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Don Diego Di Modugno: il sacerdozio è fedeltà di Dio all’umanità

“Il sacerdozio mantiene ed esprime nel mondo lo svelarsi della vita come scopo. Per il presbitero l’appartenenza a Cristo come ‘Mandato dal Padre’ è la definizione esauriente della propria personalità. Vita e ministero sono così risposta ad un Avvenimento reale, storico ed esistenziale… La missione, negata dal mondo come violenza antilibertaria, nasce dallo struggimento della carità… L’uomo non vive più per se stesso, come affermazione di sé, ma per ‘Colui che è morto e risorto per lui’… Il ‘per chi si vive’ nuovo indica all’interno della figura del tempo e dello spazio il sorgere di una morale nuova. Nuova perché non nasce adeguatamente né dipende da leggi analiticamente scoperte e fondate nei vari dinamismi della natura, ma dal fascino assecondato di un incontro”.

Parto da questo articolo di mons. Luigi Giussani, ‘Il sacerdote di fronte alle sfide radicali della società contemporanea’, pubblicato nel 1995 dal mensile ‘30Giorni’ per un dialogo con il parroco della parrocchia ‘Santa Famiglia’ di Tolentino, nella diocesi di Macerata, don Diego Di Modugno, chiedendo di spiegarci il significato di festeggiare 50 anni di sacerdozio:

“E’ la prova di fedeltà del Signore nei riguardi di un ragazzo, che si è sentito chiamato a seguirLo nella forma concreta del sacerdozio, in quanto ci sono molte forme di vocazione, e constatare la sua fedeltà; così come mi ha riempito di entusiasmo, mettendomi alcune persone vicine appena è apparso il segno della vocazione, questo seme (ecco il motivo per cui si va in seminario a prepararsi ad essere sacerdote) non ha mancato mai Dio fino ad oggi, dopo 50 anni dall’ordinazione sacerdotale, di essere da parte di Dio coltivato, cioè aiutato affinchè ne prenda coscienza delle occasioni offerte.

Di questa Sua fedeltà ringrazio Dio, perché mi dà nuovo slancio, ormai non più giovanile, per un uomo che ha 50 anni di sacerdozio, di chiedere a Dio che mi dia altri anni perché non venga a meno quell’entusiasmo che si vive negli anni della maturità con più consapevolezza anche delle proprie limitazioni. Quanti ripensamenti dopo 50 anni!”

Perché hai scelto la vita sacerdotale?

“Uno non sceglie, uno è scelto. Per questo si usa la parola vocazione, che significa chiamare: è Gesù, inviato dal Padre, che ha scelto i discepoli. Quindi dopo tanti anni Cristo continua a far sorgere il desiderio, attraverso testimonianze che si riceve, di servire il Signore: Dio ti chiama a seguirLo. Io non ho fatto altro che seguire quel desiderio, riconoscendolo autentico in quanto non me lo aspettavo, perché non mi sentivo capace di questo, ma ho detto di sì per arrivare all’ordinazione, che mi sento di rinnovarla ogni volta che celebro la messa”.

‘L’educazione conferma e svolge il cuore dell’uomo, in quanto la coscienza dell’io vive come essenziale esigenza di una totalità. Per cui un punto meno del tutto non appaga la mia ricerca, cioè non appaga il mio ‘cuore’, direi traducendo biblicamente la cosa’: così affermava nel 1996 mons. Luigi Giussani ad una conferenza all’Università di Bologna. Cosa è stato per te l’incontro con mons. Luigi Giussani?

“Nel momento in cui si decide definitivamente deve avere un desiderio: in quel tempo insieme ad altri ragazzi partecipando ai gruppi di Gioventù Studentesca, poi Comunione e Liberazione, ho assaporato la loro compagnia, rendendo più evidente la richiesta di Gesù quando ha scelto me, chiedendo tutta la mia persona, compresa la scelta del celibato. Mi hanno sostenuto le parole di mons. Giussani e gli amici”.

Dalla tua esperienza in quale modo è possibile raccontare che la speranza non delude?

“La speranza è una delle tre virtù teologali, cioè hanno a che fare con Gesù e il Padre. La speranza non è ottimismo; Gesù ha detto che avremo sempre guerre e terremoti, ma c’è Lui che ha guarito i malati e resuscitato i morti: ‘Dove ci sono Io l’uomo può vivere una vita piena’, che ce la dona per grazia Gesù. Quindi la Chiesa ci conduce a vivere la certezza che il mondo sarà salvato e le nostre colpe sono perdonate, perché il Suo aiuto non verrà mai meno e staremo con Lui per sempre nell’eternità.

Siamo certi che Colui che è venuto è presente e si manifesta al mondo e noi saremo con Lui. Se non avessi questa certezza dovrei essere triste. La speranza è che si compirà ciò che Gesù ha cominciato; si sta compiendo ora e si manifesterà nella totale completezza dell’eternità. E staremo con Lui per sempre”.

E’ iniziato il Giubileo, che tu e la parrocchia ‘Santa Famiglia’ avete anticipato di un anno: cosa significa questa parola?

“Giubileo è la disponibilità di Dio al perdono. La certezza è che i peccati sono perdonati, se uno si pente: questa è una certezza data da Dio al popolo. Quindi a chi aveva debiti venivano condonati e si ritornava ad essere persona libera. Questa prassi giubilare è attuale. Con il giubileo è data a tutti la possibilità di un nuovo inizio; grazie alla misericordia di Dio posso ricominciare e non sono solo inchiodato al mio peccato, come dice papa Francesco, ma posso rialzarmi e riprendere a camminare”.    

A colloquio con Giulia Merelli, che ha sviluppato un monologo teatrale sulla Madre di Dio

“Così sono nato; così sono stato fatto figlio. Allora io, e non solo io, ma tutti, i giovani che incontro, con cui medito o meditiamo sul dolore, perché il dolore non sia più isolante come dicevi tu prima, perché non sia più un fatto sul quale si può anche essere tentati di compiacimento ma diventi un fatto liberante, credo e crediamo d’aver capito che il dolore deve portarti, deve condurti sempre, non una volta, magari una volta per tutte, ma quando si dice una volta per tutte, vuol dire per tutti i giorni, per tutte le ore; deve portarti, dicevo, a sentirti figlio del Padre che è Dio e figlio del padre terreno che è il padre carnale d’ognuno di noi”.

Iniziamo dal dialogo tra il drammaturgo Giovanni Testori e mons. Luigi Giussani, ‘Il senso della nascita’ per iniziare un dialogo con Giulia Merelli, insegnante ed attrice, che ha sviluppato un monologo teatrale, scritto e diretto, in cinque atti/clip sulla Madre di Dio, ‘Maria’, quando ha scoperto di essere la Madre di Dio che presto verrà alla luce, come un uomo:

“La realtà è drammatica. Dramma significa azione, quindi la realtà è fatta di azione, non di teoria. Per questo amo il teatro, luogo dove la parola agisce. Con questo, il teatro è necessario alla vita. C’è forse un’esigenza radicale nell’uomo del farsi spettatore di se stesso: vedendo in scena l’azione, comprende che può agire in vista di un orizzonte di senso. E tutto questo è drammatico, non tragico. Se fosse tragico, avremmo un fato che non ci considera, che non si apre alla bellezza delle nostre azioni. Le azioni belle non sono semplici affermazioni esistenziali (soliloqui) ma sono risposte ad altre azioni (dialoghi), ad incontri che hanno in sé la caratteristica del possibile”.

Perché un monologo su Maria?

“Ho scritto un monologo su ‘Maria’ qualche anno fa, o meglio otto anni fa. Come vedi, il tempo cronologico diventa relativo quando tocchiamo temi spirituali che riguardano il cuore, un luogo senza orologi dove alcune riflessioni valgono continuamente. Ho scritto il monologo mentre ero in una tournée teatrale e sentivo la necessità di prendermi momenti di quiete, occasioni di creatività come dimora per il mio sentire profondo.

In quel periodo leggevo gli scritti teatrali e i saggi di Giovanni Testori, drammaturgo milanese convertitosi al cattolicesimo. ‘Il senso della nascita’, dialogo tra Testori e Giussani, mi ha particolarmente toccata, rivelando l’importanza della nostra presenza nel mondo come evento voluto, non casuale. Poi, ho preso i suoi monologhi sulla nascita, da ‘Factum est’ ad ‘Interrogatorio a Maria’. Quest’ultimo scritto rivela la bellezza semplice di una donna che si apre alla realtà.

Penso che il fatto di cercare Maria, in un momento per me estraniante dove ero chiamata a relazioni continue, quindi ad affacciarmi continuamente verso richiami esterni, mi abbia permesso di rintracciare, in me stessa, quella semplice disposizione d’animo con la quale lei stessa si è disposta di fronte agli avvenimenti della sua esistenza. Maria è una donna che avrebbe potuto dire no e ha detto sì, avanzando con un sentimento intimo e senza sprecare parole, senza disperdersi, senza cercare rassicurazioni o condizionamenti altrove. In sostanza, penso che instaurare un dialogo con questa donna significhi dare fiducia alla propria autocoscienza”.

Quale significato ha il fatto che il ‘Verbo si è fatto carne’?

“Se ci pensiamo, il nostro modo di conoscere in alcuni casi procede attraverso le dimostrazioni scientifiche. E più diventiamo adulti più rischiamo di affidarci esclusivamente al procedimento razionale pensando che sia solo la dimostrazione immediata garante di conoscenza. Tuttavia, se volgiamo lo sguardo verso un bambino, scopriremo che la sua intuizione precede persino l’abilità di nominare il mondo circostante.

Un esempio lampante è quando un bambino riesce a discernere se l’adulto che lo guarda lo fa con sincera lealtà o con banale superficialità. Chi ha illuminato la mente del bambino riguardo l’esistenza di rapporti autentici? Cosa permette a un bambino di comprendere la serietà con cui l’adulto si rapporta a lui? Non di certo lo studio, né tantomeno l’esperienza che è ancora iniziale.

Ecco allora che risulta sensato soffermarci a considerare la maternità di Maria non solo come un evento biologico, ma come manifestazione di un’intuitiva capacità di conoscenza. Maria, nel momento in cui accoglie il mistero di Dio che le si propone, sta accogliendo la possibilità di amare la realtà cioè di accogliere la realtà anche quando sfugge al controllo. Esistono interpretazioni dell’arte sacra che riconoscono nella forma dell’orecchio una versione in miniatura dell’utero: l’ascolto può diventare un atto generativo di vita”.

Quindi l’ascolto apre all’incontro?

“Di fatto, ogni volta che ci disponiamo di fronte all’altro in un sincero ascolto e non anteponiamo all’ascolto le nostre affermazioni o certezze, scopriamo sempre e in ogni volta che accade un fatto non previsto prima. Se anche l’altro che si consegna al nostro ascolto, apre sé stesso con sincerità sta permettendo che avvenga l’incontro.

Ho menzionato i bambini perché essi, non ancora difesi dalla razionalità con cui, spesso, gli adulti stabiliscono che il mondo è il colpevole delle loro offese subite, sono sinceramente aperti e disposti all’incontro. Vorrebbero semplicemente essere amati, guardati, insomma essere accompagnati come esseri umani pieni di valore nella realtà, per diventare grandi (capaci di aiutare sé stessi e gli altri).

Ecco che, invece crescendo, spesso accadono le offese, i torti, si subiscono oltraggi e se arrecano ad altri, ciascuno usurpa l’altro, si usurpano i figli, i genitori, le  persone amate, gli amici, i troni, i poteri, perché forse ci si vuole rivalere di un rapporto o più rapporti di fiducia spezzati. Quindi la razionalità diventa lo schema che io antepongo alla vita prima ancora che la vita, nel suo procedere, possa davvero sorprendermi, proponendomi incontri che non rientrano minimamente in quanto io avevo già pianificato”.

In quale modo il Verbo diventa esperienza d’amore?

“Il Verbo fatto carne è l’esperienza di amore divino che entra nell’umano per confortarlo delle offese subite, per ravvivare la coscienza che non tutto è perduto ma si può ancora vivere una vita felice. Il cristiano crede che gli incontri fra gli uomini possano generare un fatto d’amore che trascende le loro stesse volontà per cui se ci si dispone ad accogliere la realtà stessa dell’incontro come qualcosa da accudire, non da gestire, e con sincera apertura, è inevitabile che accada qualcosa di bello, fosse anche perché semplicemente di non premeditato.

Il verbo è un’azione, come spiega l’etimo, ma è anche una parola, infatti se io dico: ‘ti amo’, sto penetrando la coscienza dell’altro formando anche la sua identità, contribuendo a lenire le sue ferite di non amore. Il verbo può agire come un balsamo per le ferite dell’anima, ma può anche trasformarsi in un frastuono vacuo, chiacchiere, in cui il sacro mistero si dissolve e la comprensione diventa un’illusione. In questa moderna era, riabbracciare la fedeltà alla propria esperienza, dove la parola pronunciata risuona in perfetta armonia con le azioni intraprese o accolte, diventa un’impresa ardua.

Per questo si cerca spazio nel divino: sorge un bambino, un inizio di vita, che sfida la nostra consapevolezza limitata e la nostra mancanza di sincerità con noi stessi. Egli emerge come un promemoria vivente, un monito che la vera essenza della nostra esistenza risiede nella nostra capacità di accogliere con umiltà e apertura il dono dell’amore incondizionato”.

Il Verbo si fa carne: è possibile raccontarlo in teatro?

“Certamente. L’arte è un modo creativo di conoscere, pertanto quando io creo devo necessariamente aprirmi come una madre si apre alla vita. L’immagine della madre è l’immagine di ogni essere vivente che decide ancora di essere generatore di altro. Il teatro, luogo dove le relazioni umane vengono messe in scena e quindi dove tutti gli inghippi e le soluzioni di queste relazioni sono sottolineate davanti allo sguardo degli spettatori, l’esperienza dell’amore che supera il conflitto e genera nuove possibilità di vita è certamente un orizzonte ideale a cui tendere quando si scrive un testo drammaturgo. Questo non deve diventare una pretesa moralizzante verso chi guarda, ma appunto costituire un orizzonte, un traguardo che potrebbe non essere raggiunto.

Allo stesso modo, nel caso della recitazione è possibile fare l’esperienza del Verbo che si fa carne: talvolta accade che un attore si senta amato e compreso dal personaggio che interpreta, come se la parola scritta prendesse vita attraverso di lui. Questo fenomeno di immedesimazione rende il teatro un mezzo potentissimo per raccontare il mistero dell’incarnazione. Quando un attore riesce a incarnare il Verbo, trasmette al pubblico non solo la storia di un personaggio, ma anche una verità universale che risuona con l’essenza umana.

Questo incontro tra il divino e l’umano sul palcoscenico diventa un momento di rivelazione, che trascende ogni barriera. In questo modo, il teatro non solo rappresenta la vita, ma diventa esso stesso un atto di creazione e di amore, un luogo dove il mistero della vita si svela e si rinnova continuamente”.

Come è possibile vivere il mistero della vita in un grembo?

“Trovo questa domanda molto delicata. Io non ho fatto nessuna esperienza di maternità biologica, non sono una madre però sono una figlia, un’insegnante ed un’attrice che scrive per il teatro. Mi capita, quando tocco la pancia appena gravida di un’amica o, come accaduto di recente, di mia sorella, che pianga istantaneamente. Il pianto è una commozione immediata per la vita che si sta formando nel grembo che, in pochissimi mesi, si sviluppa e ha già un cuore.

Il fatto che si formi dentro a una donna un altro individuo che avrà una sua identità, con un suo carattere, con desideri e aspirazioni proprie, talenti… è un mistero da onorare e guardare senza tentativi manipolatori. Penso che questo mistero possa essere vissuto come quando si sta di fronte a un fiore bellissimo, vorremmo farlo nostro, ma il fiore è un’entità a sé stante e possiamo solo contemplarlo.

Sostare di fronte a una vita che si forma è cominciare a rispettare l’altro come diverso da sé. Nel mio piccolo, provo a fare questa esperienza con gli studenti e con le cose che scrivo. Con gli studenti perché, seppure sia spesso tentata nel definirli secondo schemi preconfezionati, sento nel contempo la necessità di aprirmi al loro peculiare modo di conoscere, come a un fatto nuovo. Nel secondo caso, ricordo una piacevolissima sensazione quando, scrivendo un testo drammaturgo, sospesi il giudizio per lasciare liberi i personaggi di essere loro stessi, seguendoli per vedere dove sarebbero andati…”.

Allora perchè fidarsi di una Voce?

“Nel profondo di noi, risiede un battito cardiaco originario (è lo stesso della prima volta), un sussurro silente che articola la verità ineludibile: non siamo gli autori della nostra esistenza. Chi ha infuso in noi quel primo scintillio vitale? Se siamo disposti ad accettare che la nostra esistenza non è un prodotto auto-generato, se ci concediamo di ascoltare con attenzione, potremmo percepire la nostra unicità. Se tale percezione risulta difficile, si può iniziare esplorando le nostre passioni, quegli ambiti creativi in cui ci sentiamo autenticamente noi stessi.

Se uno non avesse passioni, può cercare questa possibilità nei rapporti autentici, infatti anche gli altri possono aiutarci ad ascoltare noi stessi (se ci vogliono bene). Fidarsi di quei contesti in cui ci sentiamo veramente liberi, è un percorso per iniziare a realizzare il nostro destino. Dare ascolto a questa voce interiore vale la pena, poiché ci permette di raggiungere la nostra felicità senza cadere vittime di costrizioni esterne che possono ostacolare questo processo”.

‘Una particolare espressione di fiducia nel futuro è la trasmissione della vita, senza la quale nessuna forma di organizzazione sociale o comunitaria può avere un domani’: hanno scritto i vescovi in occasione della 47^ Giornata nazionale per la Vita. Cosa significa trasmettere vita?

“Significa rendere felici sé stessi e di conseguenza gli altri. Più prendo sul serio questo mio desiderio e mi gioco nella realtà tenendo questa asticella alta, senza accontentarmi, tanto più posso aiutare chi mi sta intorno. Il desiderio di felicità dovrebbe essere un respiro quotidiano, una molla che ti risveglia come un bambino impaziente di correre lungo il sentiero di campagna alla ricerca di daini. Spesso, al mattino, mi trovo oppressa, afflitta da antiche ferite, ma non scelgo di restare sottomessa al male, non cedo al ricatto del passato, piuttosto mi muovo a fatica e chiedo la speranza… Sono sempre gli incontri che mi fanno sentire accolta, a prevalere. Più si fa spazio a questo, più la vita ha la meglio sulla depressione”.

Quali sono i riferimenti di questo monologo?

“Molteplici sono stati i testi da cui ho attinto per la costruzione del monologo: ‘Il senso della nascita’, un dialogo tra Giovanni Testori e don Luigi Giussani; ‘Interrogatorio a Maria’ di Giovanni Testori; ‘Lettera a un bambino mai nato’ di Oriana Fallaci; ‘Per una nascita senza violenza’ di Frederick Leboyer; ‘L’arte di amare’ di Erich Fromm; la poesia ‘Supplica a mia madre’ ed il film ‘Vangelo secondo Matteo’ di Pier Paolo Pasolini ed il brano musicale ‘Ave Maria’ di Fabrizio De André. Per chi abbia voglia di visionare il monologo ecco i cinque link a disposizione: https://youtu.be/Pz7UMtrto-Y?si=GHoYbYXP0nEwkWMp;

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco: l’incontro con Gesù svela la vita

Papa Francesco

“Cari fratelli e sorelle, dopo aver meditato sull’incontro di Gesù con Nicodemo, il quale era andato a cercare Gesù, oggi riflettiamo su quei momenti in cui sembra proprio che Lui ci stesse aspettando proprio lì, in quell’incrocio della nostra vita. Sono incontri che ci sorprendono, e all’inizio forse siamo anche un po’ diffidenti: cerchiamo di essere prudenti e di capire che cosa sta succedendo”: in questa seconda catechesi, annullata per la convalescenza a Casa Santa Marta dopo il ricovero di oltre un mese al Policlinico Gemelli per una infezione polimicrobica e una polmonite bilaterale, dedicata a ‘La vita di Gesù. Gli incontri’ il papa si è soffermato sul colloquio fra Cristo e la samaritana.

In questo incontro tra Gesù e la samaritana il papa ha sottolineato l’esperienza fatta da questa donna: “Lei non si aspettava di trovare un uomo al pozzo a mezzogiorno, anzi sperava di non trovare proprio nessuno. In effetti, va a prendere l’acqua al pozzo in un’ora insolita, quando è molto caldo. Forse questa donna si vergogna della sua vita, forse si è sentita giudicata, condannata, non compresa, e per questo si è isolata, ha rotto i rapporti con tutti”.

Tale presenza non è stata casuale, ma scelta proprio da Gesù: “Per andare in Galilea dalla Giudea, Gesù avrebbe potuto scegliere un’altra strada e non attraversare la Samaria. Sarebbe stato anche più sicuro, visti i rapporti tesi tra giudei e samaritani. Lui invece vuole passare da lì e si ferma a quel pozzo proprio a quell’ora! Gesù ci attende e si fa trovare proprio quando pensiamo che per noi non ci sia più speranza. Il pozzo, nel Medio Oriente antico, è un luogo di incontro, dove a volte si combinano matrimoni, è un luogo di fidanzamento. Gesù vuole aiutare questa donna a capire dove cercare la risposta vera al suo desiderio di essere amata”.

E’ un tentativo di dialogo attraverso un desiderio: “Il tema del desiderio è fondamentale per capire questo incontro. Gesù è il primo a esprimere il suo desiderio: ‘Dammi da bere!’. Pur di aprire un dialogo, Gesù si fa vedere debole, così mette l’altra persona a suo agio, fa in modo che non si spaventi. La sete è spesso, anche nella Bibbia, l’immagine del desiderio. Ma Gesù qui ha sete prima di tutto della salvezza di quella donna”.

Inoltre il papa ha sottolineato che nel racconto evangelico l’incontro avviene a mezzogiorno: “Se Nicodemo era andato da Gesù di notte, qui Gesù incontra la donna samaritana a mezzogiorno, il momento in cui c’è più luce. E’ infatti un momento di rivelazione. Gesù si fa conoscere da lei come il Messia e inoltre fa luce sulla sua vita. La aiuta a rileggere in modo nuovo la sua storia, che è complicata e dolorosa: ha avuto cinque mariti e adesso sta con un sesto che non è marito. Il numero sei non è casuale, ma indica di solito imperfezione. Forse è un’allusione al settimo sposo, quello che finalmente potrà saziare il desiderio di questa donna di essere amata veramente. E quello sposo può essere solo Gesù”.

Da tale confidenza il discorso si sposta sulla questione religiosa: “Questo capita a volte anche a noi mentre preghiamo: nel momento in cui Dio sta toccando la nostra vita coi suoi problemi, ci perdiamo a volte in riflessioni che ci danno l’illusione di una preghiera riuscita. In realtà, abbiamo alzato delle barriere di protezione. Il Signore però è sempre più grande, e a quella donna samaritana, alla quale secondo gli schemi culturali non avrebbe dovuto neppure rivolgere la parola, regala la rivelazione più alta: le parla del Padre, che va adorato in spirito e verità… E’ come una dichiarazione d’amore: Colui che aspetti sono io; Colui che può rispondere finalmente al tuo desiderio di essere amata”.

E dall’esperienza di un incontro nasce la missione: “A quel punto la donna corre a chiamare la gente del villaggio, perché è proprio dall’esperienza di sentirsi amati che scaturisce la missione. E quale annuncio potrà mai aver portato se non la sua esperienza di essere capita, accolta, perdonata? E’ un’immagine che dovrebbe farci riflettere sulla nostra ricerca di nuovi modi per evangelizzare”.

Da questo incontro con Gesù nasce la riconciliazione che rigenera la vita: “Il passato non è più un peso; lei è riconciliata. Ed è così anche per noi: per andare ad annunciare il Vangelo, abbiamo bisogno prima di deporre il peso della nostra storia ai piedi del Signore, consegnare a Lui il peso del nostro passato. Solo persone riconciliate possono portare il Vangelo. Cari fratelli e care sorelle, non perdiamo la speranza! Anche se la nostra storia ci appare pesante, complicata, forse addirittura rovinata, abbiamo sempre la possibilità di consegnarla a Dio e di ricominciare il nostro cammino. Dio è misericordia e ci attende sempre!”

Inaugurata a Ruffano la mensa comunitaria per un pasto caldo

Si è svolta lo scorso 12 febbraio presso la Masseria Mariglia, l’inaugurazione della mensa comunitaria ‘Città della Domenica’ a Ruffano, realizzata dalla locale Parrocchia ‘Natività Beata Maria Vergine’, con l’ausilio del GAL Capo di Leuca e della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca attraverso la Caritas Diocesana.

L’evento ha avuto inizio con un incontro pubblico introdotto e moderato da Luana Prontera, che ha visto gli interventi di Antonio Ciriolo, Presidente del GAL Capo di Leuca, del parroco don Nino Santoro e di don Lucio Ciardo, direttore della Caritas diocesana.

A seguire, è stata presentata l’opera ‘Vi voglio bene’, dedicata alla figura del vescovo Tonino Bello, illustrato dal vescovo di Ugento – S. Maria di Leuca, Mons. Vito Angiuli, in dialogo con Paolo Vincenti della ‘Società Storia Patria per la Puglia’: “Servono luoghi di incontro. Luoghi in cui stare insieme e condividere non solo i pasti ma anche le esperienze” ha precisato l’alto prelato.

Antonio Ciriolo ha evidenziato: “L’iniziativa si inserisce in un più ampio progetto promosso dal GAL Capo di Leuca, che mira a coinvolgere le aziende agricole locali, che si trovano in difficoltà nel vendere l’intera produzione e sono costrette a smaltire le eccedenze con costi elevati e impatti ambientali negativi. Grazie al progetto, le aziende potranno destinare il surplus alimentare alle mense comunitarie di Tricase, Ugento e Ruffano, contribuendo così a ridurre gli sprechi e a offrire pasti a basso costo basati su prodotti locali”.

“Tutto funziona se c’è l’idea di collaborare, attraverso il volontariato e l’impegno collettivo” ha precisato don Lucio Ciardo. “Questo posto è strettamente legato alla figura del venerabile don Tonino, che si riposava sotto l’albero delle giuggiole all’ingresso di questo luogo”ha sottolineato don Nino Santoro che ha fortemente voluto la realizzazione della mensa proprio in quel luogo simbolo.

Il problema del cibo è uno dei più drammatici problemi della povertà, nelle grandi città è sempre più facile vedere persone che frugano nei cassonetti dell’immondizia per cercare cibo. Lo scandalo dell’affamato resta un luogo decisivo per la coscienza cristiana a partire dalla parabola evangelica del ricco Epulone che banchettava lautamente mentre il povero Lazzaro giaceva alla sua porta. Anche nelle piccole realtà locali del Capo di Leuca, dar da mangiare è un valore molto antico, diffuso in tutte le culture, perché ha un richiamo diretto al valore della vita.

L’attrezzatura necessaria per completare la cucina della mensa è stata acquistata grazie a un contributo a fondo perduto del GAL Capo di Leuca, nell’ambito del PSR Puglia 2014/2020 – Misura 19 – Sottomisura 19.2 – Azione 3. Servizi per la popolazione rurale nel Capo di Leuca – Bando Intervento 3.2. ‘Mense Collettive’ – Piano di Azione Locale ‘il Capo di Leuca e le Serre Salentine’.

 Tra i nuovi strumenti installati figurano una cappa a parete con motore incorporato, un lavello, un armadio con quattro ripiani, un tavolo, un’affettatrice, un armadio refrigeratore, un armadio congelatore, un cuoci pasta e una friggitrice a gas. Questo ammodernamento permetterà alla mensa di operare in maniera efficiente e di offrire pasti a chi ne ha bisogno.

La collaborazione tra enti religiosi, istituzioni e realtà del territorio rappresenta un modello virtuoso di solidarietà e sostenibilità, capace di rispondere concretamente ai bisogni della comunità, infatti, alla realizzazione della mensa hanno contribuito, oltre alla Parrocchia ‘Natività Beata Maria Vergine’, anche l’Associazione di Promozione Sociale – ETS ‘Made in Soap’ di Ruffano e l’Azienda Agricola ‘Borrello Claudia’ di Salve.

Milano ricorda mons. Luigi Giussani

Ieri sera mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ha presieduto la messa per il 20^ anniversario della morte di don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, e nel 43^ anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione, che prende spunto dalla pagina del Vangelo di Marco con l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci:

“Ma voi, amici miei, non vi accorgete dei quattromila che camminano nel deserto? Non provate compassione per la loro fame, per l’asprezza del cammino, per la lontananza da casa? Ma voi non lasciate interpellare da questo assedio della miseria? Non vi lasciate commuovere da questo attaccarsi a ogni spiraglio di speranza fino a inoltrarsi temerari e incoscienti in una terra desolata?”

Davanti a queste domande di Gesù i discepoli provano a fornire una giustificazione ‘ragionevole’: “I discepoli sono però persone ragionevoli. I discepoli sono persone assennate e previdenti. I discepoli presentano a Gesù le buone ragioni del loro atteggiamento. I discepoli rispondono: che possiamo farci noi? Abbiamo così poco! siamo così pochi! I discepoli assennati dichiarano la loro impotenza. I bisogni della gente sono troppo enormi, le miserie sono troppo sproporzionate alle nostre risorse. Tanto vale non pensarci, tanto vale lasciare che la gente vada al suo destino. Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo diventare indifferenti. Indifferenza”.

Una risposta che mostra una chiusura: “I discepoli rispondono: noi dobbiamo pensare a noi stessi. Noi abbiamo preso il pane per noi. Non siamo gente sprovveduta come questa folla. Noi ci aiutiamo tra noi. Importante è la buona qualità dei nostri rapporti, la coesione del gruppo. Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo essere uniti e pensare a noi stessi. Autoreferenzialità”.

Il giudizio dei discepoli è escludente: “I discepoli rispondono: questi 4.000 non meritano la tua compassione, Signore. E neppure la nostra. Sono gente inaffidabile: oggi entusiasti e domani indifferenti, oggi pronti a seguirti nel deserto e domani pronti a condannarti a morte. La gente è stupida. La gente è sedotta da ogni illusione: oggi seguono te e domani seguiranno il primo che passa. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo chiamare le cose con il loro nome e giudicare il mondo per quello che è. Giudizio e disprezzo”.

Però è anche una risposta che sa di scoraggiamento: “I discepoli rispondono: per quanto ci diamo da fare, non riusciremo mai a risolvere il problema. Noi sentiamo compassione, ma la nostra compassione non produce pane. Noi abbiamo cercato in tutti i modi di farci carico dei bisogni della gente, abbiamo fatto di tutto per dare un aiuto e indicare una strada. Ma non ci hanno ascoltato, ma il nostro sforzo non ha prodotto risultati. Siamo preoccupati, ma impotenti. Scoraggiamento”.

Per questo il vangelo ha sottolineato il valore del numero, che è quello dell’inadeguatezza, ma anche della sovrabbondanza: “I discepoli che con molti argomenti assennati hanno dichiarato la loro inadeguatezza di fronte ai 4.000 dichiarano quello di cui dispongono: sette pani. Il numero sette è il numero della inadeguatezza. Il numero della povertà. Per i discepoli è l’argomento della loro inerzia. Per Gesù è quello che basta per saziare la gente numerosa e affamata. E portarono via i pani avanzati: sette sporte. Il numero sette diventa il numero della sovrabbondanza”.

E questa è anche la storia di Comunione e Liberazione: “La storia del movimento di Comunione e Liberazione è ancora una conferma di quest’opera di Dio, della fecondità dell’affidamento al Signore Gesù. Si potrebbe dire che noi siamo ‘quelli del numero sette’. ‘Quelli del numero sette’ sono quelli disponibili alla conversione nell’incontro con Gesù: per la sua parola e la sua grazia si convertono dalla indifferenza alla compassione, dall’autoreferenzialità alla docilità, dal giudizio sprezzante al discernimento benevolo, dallo scoraggiamento alla fiducia e allo stupore”.

Sono coloro che si mettono a ‘disposizione’: “Quelli del numero sette sono quelli che vivono la docilità operosa: non hanno un loro programma, ma si prestano con prontezza e generosità a servizio della compassione di Gesù. Si danno da fare e, immagino, facendo si entusiasmano, si rendono conto delle meraviglie che il Signore sa operare, distribuiscono ogni pane come un punto esclamativo, come un segno di sollecitudine, come l’invito alla gratitudine. Ogni pane, ogni dono è rivelazione e vocazione a riconoscere Gesù e a convincersi che vale la pena di seguirlo. Seguendo Lui non manca nulla”.

E ‘non buttano via niente’: “Le sette sporte della sovrabbondanza hanno contribuito a far apprezzare il numero sette come il segno di una completezza, tutto il tempo è dentro i sette giorni della settimana e il numero sette descrive tutti gli aspetti della vita cristiana attraverso i sacramenti, le opere di misericordia, le virtù da praticare e i vizi da evitare, fino agli angeli del tempo ultimo”.

Questa è anche la testimonianza da mons. Giussani, che ha chiesto sempre l’unità: “Quelli del numero sette sono quindi quelli che praticano l’arte del tenere insieme, dell’abbracciare tutti, del fare delle differenze una ricchezza, anche dentro la complessità delle nostre comunità, anche dentro le vicende del Movimento Queste caratteristiche di quelli del numero sette possono facilmente riconoscersi in alcuni tratti dell’esperienza di fede e della vita e testimonianza di don Giussani”. (Foto: Arcidiocesi di Milano)

Giornata del Malato: la speranza rende forti nella tribolazione

“Celebriamo la XXXIII Giornata Mondiale del Malato nell’Anno Giubilare 2025, in cui la Chiesa ci invita a farci ‘pellegrini di speranza’. In questo ci accompagna la Parola di Dio che, attraverso San Paolo, ci dona un messaggio di grande incoraggiamento: ‘La speranza non delude’, anzi, ci rende forti nella tribolazione”: alcuni giorni fa è stato reso noto il messaggio di papa Francesco, redatto in occasione della XXXIII Giornata Mondiale del Malato, che si celebra martedì 11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, con il titolo tratto dalla lettera di san Paolo ai Romani: ‘La speranza non delude e ci rende forti nella tribolazione’.

Però per l’Anno Giubilare la celebrazione di questa Giornata a livello mondiale si terrà il prossimo anno al Santuario Mariano della Virgen de Chapi, di Arequipa, in Perù, mentre il Giubileo degli Ammalati e del Mondo della Sanità, si svolgerà sabato 5 e domenica 6 aprile, ed il Giubileo delle Persone con Disabilità avrà luogo lunedì 28 e martedì 29 aprile.

Le parole dell’Apostolo delle Genti sono ‘consolanti’ che però nel malato possono generare alcune domande: “Ad esempio: come rimanere forti, quando siamo toccati nella carne da malattie gravi, invalidanti, che magari richiedono cure i cui costi sono al di là delle nostre possibilità? Come farlo quando, oltre alla nostra sofferenza, vediamo quella di chi ci vuole bene e, pur standoci vicino, si sente impotente ad aiutarci? In tutte queste circostanze sentiamo il bisogno di un sostegno più grande di noi: ci serve l’aiuto di Dio, della sua grazia, della sua Provvidenza, di quella forza che è dono del suo Spirito”.

Il messaggio è un invito “a riflettere sulla presenza di Dio vicino a chi soffre, in particolare sotto tre aspetti che la caratterizzano: l’incontro, il dono e la condivisione”.

Quindi la prima parola consiste nell’incontro con i malati; anche per loro Gesù ha mandato i discepoli: “Gesù, quando invia in missione i settantadue discepoli, li esorta a dire ai malati: ‘E’ vicino a voi il regno di Dio’. Chiede, cioè, di aiutare a cogliere anche nell’infermità, per quanto dolorosa e difficile da comprendere, un’opportunità d’incontro con il Signore.

Nel tempo della malattia, infatti, se da una parte sentiamo tutta la nostra fragilità di creature (fisica, psicologica e spirituale), dall’altra facciamo esperienza della vicinanza e della compassione di Dio, che in Gesù ha condiviso le nostre sofferenze. Egli non ci abbandona e spesso ci sorprende col dono di una tenacia che non avremmo mai pensato di avere, e che da soli non avremmo mai trovato”.

In questo caso la malattia può diventare un’esperienza di consolazione: “La malattia allora diventa l’occasione di un incontro che ci cambia, la scoperta di una roccia incrollabile a cui scopriamo di poterci ancorare per affrontare le tempeste della vita: un’esperienza che, pur nel sacrificio, ci rende più forti, perché più consapevoli di non essere soli. Per questo si dice che il dolore porta sempre con sé un mistero di salvezza, perché fa sperimentare vicina e reale la consolazione che viene da Dio”.

L’altro punto importante riguarda il dono, richiamando alla ‘definizione’ data da Madeleine Delbrêl, che si realizza nella Resurrezione: “Mai come nella sofferenza, infatti, ci si rende conto che ogni speranza viene dal Signore, e che quindi è prima di tutto un dono da accogliere e da coltivare, rimanendo ‘fedeli alla fedeltà di Dio’, secondo la bella espressione di Madeleine Delbrêl.

Non solo, ma il Risorto cammina anche con noi, facendosi nostro compagno di viaggio, come per i discepoli di Emmaus. Come loro, anche noi possiamo condividere con Lui il nostro smarrimento, le nostre preoccupazioni e le nostre delusioni, possiamo ascoltare la sua Parola che ci illumina e infiamma il cuore e riconoscerlo presente nello spezzare del Pane, cogliendo nel suo stare con noi, pur nei limiti del presente, quell’ ‘oltre’ che facendosi vicino ci ridona coraggio e fiducia”.

Quindi dalla speranza e dal dono nasce la condivisione: “I luoghi in cui si soffre sono spesso luoghi di condivisione, in cui ci si arricchisce a vicenda. Quante volte, al capezzale di un malato, si impara a sperare! Quante volte, stando vicino a chi soffre, si impara a credere! Quante volte, chinandosi su chi è nel bisogno, si scopre l’amore! Ci si rende conto, cioè, di essere ‘angeli’ di speranza, messaggeri di Dio, gli uni per gli altri, tutti insieme: malati, medici, infermieri, familiari, amici, sacerdoti, religiosi e religiose; là dove siamo: nelle famiglie, negli ambulatori, nelle case di cura, negli ospedali e nelle cliniche”.

E’ un invito ad apprezzare la bellezza di un gesto, che può rendere ‘diversa’ la vita: “Ed è importante saper cogliere la bellezza e la portata di questi incontri di grazia e imparare ad annotarseli nell’anima per non dimenticarli: conservare nel cuore il sorriso gentile di un operatore sanitario, lo sguardo grato e fiducioso di un paziente, il volto comprensivo e premuroso di un dottore o di un volontario, quello pieno di attesa e di trepidazione di un coniuge, di un figlio, di un nipote, o di un amico caro. Sono tutte luci di cui fare tesoro che, pur nel buio della prova, non solo danno forza, ma insegnano il gusto vero della vita, nell’amore e nella prossimità”.

Affidando i malati alla protezione di Maria, papa Francesco ha ringraziato, oltre ai malati, anche chi è al fianco di chi sta male per tale testimonianza: “Cari malati, cari fratelli e sorelle che prestate la vostra assistenza ai sofferenti, in questo Giubileo voi avete più che mai un ruolo speciale. Il vostro camminare insieme, infatti, è un segno per tutti, ‘un inno alla dignità umana, un canto di speranza’, la cui voce va ben oltre le stanze e i letti dei luoghi di cura in cui vi trovate, stimolando ed incoraggiando nella carità ‘la coralità della società intera’, in una armonia a volte difficile da realizzare, ma proprio per questo dolcissima e forte, capace di portare luce e calore là dove più ce n’è bisogno.

Tutta la Chiesa vi ringrazia per questo! Anch’io lo faccio e prego per voi affidandovi a Maria, Salute degli infermi, attraverso le parole con cui tanti fratelli e sorelle si sono rivolti a Lei nel bisogno: Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”.

P. Giuseppe Scalella: chi ci aiuta a vivere?

“Lo disse Galileo quando scoprì con sorprendente evidenza che la terra girava intorno al sole e non il contrario. Fino ad allora (e siamo nel 1633) tutti credevano il contrario, tanto che i suoi calcoli scientifici gli costarono torture e condanne. La frase potrebbe essere usata ora. Ora che ci si attarda sul conservare abitudini e riti e non ci si accorge che il mondo gira in tutt’altra parte. Sono in tanti a sbraitare e a dire che il mondo di oggi è sordo ai richiami della fede. Io non sono per niente dell’avviso. Al contrario: credo che mai come oggi sia evidente un grido che sale dalla terra e diventa sempre più forte. Dall’altra parte, però, si è sordi ad ascoltarlo e ci si ostina a conservare quello che ormai non risponde più a quel grido. Queste piccole pagine possono aiutare a vincere quella sordità”.

Così inizia  l’opuscolo pro manuscripto, ‘Eppur si muove’, dell’agostiniano p. Giuseppe Scalella, che raccoglie alcuni articoli apparsi nei giornali, che affrontano il senso del cristianesimo nella società contemporanea, tra cui un saggio del 2006 scritto dal card. Joseph Ratzinger, ‘Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l’uomo’: “Forse, nella storia dell’autoemancipazione dell’uomo negli ultimi 150 anni vi furono realmente dei momenti in cui sorse irresistibile l’impressione che l’uomo potrebbe non curarsi del problema di Dio, senza per questo subire danno alcuno; potrebbe lasciarlo da parte, perché si tratta di una questione superflua”.

Partendo da questa ‘tesi’ chiediamo all’autore dell’opuscolo di spiegarci cosa si muove oggi: “Per i più distratti e indifferenti di fronte a quello che sta accadendo sembra che la vita e il mondo si siano fermati. Dal momento che non sanno darsi una spiegazione pensano che chi governa il mondo l’abbia messo in stand by, in attesa che qualcosa cambi in meglio. Intanto loro, i distratti e gli indifferenti, se ne stanno alla finestra a guardare.

Chi invece la vita e il mondo li vivono si accorgono del contrario: che, cioè, ci si sta muovendo verso una nuova epoca che, certamente, non ha ancora mostrato la sua vera identità, ma comunque mostra con evidenza i segni di un cambiamento. Forse la fatica più grossa che si fa è che i cambiamenti sono veloci, non lenti come ci si aspetterebbe, e questo non aiuta a capire bene. C’è però un’altra considerazione da fare: i cambiamenti ci sono ma i più fanno fatica ad adattarsi e allora, con una certa nostalgia, tentano di ritornare a un passato che non può più tornare, e questo crea non pochi problemi, anche a livello psicologico.

Non ritrovare quasi più un tempo in cui le cose non erano come sono adesso crea estraneità e indifferenza. Comunque il sentimento comune che domina non è bello perché tende a demonizzare il presente e a rifiutarlo, senza guardarci dentro. Bisogna guardare dentro la vita per capire il buono che c’è, non limitarsi a quello che appare. Io vedo attualmente un grande bisogno di umanità, che è un guardarsi e accogliersi per quello che si è, con molta libertà. Viviamo in un mondo finto e la gente, specie i più giovani, non lo sopportano.

Ho riscontrato più volte che spesso basta un abbraccio, un sorriso per dare serenità e libertà. C’è un enorme bisogno di essere ascoltati, accolti, amati per quello che si è. Molti pensano che questa sia un’epoca buia, triste, che va verso la rovina. È vero che i fatti ce lo dimostrano, ma dentro i fatti tristi che accadono io vedo un grande grido, una domanda di senso che diventa sempre più evidente. È grande e bella per questo”. 

Il mondo è sordo alla fede?

“Io non direi. Certo, la pratica religiosa sta crollando in modo vertiginoso. Se si guardano le statistiche si rimane davvero sconcertati. Ma è la pratica religiosa in difficoltà, non la fede. La fede non è la pratica religiosa. Troppo spesso le abbiamo identificate ma non è così. La fede fa parte dell’esperienza umana e nasce sempre dopo un incontro. Mai prima. La fede di quelli che seguivano Gesù è nata man mano che lo seguivano. Prima però c’è stato l’incontro con lui, poi la fede. Essa consiste nel dar credito a un incontro nel quale uno scopre se stesso, che cosa si agita nel suo cuore e per che cosa vale la pena vivere.

Quando uno, dentro quell’incontro, scopre che c’è una risposta alle domande della vita, allora scatta la fede. Bisogna dire che proprio questo dinamismo incontro-fede è scomparso quasi del tutto dal tessuto delle nostre comunità cristiane. Oggi andare in una chiesa o in una parrocchia vuol dire trovare tante cose che si praticano e che si ripetono tutti i giorni (la messa, le preghiere, la Caritas…) ma non sempre vuol dire fare un incontro. Non sempre chi fa parte di una comunità cristiana è capace e disposto ad ascoltare ed accogliere l’umanità di una persona che gli si presenta davanti.

La ragione della cosiddetta scristianizzazione io lo vedo solo lì. Non è vero che non si è più cristiani perché il mondo è ateo. Anche se oggi io preferirei definirlo pagano più che ateo. E l’esperienza di Paolo e dei primi cristiani non ci insegna più nulla? Loro sono andati tra i pagani e lì è iniziata l’esperienza del cristianesimo. I primi cristiani hanno avuto problemi con gli ebrei convertiti più che con i pagani, perché gli ebrei avevano già la loro religione da cui facevano fatica a staccarsi. Oggi si può dire la stessa cosa: i cristiani che vivono la missione si trovano in mezzo ai nuovi pagani, che non sono altro che i cristiani diventati pagani. Per questo la missione è difficile. Ma io non direi mai che il mondo è sordo alla fede. Direi piuttosto che è sordo a certe pratiche religiose che non dicono più nulla, ma non alla fede”.

I giovani hanno fame di Dio?

“Certo che ne hanno fame, come tutti. Basterebbe guardare non superficialmente quello che è accaduto a Lisbona ad agosto scorso. Più di 1.000.000 di giovani, accorsi lì da tutto il mondo, per ascoltare un vecchio papa ultraottantenne. E’ chiaro che la fame di Dio non si vede solo lì. Uno ha fame di Dio quando si accorge che la vita gli va stretta, anche se non lo capisce. Siamo soliti puntare il dito contro i giovani perché si drogano e vanno in cerca dello sballo: ma non è fame di Dio quella?

Il problema è che non trovano nessuno in grado di ascoltare quella fame e dare il nutrimento necessario. I giovani che abbandonano la scuola è in crescente aumento – almeno secondo le statistiche. Ci domandiamo mai perché? Non è forse perché non trovano adulti (genitori e insegnanti) capaci di ascoltarli e di amarli? Se io non ascolto un grido o faccio finta di non sentire, come posso rispondere?”

Mons Enrico Trevisi invita ad incontrare Gesù

Nelle settimane scorse il vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, ha consegnato ai fedeli la lettera pastorale ‘Io sono con te’ per invita tutti ad essere ‘pellegrini di speranza’ nell’anno giubilare: “Pellegrini di speranza è un motto che mi piace. Apre squarci di positività e di senso sul futuro. Un cammino che ha una meta e che autorizza la fatica del procedere, insieme, come popolo di Dio. Con lo Spirito di Dio”.

La lettera del vescovo, intitolata ‘Io sono con te’, è un invito a non temere di incontrare Gesù: “La vocazione a cui siamo chiamati è impegnativa. La nostra debolezza suscita apprensione; la nostra fragilità è un dato di fatto: siamo vulnerabili. Le nostre capacità sono del tutto inadeguate. Anche noi credenti siamo esposti al rischio della riduttiva logica delle prestazioni volontaristiche che ci fanno appoggiare su noi stessi (il papa parla di neo-pelagianesimo). Invece siamo chiamati a guardare a Gesù, ‘Admirantes Iesum’, e nella quotidiana esperienza mistica dell’essere con Gesù ci sappiamo nell’amore del Padre per camminare con lo Spirito, dentro le testimonianze che ci aspettano”.

Nella lettera mons. Trevisi sottolinea che Gesù non abbandona nessuno: “Gesù non ci lascia orfani, cioè soli, nell’affrontare i nostri giorni complicati. Dal Padre e dal Figlio, per il tramite del Figlio ci è dato lo Spirito Paraclito: dove ‘Paraclito’ (che ora la nuova edizione della Scrittura non traduce) richiama una presenza amica. E’ Dio (la terza persona della Trinità) chiamato ad esserci sempre vicino, ad esserci sempre a fianco: a difenderci in ogni difficoltà (è l’Avvocato difensore), a consolarci nei nostri fallimenti (è il Consolatore). E’ con noi per rafforzarci quando siamo deboli (è il Medico celeste, è Fortezza) e per illuminare le nostre menti (è Sapienza, Intelletto, Consiglio, Scienza per quando siamo frastornati e rischiamo l’errore). Purifica la nostra relazione con Dio, purtroppo tentata da presunzioni che necessitano Pietà e Timor di Dio”.

La lettera è un invito a guardare Gesù: “Su alcune questioni siamo turbati e inquieti. Non abbiamo la facile soluzione. Forse nelle singole questioni talvolta eccediamo in prudenza o in ingenuità. Ma una cosa è certa. Noi abbiamo una guida. Non siamo soli. Il Signore è con noi. Lo Spirito Paraclito, con la pienezza dei suoi doni, sempre ci assiste.

Con passione siamo chiamati a trasmettere questa verità ai ragazzi e ai giovani, a chi crede e a chi non crede, ai poveri e agli esclusi. Noi teniamo gli occhi fissi su Gesù. E così (per grazia, per lo Spirito Santo che ci è dato) guardiamo al mondo con i suoi occhi e anche scopriamo quanto Dio ancora sta facendo per noi. E come ancora ci parla: e noi disponibili ad ascoltare la sua Parola, a scrutare i segni della sua presenza viva. I nostri occhi sul mondo piagato (ed anche sulle nostre meschinità e fragilità) devono essere gli occhi di compassione di Gesù. E il nostro cuore deve lasciarsi convertire imparando dal suo cuore”.

L’invito a guardare Gesù significa anche accompagnare gli ‘ultimi’: “Il nostro tenere fisso lo sguardo su Gesù è per imparare da Lui e per ottenere dallo Spirito la forza e la gioia di essere accanto ai fratelli, anche quelli che sbagliano; anche quelli che si sentono esclusi; anche quelli che si sentono falliti, con il suo stile, con il suo cuore, con la sua Grazia. Serve un abbraccio di più, una presenza meno appassita, una tenerezza che accompagni ogni bimbo, un incoraggiamento che fortifichi ogni giovane, tante ‘persone medicina’ che quando le guardi guarisci.

Lo Spirito è per rigenerarci a vita nuova. Se invece i cuori e le parole trasudano diffidenza, aggressività e indifferenza vuol dire che occhi e cuore non sono fissi su Gesù. Le nostre comunità, accogliendo lo Spirito Santo, debbono essere piene di ‘persone medicina’, di compagnie rassicuranti, di testimoni che incarnano la Parola di Gesù e la spezzano nel quotidiano ‘amatevi come io vi ho amati’ (cf. Gv 13,34)”.

La lettera è un invito ad essere ‘pellegrini di speranza’: “Siamo chiamati ad attingere la speranza nella Grazia di Dio. E per questo numerosi saranno gli appuntamenti che ci vedranno attenti a celebrare la Parola del Signore, solleciti nel sacramento della Riconciliazione e riconoscenti nel sacramento dell’Eucaristia. Attenti anche ad invitare persone che fanno parte delle nostre comunità ma che talvolta rischiamo di lasciare un po’ in ombra, magari per le difficoltà logistiche o per le più diverse ragioni che ci rendono frettolosi nei confronti di chi chiede tempi più lenti, parole più meditate, cuori più compassionevoli”.

Essere ‘pellegrini di speranza’ attraverso i ‘segni’: “Radicati nel Signore saremo sollecitati a dare segni di speranza a chi vive il dramma della guerra e delle innumerevoli ingiustizie e iniquità tra i popoli, alle giovani coppie che faticano a vivere l’entusiasmo del trasmettere la vita (l’inverno demografico è uno dei maggiori indici di difetto di speranza), ai detenuti che vivono indegne condizioni nelle nostre carceri, agli ammalati che si trovano nelle case o negli ospedali, ai giovani e al loro futuro che può di nuovo riaccendersi nell’entusiasmo che si fonda in Dio e nel suo amore”.

‘Pellegrini di speranza’ nella ferialità: “Segni di speranza siamo tutti chiamati ad esserlo nella nostra ferialità. Tutti, nessuno escluso. Prima di inventare iniziative strane, noi siamo chiamati a diventare ‘segni di speranza’. Le iniziative sono utili, ma anche sempre precarie e insufficienti. Ciascuno di noi è chiamato a divenire un ‘segno di speranza’: su questo dovremo fermarci a riflettere, e convertirci”.

Ma ‘pellegrini di speranza’ si diventa se ci si prende cura anche della vita spirituale: “Cogliamo il Giubileo come l’occasione, l’appello a prenderci cura della nostra vita spirituale: è un anno speciale e allora diamoci un tempo speciale per la preghiera e il silenzio e l’Adorazione eucaristica con cui guardiamo alla vita, a noi stessi, al mondo, con gli occhi del Signore e alla luce della sua Parola.

Osiamo fare scelte di formazione cristiana: è triste se come credenti assecondiamo le mode e la cultura del tempo senza approfondire quanto ci è rivelato nella Scrittura, senza collocarci dentro la grande tradizione della fede che ancora ci aiuta a trovare il cammino delle nostre responsabilità”.

La vita come comunione secondo don Luigi Giussani

“La speranza cristiana è un giudizio storico che trae da un avvenimento storico il suo criterio (avvenimento storico immediato nella propria vita, da riconoscere, e mediato nel passato preciso di duemila anni fa) e che nel tempo della storia trova la sua conferma, e nella completezza della fine della storia troverà la sua evidenza senza nube. E’ questo il valore della speranza cristiana, è questa la verità, la misura della verità, nella nostra vita, di ‘Cristo nostra speranza’.

E’ in quella misura che noi possiamo inserirci nella storia come fattori trasformanti, incidenti, determinanti il volto del mondo, il moto degli uomini. E, a differenza di qualunque altro intervento, di qualunque altra incidenza, tanto più potente risulterà questo nostro influsso sulla società e sul mondo, quanto più in noi la prestazione avverrà nella pace, perché non è sulle nostre forze di immaginazione, di pensiero, di dedizione, di sacrificio, di intelligenza e d’azione, che tutte le nostre azioni poggiano o poggeranno, ma è su un Altro, su un forte Amico che, dal profondo della storia di duemila anni fa, irresistibilmente viene, emerge dentro la nostra esistenza”.

Questa riflessione è tratta dal nuovo volume di mons. Luigi Giussani, ‘Una rivoluzione di sé. La vita come comunione (1968-1970)’, nella cui prefazione il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, prof. Davide Prosperi, docente di biochimica all’università Bicocca di Milano, ha scritto: “Ma la forza dirompente della proposta giussaniana si rivela intatta nella situazione presente, di fronte ai suoi limiti e al- le sue urgenze, ai disagi e alle solitudini che la feriscono, con nuove e forse più insidiose forme di individualismo, determinate dall’azione pervasiva delle tecnologie e dalle profonde lacerazioni del tessuto sociale, con la conseguente mancanza di luoghi generativi dell’umano. Solo un cristianesimo fedele alla sua natura può infatti costituire un concreto punto di riscatto e di speranza per una umanità così affaticata, alla ricerca travagliata e oscillante di una via”.

Partendo da queste affermazioni gli chiediamo di raccontarci il carisma di don Luigi Giussani: “Don Giussani è stato un uomo di grande carisma, capace di toccare il cuore di migliaia di giovani. ‘Aveva intuito, non solo con la mente ma con il cuore, che Cristo è il centro unificatore di tutta la realtà, è la risposta a tutti gli interrogativi umani, è la realizzazione di ogni desiderio di felicità, di bene, di amore, di eternità presente nel cuore umano.

Lo stupore e il fascino di questo primo incontro con Cristo non lo hanno più abbandonato’, ha ricordato papa Francesco durante l’udienza concessa a Comunione e Liberazione in piazza san Pietro il 15 ottobre 2022 nel centenario della nascita di don Giussani. Per lui il cristianesimo era un incontro, qualcosa di sperimentabile qui e ora in ogni ambito dell’esistenza.

L’essenza del nostro carisma si esprime ancora oggi nelle dimensioni fondamentali della cultura, della carità e della missione. E la visione integrale del carisma (la scoperta dell’intero carisma) è la meta costante del nostro cammino come movimento: per questo seguiamo con fiducia e stima la strada che costantemente la Chiesa ci indica”.

Per quale motivo aveva a cuore i giovani?

“Don Giussani cominciò la sua attività di ‘educatore al cristianesimo’ nel 1954, entrando come insegnante di religione in un liceo statale, il Berchet di Milano ‘con il cuore tutto gonfio dal pensiero che Cristo è tutto per la vita dell’uomo’, come scrive in ‘Un avvenimento di vita, cioè una storia’. Stupì da subito gli studenti con la sua decisione e al tempo stesso grande umanità, e con la sua proposta rivolta innanzitutto alla ragione e alla libertà di ciascuno.

Li sfidava all’incontro con la bellezza, attraverso la musica, la poesia, la natura, e a non censurare le esigenze fondamentali che costituiscono il cuore dell’uomo. Lo stesso avverrà nei lunghi anni di insegnamento all’Università Cattolica di Milano. Anni dopo, come riportato nel volume ‘Realtà e giovinezza. La sfida’, sarà lui stesso a dire: ‘Ho quasi 64 anni ed anch’io sono passato per la vostra età e ho un po’ la presunzione di essermela portata dietro… Essere giovani vuol dire avere fiducia in uno scopo. Senza scopo uno è già vecchio. Infatti la vecchiaia è determinata da questo: che uno non ha più scopo.

Mentre chi ha quindici, vent’anni, magari inconsciamente, è tutto teso a uno scopo, ha fiducia in uno scopo. Questo rivela un’altra caratteristica dei giovani. E’ la razionalità. Essi lo sono molto più degli adulti. Un giovane vuole le ragioni. E lo scopo è la ragione per cui uno cammina. Per dire la parola grossa, che può sapere di romantico, l’ideale. Se uno non l’ha, è vecchio’”.

In quale modo don Giussani invitava a vivere il carisma nella Chiesa?

“Una delle cose che mi ha sempre colpito della sua personalità, certamente appassionata ed energica, era il suo costante richiamo alla sequela e all’obbedienza alla Chiesa, al Papa in primis, e all’autorità. Diceva sempre che la più grande virtù dell’amicizia è l’obbedienza. Tra l’altro è proprio parte dell’integralità del carisma la coscienza dell’ecclesialità: il metodo che don Giussani ha sempre indicato è seguire la strada maestra e la strada maestra è indicata oggettivamente da chi guida.

Scriveva nel volume ‘Il movimento di Comunione e Liberazione. 1954-1986’: ‘Il grande strumento del cambiamento del mondo è l’unità ecclesiale, non l’intelligenza della coscienza individuale o la scaltrezza della propria cultura o il progressismo del proprio spirito’. Per lui l’obbedienza non era remissività, ma un legame e un’amicizia dentro cui seguire chi aiuta a camminare verso il destino come amava spesso ripetere”.

Perché diede vita al movimento di Comunione e Liberazione?

“Una risposta la possiamo trovare nelle parole che don Giussani stesso scrisse a san Giovanni Paolo II nel 2004: ‘Non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta’, come è riportato da Alberto Savorana nel volume ‘Vita di don Giussani”.

Recentemente papa Francesco ha invitato a custodire l’unità oltre le ‘interpretazioni personalistiche’: Comunione e Liberazione come vive  quest’unità?

“In obbedienza e cordiale sequela alla Chiesa, come è sempre stato, stiamo lavorando molto sul tema dell’unità così come indicato dal Santo Padre. Le sue parole, che abbiamo accolto con gratitudine, sono state per noi un segno incoraggiante e prezioso della sua amicizia e sono al centro di un percorso che continua nelle nostre comunità a tutti livelli. L’unità non è intesa solo al nostro interno, ma con tutta la Chiesa a partire da chi è chiamato a guidarla.

Questo ci rende liberi nelle correzioni e desiderosi di crescere: da chi ci ama non ci si difende, ma si è grati e disponibili. Io ho capito così il costante richiamo del papa ai movimenti a non essere autoreferenziali. Questo si declina anche in una corresponsabilità nella conduzione del movimento secondo il metodo, valorizzato dal papa, della guida comunionale e in uno slancio più vigoroso nella dimensione culturale e missionaria.

Del resto la questione dell’unità si gioca in tutte le dimensioni e le età della vita e per noi questo significa vivere la comunione, innanzitutto con il papa e con la Chiesa, e poi tra di noi. Perché se è vero che l’unità nasce da un dono, è altrettanto vero che un dono senza adesione, senza uno slancio di sequela autentica, è un dono sprecato”.

(Tratto da Aci Stampa)

XIII  Domenica del Tempo Ordinario: la vita è il più grande dono di Dio

Il brano del Vangelo oggi ci presenta due miracoli operati da Gesù in favore di due donne: una fanciulla il cui padre si presenta a Gesù invocando la guarigione e lo invita a casa perché imponga le sue mani e così sia guarita. La seconda donna è una emorroissa, la donna che soffriva perdite di sangue, come tale ritenuta dalla legge ‘donna impura’; questa silenziosamente, all’insaputa di tutti, si avvicina a Gesù, tace, convinta che se avesse toccato anche solo il mantello di Gesù, sarebbe guarita.

L’elemento centrale è la fede di quel padre e la fede di questa donna: è proprio la fede che Gesù premia in ogni caso. La vita è il più grande dono di Dio; Gesù è il Verbo eterno del Padre, è il Figlio venuto sulla terra per salvare l’uomo. Dio è il Dio della gioia; il cuore di Cristo Gesù si commuove davanti alla sofferenza: Egli infatti è l’autore della vita, di ogni vita; non ha creato la morte e non goda della sofferenza degli altri. La vita non  è governata dal caso, dalla sorte; la nostra personale esistenza è voluta da Dio,  è benedetta da Dio.

Fin dal suo concepimento un figlio è il frutto di una collaborazione umano- divina: un figlio si concepisce solo in tre: l’uomo, la donna e Dio che infonde l’anima spirituale creata a sua immagine e somiglianza. Creato da Dio, l’uomo tende a Dio; purtroppo l’ambiente naturale nel quale viviamo, e di conseguenza anche quello sociale, ha in sé delle profonde cicatrici dovute al peccato, la libertà vissuta in chiave di abuso e superbia: ferite che hanno determinato  il disordine creato dal peccato originale, che la Fede ci ha fatto conoscere.

Dicevano perciò gli antichi: ‘Video bona, deteriora sequor’, il male, ogni male non proviene certamente da Dio, che è bontà e amore, ma è abuso della libertà umana. Il rimedio, l’unico rimedio ce lo offre Cristo Gesù, che è la verità e, come tale, anche la Via sicura e la Vita. Il Vangelo oggi evidenzia la figura mirabile di Gesù che non rimane indifferente di fronte ad un padre, angosciato che supplica il Cristo di guarire la figlia dodicenne ormai in fase terminale.

Accanto si fa largo tra la folla una donna che da dodici anni soffre perdite di sangue ed è considerata da tutti: donna impura; questa nutre la speranza di toccare almeno un lembo della veste di Gesù per essere guarita. Mentre quel padre angosciato prega Gesù, arriva la ferale notizia: tua figlia è morta; Gesù lo tranquillizza: abbi fede, verrò subito a casa tua; nel frattempo l’emorroissa allunga la mano, tocca Gesù e viene subito guarita.

La fede è una luce radiosa: Dio non ha creato né la morte, né la sofferenza: Egli è il Dio della gioia e della vita; così è guarita l’emorroissa, viene restituita alla vita la fanciulla alla quale dice Gesù: ‘Fanciulla, te lo dico io: alzati’ e la restituisce ai genitori. Gesù si lascia toccare dal dolore umano e, laddove trova vera fede, opera  segni di guarigione per insegnarci che Egli è il Dio della vita e della gioia.

E’ necessario, amici, incontrare Cristo Gesù, entrare e vivere nella via tracciata dal Cristo, vero figlio di Dio. L‘ingresso in questa via è il Battesimo , che ci innesta a Cristo da costituire con Lui   una unica nuova realtà: la Chiesa, Il corpo mistico di Cristo Gesù. Spesso purtroppo la nostra Fede vacilla; ci troviamo in tempi di caos, di smarrimento, di confusioni spirituali dove predomina l’edonismo, il piacere, l’orgoglio, l’individualismo. La vita donataci da Dio ha un valore intoccabile, una dignità irrepetibile: ‘Quale grande amore Dio  ci ha dato, scrive l’apostolo Giovanni: da essere chiamati Figli di Dio e lo siamo realmente’ (1 Gv. 3,1).

I cammini tracciati da una cultura senza Dio finiscono sempre con l’essere una cultura contro l’essere umano, cultura di morte; l’incontro con Cristo segna il punto di partenza per la negazione del cammino di morte e per la scelta della vita. E’ necessaria sempre la fede della emorroissa, la fede di quel padre angosciato per riscoprire il nostro Battesimo che ci costituisce figli di Dio, eredi del cielo. La Madonna, consolatrice degli afflitti, ci aiuti a portare un sorriso, una carezza al cuore di quanti incontriamo nel cammino quotidiano. Cristo Gesù è sempre medico e salvatore.

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