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Meroni racconta il contributo dei missionari nella Resistenza

“Missionari nella Resistenza mi ha permesso di scoprire la storia di alcuni confratelli coinvolti nella Resistenza durante la Seconda guerra mondiale. Vi ho trovato nomi noti e altri che mi erano meno conosciuti, tutti uomini liberi che hanno lottato per la libertà. Un libro bellissimo, appassionante e stimolante, che narra con stile coinvolgente pagine di storia del PIME ancora poco conosciute. Alcune di queste mi hanno commosso, lasciandomi un sentimento di profonda stima e ammirazione per questi confratelli i quali, sempre accanto ai più deboli ed ai più indifesi, hanno lottato in nome della giustizia.

Il libro di Ezio Meroni si legge tutto d’un fiato. Grazie alla narrazione semplice, che coinvolge il lettore in un’avventura pur lontana dai nostri giorni, è da considerarsi attuale per la testimonianza chiara di valori tipicamente cristiani e missionari che non hanno età”: così scrive p. Ferruccio Brambillasca, superiore generale del PIME, nella prefazione al libro del prof. Ezio Meroni, ‘Missionari nella Resistenza. Il contributo del PIME alla Liberazione 1943 – 1945’.

Mentre il prof. Alberto D’Incà, responsabile dell’Ufficio Beni Culturali e dell’Ufficio Storico del PIME, nell’introduzione ha svolto alcune considerazioni storiche sull’integrazione narrativa tra ‘microsstoria’ e ‘macrostoria’: “Questo mondo, apparentemente rinchiuso nella lenta e ritmata vita quotidiana dei membri di un istituto religioso, appare però parte integrante di quella più ampia prospettiva che trascorre all’ambito della ‘macrostoria’, per richiamare una terminologia cara a uno specialista del calibro di Carlo Ginzburg. Che alcuni presbiteri, per di più missionari, abbiano preso parte senza alcuna ambiguità alla Resistenza italiana può forse destare ancora qualche sorpresa tra i non specialisti.

Queste pagine, tuttavia, non danno soltanto lustro a un tratto di storia del PIME, di cui proprio nel 2025 si celebrano i 175 anni di attività. Esse rappresentano, soprattutto, un piccolo ma fondamentale contributo alla conoscenza della storia della Resistenza italiana, cui in molti casi, come in quello qui narrato, i cattolici diedero un apporto determinante. Quella parte rilevante del mondo cattolico (ma non solo) che, insieme ai missionari del PIME, ancora oggi si riconosce erede di questa stagione, avrà cura di conservarne con premura la memoria”.

E’ il 1943: c’è la guerra, le frontiere sono chiuse e i missionari del Pime non possono partire. Quelli che erano fuori, rientrano a Milano. Sotto le bombe, con l’Italia divisa in due, anche i sacerdoti sono chiamati a prendere posizione. Inizia così il romanzo storico di Ezio Meroni, ‘Missionari nella resistenza. Il contributo del PIME alla Liberazione (1943-1945)’, che racconta le vicende di quattro preti che hanno partecipato attivamente alla Liberazione dal nazifascismo: “Giovani, appena ordinati, tutti stravaganti. Vanno in moto con l’abito talare, sparano, vanno in montagna con i partigiani. Il superiore generale benedice e accompagna questi quattro sacerdoti. Non li ostacola. Dice ‘Lasciate fuori l’istituto, ma fate’. E’ il quinto personaggio di questa storia: agisce dietro le quinte, ma è il regista. Arrivava dalla Cina, portava una profonda ferita a un braccio che lo aveva reso inutilizzabile”.

Quindi dall’autore ci facciamo spiegare il motivo per il quale ha scritto un libro sulla Resistenza raccontando dei missionari: “La Resistenza è un fenomeno complesso, a cui hanno contribuito diverse componenti della nostra società che si rifacevano a differenti ideologie e convinzioni politiche: comunisti, socialisti, azionisti, liberali, repubblicani, monarchici. In questo contesto i cattolici, clero e laici, hanno svolto un ruolo determinante. Il loro contributo, inizialmente marginalizzato dalla storiografia resistenziale, è stato sempre più valorizzato a partire dagli anni Ottanta. Ne è una dimostrazione l’opera pubblicata nel 1987 da monsignor Giovanni Barbareschi e intitolata ‘Sacerdoti Ribelli per amore’, che propone l’esperienza nella sola diocesi di Milano di ben 179 sacerdoti impegnati a vario titolo nella Resistenza. Ne sono un’ulteriore prova le vicende che riguardano questi quattro missionari del PIME”.

Quale fu il contributo dei missionari del PIME?

“L’esperienza dei quattro protagonisti esprime compiutamente alcune delle modalità fondamentali poste in atto da chi partecipò a vario titolo alla Resistenza: l’occultamento di prigionieri, ebrei e soldati italiani; la collaborazione con le organizzazioni che si occupavano del loro espatrio in Svizzera; l’inserimento nelle formazioni partigiane; l’impegno alla costituzione del CLN nelle varie realtà locali. Merita di essere evidenziato in questa prospettiva il ruolo di mons. Lorenzo Maria Balconi, il Superiore Generale del PIME, che non proibì ai suoi missionari di partecipare alla Resistenza, ma li incoraggiò, li consigliò e li accompagnò con la preghiera”.

Cosa l’ha ‘colpito’ di queste storie?

“La loro voglia di testimoniare il Vangelo anche in condizioni diverse da quelle che si erano immaginati durante gli studi in seminario: non in terre lontane, ma a casa propria e nel corso di una guerra. Il loro sforzo per incarnare la vocazione in questo contesto drammatico. La loro considerazione dell’uso delle armi solo come estrema necessità per la difesa personale o dei loro compagni. La loro scelta di non odiare il nemico, ma di considerarlo un fratello che stava dalla parte sbagliata. Il ripudio di qualsiasi desiderio di vendetta nei confronti dei nazifascisti. La loro riservatezza al termine del conflitto, evitando di pubblicizzare i loro meriti nella Resistenza”.

Perché  i missionari del PIME decidono di partecipare alla Resistenza?

“C’è un dato storico che condiziona la vita e le scelte del PIME e dei suoi missionari a partire dal 1938: l’impossibilità di inviare nelle terre di missione i sacerdoti. Prima per lo scoppio della guerra siono-giapponese, poi per l’invasione della Polonia da parte della Germania e infine per l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940. Chi è in Italia è costretto a restarvi senza sapere quando finirà questa attesa forzata. Ognuno sente l’esigenza di testimoniare la propria fede nei modi consentiti dalla guerra: qualcuno va a insegnare religione a scuola, in diversi accettano di andare a fare il coadiutore nelle parrocchie della diocesi, altri si impegnano nell’assistenza spirituale dei malati negli ospedali, altri ancora collaborano con le strutture di protezione antiaerea.

Alcuni di loro hanno contatti e relazioni che li avvicinano più direttamente, e anche drammaticamente, alla Resistenza: padre Ferruccio Corti condivide la scelta del fratello, parroco di Giovenzana, che insieme alla sua comunità ospita diversi prigionieri stranieri fuggiti dai campi di internamento. Entrambi ne pagheranno le conseguenze con il carcere e il lavoro forzato nei lager. Padre Lido Mencarini, coadiutore a Cantù, organizza insieme alla CRI locale, l’espatrio in Svizzera di ebrei e prigionieri stranieri.

Padre Mario Limonta e padre Aristide Pirovano collaborano con l’organizzazione che faceva capo al Collegio ‘San Carlo’ per inviare a Varese e poi in Svizzera prigionieri ed ebrei. Sulla scia di questa esperienza padre Mario Limonta decide di andare a fare il cappellano in Valcuvia nel Gruppo ‘Cinque Giornate’, comandato dal colonnello Croce. Padre Aristide Pirovano paga con due mesi di carcere e di torture il suo contributo alla Resistenza. Liberato su intervento del card. Schuster, va a fare il coadiutore a Erba, suo paese natale, dove promuove la costituzione del CLN locale e assume un ruolo determinante nelle trattative di resa dei nazifascisti”.

Quale è stato il ruolo della Chiesa nella lotta resistenziale?

“Il ruolo e l’importanza del clero e dei laici cattolici nella Resistenza furono significativi e si manifestarono in diversi modi: nascondendo, nutrendo e vestendo i nostri soldati, i prigionieri stranieri e gli ebrei, soprattutto dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943; collaborando per il loro invio nelle zone di confine con la Svizzera; mettendo a disposizione dei vari CLN le loro strutture per le riunioni o per nascondere qualche ricercato; offrendosi come garanti nelle trattative con i nazifascisti; unendosi ai partigiani che combattevano nelle brigate di montagna”.

(Foto: Ezio Meroni)

Papa Leone XIV ai sacerdoti: siate costruttori di unità e pace

“Oggi, Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, Giornata per la santificazione sacerdotale, celebriamo con gioia questa Eucaristia nel Giubileo dei Sacerdoti. Mi rivolgo, perciò, prima di tutto a voi, cari fratelli presbiteri, venuti presso la tomba dell’apostolo Pietro a varcare la Porta santa, per tornare ad immergere nel Cuore del Salvatore le vostre vesti battesimali e sacerdotali. Per alcuni dei presenti, poi, tale gesto è compiuto in un giorno unico della loro vita: quello dell’Ordinazione”: nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, papa Leone XIV ha presieduto nella basilica di san Pietro la celebrazione eucaristica con 32 ordinazioni che conclude il Giubileo dedicato ai presbiteri.

Ai sacerdoti ha rivolto l’invito a mettere al centro l’Eucaristia ed a esercitare la carità, prendendosi cura del popolo di Dio: “Parlare del Cuore di Cristo in questa cornice è parlare dell’intero mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione del Signore, affidato in modo particolare a noi affinché lo rendiamo presente nel mondo. Per questo, alla luce delle Letture che abbiamo ascoltato, riflettiamo insieme su come possiamo contribuire a quest’opera di salvezza”.

Quindi ha ripreso alcune riflessioni delle letture odierne: “Nella prima, il profeta Ezechiele ci parla di Dio come di un pastore che passa in rassegna il suo gregge, contando le sue pecore una per una: va in cerca di quelle perdute, cura quelle ferite, sostiene quelle deboli e malate. Ci ricorda, così, in un tempo di grandi e terribili conflitti, che l’amore del Signore, da cui siamo chiamati a lasciarci abbracciare e plasmare, è universale, e che ai suoi occhi (e di conseguenza anche ai nostri) non c’è posto per divisioni e odi di alcun tipo.

Nella seconda Lettura poi, san Paolo, ricordandoci che Dio ci ha riconciliati ‘quando eravamo ancora deboli’ e ‘peccatori’, ci invita ad abbandonarci all’azione trasformante del suo Spirito che abita in noi, in un quotidiano cammino di conversione. La nostra speranza si fonda sulla consapevolezza che il Signore non ci abbandona: ci accompagna sempre.

Noi però siamo chiamati a cooperare con Lui, prima di tutto mettendo al centro della nostra esistenza l’Eucaristia, ‘fonte e apice di tutta la vita cristiana’; poi ‘attraverso la fruttuosa recezione dei sacramenti, soprattutto con la confessione sacramentale frequente’; e infine con la preghiera, la meditazione della Parola e l’esercizio della carità, conformando sempre più il nostro cuore a quello del Padre delle misericordie”, come afferma il Decreto ‘Presbyterorum ordinis’.

Tali letture introducono alla gioia di Dio, narrata nel Vangelo: “E questo ci porta al Vangelo che abbiamo ascoltato, in cui si parla della gioia di Dio (e di ogni pastore che ami secondo il suo Cuore) per il ritorno all’ovile di una sola delle sue pecore. E’ un invito a vivere la carità pastorale con lo stesso animo grande del Padre, coltivando in noi il suo desiderio: che nessuno vada perduto, ma che tutti, anche attraverso di noi, conoscano Cristo e abbiano in Lui la vita eterna.

E’ un invito a farci intimamente uniti a Gesù, seme di concordia in mezzo ai fratelli, caricandoci sulle spalle chi si è perduto, donando il perdono a chi ha sbagliato, andando a cercare chi si è allontanato o è rimasto escluso, curando chi soffre nel corpo e nello spirito, in un grande scambio d’amore che, nascendo dal fianco trafitto del Crocifisso, avvolge tutti gli uomini e riempie il mondo”.

Ecco il motivo del richiamo all’enciclica ‘Dilexit Nos’ di papa Francesco: “Il ministero sacerdotale è un ministero di santificazione e di riconciliazione per l’unità del Corpo di Cristo. Per questo il Concilio Vaticano II chiede ai presbiteri di fare ogni sforzo per ‘condurre tutti all’unità nella carità’, armonizzando le differenze perché ‘nessuno… possa sentirsi estraneo’. E raccomanda loro di essere uniti al vescovo e nel presbiterio. Quanto più infatti ci sarà unità tra di noi, tanto più sapremo condurre anche gli altri all’ovile del Buon Pastore, per vivere come fratelli nell’unica casa del Padre”.

Infine ha rivolto alcune ‘raccomandazioni’ ai nuovi sacerdoti: “Amate Dio e i fratelli, siate generosi, ferventi nella celebrazione dei Sacramenti, nella preghiera, specialmente nell’Adorazione, e nel ministero; siate vicini al vostro gregge, donate il vostro tempo e le vostre energie per tutti, senza risparmiarvi, senza fare differenze, come ci insegnano il fianco squarciato del Crocifisso e l’esempio dei santi”.

A proposito di santità il papa li ha invitati ad imitare i sacerdoti santi: “E a questo proposito, ricordate che la Chiesa, nella sua storia millenaria, ha avuto (ed ha ancora oggi) figure meravigliose di santità sacerdotale: a partire dalle comunità delle origini, essa ha generato e conosciuto, tra i suoi preti, martiri, apostoli infaticabili, missionari e campioni della carità. Fate tesoro di tanta ricchezza: interessatevi alle loro storie, studiate le loro vite e le loro opere, imitate le loro virtù, lasciatevi accendere dal loro zelo, invocate spesso, con insistenza, la loro intercessione!

Il nostro mondo propone troppo spesso modelli di successo e di prestigio discutibili e inconsistenti. Non lasciatevene affascinare! Guardate piuttosto al solido esempio e ai frutti dell’apostolato, molte volte nascosto e umile, di chi nella vita ha servito il Signore e i fratelli con fede e dedizione, e continuatene la memoria con la vostra fedeltà”.

Mentre nel messaggio per questa giornata papa Leone XIV l’importanza dii fare memoria di questa solennità: “Solo facendo memoria viviamo e facciamo rivivere quanto il Signore ci ha consegnato, chiedendo di tramandarlo a nostra volta nel suo nome. La memoria unifica i nostri cuori nel Cuore di Cristo e la nostra vita nella vita di Cristo, sicché diventiamo capaci di portare al popolo santo di Dio la Parola e i Sacramenti della salvezza, per un mondo riconciliato nell’amore. Solo nel cuore di Gesù troviamo la nostra vera umanità di figli di Dio e di fratelli tra noi. Per queste ragioni, vorrei oggi rivolgervi un invito impellente: siate costruttori di unità e di pace!”

Ed essere costruttori di unità e pace significa “essere pastori capaci di discernimento, abili nell’arte di comporre i frammenti di vita che ci vengono affidati, per aiutare le persone a trovare la luce del Vangelo dentro i travagli dell’esistenza; significa essere saggi lettori della realtà, andando oltre le emozioni del momento, le paure e le mode; significa offrire proposte pastorali che generano e rigenerano alla fede costruendo relazioni buone, legami solidali, comunità in cui brilla lo stile della fraternità. Essere costruttori di unità e di pace significa non imporsi, ma servire. In particolare, la fraternità sacerdotale diventa segno credibile della presenza del Risorto tra di noi quando caratterizza il cammino comune dei nostri presbiteri”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a custodire la Chiesa

“Questo nostro primo incontro non è certo il momento per fare discorsi programmatici, ma piuttosto è per me l’occasione di dirvi grazie per il servizio che svolgete, questo servizio che io, per così dire, ‘eredito’ dai miei predecessori. Grazie davvero. Sì, come sapete, io sono arrivato solo due anni fa, quando l’amato Papa Francesco mi ha nominato Prefetto del Dicastero per i Vescovi. Allora ho lasciato la Diocesi di Chiclayo, in Perù, e sono venuto a lavorare qui”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto gli officiali della Curia Romana ed i dipendenti di Santa Sede, Governatorato e Vicariato di Roma che lo hanno accolto con un lungo applauso.

Nel discorso il papa ha ricordato la sua esperienza di missione in Perù ed il servizio come prefetto del Dicastero per i Vescovi, invitando tutti a custodire ‘la memoria storica’ della Sede Apostolica, perché essa rimane: “I Papi passano, la Curia rimane. Questo vale in ogni Chiesa particolare, per le Curie vescovili. E vale anche per la Curia del Vescovo di Roma.

La Curia è l’istituzione che custodisce e trasmette la memoria storica di una Chiesa, del ministero dei suoi Vescovi. Questo è molto importante. La memoria è un elemento essenziale in un organismo vivente. Non è solo rivolta al passato, ma nutre il presente e orienta al futuro. Senza memoria il cammino si smarrisce, perde il senso del percorso”.

Ed ha spiegato il significato del lavoro nella Curia: “Lavorare nella Curia Romana significa contribuire a tenere viva la memoria della Sede Apostolica, nel senso vitale che ho appena accennato, così che il ministero del Papa possa attuarsi nel migliore dei modi. E per analogia questo si può dire anche dei servizi dello Stato della Città del Vaticano”.

Questa è la missione della Chiesa: “C’è poi un altro aspetto che desidero richiamare, complementare a quello della memoria, cioè la dimensione missionaria della Chiesa, della Curia e di ogni istituzione legata al ministero petrino. Su questo ha insistito molto papa Francesco, che, coerentemente con il progetto enunciato nell’Esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’, ha riformato la Curia Romana nella prospettiva dell’evangelizzazione, con la Costituzione apostolica ‘Praedicate Evangelium’. E questo l’ha fatto ponendosi nella scia dei predecessori, specialmente di san Paolo VI e san Giovanni Paolo II”.

Quindi la missione è insita nel cattolico: “Come penso sappiate, l’esperienza della missione fa parte della mia vita, e non solo in quanto battezzato, come per tutti noi cristiani, ma perché come religioso agostiniano sono stato missionario in Perù, e in mezzo al popolo peruviano è maturata la mia vocazione pastorale. Non potrò mai ringraziare abbastanza il Signore per questo dono!

Poi, la chiamata a servire la Chiesa qui nella Curia Romana è stata una nuova missione, che ho condiviso con voi in questi ultimi due anni. E ancora la continuo e la continuerò, finché Dio vorrà, in questo servizio che mi è stato affidato”.

Ed ha ricordato le sue parole dopo la sua elezione: “Queste parole erano indirizzate alla Chiesa di Roma. E ora le ripeto pensando alla missione di questa Chiesa verso tutte le Chiese e il mondo intero, di servire la comunione, l’unità, nella carità e nella verità. Il Signore ha dato a Pietro e ai suoi successori questo compito, e tutti voi in modi diversi collaborate per questa grande opera. Ciascuno dà il suo contributo svolgendo il proprio lavoro quotidiano con impegno e anche con fede, perché la fede e la preghiera sono come il sale per i cibi, danno sapore”.

Ed ha concluso l’incontro invitando tutti a svolgere la missione con umiltà: “Se dunque dobbiamo tutti cooperare alla grande causa dell’unità e dell’amore, cerchiamo di farlo prima di tutto con il nostro comportamento nelle situazioni di ogni giorno, a partire anche dall’ambiente lavorativo. Ognuno può essere costruttore di unità con gli atteggiamenti verso i colleghi, superando le inevitabili incomprensioni con pazienza, con umiltà, mettendosi nei panni degli altri, evitando i pregiudizi, e anche con una buona dose di umorismo, come ci ha insegnato papa Francesco”.

(Foto: Santa Sede)

Il genocidio armeno nel racconto del prof. Aldo Ferrari

“Nel complicato scacchiere mediorientale, infatti, gli stati del Caucaso (le tre repubbliche ex sovietiche, Armenia, Georgia, Azerbaigian: le prime due cristiane, la terza musulmana sciita) rivestono un’importanza molto maggiore di quel che sembrerebbe, se si guarda solo alla loro ridotta estensione geografica. E nella situazione attuale, in contemporanea con i due conflitti ‘maggiori’ riguardanti Ucraina e Israele, si vede chiaramente una terza guerra serpeggiare minacciosamente intorno all’Armenia”: così ha scritto la scrittrice Antonia Arslan nel mensile ‘Vita e Pensiero’, editato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, presentando il libro ‘Un genocidio culturale dei nostri giorni. Nakhichevan: la distruzione della cultura e della storia armena’, scritto con il prof. Aldo Ferrari, docente di lingua e letteratura armena, storia dell’Eurasia, storia del Caucaso e dell’Asia centrale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove dirige l’Osservatorio di politica e relazioni internazionali (OPRI).

Sempre la scrittrice di origine armena nel saggio scrive che il Nchkichevan “situato fra l’Armenia ex sovietica e l’Azerbaigian, è una piccola enclave fra le alte montagne del Caucaso, abitato da millenni da tribù di etnia armena, come dimostrano i numerosi monumenti là presenti, le chiese e i monasteri antichissimi (con affreschi meravigliosi da poco restaurati) e le pittoresche rovine archeologiche (ricche di straordinari ritrovamenti) risalenti all’epoca del più vasto regno armeno, quello del re Tigrane il Grande (95-55 a.C.).

Fu Stalin, plenipotenziario di Lenin per il Caucaso (come è noto, lui proveniva dalla Georgia), che negli anni tumultuosi del primo dopoguerra stabilì i confini fra le tre repubbliche transcaucasiche, dopo aver soppresso la loro fragile indipendenza. E decise di attribuire alla sovranità azera due territori confinanti con l’Armenia, e popolati in grande maggioranza da Armeni, uno ad est (il Nakhichevan) e l’altro ad ovest (che è, appunto, l’Artsakh). Vennero classificati come oblast, cioè regioni ‘a statuto speciale’, con un soviet proprio, dotato di una certa autonomia, in cui si usava la lingua armena”.

Partendo da queste note storiche al prof. Aldo Ferrari abbiamo chiesto di raccontarci, dopo 110 anni cosa resta del genocidio armeno, avvenuto il 25 aprile 1915: “Resta la realtà irrevocabile della tragedia che tra il 1915 ed il 1923  ha portato al massacro e all’espulsione di un popolo intero dal suo territorio ancestrale, alla distruzione di gran parte dei suoi monumenti, alla falsificazione della memoria di questo crimine da parte dello Stato, la Turchia, che è erede di quello (l’impero ottomano) che lo ha perpetrato. Resta la precarietà del piccolo e debole stato armeno, che occupa solo un decimo del suo territorio storico; resta, infine, una vasta ‘diaspora’, che non potendo neppure sperare di far ritorno in patria ha saputo ricostruirsi un’esistenza decorosa e spesso benestante in molti paesi del mondo”.

Per quale motivo ancora si parla poco del genocidio armeno?

“Le ragioni sono molteplici e di ordine diverso. Da un lato vi è certo la forza politica della Turchia, capace di limitare la conoscenza stessa del genocidio. Ma occorre anche pensare allo scarso peso politico, demografico ed economico della repubblica d’Armenia, a cui stessa esistenza appare minacciata e è quindi  meno efficace della ‘diaspora ‘nel diffondere la memoria del genocidio armeno”.

Quali sono le ragioni per cui ci si ostina a negare ciò che è accaduto?

“Il persistente negazionismo della Turchia dipende in primo luogo dal fatto che il genocidio le ha consentito di mantenere i territori storicamente armeni e che in quanto tali erano stati attribuiti all’Armenia dal trattato di Sèvres del 1920. Riconoscere il genocidio minerebbe la legittimità (morale se non giuridica) del loro possesso. Inoltre Ankara dovrebbe impegnarsi in una colossale opera di risarcimento a favore dei discendenti degli armeni, molti dei quali avevano ingenti patrimoni. Infine, il riconoscimento dovrebbe essere accompagnato dall’ammissione di aver mentito per più di un secolo e di aver considerato eroi nazionali persone responsabili di crimini orrendi”.

Quanto è stato importante il Nakhichevan?

“Questa regione, storicamente parte dell’Armenia, ma attribuita negli anni Venti del ‘900 all’Azerbaigian dalle autorità sovietiche, ha visto dapprima il completo abbandono della popolazione armena quindi la recente e completa distruzione del suo patrimonio artistico, costituito da circa 90 chiese e oltre 10.000 khachkar, le croci di pietra così caratteristiche dell’arte sacra del popolo armeno. Queste distruzioni costituiscono senza dubbio il più grave caso di genocidio culturale dei nostri giorni e lasciano intravvedere la possibilità che la stessa sorte tocchi adesso al patrimonio artistico del Nagorno-Karabakh, una regione abitata in larga maggioranza da armeni,  ma attribuita anch’essa all’Azerbaigian dai sovietici, e completamente svuotata dalla sua popolazione armena nel settembre del 2023”.

Quanto è stato importante il cristianesimo nella storia armena?

“La conversione dell’Armenia al cristianesimo, avvenuta nel 301 secondo la datazione tradizionale, ha avuto un’importanza straordinaria per questo paese. Da allora e sino ad oggi l’identità del popolo armeno è indissolubilmente legata alla fede cristiana, che ha determinato l’invenzione dell’alfabeto nazionale nel 405,  la creazione di una letteratura quanto mai ricca e di un’arte estremamente originale. La secolare fedeltà al cristianesimo in un contesto sempre più islamico è la ragione principale delle numerose traversie conosciute dal popolo armeno, sino a quella del genocidio”.

Quale è la situazione tra Armenia e Azerbaigian, nonostante un recente ‘accordo di pace’?

“E’ una situazione estremamente grave, soprattutto dopo la disastrosa sconfitta nella guerra del 2020, seguita nel 2023 l’esodo della popolazione armena e la perdita definitiva del Nagorno-Karabakh. L’Armenia, che ha perso negli ultimi anni la tradizionale protezione della Russia, si trova oggi stretta tra due paesi storicamente nemici, la Turchia e l’Azerbaigian. La minaccia principale viene soprattutto da quest’ultimo, un paese tanto ricco e potente,  quanto brutalmente aggressivo, che da anni rivendica come proprio il territorio armeno, denominato Azerbaigian occidentale. In una situazione di questo genere il governo armeno avrebbe bisogno di maggiore appoggio della comunità internazionale”.

Terra Santa: l’Azione Cattolica per la Colletta del Venerdì Santo

L’Azione Cattolica scende in campo per sostenere la Colletta del Venerdì Santo, che si svolgerà venerdì 18 aprile per la Terra Santa, in quanto attraverso questa raccolta, la Custodia di Terra Santa sostiene la tutela dei Luoghi Santi (e pietre della memoria) e la presenza dei cristiani in quei territori (le pietre vive), promuovendo iniziative di solidarietà e assistenza, secondo le parole dell’appello del Custode di Terra Santa, fra Francesco Patton, ‘Aiutaci a donare speranza e seminare pace’, che la Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana ha deciso di accogliere e rilanciare, invitando soci e amici dell’associazione (presente in oltre 5.000 parrocchie delle diocesi italiane) a promuovere la raccolta fondi per il mantenimento dei Luoghi Santi e il sostegno delle comunità cristiane di Terra Santa, donne e uomini che lì vivono e testimoniano quotidianamente il Vangelo.

Grazie a questo sostegno, sul sito www.collettavenerdisanto.it è disponibile, tra i materiali e i sussidi, una Via Crucis commentata dai Frati francescani della Custodia di Terra Santa, arricchita dalle meditazioni e testimonianze delle pietre vive. In un video messaggio rivolto all’Azione Cattolica Italiana, il Custode di Terra Santa ringrazia l’Associazione per il suo sostegno, come ha sottolineato fra Patton: “Il coinvolgimento dell’Azione Cattolica Italiana nella promozione della Colletta rientra pienamente nello spirito di amicizia che mira a rafforzare il legame tra i fedeli di tutto il mondo e i Luoghi Santi, attraverso attività di servizio e azioni concrete di vicinanza alle pietre vive. Non è la prima volta che l’Azione Cattolica Italiana manifesta in modo concreto la sua attenzione verso i bisogni della Terra Santa, e per questo desidero ringraziare tutti gli associati per il loro impegno a promuovere la Colletta in un momento così difficile per la nostra missione”.

Fra Francesco Patton ha ricordato anche le gravi difficoltà affrontate nell’ultimo anno in Terra Santa, dove la guerra ha portato morte e distruzione, privando molte famiglie del lavoro, impedendo a tanti bambini di frequentare la scuola e rendendo difficoltoso l’accesso alle cure mediche: “Il Venerdì Santo, quando nelle vostre diocesi e parrocchie si terrà la Colletta a favore dei Luoghi Santi, ricordatevi di noi e siate generosi. Sollecitate i vostri parroci a non dimenticare noi, che per mandato della Chiesa universale ci prendiamo cura dei santuari di Terra Santa e dei cristiani che vivono accanto ad essi. Incoraggiate i membri delle vostre comunità a essere generosi, ricordando le parole di Gesù: ‘C’è più gioia nel dare che nel ricevere’.

Aiutateci a donare speranza e a seminare la pace! L’aiuto alla Terra Santa è una priorità per i cristiani di tutto il mondo. Per questo la Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana invita a non dimenticare questo santo impegno e vitale responsabilità. Partecipare e offrire il proprio contributo per la custodia dei Luoghi Santi e il sostegno delle comunità cristiane locali è un segno concreto di speranza e pace”.

A tal proposito il card. Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, ha evidenziato il difficile momento che vivono i cristiani in Terra Santa: “Se vogliamo rinforzare la Terra Santa e assicurare il contatto vivo con i Luoghi Santi, occorre sostenere comunità cristiane che, nella loro varietà, offrano al Dio-con-noi la loro lode perenne, anche a nome nostro… Facendo memoria delle immagini di distruzione e di morte che sono passate costantemente sotto i vostri occhi in questi tempi di nuovo Calvario, fate della Colletta una delle vostre priorità pastorali”.

Mentre nell’omelia della solennità dell’Annunciazione, il card. Pierbattista Pizzaballa, ha invitato a non ‘avere paura’: “In questo tempo dove si costruiscono narrative di violenza e di potere, dove la storia fatta dai grandi sembra essere quella di guerra e di sopraffazione, noi vogliamo essere quelli che con il loro stile, nei loro incontri, con la parola e con la vita, costruiscono una narrativa diversa, scrivono un’altra storia. Con mitezza, ma anche con la forza della parola e della testimonianza, vogliamo dire il nostro ‘si’ a Dio, ed essere costruttori di una città diversa, piena di luce e di vita”.

Un invito ad ‘alzare lo sguardo’: “Seguendo la Vergine Maria, noi vogliamo invece seguire la Parola di Dio, che crea futuro, apre all’incontro e genera vita. Vogliamo quindi ripartire da Nazareth rafforzati dallo sguardo materno di Maria, che ci chiede di alzare lo sguardo, di non arrenderci alle paure che ci paralizzano, e vedere l’opera che Dio ancora compie attraverso tanti uomini e donne che danno concretezza alla nostra speranza. Di più, vogliamo essere tra loro”.

A Trapani per non dimenticare chi è stato ucciso dalla mafia

“Il 21 marzo rappresenta un giorno solenne di ricordo e di impegno civile per affermare valori essenziali per la salute della nostra comunità. L’impegno quotidiano per la pratica della legalità, la lotta contro tutte le mafie, contro le consorterie criminali che generano violenza e oppressione, contro zone grigie di complicità che ne favoriscono affari e diffusione, vede operare tutti i cittadini che desiderano vivere in una società coesa e rispettosa dei diritti di tutti”: così è iniziato il messaggio del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, alle 50.000 persone a Trapani per partecipare alla XXX Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

Nel messaggio il presidente della Repubblica italiana ha evidenziato il dovere del ricordo per le ‘vittime innocenti’ uccise dalla mafia: “Ogni ambito è stato colpito da questo flagello: servitori della Repubblica, donne e uomini che si battevano per migliorare la società, imprenditori e cittadini che hanno respinto il ricatto del crimine, persone semplici finite sotto il tiro degli assassini.

I loro nomi sono parte della nostra memoria collettiva, ed è nei loro confronti che si rinnova, anzitutto, l’impegno a combattere le mafie, a partire dalle Istituzioni ai luoghi della vita quotidiana, superando rassegnazione e indifferenza, alleate dei violenti e sopraffattori. La mafia può essere vinta. Dipende da noi: tanti luminosi esempi ce lo confermano”.

E terminando la giornata don Luigi Ciotti ha parlato di immigrazione, ringraziando le Ong perché “salvano vite umane e non si può punire chi salva una vita… Vi sembra possibile che le ong che salvano le vite umane nei nostri mari vengano punite? Quanti soldi spesi dall’Europa per finanziare fili spinati, muri, persino i cani da fiuto per inseguire i migranti ai confini”, senza dimenticare ciò che avvenne a Ventotene, ‘dove è nata la nostra Europa, l’Europa della democrazia’, con uno sguardo ai giovani che ‘vanno a cercare un lavoro fuori dall’Italia, dobbiamo far qualcosa, vi prego, per farli restare per far diventare l’Italia un Paese per giovani’. Eppoi ha ringraziato il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ‘il nostro faro, il nostro punto fermo’.

Parole chiare rivolte a favore dei giovani: “Questo non è un mondo per giovani. A parole affidiamo loro le nostre speranze per il futuro, ma nei fatti togliamo risorse all’istruzione, alla ricerca, all’università, togliamo garanzie di lavoro, che spesso è precario, neghiamo loro il diritto all’abitare. Non bastano investimenti occasionali, chiediamo alla politica il più grande investimento della storia per i giovani”.

Parole chiare anche sulla vicenda Almasri: “Come è possibile tenere in carcere per mesi le vittime dei trafficanti accusandole di favorire l’immigrazione clandestina e invece rimandare in Libia con un volo di Stato un criminale torturatore indagato dalla Corte penale internazionale?”.

Non ha potuto sottolineare il valore democratico della libertà di stampa: “l’importanza di un’informazione libera e indipendente, che va difesa dalle leggi bavaglio” con un ringraziamento ai giornalisti che raccontano la  mafia e ricordati quelli che sono morti per accendere i riflettori su storie scomode di illegalità, corruzione, criminalità organizzata, quelli italiani come Ilaria Alpi e Peppino Impastato e quelli stranieri come Anna Politkovskaja e Daphne Caruana Galizia.

In chiusura, l’appello per la pace in Ucraina: “Se c’è un oppressore, è giusto che quel popolo venga difeso. Ma per tre anni abbiamo lasciato che perdessero la vita migliaia di persone, adesso vogliamo che vinca la forza della diplomazia”.

E Nino Morava Agostino, nipote di Nino Agostino e Ida Castelluccio, ha sottolineato l’importanza di non perdere la memoria: “Dall’età adolescenziale, ogni 21 marzo mi interrogavo insieme ad altri ‘familiari di seconda generazione’, che come me hanno vissuto un lutto ancor prima di nascere. Ci chiedevamo come portare il peso di storie che non sono propriamente nostre, ma che abbiamo vissuto indirettamente attraverso il dolore dei nostri genitori, zii e nonni. Ancora oggi me lo chiedo, non so esattamente cosa fare, come farlo, come mantenere viva l’incredibile lotta trentennale dei miei nonni, come mantenere viva e attiva la memoria dei miei zii”.

Ed ha chiesto giustizia per chi è stato ucciso dai mafiosi: “E’ un peso troppo grande a 23 anni, ma riesco a sopportarlo grazie alla stessa comunità che i miei nonni hanno costruito in tutti questi anni. Nella vasta rete di Libera, in tutta Italia ci sono persone che, insieme a me, chiedono verità e giustizia per Nino, per Ida e per la creatura che portava in grembo. A Trapani sono stato insieme a loro, consolidando quella che è ormai una lotta collettiva, una memoria condivisa. Marceremo fino a quando non avremo quelle verità che ancora ci mancano, quelle che la maggior parte dei familiari non ha. Questi delitti impuniti macchiano il nostro Paese e la nostra democrazia con il sangue dei nostri caduti. Solo quando avremo delle reali verità potremo definirci uno Stato di diritto, uno Stato in cui finalmente potremo essere Liberi”.  

(Foto: Libera)

Un ‘Museo della speranza’ racconta la Vita Consacrata

E’ stato chiamato ‘museo della speranza’ ed è stato sabato 14 dicembre dall’arcivescovo di Gaeta, mons. Luigi Vari, ed allestito nel convento dei Passionisti di Itri, in provincia di Latina, da secoli luogo di vita consacrata per i religiosi cappuccini e dal 1943, sede dei religiosi di San Paolo della Croce ed in occasione della Giornata mondiale per la vita consacrata, celebrata domenica 2 febbraio, il convento è stato denominato ufficialmente ‘il museo della speranza per la vita consacrata’, perché in esso sono custodite le opere e le storie di vita vissuta dai religiosi passionisti in tre secoli di presenza nel Lazio meridionale.

Il superiore della comunità passionista di Itri, p. Antonio Rungi, sacerdote passionista e teologo morale, Le icone mariane, i crocifissi, come i santi e altre figure di persone consacrate sono un forte richiamo alla vita consacrata, ha raccontato l’idea che ha portato alla realizzazione del museo:

“Questo luogo della storia e della cultura costituisce una valida occasione per conoscere in profondità la vita consacrata, non solo nella Congregazione della Passione, ma anche in altri ordini e congregazioni religiosi, come si è sviluppata nel tempo e su quali basi negli ultimi quattro secoli si è strutturata quotidianamente. Una rilettura del passato per guardare con speranza al presente e al futuro. Il museo è composto di quattro ampi locali, nei quali i visitatori possono confrontarsi con la spiritualità dei passionisti e di alti istituti religiosi”.

Per quale motivo un museo dedicato alla vita consacrata?

“Un duplice motivo ci ha spinto noi passionisti di Itri a realizzare negli ultimi cinque anni un museo della storia della Congregazione della Passione nel territorio del Lazio Meridionale, dall’istituzione della provincia religiosa dedicata alla Madonna Addolorata e voluta dallo stesso fondatore dei Passionisti, San Paolo della Croce, nel 1769.

Il primo motivo è quello di conservare la memoria storica e il carisma della fondazione dopo tre secoli di storia, mediante la raccolta di quadri ed oggetto di vita quotidiana attinenti alla nostra vita di consacrati. Sia nelle immagini recuperate in seguito alla chiusura di vari conventi con la rivoluzione francese e con l’unità d’Italia e sia in seguito alla chiusura di storici conventi avvenuta negli ultimi decenni di questo terzo millennio dell’era cristiana.

Il secondo motivo è di carattere ecclesiale e culturale, in quanto un museo è una narrazione visiva e visibile di un carisma, come quello della Memoria della Passione di Gesù Cristo, specifico del nostro istituto”.

Perché esso è stato denominato ‘museo della speranza per la vita consacrata’?

“Il museo è stato denominato della speranza dal sottoscritto, in quanto è stato aperto ufficialmente prima dell’inizio dell’anno giubilare 2025, indetto da papa Francesco e che è in corso di svolgimento. Come superiore della comunità passionista di Itri dal settembre scorso e fino allo scorso 2 febbraio anche come delegato arcivescovile per la vita consacrata dell’arcidiocesi di Gaeta, ho pensato di dedicare questo museo al tema della speranza, in quanto ciò che viene conservato, esposto e visitabile ha forti richiami a questa virtù teologale, che accompagna anche la visita di quanti si fermeranno a guardare le immagini sacre di Gesù Crocifisso, della Madonna soprattutto la beata Vergine Addolorata, i vari santi, in primo luogo il nostro fondatore san Paolo della Croce ed altri santi e personaggi della storia che sono stati segni e testimoni di speranza nel loro tempo”.

Quanto è importante la vita consacrata per la Chiesa?

“La risposta a questa sua domanda la troviamo in duemila anni di storia della vita consacrata, a partire dagli eremiti del deserto fino ad arrivare a San Benedetto da Norcia con il monachesimo occidentale, basato sulla vita fraterna in comunità. La storia ci racconta di quanto sia stata importante la vita consacrata nella chiesa e per la società. Teologia, Sacra Scrittura, liturgia, canto, spiritualità, cultura, arte, medicina, scienza e quanto altro dello scibile umano ed ecclesiale tutto è passato attraversi il genio maschile e femminile dei consacrati. Scuole di ogni ordine e grado sono state curate dai religiosi e religiose, Facoltà teologiche e luoghi di formazione culturale e scuole di spiritualità hanno avuto origine e sviluppo negli ordini e congregazioni di vita consacrata.

Tanti i santi che hanno dato un’evidente impronta alla vita della Chiesa nel corso di questi due millenni a partire dai più noti, come sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, sant’Antonio di Padova, san Francesco, santa Teresa d’Avila, santa Teresa di Lisieux, sant’Ignazio di Loyola, san Filippo Neri, san Paolo della Croce, sant’Alfonso Maria dei Liguori, san Giovanni Bosco e più vicino a noi e tanto venerati come san Pio da Pietrelcina. Citarli tutti sarebbe un elenco interminabile. Ognuno dei santi ha dato un contributo enorme per la santità della chiesa e per la credibilità di essa in ogni epoca”.

In quale modo un consacrato od una consacrata vive la speranza?

“Non esiste un modo unico per vivere la speranza, perché ognuno di noi, ma anche i laici possono e debbono improntare la loro esistenza su questa virtù teologale, che non è un pio desiderio di vedere il futuro in positivo, ma di vivere ogni giorno con il cuore aperto alla gioia e alla felicità. La speranza per un consacrato è Cristo stesso e la vita di dedizione che ha scelto di fare per la gloria di Dio e la santificazione personale e degli altri. Questo significa che la speranza si alimenta di fede e si esprime nella carità. Questa trilogia di virtù teologali hanno la loro forza trainante nella preghiera, nella parola di Dio e nella vita sacramentale.

Certamente la speranza è anche per un religioso credere fermamente alla pace, alla giustizia, alla fraternità universale secondo gli insegnamenti del Magistero e specialmente degli indirizzi che papa Francesco, oggi, sta dando continuamente alla Chiesa di Cristo, ci cui è il pastore universale, tanto amato e seguito da coloro che sono davvero nella Chiesa con la mente, il cuore e la vita. Per noi passionisti, la speranza è anche quella di vedere il nostro istituto crescere in santità, in vocazioni, in presenze e soprattutto in stile di vivere la passione di Cristo vicino a tanti crocifissi nel cuore, nello spirito e nel fisico dei nostri giorni”.

Nell’omelia dei Primi Vespri della festa della presentazione del Signore papa Francesco ha invitato ad un ‘ritorno alle origini’: quanto è importante questo ritorno ‘all’origine della ‘nostra vita’?

“Papa Francesco ha invitato noi religiosi ad andare alle nostre radici e origini, in quanto si parte sempre dalla fonte di un cammino spirituale e di consacrazione che trova nei fondatori e fondatrici la verità di un cammino. Tutti i carismi suscitati dallo Spirito Santo nella chiesa sono rimasti sostanzialmente inalterati,

Nella forma di esprimerli e viverli si sono modificati in ragione dei segni dei tempi e dei cambiamenti necessari che si rendono indispensabili anche negli istituti di vita consacrata. Dopo il Concilio Vaticano II la vita consacrata, compresa quella di noi passionisti, è cambiata nel modo di viverla e testimoniarla. Tante cose sono cambiare, ma una religiosa o una religiosa se ama la congregazione e la Chiesa non modifica il cuore e la gioia di vivere, ma solo le cose necessarie per rendere attuabile e visibile il carisma e la speciale consacrazione della sua vita al Signore con i tre voti o consigli evangelici di povertà, castità ed obbedienza”.

Come si articola il museo?

“Il museo dei passionisti di Itri è articolato su quattro locali continui, nei quali sono esposto quadri ed opere d’arte a partire dal XVI secolo fino ad attivare al XX secolo. Si tratta di dipinti, tele, oggetti religiosi e liturgici, stampe, ex-voto, materiale di ordinaria vita comunitaria nei conventi passionisti del Lazio meridionale e della Campania. Si tratta di un cammino ideale e spirituale che il visitatore può fare sostando davanti alle immagini sacre e ricavando da esse quel messaggio si salvezza e speranza di una vita migliore per l’oggi e per il domani”.

E’ possibile visitare il museo sabato dalle ore 18.00 alle ore 19.00; domenica e giorni festivi dalle ore 11.00 alle ore 12.00; oppure accedere su appuntamento ogni giorno per essere visitato con la guida di un sacerdote passionista che illustra quanto è in esso conservato ed esposto.

(Tratto da Aci Stampa)

Giorno del ricordo: la memoria è fondamentale

Oggi si è svolta al Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la celebrazione del ‘Giorno del Ricordo’, condotta dalla dott.ssa Valeria Ferrante edaperta dalla lettura, da parte dell’attrice Gaja Masciale, di due brani tratti dal libro ‘Le foibe spiegate ai ragazzi’ di Greta Sclaunich.

Durante l’evento sono stati proiettati estratti dal film ‘La bambina con la valigia’ e dal documentario ‘Rotta 230 – Ritorno alla terra dei Padri’, con l’invito del presidente della Repubblica italiana a far memoria di ciò che è avvenuto: “Ci incontriamo per rinnovare la Giornata del Ricordo: occasione solenne, che invita a riflettere su pagine buie del nostro passato, per conservare e rinnovare la memoria delle sofferenze degli italiani d’Istria, di Fiume, della Dalmazia, in un periodo tragicamente tormentato della storia d’Europa”.

Tutto è avvenuto a causa della guerra: “In quella zona a Oriente, così peculiare, dove, a fasi alterne, si erano incontrate, convivendo, comunità italiane, slave, tedesche e di tante altre provenienze, la violenza prese il sopravvento, trasformandola in una terra di sofferenza. La guerra porta sempre con sé conseguenze terribili: lutto, dolore, devastazione. Era stato così durante la Prima Guerra Mondiale, nella quale furono immolati, in una ostinata e crudele guerra di trincea, milioni di giovani d’entrambe le parti”.

Purtroppo la catastrofe causata dalla Prima Guerra mondiale non è servita da monito: “Ma quella lezione sanguinosa non aveva, purtroppo, indotto a cambiare. Perché ancor più disumani furono gli eventi del secondo conflitto mondiale, dove allo scontro tra eserciti di nazioni che si erano dichiarate nemiche, si sovrappose il virus micidiale delle ideologie totalitarie, della sopraffazione etnica, del nazionalismo aggressivo, del razzismo, che si accanì con crudeltà contro le popolazioni civili, specialmente contro i gruppi che venivano definiti minoranze”.

Fascismo e comunismo hanno condotto ad una violenza esacerbata, di cui le foibe sono il ‘simbolo’: “E, nelle zone del confine orientale, dopo l’oppressione fascista, responsabile di una politica duramente segregazionista nei confronti delle popolazioni slave, e la barbara occupazione nazista, si instaurò la dittatura comunista di Tito, inaugurando una spietata stagione di violenza contro gli italiani residenti in quelle zone. Di quella stagione, contrassegnata da una lunga teoria di uccisioni, arresti, torture, saccheggi, sparizioni, le Foibe restano il simbolo più tetro. E nessuna squallida provocazione può ridurne ricordo e dura condanna”.

Per questo il presidente Mattarella ha condannato la spietatezza dei ‘titini’: “Oltre a crudeli, inaccettabili casi di giustizia sommaria e di vendette contro esponenti del deposto regime fascista, la furia omicida dei comunisti jugoslavi si accanì su impiegati, intellettuali, famiglie, sacerdoti, anche su antifascisti, su compagni di ideologia, colpevoli soltanto di esigere rispetto nei confronti della identità delle proprie comunità. Di fronte al proposito del nuovo regime jugoslavo di sovranità sui territori giuliani, l’essere italiano diveniva un ostacolo, se non una colpa”.

Il monito è stato quello di non dimenticare: “La memoria storica è un atto di fondamentale importanza per la vita di ogni Stato, di ogni comunità. Ogni perdita, ogni sacrificio, ogni ingiustizia devono essere ricordati. Troppo a lungo ‘foiba’ ed ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia. 

La memoria delle vittime deve essere preservata e onorata. Naturalmente (dopo tanti decenni e in condizioni storiche e politiche profondamente mutate) perderebbe il suo valore autentico se fosse asservita alla ripresa di divisioni o di rancori”.

Però è necessaria una memoria condivisa: “Ogni popolo, ogni nazione, porta con sé un carico di sofferenze e di ingiustizie subite. Apprezziamo gli sforzi, fatti dagli storici dell’una e dell’altra parte, per avvicinarsi a una memoria condivisa. Ma, ove questo non fosse facilmente conseguibile, e talvolta non lo è, dobbiamo avere la capacità di compiere gesti di attenzione, dialogo, rispetto. Dobbiamo ascoltare le storie degli altri, mettere in comune le sofferenze, e lavorare insieme per guarire le ferite del passato”.

Per questo la memoria deve trasformarsi in azioni di pace: “Soltanto così potremo trasmettere ai giovani, idealmente, in questa Giornata del Ricordo (insieme all’orgoglio di una conseguita identità europea, tanto propria alle culture dei popoli del confine orientale) il testimone della speranza, incoraggiandoli a mantenere viva la memoria storica delle sofferenze patite da loro connazionali, adoperandosi perché vengano evitati errori e colpe del passato, promuovendo, ovunque rispetto e collaborazione…

La Repubblica guarda alle vicende drammatiche vissute dagli italiani di Istria, Dalmazia, Fiume con rispetto e con solidarietà, e lavoriamo, nell’Unione Europea, insieme alla Slovenia, alla Croazia e agli altri Paesi amici per costruire, ogni giorno, nuovi percorsi di integrazione, amicizia e fratellanza tra i popoli e gli Stati”.

Qualche giorno prima il presidente Mattarella si era recato a Gorizia e Nova Gorica per l’inaugurazione della Capitale europea della Cultura aveva sottolineato il compito della cultura: “Se la cultura, per definizione, non conosce confini, essa nasce, pur sempre, come espressione di una comunità ma aperta alla conoscenza, alla ricerca comune, ai reciproci arricchimenti. Sconfitti gli orrori dell’estremismo nazionalista, che tanto male ha prodotto in Europa, riemergono i valori della convivenza e dell’accoglienza”.

Solo con la cultura si può sconfiggere la guerra: “Sono i valori che possono opporsi all’oscurantismo della guerra e del conflitto che si è riproposto con l’aggressione russa all’Ucraina. Essere Capitale europea della cultura transfrontaliera – la prima con questa esperienza – significa avere il coraggio di essere portatori di luce e di fiducia nel futuro del mondo, dove si diffondono ombre, incertezze e paure. Significa che Nova Gorica e Gorizia indicano una strada di autentico progresso”.

Per questo il vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, ha invitato a fare scelte di cultura: “Abbiamo il dovere di prenderci cura del nostro cuore perché da esso sgorghino scelte di vita, per noi, per il nostro Paese e anche per altri Paesi e popoli. Scelte di cultura, di nobile politica. E queste, per natura loro, vogliono contaminare altri Paesi e popoli.

In Dio vogliamo ritrovare le energie e l’intelligenza, la sapienza per coniugare valori fondanti per una convivenza di giustizia e di pace, di libertà e di rispetto, anche per i più deboli, anche per chi non appartiene alla nostra lingua, cultura, religione. C’è un’appartenenza che Gesù ci ha insegnato: Dio si prende premura di questa umanità ferita.  Voglio imparare da Gesù, e questo rende la mia fede unica: essa, nella fedeltà a Dio, mi protrae al prendermi cura di tutte le vittime, di tutti gli umiliati, di tutti gli oppressi”.

E’ un invito alla speranza, come quello formulato dall’arcivescovo di Gorizia, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli: “Non dobbiamo però essere pessimisti e perdere la speranza. Ci sono ancora dei segni positivi: un paio di ore fa ero in piazza Transalpina, con i due presidenti della repubblica italiano e sloveno e tante persone, per l’avvio ufficiale di Nova Gorica e Gorizia insieme capitale europea della cultura. Un bel segno che speriamo faccia crescere qui da noi la voglia e l’impegno per la pace, la giustizia, la riconciliazione”.

(Foto: Quirinale)

Un gesto di misericordia tra i massacri delle foibe

Il Giorno del ricordo (10 febbraio) è stato istituito in Italia nel 2004 per ‘conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale’.

Quando si avvicina il 10 febbraio, giorno del ricordo della tragedia delle Foibe, dei tanti morti e dei tanti istriani che sono dovuti scappare per non essere uccisi (tra cui mia nonna, mio padre e mia zia), mi assale la tristezza. Considero questo giorno come una tappa di memoria che dà dignità ad una verità per decenni non raccontata. Allo stesso tempo, però, sono anche felice, perché in tanto odio e violenza, la mia famiglia ha vissuto anche una storia di eroismo.

Il mio prozio Giordano Paliaga, fratello di mia nonna Maria, che era stato partigiano contro i nazi-fascisti, venne a sapere che sua sorella e i suoi figli piccoli, Arturo (che poi è divenuto mio padre) e Pierina, sarebbero stati uccisi e buttati nelle foibe; lui riuscì ad avvertirla in tempo e così lei riuscì a scappare con i bambini.

Maria, istriana, era sposata con il soldato italiano Ubaldo Rossi; dovette lasciare la casa e il lavoro nel panificio della madre Santa (che furono poi confiscati) ma mise in salvo la sua vita e quella dei figli, cosa non da poco. Fu un gesto eroico quello di Giordano che, pur sapendo che metteva a rischio la sua vita per avvisare la sorella con i figli, non indugiò neanche un istante.

Passarono tanti anni e Arturo, crescendo, mise su famiglia sposando Antonia; con lei ebbe tre figli, tra cui me, Riccardo, il più grande. Arturo portava in sé tutto il dolore del ricordo dell’avere lasciato la sua casa natale da piccolo, la sofferenza di un padre che lo martirizzava fisicamente e che lo aveva fatto crescere in un istituto minorile. Tutto questo malessere accumulato lo ha poi scaricato su di me e su mio fratello Maurizio, secondogenito.

Ogni giorno, tornava tardi e nervoso a casa, ci rompeva i giocattoli, ci picchiava, ci malediceva e ci umiliava; dopo 47 anni, abbiamo scoperto che prima di rientrare andava a trovare la sorella e i cuginetti. Ogni giorno era un tormento, fino alla fine dell’adolescenza.  Crescendo, nei suoi discorsi, percepivo tanto dolore, perché non poteva più tornare nella sua città, Rovigno di Pola in Istria, perché essendo stato anche lui un soldato italiano non era gradito.

Quando leggeva la sua tessera di riconoscimento, in cui si evinceva che era nato a Pola, in Iugoslavia (ora Croazia), vedevo lo smarrimento nei suoi occhi; lui si definiva italiano e non iugoslavo!

Insomma, queste ferite spirituali della mia giovinezza me le sono portate dietro fino all’età di 55 anni ( fino a due anni fa), momento in cui ho avuto la consapevolezza della mia guarigione, dopo il mio percorso spirituale sempre più profondo grazie alla lettura, ‘fuso in Gesù’, del libro ‘Le 24 Ore della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo’ (vergato da Luisa Piccarreta) e ai momenti di preghiera con i Piccoli figli di Palermo ( che leggono e meditano gli scritti – 36 volumi –  Libro di Cielo della mistica Luisa).

Ma la cosa anche più grande la dice Gesù nel ‘Volume 35 – Libro di Cielo’, sempre vergato da Luisa Piccarreta: “Credi tu che tutto ciò che hai sofferto, la mia Volontà non ne tiene conto? Affatto. Conserva nel suo Seno di Luce tutte le tue pene, piccole e grandi, i tuoi sospiri angosciosi e dolenti, le tue privazioni: anzi. Se n’è servita come materia per concepire, nascere e crescere la sua vita. In ogni pena era crescenza che faceva, le quali alimentava colla sua santità, le riempiva con la foga del suo amore, le abbelliva colla sua inarrivabile bellezza. Figlio mio, come devi ringraziarmi di tutto ciò che ho disposto di te e di tutto ciò che ti ho fatto soffrire, perché tutto è servito a formare la mia vita in te ed al trionfo della mia Volontà”.

Che meraviglia fare vivere Gesù in me! Con questa grande speranza, sono anche tornato a Rovigno dove ho incontrato il figlio di Giordano, Gianfranco, un uomo di circa 80 anni, con sua moglie Maria, la figlia Maela e la nipote. E’ stato bello incontrare dopo tanti anni parenti istriani e tessere ponti di amicizia, vedere i luoghi dove visse mio padre e pregare ‘fuso in Gesù e Maria’ in continuazione per l’avvento del Regno di Dio che metterà tutto in ordine.

Ho cercato di essere sempre a posto con la mia coscienza. Da adolescente e da giovane uomo, sono stato un ambientalista in prima linea; la mia famiglia era da generazioni nella Marina militare ed io, grazie ad un amico che mi ha aperto gli occhi, sono diventato un uomo di pace, disarmato (sono stato anche obiettore di coscienza). Ora, dopo anni di giornalismo, continuo a scrivere cercando di seminare solo la Verità. Da più di ventidue anni vivo di provvidenza.

Da 9 anni sono sposato con Barbara, che mi ha seguito. Siamo due missionari laici (ora alla Missione di Speranza e Carità di Palermo) e, insieme, aiutiamo tante persone. Diamo il nostro contributo per accogliere profughi e migranti. Cerco di essere sempre di più unito a Gesù e Maria, anche perché sono talmente fragile (GV 15,5) che da solo non sarei capace di fare nulla!

(Tratto dal sito Spazio Spadoni)

Papa Francesco invita a sognare come Giuseppe

“Esprimo la mia preoccupazione per l’aggravarsi della situazione securitaria nella Repubblica Democratica del Congo. Esorto tutte le parti in conflitto ad impegnarsi per la cessazione delle ostilità e per la salvaguardia della popolazione civile di Goma e delle altre zone interessate dalle operazioni militari. Seguo con apprensione anche quanto accade nella Capitale, Kinshasa, auspicando che cessi quanto prima ogni forma di violenza contro le persone e i loro beni. Mentre prego per il pronto ristabilimento della pace e della sicurezza, invito le Autorità locali e la Comunità internazionale al massimo impegno per risolvere con mezzi pacifici la situazione di conflitto”. 

Al termine dell’udienza generale papa Francesco ha espresso preoccupazione per la situazione nella Repubblica democratica del Congo, dove le milizie ribelli del ‘Movimento per il 23 marzo’ (M23) hanno annunciato d’aver preso il controllo di Goma, la più importante città del Nord Kivu, regione ricca di risorse minerarie al confine con il Rwanda, invitando a non dimenticare gli altri conflitti: “E non dimentichiamo di pregare per la pace: Palestina, Israele, Myanmar e tanti Paesi che sono in guerra. La guerra sempre è una sconfitta! Preghiamo per la pace”.

Mentre nel saluto in lingua polacca ha ribadito di non abbandonare la memoria delle vittima nei lager: “In questi giorni ricordiamo i vostri connazionali che insieme ai membri delle altre nazioni furono vittime dello sterminio nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Siate custodi della verità e della memoria di questa tragedia e delle sue vittime, tra cui non pochi martiri cristiani. E’ un monito per il costante impegno per la pace e per la difesa della dignità della vita umana in ogni nazione e in ogni religione”.

Infine ha ricordato la festa di san Giovanni Bosco: “Ricorre dopodomani la memoria liturgica di san Giovanni Bosco, sacerdote ed educatore. Guardate a lui come a un maestro di vita e apprendete dalla sua esperienza spirituale a confidare in ogni circostanza in Dio, Padre misericordioso”.

Mentre nell’udienza generale il papa ha proseguito la catechesi su ‘Gesù Cristo, nostra speranza’, incentrando la riflessione sull’annuncio a san Giuseppe con l’invito a chiamarLo Gesù: “Se Luca ci permette di farlo nella prospettiva della madre, la Vergine Maria, Matteo si pone nella prospettiva di Giuseppe, l’uomo che assume la paternità legale di Gesù, innestandolo sul tronco di Iesse e collegandolo alla promessa fatta a Davide”.

E’ descritto come ‘fidanzato di Maria’: “Giuseppe entra in scena nel Vangelo di Matteo come il fidanzato di Maria. Per gli ebrei il fidanzamento era un vero e proprio legame giuridico, che preparava a ciò che sarebbe accaduto circa un anno dopo, cioè la celebrazione del matrimonio. Era allora che la donna passava dalla custodia del padre a quella del marito, trasferendosi in casa con lui e rendendosi disponibile al dono della maternità”.

Nel Vangelo è definito anche come uomo ‘giusto’: “Matteo definisce Giuseppe come un uomo ‘giusto’ (zaddiq), un uomo che vive della Legge del Signore, che da essa trae ispirazione in ogni occasione della sua vita. Seguendo pertanto la Parola di Dio, Giuseppe agisce ponderatamente: non si lascia sopraffare da sentimenti istintivi e dal timore di accogliere con sé Maria, ma preferisce farsi guidare dalla sapienza divina. Sceglie di separarsi da Maria senza clamori, privatamente. E questa è la saggezza di Giuseppe che gli permette di non sbagliarsi e di rendersi aperto e docile alla voce del Signore”.

A questo punto il papa ha introdotto il tema del ‘sogno’, che nella Bibbia è molto presente: “Ora, che cosa sogna Giuseppe di Nazaret? Sogna il miracolo che Dio compie nella vita di Maria, e anche il miracolo che compie nella sua stessa vita: assumere una paternità capace di custodire, di proteggere e di trasmettere un’eredità materiale e spirituale. Il grembo della sua sposa è gravido della promessa di Dio, promessa che porta un nome nel quale è data a tutti la certezza della salvezza”.

Di fronte a tale ‘sogno’, come è avvenuto nel ‘sogno’ dell’altro Giuseppe, figlio di Giacobbe, egli si fida di Dio: “Di fronte a questa rivelazione, Giuseppe non chiede prove ulteriori, si fida. Giuseppe si fida di Dio, accetta il sogno di Dio sulla sua vita e su quella della sua promessa sposa. Così entra nella grazia di chi sa vivere la promessa divina con fede, speranza e amore”.

Quindi, riprendendo il libro di papa Benedetto XVI sull’infanzia di Gesù, il papa ha concluso la catechesi con l’invito all’ascolto della Parola di Dio: “Giuseppe, in tutto questo, non proferisce parola, ma crede, spera e ama. Non si esprime con ‘parole al vento’, ma con fatti concreti. Egli appartiene alla stirpe di quelli che l’apostolo Giacomo chiama quelli che ‘mettono in pratica la Parola’, traducendola in fatti, in carne, in vita… Sorelle, fratelli chiediamo anche noi al Signore la grazia di ascoltare più di quanto parliamo, la grazia di sognare i sogni di Dio e di accogliere con responsabilità il Cristo che, dal momento del nostro battesimo, vive e cresce nella nostra vita”. (Foto: Santa Sede)     

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