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A Torino la Giornata della Memoria per le vittime innocenti delle mafie

In occasione della XXXI Giornata nazionale della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, Torino accoglie la manifestazione organizzata da Libera-Gruppo Abele. Il 21 marzo sarà così, ancora una volta, un abbraccio sincero ai familiari delle vittime innocenti delle mafie, senza dimenticare chi ha perso la vita nelle stragi, nel terrorismo e nel dovere. L’intero territorio piemontese si prepara ad accompagnare il cammino verso questo appuntamento, che coinciderà con la chiusura del trentennale di Libera.

Il programma della giornata di sabato 21 marzo, invece, prevede la partenza del corteo da Piazza Solferino alle 9 per arrivare in piazza Vittorio alle 11, dove inizierà la lettura dei 1117 nomi delle vittime innocenti delle mafie. Semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie. A mezzogiorno ci sarà l’intervento conclusivo di don Luigi Ciotti.

E’ stato proprio don Ciotti a lanciare un appello: “La trentunesima giornata riprende una parola di allora: fame di verità e di giustizia. La parola da sottolineare con forza è fame, questo bisogno oggi più che mai di verità e di giustizia, è il diritto alla verità, perché l’ottanta per cento dei familiari delle vittime, che cammineranno e apriranno il corteo e giungono da ogni parte d’Italia, non conosce la verità. Eppure le verità passeggiano per le vie del nostro Paese, l’omertà uccide la verità e la speranza, ma soprattutto senza verità non si può costruire giustizia”.

Erano circa 300 i nomi delle vittime innocenti letti in piazza del Campidoglio il 21 marzo 1996, durante la I Giornata della Memoria e dell’impegno. Dopo trentuno anni, l’elenco che sarà letto dal palco di Torino conta 1117 nomi. I nomi inseriti quest’anno in elenco sono 16, di cui 5 minori. Un lungo elenco, ogni anno arricchito di nuovi nomi, di nuove storie, ha aggiunto don Ciotti: “Vorrei ricordare Mauro Rostagno e voglio ripetere le sue parole quando disse, lui che è stato ucciso: ‘Spesso è accaduto che anche persone che ci vogliono bene ci hanno consigliato di parlare il meno possibile di mafia, perché dicono che in questo modo ci facciamo cattiva pubblicità e di questo non abbiamo bisogno. Il miglior modo per farci pubblicità non è quello di dire o di non dire se qua c’è la mafia o meno, ma riuscire a batterla, ad eliminarla. Questa è la migliore pubblicità che potremmo fare a noi stessi, a tutto il Paese, a tutti quelli che ci vogliono bene’. E’ questo il senso di continuare a camminare insieme anche per le vie di Torino”.

Ed ha spiegato la scenta della città: “A Torino, come in tutta Italia, le situazioni di vulnerabilità sociale aprono varchi che le mafie e le economie criminali possono sfruttare per consolidare consenso e potere. Per questo il contrasto passa anche dalla capacità di riconoscere i bisogni sociali, di costruire comunità inclusive e di fare in modo che nessuno resti escluso, perché sono i diritti il vero argine contro le mafie. In questa prospettiva, Libera accompagna percorsi di studio, monitoraggio civico, denuncia e impegno sociale, promuovendo un’alleanza tra cittadini, istituzioni e territori. La Giornata del 2026 a Torino e in Piemonte vuole essere dunque un’occasione per riportare al centro queste storie, rileggere le trasformazioni del territorio e rilanciare insieme un impegno collettivo capace di generare futuro”.

La Giornata nazionale della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie nasce nel 1996 in Campidoglio, quando viene letto per la prima volta l’elenco delle vittime innocenti, curato da Saveria Antiochia, madre di Roberto Antiochia. Da allora è divenuta un appuntamento annuale di partecipazione civile, memoria viva e responsabilità condivisa, che coinvolge scuole, associazioni e comunità di tutta Italia.

Negli anni, attorno a questo impegno, sono nate esperienze concrete: uso sociale dei beni confiscati, percorsi educativi e formativi, reti internazionali, progetti di giustizia rigenerativa e sostegno a chi ha scelto di rompere con i circuiti mafiosi. Nel 2023 è nato a Roma ExtraLibera, spazio multimediale dedicato alle nuove generazioni per raccontare in modo innovativo la memoria e il fenomeno mafioso.

A Palermo mons. Lorefice invita alla legalità nel ricordo di Paolo Borsellino  

“Sono passati trentatré lunghi anni (gli stessi del Giusto eliminato appeso sulla croce del Golgota) e ci ritroviamo ancora a fare memoria di un evento che segna uno dei momenti più tristi della storia della nostra Isola e dell’Italia. E’ un dovere personale ed un atto di corresponsabilità sociale fare memoria di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Nessuno di noi può prendere parte a questo atto di memoria per puro formalismo o per dovere di circostanza, ma solo per consapevolezza sostanziale”: nel 32^ anniversario della strage di via D’Amelio, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, è intervenuto in un incontro dedicato al ricordo e all’esempio del magistrato e degli agenti della scorta.

Durante l’incontro ha richiamato alla responsabilità: “Siamo qui per assumerci in prima persona una responsabilità di fronte ai fatti, che, purtroppo, ancora devono essere ricostruiti e, soprattutto, riscattati da insabbiamenti, depistamenti, indolenze e connivenze. Altrimenti sarebbe una reiterata condanna di morte di questi meravigliosi amanti della nostra vita e della vita delle generazioni future che abiteranno le case, le piazze e le strade delle nostre città e della nostra Isola.

Siamo qui per attingere ancora una volta alle nobili e alte motivazioni del loro animo, a quelle ‘forze morali, intellettuali e professionali’ (P. Borsellino) che hanno sostenuto e guidato le loro idee e i loro passi, fino alla tragica e gloriosa fine, e per essere partecipi della loro sorte. Per amore, per gratitudine, per dovere di coscienza, per obbligo di giustizia. Con sincero pentimento”.

E’ stato un ricordo dell’amico di Giovanni Falcone: “L’animo più intimo di Paolo Borsellino emerge, come cartina al tornasole, in quell’intervento alla Veglia organizzata dall’AGESCI Regionale nella sua Palermo, a S. Domenico, il 20 giugno 1992, dove coglie e tratteggia lo spirito di Giovanni Falcone. Esordisce così, proprio 29 giorni prima della strage di Via D’Amelio: ‘Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la Mafia, lo avrebbe un giorno ucciso’.

Evidenziava così la lucida consapevolezza di Falcone del ‘compiersi dei giorni’. La stessa che ritroviamo in lui. ‘Ora tocca a me’, dirà a don Cesare Rattoballi dopo la morte di Falcone… Non voglio assolutamente imporre un’etichetta religiosa a Paolo Borsellino, ma non si può parlare di lui senza tenere conto della sua formazione religiosa”.

Senza etichettarlo l’arcivescovo ha delineato la sua fede: “Il suo profilo umano e di magistrato emerge ancor più nitido se mettiamo in risalto l’intenzionalità cristiana (l’intenzionalità ‘cristica’) che lo guidava nell’esercizio della sua professione, spinto fino alla consapevole e libera determinazione del sacrificio della vita. E’ cristiano chi ha la mens e la forma Christi (la logica e la forma di Cristo). Chi gli assomiglia. Chi lo segue usque ad finem, ‘fino alla fine’. Paolo Borsellino era un uomo di fede. Ciò che lo ha spinto a continuare fino alla fine, a dare la sua vita, anche sacrificando il suo amore per la vita dei suoi cari, della sua famiglia”.

Per questo ha ricordato un suo discorso all’Agesci nel 1992: “Una sottolineatura fatta in riferimento al fatto che Falcone ‘è morto nella carne ma è vivo nello spirito’. Borsellino non rimanda alla citazione del testo neotestamentario ma, è evidente, che sono parole che riprendono alla lettera: ‘Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito’. Lo conferma anche l’altro passaggio dove il magistrato palermitano mette in rilievo il sacrificio ‘pro-esistenziale’ di Falcone, della Morvillo e della scorta: ‘Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti’. Quest’ultima frase (‘per gli ingiusti’) è chiaramente ripresa ancora dal testo della Prima Lettera di Pietro”.

Nella lettera dell’apostolo Pietro si chiarisce il significato: “In questo testo neotestamentario Cristo è il giusto che muore per gli ingiusti. Ma attenzione non solo a causa degli ingiusti ma anche in favore degli ingiusti, dei malvagi, anche di chi lo uccide. Perché quella di Cristo è una redenzione totale, universale. Per tutti… E’ proverbiale il rispetto che Borsellino aveva anche per gli imputati e per i condannati!”

Da qui deriva il dono della vita di Paolo Borsellino: “La forza del dono totale di sé da parte di chi ‘conosce’ l’amore di Cristo (conoscenza in senso biblico: di chi ha una relazione con Cristo) diventa contemporaneamente un atto di adorazione del Signore e una testimonianza di speranza per tutti”.

Da qui l’impegno: “Una fonte di impegno perché si possa contribuire a quel ‘movimento culturale e morale, anche religioso’ che in quel discorso Borsellino auspicava. La lotta alla mafia deve continuare da parte di tutti, a maggior ragione da parte di chi attinge il nome di Dio dalle Sacre Scritture, dalla Bibbia, di chi partecipa anche della fede di Paolo Borsellino: ‘Quale Dio è come te, che toglie l’iniquità?’ Chi ha fede, insieme ad ogni uomo e ad ogni donna di buona volontà capaci di indignazione, si impegna a togliere l’iniquità che opprime la convivenza della città umana”.

Ed ha messo in luce la fede di Borsellino: “Vogliamo mettere in risalto il  chiaro orizzonte di fede che ha guidato Paolo Borsellino nel suo alto magistero di magistrato che ha raggiunto il massimo della carriera a cui può e deve aspirare chi esercita questa delicata e ardua professione con spirito di autentico servizio e totale indipendenza: il martirio, l’effusione del sangue. Per amore. L’unica carriera a cui aspira ogni vero discepolo del Crocifisso risorto”.

Una fede incarnata nel suo lavoro: “La sua professione di magistrato porta dentro questa intenzionalità cristica. Autonomia teonoma: magistrato autonomo, indipendente. Uomo integro, cristiano per scelta, ‘testimone’ credibile. Un autentico cristifidelis, un vero laico cristiano. Un uomo, un magistrato, un cristiano che ha speso la sua vita per ‘una lotta d’amore’. Mi permettete, non un cattolico come tanti per etichetta, bensì mosso da una fede operante, che alimenta il principio responsabilità”.

E questa è stata la sua conclusione: “Chiunque assimila e pratica l’animo e la volontà di Paolo e di Giovanni.  Solamente questi è loro fratello e amico.  Ed oggi (in un tempo di ostentata antimafia) ce n’è un disperato bisogno!”

Anche nel discorso alla città in occasione della 401^ festa di santa Rosalia l’arcivescovo di Palermo aveva fatto un appello contro la ‘peste dell’indifferenza e della rassegnazione’: “Noi li conosciamo: Ninni, Giovanni, Francesca, Paolo, Pino, Biagio…. Sono i testimoni della giustizia, della legalità, della fede e della carità che hanno versato il sangue per Palermo e per la Sicilia e quanti – tanti – che in questa città, senza clamore, sono capaci di fare la loro parte nella feriale coerenza e nella sobria bellezza.

Stasera, miei Cari e mie Care, siamo di fronte a un’alternativa di vita o di morte. Rosalia ci mette davanti a questo bivio. O ritroviamo la vitalità dentro di noi (che significa gioia di essere accanto agli altri, gioia di costruire assieme, gioia di accogliere e di lasciarsi accogliere), ascoltando l’appello del nostro cuore, ovvero siamo destinati a un’esistenza cupa, infelice, sempre bisognosa di possesso, di controllo, di ossequio e riconoscimento forzato da parte di chi ci sta attorno. Rosalia ci grida: ‘Svegliatevi! Non restate passivi spettatori di un disastro. Non arrendetevi alla disperazione. Il bene è possibile, la vita buona è possibile’.

La Santuzza ci addita stasera l’esempio meraviglioso di papa Francesco. E’ lui l’uomo che ha scelto la parte del cuore. Colui che ha scelto la verità dell’ascolto profondo di sé e degli altri. E ha fatto risplendere nel mondo una luce diversa. Un fiume di persone, di poveri, di sconsolati sono andati a ringraziarlo il giorno dell’Eucaristia di suffragio… che meraviglia! Il bene, quello vero, ritorna! Nemmeno i potenti della terra hanno potuto sottrarsi a rendere omaggio all’autorevolezza di papa Francesco. E papa Leone si è immesso sulla stessa strada, sullo stesso cammino, con la forza delle parole evangeliche: pace, amore, unità, umiltà,  povertà”.

Il suo discorso è stato un invito a svegliarsi: “Svegliatevi, miei carissimi giovani! Svegliamoci, fratelli e sorelle di Palermo! La vita è dura, a volte impietosa. La fatica è tanta, a volte insostenibile. Ma abbiamo la vitalità per farci carico della nostra esistenza. E per farlo assieme. Per sognare assieme. Sognare, con il pastore Martin Luther King, un mondo senza guerra e senza sopraffazione; un mondo senza armi e dove non valga la legge del più forte; un mondo in cui i poveri siano innalzati e i potenti, i narcisi, vengano buttati giù dai loro troni; un mondo dove i popoli del Sud povero trovino pace e benessere; un mondo dove il colore della pelle sia come un arcobaleno e i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli; un mondo in cui le nostre Città, la nostra Città sia seme di bellezza; una Palermo dove la mafia non ci sia più, annientata non dalla forza militare ma bensì dalla scoperta della sua inconsistenza, della sua nullità, della sua infelicità. Ecco, una Palermo, nella quale il fuoco e la luce della speranza si accenda e contagi”.

San Giovanni Paolo: un papa nella storia

San Giovanni Paolo II

Wojtyła si occupò di temi sociali: scrisse due encicliche sulle distorsioni delle dottrine capitaliste e comuniste, richiese più volte a tutti gli Stati di rispettare la libertà religiosa dei propri cittadini, scrivendo anche una lettera al segretario delle Nazioni Unite di allora. Nel 1983 promulgò la nuova versione del Codice di diritto canonico. Il 2 dicembre 1984 confermò la prassi del sacramento della confessione, condannando la pratica della confessione comunitaria.

Con la costituzione apostolica Pastor Bonus del 1988 stabilì l’organizzazione della Curia Romana e i compiti dei vari dicasteri. Il 13 maggio 1981 subì un attentato quasi mortale da parte del turco  di Mehmet Ali Ağca, il quale gli sparò due volte in piazza San Pietro, pochi minuti dopo l’arrivo  del papa  per un’udienza generale. L’uomo colpì all’addome Wojtyła, ferendolo gravemente. Dopo un intervento di 5 ore e 30 minuti, il papa sopravvisse.

Due anni dopo, nel Natale, Il pontefice volle andare ad incontrare il suo attentatore in carcere e dargli il suo perdono mentre Ali Ağca venne in seguito condannato all’ergastolo dalla giustizia italiana per attentato a Capo di Stato estero. Nel 2000 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi concesse la grazia ad  Ali Ağca, il quale fu estradato dall’Italia e  condotto nel carcere di massima sicurezza di Kartal (Turchia), nel quale stava scontando la pena di dieci anni di reclusione per l’assassinio di un giornalista, avvenuto nel 1979. Ali Ağca non ha mai voluto rivelare in modo chiaro la verità e ha ripetutamente cambiato versione sulla dinamica della preparazione dell’attentato.

Un altro tentativo di assassinio di Giovanni Paolo II avvenne a Fatima, a quasi un anno di distanza dal precedente.  Il 12 maggio 1982, un uomo riuscì a colpire di striscio il papa con una baionetta, prima di essere fermato dalla sicurezza.  Era un sacerdote spagnolo di nome Juan María Fernández y Krohn, il quale si opponeva alle riforme del Concilio Vaticano II e definiva il papa un “agente di Mosca”. Fu condannato a sei anni di prigione ed espulso dal Portogallo. Un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede analizzò l’attentato, mettendolo in relazione con l’ultimo dei Segreti di Fátima.

L’attentato è avvenuto nel giorno della ricorrenza della prima apparizione della Madonna ai pastorelli di Fatima e Giovanni Paolo II, convinto che fosse stata la mano della Madonna a deviare il  colpo e a salvargli la vita, volle che l’ogiva del proiettile fosse incastonata nella corona della statua della Vergine a Fatima.

Per il 1983-1984, il papa indisse il Giubileo straordinario della redenzione e quello dei Giovani, che ebbe il suo culmine il 15 aprile 1984, Domenica delle Palme. Quel giorno si presentarono trecentomila giovani, cifra decisamente inconsueta per l’epoca. Pur essendoci una  concomitanza con l’Anno internazionale della Gioventù indetta dall’ONU, il papa diede lo stesso  appuntamento ai giovani per l’anno successivo. L’incontro del 31 marzo 1985 a Roma,  segnò l’istituzione delle Giornate mondiali della gioventù. 

Da allora, le GMG si svolsero ogni due anni, in una città del mondo scelta dal Papa. Dopo quella a Roma, esse si svolsero a  Buenos Aires nel 1987 e a Santiago di Compostela  nel 1989. Con il passare degli anni, queste giornate divennero incontri dall’importanza sempre maggiore. La GMG del 1991 si svolse a Czestochowa (Polonia) e nel 1993 a Denver. Nel 1995 fu la volta di Manila, alla presenza di quattro o cinque milioni di persone, il più grande raduno umano della storia.  Nel 1997 i giovani si radunarono a Parigi per tornare poi a Roma nel 2000. L’ultima GMG presieduta da papa Wojtyla fu quella di Toronto (Canada) nel 2002.

Il 22 ottobre 1993, il pontefice confermò la regola del celibato ecclesiastico nella Chiesa latina. Disse in proposito: ‘bisogna ardire, mai ripiegare’. Nello stesso anno visitò la Sicilia, che viveva  un  periodo segnato dalle tragiche vicende riguardanti i delitti mafiosi (i più celebri quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e, ad Agrigento, pronunciò il discorso   di accusa a Cosa nostra. Presso la Valle dei Templi, il 9 maggio, il Papa disse:

 «Dio ha detto una volta: ‘Non uccidere’: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! (..) Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole la civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!»

Era il 9 maggio 1993 quando papa Wojtyla pronunciò la celebre scomunica ai mafiosi alla Valle dei Templi. Un discorso accorato, quello di Giovanni Paolo II, sviluppato durante il periodo stragista voluto da Cosa Nostra. Giovanni Paolo II pronunciò a braccio le parole contro i mafiosi, espressione della “cultura della morte”, esse vennero spontanee dal suo cuore. Nella Valle dei Templi, il 9 maggio 1993, il Papa santo si lasciò ispirare da quella folla che in Lui vedeva speranza perché riflesso della luce di Dio. Aggrappato al Crocifisso, unico balsamo per sanare le ferite di vite spezzate dalla mafia, Wojtyla tuonò contro i trafficanti di morte.

«Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!  Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!»

Mai un papa – prima di Karol Wojtyla – si era mai rivolto con tanta forza profetica contro la mafia e qualsiasi altra forma di violenza. La svolta, una domenica mattina nella Valle dei Templi di Agrigento, durante la Messa celebrata dal pontefice nel suo secondo pellegrinaggio in terra di Sicilia, dove pronuncerà, a braccio, forse il più memorabile discorso dell’intero pontificato destinato a cambiare la storia della pastorale ecclesiale nei confronti del potere mafioso e delle organizzazioni malavitose non solo nell’isola siciliana, ma in tutto il meridione (camorra e ‘ndrangheta in testa) e in qualsiasi altra parte del mondo.

Quel 9 maggio del ’93 – una splendida domenica mattina di venticinque anni fa illuminata da un sole ormai estivo che rese ancora più bella e colorata la suggestiva spianata archeologica agrigentina – è la data della seconda tappa del nuovo pellegrinaggio di Karol Wojtyla in Sicilia, che già aveva visitato per la prima volta, a Palermo, nel 1982, l’anno dopo l’attentato in piazza San Pietro dove fu gravemente ferito dal terrorista turco Alì Agca.

Un pellegrinaggio di tre giorni, dal sabato 8 al lunedì 10 maggio, iniziato con la visita a Trapani e concluso a Caltanissetta, con decine di incontri, celebrazioni, discorsi, in mezzo ad ali di folla festanti che tributano al papa polacco una accoglienza calorosa ed entusiastica ed a tratti anche commovente, tanto – come confiderà Wojtyla in seguito ai suoi collaboratori – da farlo sentire uno di loro, un papa “siciliano”.

Un sentimento che lo accompagnerà per tutta la durata del viaggio e che nella indimenticabile tappa alla Valle dei Templi gli darà la forza per pronunziare quello che sarà universalmente ricordato come la più forte, incisiva, severa condanna papale contro la mafia, un anatema, senza se e senza ma, lanciato per mettere all’indice le occulte forze del male che opprimono la Sicilia e tutte le altre forme di violenze malavitose presenti altrove.

La mafia rispose alle parole di Wojtyla con gli attentati alla Chiesa di San Giorgio al Velabro e presso la Basilica di San Giovanni in Laterano.  Diversamente da chi profetizzava già la fine del mondo, nella  benedizione Urbi et Orbi del nuovo millennio, il papa parlò di pace:

«Sul quadrante della storia scocca un’ora importante: inizia in questo momento l’anno duemila, l’anno che ci introduce in un nuovo millennio. Per i credenti è l’anno del Grande Giubileo. Buon Anno a tutti voi, uomini e donne di ogni parte della terra!: Buon Anno a tutti nella luce che da Betlemme si irradia sull’intero universo! Vi auguro un anno ricco di pace: la pace annunciata dagli Angeli nella Notte Santa; la pace di Cristo, che per amore si è fatto fratello di ogni essere umano! Vi auguro un anno sereno e felice: vi accompagni la certezza che Dio ci ama.

Il 30 aprile 2000 canonizzò Suor Faustina Kowalska e istituì la Festa della Divina Misericordia. Il 17 agosto 2002 nel santuario della Divina Misericordia di Cracovia-Łagiewniki affidò il mondo alla Divina Misericordia.

A Trapani per non dimenticare chi è stato ucciso dalla mafia

“Il 21 marzo rappresenta un giorno solenne di ricordo e di impegno civile per affermare valori essenziali per la salute della nostra comunità. L’impegno quotidiano per la pratica della legalità, la lotta contro tutte le mafie, contro le consorterie criminali che generano violenza e oppressione, contro zone grigie di complicità che ne favoriscono affari e diffusione, vede operare tutti i cittadini che desiderano vivere in una società coesa e rispettosa dei diritti di tutti”: così è iniziato il messaggio del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, alle 50.000 persone a Trapani per partecipare alla XXX Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

Nel messaggio il presidente della Repubblica italiana ha evidenziato il dovere del ricordo per le ‘vittime innocenti’ uccise dalla mafia: “Ogni ambito è stato colpito da questo flagello: servitori della Repubblica, donne e uomini che si battevano per migliorare la società, imprenditori e cittadini che hanno respinto il ricatto del crimine, persone semplici finite sotto il tiro degli assassini.

I loro nomi sono parte della nostra memoria collettiva, ed è nei loro confronti che si rinnova, anzitutto, l’impegno a combattere le mafie, a partire dalle Istituzioni ai luoghi della vita quotidiana, superando rassegnazione e indifferenza, alleate dei violenti e sopraffattori. La mafia può essere vinta. Dipende da noi: tanti luminosi esempi ce lo confermano”.

E terminando la giornata don Luigi Ciotti ha parlato di immigrazione, ringraziando le Ong perché “salvano vite umane e non si può punire chi salva una vita… Vi sembra possibile che le ong che salvano le vite umane nei nostri mari vengano punite? Quanti soldi spesi dall’Europa per finanziare fili spinati, muri, persino i cani da fiuto per inseguire i migranti ai confini”, senza dimenticare ciò che avvenne a Ventotene, ‘dove è nata la nostra Europa, l’Europa della democrazia’, con uno sguardo ai giovani che ‘vanno a cercare un lavoro fuori dall’Italia, dobbiamo far qualcosa, vi prego, per farli restare per far diventare l’Italia un Paese per giovani’. Eppoi ha ringraziato il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ‘il nostro faro, il nostro punto fermo’.

Parole chiare rivolte a favore dei giovani: “Questo non è un mondo per giovani. A parole affidiamo loro le nostre speranze per il futuro, ma nei fatti togliamo risorse all’istruzione, alla ricerca, all’università, togliamo garanzie di lavoro, che spesso è precario, neghiamo loro il diritto all’abitare. Non bastano investimenti occasionali, chiediamo alla politica il più grande investimento della storia per i giovani”.

Parole chiare anche sulla vicenda Almasri: “Come è possibile tenere in carcere per mesi le vittime dei trafficanti accusandole di favorire l’immigrazione clandestina e invece rimandare in Libia con un volo di Stato un criminale torturatore indagato dalla Corte penale internazionale?”.

Non ha potuto sottolineare il valore democratico della libertà di stampa: “l’importanza di un’informazione libera e indipendente, che va difesa dalle leggi bavaglio” con un ringraziamento ai giornalisti che raccontano la  mafia e ricordati quelli che sono morti per accendere i riflettori su storie scomode di illegalità, corruzione, criminalità organizzata, quelli italiani come Ilaria Alpi e Peppino Impastato e quelli stranieri come Anna Politkovskaja e Daphne Caruana Galizia.

In chiusura, l’appello per la pace in Ucraina: “Se c’è un oppressore, è giusto che quel popolo venga difeso. Ma per tre anni abbiamo lasciato che perdessero la vita migliaia di persone, adesso vogliamo che vinca la forza della diplomazia”.

E Nino Morava Agostino, nipote di Nino Agostino e Ida Castelluccio, ha sottolineato l’importanza di non perdere la memoria: “Dall’età adolescenziale, ogni 21 marzo mi interrogavo insieme ad altri ‘familiari di seconda generazione’, che come me hanno vissuto un lutto ancor prima di nascere. Ci chiedevamo come portare il peso di storie che non sono propriamente nostre, ma che abbiamo vissuto indirettamente attraverso il dolore dei nostri genitori, zii e nonni. Ancora oggi me lo chiedo, non so esattamente cosa fare, come farlo, come mantenere viva l’incredibile lotta trentennale dei miei nonni, come mantenere viva e attiva la memoria dei miei zii”.

Ed ha chiesto giustizia per chi è stato ucciso dai mafiosi: “E’ un peso troppo grande a 23 anni, ma riesco a sopportarlo grazie alla stessa comunità che i miei nonni hanno costruito in tutti questi anni. Nella vasta rete di Libera, in tutta Italia ci sono persone che, insieme a me, chiedono verità e giustizia per Nino, per Ida e per la creatura che portava in grembo. A Trapani sono stato insieme a loro, consolidando quella che è ormai una lotta collettiva, una memoria condivisa. Marceremo fino a quando non avremo quelle verità che ancora ci mancano, quelle che la maggior parte dei familiari non ha. Questi delitti impuniti macchiano il nostro Paese e la nostra democrazia con il sangue dei nostri caduti. Solo quando avremo delle reali verità potremo definirci uno Stato di diritto, uno Stato in cui finalmente potremo essere Liberi”.  

(Foto: Libera)

Joe  Petrosino: martire della giustizia

Giuseppe (Joe) Petrosino (Padula, Salerno, 30 agosto 1860 – Palermo, 12 marzo 1909)   è un martire della giustizia, annoverato tra i Testimoni. Cercando tra i martiri della giustizia e i vari testimoni, mi sono imbattuta in un nome che avevo sentito più volte. Ne ho sempre saputo poco o niente, più che altro niente, e quindi ho deciso di approfondire questa figura.

Beato Giuseppe Puglisi Sacerdote e martire

Giuseppe Puglisi nasce a Palermo, nel quartiere Brancaccio, il 15 settembre 1937, figlio di Carmelo Puglisi, calzolaio, e di Giuseppa Fana, sarta. Entrato nel seminario diocesano di Palermo nel 1953, viene ordinato sacerdote il 2 luglio 1960. Riceve quindi i primi incarichi come vicario parrocchiale e vicerettore del seminario minore. Si occupa anche dell’insegnamento della Religione nelle scuole. Comincia a sorgere in lui una vera preoccupazione per le condizioni di vita degli abitanti nei quartieri più emarginati del capoluogo siciliano.

Carlo Alberto Dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro: martiri per la giustizia

Carlo Alberto Dalla Chiesa (Saluzzo, Cuneo, 27 settembre 1920 -Palermo, 3 settembre 1982)  ed Emanuela Setti Carraro (Borgosesia, 9 ottobre 1950 – Palermo, 3 settembre 1982) sono Sposi e martiri della giustizia, annoverati tra i Testimoni di Fede.

Paolo Borsellino è un Martire della giustizia, annoverato tra i testimoni

Pur essendo cattolica, ho una passione per i gialli, i thriller, le storie di avvocati e  di mafia. Mi piacciono anche i racconti riguardo la guerra mondiale, i campi di sterminio ecc. In queste opere, soprattutto le ultime, vedi comunque trionfare il bene e conosci molte storie vere interessanti. Persone buone che hanno patito, ma hanno anche vinto. Chiaro, preferisco quelle dove i protagonisti buoni sopravvivono ma, a volte, la morte è  la fuga dal male che, senza di essa, vincerebbe.

A Roma un popolo contro le mafie

“Nata nella società civile, cresciuta grazie ai valori di cui è portatrice, la ‘Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie’ è ricorrenza significativa per la comunità nazionale. Un giorno che sottolinea l’impegno per liberare le popolazioni e i territori dalle mafie, per vincere l’indifferenza e la rassegnazione che giovano sempre ai gruppi criminali. Quando difendiamo la dignità di essere cittadini liberi, quando ci ribelliamo alle violenze e alle ingiustizie, quando davanti ai soprusi non ci voltiamo dall’altra parte, contribuiamo alla lotta contro le mafie…

Le Istituzioni sono chiamate a fare il loro dovere per contrastare, su ogni piano, le organizzazioni del crimine e l’azione dei cittadini e delle forze sociali è coessenziale per costruire e diffondere la cultura della legalità e della libertà. Le mafie sono una pesante zavorra per l’Italia, insinuate come sono in ogni attività illegale dei traffici criminali. La Giornata ci rammenta che la lotta alle mafie è compito e dovere di tutti coloro che amano la Repubblica e intendono renderne migliore il futuro”.

Con questo messaggio del presidente della Repubblica italiana la XXIX Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, organizzata ieri a Roma da Libera con la partecipazione di 100.000 persone per chiedere verità e giustizia con uno striscione, ‘Roma città libera’, che ha scandito il ricordo di tutte le vittime innocenti di mafia, come ha sottolineato don Luigi Ciotti: “Vogliamo un’Italia libera dalle mafie, dalla corruzione e dell’ingiustizia. Libera di parlare di pace, di curare chi sta male e di accogliere chi arriva da lontano. Un paese libero e cittadini liberi perché responsabili”.

Nel suo intervento don Ciotti ha messo in guardia il Parlamento dalla modifica di due leggi, l’autonomia differenziata e la legge 185: “L’autonomia non può essere differenziata perché i diritti sono un bene comune… E’ un guaio la modifica della legge 185, una legge con norme stringenti per il mercato delle armi. Ci sono momenti in cui parlare diventa un obbligo morale e una responsabilità civile, è in gioco la pace”.

Ha concluso con un appello sul valore della memoria: “Fare memoria vuol dire impegnarsi non una giornata, ma ricordare i nomi di tutti quanti, con la stessa dignità e con la stessa forza. Dobbiamo raccogliere e custodire le memorie di queste nomi, di questi volti e sentirli qui dentro, sentire rinascere quelle memorie finite nell’oblio e trasformarle in pungolo, responsabilità. E’ importante impegnarsi tutti i giorni. Bisogna fare un lavoro nelle scuole, nelle università e nei territori. Non dobbiamo dimenticarci che le mafie sono forti, anche più di prima. Sparano di meno ma ci sono”.

Infine ha chiesto alla politica di non distruggere ciò che era stato costruito per sconfiggere le mafie: “Alcuni provvedimenti ci pongono domande, interrogativi. Bisogna evitare di demolire dei pilastri, dei meccanismi che in questi anni hanno dimostrato di essere efficaci nel contrasto alla criminalità, alla corruzione, all’illegalità. Vedo che alcuni provvedimenti viaggiano un pochettino nella direzione opposta”.

(Foto: Libera)

Don Pino Puglisi nel racconto di mons. Corrado Lorefice

Sabato 9 dicembre il santuario della Madonna dei Rimedi a Palermo (dove il 2 luglio del 1960 il beato Giuseppe Puglisi fu ordinato presbitero della Chiesa di Palermo dal card. Ernesto Ruffini) ha ospitato la Messa cantata, eseguite dal Coro di Imperia ‘con Claudia’, nel trentennale del suo martirio, grazie al centro diocesano ‘Beato Pino Puglisi martire ucciso dalla mafia’.

Qualche mese prima, nel giorno del trentennale dell’uccisione di p. Pino Puglisi, avvenuta il 15 settembre 1993, papa Francesco aveva inviato una lettera all’arcivescovo della diocesi di Palermo, mons. Corrado Lorefice, sottolineando i tratti del’buon pastore:

“Sull’esempio di Gesù, don Pino è andato fino in fondo nell’amore. Possedeva i medesimi tratti del ‘buon pastore’ mite e umile: i suoi ragazzi, che conosceva uno ad uno, sono la testimonianza di un uomo di Dio che ha prediletto i piccoli e gli indifesi, li ha educati alla libertà, ad amare 1a vita e a rispettarla.

Sovente ha gridato con semplicità evangelica il senso del suo instancabile impegno in difesa della famiglia, dei tanti bambini destinati troppo presto a divenire adulti e condannati alla sofferenza, nonché l’urgenza di comunicare loro i valori di una esistenza più dignitosa, strappandola cosi alla schiavitù del male. Questo sacerdote non si è fermato, ha dato sé stesso per amore abbracciando la Croce sino all’effusione del sangue”.

Passo ripreso da mons. Lorefice nella lettera ai fedeli dell’arcidiocesi palermitana: “Don Pino Puglisi è per il Santo Padre l’icona del buon Pastore mite e umile. Ecco, ci dice papa Francesco, come essere pastori in Sicilia… Essere preti vuol dire per il papa fare la nostra ‘opzione preferenziale per i poveri’, essere vicini a quanti sono senza voce, senza diritti, senza speranza.

E’ dalla ‘com-passione’ pastorale di Don Pino che dobbiamo lasciarci interpellare. Come singoli ma soprattutto come comunità discepolari, come Chiesa sinodale, chiamata alla ricerca comune e al discernimento dello Spirito. Solo così, ci ricorda il papa, emergeranno ‘la bellezza e la differenza del Vangelo’…

Siamo profondamente grati al Santo Padre! Impegniamoci a mantenere nella nostra Chiesa di Palermo lo stile di Don Pino e preghiamo per il Papa, perché il Signore continui a custodire e benedire il Suo Servizio Petrino. Sappiamo quanto questa preghiera gli stia a cuore”.

Da queste lettere abbiamo preso occasione per un colloquio con mons. Corrado Lorefice, che ha raccontato don Pino Puglisi: “Don Pino Puglisi ha educato sempre i giovani al rispetto della creazione, li ha fatti crescere col senso della bellezza e della sacralità di ogni forma di vita, di fronte al quotidiano culto della morte in cui, soprattutto nel quartiere Brancaccio, erano immersi.

Don Pino ha interpretato il proprio dimorare in un luogo dominato dalla mafia, dal suo potere e dalla sua logica, come un ascolto infinito del bisogno e del grido inespresso di un popolo, in attesa di una liberazione dall’oppressione e dalla schiavitù mafiose che sfigurano il volto degli umani e riducono le persone a sudditi”.

‘Me l’aspettavo’, ha detto mentre veniva ucciso: quale volto aveva don Pino Puglisi?

“Anche nei Vangeli si dice che Gesù, nei confronti dei Giudei che lo osteggiavano, indurì il suo volto e si diresse verso Gerusalemme,in quanto è consapevole che in quella città i profeti vanno a morire, per cui è chiaro che nel volto di don Puglisi abbiamo la consapevolezza di un uomo che è lucido ed ha deciso di mettere in gioco la propria vita. E’ riduttiva l’immagine di don Puglisi come sacerdote antimafia, perché la sua vita rispecchia pienamente il Vangelo.

Lui era consapevole che l’avrebbero ucciso e si poteva tirare indietro. Don Puglisi rimane nel quartiere Brancaccio solo tre anni e non si capirebbe la sua persona senza cogliere tutto l’arco della sua vita, iniziando da Godrano  nel 1970 con i giovani, che li porta a studiare a Palermo, perché capisce che per sconfiggere la mafia occorre la cultura.

Don Puglisi è il sacerdote che, grazie al Concilio Vaticano II, scopre che la storia è l’altro luogo dove i cristiani devono sapere cogliere l’istanza della presenza di Dio e quello che Dio chiede. Don Pino pensa il suo ministero, collocandolo dentro il contesto sociale in cui vive. Per lui il Vangelo non è solo una dottrina, ma è una visione della storia. Alla mancanza dava sempre una risposta concreta”.

Per quale motivo organizzò la marcia antimafia a Brancaccio, pochi mesi prima di essere ucciso?

“L’istanza evangelica non lo distoglie dall’istanza umana; anzi lo rimanda dentro con la stessa intensità di decidere della propria vita, perché possa servire affinchè altri abbiano vita. Don Puglisi ha assimilato l’essenza evangelica ed, arrivando a Brancaccio, si accorge della situazione esistente con occhio capace di leggere il territorio, avendo una visione di una comunità cristiana incarnata nel territorio.

Don Puglisi è una vocazione adulta per il suo tempo, in quanto è entrato in seminario a 16 anni (quando l’età di ingresso era ad 11 anni), ed aveva già quel ‘taglio’ educativo. E’ stato un educatore ispirato dal Vangelo ed ha avuto una visione del mondo matura. Il Vangelo, per lui, deve incarnarsi nella realtà in cui si vive; quindi comunità capaci di testimoniare il Vangelo. Ha avuto la visione di una Chiesa che attinge al Vangelo, che è una bella notizia che arriva a tutti”.

Come ha’interpretato il Vangelo?

“Don Pino ha sentito il suo stare dalla parte del popolo, il suo lavoro inesausto per sottrarre i bambini ed i ragazzi alla mentalità della mafia (appoggiato da tante donne e tanti uomini, laici e religiosi, attratti dall’esempio di colui che tutti chiamavano affettuosamente ‘3P’), come una risposta al Vangelo delle Beatitudini, come un ascolto di quella parola scandalosa pronunciata dal suo Maestro e Signore: Beati i poveri”.

Come raccontare don Puglisi ai giovani?

“Don Puglisi ha raccontato un Vangelo che abbraccia la vita e raggiunge la carne umana. Don Pino non ha mai saputo che stava facendo qualcosa di particolare e non ha mai pensato di essere un eroe. Una persona che sa incidere nella vita degli altri non solo non lo ostenta, ma lo fa nella normalità: un vero martire non sa che sta facendo qualcosa di straordinario. Quando sono arrivato come vescovo ho detto che questa è la città che mi interpella, perché ha conosciuto tanti santi e ci sono martiri della giustizia e della fede.

Don Puglisi era autentico. Una nota essenziale di don Pino: è stato un uomo di una grande intelligenza e colto. Nella sua casa popolare aveva più di 5.000 libri antropologici e biblici, perché sentiva l’esigenza di formare i giovani. Nella proposta evangelica partiva dal senso della vita. Voleva educare i giovani ad un senso profondo della vita. Da qui arrivava a raccontare ai giovani le Beatitudini ed il Padre Nostro: in questi brani c’è la forza ‘rivoluzionaria’ del Vangelo.

Ecco il motivo per cui non sempre era capito nella Chiesa palermitana. Ho lavorato con lui nella pastorale vocazionale per tre anni e mi ricordo il giorno in cui diede le dimissioni e diceva che la realtà di Brancaccio gli avrebbe richiesto un impegno totale. Questo è stato don Pino Puglisi: era una forza al servizio dei giovani. La sua era una proposta di libertà. Ecco il motivo per cui la mafia lo ha ucciso. Però la morte di don Puglisi è stata feconda”.

(Foto: Arcidiocesi di Palermo)

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