Tag Archives: Memoria

Papa Leone XIV all’ordinariato militare: difendere i deboli

“Inter Arma Caritas: ‘per portare Cristo nelle vene dell’umanità, rinnovando e condividendo la missione apostolica, guardando al domani con serenità, compiendo scelte coraggiose’. Queste sono le parole che stanno orientando il cammino del Centenario dell’Ordinariato Militare per l’Italia, un evento che custodisce memoria, attualità e profezia”: riprendendo le sue parole ai vescovi italiani dello scorso giugno papa Leone XIV ha incontrato i cappellani e gli officiali dell’Ordinariato Militare per l’Italia in occasione del Centenario di fondazione, ricordando che il loro servizio ‘è un atto d’amore, verso il Paese, verso i territori, soprattutto verso le persone’.

Nel discorso il papa ha sottolineato il valore della memoria, che è legata alla ‘coscienza’: “Viviamo in una società che rischia di smarrire il senso della memoria. La nostra epoca possiede una capacità straordinaria di trasmettere informazioni, ma una sempre più debole capacità di interiorizzarle. La memoria è spesso ‘esternalizzata’ e disponibile, ma non sempre fatta propria e attivata.

Per la Chiesa, invece, essa è coscienza viva: non accumulo di dati, ma costante appello alla responsabilità; non nostalgia, ma radice che genera profezia. Per i cristiani la memoria ha un carattere unico: è celebrazione di Dio che entra nella storia, perché la fede cristiana si fonda su un fatto storico e la salvezza non è un’idea, ma la persona vivente del Signore Gesù Cristo”.

Perciò in questo centenario è necessario non dimenticare l’insegnamento di papa san Paolo VI: “In tale orizzonte, risuona attuale l’insegnamento del Papa San Paolo VI, il quale affermava che la storia non è una realtà da subire, ma un luogo di grazia in cui costruire la civiltà dell’amore. I

l Centenario che celebrate desidera far riecheggiare proprio questo messaggio, alla luce del comandamento del Signore:’Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi’. Il vostro servizio è un atto d’amore (verso il Paese, verso i territori, soprattutto verso le persone), che si traduce in prossimità concreta, specialmente nei luoghi e nelle circostanze in cui maggiori sono le fragilità”.

Richiamando il pensiero di sant’Agostino a vivere il ministero come un servizio di amore il papa ha evidenziato l’azione del cappellano militare: “L’azione del Cappellano Militare si svolge spesso nel silenzio, nei luoghi di pace e in quelli di conflitto, nei sedimi militari e nei contesti operativi, nelle cappelle e nelle tende da campo.

E’ lì che la cura del gregge del Signore si manifesta attraverso la testimonianza della vita, l’annuncio del Vangelo, la celebrazione dell’Eucaristia e dei Sacramenti, l’ascolto paziente e l’accompagnamento spirituale. In tal senso, un particolare rilievo assumono i contesti formativi, le Accademie, le Scuole, gli Istituti di formazione, i luoghi in cui si plasmano le coscienze.

In una società segnata dalla mobilità umana e dalla pluralità culturale, il Cappellano si pone anche al servizio del dialogo tra i popoli, le culture e le religioni, testimoniando una Chiesa che si fa strumento di unità. La sua azione spirituale contribuisce così alla promozione del bene comune e della pace sociale, frutto (come ricordava papa Francesco) di un paziente lavoro artigianale, che richiede formazione, giustizia e carità”.

La missione del militare cristiano si può collocare nella definizione della costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’: “In questo orizzonte si colloca la missione del militare cristiano. Difendere i deboli, tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e ristabilire l’ordine. Tutto questo non può ridursi a mera professione: è una vocazione, risposta a una chiamata che interpella la coscienza.

L’identità del militare è forgiata da generosità, spirito di servizio, alte aspirazioni e profondi sentimenti. Ma tali valori esigono un fondamento, un dono di Grazia capace di alimentare la carità fino alla dedizione totale di sé. Occorre, pertanto, ispirare con la linfa del Vangelo i codici, le norme e le missioni della vita militare perché, nel servizio alla sicurezza e alla pace, il bene comune dei popoli sia sempre al primo posto”.

Per queste motivazioni l’Ordinariato militare rientra nell’annuncio della pace della Chiesa: “La Chiesa, nel solco del magistero del Concilio Vaticano II, e delle Esortazioni apostoliche Evangelii nuntiandi ed Evangelii gaudium, proclama il Vangelo della pace, pronta a collaborare con tutti per custodire questo bene universale. In essa, l’Ordinariato Militare per l’Italia, attraverso la cura spirituale, vuol essere un laboratorio efficace dell’agire di Dio in favore dell’uomo, uno spazio di formazione per il passaggio dall’amor sui all’amor Dei, fondamento di quella Civitas Dei in cui la legge fondamentale è la carità e dove la pace non è soltanto assenza di conflitto, ma pienezza di giustizia, di verità e di amore”.

(Foto: Santa Sede)

Le Foibe dimenticate raccontate in un atlante online

La vicenda degli esuli giuliano-dalmati è una delle pagine più drammatiche della recente storia italiana, perché ha segnato il confine orientale, attraverso una lunga sequenza di eventi tragici, in cui lo scontro ideologico si è unito all’intolleranza etnica e agli orrori dei conflitti armati. Istituito con una legge del 2004 in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo e delle vicende del confine orientale del secondo dopoguerra, il Giorno del ricordo è stato ricordato ieri. In questa giornata sono state organizzate iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso le scuole di ogni ordine e grado, oltre a convegni, incontri e dibattiti. Quest’anno anche la terza edizione del ‘Treno del Ricordo’, la mostra multimediale itinerante allestita su una locomotiva storica che ripercorre idealmente il viaggio compiuto dagli esuli istriani, fiumani e dalmati per raggiungere i vari campi profughi sul territorio nazionale, da Nord a Sud, che tocca 11 città: Trieste, Pordenone, Bologna, Pescara, L’Aquila, Roma, Latina, Salerno, Reggio Calabria, Palermo e Siracusa.

Ed in occasione di questa giornata l’Azione Cattolica Italiana dell’arcidiocesi di Gorizia ha richiamato “tutta la comunità al valore profondo della memoria storica, quale strumento di consapevolezza, responsabilità e costruzione della pace. Il ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata rappresenta per il territorio goriziano una pagina dolorosa ma fondamentale della propria storia. Custodire questa memoria significa non soltanto commemorare, ma anche promuovere una cultura dell’incontro, del dialogo e del rispetto reciproco tra i popoli”.

In questo contesto, l’Azione Cattolica goriziana ha ricordato ‘con gratitudine’ la testimonianza di Maria Almani, storica figura associativa e testimone delle vicende del confine orientale. Nata a Pisino d’Istria e giunta a Gorizia come esule nel secondo dopoguerra, “ha incarnato nel quotidiano i valori della fede vissuta, del servizio silenzioso e dell’impegno nella comunità ecclesiale e civile. Il Giorno del Ricordo diventa così occasione per rinnovare una memoria viva, capace di educare le nuove generazioni alla responsabilità storica e alla costruzione di un futuro fondato sulla solidarietà, sulla giustizia e sulla pace”. Infine ha invitato “tutti a vivere questa ricorrenza come momento di riflessione personale e comunitaria, affinché il passato non sia dimenticato ma diventi luce e orientamento per il presente”.

Per l’occasione la vice presidente dell’ANPC (Associazione Nazionale Partigiani Cattolici), Silvia Costa, ha sottolineato che per troppo tempo è stata ‘negata’ questa storia: “Una tragedia che troppo a lungo è stata negata, rimossa e non raccontata. Le vere foibe sono l’oblio”. Mentre Toni Concina, intervenendo alla Camera in rappresentanza delle Associazione giuliano dalmate, ha invitato a lavorare per elaborare tragedie e lutti intensificando il dialogo, le relazioni culturali, le nuove comunità italiane che, come a Zara, stanno ricostituendo i giovani nel quadro della comune appartenenza europea.

Intanto nei prossimi giorni sarà presentato a Roma l’Atlante digitale sui centri di raccolta dei profughi giuliani e dalmati della Seconda guerra mondiale, il primo repertorio completo dei 109 campi di accoglienza realizzati in Italia dopo l’esodo di quasi 300.000 profughi italiani da quelle terre. Una ricerca che è frutto del progetto ‘Alle origini della coscienza europea: ricerca e divulgazione sui conflitti, resistenze, esodi, ricostruzioni nel ‘900’, nell’ambito della Convenzione tra il CNR e l’Istituto ‘Ferruccio Parri’. Si tratta del più ampio censimento mai realizzato, coordinato dagli storici prof. Enrico Miletto, docente all’Università degli studi di Torino, e del prof. Costantino Di Sante, docente all’Università degli studi del Molise) e condotto per tre anni in tutta Italia, attraverso archivi storici, fonti primarie, ritagli di giornale, lettere, resoconti degli enti di assistenza, planimetrie e rare foto, come ha sottolineato il prof. Miletto:

“Questo è il primo importante tentativo di fornire un repertorio completo di quella che era l’accoglienza dei profughi giuliani e dalmati. Per faro, è stato necessario scavare nella storia locale, per sistematizzare il tutto in una dimensione nazionale… Molti di questi campi erano microcosmi, vere città nelle città: c’erano infermerie, ambulatori medici, asili, scuole elementari, spesso gestiti dagli stesi profughi”.

I giornalisti cattolici di Palermo ricordano Biagio Conte con una Messa, nella memoria liturgica di San Biagio

Fratel Biagio si definiva un fan di tutti i santi e li amava tutti, ma quando si festeggiava San Biagio era particolarmente contento. Partecipava alla messa del 3 febbraio dedicata al Santo con molta devozione; durante la celebrazione due candele incrociate venivano appoggiate alla gola di ogni partecipante in segno di benedizione. San Biagio è patrono anche della gola, gli viene attribuito un miracolo ad un bambino salvato da una lisca conficcata nella gola.

Fratel Biagio, in quella particolare giornata, era come se potesse riposarsi, non era più lui il centro dell’attenzione, ma lo era San Biagio da cui tutti si aspettavano questo o quel miracolo. In certi momenti gli pesava molto, a Fratel Biagio, essere continuamente cercato per fare foto con lui.

La figura di San Biagio lo affascinava molto e quella giornata era motivo di gioia. Tutti noi dovremmo guardare al nostro nome e conoscere il relativo santo, la cui testimonianza ci può dare coraggio. Sono tutte persone che nella loro vita hanno cercato Dio e il prossimo, compiendo opere che hanno permesso loro di condurre la buona battaglia e di raggiungere il vero nostro obiettivo sulla terra: arrivare alla santità.

Tutti noi nella vita siamo in cammino, un cammino non fisico; il nostro compito è di vivere con amore e di non farci sopraffare dalle vicende della vita, anche le più brutte: le persecuzioni, le malattie, le guerre, le separazioni coniugali, gli incidenti gravi. Noi dobbiamo rimanere saldi nella fede e avere sempre la Speranza di una vita in cui ci sarà L’Avvento del Regno di Dio, con la fine di tutti i mali e l’inizio di tutti i beni. Questi sono tempi difficili, Fratel Biagio parlava di Apocalisse, ma dobbiamo viverli con la consolazione e la speranza certa della nuova venuta di Cristo.

Lasciamoci aiutare in questo dai volumi di Libro di Cielo, in cui sono riportati i dialoghi che Gesù ha con la Serva di Dio Luisa Piccarreta, che ci donano nuovi eccessi d’amore di Cristo per affrontare e vincere il male.

Tutti siete invitati alla Santa Messa nella Parrocchia Sant’Alberto Magno (viale Regione Siciliana, Nord Ovest, 3414 a Palermo), oggi alle ore 17.00 per pregare insieme ai giornalisti cattolici dell’Ucsi Palermo che vogliono ricordare Fratel Biagio Conte nel giorno della memoria liturgica di ‘San Biagio’. La Celebrazione Eucaristica sarà presieduta da don Dario Chimenti, consulente ecclesiastico dell’Ucsi Palermo.

(Tratto da Porta di Servizio)

Giorno della memoria: FISH ha ricordato le vittime dell’Aktion T4 con l’impegno per i diritti

In occasione del Giorno della Memoria, la FISH (Federazione Italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie) ha rinnovato il proprio impegno a ricordare tutte le vittime della persecuzione e dello sterminio nazista, affinché la memoria sia strumento di consapevolezza, responsabilità e difesa dei diritti umani.

Accanto allo sterminio del popolo ebraico, dei Rom e Sinti, degli oppositori politici, degli omosessuali e di altre minoranze, è doveroso ricordare anche le vittime del programma Aktion T4, uno dei capitoli più drammatici e meno conosciuti della storia del nazismo.

Avviato nel 1939, l’Aktion T4 prevedeva l’eliminazione sistematica di persone con disabilità fisiche e mentali considerate dal regime ‘vite indegne di essere vissute’. Decine di migliaia di uomini, donne e bambini furono uccisi in nome di una presunta “purezza” e di un’ideologia fondata sull’esclusione e sulla disumanizzazione.

Non fu una deriva improvvisa ma il risultato di scelte politiche, amministrative e sanitarie che trasformarono la disabilità in un criterio di selezione e di eliminazione. Le persone con disabilità furono dichiarate ‘inermi’, ‘inutili’, ‘zavorre’ e quindi separabili, internabili, sopprimibili.

La memoria delle vittime della Shoah e dei crimini nazisti non può essere separata da una riflessione sulle forme di discriminazione che ancora oggi colpiscono le persone con disabilità quando le si considera un costo, un peso, un errore della natura.

“Al giorno d’oggi, onorare la memoria significa tenere gli occhi aperti sulle nuove forme di segregazione e di invisibilità. Ricordare significa impegnarsi nella quotidianità, affinché nessuna persona venga mai più lasciata indietro o considerata un peso per la comunità. La nostra libertà e la nostra democrazia si misurano sulla capacità di riconoscere, includere, proteggere e valorizzare ogni diversità. La memoria deve trasformarsi in impegno quotidiano per i diritti, perché ‘mai più’ non sia solo uno slogan, ma una pratica costante di cittadinanza attiva”, ha dichiarato il presidente della FISH Vincenzo Falabella.

Per questo Silvia Cutrera, coordinatrice del Gruppo donne della FISH, ha sottolineato: “La carenza di servizi territoriali, l’insufficienza dei sostegni alla vita indipendente, la frammentazione delle politiche sociali e sanitarie, l’assenza di progettazioni personalizzate, di politiche abitative inclusive e di sostegni all’autodeterminazione, rendono ancora concreto il ricorso all’istituzionalizzazione, spesso presentata come unica risposta possibile, sottraendo il diritto a vivere nella comunità”.

Ricordare l’Aktion T4 significa riconoscere che l’odio e la violenza iniziano spesso dalla negazione della dignità dell’altro, dalla classificazione delle persone in base alla loro utilità o basandosi su parametri abilisti di normalità.

Il Giorno della Memoria non è solo un momento di commemorazione ma un richiamo collettivo alla vigilanza: nessuna vita sia mai più considerata di minor valore, nessuna persona venga separata dalla comunità, nessun diritto sacrificato in nome dell’efficienza o della paura della differenza.

Papa Leone XIV: trasmettere la Parola di Dio nella Tradizione

“Ieri ricorreva la Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto, che ha dato la morte a milioni di ebrei e a numerose altre persone. In questa annuale occasione di doloroso ricordo, chiedo all’Onnipotente il dono di un mondo senza più antisemitismo e senza più pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana. Rinnovo il mio appello alla comunità delle Nazioni affinché sia sempre vigilante, così che l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun popolo e si costruisca una società fondata sul rispetto reciproco e sul bene comune”: al termine dell’udienza generale, papa ha ricordato la Giornata della Memoria, celebrata ieri, chiedendo la fine dell’antisemitismo e di ogni persecuzione.

Inoltre ha pregato per gli sfollati a causa delle inondazioni in Mozambico: “Care sorelle e cari fratelli, il mio pensiero va soprattutto all’amato popolo del Mozambico colpito da devastanti inondazioni. Mentre prego per le vittime, esprimo la mia vicinanza agli sfollati e a tutti quelli che offrono loro il sostegno. Il Signore vi aiuti e vi benedica”.

Mentre nell’udienza generale il papa ha proseguito le catechesi sulla Costituzione conciliare ‘Dei Verbum’, in quanto la Sacra Scrittura è connessa alla Tradizione ecclesiale: “Possiamo prendere come sfondo due scene evangeliche. Nella prima, che si svolge nel Cenacolo, Gesù, nel suo grande discorso-testamento rivolto ai discepoli, afferma: ‘…Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità’.

La seconda scena ci conduce, invece, sulle colline della Galilea. Gesù risorto si mostra ai discepoli, che sono sorpresi e dubbiosi, e dà loro una consegna: ‘Andate e fate discepoli tutti i popoli… insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato’. In entrambe queste scene è evidente il nesso intimo tra la parola pronunciata da Cristo e la sua diffusione lungo i secoli”.

Questo è affermato anche dal Concilio Vaticano II: “La Tradizione ecclesiale si dirama lungo il percorso della storia attraverso la Chiesa che custodisce, interpreta, incarna la Parola di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica rimanda, a questo proposito, a un motto dei Padri della Chiesa: ‘La Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali’, cioè nel testo sacro”.

La Tradizione progredisce nella Chiesa attraverso lo Spirito Santo, afferma la Costituzione conciliare: “Questo avviene con la comprensione piena mediante ‘la riflessione e lo studio dei credenti’, attraverso l’esperienza che nasce da ‘una più profonda intelligenza delle cose spirituali’ e, soprattutto, con la predicazione dei successori degli apostoli che hanno ricevuto ‘un carisma sicuro di verità’.

 In sintesi, ‘la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa crede’…  La Parola di Dio, dunque, non è fossilizzata ma è una realtà vivente e organica che si sviluppa e cresce nella Tradizione. Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della storia”.

Questo si chiama ‘deposito della fede’: “Il ‘deposito’ della Parola di Dio è anche oggi nelle mani della Chiesa e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità, come una stella polare per il nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza”.

E’ stato un invito all’approfondimento di questa Costituzione conciliare: “In conclusione, carissimi, ascoltiamo ancora la Dei Verbum, che esalta l’intreccio tra la Sacra Scrittura e la Tradizione: esse, afferma, sono talmente connesse e congiunte tra loro da non poter sussistere indipendentemente, e insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime”.

(Foto: Santa Sede)

Giorno della Memoria: è avvenuto, quindi può accadere di nuovo

“Oggi, Giornata della Memoria vorrei ricordare che la Chiesa rimane fedele alla posizione ferma della Dichiarazione Nostra Aetate contro tutte le forme di antisemitismo e respinge qualsiasi discriminazione o molestia per motivi etnici, di lingua, nazionalità o religione”: in occasione del Giorno della memoria, papa Leone XIV, con un post su X, ha ribadito la fedeltà alla posizione espressa nella dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’ e la condanna contro ogni discriminazione o molestia per motivi di lingua, nazionalità o religione, unendosi al pensiero dei precedenti papi, a partire da papa Pio XII che nel radio messaggio natalizio del 1942 denunciò che milioni di persone ‘solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte’.

La Giornata della Memoria è una ricorrenza internazionale, che si celebra il 27 gennaio di ogni anno come giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto, come designata dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, perché in quella data nel 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nell’operazione Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Nella commemorazione ufficiale il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha sottolineato la mostruosità dei campi di concentramento: “Ogni volta che ci accostiamo al tema della Giornata della Memoria, ogni volta che assistiamo alla rievocazione di quell’inferno sulla terra, ogni volta che sentiamo narrare le storie delle vittime e dei loro aguzzini, veniamo colti, nonostante i tanti decenni che ormai ci separano da quella tragica catena di mostruosità, da angoscioso sbigottimento”.

Tale mostruosità è frutto di una menzogna: “Una menzogna che si sviluppa lungo la storia e di cui la Shoah è stata la conseguenza più grave e mostruosa. La menzogna che vi possano essere disuguaglianze, graduatorie, classificazioni di superiorità e inferiorità, tra gli esseri umani. Che la vita, la dignità, i diritti, inviolabili e inalienabili, di ciascuno di essi possano essere posti in dubbio, negati, calpestati, nel turpe nome di una supremazia razziale o biologica”.

Una menzogna diffusasi attraverso una propaganda manipolatoria: “Ma la grande menzogna della Shoah, nata nel chiuso dei circoli fascisti e nazisti, nelle menti perverse di ideologi e di gerarchi, si diffuse e si sparse attraverso una infìda ma efficace campagna di propaganda e di manipolazione, che sfruttava l’antico pregiudizio antiebraico presente in larghi strati della popolazione europea.

Fu così che la pretesa inferiorità razziale, teorizzata, proclamata, insegnata e, infine, tradotta in legge, portò ineluttabilmente all’individuazione degli ebrei, una minoranza assai ridotta dal punto di vista numerico, come il pericolo per la sopravvivenza del popolo, della nazione”.

Però solo attraverso il ricordo si conserva la democrazia: “Far memoria della Shoah oggi, ricordare quegli orrori indicibili e le vittime innocenti, non è soltanto un dovere: significa rinnovare con forza il nostro patto civile che si fonda su fratellanza, rispetto, convivenza; significa ribadire con fermezza che non permetteremo mai più che indifferenza, paura, complicità possano aprire nuovamente le porte a quello o ad altro abisso”.

Mentre Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia, ha sottolineato il possibile pericolo d nuovi campi di concentramento secondo l’ammonimento di Primo Levi: “Invito tutte e tutti a ricordare ed a rammentare, a richiamare al cuore e alla mente, l’avvertimento ancora attuale di quella tragedia. Non un atto di memoria che guarda solo, e doverosamente, al passato. Anche un atto di memoria che, con le parole di Levi, si proietta sul nostro presente sollecitando quello che ciascuna e ciascuno di noi, a sua misura, può fare per contrastare le violazioni dei diritti umani.

Come fece Raphael Lemkin (1900-1959), avvocato ebreo polacco sopravvissuto alla Shoah, in cui invece trovarono la morte quarantanove dei suoi familiari. Consulente al processo di Norimberga, dedicò il resto della sua vita a definire il concetto di genocidio e a costruire attorno ad esso il consenso della comunità internazionale: se oggi disponiamo della Convenzione conto il genocidio, lo dobbiamo in gran parte a lui”.

Concilio Vaticano II: 60 anni tra memoria e novità

“Ma osservate che cosa si verifica questa mattina: mentre chiudiamo il Concilio ecumenico, noi festeggiamo Maria Santissima, la Madre di Cristo, e perciò, come altra volta dicemmo, la Madre di Dio e la Madre nostra spirituale. Maria santissima, diciamo immacolata! cioè innocente, cioè stupenda, cioè perfetta; cioè la Donna, la vera Donna ideale e reale insieme; la creatura nella quale l’immagine di Dio si rispecchia con limpidezza assoluta, senza alcun turbamento, come avviene invece in ogni creatura umana.

Non è forse fissando il nostro sguardo in questa Donna umile, nostra Sorella e insieme celeste nostra Madre e Regina, specchio nitido e sacro dell’infinita Bellezza, che può terminare la nostra spirituale ascensione conciliare e questo saluto finale? e che può cominciare il nostro lavoro Post-conciliare? Questa bellezza di Maria Immacolata non diventa per noi un modello ispiratore? una speranza confortatrice?”: con queste parole nel giorno della festa dell’Immacolata Concezione, 8 dicembre 1965, papa san Paolo VI chiudeva il Concilio Vaticano II, dopo aver ‘inviato’ otto messaggi al mondo.

Però a distanza di 60 anni cosa rimane per la vita della Chiesa nel mondo contemporaneo, in quanto il Concilio Vaticano II è stato definito come una ‘bussola’ e, tuttora, rimane un punto di riferimento essenziale dal quale accogliere una preziosa eredità per custodirla e trasmetterla in forme sempre più efficaci, perché ripercorrere le tappe del Concilio Vaticano II non vuole essere un’opera di archeologismo, bensì un’opportunità per ri-visitare alcuni aspetti essenziali della vita ecclesiale.

Infatti in uno degli otto messaggi papa san Paolo VI tratteggiava questa immagine della Chiesa: ‘Questo Concilio consegna alla storia l’immagine della Chiesa cattolica raffigurata da quest’aula, piena di Pastori professanti la medesima fede, spiranti la medesima carità, associati nella medesima comunione di preghiera, di disciplina, di attività, e (ciò che è meraviglioso) tutti desiderosi d’una cosa sola, di offrire se stessi, come Cristo nostro Maestro e Signore, per la vita della Chiesa e per la salvezza del mondo’. Partendo da queste sollecitazioni a p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla  Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi, chiediamo di raccontarci quale immagine della Chiesa è emersa dalla conclusione del Concilio Vaticano II:

“Il Concilio Vaticano II è stato realmente un punto di ‘non ritorno’ da cui ripartire. La Chiesa ha vissuto un momento di transizione: dalla Chiesa europea alla Chiesa mondiale; e, nella sua universalità ha ritrovato se stessa. Essa aveva bisogno di ‘ricomprendersi’ per potersi ‘rivolgere’ al mondo in un modo più consapevole. La visione dinamica della Chiesa è uno degli aspetti centrali che si può cogliere come frutto maturo del Concilio, divenendo quindi una realtà che ascolta, che accoglie e partecipa attivamente in forza del sacramento del battesimo”.

‘Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. Tale dottrina abbraccia l’uomo integrale, composto di anima e di corpo, ed a noi, che abitiamo su questa terra, comanda di tendere come pellegrini alla patria celeste’: è l’inizio del Concilio Vaticano II. In quale modo il Concilio Vaticano II ha ‘aiutato’ a diffondere e difendere la dottrina?

“La finalità pastorale ha caratterizzato questa convocazione conciliare, sottolineando una forte esigenza missionaria, di portare il Vangelo all’uomo moderno, facendo respirare un’atmosfera mondializzata. Il Concilio Vaticano II ha accelerato questo processo di inculturazione e trasmissione della fede grazie al dialogo con la cultura e il mondo contemporaneo, ponendosi in ascolto dei ‘segni dei tempi’. La Chiesa si inserisce, infatti, in una traiettoria che va dal Vangelo all’eschaton, dove la comunità ha il dovere di conservare fedelmente la memoria del Cristo salvatore, trasmettendola nella forma di chi, non avendo ancora raggiunto il proprio compimento, deve costantemente aprirsi alla novità del Regno che viene”.

Per quale ragione era opportuno celebrare il Concilio Vaticano II?

“L’assise conciliare si può definire, tranquillamente, come una ‘nuova Pentecoste’, nel desiderio di rimettere al centro la Chiesa tra memoria e novità. Era necessario mettere a contatto il mondo moderno con le energie vivificatrici e perenni del Vangelo, sottolineando la connessione tra i princìpi e la prassi, ponendo entrambi a servizio del ‘bonum animarum’ di chi è già discepolo e dei lontani, che ignorano il Vangelo. Il Concilio Vaticano II, perciò, si è occupato della Chiesa nella sua natura, composizione, vocazione ecumenica e attività apostolica e missionaria”.

‘Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa…  A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo’: con queste parole, pronunciate il giorno 11 ottobre 1962, papa san Giovanni XXIII apriva il Concilio Vaticano II. Perché per papa san Giovanni XXIII era (ed è) opportuno ‘dissentire da codesti profeti di sventura’?

“San Giovanni XXIII, definito papa di ‘transizione’, raccolse il filo interrotto del Concilio Vaticano I e rilanciò l’opportunità di una convocazione assembleare per guardare alla vita della Chiesa nell’ottica dell’aggiornamento e del rinnovamento, tenendo presente l’apertura ecumenica. Con il suo atteggiamento profetico, richiama la Chiesa intera ad un atteggiamento di fiducia, di ascolto e soprattutto di speranza nella prospettiva della piena comunione e riconciliazione tra i popoli. Lo stile del dialogo e, soprattutto, della pace diventano le vie preferenziali per proseguire nell’opera di evangelizzazione all’interno della Chiesa e, in particolare, nel mondo contemporaneo”.

Allora in quale modo il Concilio Vaticano II ha aiutato il ‘mondo’ a comprendere la Chiesa?

“Il Concilio ribadisce l’assunzione di un’ottica positiva del mondo, conferendogli una dignità teologica: il mondo è buono perché creato e sostenuto dal Creatore; ma il mondo è buono anche nell’ordine della redenzione. La Chiesa, pertanto, si trova nel mondo ed è chiamata a vivere e agire nel mondo, con un rapporto più profondo di ciò che implica una semplice proposizione locativa. Nella dimensione dello ‘scambio’ e grazie al mistero dell’incarnazione, il rapporto Chiesa-mondo può essere inteso sul piano della reciproca comunione e, di conseguenza, anche sul piano della solidarietà”.

Quindi dopo 60 anni cosa rimane del Concilio Vaticano II?

“La grande chiamata a vivere nella Chiesa tutti insieme come un unico ‘popolo partecipe’; la tensione tra la ‘regula fidei’ (‘regola della fede’, ndr.) e la dimensione contestuale delle culture; la centralità dell’evangelizzazione quale via preferenziale per vivere da testimoni credibili; l’apertura ecumenica come ‘locus’ teologico per incontrare in Cristo tutti i fratelli; il rinnovamento nella vita della Chiesa come un cammino permanente”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: la carità vince la morte

“Nel giorno della morte essi ci hanno lasciato, ma li portiamo sempre con noi nella memoria del cuore. E ogni giorno, in tutto ciò che viviamo, questa memoria è viva. Spesso c’è qualcosa che ci rimanda a loro, immagini che ci riportano a quanto abbiamo vissuto con loro. Tanti luoghi, perfino i profumi delle nostre case ci parlano di coloro che abbiamo amato e non sono più tra noi, e tengono acceso il loro ricordo”: al Cimitero Monumentale di Roma nel pomeriggio di oggi papa Leone XIV ha celebrato la Messa per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti alla presenza di circa 2.000 fedeli, deponendo un mazzo di rose bianche su una tomba.

Per il papa questo giorno non è soltanto un ricordo, ma una speranza rivolta alla vita ‘futura’: “Oggi, però, non siamo qui soltanto per commemorare quanti sono passati da questo mondo. La fede cristiana, fondata sulla Pasqua di Cristo, ci aiuta infatti a vivere la memoria, oltre che come un ricordo passato, anche e soprattutto come una speranza futura. Non è tanto un volgersi indietro, ma piuttosto un guardare avanti, verso la mèta del nostro cammino, verso il porto sicuro che Dio ci ha promesso, verso la festa senza fine che ci attende”.

Tale speranza si fonda sulla Resurrezione: Questa ‘speranza futura’ anima il nostro ricordo e la nostra preghiera in questo giorno. Non è un’illusione che serve a placare il dolore per la separazione dalle persone amate, né un semplice ottimismo umano. E’ la speranza fondata sulla risurrezione di Gesù, che ha sconfitto la morte e ha aperto anche per noi il passaggio verso la pienezza della vita”.

Per questo la Chiesa propone la lettura del passo evangelico di san Matteo: “E questo approdo finale, il banchetto attorno a cui il Signore ci radunerà, sarà un incontro d’amore. Per amore Dio ci ha creati, nell’amore del Figlio suo ci salva dalla morte, nella gioia dell’amore con Lui e con i nostri cari vuole farci vivere per sempre. Proprio per questo, noi camminiamo verso la méta e la anticipiamo, in un legame invincibile con coloro che ci hanno preceduto, solo quando viviamo nell’amore e pratichiamo l’amore gli uni verso gli altri, in particolare verso i più fragili e i più poveri”.

Infatti solo la carità è capace di sconfiggere la morte: “La carità vince la morte. Nella carità Dio ci radunerà insieme ai nostri cari. E, se camminiamo nella carità, la nostra vita diventa una preghiera che si eleva e ci unisce ai defunti, ci avvicina a loro, nell’attesa di incontrarli nuovamente nella gioia dell’eternità”.

E’ stato un invito ad affidarsi alla speranza che non ‘delude’: “Cari fratelli e sorelle, mentre il dolore dell’assenza di chi non è più tra di noi rimane impresso nel nostro cuore, affidiamoci alla speranza che non delude; guardiamo al Cristo Risorto e pensiamo ai nostri cari defunti come avvolti dalla sua luce; lasciamo risuonare in noi la promessa di vita eterna che il Signore ci rivolge. Egli eliminerà la morte per sempre. Egli l’ha sconfitta per sempre aprendo un passaggio di vita eterna (cioè facendo Pasqua) nel tunnel della morte, perché, uniti a Lui, anche poi possiamo entrarvi e attraversarlo”.

Questa è la gioia: “Egli ci attende e, quando lo incontreremo, al termine di questa vita terrena, gioiremo con Lui e con i nostri cari che ci hanno preceduto. Questa promessa ci sostenga, asciughi le nostre lacrime, volga il nostro sguardo in avanti, verso quella speranza futura che non viene meno”.

Pensiero ribadito a conclusione della recita dell’Angelus: “Quella di oggi, dunque, è una giornata che sfida la memoria umana, così preziosa e così fragile. Senza memoria di Gesù (della sua vita, morte e risurrezione) l’immenso tesoro di ogni vita è esposto alla dimenticanza. Nella memoria viva di Gesù, invece, persino chi nessuno ricorda, anche chi la storia sembra avere cancellato, appare nella sua infinita dignità… Ecco l’annuncio pasquale. Per questo i cristiani ricordano da sempre i defunti in ogni Eucaristia, e fino ad oggi chiedono che i loro cari siano menzionati nella preghiera eucaristica. Da quell’annuncio sorge la speranza che nessuno andrà perduto”.

In questo contesto si apre il futuro: “La visita al cimitero, in cui il silenzio interrompe la frenesia del fare, sia dunque per tutti noi un invito alla memoria e all’attesa. «Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà», diciamo nel Credo. Commemoriamo, dunque, il futuro. Non siamo chiusi nel passato, nelle lacrime della nostalgia. Nemmeno siamo sigillati nel presente, come in un sepolcro. La voce familiare di Gesù ci raggiunga, e raggiunga tutti, perché è la sola che viene dal futuro. Ci chiama per nome, ci prepara un posto, ci libera dal senso di impotenza con cui rischiamo di rinunciare alla vita. Maria, donna del sabato santo, ci insegni ancora a sperare”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai ministranti ha sottolineato l’importanza dell’Eucarestia

“Sapete che questo è un anno particolare: è un ‘Anno Santo’, che ha luogo solo ogni 25 anni, nel corso del quale il Signore Gesù ci offre un’occasione eccezionale. Quando veniamo a Roma e varchiamo la Porta Santa, Egli ci aiuta a ‘convertirci’, ossia a volgerci verso di Lui, a crescere nella fede e nel suo amore, per diventare discepoli migliori, affinché la nostra vita sia bella e buona sotto il suo sguardo, in vista della vita eterna. E’ dunque un grande dono del cielo che voi siate qui quest’anno!”:  nel discorso a un gruppo di giovani francesi in pellegrinaggio a Roma, papa Leone XIV ha ribadito l’importanza dell’Eucaristia come luogo di incontro con l’amore di Cristo.

Quindi alla ripresa delle udienze il papa ha invitato i giovani a prestare ascolto alla Parola di Dio: “Vi invito ad accoglierlo vivendo intensamente le attività che vi vengono proposte, ma soprattutto prendendovi il tempo di parlare a Gesù nel segreto del cuore e amarlo sempre più. Il suo unico desiderio è di far parte della vostra vita per illuminarla dall’interno, di diventare il vostro migliore amico, quello più fedele. La vita diventa bella e felice con Gesù… Essere ‘vicini’ a Gesù, Lui, il Figlio di Dio, entrare nella sua amicizia! che destino inatteso! Che felicità! Che consolazione! Che speranza per il futuro!”  

Ai ministranti francesi il papa ha sottolineato l’importanza di un Anno santo: “La speranza è proprio il tema di questo Anno Santo. Forse percepite quanto abbiamo bisogno di sperare. Sentite certamente che il mondo va male, che deve affrontare sfide sempre più gravi e inquietanti. Può darsi che siate toccati, voi o chi vi sta attorno, dalla sofferenza, dalla malattia o dalla disabilità, dal fallimento, dalla perdita di una persona cara; e, di fronte alla prova, il vostro cuore prova tristezza e angoscia”.

Alla domanda di aiuto Gesù viene sempre in aiuto: “La risposta è perfettamente chiara e risuona nella Storia da 2000 anni: solo Gesù viene a salvarci, nessun altro: perché solo Lui ha il potere di farlo (Egli è Dio Onnipotente in persona) e perché ci ama… Non dimenticate mai queste parole, cari amici, imprimetele nel vostro cuore; e mettete Gesù al centro della vostra vita.

Vi auguro di ripartire da Roma più vicini a Lui, decisi più che mai ad amarlo e a seguirlo, e così meglio armati di speranza per percorrere la vita che si apre dinanzi a voi. Questa speranza sarà sempre, nei momenti difficili di dubbio, di sconforto e di tempesta, come un’ancora sicura, gettata verso il cielo, che vi permetterà di continuare il cammino”.

Solo Gesù può donare salvezza, in quanto ha donato la vita: “Infatti, non c’è amore più grande di dare la vita per chi si ama. Ecco la cosa più meravigliosa della nostra fede cattolica, una cosa che nessuno avrebbe potuto immaginare né sperare: Dio, il creatore del cielo e della terra, ha voluto soffrire e morire per noi creature. Dio ci ha amati fino a morirne! Per farlo, è disceso dal cielo, ha umiliato sé stesso e si è fatto simile agli uomini, e si è offerto in sacrificio sulla croce, l’evento più importante della storia del mondo”.

E  la Chiesa custodisce questa memoria: “E la Chiesa, di generazione in generazione, custodisce con cura la memoria della morte e della resurrezione del Signore di cui è testimone, come il suo tesoro più prezioso. La custodisce e la trasmette celebrando l’Eucaristia che voi avete la gioia e l’onore di servire. L’Eucaristia è il tesoro della Chiesa, il tesoro dei tesori. Fin dal primo giorno della sua esistenza, e poi nei secoli, la Chiesa ha celebrato la Messa, di domenica in domenica, per ricordarsi che cosa il suo Signore ha fatto per lei”.

E’ stato un invito a credere nell’opera salvifica della celebrazione eucaristica: “Gesù dona ancora la sua vita sull’altare, versa ancora il suo sangue per noi oggi. Cari ministranti, la celebrazione della Messa ci salva oggi! Salva il mondo oggi! E’ l’evento più importante della vita del cristiano e della vita della Chiesa, perché è l’incontro in cui Dio si dona a noi per amore, ancora e ancora. Il cristiano non va a messa per dovere, ma perché ne ha assolutamente bisogno; il bisogno della vita di Dio che si dona senza chiedere nulla in cambio!”

Infine ha chiesto loro di essere attenti alla chiamata del Signore: “Auspico inoltre che siate attenti alla chiamata che Gesù potrebbe rivolgervi a seguirlo più da vicino nel sacerdozio. Mi rivolgo alle vostre coscienze di giovani, entusiasti e generosi, e vi dirò una cosa che dovete ascoltare, anche se può inquietarvi un po’: la mancanza di sacerdoti in Francia, nel mondo, è una grande disgrazia! Una disgrazia per la Chiesa! Che possiate, a poco a poco, di domenica in domenica, scoprire la bellezza, la felicità e la necessità di una simile vocazione. Che vita meravigliosa è quella del sacerdote che, al centro di ogni sua giornata, incontra Gesù in modo così eccezionale e lo dona al mondo!”

Inoltre con un telegramma a firma del card. Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, indirizzato al card. Filipe Neri António Sebastião, arcivescovo di Goa e Damao, il papa ha ricordato il 400^ anniversario dell’arrivo in India del primo lituano, p. Andrius Rudamina: “Unendosi al vostro rendimento di grazie a Dio onnipotente per la testimonianza di questo sacerdote missionario, la cui salda fede cattolica è visibile ancora oggi in Lituania, Sua Santità prega perché la celebrazione di così tanta generosità nel portare il messaggio salvifico del Vangelo a tutte le genti incoraggiando molti nel nostro tempo a rispondere con uguale pazienza e acume al compito dell’evangelizzazione.

Costruendo sulle fondamenta dello zelo missionario di padre Rudamnina e del suo straordinario lascito di dialogo e di integrazione culturale, i cristiani di questa chiesa locale siano incoraggiati, specialmente in quest’anno giubilare incentrato sulla speranza, a promuovere un dialogo sia ecumenico sia interreligioso che possa servire all’intera società come modello di armonia fraterna, riconciliazione e concordia”.

(Foto: Santa Sede)

151.11.48.50