 31 marzo 2026, sono circa 19.500 i minori e giovani adulti coinvolti in procedimenti penali e seguiti dagli USSM: un fenomeno che riguarda prevalentemente i maschi (91%) e che vede una forte incidenza nella fascia tra i 15 e i 17 anni. I reati più diffusi sono quelli contro il patrimonio (36%) e contro la persona (31%), segnalando una crescente complessità delle traiettorie di devianza minorile, spesso intrecciate a condizioni di marginalità sociale, fragilità educativa e contesti familiari problematici.

(Foto: Con i bambini)

Meter: l’abuso digitale travolge l’infanzia

‘L’abuso digitale travolge l’infanzia: oltre 8.000 vittime di deepnude e 2.500.000 contenuti reali tra foto e video’: lo ha affermato il Report Meter 2025, presentato nei giorni scorsi a Roma dall’associazione ‘Meter’, fondata e presieduta da don Fortunato Di Noto, da oltre 30 anni in prima linea contro la pedofilia e pedopornografia.

Nel rapporto si evidenzia “una trasformazione profonda del fenomeno, sempre più caratterizzato dall’uso di tecnologie avanzate e strumenti difficili da intercettare. TikTok, Telegram, Signal insieme ad aree meno accessibili della rete come il Dark Web rappresentano oggi alcuni dei principali canali di diffusione e scambio di materiale pedopornografico, in un contesto ulteriormente aggravato dall’intelligenza artificiale generativa, in grado di creare immagini e video manipolati e di produrre contenuti deepnude”.

Dai dati emerge che nel 2025 sono stati identificati 8.213 minori vittime di deepnude, ovvero immagini generate artificialmente in cui i minori vengono denudati o manipolati digitalmente. Questo dato si aggiunge alle 785.072 immagini e ai 1.733.043 video contenenti abusi reali su minori, segnalati nello stesso periodo, come ha spiegato don Fortunato Di Noto: “Le immagini deepnude rappresentano una forma particolarmente grave di abuso, perché colpiscono sempre una vittima reale: il minore la cui immagine viene manipolata senza alcun consenso. L’Intelligenza Artificiale trasforma materiale innocuo in contenuto sessuale, con una violazione profonda dell’identità, dignità e sicurezza del minore”.

Queste pratiche “alimentano il mercato pedopornografico e le richieste dei circuiti criminali, esponendo le vittime a conseguenze psicologiche serie, tra cui ansia, senso di colpa, isolamento, paura e ricatto. Oltre al danno individuale, queste pratiche hanno un effetto destabilizzante sulla società, perché normalizzano comportamenti criminali e incoraggiano la diffusione di materiale pedopornografico reale, aumentando la pressione sui sistemi di protezione dell’infanzia”.

Infatti, grazie all’attività dell’Osservatorio mondiale contro la pedofilia, l’associazione Meter ha individuato 115 gruppi e bot attivi tra Signal e Telegram, utilizzati per la diffusione di contenuti deepnude, per un totale di 8.213 minori vittime, denudati mediante l’impiego dell’Intelligenza Artificiale, di cui telegram si conferma la piattaforma maggiormente utilizzata. Tra gli strumenti per creare deepnude e deepfake emerge anche Grok, ‘il modello sviluppato da Elon Musk, responsabile della creazione di 1.121 contenuti rilevati, pari al 14% del totale’.

Però l’attività di monitoraggio ha consentito di individuare 505 domini nazionali coinvolti nella diffusione di materiale illecito. Tra i paesi e territori maggiormente interessati figurano la Nuova Zelanda con 177 segnalazioni, il territorio britannico dell’Oceano Indiano con 110, il Montenegro e la Russia con 46 ciascuno e gli Stati Uniti con 44. Tra i domini nazionali monitorati da Meter rientra il dominio italiano .IT con 14 segnalazioni effettuate.

Inoltre l’analisi dei materiali rileva una maggiore concentrazione di contenuti che coinvolgono minori nella fascia d’età compresa tra gli 8 e i 12 anni, con 422.368 foto individuate. Seguono la fascia 3-7 anni, con 360.563 foto, e la fascia 0-2 anni, con 1.972 immagini.

Il medesimo andamento si riscontra anche nei contenuti video, con numeri complessivamente più elevati: sono stati rilevati 1.337.792 video relativi alla fascia 8-12 anni, 394.417 relativi alla fascia 3-7 anni e 834 relativi alla fascia 0-2 anni. L’elevato numero di video conferma “una crescente diffusione di contenuti dinamici, più complessi da individuare e rimuovere e spesso utilizzati per la condivisione e la circolazione in contesti chiusi o criptati”.

Nel Report si sottolineano anche “forme sempre più complesse e diversificate di abuso. Tra queste emerge il fenomeno delle ‘pedomame’, ovvero donne, madri, che producono materiale pedopornografico”. Per questo sono stati documentati 11.240 video e 320 immagini diffusi attraverso piattaforme di messaggistica come Signal, Telegram e Viber. I contenuti analizzati mostrano ‘contesti domestici, elemento che suggerisce la presenza di relazioni dirette tra vittime e autrici degli abusi’. Sono stati individuati anche 24 gruppi attivi su Signal in cui minori, con un’età media di circa 11 anni, risultano ‘essere vittime di abusi commessi mediante l’utilizzo di animali’.

Un ulteriore elemento di crescente preoccupazione riguarda i casi di abuso tra minori: il 32% dei contenuti analizzati riguarda la produzione e diffusione di materiale sessualmente esplicito tra coetanei. Il 23% è riconducibile alla diffusione non consensuale di immagini intime, il 18% a episodi di ricatto sessuale (sextortion), il 15% a forme di adescamento con richieste di nudità o contenuti espliciti, mentre il 12% riguarda abusi sessuali commessi da un minore ai danni di un altro minore.

L’analisi dei dati di monitoraggio relativi alla geolocalizzazione dei server conferma nel 2025 un elemento strutturale del fenomeno: la netta concentrazione delle infrastrutture di hosting nei contesti economicamente più avanzati. La quasi totalità dei server utilizzati per l’erogazione di servizi digitali per la diffusione di CSAM sia localizzata in America (73%) e in Europa (25%), aree che ospitano la maggior parte dei grandi provider globali di servizi cloud, hosting e content delivery:

“Questo dato riflette un modello economico e industriale del web nel quale i Paesi ad alto reddito detengono il controllo delle infrastrutture della rete, fornendo direttamente o indirettamente gli strumenti tecnologici utilizzati anche per finalità pedocriminali. Le piattaforme e i servizi impiegati dai pedopornografi non nascono ai margini della rete, ma si appoggiano a ecosistemi tecnologici legittimi, scalabili e altamente performanti, spesso progettati per garantire anonimizzazione e rapidità di diffusione dei contenuti”.

In conclusione l’associazione Meter ha rinnovato l’appello ad istituzioni, organizzazioni, operatori della comunicazione e dell’informazione affinché contribuiscano “a portare all’attenzione della collettività un fenomeno grave e diffuso: la pedofilia e lo sfruttamento dei minori. Ogni numero rappresenta una vittima, un bambino o adolescente sopravvissuto agli abusi, un minore che cerca voce e protezione.

E’ fondamentale che tutti, a vario titolo, diventino promotori del benessere dei bambini, diffondendo consapevolezza, strumenti di prevenzione e informazione corretta attraverso enti che realmente operano per la tutela dei minori. Solo attraverso un impegno condiviso tra società civile, giornalisti e istituzioni sarà possibile ridurre il silenzio attorno a questi crimini, offrire supporto alle vittime e contrastare efficacemente ogni forma di abuso”.

Messaggio per la Giornata della vita: tutelare la vita dei minori

“L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, ‘riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo’”: con questa frase dell’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ inizia il messaggio della Cei per la 48^ Giornata nazionale per la vita che si celebrerà il 1° febbraio, che si intitola ‘Prima i bambini’.

‘Prima i bambini’ perché Gesù li ha accolti senza remore e senza pregiudizio: “Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli’. Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura”.

Una cura evangelica fatta propria anche dalla cultura giuridica: “A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il ‘superiore interesse del minore’: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta”.

Però il messaggio elenca una serie di situazioni in cui l’infanzia non è tutelata, iniziando dalle situazioni di guerra: “Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi. Pensiamo ai tanti, troppi, bambini ‘vittime collaterali’ delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati. Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come ‘carne da cannone’ nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli ‘a bassa intensità’, di cui quasi nessuno parla”.

Altre situazioni sottolineate dal testo dei vescovi riguardano il non rispetto del ‘diritto’ alla vita dei bambini: “Pensiamo ai bambini ‘fabbricati’ in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.

Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale. Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge”.

Altri diritti negati riguardano il matrimonio, il lavoro ed il ‘commercio’: “Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro. Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai ‘caporali’ di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.

Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica. Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente. Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli”.

Ma un pensiero è riservato anche ai minori costretti alla migrazione od ‘indottrinati’: “Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti. Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere. Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene”.

In tutto ciò, secondo il messaggio dei vescovi italiani, non c’è tutela del minore: “In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole ‘politicamente corrette’ e falsamente altruiste”.

Quindi occorre cambiare prospettiva per continuare ad essere generativi: “A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti (persone e comunità) dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi”.

E’ un richiamo ad un’attenzione ai bambini anche nella società italiana: “Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli.

Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti ‘forti’ fragilità o debolezze”.

E con un pensiero tratto dall’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ i vescovi hanno chiesto anche alle comunità cattoliche maggiori attenzioni nella cura dei bambini per sconfiggere gli abusi: “Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo ‘casa accogliente’ per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria… Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo (‘la nostra comunità ti accoglie’) deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie”.

Quindi dopo aver ricordato l’impegno del mondo associativo a favore dei diritti di bambini e bambine i vescovi esortano le comunità cristiane ad un’apertura culturale generativa, capace di portare un cambiamento: “Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del ‘desiderio di trasmettere la vita’ e di servirla con gioia.

Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli (genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie) dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.

Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo”.

(Foto: CEI)

Con Maria Pia Veladiano per capire la ‘polvere’ degli abusi nella Chiesa

“Mi unisco poi alla Chiesa in Italia che oggi ripropone la Giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, perché cresca la cultura del rispetto come garanzia di tutela della dignità di ogni persona, specialmente dei minori e dei più vulnerabili”: al termine della recita dell’Angelus domenicale papa Leone XIV ha pregato per le vittime degli abusi nella Chiesa, che si è celebrata martedì 18 novembre con il titolo ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’.

Prendiamo spunto da questa giornata per un’intervista a Maria Pia Veladiano (‘profondamente credente’, si definisce, già vincitrice del Premio Calvino e finalista al Premio Strega con ‘La vita accanto’), preside in pensione ed autrice del libro ‘Dio della polvere’, che vede Chiara, una donna di fede e fisioterapista, di fronte ad un vescovo, un uomo perbene, ma forse perbene non è abbastanza per un vescovo. Quell’incontro è solo il primo di una schermaglia che metterà in discussione le strutture del potere e l’inerzia che spesso è complice dell’omertà. Perché Chiara ha bussato alla porta del vescovado per una ragione: Luna, una ragazza giovanissima arrivata nel suo studio di fisioterapia, è stata vittima di una violenza, ed anche se lei non ne vuole parlare, il suo corpo parla per lei.

Con la sua scrittura intensa e diretta, Mariapia Veladiano entra nel cuore del tema più scottante per la Chiesa cattolica, quello degli abusi spesso taciuti sui giovani e le donne con un romanzo profondamente umano, che ha il ritmo serrato di un dialogo in cui entrambi sono determinati a salvare ciò che hanno di più caro: la Chiesa e la vita di una ragazza.


Iniziamo dal titolo: quale è il suo significato?

“La polvere è quella che si caccia sotto il tappeto per nascondere la mancanza di pulizia. Un tentativo di non affrontare la verità. Il romanzo racconta il dialogo serrato, a volte feroce, fra Chiara e un vescovo. Chiara è una fisioterapista e chiede giustizia per una sua paziente che ha subito violenza da un prete. Il vescovo è un uomo perbene, di sicuro non un violentatore, ma è parte di una struttura di potere, la Chiesa, che queste cose le vuole nascondere e ancora nascondere.

Il vescovo mette in campo tutti gli argomenti che tradizionalmente la Chiesa ha confezionato per non affrontare il problema dei preti che abusano sessualmente dei ragazzi e delle ragazze: sono casi rari, mele marce e non vale la pena di starcisi sopra troppo; chissà cosa è successo davvero, i bambini dicono bugie, le vittime esagerano; sono cose vecchie, meglio non rinvangarle. E lei, Chiara, contesta, protesta, si infuria perché l’unica cosa che conta, quando il male è stato compiuto, è rendere giustizia alle vittime e nel racconto della Chiesa le vittime non ci sono. C’è solo il prete da salvare. Contro la polvere dell’ipocrisia che corrode il Vangelo, combatte Chiara”.

Perché  ha deciso di affrontare questo tema?

“C’è da chiedersi perché non lo affrontino in tanti, vista la dimensione del problema. Papa Francesco in un’intervista del 2014 a Repubblica ha ammesso che il 2% dei preti sono pedofili. Ma le indagini dicono che sono almeno il doppio.  Noi abbiamo in Italia 35.000 preti cattolici. Il 2% vuol dire 700. Secondo lo psicoterapeuta Richard Sipe, specializzato in abusi del clero, ogni prete pedofilo, grazie alla prassi di spostarlo di parrocchia in parrocchia quando esce lo scandalo, abusa almeno di duecento, duecentocinquanta bambini e bambine nella sua vita. Il calcolo è facile.

Sicuri che non si debba parlarne? In ogni caso io l’ho potuto fare perché seguo il tema da sempre, sono redattrice del ‘Regno’, una rivista che da almeno 30 anni si occupa con competenza e rigore del tema della pedofilia del clero nel mondo. Perché la verità è che sia pure con lentezza le chiese di molti Paesi stanno affrontando in modo adeguato questo scandalo, noi no, in Italia tutto tace. Un romanzo permette di sentire il dolore dei personaggi, muove l’emozione insieme alla conoscenza. Forse può aiutare a capire la violenza più dei numeri e delle ricerche.

In Chiara come si ‘conciliano’ fede e ricerca della verità?

“Anche qui, c’è da chiedersi come fanno  a vivere bene i cristiani informati dei fatti, per così dire, cioè quelli che sanno delle violenze eppure le nascondono o le minimizzano. Come si fa a vivere una fede in Gesù Cristo venuto per liberare i piccoli e i poveri e poi non voler vedere le violenze dei preti? La verità della fede chiede la giustizia. L’unico posto in cui la Chiesa può stare quando sa di un abuso è vicino alla vittima. Quando la Chiesa ha nascosto e negato, come è capitato in Irlanda, ha pagato un prezzo altissimo. I fedeli della Chiesa cattolica d’Irlanda sono più che dimezzati dopo la pubblicazione dei rapporti sulle violenze sessuali sistemiche operate dal clero e soprattutto nascoste dai vescovi. La Chiesa irlandese ha perso credibilità. Non si può tacere”.

Come è possibile non ‘perdere’ la fede?

“Nel romanzo il vescovo ad un certo punto lo chiede a Chiara: ‘Senta, ma mi dice perché crede ancora?’ e lei gli risponde: ‘Non siete così importanti sa, vescovo. Potete togliermi il sonno, non la fede’. Questo è. Pensare che la fede dipenda dai preti è una forma di clericalismo, e c’è questo clericalismo, eccome. Ma la fede è un rapporto personale profondo con Dio. Di sicuro però una Chiesa che nasconde la violenza e umilia le vittime tiene lontano, molto lontano. Alla fine è naturale cercare luoghi di fede, o semplicemente di umanità, più autentica”.

In quale modo la Chiesa può ‘riparare’?

“Il male fatto è grande, perché tocca i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze. La strada è indicata dalle Chiese che l’hanno già percorsa, come quella francese o tedesca. Promuovere indagini indipendenti, ci vuole terzietà, lo dicono tutti gli esperti. Un’istituzione potente non si guarisce da sola, non è questione di buona o cattiva volontà. Semplicemente non vede abbastanza, tende all’autodifesa. Poi, riconoscere i fatti, ascoltare le vittime, stare dalla loro parte sempre. Infine trovare meccanismi di prevenzione. E’ evidente che c’è un problema di formazione dei preti.

Le linee guida per la formazione dei seminaristi riportano una visione della donna che non si può nemmeno immaginare, oggi. La donna è ‘esempio di preghiera, servizio, abnegazione, tenera vicinanza al prossimo, testimone di umile, generoso, disinteressato servizio’. Quando leggo queste parole durante gli incontri c’è chi ride e dice: la mamma di una volta, insomma. Altri dicono: la perpetua insomma. Non è bello questo. Chiara lo dice al vescovo: se foste più fedeli al Vangelo trovereste modi di condividere la responsabilità della Chiesa con le donne.  Sono convinta che se le donne fossero più presenti nei posti di responsabilità, la violenza del clero sui minori sarebbe un problema molto meno grave”.

Nella Chiesa italiana c’è volontà di ascoltare le vittime?

“No! E non lo dico io, lo dice la Pontificia commissione per la tutela dei minori che il 16 ottobre scorso ha pubblicato il suo secondo rapporto, da quando è costituita. Lì si legge: “La Commissione rileva una notevole resistenza culturale in Italia nell’affrontare gli abusi” e rileva che al questionario sugli abusi e le misure di tutela dei minori inviato alle 226 diocesi italiane, solo 81 hanno risposto e rileva anche che la Conferenza episcopale italiana ‘non dispone di un ufficio centralizzato di ricezione delle segnalazioni/denunce e di analisi in modo tempestivo e comparativo, della corretta gestione dei casi nelle diverse regioni’.

In realtà in Italia solo la diocesi di Bolzano-Bressanone ha promosso e pubblicato un’indagine indipendente sugli abusi del clero a partire dalla data della sua fondazione. Un lavoro serio. Il vescovo Muser ha recentemente detto che nel passato ci sono stati errori da parte della Chiesa, ma che ora tutto il tema sarà seguito anche da esperti terzi che aiuteranno a far bene. Un modello da seguire”.

Come credente quanto è stato difficile affrontare questo tema?

“Lo sdegno e l’incredulità in me sono cresciuti con il crescere delle testimonianze delle vittime. All’estero, la Chiesa ha affrontato questo tema e ci sta lavorando, in Italia ancora no. In Irlanda se ne parla da 30 anni, negli Stati Uniti l’inchiesta ‘Spotlight’ del Boston Globe risale al 2001 ma le prime indagini datano 1992. La Germania ha fatto un lavoro d’inchiesta notevole, in Francia nel 2021 è stato pubblicato un rapporto dettagliato sugli abusi nella chiesa dal 1950 al 2020 frutto del lavoro certosino della CIASE, una Commissione indipendente e terza a cui la Conferenza episcopale francese ha affidato l’indagine”.

Per quale motivo questa ‘anomalia’ italiana?

“In Italia, quando emergono casi di abuso, c’è la tendenza a considerarli singoli ed isolati e non sistemici. I giornalisti americani che lavorano in Italia e si occupano di questi temi sostengono che c’è un’anomalia anche nel giornalismo italiano”.

(Tratto da Aci  Stampa)

Contrastare la povertà educativa e la vulnerabilità dei minori migranti con il progetto ‘RemiX’

Ogni bambino dovrebbe poter crescere al sicuro, ascoltato e protetto. Ma in Italia sono ancora troppi i minori che vivono in condizioni di vulnerabilità, a prescindere dalla loro origine. Quando a queste fragilità si aggiungono le sfide legate al percorso migratorio – dalle difficoltà economiche all’isolamento culturale, dalla barriera linguistica alla scarsa conoscenza dei servizi – il rischio diventa più elevato.

In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, celebratasi giovedì 20 novembre, Fondazione ISMU ETS ha evidenziato come in Italia sia cresciuta la vulnerabilità dei minori stranieri. Sulla base delle recenti statistiche dell’Istat su povertà e condizioni di vita, nel 2024 sono poco più di 2.200.000 le famiglie in povertà assoluta, cioè l’8,4% del totale delle famiglie residenti. Tra queste, quelle in povertà assoluta in cui sono presenti minori sono quasi 734.000 (12,3%).

Le condizioni socio-economiche sono particolarmente svantaggiose per le famiglie con cittadinanza non italiana: se si considerano le famiglie composte solamente da italiani, l’incidenza di povertà si attesta all’8,0%, mentre diventa cinque volte più elevata (40,5%) per quelle composte unicamente da stranieri (255mila famiglie). L’incidenza di povertà assoluta è del 33,6% nel caso di famiglie con minori composte da membri sia italiani sia stranieri (338mila nuclei).

L’incidenza di povertà assoluta delle famiglie dove sono presenti stranieri e minori registra i valori massimi nel Mezzogiorno, dove raggiunge il 46,2%, mentre è del 31,3% al Nord e del 30,6% al Centro. Al Sud, nelle famiglie di soli stranieri con minori l’incidenza raggiunge il 62,5% e interessa 51.000 nuclei familiari, mentre nelle regioni del Nord le 31.000 famiglie di soli stranieri presentano un’incidenza di povertà assoluta del 39%.

Fondazione ISMU ETS evidenzia che, secondo gli ultimi indicatori Istat, la situazione è ancora più critica per i minori sotto i 16 anni, che presentano livelli di vulnerabilità significativamente più elevati rispetto alla media. In particolare, i minori di 16 anni con cittadinanza straniera mostrano un rischio di povertà o esclusione sociale pari a 43,6%, valore superiore di oltre 20 punti percentuali rispetto al dato dei coetanei di cittadinanza italiana (23,5%).

Questo divario è particolarmente significativo nel Mezzogiorno, dove l’incidenza tra i minori stranieri è del 78,2%, quasi il doppio dei minori italiani (40,9%). Al Nord, la quota dei minori con background migratorio a rischio di povertà o esclusione sociale è di un terzo, ma resta importante la distanza dal valore dei coetanei con cittadinanza italiana (9,3%).

Il Progetto RemiX. In questo contesto si inserisce il Progetto RemiX – Reti di supporto per minori migranti, promosso da Fondazione ISMU ETS con il sostegno del Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI 2021–2027) e la collaborazione di enti pubblici e del Terzo Settore.

RemiX nasce per implementare il sistema dei servizi a supporto dei minori con background migratorio che vivono situazioni di vulnerabilità, promuovendo una rete di collaborazione tra pubblico e privato, la formazione delle operatrici e degli operatori in chiave interculturale e potenziando gli Spazi RemìX, evoluzione degli spazi già sperimentati con successo nel precedente progetto Remì (FAMI 2014–2020).

Gli Spazi RemiX, presenti a Milano, Pavia, Perugia, Caserta, Napoli e Castrovillari, sono luoghi di accoglienza, ascolto e orientamento dove bambini, adolescenti e famiglie con background migratorio possono trovare risposte ai propri bisogni. In ogni spazio opera un’équipe multidisciplinare composta da operatori sociali, psicologi, mediatori culturali e pedagogisti che, insieme agli attori del territorio, accompagnano i minori nei loro percorsi di crescita, promuovendo pari opportunità, autonomia e consapevolezza dei propri diritti.

Obiettivo del progetto è la promozione di interventi multidimensionali e partecipati che coinvolgano scuole, servizi sociali, enti locali e comunità di diaspora. Il progetto mira così a modellizzare un sistema integrato di prevenzione e presa in carico, capace di rispondere in modo rapido ed efficace alle diverse forme di vulnerabilità che colpiscono i minori e le loro famiglie.

Le mappe. Un elemento innovativo del progetto è la creazione di mappe territoriali multilingua, disponibili online e anche in formato cartaceo, dedicate alle sei città coinvolte con l’obiettivo di fare conoscere e rendere accessibili i servizi dedicati ai minori con background migratorio e alle loro famiglie, rispondendo a domande semplici ma essenziali come:

Dove posso trovare aiuto per i miei figli? Chi mi può aiutare a far valere i miei diritti? Dove posso andare se ho bisogno di parlare con qualcuno? Questi strumenti vogliono promuovere un approccio interculturale, offrendo alle famiglie non solo informazioni pratiche, ma anche fiducia e orientamento per costruire relazioni positive con la comunità locale.

Un ulteriore elemento chiave è il coinvolgimento dei Community Agents, persone appartenenti alle comunità migranti locali che fungono da ‘facilitatori’ tra i servizi territoriali e le famiglie. Il loro ruolo è fondamentale perché, grazie alla conoscenza diretta delle comunità e delle loro esigenze, riescono a far conoscere in maniera chiara e accessibile le opportunità presenti sul territorio, superando barriere linguistiche e culturali. Agendo come veri e propri ‘ponti di conoscenza’, hanno contribuito a coinvolgere attivamente le famiglie nel progetto RemìX e a orientarle verso i servizi dedicati ai minori con background migratorio in condizioni di fragilità.

Attraverso RemiX, Fondazione ISMU ETS intende rafforzare la rete di capitale sociale e istituzionale sui territori, valorizzando le sinergie già sperimentate con il precedente progetto “Remì” e promuovendo la replicabilità del modello in altri contesti regionali.

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