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Le Foibe dimenticate raccontate in un atlante online
La vicenda degli esuli giuliano-dalmati è una delle pagine più drammatiche della recente storia italiana, perché ha segnato il confine orientale, attraverso una lunga sequenza di eventi tragici, in cui lo scontro ideologico si è unito all’intolleranza etnica e agli orrori dei conflitti armati. Istituito con una legge del 2004 in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo e delle vicende del confine orientale del secondo dopoguerra, il Giorno del ricordo è stato ricordato ieri. In questa giornata sono state organizzate iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso le scuole di ogni ordine e grado, oltre a convegni, incontri e dibattiti. Quest’anno anche la terza edizione del ‘Treno del Ricordo’, la mostra multimediale itinerante allestita su una locomotiva storica che ripercorre idealmente il viaggio compiuto dagli esuli istriani, fiumani e dalmati per raggiungere i vari campi profughi sul territorio nazionale, da Nord a Sud, che tocca 11 città: Trieste, Pordenone, Bologna, Pescara, L’Aquila, Roma, Latina, Salerno, Reggio Calabria, Palermo e Siracusa.
Ed in occasione di questa giornata l’Azione Cattolica Italiana dell’arcidiocesi di Gorizia ha richiamato “tutta la comunità al valore profondo della memoria storica, quale strumento di consapevolezza, responsabilità e costruzione della pace. Il ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata rappresenta per il territorio goriziano una pagina dolorosa ma fondamentale della propria storia. Custodire questa memoria significa non soltanto commemorare, ma anche promuovere una cultura dell’incontro, del dialogo e del rispetto reciproco tra i popoli”.
In questo contesto, l’Azione Cattolica goriziana ha ricordato ‘con gratitudine’ la testimonianza di Maria Almani, storica figura associativa e testimone delle vicende del confine orientale. Nata a Pisino d’Istria e giunta a Gorizia come esule nel secondo dopoguerra, “ha incarnato nel quotidiano i valori della fede vissuta, del servizio silenzioso e dell’impegno nella comunità ecclesiale e civile. Il Giorno del Ricordo diventa così occasione per rinnovare una memoria viva, capace di educare le nuove generazioni alla responsabilità storica e alla costruzione di un futuro fondato sulla solidarietà, sulla giustizia e sulla pace”. Infine ha invitato “tutti a vivere questa ricorrenza come momento di riflessione personale e comunitaria, affinché il passato non sia dimenticato ma diventi luce e orientamento per il presente”.
Per l’occasione la vice presidente dell’ANPC (Associazione Nazionale Partigiani Cattolici), Silvia Costa, ha sottolineato che per troppo tempo è stata ‘negata’ questa storia: “Una tragedia che troppo a lungo è stata negata, rimossa e non raccontata. Le vere foibe sono l’oblio”. Mentre Toni Concina, intervenendo alla Camera in rappresentanza delle Associazione giuliano dalmate, ha invitato a lavorare per elaborare tragedie e lutti intensificando il dialogo, le relazioni culturali, le nuove comunità italiane che, come a Zara, stanno ricostituendo i giovani nel quadro della comune appartenenza europea.
Intanto nei prossimi giorni sarà presentato a Roma l’Atlante digitale sui centri di raccolta dei profughi giuliani e dalmati della Seconda guerra mondiale, il primo repertorio completo dei 109 campi di accoglienza realizzati in Italia dopo l’esodo di quasi 300.000 profughi italiani da quelle terre. Una ricerca che è frutto del progetto ‘Alle origini della coscienza europea: ricerca e divulgazione sui conflitti, resistenze, esodi, ricostruzioni nel ‘900’, nell’ambito della Convenzione tra il CNR e l’Istituto ‘Ferruccio Parri’. Si tratta del più ampio censimento mai realizzato, coordinato dagli storici prof. Enrico Miletto, docente all’Università degli studi di Torino, e del prof. Costantino Di Sante, docente all’Università degli studi del Molise) e condotto per tre anni in tutta Italia, attraverso archivi storici, fonti primarie, ritagli di giornale, lettere, resoconti degli enti di assistenza, planimetrie e rare foto, come ha sottolineato il prof. Miletto:
“Questo è il primo importante tentativo di fornire un repertorio completo di quella che era l’accoglienza dei profughi giuliani e dalmati. Per faro, è stato necessario scavare nella storia locale, per sistematizzare il tutto in una dimensione nazionale… Molti di questi campi erano microcosmi, vere città nelle città: c’erano infermerie, ambulatori medici, asili, scuole elementari, spesso gestiti dagli stesi profughi”.
‘La pace sia con tutti voi’: per papa Leone XIV la pace è disarmante
“La pace sia con te! Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. ‘Pace a voi’ è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: ‘La pace sia con voi!’ Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.
Così inizia il messaggio di papa Leone XVI per la 59^ Giornata mondiale della Pace, intitolata ‘La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante’, presentata alcuni giorni fa dal prof. Tommaso Greco, docente ordinario di filosofia del diritto nell’Università di Pisa; don Pero Miličević, parroco della parrocchia di SS. Luca e Marco Evangelisti, Mostar (Bosnia); dalla dott.ssa Maria Agnese Moro, giornalista, figlia di Aldo Moro e dal card. Michael Czerny, prefetto del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ricordando che la pace non è un sogno ‘utopico’ con particolare riferimento al viaggio apostolico del papa in Libano:
“Il messaggio di papa Leone per il 2026 è una riflessione che va ben oltre la politica o la strategia. Esso colloca la pace nella sua sede primaria, il cuore umano, indipendentemente dalla sua fede e soprattutto se cristiano. Il nostro, però, non è solo un cuore che ama la pace, ma è anche aggressivo verso sé stesso e verso gli altri. Siamo tentati di esercitare ‘dominio sugli altri’ e di usare ‘pensieri e parole’ come armi. Sant’Agostino chiama questo impulso ‘libido dominandi’, la famosa brama di dominio”.
Da qui nasce l’importanza di disarmare il ‘cuore’: “Il Messaggio sottolinea l’importanza di intraprendere il disarmo del proprio cuore, nonostante la tentazione, di fronte all’orrore della nostra bellicosità, di abbandonare del tutto il desiderio di pace. Ciò si traduce in un ‘senso del realismo’ distorto o addirittura perduto. ‘Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato’. Ciò che è realistico, piuttosto, è che ognuno si assuma la responsabilità della pace”.
Ed ha concluso con un riferimento alla ‘Città di Dio’ di sant’Agostino: “Scrive: ‘Chiunque … considera con tristezza queste sventure così grandi, così orribili, così spietate, deve ammetterne l’infelice condizione’. E chiunque invece le subisce o le giudica senza tristezza della coscienza, ‘ha perduto il sentimento d’umanità’… Il Messaggio invita tutti a servire la vita, il bene comune e lo sviluppo integrale delle persone”.
Anche il prof. Greco ha ribadito la necessità di credere nella ‘realtà’ della pace: “Bisogna credere nella realtà della pace e nella sua capacità di strutturare i rapporti tra le persone e tra gli Stati. La forza delle parole che il Santo Padre ha voluto mettere nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, proviene dalla convinzione, direi dalla certezza, che la pace non è una condizione accidentale che può derivare da un provvisorio e sempre precario equilibrio (delle armi e delle potenze), ma è una precondizione per pensare le relazioni umane, e soprattutto per compiere le scelte più adatte a far sì che la pace possa essere, ancor prima che costruita, custodita e curata nei modi più efficaci”.
La pace è una sfida che interessa al cristiano: “Questa sfida, che riguarda tutti, è particolarmente urgente per il cristiano. Il quale deve sottrarsi all’accusa di impotenza (o addirittura di ‘intelligenza’ con il male) in cui molti vorrebbero racchiudere il messaggio di Cristo, che è messaggio di pace, quando questo si rifiuta di accettare la logica della forza e della violenza invocata a difesa del bene”.
Ed ha specificato cosa significa ‘scegliere la pace’: “Scegliere la pace non vuol dire essere ciechi davanti a una realtà che è spesso fatta di violenza e di impiego brutale della forza; così come non vuol dire lasciare da sole le vittime delle ingiustizie. Significa, invece, mettere in atto tutto ciò che il bene suggerisce e che la civiltà umana ha saputo elaborare nel corso dei secoli…
Se il cristiano (anche e soprattutto il politico cristiano) crede che queste cose siano inefficaci, e si ‘converte’ al discorso della forza, rischia di mettere da parte il messaggio del Cristo proprio là dove esso maggiormente chiede di essere messo alla prova della Storia; proprio là dove suggerisce di essere tradotto in azioni che plasmano il mondo e ne fanno un regno quanto più possibile alieno dalla violenza e dal terrore”.
Mentre don Pero Miličević ha ricordato un episodio: “Trentadue anni fa ho fatto esperienza del buio e del male della guerra. Vivevo in un villaggio di nome Doljani, nel comune di Jablanica. Mia madre Ruža ha dato alla luce nove figli: Branka, Miroslav, Branko, Damir, Dijana, Ivan, Anto, Marinko e Pero. L’infanzia felice di un bambino di sette anni si è spenta il 28 luglio 1993, quando le unità militari musulmane dell’Esercito della Bosnia ed Erzegovina hanno attaccato il nostro villaggio. Uccisero 39 persone. Ricordo quel giorno; stavo giocando accanto alla casa con mio fratello gemello Marinko e il fratello maggiore Anto. Il gioco fu interrotto da una raffica di colpi. I proiettili ci sono passati sopra la testa. Quando mia madre e mia sorella se ne accorsero ci portarono in casa per salvarci dalla morte.
Mio padre Andrija in quel momento non era a casa, era andato ad aiutare mia zia nel lavoro dei campi e là quel giorno fu ucciso. Aveva 45 anni. Mia madre rimase vedova a 44 anni con 9 figli, 7 minorenni. Quel giorno morirono anche la sorella di mia madre, zia Pava, bruciata nella sua casa dopo essere stata uccisa sulla soglia, e tre figli dell’altra sorella di mia madre, zia Kata: Pero, Ivica e Jure Soldo. Ivica era sposato da soli undici giorni e Jure era un giovane di ventun anni. Quando ne muore uno è già terribile, figurarsi tre figli.
Non so come il suo cuore non si sia spezzato per il dolore. La terza sorella di mia madre, Anica, sopravvisse nascondendosi in montagna. Quel giorno morirono anche Ruža, cugina di mia madre, e Slavko, mio cugino. Sembrava che tutto il male del mondo si fosse abbattuto su di noi e devo ammettere che non è facile ricordarlo”.
Concludendo l’intervento ha sottolineato che la fede può far superare l’odio: “Il periodo trascorso in prigionia è stato duro. Non avevamo abbastanza cibo, non c’era alcuna igiene e dormivamo su fredde lastre di pietra granitica. Dopo essere usciti dal campo abbiamo seppellito le ossa di nostro padre, il suo corpo era rimasto insepolto per sette mesi. Molti hanno chiesto a mia madre e a tutti noi come avessimo potuto sopportare tutto questo. Non avremmo mai resistito senza la fede, la preghiera e il bisogno di pace.
Proprio quell’educazione nella fede in Dio ci ha nutriti e aiutati a superare gli orrori di cui siamo stati testimoni. C’è stata rabbia per tutto ciò che ho vissuto? Sì. Ma quando sono diventato sacerdote, nel 2012, ed ho iniziato a confessare i fedeli, ho capito quanto sia necessario avere la pace interiore e che la pace non si può raggiungere senza perdono, senza confrontarsi con ciò che si è vissuto”.
Infine anche Agnese Maria Moro ha sottolineato che il perdono nasce dall’incontro: “Difficile farlo. Difficilissimo farlo da soli. Con l’aiuto di quello che la giustizia riparativa può offrire è impegnativo, ma se lo si desidera davvero decisamente fattibile anche per persone normali come me. E cosa offre? Intanto qualcuno che ti invita a partecipare. Qualcuno senza secondi fini, di cui puoi fidarti… Grazie a un luogo riservato, libero (si va se si vuole, si esce quando si vuole), rispettoso di tutti, dove si può dire e ascoltare, tacere o parlare anche del proprio dolore senza giudizio e senza censura. Dialoghi difficili, accompagnati e ritmati da mediatori competenti che sono ‘equiprossimi’, vicini a tutti e ad ognuno”.
E solo dall’ascolto può nascere il perdono: “L’ascolto vero è un reciproco riconoscimento di umanità. In questo dire e ascoltare c’è tutta la giustizia di cui noi e loro abbiamo bisogno per viere. I fantasmi li puoi odiare per sempre, le persone no. Non ce la fai. Ti appassioni alle loro vite difficili e al loro sforzo per risalire un abisso.
Dell’onestà con cui guardano sé stessi senza abbellire o omettere nulla. E loro si appassionano alla mia vita difficile, e gli fa ancora più male quello che hanno fatto. Il nostro comune compagno di strada è l‘irreparabile. Noi per averlo subito, loro per averlo creato. È il nostro comune inferno. Ma ora lo portiamo insieme. Legati da un affetto e da un’amicizia che illumina di quiete le nostre vite sempre un po’ travagliate”.
(Foto: Vatican Media)
Papa Leone XIV saluta i libanesi chiedendo pace nel Medio Oriente
E’ terminato il primo viaggio apostolico in Turchia ed in Libano di papa Leone XIV, che nella cerimonia di congedo ha ripercorso alcune tappe dei giorni trascorsi ed ha auspicato la pace lanciando un appello perché cessino le ostilità in Medio Oriente, frammisto da un sentimento di nostalgia:
“Partire è più difficile che arrivare. Siamo stati insieme, ed in Libano stare insieme è contagioso: ho trovato qui un popolo che non ama l’isolamento, ma l’incontro. Così, se arrivare significava entrare con delicatezza nella vostra cultura, lasciare questa terra è portarvi nel cuore. Noi non ci lasciamo, dunque, ma essendoci incontrati andremo avanti insieme. E speriamo di coinvolgere in questo spirito di fraternità e di impegno per la pace tutto il Medio Oriente, anche chi oggi si considera nemico”.
Il pensiero è andato a papa Francesco, che aveva desiderato tanto questo viaggio: “Sono grato, dunque, dei giorni trascorsi con voi e mi rallegro aver potuto realizzare il desiderio del mio amato predecessore, papa Francesco, che tanto avrebbe voluto essere qui. Lui, in realtà, è con noi, cammina con noi insieme ad altri testimoni del Vangelo che ci attendono nell’abbraccio eterno di Dio: siamo eredi di ciò che hanno creduto, della fede, della speranza e dell’amore che li hanno animati”.
Inoltre un pensiero particolare è stato rivolto per la religiosità del popolo libanese: “Ho visto di quanta venerazione il vostro popolo circonda la Beata Vergine Maria, tanto cara sia ai cristiani sia ai mussulmani. Ho pregato alla tomba di San Charbel, percependo le profonde radici spirituali di questo Paese: quanta linfa dalla vostra storia può sostenere il difficile cammino verso il futuro!
Mi ha toccato il cuore la breve visita al porto di Beirut, dove l’esplosione ha devastato non soltanto un luogo, ma tante vite. Ho pregato per tutte le vittime e porto con me il dolore e la sete di verità e di giustizia di tante famiglie, di un intero Paese”.
Quindi ha ringraziato tutti per l’accoglienza: “Ho incontrato, in questi pochi giorni, molti volti e stretto tante mani, ricevendo da questo contatto fisico e interiore un’energia di speranza. Siete forti come i cedri, gli alberi delle vostre belle montagne, e pieni di frutti come gli ulivi che crescono in pianura, nel sud e vicino al mare. Saluto, a questo proposito, tutte le regioni del Libano che non è stato possibile visitare: Tripoli e il nord, la Beqa’ e il sud del Paese, Tiro, Sidone (luoghi biblici), tutte quelle aree, specialmente nel sud, che sperimentano una continua situazione di conflitto e di incertezza. A tutti il mio abbraccio e il mio augurio di pace”.
Ed ecco il suo appello alla pace, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II: “Ed anche un accorato appello: cessino gli attacchi e le ostilità. Nessuno creda più che la lotta armata porti qualche beneficio. Le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano. Scegliamo tutti la pace come via, non soltanto come meta! Ricordiamo quanto vi disse san Giovanni Paolo II: il Libano, più che un Paese, è un messaggio! Impariamo a lavorare insieme e a sperare insieme, perché sia realmente così”.
Però prima della partenza il papa ha celebrato la messa nel Beirut Waterfront con un forte appello conclusivo alla pace: “Cari cristiani del Levante, quando i risultati dei vostri sforzi di pace tardano ad arrivare, vi invito ad alzare lo sguardo al Signore che viene! Guardiamo a Lui con speranza e coraggio, invitando tutti a incamminarsi sulla via della convivenza, della fraternità e della pace. Siate costruttori di pace, annunciatori di pace, testimoni di pace!”
Per questo ha chiesto di percorrere una strada nuova: “Il Medio Oriente ha bisogno di atteggiamenti nuovi, per rifiutare la logica della vendetta e della violenza, per superare le divisioni politiche, sociali e religiose, per aprire capitoli nuovi all’insegna della riconciliazione e della pace. La via dell’ostilità reciproca e della distruzione nell’orrore della guerra è stata percorsa troppo a lungo, con i risultati deplorevoli che sono sotto gli occhi di tutti. Occorre cambiare strada, occorre educare il cuore alla pace”.
L’appello è un invito anche alla comunità internazionale: “Da questa piazza, prego per il Medio Oriente e per tutti i popoli che soffrono a causa della guerra. Offro anche preghiere auspicando una pacifica soluzione delle attuali controversie politiche in Guinea Bissau. E non dimentico le vittime dell’incendio a Hong Kong e le loro famiglie.
Prego in modo speciale per l’amato Libano! Chiedo nuovamente alla comunità internazionale di non risparmiare alcuno sforzo nel promuovere processi di dialogo e riconciliazione. Rivolgo un accorato appello a quanti sono investiti di autorità politica e sociale, qui e in tutti i Paesi segnati da guerre e violenze: ascoltate il grido dei vostri popoli che invocano pace!
Mettiamoci tutti al servizio della vita, del bene comune, dello sviluppo integrale delle persone. Ed a voi, cristiani del Levante, cittadini a pieno titolo di queste terre, ripeto: coraggio! Tutta la Chiesa guarda a voi con affetto e ammirazione. La Vergine Maria, Nostra Signora di Harissa, vi protegga sempre!”
Mentre nell’omelia ha invitato a dare lode a Dio: “La dimensione della lode, però, non sempre trova spazio dentro di noi. A volte, appesantiti dalle fatiche della vita, preoccupati per i numerosi problemi che ci circondano, paralizzati dall’impotenza dinanzi al male e oppressi da tante situazioni difficili, siamo più portati alla rassegnazione e al lamento, che allo stupore del cuore e al ringraziamento”.
E’ stato un particolare invito alla popolazione libanese: “L’invito a coltivare sempre atteggiamenti di lode e di gratitudine, lo rivolgo proprio a voi, caro popolo libanese. A voi che siete destinatari di una bellezza rara con la quale il Signore ha impreziosito la vostra terra e che, al contempo, siete spettatori e vittime di come il male, in molteplici forme, possa offuscare questa magnificenza”.
Quindi anche se la disillusione può prendere il sopravvento il papa ha invitato a non ‘abbandonare’ la Parola di Dio: “In uno scenario di questo tipo, la gratitudine cede facilmente il posto al disincanto, il canto della lode non trova spazio nella desolazione del cuore, la sorgente della speranza viene disseccata dall’incertezza e dal disorientamento. La Parola del Signore, però, ci invita a trovare le piccole luci splendenti nel cuore della notte, sia per aprirci alla gratitudine che per spronarci all’impegno comune a favore di questa terra”.
Ed ha ricordato che il Regno di Dio nasce da un ‘germoglio’: “Come abbiamo ascoltato, il motivo del ringraziamento di Gesù al Padre non è per opere straordinarie, ma perché rivela la sua grandezza proprio ai piccoli e agli umili, a coloro che non attirano l’attenzione, che sembrano contare poco o niente, che non hanno voce.
Il Regno che Gesù viene a inaugurare, infatti, ha proprio questa caratteristica di cui ci ha parlato il profeta Isaia: è un germoglio, un piccolo virgulto che spunta su un tronco, una piccola speranza che promette la rinascita quando tutto sembra morire. Così viene annunciato il Messia e, venendo nella piccolezza di un germoglio, può essere riconosciuto solo dai piccoli, da coloro che senza grandi pretese sanno riconoscere i dettagli nascosti, le tracce di Dio in una storia apparentemente perduta”.
Questo avviene anche nella popolazione libanese: “Piccole luci che risplendono nella notte, piccoli virgulti che spuntano, piccoli semi piantati nell’arido giardino di questo tempo storico possiamo vederli anche noi, anche qui, anche oggi.
Penso alla vostra fede semplice e genuina, radicata nelle vostre famiglie e alimentata dalle scuole cristiane; penso al lavoro costante delle parrocchie, delle congregazioni e dei movimenti per andare incontro alle domande e alle necessità della gente; penso ai tanti sacerdoti e religiosi che si spendono nella loro missione in mezzo a molteplici difficoltà; penso ai laici come voi impegnati nel campo della carità e nella promozione del Vangelo nella società.
Per queste luci che faticosamente cercano di illuminare il buio della notte, per questi germogli piccoli e invisibili che aprono però la speranza nel futuro, oggi dobbiamo dire come Gesù: ‘ti rendiamo lode, o Padre!’ Ti ringraziamo perché sei con noi e non ci lasci vacillare”.
E’ stato un invito a cooperare affinché il Libano possa ritrovare la pace: “Ciascuno deve fare la sua parte e tutti dobbiamo unire gli sforzi perché questa terra possa ritornare al suo splendore. E abbiamo un solo modo per farlo: disarmiamo i nostri cuori, facciamo cadere le corazze delle nostre chiusure etniche e politiche, apriamo le nostre confessioni religiose all’incontro reciproco, risvegliamo nel nostro intimo il sogno di un Libano unito, dove trionfino la pace e la giustizia, dove tutti possano riconoscersi fratelli e sorelle e dove, finalmente, possa realizzarsi quanto ci descrive il profeta Isaia: ‘Il lupo dimorerà con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme’.
Questo è il sogno a voi affidato, è ciò che il Dio della pace mette nelle vostre mani. Libano, rialzati! Sii casa di giustizia e di fraternità! Sii profezia di pace per tutto il Levante!”
La mattina si era aperta con la visita all’Ospedale de la Croix, gestito dalla congregazione delle Suore Francescane della Croce, dove ha salutato i malati: “Quanto si vive in questo luogo è un monito per tutti, per la vostra terra ma anche per l’intera umanità: non possiamo dimenticarci dei più fragili, non possiamo immaginare una società che corre a tutta velocità aggrappandosi ai falsi miti del benessere, ignorando tante situazioni di povertà e di fragilità”.
Ed ha concluso con un invito alla cura dei poveri e dei deboli: “In particolare noi cristiani, che siamo la Chiesa del Signore Gesù, siamo chiamati a prenderci cura dei poveri: il Vangelo stesso ce lo chiede e (non dimentichiamolo) il grido dei poveri che attraversa anche la Scrittura ci interpella…
A voi, cari fratelli e sorelle segnati dalla malattia, vorrei solo ricordare che siete nel cuore di Dio nostro Padre. Egli vi porta sul palmo delle sue mani, vi accompagna con amore, vi offre la sua tenerezza attraverso le mani e i sorrisi di chi si prende cura della vostra vita. A ciascuno di voi oggi il Signore ripete: ti amo, ti voglio bene, sei mio figlio! Non dimenticatelo mai!”
Subito dopo ha visitato il porto di Beirut per raccogliersi in preghiera nel luogo della devastante duplice esplosione che il 4 agosto 2020 ha provocato la morte di oltre 200 persone, 7000 feriti e circa 300000 gli sfollati, deponendo una corona di fiori davanti al monumento, che ricorda le vittime.
(Foto: Santa Sede)
Mons. Claudio Giuliodori: l’educazione dei giovani riguarda la comunità
“Come sappiamo, la Chiesa è Madre e Maestra, e voi contribuite a incarnarne il volto per tanti alunni e studenti alla cui educazione vi dedicate. Grazie infatti alla luminosa costellazione di carismi, metodologie, pedagogie ed esperienze che rappresentate, e grazie al vostro impegno ‘polifonico’ nella Chiesa, nelle Diocesi, in Congregazioni, Istituti religiosi, associazioni e movimenti, voi garantite a milioni di giovani una formazione adeguata, tenendo sempre al centro, nella trasmissione del sapere umanistico e scientifico, il bene della persona”: queste sono le parole iniziali del discorso di papa Leone XIV durante l’incontro con insegnanti e studenti per il Giubileo del mondo educativo, esortando i maestri ad entrare in contatto con ‘l’interiorità’ degli studenti.
Partendo da questa frase abbiamo incontrato mons. Claudio Giuliodori, presidente della Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università della Cei, che ha puntualizzato: “La scuola è il più grande, il più importante investimento dell’Italia, perché sull’educazione si gioca il presente e, soprattutto, il futuro dell’Italia. L’impegno profuso da tutti per accompagnare, sostenere e formare le nuove generazioni è ciò che qualifica in maniera rilevante anche la vita di un popolo. In questo momento vogliamo far sentire la nostra vicinanza, il nostro affetto, ma anche l’impegno concreto di tutti coloro che sono attivamente coinvolti nell’attività scolastica. Ma non solo, perché l’educazione è un’impresa di comunità e tutti devono dare il loro contributo”
Per quale motivo un giubileo che ha riflettuto sull’educazione?
“L’aspetto educativo è fondamentale nella società, non solo rivolto ai giovani ma per tutte le realtà. In modo particolare questo sarà un giubileo rivolto al mondo della scuola, dell’università e degli educatori. Viviamo in un tempo in cui molti hanno ormai rinunciato ad educare. Si trasmettono competenza e sapere, ma educare è qualcosa di più importante, in quanto esso consiste nell’aiutare le persone, soprattutto i giovani, a trovare il senso, la bellezza ed i valore autentici della vita.
Allora, educare significa proporre incontri significati (per il credente, ovviamente, è l’incontro con Gesù). Il giubileo è conversione, cioè cambiamento di vita, rinnovamento; quindi ci auguriamo che esso possa essere una bella occasione per tutti coloro che hanno la passione educativa per ritrovare il senso di questa, che è una fatica certamente, ma anche l’impresa più bella e più affascinante della vita”.
Ed allora in quale modo è possibile armonizzare il linguaggio ‘della mente, delle mani e del cuore’?
“Questa era un’espressione cara a papa Francesco, che la usava spesso per dire l’integralità dell’esperienza umana. Noi ci esprimiamo attraverso diverse componenti: la mente ci ricorda che siamo in tutta la realtà creata dotati di particolari capacità di interpretazione, di elaborazione e la mente umana è qualcosa di talmente grandioso, che nessuna imitazione artificiale può eguagliare. Penso all’intelligenza artificiale che non potrà mai paragonarsi alla profondità ed all’ampiezza della mente umana, in quanto essa è una mente che ragiona con il cuore, come diceva Blaise Pascal, perché il cuore ha le sue ragioni, nel senso che la vera ragione è quella che comprende il senso della vita come relazione con Dio e con gli altri. Noi siamo esseri sociali; se viviamo come individui isolati e se pensiamo di bastare a noi stessi finiremo per fallire nella nostra vita. Quindi questo essere capaci di pensare con il cuore ed agire coerentemente e concretamente con le mani, fa sì che possiamo elaborare e sperimentare quell’unità che dà senso alla vita, rendendola veramente bella”.
Quindi l’educazione è un compito della comunità?
“Sì, nel senso che nessuno può educare da solo. C’è quel proverbio che se uno vuole andare veloce magari corre anche da solo; ma se vuole andare lontano serve una comunità; solo una comunità può educare, nel senso che è talmente grande l’essere umano, che nessuno da solo può colmare il suo mistero. Solo la partecipazione condivisa di molte persone può garantire davvero una pienezza di vita. Quindi l’educazione è un’impresa di alleanze. Sul territorio serve l’alleanza della Chiesa, della Scuola, delle Istituzioni, delle Famiglie, dei Soggetti sociali, delle Società sportive e del Volontariato: tutti sono chiamati a concorrere al bene integrale di ogni persona”.
Quindi, dopo 60 anni, per quale motivo la dichiarazione sull’educazione cristiana ‘Gravissimum Educationis’ è ancora profetica?
“Innanzitutto è profetica, perché in quel momento è stato individuato un percorso, che non era chiaro a tutti o condiviso da tutti, perché dire la gravità dell’impegno educativo voleva dire richiamare il mondo (gli anni Sessanta sono quelli della ‘guerra fredda’) alla responsabilità. Ed anche oggi viviamo un tempo di conflitti. Proprio l’opera educativa, allora come oggi, è la via maestra per aiutare le nuove generazioni a disinnescare la ‘bomba’ della violenza ed alimentare la via della pace e della riconciliazione.
Ma soprattutto creare quella visione che papa Francesco ha descritto in maniera magistrale nell’esortazione apostolica ‘Fratelli tutti’, per cui l’altro non è un nemico, ma una risorsa: è un patrimonio che devo sapere coltivare ed affiancare per costruire ponti e non muri. Occorre augurarsi che anche oggi l’educazione possa ritornare ad essere via maestra per la pace tra le persone”.
Infine l’anno prossimo saranno 25 anni dall’istituzione della legge sulla parità scolastica: dopo un quarto di secolo si arriverà ad una piena attuazione?
“Dobbiamo registrare, da una parte, con la legge del 62/2000 l’esistenza di un buon quadro legislativo perché la legge definisce, in maniera molto precisa, il nostro sistema scolastico, come un sistema plurale, in cui è riconosciuta la libertà di educazione e la primaria responsabilità della famiglia, oltre che degli stessi studenti, ma purtroppo il sistema è ancora incompiuto. Non perché manchino le norme, ma perché nel tempo non sono state previste e messe a bilancio le risorse necessarie.
Quindi, siamo in un sistema ancora, da questo punto di vista, incompiuto. Ci auguriamo che, in questa prospettiva del 25^ della legge 62/2000, possa maturare una consapevolezza in tutti, ma in particolare nell’azione di governo, per fare passi decisi e significativi verso un’effettiva parità. Che significa libertà di educazione, capacità e possibilità di scelta e di orientamento in un contesto plurale. E’ un arricchimento per l’Italia”.
Papa Leone XIV: stare nella quotidianità della storia
“E’ per me un piacere darvi il benvenuto in Vaticano in occasione del vostro convegno sul tema ‘Rifugiati e migranti nella nostra casa comune’. Ringrazio coloro che hanno organizzato queste giornate di discussione, riflessione e collaborazione, nonché ciascuno di voi per la vostra presenza e per il contributo che apportate a questa iniziativa”: con queste parole papa Leone XIV ha accolto i partecipanti al convegno ‘Refugees and Migrants in our Common Home’, preparazione al giubileo di domenica prossima.
Riprendendo il discorso di papa Francesco pronunciato nel 2022, papa Leone XIV ha sottolineato la validità delle risposte alla migrazione: “Il vostro tempo insieme segna l’inizio di un progetto triennale con l’obiettivo di creare ‘piani d’azione’ incentrati su quattro pilastri fondamentali: insegnamento, ricerca, servizio e advocacy. In questo modo, state rispondendo all’appello di papa Francesco affinché le comunità accademiche contribuiscano a soddisfare i bisogni dei nostri fratelli e sorelle sfollati, concentrandosi sulle aree di vostra competenza”.
Ed ha auspicato che tali incontri possano sensibilizzare la gente per la dignità delle persone: “Questi pilastri fanno parte della stessa missione: riunire voci autorevoli in diverse discipline per rispondere alle attuali urgenti sfide poste dal crescente numero di persone, stimato in oltre 100.000.000, colpite da migrazioni e sfollamenti.
Prego affinché i vostri sforzi possano portare a nuove idee e approcci in questo senso, cercando sempre di porre la dignità di ogni persona umana al centro di ogni soluzione. Mentre proseguite il vostro incontro, vorrei suggerirvi due temi che potreste considerare di integrare nei vostri piani d’azione: riconciliazione e speranza”.
Sempre riprendendo il pensiero di papa Leone XIV è importante combattere l’indifferenza: “Uno degli ostacoli che spesso si incontrano quando si affrontano difficoltà di così grande portata è un atteggiamento di indifferenza da parte sia delle istituzioni che dei singoli individui. Il mio venerato predecessore parlava di ‘globalizzazione dell’indifferenza’, per cui ci abituiamo alle sofferenze altrui e non cerchiamo più di alleviarle. Questo può portare a quella che ho precedentemente definito una ‘globalizzazione dell’impotenza’, in cui rischiamo di diventare immobili, silenziosi, forse tristi, pensando che non si possa fare nulla di fronte a sofferenze innocenti”.
Per questo ha incoraggiato ad approfondire una cultura dell’incontro: “Proprio come papa Francesco ha parlato della cultura dell’incontro come antidoto alla globalizzazione dell’indifferenza, dobbiamo impegnarci per affrontare la globalizzazione dell’impotenza promuovendo una cultura della riconciliazione… Ciò richiede pazienza, disponibilità all’ascolto, capacità di immedesimarsi nel dolore altrui e il riconoscimento di condividere gli stessi sogni e le stesse speranze”.
Con un incoraggiamento: “Vi incoraggio, pertanto, a proporre modalità concrete per promuovere gesti e politiche di riconciliazione, in particolare in terre dove sono presenti ferite profonde dovute a conflitti di lunga data. Non è un compito facile, ma affinché gli sforzi per operare un cambiamento duraturo abbiano successo, devono includere modalità che tocchino i cuori e le menti”.
Riprendendo il messaggio per l’imminente giornata mondiale del rifugiato e del migrante papa Leone XIV ha ricordato che i migranti sono portatori di speranza: “Spesso mantengono la loro forza mentre cercano un futuro migliore, nonostante gli ostacoli che incontrano. Mentre ci prepariamo a celebrare i Giubilei dei Migranti e delle Missioni in questo santo anno giubilare, vi incoraggio a suscitare tali esempi di speranza nelle comunità di coloro che servite. In questo modo, possono essere di ispirazione per gli altri e aiutare a sviluppare modi per affrontare le sfide che hanno incontrato nella loro vita”.
Ugualmente ai membri della Confederazione Medica Latino-Iberoamericana e dei Caraibi (CONFEMEL), ha sottolineato che dialogo e presenza fisica sono fondamentali per la cura nel giorno della festa degli Angeli Custodi: “Questa memoria può aiutarci a riflettere sulla relazione medico-paziente, che si basa sul contatto personale e sulla cura della salute, si potrebbe dire, proprio come gli angeli che vegliano e ci proteggono nel cammino della vita. Questo tema mi ricorda anche alcune parole di sant’Agostino, in cui si riferiva a Cristo come a un medico e a una medicina. E’ medico perché è parola, e medicina perché è parola fatta carne”.
Nel ricordo del beato José Gregorio Hernández il papa ha sottolineato l’importanza del rapporto tra medico e paziente: “Alla luce di queste riflessioni, vi invito a continuare ad approfondire l’importanza della relazione medico-paziente. Una relazione tra due persone, con il loro corpo e la loro interiorità, con la loro storia. Questa convinzione ci aiuta anche a far luce sul posto dell’intelligenza artificiale in medicina: essa può e deve essere di grande aiuto per migliorare l’assistenza clinica, ma non potrà mai sostituirsi al medico, perché voi ‘siete, come ha detto papa Benedetto XVI, serbatoi di amore, che portano serenità e speranza a quanti soffrono’. Un algoritmo non potrà mai sostituire un gesto di vicinanza o una parola di conforto”.
Ad inizio giornata alle suore Figlie di San Paolo che hanno celebrato il loro Capitolo Generale e che hanno appena eletto la nuova Madre Generale, suor Mari Lucia Kim: il papa ha sottolineato la necessità di guardare ‘in alto’: “Guardare in alto, perché possiate essere spinte dallo Spirito Santo. La vostra vocazione e la vostra missione vengono dal Signore, non dimentichiamolo. Perciò, l’impegno personale, i carismi che mettiamo in circolo, lo zelo dell’apostolato e gli strumenti che utilizziamo non devono mai farci cadere nell’illusione e nella presunzione dell’autosufficienza”.
Da qui l’invito a stare nelle situazioni della vita quotidiana: “Il secondo atteggiamento che vi raccomando è quello di immergervi dentro, dentro le situazioni, perché lo sguardo rivolto verso l’alto non è una fuga ma, al contrario, ci deve aiutare ad avere la stessa condiscendenza di Cristo, che si è spogliato per noi, è disceso nella nostra carne, si è abbassato per entrare negli abissi dell’umanità ferita e portarvi l’amore del Padre”.
Essere nella vita significa ‘abitare la cultura’: “Così, spinte dallo Spirito, siete chiamate anche voi a immergervi nella storia, proprio in ascolto dell’umanità di oggi; si tratta di abitare la cultura attuale e incarnarvi nella vita reale delle persone che incontrate. La vostra presenza, l’annuncio della Parola, i mezzi che utilizzate (in particolare ricordare l’editoria che curate con tanta dedizione), tutto ciò deve essere un grembo ospitale per le sofferenze e le speranze delle donne e degli uomini a cui siete inviate”.
L’importante è non scoraggiarsi: “Ma non ci lasciamo scoraggiare! Perciò vi invito a riflettere su come mantenere vivo il carisma, anche se ciò dovesse richiedere scelte coraggiose e impegnative. C’è bisogno infatti di un attento discernimento sulle opere legate all’apostolato, su come vengono portate avanti e sulla necessità di rinnovarle con una visione equilibrata, che sappia tenere insieme la ricchezza della storia passata con le risorse e i doni attuali di ciascuna di voi, in una feconda alleanza tra le diverse generazioni”.
(Foto: Santa Sede)
A Macerata una Cittadella della Carità per essere luogo ‘aperto’
Nella Quaresima la diocesi di Macerata ha iniziato la realizzazione di un luogo per ospitare le persone portatrici di fragilità, denominato ‘Cittadella della Carità’, dedicato a mons. Tarcisio Carboni, vescovo di questa diocesi negli anni ’90, che sarà aperto alla comunità civile, che è stato definito dall’attuale vescovo, mons. Nazzareno Marconi, ‘vicino’ alla gente: “Mons. Tarcisio Carboni è stato un uomo in ricerca, vicino alla gente, attento a portare la Parola di Dio a tutti (‘Predica Verbum’ era il suo motto episcopale) e disposto a farsi tutto a tutti perché ognuno potesse ricevere la presenza del Signore, si è adoperato perché moltissime realtà ecclesiali potessero nascere e crescere nella nostra diocesi”.
Al collaboratore della Caritas diocesana e referente della progettazione ‘ottopermile’, Emanuele Ranzuglia, chiediamo il motivo di una ‘costruzione della Cittadella della Carità: “Per poter tentare di rispondere alla multidimensionalità delle povertà che ascoltiamo abbiamo sentito la necessità, come Chiesa diocesana, di realizzare un luogo fisico in cui disporre e coordinare risorse umane e materiali da poter mettere a disposizione delle persone portatrici di bisogni e fragilità”.
Allora ci può spiegare come è strutturata?
“Il cuore pulsante della struttura sarà la cappellina in cui chi vuole potrà recarsi per pregare e trovare il Conforto che cerca. Nella cittadella della Carità ci sarà spazio per l’accoglienza delle persone che richiedono protezione internazionale, di coloro che a vario titolo non possono fruire delle azioni previste dai progetti ministeriali e di coloro che non riescono, in modo autonomo, ad avere a disposizione un’abitazione. L’accoglienza si rivolgerà a singoli e a piccoli nuclei famigliari; nella struttura si troveranno tutti i servizi necessari per poter realizzare un servizio di accoglienza che soddisfi in modo dignitoso i bisogni primari ovvero una cucina interna, un refettorio, un guardaroba, le docce e il servizio lavanderia. A supporto degli accolti e di persone esterne, precedentemente ascoltate, si avrà anche l’ambulatorio sanitario solidale.
Troverà sede il centro di ascolto diocesano, lo sportello dedito alla dimensione abitativa, quello del lavoro e quello del sovraindebitamento. Ci saranno locali ad hoc che saranno condivisi anche con altri uffici pastorali con i quali cammineremo insieme per la promozione della carità e della mondialità; per lo svolgimento di eventi si potrà contare sulla presenza di un teatrino e di un auditorium. All’esterno dell’edificio, realizzeremo degli orti e cureremo il grande uliveto già presente. Completa la dotazione della cittadella un campetto da calcio che sarà fruibile sia dagli ospiti che da realtà esterne con le quali collaboreremo per incentivare la conoscenza della struttura da parte dei più giovani”.
Chi potrà essere accolto?
“Consapevoli che ‘non si può accogliere tutto e tutti’ ci prefiggiamo, comunque, di tendere la mano e il cuore alle persone portatrici di fragilità che hanno bisogno di un luogo in cui essere viste, ascoltate e orientate”.
Per quale motivo un luogo aperto alla comunità?
“La cittadella nasce dopo un lungo percorso di ascolto e di vicinanza alle realtà, afferenti alla Chiesa diocesana, che in modo silenzioso testimoniano l’attenzione e la vicinanza a chi, superando con coraggio la propria vergogna, chiede aiuto. Seguendo lo stile proprio della Caritas (ascoltare, osservare e discernere) negli anni abbiamo progettato e realizzato delle risposte consone alle richieste che nel tempo sono mutate; la cittadella quindi nasce da questo ascolto e vivrà grazie al supporto di tutte quelle persone che vorranno contribuire non solo alla realizzazione di servizi ma a dare un volto, un’anima, alla struttura. I locali, come sopra anticipato, saranno messi a disposizione di altre realtà che, coordinandosi con la Caritas diocesana, vorranno proporre eventi, momenti di formazione civile e religiosa… Grazie a questo scambio ‘dentro/fuori’ vorremmo che si trasferisse la bellezza e la ricchezza dell’incontro”.
In quale modo può essere abbattuta la diffidenza?
“Con la conoscenza diretta, con il vivere accanto, nel condividere la quotidianità con chi viene da percorsi meno facili e meno ‘diritti’ da quelli più comuni”.
Allora in quale modo vivere il giubileo della speranza?
“Mettendosi a disposizione, nella semplicità e con le proprie risorse e fragilità (di cui tutti siamo portatori), di altri fratelli che hanno bisogno di non sentirsi soli difronte alle prove e alle sfide che si trovano ad affrontare e, insieme, guardare al futuro con più serenità”.
Per quale motivo è dedicata a mons. Tarcisio Carboni?
“Chi ha avuto la fortuna di conoscere mons. Carboni lo ha definito un pastore, che ‘profumava di pecore’, data la sua attenzione a tutte quelle persone che vivevano ai margini della società e alla sua volontà di stare con le persone lì dove vivevano. Inoltre, come ci ha ricordato il nostro vescovo, mons. Marconi, in occasione dell’intitolazione di una via a mons. Carboni: Gli faremo un torto se ci fermassimo invece di continuare ad avanti nelle vie del Signore, per aiutare la gente a crescere nella fede”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ai giovani: rinnovate il mondo
“Speranza è una parola per voi ricca di storia: non è uno slogan, ma la luce ritrovata attraverso un grande lavoro. Desidero ripetervi, allora, quel saluto che cambia il cuore: la pace sia con voi! La sera di Pasqua Gesù ha salutato così i discepoli chiusi nel cenacolo. Lo avevano abbandonato, credevano di averlo perso per sempre, erano impauriti e delusi, qualcuno già se n’era andato. E’ però Gesù a ritrovarli, a venirli di nuovo a cercare. Entra a porte chiuse nel luogo dove sono come sepolti vivi. Porta la pace, li ricrea col perdono, soffia su di loro: infonde cioè lo Spirito Santo, che è il respiro di Dio in noi. Quando manca l’aria, quando manca l’orizzonte, la nostra dignità appassisce. Non dimentichiamo che Gesù risorto viene ancora e porta il suo respiro!”: con questo saluto papa Leone XIV ha accolto nel cortile di san Damaso i partecipanti alla Giornata Internazionale per la Lotta contro la Droga, che ricorre oggi,
Ricordando le visite di papa Francesco nei carceri, ha sottolineato che anche la droga è una prigione: “La droga e le dipendenze sono una prigione invisibile che voi, in modi diversi, avete conosciuto e combattuto, ma siamo tutti chiamati alla libertà. Incontrandovi, penso all’abisso del mio cuore e di ogni cuore umano. E’ un salmo, cioè la Bibbia, a chiamare ‘abisso’ il mistero che ci abita. Sant’Agostino ha confessato che solo in Cristo l’inquietudine del suo cuore ha trovato pace. Noi cerchiamo la pace e la gioia, ne siamo assetati. E molti inganni ci possono deludere e persino imprigionare in questa ricerca”.
E’ stato un invito a combatterla insieme: “Guardiamoci attorno, però. E leggiamo nei volti l’uno dell’altro una parola che mai tradisce: insieme. Il male si vince insieme. La gioia si trova insieme. L’ingiustizia si combatte insieme. Il Dio che ha creato e conosce ciascuno (ed è più intimo a me di me stesso) ci ha fatti per essere insieme. Certo, esistono anche legami che fanno male e gruppi umani in cui manca la libertà. Anche questi, però, si vincono solo insieme, fidandoci di chi non guadagna sulla nostra pelle, di chi possiamo incontrare e ci incontra con attenzione disinteressata”.
Con una citazione dell’enciclica ‘Evangelii Gaudium’ ha sottolineato l’esigenza di ‘combattere’ il business le dipendenze: “La giornata di oggi, fratelli e sorelle, ci impegna in una lotta che non può essere abbandonata finché, attorno a noi, qualcuno sarà ancora imprigionato nelle diverse forme della dipendenza. Il nostro combattimento è contro chi fa delle droghe e di ogni altra dipendenza (pensiamo all’alcool o al gioco d’azzardo) il proprio immenso business. Esistono enormi concentrazioni di interesse e ramificate organizzazioni criminali che gli Stati hanno il dovere di smantellare”.
Quindi combattere coloro che fanno business e non i poveri, anche attraverso l’uso di norme di sicurezza: “E’ più facile combattere le loro vittime. Troppo spesso, in nome della sicurezza, si è fatta e si fa la guerra ai poveri, riempiendo le carceri di coloro che sono soltanto l’ultimo anello di una catena di morte. Chi tiene la catena nelle sue mani, invece, riesce ad avere influenza e impunità. Le nostre città non devono essere liberate dagli emarginati, ma dall’emarginazione; non devono essere ripulite dai disperati, ma dalla disperazione”.
Per questo è importante dare valore alla cultura dell’incontro: “Il Giubileo ci indica la cultura dell’incontro come via alla sicurezza, ci chiede la restituzione e la redistribuzione delle ricchezze ingiustamente accumulate, come via alla riconciliazione personale e civile… La lotta al narcotraffico, l’impegno educativo tra i poveri, la difesa delle comunità indigene e dei migranti, la fedeltà alla dottrina sociale della Chiesa sono in molti luoghi considerati sovversivi”.
Inoltre, rivolgendosi ai giovani, li ha invitati ad essere rinnovamento nel mondo: “Cari giovani, voi non siete spettatori del rinnovamento di cui la nostra Terra ha tanto bisogno: siete protagonisti… Gesù è stato rifiutato e crocifisso fuori dalle porte della sua città. Su di lui, pietra angolare su cui Dio ricostruisce il mondo, anche voi siete pietre di grande valore nell’edificio di una nuova umanità. Gesù che è stato rifiutato invita tutti voi e se vi siete sentiti scartati e finiti, ora non lo siete più. Gli errori, le sofferenze, ma soprattutto il desiderio di vita di cui siete portatori, vi rendono testimoni che cambiare è possibile”.
E’ stato un incoraggiamento ad essere protagonisti nella società: “La Chiesa ha bisogno di voi. L’umanità ha bisogno di voi. L’educazione e la politica hanno bisogno di voi. Insieme, su ogni dipendenza che degrada faremo prevalere la dignità infinita impressa in ciascuno. Tale dignità, purtroppo, a volte brilla solo quando è quasi del tutto smarrita. Allora sopravviene un sussulto e diventa chiaro che rialzarsi è questione di vita o di morte. Ebbene, oggi tutta la società ha bisogno di quel sussulto, ha bisogno della vostra testimonianza e del grande lavoro che state facendo.
Tutti abbiamo, infatti, la vocazione ad essere più liberi e ad essere umani, la vocazione alla pace. È questa la vocazione più divina. Andiamo avanti insieme, allora, moltiplicando i luoghi di guarigione, di incontro e di educazione: percorsi pastorali e politiche sociali che comincino dalla strada e non diano mai nessuno per perso. E pregate anche voi, affinché il mio ministero sia a servizio della speranza delle persone e dei popoli, a servizio di tutti”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: farsi pescatori di famiglie
“Sono lieto che, all’indomani della celebrazione del Giubileo delle Famiglie, dei Bambini, dei Nonni e degli Anziani, un gruppo di esperti si sia riunito presso il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita a riflettere sul tema: ‘Evangelizzare con le famiglie di oggi e di domani. Sfide ecclesiologiche e pastorali’. Tale tema ben esprime la preoccupazione materna della Chiesa per le famiglie cristiane presenti in tutto il mondo: membra vive del Corpo mistico di Cristo e primo nucleo ecclesiale a cui il Signore affida la trasmissione della fede e del Vangelo, specialmente alle nuove generazioni”.
In un messaggio inviato ad un seminario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, in programma fino a domani, papa Leone XIV ha invitato a farsi ‘pescatori di famiglie’ per offrire loro l’incontro con la tenerezza di Dio attraverso la testimonianza della grazia del matrimonio, riprendendo le ‘Confessioni’ di sant’Agostino: “La domanda profonda d’infinito scritta nel cuore di ogni uomo conferisce ai padri e alle madri il compito di rendere i propri figli consapevoli della paternità di Dio”.
E’ stato un invito ad accogliere le ‘sfide’ del mondo: “Il nostro è un tempo caratterizzato da una crescente ricerca di spiritualità, riscontrabile soprattutto nei giovani, desiderosi di relazioni autentiche e di maestri di vita. Proprio per questo è importante che la comunità cristiana sappia gettare lo sguardo lontano, facendosi custode, davanti alle sfide del mondo, dell’anelito di fede che alberga nel cuore di ognuno”.
Il papa ha invitato a raggiungere le famiglie ‘lontane’: “Ed è particolarmente urgente, in questo sforzo, rivolgere un’attenzione speciale a quelle famiglie che, per vari motivi, sono spiritualmente più lontane: a quelle che non si sentono coinvolte, che si dicono non interessate, oppure che si sentono escluse dai percorsi comuni, ma nondimeno vorrebbero essere in qualche modo parte di una comunità, in cui crescere e con cui camminare. Quante persone, oggi, ignorano l’invito all’incontro con Dio!”
Quindi è un invito a non ‘privatizzare’ la fede: “Così, pur con sani e santi desideri, mentre cercano sinceramente dei punti di appoggio per salire i sentieri belli della vita e della gioia piena, molti finiscono coll’affidarsi a falsi appigli che, non reggendo il peso delle loro istanze più profonde, li lasciano scivolare di nuovo verso il basso, allontanandoli da Dio e rendendoli naufraghi in un mare di sollecitazioni mondane”.
Perciò il papa ha chiesto di gettare comunque le ‘reti’: “Tra loro ci sono papà e mamme, bambini, giovani e adolescenti, a volte alienati da modelli di vita illusori, dove non c’è spazio per la fede, alla cui diffusione contribuisce non poco l’uso distorto di mezzi in sé potenzialmente buoni, come i social, ma dannosi quando fatti veicolo di messaggi ingannevoli.
Ebbene, ciò che muove la Chiesa nel suo sforzo pastorale e missionario, è proprio il desiderio di andare a ‘pescare’ questa umanità, per salvarla dalle acque del male e della morte attraverso l’incontro con Cristo”.
Riprendendo gli insegnamenti di papa san Giovanni Paolo II e di papa Francesco, papa Leone XIV ha sottolineato che la fede è risposta a uno sguardo d’amore, come affermava sant’Agostino: “Quante volte, in un passato forse non molto lontano, ci siamo dimenticati di questa verità e abbiamo presentato la vita cristiana principalmente come un insieme di precetti da rispettare, sostituendo all’esperienza meravigliosa dell’incontro con Gesù, Dio che si dona a noi, una religione moralistica, pesante, poco attraente e, per certi versi, irrealizzabile nella concretezza del quotidiano”.
Ed il compito dei vescovi è gettare le ‘reti’: “In questo contesto tocca prima di tutto ai vescovi, successori degli Apostoli e Pastori del gregge di Cristo, gettare la rete in mare facendosi ‘pescatori di famiglie’. Anche i laici, però, sono chiamati a lasciarsi coinvolgere in tale missione, divenendo, accanto ai Ministri ordinati, ‘pescatori’ di coppie, di giovani, di bambini, di donne e uomini di ogni età e condizione, affinché tutti possano incontrare Colui che solo può salvare”.
Quindi come afferma l’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ occorre ‘promuovere l’incontro con la tenerezza di Dio’: “Non si tratta di dare, a domande impegnative, risposte affrettate, quanto piuttosto di farsi vicini alle persone, di ascoltarle, cercando di comprendere con loro come affrontare le difficoltà, pronti anche ad aprirsi, quando necessario, a nuovi criteri di valutazione e a diverse modalità di azione, perché ogni generazione è diversa dall’altra e presenta sfide, sogni e interrogativi propri.
Ma, in mezzo a tanti cambiamenti, Gesù Cristo rimane ‘lo stesso ieri e oggi e per sempre’. Perciò, se vogliamo aiutare le famiglie a vivere cammini gioiosi di comunione e ad essere semi di fede le une per le altre, è necessario che prima di tutto coltiviamo e rinnoviamo la nostra identità di credenti”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a crescere in umanità
“In questi giorni il mio pensiero va spesso al popolo ucraino, colpito da nuovi, gravi attacchi contro civili e infrastrutture. Assicuro la mia vicinanza e la mia preghiera per tutte le vittime, in particolare per i bambini e le famiglie. Rinnovo con forza l’appello a fermare la guerra e a sostenere ogni iniziativa di dialogo e di pace. Chiedo a tutti di unirsi nella preghiera per la pace in Ucraina e ovunque si soffre per la guerra. Dalla Striscia di Gaza si leva sempre più intenso al Cielo il pianto delle mamme e dei papà, che stringono a sé i corpi senza vita dei bambini, e che sono continuamente costretti a spostarsi alla ricerca di un po’ di cibo e di un riparo più sicuro dai bombardamenti. Ai responsabili rinnovo il mio appello: cessate il fuoco, siano liberati tutti gli ostaggi, si rispetti integralmente il diritto umanitario!”: al termine dell’udienza generale odierna, il pensiero di papa Leone XIV è andato al popolo ucraino ed ai bambini uccisi nella Striscia di Gaza.
Mentre nell’udienza generale il papa ha invitato ancora a meditare sulla parabola del samaritano, sottolineando che la vita ‘è fatta di incontri’ con l’invito a sostare davanti a chi è bisognoso: “Oggi vorrei parlarvi di una persona esperta, preparata, un dottore della Legge, che ha bisogno però di cambiare prospettiva, perché è concentrato su sé stesso e non si accorge degli altri. Egli infatti interroga Gesù sul modo in cui si ‘eredita’ la vita eterna, usando un’espressione che la intende come un diritto inequivocabile”.
Però tale parabola è anche un momento di crescita, perché invita alla relazione, che è un cammino: “Ma dietro questa domanda si nasconde forse proprio un bisogno di attenzione: l’unica parola su cui chiede spiegazioni a Gesù è il termine ‘prossimo’, che letteralmente vuol dire colui che è vicino. Per questo Gesù racconta una parabola che è un cammino per trasformare quella domanda, per passare dal chi mi vuole bene? al chi ha voluto bene? La prima è una domanda immatura, la seconda è la domanda dell’adulto che ha compreso il senso della sua vita. La prima domanda è quella che pronunciamo quando ci mettiamo nell’angolo e aspettiamo, la seconda è quella che ci spinge a metterci in cammino”.
Gesù di proposito sceglie una parabola di ‘strada’ per un paragone con la vita: “La parabola che Gesù racconta ha, infatti, come scenario proprio una strada, ed è una strada difficile e impervia, come la vita. E’ la strada percorsa da un uomo che scende da Gerusalemme, la città sul monte, a Gerico, la città sotto il livello del mare. E’ un’immagine che già prelude a ciò che potrebbe succedere: accade infatti che quell’uomo viene assalito, bastonato, derubato e lasciato mezzo morto. E’ l’esperienza che capita quando le situazioni, le persone, a volte persino quelli di cui ci siamo fidati, ci tolgono tutto e ci lasciano in mezzo alla strada”.
Sulla strada si decide ad essere ‘umani’: “La vita però è fatta di incontri, e in questi incontri veniamo fuori per quello che siamo. Ci troviamo davanti all’altro, davanti alla sua fragilità e alla sua debolezza e possiamo decidere cosa fare: prendercene cura o fare finta di niente. Un sacerdote e un levita scendono per quella medesima strada. Sono persone che prestano servizio nel Tempio di Gerusalemme, che abitano nello spazio sacro. Eppure, la pratica del culto non porta automaticamente ad essere compassionevoli. Infatti, prima che una questione religiosa, la compassione è una questione di umanità! Prima di essere credenti, siamo chiamati a essere umani”.
Per il papa la ‘fretta’ della religiosità impedisce la compassione, che non succede al samaritano: “E’ proprio la fretta, così presente nella nostra vita, che molte volte ci impedisce di provare compassione. Chi pensa che il proprio viaggio debba avere la priorità, non è disposto a fermarsi per un altro.
Ma ecco che arriva qualcuno che effettivamente è capace di fermarsi: è un samaritano, uno quindi che appartiene a un popolo disprezzato. Nel suo caso, il testo non precisa la direzione, ma dice solo che era in viaggio. La religiosità qui non c’entra. Questo samaritano si ferma semplicemente perché è un uomo davanti a un altro uomo che ha bisogno di aiuto”.
Quindi la compassione esige gesti concreti, come li compie il samaritano: “La compassione si esprime attraverso gesti concreti. L’evangelista Luca indugia sulle azioni del samaritano, che noi chiamiamo ‘buono’, ma che nel testo è semplicemente una persona: il samaritano si fa vicino, perché se vuoi aiutare qualcuno non puoi pensare di tenerti a distanza, ti devi coinvolgere, sporcare, forse contaminare; gli fascia le ferite dopo averle pulite con olio e vino; lo carica sulla sua cavalcatura, cioè se ne fa carico, perché si aiuta veramente se si è disposti a sentire il peso del dolore dell’altro; lo porta in un albergo dove spende dei soldi, ‘due denari’, più o meno due giornate di lavoro; e si impegna a tornare ed eventualmente a pagare ancora, perché l’altro non è un pacco da consegnare, ma qualcuno di cui prendersi cura.
In conclusione l’invito del papa è quello di una maggior crescita in ‘umanità’: “Cari fratelli e sorelle, quando anche noi saremo capaci di interrompere il nostro viaggio e di avere compassione? Quando avremo capito che quell’uomo ferito lungo la strada rappresenta ognuno di noi. Ed allora la memoria di tutte le volte in cui Gesù si è fermato per prendersi cura di noi ci renderà più capaci di compassione. Preghiamo, dunque, affinché possiamo crescere in umanità, così che le nostre relazioni siano più vere e più ricche di compassione. Chiediamo al Cuore di Cristo la grazia di avere sempre di più i suoi stessi sentimenti”.
(Foto: Santa Sede)





























