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Papa Leone XIV: la spiritualità mariana è essenziale per la vita cristiana
“Negli ultimi giorni, l’accordo sull’inizio del processo di pace ha regalato una scintilla di speranza in Terra Santa. Incoraggio le parti coinvolte a proseguire con coraggio il percorso tracciato, verso una pace giusta, duratura e rispettosa delle legittime aspirazioni del popolo israeliano e del popolo palestinese. Due anni di conflitto hanno lasciato ovunque morte e macerie, soprattutto nel cuore di chi ha perso brutalmente i figli, i genitori, gli amici, ogni cosa. Con tutta la Chiesa sono vicino al vostro immenso dolore… A Dio, unica Pace dell’umanità, chiediamo di guarire tutte le ferite e di aiutare con la sua grazia a compiere ciò che umanamente ora sembra impossibile: riscoprire che l’altro non è un nemico, ma un fratello a cui guardare, perdonare, offrire la speranza della riconciliazione”: prima di concludere la messa per il Giubileo della spiritualità mariana, papa Leone XIV ha recitato in piazza San Pietro la preghiera mariana dell’Angelus con un pensiero per la Terra Santa.
Poi ha rivolto un pensiero anche contro gli attacchi all’Ucraina: “Con dolore invece seguo le notizie dei nuovi, violenti attacchi che hanno colpito diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, provocando la morte di persone innocenti, tra cui bambini, e lasciando moltissime famiglie senza elettricità e riscaldamento. Il mio cuore si unisce alla sofferenza della popolazione, che da anni vive nell’angoscia e nella privazione. Rinnovo l’appello a mettere fine alla violenza, a fermare la distruzione, ad aprirsi al dialogo e alla pace!”
Infine un pensiero per la situazione in Perù: “Sono vicino al caro popolo peruviano in questo momento di transizione politica. Prego affinché il Perù possa continuare nella via della riconciliazione, del dialogo e dell’unità nazionale”.
Nella celebrazione eucaristica il papa ha ripreso le letture odierne, sottolineando la fedeltà di Dio: “Gesù è la fedeltà di Dio, la fedeltà di Dio a sé stesso. Bisogna dunque che la domenica ci renda cristiani, riempia cioè della memoria incandescente di Gesù il sentire e il pensare, modificando il nostro vivere insieme, il nostro abitare la terra. Ogni spiritualità cristiana si sviluppa da questo fuoco e contribuisce a renderlo più vivo”.
In questo giubileo della spiritualità mariana ha sottolineato il tema della guarigione: “La Lettura dal Secondo Libro dei Re ci ha ricordato la guarigione di Naamàn, il Siro. Gesù stesso commentò questo brano nella sinagoga di Nazaret e l’effetto della sua interpretazione sulla gente del paese fu sconcertante. Dire che Dio aveva salvato quello straniero malato di lebbra piuttosto che quelli che c’erano in Israele scatenò una reazione generale”.
Riprendendo un pensiero di papa Francesco il papa ha evidenziato la liberazione dalla malattia della presunzione: “Da questo pericolo ci libera Gesù, Lui che non porta armature, ma nasce e muore nudo; Lui che offre il suo dono senza costringere i lebbrosi guariti a riconoscerlo: soltanto un samaritano, nel Vangelo, sembra rendersi conto di essere stato salvato. Forse, meno titoli si possono vantare, più è chiaro che l’amore è gratuito. Dio è puro dono, sola grazia, ma quante voci e convinzioni possono separarci anche oggi da questa nuda e dirompente verità!”
E la spiritualità mariana è essenziale per la vita cristiana: “Fratelli e sorelle, la spiritualità mariana è a servizio del Vangelo: ne svela la semplicità. L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama. La spiritualità mariana ci immerge nella storia su cui il cielo si è aperto, ci aiuta a vedere i superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti rovesciati dai troni, i ricchi rimandati a mani vuote. Ci impegna a ricolmare di beni gli affamati, a innalzare gli umili, a ricordarci la misericordia di Dio e a confidare nella potenza del suo braccio. Il suo Regno, infatti, viene coinvolgendoci, proprio come a Maria ha chiesto il ‘sì’, pronunciato una volta e poi rinnovato di giorno in giorno”.
Ma Gesù si concentra sul ringraziamento, in quanto la grazia di Dio è per tutti: “I lebbrosi che nel Vangelo non tornano a ringraziare, infatti, ci ricordano che la grazia di Dio può anche raggiungerci e non trovare risposta, può guarirci e non coinvolgerci. Guardiamoci, dunque, da quel salire al tempio che non ci mette alla sequela di Gesù. Esistono forme di culto che non ci legano agli altri e ci anestetizzano il cuore. Allora non viviamo veri incontri con coloro che Dio pone sul nostro cammino; non partecipiamo, come ha fatto Maria, al cambiamento del mondo e alla gioia del Magnificat. Guardiamoci da ogni strumentalizzazione della fede, che rischia di trasformare i diversi, spesso i poveri, in nemici, in ‘lebbrosi’ da evitare e respingere”.
Citando l’esortazione evangelica ‘Evangelii Gaudium’ papa Leone XIV sollecita a mantenere viva la spiritualità cristiana: “Carissimi, in questo mondo assetato di giustizia e di pace, teniamo viva la spiritualità cristiana, la devozione popolare a quei fatti e a quei luoghi che, benedetti da Dio, hanno cambiato per sempre la faccia della terra. Facciamone un motore di rinnovamento e di trasformazione, come chiede il Giubileo, tempo di conversione e di restituzione, di ripensamento e di liberazione. Interceda per noi Maria Santissima, nostra speranza, e ancora e per sempre ci orienti a Gesù, il crocifisso Signore. In lui c’è salvezza per tutti”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a preparare la Pasqua
“Ricorre oggi l’ottantesimo anniversario del bombardamento atomico della città giapponese di Hiroshima, e fra tre giorni ricorderemo quello di Nagasaki. Desidero assicurare la mia preghiera per tutti coloro che ne hanno subito gli effetti fisici, psicologici e sociali. Nonostante il passare degli anni, quei tragici avvenimenti costituiscono un monito universale contro la devastazione causata dalle guerre e, in particolare, dalle armi nucleari. Auspico che nel mondo contemporaneo, segnato da forti tensioni e sanguinosi conflitti, l’illusoria sicurezza basata sulla minaccia della reciproca distruzione ceda il passo agli strumenti della giustizia, alla pratica del dialogo, alla fiducia nella fraternità”: anche oggi al termine dell’udienza generale, dopo il messaggio inviato ieri, papa Leone XIV ha ricordato l’80^anniversario dei bombardamenti atomici sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, rivolgendo un appello alla comunità internazionale per la pace.
Mentre nell’udienza generale papa Leone XIV, sempre proseguendo il ciclo giubilare ‘Gesù Cristo nostra speranza’, ha iniziato un ciclo di catechesi dedicate al mistero della passione, morte e risurrezione, riflettendo sulla preparazione della Pasqua chiesta da Gesù ai discepoli dal Vangelo di Marco: “E’ una domanda pratica, ma anche carica di attesa. I discepoli intuiscono che sta per avvenire qualcosa di importante, ma non ne conoscono i dettagli. La risposta di Gesù sembra quasi un enigma: ‘Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua’. I dettagli si fanno simbolici: un uomo che porta una brocca (gesto solitamente femminile in quell’epoca), una sala al piano superiore già pronta, un padrone di casa sconosciuto”.
La minuziosa descrizione è segno dell’amore di Gesù verso gli apostoli: “E’ come se ogni cosa fosse stata predisposta in anticipo. In effetti è proprio così. In questo episodio, il Vangelo ci rivela che l’amore non è frutto del caso, ma di una scelta consapevole. Non si tratta di una semplice reazione, ma di una decisione che richiede preparazione. Gesù non affronta la sua passione per fatalità, ma per fedeltà a un cammino accolto e percorso con libertà e cura. E’ questo che ci consola: sapere che il dono della sua vita nasce da un’intenzione profonda, non da un impulso improvviso”.
Ed anche la ‘sala pronta’ indica la cura dei particolari per rendere bella l’accoglienza: “Quella ‘sala al piano superiore già pronta’ ci dice che Dio ci precede sempre. Ancor prima che ci rendiamo conto di avere bisogno di accoglienza, il Signore ha già preparato per noi uno spazio dove riconoscerci e sentirci suoi amici. Questo luogo è, in fondo, il nostro cuore: una ‘stanza’ che può sembrare vuota, ma che attende solo di essere riconosciuta, colmata e custodita”.
Però, nonostante che sia tutto pronto, Gesù chiede agli apostoli collaborazione: “La Pasqua, che i discepoli devono preparare, è in realtà già pronta nel cuore di Gesù. È Lui che ha pensato tutto, disposto tutto, deciso tutto. Tuttavia, chiede ai suoi amici di fare la loro parte. Questo ci insegna qualcosa di essenziale per la nostra vita spirituale: la grazia non elimina la nostra libertà, ma la risveglia. Il dono di Dio non annulla la nostra responsabilità, ma la rende feconda”.
Gesù propone la stessa cosa oggi nell’Eucarestia: “Non si tratta solo della liturgia, ma della nostra disponibilità a entrare in un gesto che ci supera. L’Eucaristia non si celebra soltanto sull’altare, ma anche nella quotidianità, dove è possibile vivere ogni cosa come offerta e rendimento di grazie. Prepararsi a celebrare questo rendimento di grazie non significa fare di più, ma lasciare spazio. Significa togliere ciò che ingombra, abbassare le pretese, smettere di coltivare aspettative irreali”.
Il papa ha sottolineato che i preparativi sono necessari per un incontro: “Troppo spesso, infatti, confondiamo i preparativi con le illusioni. Le illusioni ci distraggono, i preparativi ci orientano. Le illusioni cercano un risultato, i preparativi rendono possibile un incontro. L’amore vero (ci ricorda il Vangelo) si dà prima ancora che venga ricambiato. È un dono anticipato. Non si fonda su ciò che riceve, ma su ciò che desidera offrire. È ciò che Gesù ha vissuto con i suoi: mentre loro ancora non capivano, mentre uno stava per tradirlo e un altro per rinnegarlo, Lui preparava per tutti una cena di comunione”.
Perciò il papa ha invitato a vivere la Pasqua nella vita: “Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo invitati a ‘preparare la Pasqua’ del Signore. Non solo quella liturgica: anche quella della nostra vita. Ogni gesto di disponibilità, ogni atto gratuito, ogni perdono offerto in anticipo, ogni fatica accolta pazientemente è un modo per preparare un luogo dove Dio può abitare. Possiamo allora chiederci: quali spazi nella mia vita ho bisogno di riordinare perché siano pronti ad accogliere il Signore? Cosa significa per me oggi ‘preparare’? Forse rinunciare a una pretesa, smettere di aspettare che l’altro cambi, fare il primo passo. Forse ascoltare di più, agire di meno, o imparare a fidarmi di ciò che già è stato predisposto”.
E preparando si scoprono i segni: “Se accogliamo l’invito a preparare il luogo della comunione con Dio e tra di noi, scopriamo di essere circondati da segni, incontri, parole che orientano verso quella sala, spaziosa e già pronta, in cui si celebra incessantemente il mistero di un amore infinito, che ci sostiene e che sempre ci precede. Che il Signore ci conceda di essere umili preparatori della sua presenza. Ed, in questa disponibilità quotidiana, cresca anche in noi quella fiducia serena che ci permette di affrontare ogni cosa con il cuore libero. Perché dove l’amore è stato preparato, la vita può davvero fiorire”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ha ricordato ai carabinieri la fedeltà
“Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci consegna l’autentico significato cristiano di queste due parole. Fratello e sorella sono nomi di relazione, che ripetiamo spesso nella liturgia come saluto, come segni di prossimità e di affetto. Gesù, il Figlio unigenito di Dio, ne spiega il senso in relazione a sé e al Padre suo, rivelando un legame più forte del sangue perché ci coinvolge tutti, accomunando ogni uomo e ogni donna. Tutti, infatti, siamo davvero fratelli e sorelle di Gesù quando facciamo la volontà di Dio, cioè quando viviamo amandoci gli uni gli altri, come Dio ha amato noi”: questa mattina papa Leone XIV, visitando il Comando dell’Arma di Castel Gandolfo, ha presieduto una celebrazione eucaristica alla presenza del ministro della Difesa italiano Crosetto e del comandante generale dei Carabinieri Luongo, con un invito a rispondere alla violenza con la legge.
Per questo ha ricordato che ogni relazione di Dio è un dono: “Ogni relazione che Dio vive, in sé e per noi, diventa così un dono: quando il suo unico Figlio diventa nostro fratello, il Padre suo diventa Padre nostro e lo Spirito Santo, che unisce il Padre e il Figlio, viene ad abitare nei nostri cuori. L’amore di Dio è tanto grande che Gesù non tiene per sé neanche sua madre, consegnando Maria come madre nostra, nell’ora della croce”.
Riprendendo le parole di sant’Agostino il papa ha sottolineato la necessità di essere discepoli di Gesù: “Solo chi vive di una dedizione così piena può affermare: ‘chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre’. In particolare, queste parole ci fanno capire che Maria diventa madre di Gesù perché ascolta la parola di Dio con amore, la accoglie nel proprio cuore e la vive con fedeltà.
Commentando il brano del Vangelo ora ricordato, sant’Agostino ha perciò scritto che ‘vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché madre di Cristo’. Difatti, ‘Maria fu beata, poiché ascoltò la parola di Dio e la mise in pratica’. Il senso della vita di Maria è custodito nella fedeltà alla Parola ricevuta da Dio: il Verbo della vita da lei accolto, portato in grembo e donato al mondo”.
Ricordando il 75^ anniversario della proclamazione della Vergine fedele a patrona dell’Arma dei Carabinieri, papa Leone XIV ha sottolineato che nel 1949, la fedeltà di Maria verso Dio diventava modello per ogni carabiniere: “Proprio da Castel Gandolfo, nel 1949 il mio venerato predecessore papa Pio XII accolse questa bella proposta del Comando generale dell’Arma. Dopo la tragedia della guerra, in un periodo di ricostruzione morale e materiale, la fedeltà di Maria verso Dio diventava così modello della fedeltà di ogni Carabiniere verso la Patria e il popolo italiano”.
Ecco, quindi, l’impegno del carabiniere per la tutela della sicurezza del cittadino: “Questa virtù esprime la dedizione, la purezza, la costanza dell’impegno per il bene comune, che i Carabinieri tutelano garantendo la pubblica sicurezza e difendendo i diritti di tutti, specie di coloro che si trovano in condizioni di pericolo. Esprimo perciò profonda gratitudine per il nobile e impegnativo servizio che l’Arma rende all’Italia e ai suoi cittadini, oltre che a favore della Santa Sede e dei fedeli che visitano Roma: penso specialmente ai molti pellegrini di quest’anno giubilare”.
Per il papa la devozione alla Madre di Dio dà risalto al motto dei carabinieri: “La devozione alla Vergine fedele rispecchia inoltre il motto dei Carabinieri, ‘Nei secoli fedele’, esprimendo il senso del dovere e l’abnegazione di ogni membro dell’Arma, fino al sacrificio di sé. Ringrazio dunque le Autorità presenti, civili e militari, per quello che fate nell’adempimento dei vostri compiti: davanti alle ingiustizie, che feriscono l’ordine sociale, non cedete alla tentazione di pensare che il male possa averla vinta. Specialmente in questo tempo di guerre e di violenza, restate fedeli al vostro giuramento: come servitori dello Stato, rispondete al crimine con la forza della legge e dell’onestà. E’ così che l’Arma dei Carabinieri, la Benemerita, meriterà sempre la stima del popolo italiano”.
Infine ha ricordato i carabinieri che hanno sacrificato la vita per compiere il loro dovere: “In questa Eucaristia, mentre celebriamo la passione, morte e resurrezione del Signore, è giusto e doveroso far memoria dei Carabinieri che hanno dato la vita compiendo il proprio dovere: vi affido come esempio il venerabile Salvo D’Acquisto, medaglia d’oro al valore militare, del quale è in corso la causa di beatificazione. In ogni missione, la Virgo fidelis vi accompagni, vegliando amorevole su ciascuno di voi, sulle vostre famiglie e sul vostro lavoro”.
Infatti anche domenica scorsa al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV aveva salutato gli allievi del Corso Carabinieri della Scuola di Velletri, intitolata al venerabile Salvo D’Acquisto: “Vi incoraggio a proseguire il vostro percorso al servizio della patria e della società civile”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco, il pontefice del popolo che ha cambiato il volto della Chiesa
“In questa maestosa piazza di san Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel corso di questi 12 anni, siamo raccolti in preghiera attorno alle sue spoglie mortali col cuore triste, ma sorretti dalle certezze della fede, che ci assicura che l’esistenza umana non termina nella tomba, ma nella casa del Padre in una vita di felicità che non conoscerà tramonto”: alla presenza di oltre 250.000 persone, a cui si sono aggiunte altre 150.000 persone lungo il tragitto fino alla basilica di santa Maria Maggiore, luogo in cui è stato sepolto, in piazza san Pietro si è svolta la messa esequiale di papa Francesco, celebrata dal card. Giovanni Battista Re, decano del Sacro Collegio, che lo ha definito un papa con un cuore aperto a tutti.
Fin dall’inizio del suo pontificato la sua scelta è stata quella di essere pastore delle pecore: “Nonostante la sua finale fragilità e sofferenza, papa Francesco ha scelto di percorrere questa via di donazione fino all’ultimo giorno della sua vita terrena. Egli ha seguito le orme del suo Signore, il buon Pastore, che ha amato le sue pecore fino a dare per loro la sua stessa vita”.
Al francescano p. Fabio Nardelli, docente alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi, abbiamo chiesto di sintetizzare il messaggio che papa Francesco ha lasciato al popolo cristiano: “Guardando al Pontificato di Francesco e, in particolare, agli ultimi mesi di vita, il segno più eloquente che lascia in eredità all’umanità è quello dell’esserci, della sua presenza anche nella sofferenza e nella malattia: visitando, incontrando, accogliendo e soprattutto ‘facendosi prossimo’, anche in quell’ultimo saluto ai fedeli in piazza san Pietro nel giorno di Pasqua. L’esserci ‘fino alla fine’, testimoniando il Vangelo, è segno di una vita appassionata e donata, che rimane la parola più credibile ed efficace”.
‘Iniziamo oggi un nuovo ciclo di catechesi, dedicato a un tema urgente e decisivo per la vita cristiana: la passione per l’evangelizzazione, cioè lo zelo apostolico. Si tratta di una dimensione vitale per la Chiesa: la comunità dei discepoli di Gesù nasce infatti apostolica, nasce missionaria, non proselitista e dall’inizio dovevamo distinguere questo: essere missionario, essere apostolico, evangelizzare non è lo stesso di fare proselitismo, niente a che vedere una cosa con l’altra. Si tratta di una dimensione vitale per la Chiesa, la comunità dei discepoli di Gesù nasce apostolica e missionaria’: così papa Francesco apriva la catechesi dell’udienza generale di mercoledì 11 gennaio 2023. Per quale motivo aveva una tensione missionaria?
“L’esperienza pastorale vissuta in America Latina è stata chiaramente molto determinante, in quanto ha sperimentato in maniera incisiva cosa significhi vivere ‘in mezzo’ al popolo e testimoniando l’amore del Padre che non abbandona nessuno dei suoi figli. Nel suo pontificato ha più volte rilanciato non una ‘metodologia’ missionaria, ma la chiamata a un’esistenza missionaria che è per ‘tutti’ indistintamente, in quanto battezzati e perciò discepoli-missionari”.
‘Il suo cuore aperto ci precede e ci aspetta senza condizioni, senza pretendere alcun requisito previo per poterci amare e per offrirci la sua amicizia: Egli ci ha amati per primo… Per esprimere l’amore di Gesù si usa spesso il simbolo del cuore. Alcuni si domandano se esso abbia un significato tuttora valido. Ma quando siamo tentati di navigare in superficie, di vivere di corsa senza sapere alla fine perché, di diventare consumisti insaziabili e schiavi degli ingranaggi di un mercato a cui non interessa il senso della nostra esistenza, abbiamo bisogno di recuperare l’importanza del cuore’: così si apriva la sua ultima enciclica sull’amore umano e divino di Gesù: ‘Dilexit nos’. Per quale motivo egli ha invitato i cristiani ad essere ‘devoti’ al cuore di Gesù?
“Papa Francesco nella sua ultima enciclica ‘Dilexit nos’parla dell’amore personale del Cristo che viene incontro ad ogni uomo e che riconosce tutti come ‘amici’, non pretendendo alcun requisito. Con questa riflessione ha voluto rilanciare l’amore ‘cristoconformante’, riportandoci alla sorgente dell’amore divino e umano; ed è nel Cuore di Cristo, che ciascuno può riconoscere se stesso e imparare ad amare”.
Nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ papa Francesco ha avvertito la necessità di proporre lo stile ‘fraterno’ che san Francesco d’Assisi ha indicato a chi aveva scelto di seguirlo: ‘Fratelli tutti, scriveva san Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo… Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita’. Quanto è stato importante il suo magistero sull’amicizia sociale?
“L’opzione preferenziale per i poveri non ha costituito una semplice scelta di pastorale sociale, ma è stata posta quale esigenza indispensabile del cammino di evangelizzazione di tutta la Chiesa. Secondo papa Francesco l’impegno sociale non ha un fondamento esclusivamente sociologico ma in primiscristologico in quanto non nasce da imposizioni esterne ma dal mandato missionario di Gesù. L’attenzione alla dimensione sociale dell’evangelizzazione è stata vissuta come un’obbedienza fedele al principio evangelico e al vero significato della missione, secondo cui ogni discepolo è inviato ad annunciare la salvezza opera da Gesù Cristo morto e risorto”.
Quindi, pur apportando novità all’interno della Chiesa, non ha mai ‘tradito’ la dottrina?
“Il pontificato di papa Francesco è stata una grande ‘provocazione’ per coloro che non attendevano più la sorpresa di Dio. Il suo insegnamento può essere considerato, a ragione, un punto di svolta per la Chiesa: in obbedienza alla Scrittura, in continuità con la Tradizione e il Magistero ed, in ascolto dei ‘segni dei tempi’, ha orientato la barca della Chiesa verso prospettive sempre nuove ed aperte all’energia vitale del Vangelo. Guardando agli anni del suo pontificato, si può affermare che, in continuità con il Concilio Vaticano II, egli ha riaffermato l’urgenza missionaria, che è per ‘tutti’! Davvero si può definire il papa del popolo che ha cambiato il volto della Chiesa”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco nel ricordo dell’associazionismo cattolico
Alle ore 9:47 di questa mattina, il card. Kevin Joseph Farrell, camerlengo di Santa Romana Chiesa, ha annunciato la morte di papa Francesco: “Carissimi fratelli e sorelle, con profondo dolore devo annunciare la morte di nostro Santo Padre Francesco. Alle ore 7:35 di questa mattina il Vescovo di Roma, Francesco, è tornato alla casa del Padre. La sua vita tutta intera è stata dedicata al servizio del Signore e della Sua chiesa. Ci ha insegnato a vivere i valori del Vangelo con fedeltà, coraggio ed amore universale, in modo particolare a favore dei più poveri e emarginati. Con immensa gratitudine per il suo esempio di vero discepolo del Signore Gesù, raccomandiamo l’anima di Papa Francesco all’infinito amore misericordioso di Dio Uno e Trino”.
Appena si è diffusa ufficialmente la notizia da tutto il mondo sono giunti messaggi di cordoglio, come quello del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella: “Accanto al dolore per la morte di Papa Francesco, avverto, come ho detto stamani, un senso di vuoto: il senso della privazione di un punto di riferimento cui guardavo. Ha conquistato il mondo, sin dal primo momento, già con la scelta del nome”.
Ed ha ricordato la sua attenzione particolare ai poveri ed al creato: “Come non ricordare ‘Laudato sì’ sull’equità nell’uso delle risorse naturali? O ‘Fratelli tutti’ sulla unicità della famiglia umana? O la sua costante attenzione alle periferie del mondo, ai poveri, ai più deboli, ai migranti? Certamente anche ricordando i suoi avi emigrati dal Piemonte in Argentina. O la sua preghiera da solo in piazza San Pietro nei giorni del covid? Francesco è stato sempre uomo di speranza convinta contro ogni difficoltà. L’ha trasmessa anche nei giorni della sua malattia offrendo un esempio per tutti i sofferenti”.
Un ricordo particolare per i molti incontri avuti in questi anni: “Ricordo con grande riconoscenza le tante occasioni di incontro. La sua visita al Quirinale storica, gli incontri non ufficiali, riservati, personali. Su tutto si impone un pensiero. Quel che ha deciso di fare ieri con la benedizione al mondo, e il giro in piazza, tra i fedeli con il suo ultimo richiamo al principio di umanità, come criterio di condotta per ciascuno. Oggi, appare come un saluto alla Chiesa e alle donne e agli uomini di tutto il mondo”.
E dalla Custodia di Terra Santa giunge una nota in cui si unisce “all’intera Chiesa Cattolica e a tutte le persone di buona volontà nel mondo, elevando preghiere di ringraziamento per la vita, la testimonianza e l’instancabile ministero del Santo Padre. La sua profonda umiltà, il coraggioso impegno per la pace e la costante dedizione ai poveri e agli emarginati hanno lasciato un segno indelebile nella Chiesa e nel mondo. Gratitudine per la vicinanza di Papa Francesco alle comunità cristiane della Terra Santa e per la sua profonda preoccupazione per la pace nella Terra di Gesù. I suoi pellegrinaggi, le parole di riconciliazione e il costante appello alla giustizia e al dialogo tra i popoli e le religioni continueranno a ispirarci nella nostra missione”.
Mentre dall’Italia il Centro Studi ‘Scienza & Vita’ esprime il suo dolore e si unisce alla preghiera di suffragio e di speranza di tutta la Chiesa, rendendo grazie a Dio per il dono prezioso di questo Pastore, che con i suoi insegnamenti e la sua testimonianza, durante tutto il suo Pontificato, ci ha sempre indicato la via del rispetto e della promozione della persona umana, con la sua inviolabile dignità:
“La sua costante denuncia del diffondersi progressivo di quella che lui stesso ha definito come ‘cultura dello scarto’, infatti, è stato per noi un continuo richiamo a tenere desta l’attenzione (mediante la riflessione, lo studio e il dialogo aperto) verso tutte quelle condizioni della vita umana, soprattutto quando è segnata da fragilità e sofferenza, che la espongono al rischio di “esclusione” sociale e culturale, e talvolta persino fisica”.
Il Movimento per la Vita ha ripreso le sue parole del Regina Coeli di ieri: “Non vogliamo parlare di morte, ma di Vita, di nuova nascita. Francesco é entrato nella Vita Eterna mentre risplende la luce calda della Santa Pasqua, mostrando così concretamente quanto siamo vere le parole del suo messaggio al mondo di ieri… Un passaggio che richiama le parole di Giovanni Paolo II, a pochi mesi dalla sua nascita al Cielo…
Al primo posto la vita dell’ uomo, sempre! Quello di ieri, dunque, un ‘testamento’ con la consegna di un impegno, un messaggio forte e appassionato, adesso ancora più credibile perché sigillato dall’ingresso del papa nell’Amore Infinito del Padre la mattina presto del giorno in cui la Chiesa rievoca le parole dell’angelo ‘perché piangere? Non é qui, é risorto!’ Non trascurabile anche la prossimità alla festa della Divina Misericordia che si celebra domenica prossima”.
Ed ha ricordato l’incontro dello scorso marzo: “Tutti riferimenti che illuminano il pontificato di Papà Francesco sulla Vita e sulla Misericordia che egli ha saputo magistralmente unire con lo stile semplice, schietto, comprensibile a tutti, attento anche ai ‘lontani’, con il linguaggio di chi vuole che la Chiesa sia in uscita, che privilegi i poveri, gli ultimi, coloro che si trovano nelle periferie, senza mai trascurare i bambini in viaggio verso la nascita e le loro madri, come mostra il suo magistero sulla vita nascente…
L’8 marzo, in occasione del Giubileo del MpV e del popolo della vita, ci ha detto: ‘c’è ancora e più che mai bisogno di persone di ogni età che si spendano concretamente al servizio della vita umana, soprattutto quando é più fragile e vulnerabile; perché essa è sacra, creata da Dio per un destino grande e bello; e perché una società giusta non si costruisce eliminando i nascituri indesiderati, gli anziani non più autonomi o i malati incurabili’. Grazie, carissimo papa Francesco, noi ci siamo e rinnoviamo il nostro impegno”.
Il presidente dell’associazione ‘Ospitalità Religiosa Italiana’, Fabio Rocchi, lo ha definito il papa dell’ospitalità: “Più volte il Santo Padre aveva stimolato le Case religiose di ospitalità a non trasformarsi in alberghi, aprendo le porte al ristoro dell’anima e non solo del corpo. Da questo invito nel 2015 era nata la nostra Associazione, con lo scopo di affiancare tante comunità religiose e non-profit nel proporsi con un messaggio evangelico universale ed in particolare verso il prossimo in stato di necessità.
Già nel 2016, in occasione del Giubileo straordinario della Misericordia, aveva apprezzato la nostra iniziativa ‘Ospitalità Misericordiosa’ per offrire gratuitamente ai più bisognosi alcuni giorni di vacanza, spronandoci così a proseguire anche negli anni successivi”.
Un particolare ricordo è riservato alla Giornata mondiale dei Bambini: “Per la Giornata Mondiale dei Bambini 2024 avevamo offerto la nostra struttura organizzativa al servizio delle famiglie in arrivo a Roma, coinvolgendo le strutture ricettive religiose ad aprirsi per questa necessità. Dal suo continuo appello all’accoglienza era nata la nostra Carta dei Valori, che vincola l’ospitalità alla Condivisione, alla Familiarità, alla Speranza, all’Amicizia, alla Gentilezza.
Ci resta ora il suo messaggio di Misericordia, germoglio per una realtà che, pur tra mille difficoltà, vuole continuare a rappresentare un’ospitalità lontana dalle logiche commerciali e attenta ai bisogni più profondi di ciascuno”.
Anche mons. Yoannis Lazhi Gaid, già suo segretario e presidente dell’associazione Bambino Gesù del Cairo e della Fondazione della Fratellanza Umana, ha espresso il suo ricordo: “Ho avuto l’immenso privilegio di camminare al Suo fianco, di essere testimone della Sua dedizione senza riserve, della Sua abnegazione sconfinata, della Sua generosità ineguagliabile nel servire Cristo, la Sua Chiesa, l’umanità intera. Ho visto la Sua anima ardere per la pace, la misericordia, la Fratellanza Umana, il dialogo, per ogni angolo di questo mondo”.
Ed ha ricordato il suo servizio instancabile alla Chiesa: “Il Suo servizio petrino, un faro di luce nella notte, ha inciso un segno indelebile nei nostri cuori. Ricordo ogni istante condiviso, ogni conversazione illuminata dalla Sua saggezza, ogni momento in cui, con la Sua sola presenza, ha saputo infondere serenità nelle tempeste più violente. La Sua intelligenza, il Suo spirito di servizio, sono stati un dono inestimabile per la Chiesa, per noi, per tutti coloro che hanno avuto l’onore di conoscerLa”.
Un particolare ricordo è stato offerto dal pellegrinaggio Macerata-Loreto: “In un momento di profondo dolore per la perdita di papa Francesco, ci uniamo in preghiera, grati per il dono del suo pontificato. Noi amici del Pellegrinaggio Macerata-Loreto, con il cuore colmo di riconoscenza, ci affidiamo alla certezza che continuerà ad accompagnarci dal Cielo”.
Altro ricordo particolare è stato espresso dal presidente di ‘Rondine – Cittadella della Pace’, Franco Vaccari: “E’ morto un rondinese, così mi ha scritto stamani uno dei 300 ex studenti di Rondine da uno dei lati tragici delle tante guerre in cui siamo impegnati da quasi trent’anni. E questo annuncio-commento spontaneo rimbalza e riecheggia dall’altro lato della guerra e delle guerre, trovando conferma. Papa Francesco lo sentiamo uno di noi. Papa Francesco, una testimonianza quotidiana che ci ha sorretto e incoraggiato, nel nostro trentennale impegno per dissolvere l’idea del ‘nemico’ e riaprire relazioni, fiducia e speranza”.
Per il presidente papa Francesco è stata “una voce, un riferimento autorevole per tutti gli impegnati a tessere relazioni, a far avanzare la pace e arretrare la guerra. Una vicinanza costante alle vittime di ogni guerra, coinvolto con la stessa forza con tutte le persone, tutti i popoli e con il loro dolore.
Una Parola con cui confrontarsi necessariamente, impossibile da evitare: per la coscienza di ciascuno, oltre le appartenenze, per la politica e le istituzioni che devono servire il bene comune. Un vero leader globale che ha saputo leggere la conflittualità di un mondo che rischia di andare in frantumi e instancabilmente si è speso per il dialogo e la pace.
Ma papa Francesco non ci ha lasciati; per tutti vale la sua eredita feconda, per chi crede nella vita eterna, annunciata nella Pasqua, lui vive e ci attende operoso in quel luogo finalmente senza confini al quale vogliamo prefigurare il nostro mondo”.
Anche il l preside della Facoltà Teologica del Triveneto, don Maurizio Girolami, ha espresso gratitudine verso l’opera svolta dal papa in anni segnati da grandi difficoltà: “Per dodici anni ha guidato come successore di Pietro la barca di Pietro in mezzo a vicende sociali ed ecclesiali di grande difficoltà: la pandemia, le guerre, il crescente fenomeno migratorio, gli abusi del clero, l’indebolimento della vita cristiana nel mondo occidentale.
Il suo magistero, incentrato sull’annuncio del vangelo di Gesù, ha dato concreto volto a tante istanze della visione pastorale del Concilio Vaticano II, bussola ancora attualissima per la vita della Chiesa nel mondo contemporaneo. L’attenzione alle persone nella loro singolarità, dimostrata in tanti momenti con telefonate, saluti, lettere, e lo sguardo geopolitico sul mondo hanno caratterizzato l’instancabile attività di papa Francesco, che ha trovato nella preghiera il suo alimento quotidiano e la forza per andare avanti”.
Anche la presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana ha ricordato la ‘potenza’ del suo pontificato: “Il suo pontificato ha segnato profondamente la nostra epoca, portando avanti il sogno di una Chiesa vicina ai poveri, attenta ai più fragili, capace di dialogo e di misericordia. Un Pontefice che ha incarnato la semplicità e l’umiltà evangelica, che ha saputo parlare al cuore delle persone, specialmente dei giovani e dei laici impegnati nel servizio ecclesiale e sociale.
Fin dall’inizio del suo ministero petrino, papa Francesco ha mostrato un affetto particolare per l’Azione cattolica, incoraggiandoci a vivere con gioia e responsabilità il nostro impegno nella Chiesa e nel mondo”.
Molti sono stati gli incontri: “Indimenticabili restano le nostre udienze e gli incontri con lui, a partire dal suo primo incontro con i ragazzi dell’Acr, il 20 dicembre del 2013, per lo scambio di auguri natalizi, in quello che diventerà un abbraccio consueto, e dal discorso del 3 maggio 2014, in aula Paolo VI, ai partecipanti alla XV assemblea dell’Ac, segnato da quel ‘non siate statue da museo’ e dall’invito a rinnovare la scelta missionaria dell’associazione; a essere una ‘Chiesa in uscita’ impegnata a incontrare l’uomo dovunque si trovi, lì dove soffre, lì dove spera, lì dove ama e crede, lì dove sono i suoi sogni più profondi, le domande più vere, i desideri del suo cuore.
Invito ampliato dal discorso in occasione dell’incontro nazionale in piazza san Pietro per i 150 anni dell’Azione cattolica, quando spronò i ragazzi, i giovani e gli adulti di Ac ad essere ‘Passione cattolica’ e a camminare insieme, senza paura delle sfide del tempo presente”.
Il suo magistero è prezioso: “Il magistero di Papa Francesco lascia un’eredità preziosa. I suoi gesti e le sue parole hanno segnato una svolta nel modo di vivere la missione evangelizzatrice della Chiesa, spingendo tutti i fedeli a Cristo ad andare incontro agli ultimi, agli emarginati, a quanti vivono nelle periferie esistenziali, sociali ed economiche del mondo.
La sua insistenza sulla sinodalità della Chiesa ha avviato un processo di rinnovamento ecclesiale, rendendo sempre più centrale il cammino condiviso, il discernimento comunitario e l’ascolto reciproco. Ha ribadito l’importanza di un laicato attivo e corresponsabile, chiamato a essere lievito nella società e nella Chiesa.
Papa Francesco ha rilanciato con forza il messaggio della ‘Laudato sì’ e della ‘Fratelli tutti’, indicando la cura del Creato e la fraternità universale come pilastri di una testimonianza cristiana autentica e necessaria nel nostro tempo. Il suo magistero ha fatto emergere con rinnovato vigore il legame inscindibile tra fede e giustizia sociale, tra spiritualità e impegno concreto per la pace e la dignità di ogni essere umano.
Il suo amore per i poveri, il suo invito alla misericordia e al perdono, la sua attenzione ai giovani e alle famiglie, la sua dedizione per il dialogo interreligioso e l’unità dei cristiani rimarranno punti di riferimento essenziali per la Chiesa del futuro”.
Per questo il presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione episcopale per le migrazioni (CEMi), mons. Gian Carlo Perego, ha ricordato il suo messaggio ‘Urbi et Orbi’ di ieri: “Fino all’ultimo giorno della sua vita papa Francesco ha avuto nel suo cuore e nella sua mente il ricordo dei migranti. Da figlio di emigranti ha compreso nella sua vita cosa significa lasciare tutto e partire, soprattutto se costretti dalla fame, dalle guerre e dalle persecuzioni. Il suo impegno e il suo magistero per la tutela della dignità dei migranti ci accompagneranno nel lavoro quotidiano”.
Mentre il presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, lo ha definito ‘papa delle Acli’: “Ci ha esortato a non stancarci di chiedere la pace. Tutte cose che avevamo in comune con lui. E’ stato proprio un Papa delle Acli. Noi aclisti conserveremo indelebile il ricordo delle due udienze che ha voluto dedicarci, nel 2015 e nel 2024, ed in particolare in quest’ultima, avvenuta per l’ottantesimo anniversario della nostra associazione, ci ha lasciato la descrizione di un diverso stile della nostra azione quotidiana, che sia insieme ‘popolare, sinodale, democratico, pacifico e cristiano’ in modo da ‘crescere nella familiarità con il Signore e nello spirito del Vangelo, perché esso possa permeare tutto ciò che facciamo e la nostra azione abbia lo stile di Cristo e lo renda presente nel mondo’.
Ci lascia all’indomani della Pasqua che ha voluto ardentemente celebrare, ci lascia con l’estremo appello alla pace, che nasce dal disarmo dei cuori, delle parole, delle mani: sappiamolo raccogliere, lo sappiano raccogliere anche i potenti del mondo… E nello stesso tempo preghiamo perché i sentieri che lui ha aperto continuino ad essere battuti con coraggio e dedizione, sapendo, come Francesco ci ha insegnato, che è più importante avviare processi che occupare spazi”.
Anche il presidente della fraternità di Comunione e Liberazione, Davide Prosperi, ha ricordato la testimonianza di fede del papa: “E’ questo il cuore del suo messaggio: riscoprire il volto amoroso del Signore, che sempre ci precede, sempre ci perdona, sempre ci invita a lasciarci accogliere nelle Sue braccia, che sono le braccia della Chiesa…E’ questo il cuore del suo messaggio: riscoprire il volto amoroso del Signore, che sempre ci precede, sempre ci perdona, sempre ci invita a lasciarci accogliere nelle Sue braccia, che sono le braccia della Chiesa”.
Quello del presidente è un ricordo anche personale: “In un rapporto personale sinceramente affettuoso, papa Francesco mi ha sempre dimostrato grande stima e attenzione per il nostro movimento. Continueremo sulla strada che ci ha indicato, perché il movimento sia sempre fedele al dono dello Spirito per servire la gloria di Cristo nel mondo che è la Chiesa, Suo corpo vivente. Siamo infinitamente riconoscenti al Santo Padre per il servizio che ha reso al Signore, alla Chiesa e all’umanità intera in questo periodo complesso della storia”.
La Comunità di Sant’Egidio ha ricordato la sua prima visita a Trastevere nel 2014: “Per oltre 12 anni ci ha guidato e orientato in un tempo difficile, attraversato da rapide trasformazioni e grandi incertezze, che lui stesso chiamava ‘cambiamento d’epoca’. Con le sue parole e i suoi gesti è stato un punto di riferimento decisivo non solo per la Chiesa ma per il mondo intero, come durante la pandemia…
Ricordiamo con affetto i tanti incontri che ha avuto con la nostra Comunità, come vescovo di Roma e come padre di tutti, la sua vicinanza al progetto dei corridoi umanitari e il suo incoraggiamento a proseguire nella fedeltà alle ‘3 P’ con le quali ha ribattezzato la Comunità di Sant’Egidio:preghiera, poveri, pace”.
Don Diego Di Modugno: il sacerdozio è fedeltà di Dio all’umanità
“Il sacerdozio mantiene ed esprime nel mondo lo svelarsi della vita come scopo. Per il presbitero l’appartenenza a Cristo come ‘Mandato dal Padre’ è la definizione esauriente della propria personalità. Vita e ministero sono così risposta ad un Avvenimento reale, storico ed esistenziale… La missione, negata dal mondo come violenza antilibertaria, nasce dallo struggimento della carità… L’uomo non vive più per se stesso, come affermazione di sé, ma per ‘Colui che è morto e risorto per lui’… Il ‘per chi si vive’ nuovo indica all’interno della figura del tempo e dello spazio il sorgere di una morale nuova. Nuova perché non nasce adeguatamente né dipende da leggi analiticamente scoperte e fondate nei vari dinamismi della natura, ma dal fascino assecondato di un incontro”.
Parto da questo articolo di mons. Luigi Giussani, ‘Il sacerdote di fronte alle sfide radicali della società contemporanea’, pubblicato nel 1995 dal mensile ‘30Giorni’ per un dialogo con il parroco della parrocchia ‘Santa Famiglia’ di Tolentino, nella diocesi di Macerata, don Diego Di Modugno, chiedendo di spiegarci il significato di festeggiare 50 anni di sacerdozio:
“E’ la prova di fedeltà del Signore nei riguardi di un ragazzo, che si è sentito chiamato a seguirLo nella forma concreta del sacerdozio, in quanto ci sono molte forme di vocazione, e constatare la sua fedeltà; così come mi ha riempito di entusiasmo, mettendomi alcune persone vicine appena è apparso il segno della vocazione, questo seme (ecco il motivo per cui si va in seminario a prepararsi ad essere sacerdote) non ha mancato mai Dio fino ad oggi, dopo 50 anni dall’ordinazione sacerdotale, di essere da parte di Dio coltivato, cioè aiutato affinchè ne prenda coscienza delle occasioni offerte.
Di questa Sua fedeltà ringrazio Dio, perché mi dà nuovo slancio, ormai non più giovanile, per un uomo che ha 50 anni di sacerdozio, di chiedere a Dio che mi dia altri anni perché non venga a meno quell’entusiasmo che si vive negli anni della maturità con più consapevolezza anche delle proprie limitazioni. Quanti ripensamenti dopo 50 anni!”
Perché hai scelto la vita sacerdotale?
“Uno non sceglie, uno è scelto. Per questo si usa la parola vocazione, che significa chiamare: è Gesù, inviato dal Padre, che ha scelto i discepoli. Quindi dopo tanti anni Cristo continua a far sorgere il desiderio, attraverso testimonianze che si riceve, di servire il Signore: Dio ti chiama a seguirLo. Io non ho fatto altro che seguire quel desiderio, riconoscendolo autentico in quanto non me lo aspettavo, perché non mi sentivo capace di questo, ma ho detto di sì per arrivare all’ordinazione, che mi sento di rinnovarla ogni volta che celebro la messa”.
‘L’educazione conferma e svolge il cuore dell’uomo, in quanto la coscienza dell’io vive come essenziale esigenza di una totalità. Per cui un punto meno del tutto non appaga la mia ricerca, cioè non appaga il mio ‘cuore’, direi traducendo biblicamente la cosa’: così affermava nel 1996 mons. Luigi Giussani ad una conferenza all’Università di Bologna. Cosa è stato per te l’incontro con mons. Luigi Giussani?
“Nel momento in cui si decide definitivamente deve avere un desiderio: in quel tempo insieme ad altri ragazzi partecipando ai gruppi di Gioventù Studentesca, poi Comunione e Liberazione, ho assaporato la loro compagnia, rendendo più evidente la richiesta di Gesù quando ha scelto me, chiedendo tutta la mia persona, compresa la scelta del celibato. Mi hanno sostenuto le parole di mons. Giussani e gli amici”.
Dalla tua esperienza in quale modo è possibile raccontare che la speranza non delude?
“La speranza è una delle tre virtù teologali, cioè hanno a che fare con Gesù e il Padre. La speranza non è ottimismo; Gesù ha detto che avremo sempre guerre e terremoti, ma c’è Lui che ha guarito i malati e resuscitato i morti: ‘Dove ci sono Io l’uomo può vivere una vita piena’, che ce la dona per grazia Gesù. Quindi la Chiesa ci conduce a vivere la certezza che il mondo sarà salvato e le nostre colpe sono perdonate, perché il Suo aiuto non verrà mai meno e staremo con Lui per sempre nell’eternità.
Siamo certi che Colui che è venuto è presente e si manifesta al mondo e noi saremo con Lui. Se non avessi questa certezza dovrei essere triste. La speranza è che si compirà ciò che Gesù ha cominciato; si sta compiendo ora e si manifesterà nella totale completezza dell’eternità. E staremo con Lui per sempre”.
E’ iniziato il Giubileo, che tu e la parrocchia ‘Santa Famiglia’ avete anticipato di un anno: cosa significa questa parola?
“Giubileo è la disponibilità di Dio al perdono. La certezza è che i peccati sono perdonati, se uno si pente: questa è una certezza data da Dio al popolo. Quindi a chi aveva debiti venivano condonati e si ritornava ad essere persona libera. Questa prassi giubilare è attuale. Con il giubileo è data a tutti la possibilità di un nuovo inizio; grazie alla misericordia di Dio posso ricominciare e non sono solo inchiodato al mio peccato, come dice papa Francesco, ma posso rialzarmi e riprendere a camminare”.
Papa Francesco ricorda alla Congregazione di san Vincenzo de’ Paoli il ‘fuoco’ della missione
“Mentre la Congregazione della Missione si prepara a commemorare il quarto centenario della sua fondazione, porgo affettuosi auguri a Lei, ai sacerdoti e ai fratelli della Congregazione e a tutti i membri della grande Famiglia vincenziana. Prego affinché questo significativo anniversario sia un’occasione di grande gioia e di rinnovata fedeltà alla concezione del discepolato missionario, fondato sull’imitazione dell’amore preferenziale di Cristo per i poveri”: così inizia il messaggio scritto da papa Francesco a p. Tomaz Mavric, superiore generale della Congregazione della Missione di San Vincenzo de’ Paoli in occasione dei 400 anni di fondazione.
Nel messaggio il papa ha ripercorso la storia della nascita delle opere di carità di quello che oggi chiamiamo la ‘San Vincenzo’: “Gli inizi della vostra Congregazione sono radicati nella profonda esperienza personale di san Vincenzo de’ Paoli, in quel ‘fuoco d’amore’ che ardeva nel cuore del Figlio di Dio incarnato e che lo portò a identificarsi con i poveri e gli emarginati.
Angosciato per la mancanza di cure pastorali nelle campagne francesi, all’inizio del 1617 decise di organizzare le missioni volte a fornire un’istruzione catechistica di base e incoraggiare un ritorno ai sacramenti. Un sogno che avrebbe portato a compimento, circa otto anni dopo, con la fondazione della Congregazione della Missione il 17 aprile 1625”.
E’ stato un inizio con forte impulso missionario: “Nei primi sette anni di vita, i sacerdoti e i fratelli della Congregazione svolsero 140 missioni. Tra il 1632 e il 1660, i missionari della Casa madre di Parigi organizzarono altre 550 missioni. A partire dal 1635, con la nascita di comunità fuori Parigi, furono avviate centinaia di altre missioni. Questa notevole espansione testimonia la fecondità religiosa e missionaria dello zelo sacerdotale di San Vincenzo e la sua sete di convertire i cuori e le menti a Cristo”.
Inoltre il papa ha sottolineato anche l’importante ruolo delle donne nelle opere di carità nella società: “Nella sua opera di sensibilizzazione verso i poveri, Vincenzo si rese subito conto che le opere di carità dovevano essere ben organizzate. Le donne furono le prime a raccogliere questa sfida. Nel 1617, nella parrocchia di Châtillon, fondò la prima delle ‘Confraternite della Carità’, che continuano oggi come Associazione Internazionale di Carità o Volontariato Vincenziano.
Nel 1633, insieme a Santa Luisa de Marillac, fondò una forma rivoluzionaria di comunità femminile, le ‘Figlie della Carità’. Fino a quel momento, le religiose vivevano nei monasteri; le Figlie della Carità furono invece inviate nelle strade di Parigi per servire gli ammalati e i poveri. Questa innovazione darà i suoi frutti in una vera e propria proliferazione di Congregazioni religiose femminili dedite alle opere apostoliche nei secoli successivi”.
E si dedicò anche alla formazione del clero, per cui il papa ha invitato a non dimenticare questa eredità spirituale: “In questo anniversario, è opportuno riflettere sull’eredità spirituale, sullo zelo apostolico e sulla cura pastorale che san Vincenzo de’ Paoli ha trasmesso alla Chiesa universale. L’elenco di coloro che hanno assimilato la spiritualità vincenziana e l’hanno vissuta eroicamente nel corso degli anni è lungo e abbraccia tutti i continenti…
Ancora oggi, sulle orme di san Vincenzo, la sua famiglia continua ad avviare opere di carità, ad intraprendere nuove missioni e ad aiutare nella formazione del clero e del laicato. Più di 100 rami di sacerdoti, fratelli, sorelle, laici e uomini costituiscono oggi la famiglia vincenziana. La Società di San Vincenzo de’ Paoli, fondata nel 1833 dal Beato Frédéric Ozanam, è diventata una straordinaria forza di bene al servizio dei poveri, con centinaia di migliaia di membri in tutto il mondo”.
Quindi la ‘crescita’ missionaria è la ‘forza’ della congregazione: “La Congregazione della Missione sta vivendo attualmente nuovi segni di crescita. Le Province più giovani, soprattutto in Asia e in Africa, dove le vocazioni alla Congregazione sono fiorenti, hanno risposto alla chiamata di iniziare missioni in altri Paesi. La Congregazione continua anche a intraprendere nuove opere creative tra i bisognosi”.
Una missione attenta ai poveri: “Penso all’ ‘Alleanza Famiglia Vincenziana con le persone senza fissa dimora’, un’iniziativa internazionale per fornire alloggi a prezzi accessibili alle persone senzatetto, ispirata all’esempio di Vincenzo de’ Paoli, che iniziò il suo lavoro nei loro confronti nel 1643, costruendo tredici case a Parigi per i poveri. Questa iniziativa intende svilupparsi nei Paesi dove sono presenti i vincenziani con la costruzione di altre case superando così l’obiettivo iniziale di accogliere 10.000 persone”.
Ed il carisma di san Vincenzo de’ Paoli è un arricchimento per la Chiesa: “Quattro secoli dopo la fondazione della Congregazione della Missione, non c’è dubbio che il carisma di San Vincenzo de’ Paoli continui ad arricchire la Chiesa attraverso i vari apostolati e le buone opere dell’intera Famiglia vincenziana.
Spero che le celebrazioni del quarto centenario mettano in evidenza l’importanza della concezione di San Vincenzo del servizio a Cristo nei poveri per il rinnovamento della Chiesa del nostro tempo, nella sequela missionaria e nell’aiuto ai bisognosi e agli abbandonati nelle molte periferie del nostro mondo e ai margini di una cultura superficiale e ‘usa e getta’.
Sono convinto che l’esempio di San Vincenzo possa ispirare in modo particolare i giovani, che con il loro entusiasmo, la loro generosità e la loro preoccupazione per la costruzione di un mondo migliore, sono chiamati a essere testimoni audaci e coraggiosi del Vangelo tra i loro coetanei e ovunque si trovino”.
(Foto: Congregazione San Vincenzo de’ Paoli)
XXV domenica del Tempo Ordinario: autorità come servizio
Nel brano del Vangelo mentre si descrive il viaggio di Gesù verso Gerusalemme, itinerario non solo geografico ma spirituale, Gesù per la seconda volta annuncia ai suoi discepoli la imminente Pasqua di passione, morte e risurrezione. La rivelazione che Gesù fa ai suoi discepoli è la via inattesa attraverso la quale egli realizzerà la sua missione salvifica ‘quando sarò innalzato tra la terra e il cielo io attirerò tutto a me’; discorso assai duro che gli apostoli cercano di sviare pensando ad un altro tipo di regno che Gesù sarebbe venuto ad instaurare e discutono tra di loro sul ruolo futuro di ciascuno di essi in questo nuovo regno.
Gesù parla di passione e morte, i dodici discutono invece chi dovrà occupare il primo posto in questo regno. Gesù si pone così ad una distanza abissale dai suoi discepoli: ‘se uno vuole essere il primo sia il servo’, e, come se ciò non bastasse, aggiunge ‘sia servo di tutti’ e con l’immagine del bambino evidenzia loro le virtù proprie del discepolo di Cristo: fiducia e umiltà. Propone un bambino come modello del credente. Il bambino non conosce né filosofia né teologia; è il più disarmato ed indifeso ma conosce bene la fiducia e si abbandona sicuro tra le braccia del papà o della mamma.
In questo Regno che Cristo dovrà instaurare il valore di una persona non dipende dal ruolo che ricopre ma si misura sul servizio che rende: non su quello che si ha, ma su quello che si dà. Vuoi primeggiare?, comincia a servire. La nostra fedeltà al Signore si misura dalla nostra disponibilità a servire. I discepoli mostrano di non essere ancora preparati a recepire questo messaggio rivoluzionario che parla di spirito di rinuncia e di sacrificio. Ecco perchè, laddove Gesù parla della sua passione e morte, essi appaiono presi da altri pensieri: chi sarà il primo nel regno di Gesù?, quali compiti, onori, governo avrà ciascuno di noi?
Due logiche, due processi mentali (quello di Gesù e quello degli apostoli) diametralmente opposti. Arrivati a destinazione e fermatisi, questa volta è Gesù ad interrogarli: di che cosa parlavate lungo la strada?, quale l’oggetto del vostro conversare? Domande che sono un richiamo, un rimprovero, un volere evidenziare ai suoi che stavano viaggiando su aree diametralmente opposte. E Gesù scende al pratico, al concreto: prende un bambino e dice ai suoi discepoli: se non diventate come questo bimbo non entrerete nel regno dei cieli.
Nasce spontanea una domanda: è un male volere primeggiare, sforzarsi di essere il primo? Certamente è un desiderio innato in ciascuno di noi emulare gli altri; adoperarsi a sviluppare il proprio essere, le proprie capacità, i doni e i talenti ricevuti da Dio per assestarsi ai primi posti. Questo è proprio della natura umana ed è voluto da Dio. Gesù non è contrario quando l’uomo cerca di realizzare i desideri innati, né allo sforzo di arrivare al primo posto; ciò che invece cambia è la motivazione: essere il primo per meglio aiutare gli altri e se stesso, questa è la vera grandezza.
Il Vangelo ci ricorda l’episodio di quella donna, la madre dei figli di Zebedeo, che prega Gesù onde i suoi figli possano sedere nel regno uno a destra, l’altro a sinistra: povera donna, non sapeva ciò che stava chiedendo. Gli apostoli, credendo imminente l’inaugurazione del regno, si candidano per i primi posti. La risposta di Gesù è di tutt’altro tenore: prende un bambino, lo mette in mezzo ed abbracciandolo dice: chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me.
‘Voi mi chiamate, dirà Gesù, signore e maestro ed io vi ho lavato i piedi; vi ho dato l’esempio: come ho fatto io , fate voi’, ecco la vera grandezza. La vera grandezza o autorità non consiste nel primeggiare, nello spadroneggiare sugli altri, nell’affermare se stessi e rendere schiavi o sottomessi gli altri; ma vera grandezza è mettere a fuoco i talenti ricevuti da Dio a beneficio di chi è meno dotato. Si ha così un rovesciamento dal concetto di autorità, del potere, del governo. Governare è servire; servire è amare come Gesù che ha dato la vita, è morto in croce per salvare l’uomo e riconciliare il cielo e la terra.
Amico che ascolti, se sei discepolo di Cristo devi persuaderti che il tuo lavoro, la tua intelligenza, il tuo cuore non è per te ma è per gli altri; ogni autorità è una paternità ed essere padre significa amore e sacrificio. L’autorità, diceva uno scrittore, non è una poltrona ma un timone; non è un titolo di nobiltà ma di responsabilità; non è un bastone ma una croce.
E’ necessario allora rivedere il programma della vita: se vuoi essere felice devi diventare come il bambino, che è felice solo tra le braccia del papà o della mamma; è necessario ridestare il “fanciullo che dorme dentro ciascuno di noi”, riamare la bontà e l’innocenza ed ancora una volta rivolgersi a Dio invocando: “Padre nostro che sei nei cieli”. La Vergine Maria ci aiuti a comprendere che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.
A Palermo il card. Parolin invita ad essere testimoni di fede
Il solenne Pontificale per il IV Centenario del ritrovamento delle spoglie mortali di Santa Rosalia a Palermo è stato presieduto dal segretario di stato vaticano, card. Pietro Parolin, che nell’omelia ha ricordato tutti i martiri palermitani: “Rosalia continua ad essere un esempio di fedeltà e coraggio per vivere in comunione con Cristo e per promuovere giustizia e legalità”.
Nell’omelia il segretario di stato vaticano ha ricordato i testimoni della fede: “La testimonianza della fede in Gesù Cristo lega Rosalia agli altri Santi e Sante siciliani: Agata, Lucia, Gerlando, Vito, Alberto degli Abati, per citarne solo alcuni. Questi coraggiosi testimoni di Cristo hanno gettato il seme del Cristianesimo della Chiesa siciliana e noi oggi, frutto di quel seme fecondo, facciamo memoria di una di questi testimoni, la Vergine Rosalia, per venerarne con sentimenti di gratitudine, la testimonianza esemplare ed implorarne la protezione divina sulla Chiesa palermitana.
I santi di ogni tempo e luogo sono infatti modelli di fedeltà e di coraggio per tutti coloro che vogliono vivere secondo il Vangelo di Gesù. Siccome però non abbiamo un insegnamento diretto della nostra Santa siamo invitati ad accogliere l’insegnamento indiretto che ci viene impartito dalle Sacre Scritture che la Liturgia ci propone in occasione della sua festa”.
L’omelia è stato un invito ad ascoltare l’invito che Dio rivolge all’umanità: “Dio invita l’uomo, e quindi ciascuno di noi, a cercare il suo volto e ad ascoltare la sua parola. L’umanità desidera vedere Dio, l’abbiamo detto nel salmo responsoriale, L’umanità desidera vedere Dio, ma anche Dio desidera vedere il volto autentico dell’umanità…
L’umanità deve ascoltare la voce di Dio ma anche Dio ama ascoltare la voce dell’umanità. Comprendiamo bene allora che la santità cui siamo chiamati non è una statica perfezione morale ma una dinamica di relazione, non è solo essere buoni, certamente anche questo è parte fondamentale della santità, ma è soprattutto un’esperienza della vita stessa di Dio che include la dimensione dell’intimità, del silenzio, anche talvolta dell’assurdo che abita la nostra esistenza umana. La santità a cui oggi Rosalia ci richiama è correre il rischio di vivere la trasformazione operata in noi da Cristo, altrimenti la fede diventa una passione inutile”.
Infine ha invitato a promuovere la cultura della legalità, liberando la città dalle ‘pesti’ che la invadono: “Le reliquie di Santa Rosalia nel 1624 furono portate in processione per la città che fu così purificata e liberata da una grave epidemia di peste. Chiediamoci allora, cari fratelli e sorelle, qual è la peste che avvolge ancora la nostra città, che avvolge il mondo, un mondo che ha tanto bisogno di confronto con la verità e con l’esperienza di fede, quindi recuperiamo anche nelle celebrazioni del Festino un forte senso di sobrietà evangelica e di servizio che sono i veri valori incarnati da Rosalia”.
E questo può avvenire attraverso la testimonianza: “La città di Palermo ha perseguito la giustizia attraverso forme di testimonianza altissima, fino al sacrificio della vita. Qui ci sono i martiri della giustizia, tra i quali il caro don Giuseppe Puglisi. Nella memoria di tutti noi è rimasta impressa l’invettiva del cardinale Salvatore Pappalardo: Mentre a Roma si discute, Sagunto è espugnata dai nemici, e questa volta non è Sagunto ma la nostra Palermo. Il clima era cupo in quegli anni ma la città seppe reagire. Dal sangue versato nacquero migliaia di voci e di esperienze sul cammino del cambiamento.
La Chiesa di Palermo continui anche adesso ad essere attenta e sollecita nel favorire processi e percorsi atti a promuovere la cultura della giustizia e della legalità, collaborando con le numerose associazioni che operano tra le maglie del tessuto urbano e che sono presenti sul territorio per aiutare la cittadinanza a superare una mentalità che può rischiare alle volte di essere in contrasto con la legalità”.
E nel messaggio alla città mons. Corrado Lorefice,arcivescovo di Palermo, ha chiesto a chi si vuole lasciare la città: “A questa nuova peste che, sotto i nostri occhi, camuffata di normalità e di ineluttabilità, sta contagiando i nostri giovani, cioè i nostri figli e nipoti, a Ballarò come al Cep, a Bagheria come a Termini Imerese?! Questa tremenda peste entra nelle nostre case, nelle nostre scuole, nei luoghi di ritrovo dei giovani, nei luoghi di divertimento e dello sport. Ci invade sotto i nostri occhi”.
E’ un preciso atto di accusa contro i trafficanti di droga: “Si diffonde come cosa ordinaria il consumo di crack e di altre droghe come il fentanyl, aggiunto all’eroina. Neonati ricoverati per overdose. Giovani piegati o stramazzati a terra. Esaltati, o depressi. A Palermo si abbassa anche l’età dei consumatori di droga. La prima dose si consuma anche a dieci anni. Penso a Ballarò e alle sue stradine, dove vediamo ragazzini e giovani distesi sui marciapiedi con lo sguardo perso, con gli occhi dello sballo da crack. Ragazze costrette a vendere i loro corpi per racimolare il prezzo di una dose. Non sono figli di altri, sono i nostri figli e ne siamo responsabili. Giovani, bambini, adescati per farli diventare dipendenti. Schiavi. Manipolabili. Consumatori”.
E’ un invito a non abbandonare i giovani: “Genitori, educatori, docenti, animatori delle comunità cristiane, rimaniamo accanto ai giovani, facciamo nostre le loro paure, le loro fragilità, le loro incertezze che noi adulti abbiamo provocato. Non li abbandoniamo. Ma stiamo con loro da adulti, non come adolescenti, con sapienza, come loro punti certi di riferimento. Noi adulti siamo sbandati. Depistati anche noi da questa mentalità individualista e da questa cultura che idolatra la soddisfazione illimitata dell’io, il profitto indiscriminato, il consumo sfrenato. Una cultura che crea scarti, emarginazione”.
Infine un invito ad una ‘sana’ indignazione: “Rosalia ci chiede di indignarci come e con lei, a metterci insieme per fare crescere una sensibilità di impegno civile e sociale. Ci chiede di alzarci. Di sbracciarci. Di liberarci da un falso perbenismo e dall’indifferenza. Diamo cibo robusto ai nostri giovani non frivolezze e assenza di presenza significativa. Testimoni di bene. Di vita. Di cura. Di responsabilità e libertà. Mettiamoci insieme per fare alleanze educative e impiantare cantieri educativi”.
(Foto: Arcidiocesi di Palermo)
Papa Francesco: la pazienza è vitamina per il cristiano
Alla viglia del Triduo pasquale papa Francesco ha continuato il ciclo di catechesi su ‘I vizi e le virtù’, incentrando la riflessione sul tema ‘La pazienza’, attraverso l’inno paolino alla carità con un appello alla pace in Ucraina ed in Terra Santa, aggiungendo anche considerazioni a braccio per la pioggia, attraverso il racconto della Passione:
“Alle sofferenze che subisce, Gesù risponde con una virtù che, pur non contemplata tra quelle tradizionali, è tanto importante: la virtù della pazienza. Essa riguarda la sopportazione di ciò che si patisce: non a caso pazienza ha la stessa radice di passione.
E proprio nella Passione emerge la pazienza di Cristo, che con mitezza e mansuetudine accetta di essere arrestato, schiaffeggiato e condannato ingiustamente; davanti a Pilato non recrimina; sopporta gli insulti, gli sputi e la flagellazione dei soldati; porta il peso della croce; perdona chi lo inchioda al legno e sulla croce non risponde alle provocazioni, ma offre misericordia. Questa è la pazienza di Gesù”.
Però la pazienza di Cristo non è quella stoica, ma è frutto dell’Amore di Dio, come emerge dall’inno alla Carità dell’apostolo Paolo: “Infatti, nel descrivere la prima qualità della carità, utilizza una parola che si traduce con ‘magnanima’, ‘paziente’. La carità è magnanima, è paziente.
Essa esprime un concetto sorprendente, che torna spesso nella Bibbia: Dio, di fronte alla nostra infedeltà, si mostra ‘lento all’ira’: anziché sfogare il proprio disgusto per il male e il peccato dell’uomo, si rivela più grande, pronto ogni volta a ricominciare da capo con infinita pazienza. Questo per Paolo è il primo tratto dell’amore di Dio, che davanti al peccato propone il perdono”.
Però spesso a noi manca questa virtù: “Tuttavia, dobbiamo essere onesti: siamo spesso carenti di pazienza. Nel quotidiano siamo impazienti, tutti. Ne abbiamo bisogno come della ‘vitamina essenziale’ per andare avanti, ma ci viene istintivo spazientirci e rispondere al male col male: è difficile stare calmi, controllare l’istinto, trattenere brutte risposte, disinnescare litigi e conflitti in famiglia, al lavoro o nella comunità cristiana. Subito viene la risposta, non siamo capaci di essere pazienti”.
Per questo motivo il papa ha ricordato che la pazienza è una ‘chiamata’: “E ciò chiede di andare controcorrente rispetto alla mentalità oggi diffusa, in cui dominano la fretta e il ‘tutto subito’; dove, anziché attendere che maturino le situazioni, si spremono le persone, pretendendo che cambino all’istante. Non dimentichiamo che la fretta e l’impazienza sono nemiche della vita spirituale. Perché? Dio è amore, e chi ama non si stanca, non è irascibile, non dà ultimatum, Dio è paziente, Dio sa attendere… La pazienza ci fa salvare tutto”.
E la pazienza si può accrescere con la contemplazione al Crocifisso: “Specialmente in questi giorni ci farà bene contemplare il Crocifisso per assimilarne la pazienza. Un bell’esercizio è anche quello di portare a Lui le persone più fastidiose, domandando la grazia di mettere in pratica nei loro riguardi quell’opera di misericordia tanto nota quanto disattesa: sopportare pazientemente le persone moleste. E non è facile. Pensiamo se noi facciamo questo: sopportare pazientemente le persone moleste. Si comincia dal chiedere di guardarle con compassione, con lo sguardo di Dio, sapendo distinguere i loro volti dai loro sbagli”.
Ed infine il consiglio per ‘coltivare’ la pazienza è quello di ampliare la propria visione, come insegna il libro ‘Imitazione di Cristo’: “Infine, per coltivare la pazienza, virtù che dà respiro alla vita, è bene ampliare lo sguardo… Ed ancora, quando ci sentiamo nella morsa della prova, come insegna Giobbe, è bene aprirsi con speranza alla novità di Dio, nella ferma fiducia che Egli non lascia deluse le nostre attese. Pazienza è saper sopportare i mali”.
Inoltre, al termine dell’udienza papa Francesco ha ricordato che sono presenti due padri, che hanno perso le figlie nella guerra, uno israeliano e una arabo, e sono amici: “Non guardano all’inimicizia della guerra, ma guardano l’amicizia di due uomini che si vogliono bene e che sono passati per la stessa crocifissione. Pensiamo a questa testimonianza tanto bella di queste due persone che hanno sofferto nelle loro figlie la guerra della Terra Santa. Cari fratelli, grazie per la vostra testimonianza!”
(Foto: Santa Sede)




























