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Verso le Assemblee 2027 delle Chiese locali con il sussidio ‘Fare memoria’
Nei giorni scorsi la Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato la Nota ‘Fare memoria’ per accompagnare la preparazione dell’Assemblea di valutazione della Chiesa locale, come ha sottolineato il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo: “Valutare non è un esercizio tecnico, ma un’esperienza di gratitudine e di verità: fare memoria significa riconoscere ciò che il Signore ha fatto maturare nel cammino delle nostre comunità e lasciarsi orientare verso i passi successivi. E’ così che una Chiesa diventa sempre più capace di conversione”.
Nella Scrittura, ‘fare memoria’ non significa volgere lo sguardo al passato, ma riconoscere l’azione di Dio nella storia per discernere il presente e aprirsi al futuro. In questa luce, le Note invitano ogni Chiesa locale a rileggere con gratitudine e sincerità il cammino compiuto nella fase attuativa del Sinodo, per riconoscere i frutti maturati e i passi ulteriori ai quali è chiamata. Il documento si colloca nel solco dei testi di riferimento del percorso (il Documento finale, le Tracce per la fase attuativa (29 giugno 2025) e Verso le Assemblee 2027-2028 (20 maggio 2026) di cui costituisce il seguito operativo per la tappa locale.
Rivolte anzitutto ai Vescovi ed Eparchi, che ne sono i responsabili, e alle équipe sinodali che animano il processo, le Note non propongono un modello da applicare, ma suggeriscono un possibile modo di procedere, offrendo domande, criteri e alcune indicazioni pratiche da adattare a ciascun contesto locale.
Il documento si articola in due parti strettamente collegate. La prima accompagna la stesura del Resoconto narrativo, il testo con cui una Chiesa locale racconta il cammino percorso: frutto di una «rilettura» spirituale in tre movimenti (raccogliere la memoria, riconoscere e ascoltare i ‘segni’, cogliere i processi di trasformazione) letti attraverso le tre conversioni indicate dal Documento finale: quella delle relazioni, dei processi ecclesiali e dei legami.
La seconda parte accompagna la preparazione e lo svolgimento dell’Assemblea di valutazione, convocata dal Vescovo come esperienza «profondamente spirituale», dalla quale scaturiscono il Resoconto narrativo nella sua forma definitiva e una Lettera alle altre Chiese. Quest’ultima si richiama alle litterae communionis. le ‘lettere di comunione’ con cui, nella Chiesa antica, ciascuna comunità testimoniava alle altre la propria fede.
Il resoconto narrativo e la lettera costituiscono il contributo che ciascuna Chiesa locale offre al cammino comune della Chiesa tutta, nello spirito dello «scambio di doni». Validati dal Vescovo, saranno trasmessi all’équipe sinodale nazionale o regionale e condivisi con la Segreteria Generale del Sinodo entro il 30 giugno 2027.
La preparazione dell’Assemblea richiederà un impegno specifico. Il suo frutto dipenderà anzitutto dalla disponibilità delle comunità a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, e poi dalla cura dell’organizzazione e dalla qualità degli strumenti utilizzati, che pure sono importanti. Il cuore del lavoro consiste nel raccogliere e comprendere quanto le comunità hanno vissuto durante il processo di attuazione del Sinodo, mettendo in dialogo le esperienze nella loro varietà, per giungere insieme a riconoscere ciò che il Signore ha fatto maturare e i passi ulteriori ai quali chiama la sua Chiesa.
A partire da questa prospettiva, le Note intendono sostenere il lavoro di quanti sono chiamati a guidare e animare questo processo. Perciò si rivolgono anzitutto ai Vescovi, che ne sono i responsabili, e alle equipe sinodali. Là dove le equipe non fossero ancora state costituite, la loro istituzione rappresenta uno dei passi da compiere con urgenza per garantire una buona preparazione dell’Assemblea1. Le Note non propongono un modello da applicare, ma suggeriscono un possibile modo di procedere, offrendo domande, criteri e alcune indicazioni pratiche che possano aiutare ogni Chiesa locale a preparare e vivere questa tappa del cammino.
Per i cattolici è stata offesa la memoria del presidente Oscar Scalfaro
Prima della pausa estiva il Parlamento italiano ha offerto uno ‘spettacolo’ che nessun italiano avrebbe immaginato, suscitando reazioni nel laicato cattolico e nella famiglia del presidente della Repubblica Italiana, Oscar Luigi Scalfaro, dovute alle ‘accuse’ di Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera dei Deputati, tanto che ha spinto ad intervenire anche l’Azione Cattolica Italiana, associazione in cui Scalfaro ha militato sin da quando aveva 11 anni, ricordando l’intervento di Scalfaro alla festa dei giovani del 10 maggio 1997, allo stadio Olimpico.
In quell’ occasione il presidente della Repubblica spiegò la sua scelta di portare sempre con sé il distintivo dell’associazione, proprio per il ruolo che ebbe nell’educarlo alla libertà in pieno regime fascista: “Porto questo distintivo perché l’Azione Cattolica è il luogo dove mi hanno insegnato cos’è la libertà, e mi hanno anche insegnato che quando si deve battagliare per la libertà, prima si battaglia per la libertà degli altri e poi per la propria”.
L’incontro con 30.000 giovani avvenuto il 10 maggio 1997 è stato ricordato dal responsabile del settore degli adulti dell’Azione Cattolica Italiana, Paolo Seghedoni, in un articolo apparso sul blog ‘Il Chiostro’, in cui ha sottolineato la scelta di quel distintivo: “Il Presidente Scalfaro, infatti, portava sempre il distintivo dell’Azione Cattolica e più volte aveva dato conto di questa scelta, così particolare.
Quell’episodio, e quella spiegazione così limpida (‘prima si battaglia per la libertà degli altri e poi per la propria’), tornano alla memoria alla luce delle parole usate dal capogruppo alla Camera dei Deputati di Fratelli d’Italia, l’onorevole Galeazzo Bignami durante il dibattito sulle chat tra l’ex sottosegretario Delmastro e Mauro Caroccia, indagato insieme alla figlia per riciclaggio e intestazione fittizia di beni, con l’aggravante mafiosa”.
Per questo il vicepresidente di Azione Cattolica Italiana ha ristabilito la memoria: “L’onorevole Bignami dice «forse ricordo male» e ha perfettamente ragione. Ricorda male. Nel novembre 1993 non furono liberati 300 mafiosi, ma per 334 detenuti non venne prorogato il regime del 41-bis (passarono al carcere ordinario, senza uscire di prigione). La responsabilità di quella scelta fu assunta dall’allora Guardasigilli Giovanni Conso, non dal Presidente Scalfaro che, naturalmente, non aveva alcun potere in materia.
E’ appena il caso di ricordare che Oscar Luigi Scalfaro era democristiano e che fu eletto da uno schieramento ampio Presidente della Repubblica al culmine di uno stallo molto preoccupante, due giorni dopo la strage di Capaci che uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani”.
Quindi Paolo Seghedoni ha invitato a non travisare la storia: “L’onorevole Bignami, in questo caso, dimostra di ricordare male più di un particolare e di avere una memoria confusa della storia del nostro Paese. Il Presidente Oscar Luigi Scalfaro ha sempre amato e servito la Costituzione, lo ha fatto con la libertà imparata da chi gli ha insegnato che ‘quando si deve battagliare per la libertà, prima si battaglia per la libertà degli altri e poi per la propria’”.
Per questo anche la famiglia ha stigmatizzato l’intervento con il nipote Paolo Cattaneo: “Ho ricevuto tante telefonate di gente indignata. Quello che è penoso è che un parlamentare non si documenti, l’ignoranza è una cosa brutta, è da combattere. Si ha la sensazione di un intervento di gente che è alla canna del gas, che è disperata e che per attaccare gli altri tira fuori un presidente della Repubblica morto da quasi 15 anni. Cosa dire? Compassione, poveracci”.
In un articolo apparso sul Corriere della Sera nel 2012 in occasione della morte, il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, lo ha definito un ‘cattolico fervente’: “La partecipazione all’Azione Cattolica negli ultimi anni del regime significava formarsi in una prospettiva non fascista ed in una visione alternativa al regime.
Gli studi giuridici nell’Università Cattolica di padre Gemelli avevano rafforzato in lui il senso del valore del diritto e della legge. Per lui la Chiesa ed il diritto erano la patria della libertà e del valore della persona. I lavori della Costituente lo avevano fatto partecipare giovanissimo a quel processo di scrittura della Costituzione, che (vari decenni dopo) era per lui il testo di riferimento della vita pubblica italiana.
Cattolicesimo fervente, senso della legge, valore della Costituzione erano componenti decisive di questo democristiano anomalo che, nel clima romano del secondo dopoguerra, non si era piegato a facili intese o accomodamenti. Non era stato affascinato dal riformismo sociopolitico e ecclesiale di Giuseppe Dossetti. Non era tenero nei confronti dei comunisti, proprio guardando alle persecuzioni nell’Est europeo”.
Per questo, ha scritto ancora il prof. Riccardi, non poteva essere ‘etichettato’, come ha fatto l’on. Bignami, non conoscendo la storia del cristianesimo contemporaneo: “Era un cattolico non facilmente catalogabile: non clericale, non cattolico adulto, ma certo cristiano fervente. Bisognerebbe indagare di più sulla spiritualità di Scalfaro, mai nascosta. Il suo cattolicesimo era tradizionale. Ben da prima del Vaticano II, era un amico dell’ebraismo e di Israele.
La sua pietà era fortemente mariana. Anzi aveva a lungo manifestato interesse per il messaggio della Madonna di Fatima con la sua valenza per una rinascita dell’Europa caratterizzata dalla fine del comunismo. Anche durante la sua carriera politica, aveva parlato nelle chiese e tenuto conferenze religiose. La Bibbia e il Vangelo gli erano molto familiari. Assisi e San Francesco erano riferimenti per la sua pietà personale”.
Nel 2017 il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, così lo ha ricordato a cinque anni dalla morte: “Sono trascorsi cinque anni dalla morte di Oscar Luigi Scalfaro, uno dei costruttori della nostra democrazia, che ha servito il Paese con passione, coerenza e rigore morale, contribuendo al rafforzamento delle istituzioni in momenti non facili. Scalfaro ha impegnato la sua intelligenza e la sua umanità, sin dalla Liberazione e dall’Assemblea Costituente, nella concreta realizzazione di quegli ideali di libertà, di coesione sociale, di uguaglianza nei diritti e nei doveri, alla base poi del testo costituzionale.
La Costituzione divenuta per lui, giorno dopo giorno, non soltanto la pietra angolare su cui è edificata la nostra casa comune, ma un elemento fondante la sua testimonianza, il traguardo a cui tendere sempre, per migliorare il nostro modello sociale e allargare le opportunità e le libertà…
Convinto del fondamento etico della politica democratica, Oscar Luigi Scalfaro ha accompagnato dal Quirinale una stagione di cambiamenti profondi, che hanno segnato la storia repubblicana. La sua linea-guida è sempre stata l’interesse dell’Italia, con la salvaguardia ed il rafforzamento dei valori costitutivi, primo fra tutti l’unità nazionale. Alla sua figura continua ad andare l’ammirazione ed il pensiero riconoscente degli italiani”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
Per non dimenticare i morti di Amendolara
Nei giorni scorsi ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro giovani braccianti (tre afghani e un pakistano) sono stati uccisi in un minivan dato alle fiamme, avevano tra i 19 anni ed i 29 anni, come hanno scritto sul sito di ‘Vita non profit’ Giuseppe Cascardi, direttore della Caritas ed Angelo Palmieri, dell’Osservatorio per le povertà della diocesi della diocesi di Cassano allo Ionio: “Questi ragazzi sono morti dentro un assetto sociale che rende possibile l’impensabile: lavorare senza tutele, vivere ammassati, dipendere da intermediari per spostarsi, mangiare, dormire, ricevere o non ricevere il salario”.
Sono stati bruciati vivi per ‘punizione’ i quattro braccianti uccisi lunedì 1 giugno 2026 ad Amendolara mentre erano impiegati nella raccolta delle fragole nella vicina Basilicata. I caporali che li sfruttavano (per conto di un sistema che mescola criminalità organizzata, aziende legali e grande distribuzione organizzata) hanno bloccato dall’esterno le portiere del minivan, gettato benzina e dato fuoco al veicolo, uccidendo così quattro lavoratori tra i 19 e i 29 anni.
Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani, i loro caporali, con l’accusa di omicidio volontario plurimo.
L’unico sopravvissuto è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i caporali minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli e che loro, invece, hanno chiesto più volte di essere pagati per il lavoro svolto nei campi di fragole: “Ci davano cibo e casa, ma non i soldi. Anzi: i caporali pretendevano anche cinque euro per il trasporto da Villapiana alle campagne dove dovevamo raccogliere la frutta”, nell’area agricola di Scanzano Jonico.
Nell’intervento su Vita Giuseppe Cascardi ed Angelo Palmieri hanno evidenziato i dati dello sfruttamento, definendolo ‘sistemico’: “Il problema non è soltanto criminale. E’ sistemico. Il VII Rapporto Agromafie e caporalato ricorda che, nel 2023, il settore agricolo italiano valeva € 73.500.000.000 e contava 872.100 occupati, di cui 472.000 dipendenti e 423.000 indipendenti. Nello stesso comparto si stimano circa 200.000 lavoratori irregolari, con un tasso di irregolarità tra i dipendenti pari al 30%, mentre le donne lavoratrici potenziali vittime di sfruttamento sono circa 55.000. Il Rapporto precisa, inoltre, che questi dati sono verosimilmente sottostimati”.
Sulla vicenda è stato intervistato da ‘Radio Onda d’Urto’ il dott. Giovanni Ferrarese, assegnista di ricerca nell’Istituto di Studi sul Mediterraneo del CNR e docente di storia contemporanea all’Università di Salerno, autore del libro ‘Il caporalato. Una storia’: “Sappiamo benissimo che il caporalato non sempre si manifesta con la violenza, e soprattutto con forme così terribili e drammatiche.
Però in questi giorni riflettevo su un aspetto: credo che la violenza sia insita nel fenomeno del caporalato qualora vengano meno altri strumenti di coercizione, come il ricatto occupazionale o quello legato al permesso di soggiorno. Ce lo dice il nome stesso del ‘caporale’, mutuato dall’esercito: un’istituzione dove non si ammettono insubordinazioni, e dove le insubordinazioni si puniscono anche con forme estreme.
Non è un caso che si usi un linguaggio militare: in alcuni sistemi di coercizione non è ammessa in nessun modo la richiesta, l’istanza di diritti; non è ammessa l’insubordinazione. E se questo non si riesce a controllare con i mezzi tra virgolette ‘normali’, si ricorre addirittura alla violenza”.
Il vescovo di Cassano all’Jonio, mons. Francesco Savino, vicepresidente della Cei, ha inviato una lettera ai fedeli ha chiesto allo Stato la presenza: “Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima: nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici. Servono controlli veri, continui, non episodici. Serve protezione per chi denuncia. Nessuno deve essere lasciato solo davanti a reti di sfruttamento, minaccia e ricatto. La politica non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore”.
Mentre alla Chiesa locale ha posto domande di presa di coscienza: “Alla comunità cristiana dico: non possiamo celebrare l’Eucaristia e restare indifferenti davanti a corpi bruciati. Non possiamo invocare il Vangelo e tollerare che i poveri vengano consumati dal fuoco dello sfruttamento, della violenza, dell’abbandono. Il Cristo che adoriamo sull’altare è lo stesso Cristo che oggi ci viene incontro nei corpi martoriati di questi fratelli.
‘Ero forestiero e mi avete accolto’: questa pagina evangelica è un giudizio storico sulle nostre comunità. E’ una domanda che brucia più del fuoco. Dove eravamo mentre questi fratelli vivevano nella vulnerabilità? Che cosa abbiamo visto e non abbiamo voluto vedere? Quali porte abbiamo chiuso? Quali silenzi abbiamo custodito? Quali abitudini abbiamo chiamato normalità mentre erano già ingiustizia?”
Per l’Azione Cattolica Italiana della diocesi di Cosenza la vita umana ‘non ha prezzo’: “La tragedia dei quattro migranti vittime del caporalato ad Amendolara non può lasciarci indifferenti. Sono tragedie che si consumano nelle nostre campagne, a pochi passi da casa nostra, sulla pelle di persone ridotte a frumenti di lavoro.
Non possiamo abituarci a queste ingiustizie e limitarci alla rabbia. Custodire la memoria di queste persone significa tradurre il dolore in impegno e la fede in scelte quotidiane. Ogni vita vale più di qualsiasi silenzio complice”.
E’ un invito alla responsabilità: “Come Azione Cattolica sentiamo la responsabilità di parlare al cuore delle coscienze. La nostra missione non è solo denunciare il male, ma educare a riconoscere il valore inviolabile di ogni persona… Chiediamo a tutti i soci, alla comunità ecclesiale e civile, di informarsi con attenzione e consapevolezza. Solo la conoscenza attenta e la riflessione responsabile possono tradursi in scelte politiche, sociali ed economiche che rispettino la dignità di chi lavora e soffre”.
Per questi è necessario l’impegno: “E’ necessario trasformare l’indignazione in impegno concreto: nella tutela dei diritti, nella solidarietà verso chi è più vulnerabile, nella costruzione diuna società che sappia vedere, riconoscere e proteggere. Non possiamo limitarci alla rabbia o allo sgomento. La preghiera è sincera quando genera azione di conversione”.
Ecco l’invito a non dimenticare: “Custodire la memoria di questi fratelli significa tradurre il dolore in impegno, la coscienza in responsabilità, la fede in scelte quotidiane che affermino la giustizia e la fraternità. Il loro volto ci interroga, la loro storia ci riguarda, la loro dignità è la nostra. Solo con coscienze educate, con comunità vigili e con cittadini responsabili, possiamo impedire che tragedie simili diventino routine e che l’indifferenza continui a prosperare”.
Per le Acli l’uccisione ad Amendolara è una ferita per la democrazia, secondo il presidente nazionale Emiliano Manfredonia: “Queste morti interrogano profondamente il Paese e chiamano in causa la responsabilità collettiva di contrastare ogni forma di sfruttamento, marginalizzazione e disumanizzazione. Quando una persona viene privata della propria dignità, quando il lavoro perde il suo valore umano e diventa terreno di abuso e sopraffazione, è l’intera comunità democratica a essere ferita. Il lavoro emancipa, vivifica ma non uccide”.
Per questo le Acli hanno ribadito l’impegno per una società fondata sull’accoglienza, sulla giustizia sociale e sulla piena tutela dei diritti umani, nella convinzione che la sicurezza, la legalità e la coesione sociale si costruiscano attraverso il riconoscimento della dignità di ogni persona e la promozione di un lavoro libero, regolare e sicuro: “Di fronte a quanto accaduto ad Amendolara, il silenzio non è possibile. E’ il momento della responsabilità, della vicinanza alle famiglie delle vittime e di una rinnovata assunzione di impegno da parte delle istituzioni, del mondo del lavoro, del terzo settore e dell’intera società civile”.
Infine le ACLI chiedono che le autorità competenti accertino rapidamente i fatti e individuino tutti i responsabili. Al tempo stesso, ritengono necessario rafforzare le politiche di prevenzione e contrasto allo sfruttamento lavorativo, al caporalato e alle reti criminali che prosperano sulla vulnerabilità di tanti lavoratori migranti.
Sinodo: pubblicato documento in vista dell’Assemblea sinodale del 2028
Nei giorni scorsi è stato pubblicato dalla Segreteria Generale del Sinodo il documento ‘Verso le Assemblee 2027-2028: tappe, criteri, strumenti in vista delle Assemblee del 2027-2028’, con cui sono precisati calendario, la metodologia e i criteri con cui le Chiese locali di tutto il mondo, i loro raggruppamenti nazionali e continentali sono chiamati a condividere i frutti del cammino avviato dopo il Documento finale del Sinodo 2021-2024, fino alla celebrazione dell’Assemblea ecclesiale dell’ottobre 2028.
Il cammino si suddivide in quattro tappe: ‘Fare memoria’ — primo semestre 2027. Assemblee di valutazione nelle Diocesi ed Eparchie, chiamate a rileggere l’esperienza di attuazione del Documento finale attraverso un resoconto narrativo e una lettera alle altre Chiese; ‘Interpretare’ — secondo semestre 2027. Assemblee delle Conferenze Episcopali (nazionali o regionali), che elaboreranno una relazione teologico-pastorale e una lettera alle altre Chiese locali; ‘Orientare’ — primo quadrimestre 2028. Assemblee continentali, dalle quali emergerà un rapporto di prospettiva capace di individuare priorità e orientamenti condivisi; ‘Celebrare’ — ottobre 2028. Assemblea ecclesiale della Chiesa tutta, in Vaticano, insieme al Santo Padre: il cammino compiuto sarà ricondotto a unità e consegnato al discernimento dell’intera Chiesa.
La Segreteria Generale precisa inoltre che “le prime due Assemblee (quelle a livello locale e nazionale) elaborano due testi complementari: un documento di rilettura (il resoconto narrativo per le Diocesi ed Eparchie, la relazione teologico-pastorale per le Conferenze Episcopali) ed una lettera alle altre Chiese locali, redatta durante l’Assemblea stessa.
E’ quest’ultima lo strumento concreto dello scambio di doni: ogni comunità offre quanto ha maturato e si dispone ad accogliere quanto le altre Chiese le offrono. Le Assemblee continentali, invece, elaboreranno un rapporto di prospettiva che servirà per l’elaborazione dell’Instrumentum laboris (documento di lavoro) dell’Assemblea ecclesiale 2028”.
Per quanto riguarda la selezione delle Assemblea si sottolinea che “nella selezione dei partecipanti andrà assicurata un’adeguata attenzione al rapporto tra uomini e donne e tra le diverse generazioni, alla diversità culturale ed ecclesiale (includendo presbiteri, diaconi, consacrate e consacrati, membri di associazioni, movimenti e nuove comunità, fedeli non inseriti in strutture organizzate) e alla presenza di persone che vivono situazioni di fragilità o marginalità. Una cura particolare è riservata al coinvolgimento dei parroci. Dove opportuno, potranno partecipare anche rappresentanti di altre Chiese e Comunioni cristiane o di altre religioni”.
E’ anche precisato che “la responsabilità del processo spetta al vescovo diocesano o eparchiale per le Assemblee locali, al presidente della Conferenza Episcopale per quelle nazionali o regionali, e ai responsabili delle istanze continentali per quel livello. Le équipe sinodali, attivate a tutti i livelli, ne curano organizzazione e coordinamento. Quello che proponiamo alle Chiese locali non è un compito aggiuntivo, ma un tempo di discernimento condiviso e di rendimento di grazie, in cui rileggere insieme ciò che lo Spirito sta facendo crescere nella Chiesa e riconoscere i passi che siamo chiamati a compiere.
Le Assemblee non coincidono infatti con una consultazione sociologica né con una dinamica deliberativa, né sono una verifica tecnica, ma piuttosto una forte esperienza ecclesiale e spirituale di discernimento: un momento di sintesi e di rilancio del cammino, perché lo scambio di doni tra le Chiese diventi esperienza concreta e la sinodalità si traduca sempre più in stile ordinario della vita ecclesiale al servizio della missione”, ha commentato il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo.
Papa Leone XIV all’ordinariato militare: difendere i deboli
“Inter Arma Caritas: ‘per portare Cristo nelle vene dell’umanità, rinnovando e condividendo la missione apostolica, guardando al domani con serenità, compiendo scelte coraggiose’. Queste sono le parole che stanno orientando il cammino del Centenario dell’Ordinariato Militare per l’Italia, un evento che custodisce memoria, attualità e profezia”: riprendendo le sue parole ai vescovi italiani dello scorso giugno papa Leone XIV ha incontrato i cappellani e gli officiali dell’Ordinariato Militare per l’Italia in occasione del Centenario di fondazione, ricordando che il loro servizio ‘è un atto d’amore, verso il Paese, verso i territori, soprattutto verso le persone’.
Nel discorso il papa ha sottolineato il valore della memoria, che è legata alla ‘coscienza’: “Viviamo in una società che rischia di smarrire il senso della memoria. La nostra epoca possiede una capacità straordinaria di trasmettere informazioni, ma una sempre più debole capacità di interiorizzarle. La memoria è spesso ‘esternalizzata’ e disponibile, ma non sempre fatta propria e attivata.
Per la Chiesa, invece, essa è coscienza viva: non accumulo di dati, ma costante appello alla responsabilità; non nostalgia, ma radice che genera profezia. Per i cristiani la memoria ha un carattere unico: è celebrazione di Dio che entra nella storia, perché la fede cristiana si fonda su un fatto storico e la salvezza non è un’idea, ma la persona vivente del Signore Gesù Cristo”.
Perciò in questo centenario è necessario non dimenticare l’insegnamento di papa san Paolo VI: “In tale orizzonte, risuona attuale l’insegnamento del Papa San Paolo VI, il quale affermava che la storia non è una realtà da subire, ma un luogo di grazia in cui costruire la civiltà dell’amore. I
l Centenario che celebrate desidera far riecheggiare proprio questo messaggio, alla luce del comandamento del Signore:’Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi’. Il vostro servizio è un atto d’amore (verso il Paese, verso i territori, soprattutto verso le persone), che si traduce in prossimità concreta, specialmente nei luoghi e nelle circostanze in cui maggiori sono le fragilità”.
Richiamando il pensiero di sant’Agostino a vivere il ministero come un servizio di amore il papa ha evidenziato l’azione del cappellano militare: “L’azione del Cappellano Militare si svolge spesso nel silenzio, nei luoghi di pace e in quelli di conflitto, nei sedimi militari e nei contesti operativi, nelle cappelle e nelle tende da campo.
E’ lì che la cura del gregge del Signore si manifesta attraverso la testimonianza della vita, l’annuncio del Vangelo, la celebrazione dell’Eucaristia e dei Sacramenti, l’ascolto paziente e l’accompagnamento spirituale. In tal senso, un particolare rilievo assumono i contesti formativi, le Accademie, le Scuole, gli Istituti di formazione, i luoghi in cui si plasmano le coscienze.
In una società segnata dalla mobilità umana e dalla pluralità culturale, il Cappellano si pone anche al servizio del dialogo tra i popoli, le culture e le religioni, testimoniando una Chiesa che si fa strumento di unità. La sua azione spirituale contribuisce così alla promozione del bene comune e della pace sociale, frutto (come ricordava papa Francesco) di un paziente lavoro artigianale, che richiede formazione, giustizia e carità”.
La missione del militare cristiano si può collocare nella definizione della costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’: “In questo orizzonte si colloca la missione del militare cristiano. Difendere i deboli, tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e ristabilire l’ordine. Tutto questo non può ridursi a mera professione: è una vocazione, risposta a una chiamata che interpella la coscienza.
L’identità del militare è forgiata da generosità, spirito di servizio, alte aspirazioni e profondi sentimenti. Ma tali valori esigono un fondamento, un dono di Grazia capace di alimentare la carità fino alla dedizione totale di sé. Occorre, pertanto, ispirare con la linfa del Vangelo i codici, le norme e le missioni della vita militare perché, nel servizio alla sicurezza e alla pace, il bene comune dei popoli sia sempre al primo posto”.
Per queste motivazioni l’Ordinariato militare rientra nell’annuncio della pace della Chiesa: “La Chiesa, nel solco del magistero del Concilio Vaticano II, e delle Esortazioni apostoliche Evangelii nuntiandi ed Evangelii gaudium, proclama il Vangelo della pace, pronta a collaborare con tutti per custodire questo bene universale. In essa, l’Ordinariato Militare per l’Italia, attraverso la cura spirituale, vuol essere un laboratorio efficace dell’agire di Dio in favore dell’uomo, uno spazio di formazione per il passaggio dall’amor sui all’amor Dei, fondamento di quella Civitas Dei in cui la legge fondamentale è la carità e dove la pace non è soltanto assenza di conflitto, ma pienezza di giustizia, di verità e di amore”.
(Foto: Santa Sede)
Vittorio Bachelet: servizio allo Stato ed alla Chiesa
“Abbiamo vissuto queste due giornate molto belle e intense di questo nostro convegno così denso di riflessioni e di esperienze che ci hanno aiutato ad iniziare nel modo migliore questo centenario (verso la XIX Assemblea nazionale e il 160° dell’AC). Abbiamo voluto immaginare questa occasione come un itinerario della memoria, nella tradizione di questi nostri appuntamenti pensati dall’Istituto a cui l’associazione ha specificamente affidato questo compito della memoria, proponendo di anno in anno occasioni di riflessione e di discussione su temi che hanno sempre intrecciato sapientemente temi che ci permettono di approfondire l’eredità di Vittorio Bachelet nei suoi diversi ambiti di impegno e servizio con le questioni emergenti dall’attualità secondo quello stile di approfondimento e valutazione critica cui lo stesso Bachelet, cresciuto alla scuola del Concilio ci ha educato, mostrandoci in diversi modi quell’esigente esercizio di lettura dei segni dei tempi”: con i ringraziamenti del presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, prof. Giuseppe Notarstefano si è concluso alla ‘Domus Mariae’ di Roma il XLVI Convegno Bachelet, ‘Bachelet: uomo del presente, costruttore di futuro. L’impegno civile ed ecclesiale di Vittorio: seme di speranza a 100 anni dalla sua nascita”, assassinato dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980 all’Università La Sapienza di Roma.
Nella giornata conclusiva la prof.ssa Maria Grazia Vergari, docente invitata alla Pontificia Università di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’ di Roma e già vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica per il settore Adulti, ha ricordato ‘lo sguardo attuale, lucido, libero ed ecclesiale di Bachelet’ nell’attuare il Concilio Vaticano II all’interno dell’Azione cattolica, perché invitava a “stare dentro la storia e dentro le sfide antropologiche dell’uomo e a ritrovare il coraggio dell’identità, riconoscendo i tempi di crisi, ma sapendo stare in mezzo alla gente e interpretare le domande del presente…
Oggi la sfida è già associarsi, costruire ponti e occasioni di dialogo, recuperare la cura dei legami intergenerazionali. Bachelet comprese che l’Ac dovesse rinnovarsi, recuperando un radicamento spirituale”. Figura che ha saputo edificare processi senza eluderne le fatiche, attraverso il coinvolgimento e la partecipazione, Bachelet ha esortato a “mettere al centro al formazione, per rendere i laici testimoni credibili nella società contemporanea, e a custodire l’unità nella pluralità, cercando l’ascolto, il dialogo e la rete”.
Ugualmente Ilaria Vellani, docente di filosofia morale e politica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Emilia Romagna e già direttore dell’Istituto per lo studio dei problemi sociali e politici Vittorio Bachelet, ha illustrato il senso della scelta religiosa dell’Azione cattolica: “E’ un elemento di identità dell’associazione, una delle radici del nostro modo di pensare da sessant’anni a oggi. La scelta religiosa ha implicato la fine del collateralismo tra l’associazione e la politica, ma mai si è abdicato alle responsabilità personali.
Ha permesso di rendere leggera la Chiesa dal potere, cercando di ricondurre alla vita associativa ciò che c’è di essenziale. Bachelet sottolineava con coraggio che la scelta religiosa è nata come il Concilio, dai cambiamenti profonde della società italiana, ed essa ha dato all’associazione una spiritualità che ha trasformato la nostra postura nella Chiesa e nel mondo”.
Tre le sollecitazioni che la scelta religiosa offre a ciascuno e all’Azione cattolica individuate infine dalla docente: “Ci interroga sulla leggerezza di cui la Chiesa ha bisogno e sui pesi che oggi ci impediscono di sentire il cuore pulsante del Vangelo; ci suggerisce di lavorare sul valore della prassi democratica come elemento di formazione, e sulla dimensione di popolarità dell’associazione”.
Infine il prof. Renato Balduzzi, docente ordinario di Diritto costituzionale e di Diritto pubblico comparato all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha delineato l’impegno civile e istituzionale di Vittorio Bachelet, prendendo a prestito le parole del giurista Leopoldo Elia, (‘Vittorio stette nelle istituzioni servendo lo Stato, attuando la Costituzione’), approfondendo il senso dell’impegno di Bachelet nelle istituzioni, caratterizzato da ‘dialogo e lealtà nel rapporti interpersonali’.
Nella sua attività di attuazione costituzionale, Bachelet “aveva colto la novità delle Costituzioni del secondo Novecento, nelle quali entra per la prima volta anche la società. Il cammino di Bachelet nelle istituzioni è precoce, e dai suoi scritti di giovane studente universitario emergono già i tratti di lucidità di giudizio storico. Poi è stato capace di cogliere i germi del futuro agli esordi dell’integrazione europea. Prestava attenzione alla particolare condizione degli uomini politiche che hanno responsabilità speciali, e per i quali egli invitava con forza a pregare”.
Bachelet è stato un uomo mite: “Dagli scritti e dagli interventi pubblici individuiamo la chiara percezione che aveva del suo compito, e dunque della competenza, e il suo vivere il potere come servizio, nel senso di disinteresse personale. Bachelet ci insegna a operare con mitezza, che non è mai all’arrendevolezza, insieme alla coscienza retta. Ci ricorda di rinnovare l’apertura internazionalistica, tanto più oggi, alla luce della situazione mondiale attuale”.
Al termine degli interventi, l’Istituto Bachelet ha presentato le iniziative di divulgazione sulla figura e la dimensione civile di Vittorio Bachelet, grazie ad un podcast in quattro puntate, scritte dal presidente Matteo Truffelli, da aprile anche su ‘il Chiostro’, il nuovo portale di comunicazione dell’ACI.
Mentre nella prima giornata il vicepresidente del CSM, dott. Fabio Pinelli, ha sottolineato che era l’uomo delle Istituzione ed il figlio Giovanni lo ha ricordato come ‘uomo di grande tenerezza, capace di insegnare con una risata, in un’epoca in cui veniva messo in discussione l’istituto familiare’; ma è stato anche l’uomo della scelta religiosa, come ha ricordato la sua allieva, Rosy Bindi, che prendendo a prestito le parole del card. Martini, lo ha definito ‘martire laico’, perché ‘è morto non in odio al Vangelo, ma per il suo impegno per la Città dell’uomo’, ma dal Vangelo trasse le sue ragioni: “Non voleva che il Vangelo diventasse uno strumento di potere, ma che restasse un insegnamento da cui far scaturire una responsabilità personale, senza coinvolgere la Chiesa, che deve potersi rivolgere a tutti, non solo a quelli che votano un partito”.
Si riconosceva nel riformismo di De Gasperi, anche se fu Aldo Moro il suo riferimento maggiore, anche lui docente all’Università del La Sapienza e morto ucciso dalle Brigate Rosse, come altri due docenti dell’ateneo, Ezio Tarantelli e Massimo d’Antona, secondo il costituzionalista, prof. Stefano Ceccanti: “Quando passiamo per il corridoio si Scienze politiche al piano terra con le aule intitolate a Bachelet, Moro e D’Antona, quando passiamo sotto la lapide al piano rialzato siamo provocati a ragionare sul nostro ruolo educativo, che dalle loro vicende tragiche trae alimento”.
La giornata era stata chiusa dall’emissione da parte del ministero delle Imprese di un francobollo appartenente alla serie tematica ‘i valori sociali’, stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato in rotocalcografia, parte da un bozzetto a cura dell’artista Tiziana Trinca: “Il francobollo riproduce un ritratto di Vittorio Bachelet mentre tiene in mano un volume; sullo sfondo è raffigurata una libreria, a simboleggiare la profonda cultura e il suo stretto legame con il sapere”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
Le Foibe dimenticate raccontate in un atlante online
La vicenda degli esuli giuliano-dalmati è una delle pagine più drammatiche della recente storia italiana, perché ha segnato il confine orientale, attraverso una lunga sequenza di eventi tragici, in cui lo scontro ideologico si è unito all’intolleranza etnica e agli orrori dei conflitti armati. Istituito con una legge del 2004 in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo e delle vicende del confine orientale del secondo dopoguerra, il Giorno del ricordo è stato ricordato ieri. In questa giornata sono state organizzate iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso le scuole di ogni ordine e grado, oltre a convegni, incontri e dibattiti. Quest’anno anche la terza edizione del ‘Treno del Ricordo’, la mostra multimediale itinerante allestita su una locomotiva storica che ripercorre idealmente il viaggio compiuto dagli esuli istriani, fiumani e dalmati per raggiungere i vari campi profughi sul territorio nazionale, da Nord a Sud, che tocca 11 città: Trieste, Pordenone, Bologna, Pescara, L’Aquila, Roma, Latina, Salerno, Reggio Calabria, Palermo e Siracusa.
Ed in occasione di questa giornata l’Azione Cattolica Italiana dell’arcidiocesi di Gorizia ha richiamato “tutta la comunità al valore profondo della memoria storica, quale strumento di consapevolezza, responsabilità e costruzione della pace. Il ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata rappresenta per il territorio goriziano una pagina dolorosa ma fondamentale della propria storia. Custodire questa memoria significa non soltanto commemorare, ma anche promuovere una cultura dell’incontro, del dialogo e del rispetto reciproco tra i popoli”.
In questo contesto, l’Azione Cattolica goriziana ha ricordato ‘con gratitudine’ la testimonianza di Maria Almani, storica figura associativa e testimone delle vicende del confine orientale. Nata a Pisino d’Istria e giunta a Gorizia come esule nel secondo dopoguerra, “ha incarnato nel quotidiano i valori della fede vissuta, del servizio silenzioso e dell’impegno nella comunità ecclesiale e civile. Il Giorno del Ricordo diventa così occasione per rinnovare una memoria viva, capace di educare le nuove generazioni alla responsabilità storica e alla costruzione di un futuro fondato sulla solidarietà, sulla giustizia e sulla pace”. Infine ha invitato “tutti a vivere questa ricorrenza come momento di riflessione personale e comunitaria, affinché il passato non sia dimenticato ma diventi luce e orientamento per il presente”.
Per l’occasione la vice presidente dell’ANPC (Associazione Nazionale Partigiani Cattolici), Silvia Costa, ha sottolineato che per troppo tempo è stata ‘negata’ questa storia: “Una tragedia che troppo a lungo è stata negata, rimossa e non raccontata. Le vere foibe sono l’oblio”. Mentre Toni Concina, intervenendo alla Camera in rappresentanza delle Associazione giuliano dalmate, ha invitato a lavorare per elaborare tragedie e lutti intensificando il dialogo, le relazioni culturali, le nuove comunità italiane che, come a Zara, stanno ricostituendo i giovani nel quadro della comune appartenenza europea.
Intanto nei prossimi giorni sarà presentato a Roma l’Atlante digitale sui centri di raccolta dei profughi giuliani e dalmati della Seconda guerra mondiale, il primo repertorio completo dei 109 campi di accoglienza realizzati in Italia dopo l’esodo di quasi 300.000 profughi italiani da quelle terre. Una ricerca che è frutto del progetto ‘Alle origini della coscienza europea: ricerca e divulgazione sui conflitti, resistenze, esodi, ricostruzioni nel ‘900’, nell’ambito della Convenzione tra il CNR e l’Istituto ‘Ferruccio Parri’. Si tratta del più ampio censimento mai realizzato, coordinato dagli storici prof. Enrico Miletto, docente all’Università degli studi di Torino, e del prof. Costantino Di Sante, docente all’Università degli studi del Molise) e condotto per tre anni in tutta Italia, attraverso archivi storici, fonti primarie, ritagli di giornale, lettere, resoconti degli enti di assistenza, planimetrie e rare foto, come ha sottolineato il prof. Miletto:
“Questo è il primo importante tentativo di fornire un repertorio completo di quella che era l’accoglienza dei profughi giuliani e dalmati. Per faro, è stato necessario scavare nella storia locale, per sistematizzare il tutto in una dimensione nazionale… Molti di questi campi erano microcosmi, vere città nelle città: c’erano infermerie, ambulatori medici, asili, scuole elementari, spesso gestiti dagli stesi profughi”.
I giornalisti cattolici di Palermo ricordano Biagio Conte con una Messa, nella memoria liturgica di San Biagio
Fratel Biagio si definiva un fan di tutti i santi e li amava tutti, ma quando si festeggiava San Biagio era particolarmente contento. Partecipava alla messa del 3 febbraio dedicata al Santo con molta devozione; durante la celebrazione due candele incrociate venivano appoggiate alla gola di ogni partecipante in segno di benedizione. San Biagio è patrono anche della gola, gli viene attribuito un miracolo ad un bambino salvato da una lisca conficcata nella gola.
Fratel Biagio, in quella particolare giornata, era come se potesse riposarsi, non era più lui il centro dell’attenzione, ma lo era San Biagio da cui tutti si aspettavano questo o quel miracolo. In certi momenti gli pesava molto, a Fratel Biagio, essere continuamente cercato per fare foto con lui.
La figura di San Biagio lo affascinava molto e quella giornata era motivo di gioia. Tutti noi dovremmo guardare al nostro nome e conoscere il relativo santo, la cui testimonianza ci può dare coraggio. Sono tutte persone che nella loro vita hanno cercato Dio e il prossimo, compiendo opere che hanno permesso loro di condurre la buona battaglia e di raggiungere il vero nostro obiettivo sulla terra: arrivare alla santità.
Tutti noi nella vita siamo in cammino, un cammino non fisico; il nostro compito è di vivere con amore e di non farci sopraffare dalle vicende della vita, anche le più brutte: le persecuzioni, le malattie, le guerre, le separazioni coniugali, gli incidenti gravi. Noi dobbiamo rimanere saldi nella fede e avere sempre la Speranza di una vita in cui ci sarà L’Avvento del Regno di Dio, con la fine di tutti i mali e l’inizio di tutti i beni. Questi sono tempi difficili, Fratel Biagio parlava di Apocalisse, ma dobbiamo viverli con la consolazione e la speranza certa della nuova venuta di Cristo.
Lasciamoci aiutare in questo dai volumi di Libro di Cielo, in cui sono riportati i dialoghi che Gesù ha con la Serva di Dio Luisa Piccarreta, che ci donano nuovi eccessi d’amore di Cristo per affrontare e vincere il male.
Tutti siete invitati alla Santa Messa nella Parrocchia Sant’Alberto Magno (viale Regione Siciliana, Nord Ovest, 3414 a Palermo), oggi alle ore 17.00 per pregare insieme ai giornalisti cattolici dell’Ucsi Palermo che vogliono ricordare Fratel Biagio Conte nel giorno della memoria liturgica di ‘San Biagio’. La Celebrazione Eucaristica sarà presieduta da don Dario Chimenti, consulente ecclesiastico dell’Ucsi Palermo.
(Tratto da Porta di Servizio)
Giorno della memoria: FISH ha ricordato le vittime dell’Aktion T4 con l’impegno per i diritti
In occasione del Giorno della Memoria, la FISH (Federazione Italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie) ha rinnovato il proprio impegno a ricordare tutte le vittime della persecuzione e dello sterminio nazista, affinché la memoria sia strumento di consapevolezza, responsabilità e difesa dei diritti umani.
Accanto allo sterminio del popolo ebraico, dei Rom e Sinti, degli oppositori politici, degli omosessuali e di altre minoranze, è doveroso ricordare anche le vittime del programma Aktion T4, uno dei capitoli più drammatici e meno conosciuti della storia del nazismo.
Avviato nel 1939, l’Aktion T4 prevedeva l’eliminazione sistematica di persone con disabilità fisiche e mentali considerate dal regime ‘vite indegne di essere vissute’. Decine di migliaia di uomini, donne e bambini furono uccisi in nome di una presunta “purezza” e di un’ideologia fondata sull’esclusione e sulla disumanizzazione.
Non fu una deriva improvvisa ma il risultato di scelte politiche, amministrative e sanitarie che trasformarono la disabilità in un criterio di selezione e di eliminazione. Le persone con disabilità furono dichiarate ‘inermi’, ‘inutili’, ‘zavorre’ e quindi separabili, internabili, sopprimibili.
La memoria delle vittime della Shoah e dei crimini nazisti non può essere separata da una riflessione sulle forme di discriminazione che ancora oggi colpiscono le persone con disabilità quando le si considera un costo, un peso, un errore della natura.
“Al giorno d’oggi, onorare la memoria significa tenere gli occhi aperti sulle nuove forme di segregazione e di invisibilità. Ricordare significa impegnarsi nella quotidianità, affinché nessuna persona venga mai più lasciata indietro o considerata un peso per la comunità. La nostra libertà e la nostra democrazia si misurano sulla capacità di riconoscere, includere, proteggere e valorizzare ogni diversità. La memoria deve trasformarsi in impegno quotidiano per i diritti, perché ‘mai più’ non sia solo uno slogan, ma una pratica costante di cittadinanza attiva”, ha dichiarato il presidente della FISH Vincenzo Falabella.
Per questo Silvia Cutrera, coordinatrice del Gruppo donne della FISH, ha sottolineato: “La carenza di servizi territoriali, l’insufficienza dei sostegni alla vita indipendente, la frammentazione delle politiche sociali e sanitarie, l’assenza di progettazioni personalizzate, di politiche abitative inclusive e di sostegni all’autodeterminazione, rendono ancora concreto il ricorso all’istituzionalizzazione, spesso presentata come unica risposta possibile, sottraendo il diritto a vivere nella comunità”.
Ricordare l’Aktion T4 significa riconoscere che l’odio e la violenza iniziano spesso dalla negazione della dignità dell’altro, dalla classificazione delle persone in base alla loro utilità o basandosi su parametri abilisti di normalità.
Il Giorno della Memoria non è solo un momento di commemorazione ma un richiamo collettivo alla vigilanza: nessuna vita sia mai più considerata di minor valore, nessuna persona venga separata dalla comunità, nessun diritto sacrificato in nome dell’efficienza o della paura della differenza.
Papa Leone XIV: trasmettere la Parola di Dio nella Tradizione
“Ieri ricorreva la Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto, che ha dato la morte a milioni di ebrei e a numerose altre persone. In questa annuale occasione di doloroso ricordo, chiedo all’Onnipotente il dono di un mondo senza più antisemitismo e senza più pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana. Rinnovo il mio appello alla comunità delle Nazioni affinché sia sempre vigilante, così che l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun popolo e si costruisca una società fondata sul rispetto reciproco e sul bene comune”: al termine dell’udienza generale, papa ha ricordato la Giornata della Memoria, celebrata ieri, chiedendo la fine dell’antisemitismo e di ogni persecuzione.
Inoltre ha pregato per gli sfollati a causa delle inondazioni in Mozambico: “Care sorelle e cari fratelli, il mio pensiero va soprattutto all’amato popolo del Mozambico colpito da devastanti inondazioni. Mentre prego per le vittime, esprimo la mia vicinanza agli sfollati e a tutti quelli che offrono loro il sostegno. Il Signore vi aiuti e vi benedica”.
Mentre nell’udienza generale il papa ha proseguito le catechesi sulla Costituzione conciliare ‘Dei Verbum’, in quanto la Sacra Scrittura è connessa alla Tradizione ecclesiale: “Possiamo prendere come sfondo due scene evangeliche. Nella prima, che si svolge nel Cenacolo, Gesù, nel suo grande discorso-testamento rivolto ai discepoli, afferma: ‘…Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità’.
La seconda scena ci conduce, invece, sulle colline della Galilea. Gesù risorto si mostra ai discepoli, che sono sorpresi e dubbiosi, e dà loro una consegna: ‘Andate e fate discepoli tutti i popoli… insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato’. In entrambe queste scene è evidente il nesso intimo tra la parola pronunciata da Cristo e la sua diffusione lungo i secoli”.
Questo è affermato anche dal Concilio Vaticano II: “La Tradizione ecclesiale si dirama lungo il percorso della storia attraverso la Chiesa che custodisce, interpreta, incarna la Parola di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica rimanda, a questo proposito, a un motto dei Padri della Chiesa: ‘La Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali’, cioè nel testo sacro”.
La Tradizione progredisce nella Chiesa attraverso lo Spirito Santo, afferma la Costituzione conciliare: “Questo avviene con la comprensione piena mediante ‘la riflessione e lo studio dei credenti’, attraverso l’esperienza che nasce da ‘una più profonda intelligenza delle cose spirituali’ e, soprattutto, con la predicazione dei successori degli apostoli che hanno ricevuto ‘un carisma sicuro di verità’.
In sintesi, ‘la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa crede’… La Parola di Dio, dunque, non è fossilizzata ma è una realtà vivente e organica che si sviluppa e cresce nella Tradizione. Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della storia”.
Questo si chiama ‘deposito della fede’: “Il ‘deposito’ della Parola di Dio è anche oggi nelle mani della Chiesa e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità, come una stella polare per il nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza”.
E’ stato un invito all’approfondimento di questa Costituzione conciliare: “In conclusione, carissimi, ascoltiamo ancora la Dei Verbum, che esalta l’intreccio tra la Sacra Scrittura e la Tradizione: esse, afferma, sono talmente connesse e congiunte tra loro da non poter sussistere indipendentemente, e insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime”.
(Foto: Santa Sede)





























