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‘VIRGO FIDELIS’ ovvero l’evento misterioso ed unico dell’apostolato di Maria Santissima accolto da san Paolo e seguito anche dalle coppie cristiane presenti presso Basilica/Santuario Madonna della Milicia
E’ importante ‘custodire’ questo deposito approfondito dal nostro parroco. Questa è la seconda ragione alla base del coraggio di Paolo. Egli aveva dato la propria vita a Gesù e sapeva che Gesù era perfettamente in grado di custodirla! Dio ci ha affidato molte cose buone; dobbiamo essere fedeli nel custodirle. Custodire vuol dire di più del semplice aggrapparsi a qualcosa; significa anche proteggerlo e farne un uso saggio. Dio ci ha dato la Sua Parola, le relazioni familiari, il tempo, i talenti, le risorse, l’educazione e così via. Dobbiamo essere fedeli nel custodire queste cose buone in un modo che porti gloria e onore a Gesù (conversione, cfr. https://youtu.be/lb0FFE1k9Ao?is=SlQWcDUWFN3bFVIS ).
Viviamo in un’epoca (‘Cerchiamo risposte nelle cose del mondo o sappiamo fermarci a chiedere aiuto a DIO?’) in cui ci si aspetta fedeltà finché serve ai propri interessi. Quando essere fedeli non è più un vantaggio, molte persone sentono che va benissimo venir meno alle proprie responsabilità. Questo non è onorare Dio.
Essere fedeli a Dio significa avere il cuore che vuole ciò che è giusto anche quando non sembra a nostro vantaggio. Ma egli onora quelli che temono l’Eterno; anche se ha giurato a suo danno, egli non ritratta (Salmo 15:4). La vera fedeltà si manifesta quando essere fedeli ha un costo (cfr. il testo ricevuto dal mio amico teologo dott. Girolamo Oliveri, che ringrazio, https://matrimoniocristiano.org/2026/06/21/il-prezzo-della-coppia/ ).
Dio è fedele nel custodire il nostro deposito (2 Timoteo 1:12). Noi coppie saremo fedeli nel custodire ciò che Lui ha affidato a noi e che oggi troviamo nei vari contesti della nostra Chiesa? (cfr. https://www.facebook.com/ChiesainItaliaoggi?__cft__[0]=AZaK24nv3c76JTUE9VdvlqJ90aSQuYjtAKsdb3fNlSGfynPMqVh7APktl3akQRCPXVvuI0xQeLkqmnjPiqzmWchTBggPZ7FJm6XxG6vF1wfZ6tFyye-C4FhFf86MGviS5EMAbNQXfv99vnrq6qvWjgcPaERGv3ADpBOuamZC6h1feQ&__tn__=-]K-R).
Qual era questo deposito che Paolo aveva affidato a Lui? Sicuramente, pensava innanzitutto alla propria vita. Paolo sapeva di non poter custodire la propria vita da sé; sapeva che solo Dio ne era in grado. Dio era capace; Paolo no. Sapere questo riempiva Paolo di coraggio, ma non di un coraggio che poteva trovare in sé stesso, ma in Dio. Paolo non aveva affidato a Dio solo la propria vita; aveva affidato a Gesù ogni cosa: la vita, il corpo, il carattere e la reputazione, il lavoro di una vita, tutto ciò che era prezioso.
In definitiva, sulla base di quanto ho cercato di sintetizzare, ci viene chiesto nel questionario, noi coppie: ‘Quale passo concreto, anche piccolissimo, sentiamo il desiderio di compiere da domani per anelare insieme al Signore’? Ognuno di noi avrà scritto una risposta tendente all’accrescimento spirituale della propria unione ed alla reciproca fedeltà benedetta dalla SS. Trinità, sotto il manto della Madonna della Milicia…
Ringrazio Mons. Giosuè Lo Bue e Mons. Salvatore La Spisa.
Papa Leone XIV: la vita monastica non è un ripiego
“Sono molto contento di incontrarvi e di condividere con voi questo momento di riflessione. Prenderemo spunto dalla Liturgia di oggi, festa di san Matteo, Apostolo ed Evangelista. Nella Lettera agli Efesini, san Paolo così esorta: ‘Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità… una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione’. E’ un invito alla fedeltà, a cui la vostra Federazione risponde secondo il carisma di santa Chiara e san Francesco, nella preghiera contemplativa, nella povertà e in una totale adesione al Vangelo”: ricevendo riceve le partecipanti all’assemblea della Federazione delle Monache Clarisse Cappuccine, papa Leone XIV ha sottolineato che le vocazioni nascono non da strategie ma dalla preghiera.
E’ stato un richiamo alla fedeltà, in quanto la vita monastica non è un ripiego, citando santa Chiara: “E’ un invito alla fedeltà, a cui la vostra Federazione risponde secondo il carisma di santa Chiara e san Francesco, nella preghiera contemplativa, nella povertà e in una totale adesione al Vangelo. A tale scopo è lodevole il lavoro di rielaborazione e aggiornamento delle Costituzioni che avete compiuto, in cui hanno trovato sintesi gli apporti di molti…
Ed è proprio con la ‘mente nello specchio dell’eternità’ che vi invito a guardare sia al tempo presente, con i suoi drammi e le sue incertezze, che alle sfide del vostro ‘piccolo mondo’, ricco del suo passato e chiamato a guardare con speranza all’avvenire. Il numero ridotto delle vocazioni, in particolare, potrebbe spingere qualcuno a scelte di chiusura o di ripiego”.
E’ un invito a cambiare la prospettiva: “Proviamo a cambiare prospettiva nel considerare questa realtà. Le sue criticità, infatti, possono aiutarci a scoprire o riscoprire potenzialità inaspettate, ‘non tanto riguardo alle forze numeriche ma alla qualità della proposta’… La riduzione numerica delle comunità (ed il timore, che ne deriva, di perdere la propria autonomia) non devono turbare e togliere la speranza, ma piuttosto spingere a un rinnovamento del proprio vissuto e a un impegno ancora più grande nell’accompagnamento spirituale di chi bussa alle porte dei monasteri, a far crescere comunità gioiose e vive, in cui sperimentare intimità con Dio, affabilità, comunione, autenticità delle relazioni”.
Ed ha ribadito che la vocazione nasce dalla preghiera: “Le vocazioni non nascono dall’applicazione di strategie organizzative, né da campagne studiate a tavolino, ma dalla preghiera, dalla familiarità con il Vangelo, dal silenzio, dal sapersi accogliere con le proprie imperfezioni, dal sentirsi parte di un tutto che crea unità. E per farlo, il Signore non ci chiede di essere impeccabili, ma di lasciarci plasmare dalla sua grazia, umilmente, giorno per giorno”.
Da qui deriva l’importanza della formazione: “Del resto è questa anche la missionarietà specifica della vocazione claustrale… Formate alla scuola del Vangelo, il Signore vi chiama ad essere sue testimoni nel silenzio e nella contemplazione, collocandovi nella storia quale memoria viva e profetica della Buona Novella”.
Questo messaggio passa attraverso la Regola: “Come sorelle di Santa Chiara, poi, voi avete un messaggio speciale da annunciare, che passa prima di tutto attraverso l’osservanza della Regola e delle vostre Costituzioni. Fa parte del vostro essere e della vostra missione vivere il Vangelo lasciando tutto ciò che è del mondo, totalmente e costantemente rivolte al primo e unico Amore della vostra vita. Ciò implica sobrietà, distacco dalle cose, consegna di sé nell’obbedienza, trasparenza, in una vita semplice, ma anche radicale ed esigente”.
Inoltre ha rivolto un appello affinché l’Intelligenza Artificiale sia a servizio della dignità umana, rafforzando i legami, diventando strumento di pace e non di ulteriori divisioni e divari, inviando un messaggio ai partecipanti di ‘AI4Peace’, un Simposio globale biennale, in programma fino a domani alla Pontificia Università Lateranense, dedicato alle opportunità e alle sfide poste dall’Intelligenza artificiale nei processi di prevenzione e risoluzione dei conflitti, nella tutela dei diritti umani e nella costruzione di nuovi modelli di governance.
Infine sono stati resi noti i dettagli del pellegrinaggio che il papa farà dal 6 al 17 novembre in Uruguay, Argentina e Perù, finora più lungo del pontificato. Incontri, celebrazioni, visite, preghiere ai santuari, con tappe in luoghi politici e spirituali ricchi di storia e significato, il ritorno nella diocesi di cui è stato vescovo, Chiclayo, e la giornata nell’Amazzonia peruviana tra missionari e popoli indigeni.
(Foto: Santa Sede)
Fratel Enzo Bianchi sempre fedele alla Chiesa
“Vorrei che al funerale si cantasse la Messa da requiem in latino ed in gregoriano e che nulla fosse proclamato al di fuori del Vangelo di Gesù Cristo. Non si dicano nell’omelia parole su di me e soprattutto niente applausi (mi rivolterei nella bara)”: con questo suo pensiero fratel Enzo Bianchi è stato ricordato nella funzione funebre celebrata nella chiesa parrocchiale di Castel Boglione, dove era nato nel 1943, alla presenza dei rappresentanti di diverse Chiese cristiane.
Il rito è stato, presieduto da fratel Valerio Lazzarini, della comunità di Cellole di San Gimignano: “Il dolore che sperimentiamo è attraversato dalla luce: viviamo un momento di ‘radiosa tristezza’, perché Enzo è migrato nella terra di Dio”, mentre il priore della Madia, fratel Goffredo Boselli, ha pronunciato il saluto al termine della Messa,sottolineando come fratel Bianchi fosse in pace, consapevole dell’approssimarsi dell’incontro con Gesù: “Una morte non improvvisa, perché vorrei essere vigilante e pronto. Vorrei vivere la mia morte!”
In un articolo pubblicato nel 2022 da Repubblica fratel Bianchi invita ad aprirsi alla speranza: “Da vecchio, entrato nell’80esimo anno della vita, dunque alle soglie dell’esodo da questa terra, non posso non guardare al presente e al futuro che già si affaccia. Ed è proprio in questo sguardo che sono assalito da una certa tristezza perché constato che la vita sembra diminuire ogni giorno.
Ovunque vado trovo persone vecchie… Siamo molto invecchiati senza che nella vita siano entrati i ragazzi, che risultano essere neanche la metà dei vecchi”.
La crisi è dovuta alla crisi interna all’umanità: “A me sembra che alla radice di questi processi ci sia il venir meno della fiducia: nella vita, nel futuro, negli altri, persino fiducia nell’amore come storia possibile e opera d’arte nelle relazioni tra umani. Nessuno osa confessarlo, ma si registra paura nei confronti della vicenda-storia della coppia, c’è un’incertezza circa l’opportunità di mettere al mondo dei figli, c’è una preoccupazione filautica di chi pensa a sé ed è incapace di porsi in un orizzonte sociale, l’orizzonte del ‘noi’. Prevale la dittatura dell’ ‘io’ e la necessità di allontanare ogni rinuncia dovuta alla presenza di un altro”.
E tale sfiducia è preludio alla solitudine: “In realtà si sta preparando una situazione di grande solitudine per i vecchi, un carico di lavoro di cura degli anziani da parte dei figli, de un’esistenza in cui essendo scarsa o poco presente la generazione dei bambini e dei ragazzi sarà più difficile sorridere e gioire per la vita. In queste condizioni è assurdo avere paura degli stranieri, che sono l’unica possibilità di rinnovamento della vita per le nostre popolazioni invecchiate”.
Interessante anche il commento per il 50^ anniversario della prima messa in italiano, celebrata nel 1965 da papa san Paolo VI: “Del resto, la svolta conciliare del 1965 era stata preparata anche da sempre più condivise acquisizioni storiche ed esegetiche: Gesù non solo non aveva mai parlato né in greco né in latino, ma nemmeno in ebraico, essendo la sua lingua, e quella dei suoi discepoli, l’aramaico. Era il concetto stesso di ‘lingua sacra’ a trovarsi ridimensionato: non dei suoni o delle parole arcane contengono la voce di Dio, ma il vissuto di un uomo, Gesù di Nazaret, che passava per le strade di Galilea facendo il bene e narrando il volto autentico suo Padre, Dio”.
Quindi gratitudine da fratel Bianchi, che non ha mai nascosto, anche prima della morte, una perdita della bellezza della liturgia latina: “Profonda gratitudine, allora, da parte delle comunità cattoliche verso la riforma liturgica e chi l’ha voluta e perseguita con convinzione e in obbedienza alla grande «Tradizione», senza tuttavia ignorare i problemi suscitati e quelli che permangono: la grande perdita del gregoriano, musica plurisecolare che aveva impresso alla liturgia una bellezza non ancora raggiunta dai nuovi repertori; le traduzioni dei testi latini ufficiali, tentate da un letteralismo pedissequo a volte incomprensibile ai fedeli o, in senso opposto, da un’innovazione creativa che talora stravolge la stessa teologia della liturgia; ma anche la propaganda dell’antico rito della messa che diventa addirittura concorrenza, bandiera innalzata in battaglia contro la riforma liturgica ed il rito voluti dai padri conciliari e dai papi, che hanno confermato il vecchio rito solo come ‘straordinario’. Sì, cinquant’anni fa iniziò un’avventura straordinaria che ha dato frutti abbondanti nella vita spirituale della Chiesa, ma che deve ancora attuata adeguatamente all’oggi, un oggi molto diverso e lontano da quello del Concilio. Se la Chiesa è ‘semper reformanda’, anche la liturgia deve esserlo sotto il primato del Vangelo”.
Papa Leone XIV invita a stare tra la gente
“Con grande gioia accolgo voi, Pastori che formate insieme la Conferenza dei Vescovi Latini nelle Regioni Arabe. Attraverso di voi, desidero rivolgere il mio saluto ai sacerdoti, alle persone consacrate e a tutti i fedeli delle vostre Comunità. Con le parole dell’Apostolo Paolo, auguro a tutti: ‘grazia a voi e pace da Dio’. La vostra Conferenza abbraccia Chiese presenti in una realtà vasta e articolata, che operano in contesti spesso segnati da tensioni politiche, sociali e religiose”: in mattinata papa Leone XIV ha ricevuto i pastori della Conferenza dei Vescovi latini nelle Regioni Arabe (CELRA) in occasione dell’incontro annuale nel ricordo dei martiri delle loro Chiese, incoraggiandoli ad essere ‘vicini’ al popolo e a difendere i migranti e la dignità di ogni persona, a non temere il dialogo con musulmani e altre tradizioni religiose.
Durante l’incontro il papa ha ribadito il valore della testimonianza di queste Chiese: “Le vostre Chiese hanno conosciuto la testimonianza del martirio: pensiamo a suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata, alle Missionarie della Carità uccise nello Yemen mentre servivano i più vulnerabili, e ai tanti sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli che hanno donato la vita in Iraq, in Siria e in altre terre segnate dalla violenza. I loro nomi forse non sono conosciuti dal mondo, ma sono ben noti a Dio. La loro fedeltà al Vangelo rimane una luce per le vostre comunità e un invito a non cedere né alla paura né alla rassegnazione”.
Per questo è necessaria la presenza dei ‘pastori’: “Quando le comunità si fanno più fragili e molte famiglie sono costrette a emigrare, il vostro ministero diventa ancora più necessario. Siate sempre pastori vicini al vostro popolo, capaci di condividere le sue ferite, di ascoltare, sostenere e consolare, perché attraverso la vostra presenza possa rendersi visibile la vicinanza di Dio”.
Il discorso del papa è stato un invito a non avere paura della ‘vostra piccolezza’: “La fecondità della Chiesa non si misura nei numeri, nelle strutture o nelle risorse, ma nella fedeltà al Vangelo. Una comunità piccola, se radicata in Cristo, può essere una presenza preziosa: non perché cerca il potere, ma perché serve; non perché s’impone, ma perché testimonia; non perché risponde alla violenza con altra violenza, ma perché oppone alla forza la carità”.
E’ stato un invito a non disperare: “Nel cuore di società segnate da conflitti e divisioni, le vostre comunità mostrino che è possibile vivere, servire e sperare insieme. Attraverso le parrocchie, le scuole, gli ospedali e le opere di carità, rendete concreto il Vangelo, accogliendo, ascoltando e sostenendo quanti sono nel bisogno. Sostenete, in particolare, le congregazioni religiose che continuano generosamente a stare accanto ai poveri e ai più fragili”.
Però, al contempo, è stato un invito all’essenzialità missionaria: “In mezzo alle emergenze, non perdete di vista l’essenziale della missione della Chiesa: l’annuncio del Vangelo, la preghiera, i Sacramenti e la formazione cristiana. Una Chiesa capace di servire deve essere anzitutto una Chiesa che prega, ascolta la Parola e vive dei Sacramenti”.
Soprattutto ad avere cura delle famiglie: “Abbiate particolare cura delle famiglie e dei giovani. Le famiglie, pur gravate da difficoltà e incertezze, possano, con il sostegno della comunità, rimanere il primo luogo nel quale la fede viene ricevuta e trasmessa. I giovani, spesso divisi tra grandi aspirazioni e un futuro incerto, trovino nella Chiesa una casa che li accolga, li ascolti e li aiuti a riconoscere il valore della loro vita. La catechesi accompagni bambini, giovani e adulti verso un incontro vivo con Cristo, affinché la fede sia conosciuta, vissuta e trasmessa di generazione in generazione”.
E dei migranti: “Abbiate cura anche dei migranti, numerosi, soprattutto nei Paesi del Golfo. Molti vivono lontani dai propri cari e sperimentano solitudine e precarietà. Le vostre comunità siano case nelle quali nessuno si senta straniero. Difendete la dignità di ogni persona e riconoscete in ogni migrante un fratello e una sorella: così la carità diventa testimonianza del Vangelo e scuola di fraternità”.
Ed ha chiesto un rafforzamento nella comunione e nel dialogo: “Custodite e rafforzate la comunione tra le Chiese e i diversi riti. La varietà delle tradizioni cristiane è una ricchezza da vivere nell’unità. Da questa comunione nasca un dialogo sincero con le altre comunità cristiane, con i musulmani e con le diverse tradizioni religiose. Dialogare non significa rinunciare alla propria identità, ma viverla senza paura dell’incontro. Là dove la guerra ha seminato diffidenza, ogni gesto di stima, collaborazione e rispetto può diventare un passo verso la riconciliazione e la pace”.
La forza della missione è nell’annuncio e non nella soluzione dei problemi: “La vostra missione non consiste semplicemente nel conservare una presenza cristiana, ma nel rendere presente Cristo: annunciarlo nella Parola, celebrarlo nei Sacramenti, incontrarlo nella preghiera e riconoscerlo nei poveri, nei sofferenti, nei migranti e in ogni persona posta sotto la vostra cura.
Non siete chiamati a risolvere tutti i problemi delle vostre terre, ma a essere fedeli al Vangelo e al popolo che vi è affidato. Non cercate anzitutto il successo o il riconoscimento: cercate la fedeltà. Siate voce di verità, di giustizia e di pace; uomini di preghiera, pastori vicini alla vostra gente, artigiani della riconciliazione e testimoni della misericordia”.
Infine a invitato a ‘seminare’ in comunione con la Chiesa: “Non abbiate paura di seminare senza vedere subito i frutti. La semina appartiene a voi; la crescita appartiene a Dio. Nessun gesto compiuto nel nome di Cristo è inutile: una preghiera, una parola di consolazione, una famiglia accompagnata, un bambino educato alla fede, un povero accolto sono semi di un futuro nuovo.
Cari Fratelli, continuate il vostro cammino con fiducia. Non siete soli. La Chiesa universale guarda alle vostre comunità con affetto e riconosce nella loro perseveranza, nella fede vissuta nella prova e nel coraggio del servizio una testimonianza preziosa per tutta la Chiesa”.
Poi, ricevendo circa 150 seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Pugliese ‘Pio XI’ di Molfetta e del Seminario Vescovile di Aversa, il papa ha sottolineato che il seminario non è un ‘lusso’: “Per questo il tempo del seminario resta necessario, oggi non meno di ieri. In un mondo che ha fretta e che guarda con sospetto ogni sosta prolungata, si potrebbe pensare che sia un lusso, o un’istituzione superata, ma non è così.
Proprio perché il nostro tempo è rapido e rumoroso, c’è bisogno di un luogo e di una stagione della vita in cui si impari a stare, a discernere, a lasciarsi formare senza scorciatoie. Il seminario non è un rinvio della missione, ma ne è la condizione. Non lo si sottovaluti. Dopo aver sentito la voce del Signore, infatti, bisogna raggiungerlo e salire sul monte, e questo a volte può essere faticoso, perché si sale a piedi, a momenti con il fiato corto, senza ancora vedere la cima”.
Però dopo la salita c’è la discesa con l’invito a stare con gli emarginati: “Resta poi l’ultimo passo: quello in cui dal monte si scende, perché il monte non è un rifugio. Gesù non porta i Dodici in alto per metterli al sicuro, ma perché, dopo aver fatto esperienza di Dio, possano essere inviati a comunicare al mondo questa novità di vita.
Sarete dunque chiamati a scendere dal monte, per essere mandati alla gente delle vostre terre: a quelle famiglie che tirano avanti con fatica, ai ragazzi che a vent’anni fanno la valigia per cercare lavoro, agli anziani soli, agli emarginati, a coloro che hanno smarrito il senso dell’esistenza. Il sacerdote è mandato a tutti perché a tutti annunci la bellezza della fede in Gesù Cristo, la buona notizia della nostra salvezza. E’ la salvezza che ci è stata donata per mezzo di Maria. Affidatevi a Lei, come a Colei che per prima ha fatto quello che oggi è chiesto a voi. Chiedete a Maria la grazia di imparare a dire ogni giorno il vostro “sì” al Signore Gesù”.
(Foto: Santa Sede)
Card. Parolin a Catania invita alla fedeltà alla santità
“Cari fratelli e sorelle, con profonda gioia prendo parte a questa solenne celebrazione nella quale la Chiesa di Catania rende grazie al Signore per il nono centenario del ritorno delle reliquie di sant’Agata… Porto a tutti voi il saluto affettuoso e la benedizione di Sua Santità papa Leone XIV, che ha voluto nominarmi Legato pontificio per questa circostanza. Egli si unisce spiritualmente alla vostra letizia, rende grazie al Signore per la luminosa testimonianza di Sant’Agata e affida questa Arcidiocesi, la città di Catania, le famiglie, i giovani, gli anziani e l’intera Sicilia alla sua intercessione”: a Catania, il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, ha presieduto il pontificale per il IX centenario della traslazione delle reliquie di Sant’Agata.
Nell’omelia ha invitato a contemplare non una santità da museo ma una santità capace di generare fede, speranza e carità, ricordando che esiste anche un martirio ‘incruento’, un ‘martirio della fedeltà’, a cui ciascuno è chiamato: “Novecento anni sono una misura che supera la vita delle singole generazioni e ci introduce nel tempo lungo della fede. Celebrare questo anniversario significa riconoscere che il Signore è stato fedele alla sua Chiesa attraverso i secoli, sostenendola nelle prove, purificandola nelle difficoltà e facendola rifiorire continuamente attraverso la testimonianza dei santi”.
Quindi anche se cambiano le modalità ed i linguaggi la comunione dei Santi resta: “Cambiano le epoche, mutano le forme della società, si trasformano i linguaggi e le sensibilità, ma rimane immutata quella comunione dei santi che, come insegna il Credo, unisce il cielo e la terra e rende ogni epoca contemporanea del Vangelo.
Sant’Agata non appartiene semplicemente alla storia di Catania, appartiene all’oggi di Dio e continua a camminare con il suo popolo. Sant’Agostino ricordava che i martiri non sono lodati perché hanno sofferto, ma perché hanno perseverato. Non è il dolore a renderli grandi, ma l’amore che li ha resi fedeli fino alla fine”.
Proprio la santità genera le virtù teologali: “E Tertulliano affermava che il sangue dei martiri non è il segno di una sconfitta, ma il seme da cui continuamente rifiorisce la Chiesa. Ed è proprio questo che oggi contempliamo: una santità che non appartiene ai musei della memoria, ma continua a generare fede, speranza e carità…
Dio rimane fedele anche quando tutto sembra perduto e chi pone in Lui la propria speranza scopre che la morte non possiede l’ultima parola. L’intera storia della salvezza è attraversata da questa certezza, che raggiunge il suo compimento nella Pasqua di Cristo. La prima lettura ci ha fatto entrare in una delle pagine più alte della spiritualità biblica: il martirio dei sette fratelli Maccabei e della loro madre”.
Una speranza narrata nel libro dei Maccabei e vissuta da sant’Agata: “E’ una delle più limpide professioni della speranza nella risurrezione presenti nell’Antico Testamento. Israele comprende progressivamente, proprio nell’ora della persecuzione, che l’alleanza di Dio è più forte della morte e che le sue promesse non si esauriscono entro i confini dell’esistenza terrena. Questa stessa speranza illumina la vicenda di sant’Agata.
Anche lei, come i Maccabei, si trovò davanti alla possibilità del compromesso. Anche lei avrebbe potuto salvare la propria vita rinnegando ciò che aveva scelto. Eppure comprese che esiste un bene più grande della stessa vita e questo bene è appartenere a Gesù Cristo”.
In questo modo la santità può diventare una Grazia: “Per questo il suo martirio non è anzitutto il racconto di una violenza subita, ma la manifestazione di un amore che nessuna violenza è riuscita a spegnere… La Chiesa non vive della propria efficienza, vive della grazia di Dio; non si fonda sulle capacità dei suoi membri, ma sulla fedeltà del Signore che continua ad operare nella debolezza umana”.
Con l’invito a pregare per i cristiani perseguitati il segretario di Stato vaticano ha invitato a non relegare la patrona nel tempo: “Ed in questo si manifesta anche la straordinaria attualità di Sant’Agata. Il suo esempio ci ricorda che il martirio non appartiene soltanto ai primi secoli della vita e della storia della Chiesa. Anche oggi quanti cristiani sono perseguitati in molte parti del mondo…
Ricordiamo quindi e preghiamo in questo momento per tutti questi nostri fratelli sparsi nelle varie parti del mondo che soffrono persecuzione per il nome del Signore e per il suo Vangelo. Ma non dimentichiamo, fratelli e sorelle, che esiste anche un martirio, per così dire, incruento, al quale anche noi, tutti noi qui presenti, siamo chiamati”.
E’ un martirio che non deve essere disperso: “E’ il martirio quotidiano della fedeltà: quello degli sposi che custodiscono il loro amore nelle difficoltà, quello dei genitori che educano cristianamente i figli, quello dei giovani che non cedono alla cultura dell’apparenza e della superficialità, quello dei sacerdoti e dei consacrati che spendono con generosità la propria vita, degli anziani che offrono le loro sofferenze con fiducia, di quanti nel silenzio scelgono ogni giorno la giustizia invece del compromesso, la verità invece della convenienza, il perdono invece della vendetta”.
Un martirio che richiama ad una santità quotidiana: “E questa è la santità feriale di cui parlava il Concilio Vaticano II quando ricordava che tutti i battezzati sono chiamati alla pienezza della vita cristiana. Celebrare il nono centenario significa allora interrogarsi non soltanto su ciò che abbiamo ricevuto, ma soprattutto su ciò che siamo chiamati a trasmettere.
La Chiesa di Catania custodisce un patrimonio immenso di fede, di cultura, di pietà popolare e di carità. Ma ogni eredità vive soltanto se viene continuamente rigenerata. Le nuove generazioni non hanno bisogno tanto di monumenti o di ricordi, ma di uomini e donne nei quali il Vangelo diventi nuovamente visibile”.
Ecco il motivo per cui il male si vince con il bene: “I santi ci insegnano che il male non si vince con altro male, ma con quella carità che nasce dalla Croce e che trasforma la storia dall’interno. Sant’Agostino amava ripetere che la speranza ha due figlie bellissime: l’indignazione e il coraggio. L’indignazione per le cose come sono e il coraggio di cambiarle. E’ una consegna preziosa anche per la Chiesa di oggi…
I Padri della Chiesa amavano vedere nell’altare insieme la mensa del sacrificio e la mensa del convito, il luogo in cui Cristo continua a donarsi alla sua Chiesa perché essa impari a donare la propria vita. Nessun martire ha trovato in sé stesso il coraggio della fedeltà. Tutti lo hanno ricevuto da Cristo che, nell’Eucaristia, continua a nutrire il suo popolo con la sua Parola e con il suo Corpo”.
Ed ecco l’invito conclusivo a chiedere la grazia a Dio attraverso l’intercessione di sant’Agata: “Anche noi, partecipando a questi santi misteri, chiediamo la grazia di essere trasformati in ciò che riceviamo, perché la comunione con il Signore diventi sorgente di una testimonianza credibile, capace di rendere visibile il Vangelo nella vita quotidiana…
Ottieni perseveranza alle famiglie, speranza ai giovani, conforto agli anziani, agli ammalati e a quanti sono provati dalla sofferenza. Intercedi per coloro che esercitano responsabilità nella vita civile perché, docili alla legge morale iscritta da Dio nel cuore di ogni uomo, promuovano la dignità della persona, il bene comune, la giustizia e la pace.
Tu che hai conformato la tua vita al mistero pasquale di Cristo, ottienici la grazia di rimanere saldi nella fede, operosi nella carità e perseveranti nella speranza perché, camminando nella comunione della Chiesa e sostenuti dalla tua intercessione, giungiamo alla piena partecipazione della liturgia celeste, dove il Padre è glorificato, il Figlio regna con Lui nello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli”.
(Foto: Cubo News)
Papa Leone XIV invita ad alzare lo sguardo
“Oggi, infatti, la Basilica della Sacra Famiglia ci accoglie, aprendo le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno a questo altare, all’ascolto della parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore, nutrita dalla sua stessa vita nell’Eucaristia. E’ così che Barcellona, la ciutat comtal, e tutta la Catalogna si radunano in questo tempio, segno di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo”: nel pomeriggio papa Leone XIV, come primo atto della sua visita alla Sagrada Família dove è arrivato in papamobile tra due ali festanti di folla, ha pregato davanti al Santissimo Sacramento ed ha reso omaggio alla tomba del venerabile Gaudì, sepolto dal 1926 nella cappella di Nostra Signora del Carmelo.
Questa chiesa è il segno visibile di Dio invisibile: “Questa chiesa è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto. Noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine. Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento”.
L’opera che ancora è in divenire è una ‘promessa’: “Non abitiamo dunque un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo, quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme”.
La Chiesa è il posto in cui Dio si offre all’umanità, come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni: “E’ invece Dio che dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori… Parole forti, che non sono affatto minacce, né un ricatto. Sono un invito di salvezza, cioè un appello alla libertà da parte di Cristo, che vuole per noi il bene definitivo, eterno”.
Dio è Emmanuele che mostra fedeltà al popolo; per questo chi crede non uccide: “Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi. ‘Io Sono’: questo è il Nome santissimo che Dio consegnò a Mosè dal roveto ardente, rivelando la propria indistruttibile fedeltà. Fatto uomo, Egli diventa per noi l’Emmanuele, sorgente di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova. Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”.
E la croce della Sagrada Familia è un invito a farsi ‘ultimi’: “Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Tutte e tre le facciate della Sacra Famiglia lo attestano: il Primo si fa ultimo per noi nella Natività; col suo Sacrificio ci redime mediante la Passione; la sua morte ci dona vita eterna facendoci partecipi della gloria divina”.
Ma anche ad alzare lo sguardo: “Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: ‘Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus’. Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo”.
La fede dà forma: “La fede dà forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme. Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso”.
Ecco il modo in cui la Chiesa racconta il mistero: “Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi. Insieme a Gaudì, commemorando il centenario della sua morte, ricordiamo e ringraziamo questa sera tutti i promotori e i benefattori, gli artisti e le maestranze che cooperano a edificare un capolavoro architettonico che è anche un eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce.
Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione”.
Da questo ‘tempio’ l’esortazione a vivere il Vangelo: “Cari fratelli e sorelle, la bellezza di questo tempio ci sproni ad imparare sempre più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo. Mentre alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere. E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo”.
A conclusione della celebrazione eucaristica il papa ha inaugurato la ‘Torre di Gesù’ nella chiesa della Sagrada Familía, che diventa chiesa più alta del mondo con i suoi 172,5 metri, raccontato da una bambina: “Gaudí l’ha progettata in modo che la luce filtrasse attraverso il contorno delle cornici che possiamo vedere qui. La Torre, che fino ad allora aveva avuto quattro lati, ora ne ha otto, come potete vedere. Guardate. Tutti gli spigoli, otto lati”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la spiritualità mariana è essenziale per la vita cristiana
“Negli ultimi giorni, l’accordo sull’inizio del processo di pace ha regalato una scintilla di speranza in Terra Santa. Incoraggio le parti coinvolte a proseguire con coraggio il percorso tracciato, verso una pace giusta, duratura e rispettosa delle legittime aspirazioni del popolo israeliano e del popolo palestinese. Due anni di conflitto hanno lasciato ovunque morte e macerie, soprattutto nel cuore di chi ha perso brutalmente i figli, i genitori, gli amici, ogni cosa. Con tutta la Chiesa sono vicino al vostro immenso dolore… A Dio, unica Pace dell’umanità, chiediamo di guarire tutte le ferite e di aiutare con la sua grazia a compiere ciò che umanamente ora sembra impossibile: riscoprire che l’altro non è un nemico, ma un fratello a cui guardare, perdonare, offrire la speranza della riconciliazione”: prima di concludere la messa per il Giubileo della spiritualità mariana, papa Leone XIV ha recitato in piazza San Pietro la preghiera mariana dell’Angelus con un pensiero per la Terra Santa.
Poi ha rivolto un pensiero anche contro gli attacchi all’Ucraina: “Con dolore invece seguo le notizie dei nuovi, violenti attacchi che hanno colpito diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, provocando la morte di persone innocenti, tra cui bambini, e lasciando moltissime famiglie senza elettricità e riscaldamento. Il mio cuore si unisce alla sofferenza della popolazione, che da anni vive nell’angoscia e nella privazione. Rinnovo l’appello a mettere fine alla violenza, a fermare la distruzione, ad aprirsi al dialogo e alla pace!”
Infine un pensiero per la situazione in Perù: “Sono vicino al caro popolo peruviano in questo momento di transizione politica. Prego affinché il Perù possa continuare nella via della riconciliazione, del dialogo e dell’unità nazionale”.
Nella celebrazione eucaristica il papa ha ripreso le letture odierne, sottolineando la fedeltà di Dio: “Gesù è la fedeltà di Dio, la fedeltà di Dio a sé stesso. Bisogna dunque che la domenica ci renda cristiani, riempia cioè della memoria incandescente di Gesù il sentire e il pensare, modificando il nostro vivere insieme, il nostro abitare la terra. Ogni spiritualità cristiana si sviluppa da questo fuoco e contribuisce a renderlo più vivo”.
In questo giubileo della spiritualità mariana ha sottolineato il tema della guarigione: “La Lettura dal Secondo Libro dei Re ci ha ricordato la guarigione di Naamàn, il Siro. Gesù stesso commentò questo brano nella sinagoga di Nazaret e l’effetto della sua interpretazione sulla gente del paese fu sconcertante. Dire che Dio aveva salvato quello straniero malato di lebbra piuttosto che quelli che c’erano in Israele scatenò una reazione generale”.
Riprendendo un pensiero di papa Francesco il papa ha evidenziato la liberazione dalla malattia della presunzione: “Da questo pericolo ci libera Gesù, Lui che non porta armature, ma nasce e muore nudo; Lui che offre il suo dono senza costringere i lebbrosi guariti a riconoscerlo: soltanto un samaritano, nel Vangelo, sembra rendersi conto di essere stato salvato. Forse, meno titoli si possono vantare, più è chiaro che l’amore è gratuito. Dio è puro dono, sola grazia, ma quante voci e convinzioni possono separarci anche oggi da questa nuda e dirompente verità!”
E la spiritualità mariana è essenziale per la vita cristiana: “Fratelli e sorelle, la spiritualità mariana è a servizio del Vangelo: ne svela la semplicità. L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama. La spiritualità mariana ci immerge nella storia su cui il cielo si è aperto, ci aiuta a vedere i superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti rovesciati dai troni, i ricchi rimandati a mani vuote. Ci impegna a ricolmare di beni gli affamati, a innalzare gli umili, a ricordarci la misericordia di Dio e a confidare nella potenza del suo braccio. Il suo Regno, infatti, viene coinvolgendoci, proprio come a Maria ha chiesto il ‘sì’, pronunciato una volta e poi rinnovato di giorno in giorno”.
Ma Gesù si concentra sul ringraziamento, in quanto la grazia di Dio è per tutti: “I lebbrosi che nel Vangelo non tornano a ringraziare, infatti, ci ricordano che la grazia di Dio può anche raggiungerci e non trovare risposta, può guarirci e non coinvolgerci. Guardiamoci, dunque, da quel salire al tempio che non ci mette alla sequela di Gesù. Esistono forme di culto che non ci legano agli altri e ci anestetizzano il cuore. Allora non viviamo veri incontri con coloro che Dio pone sul nostro cammino; non partecipiamo, come ha fatto Maria, al cambiamento del mondo e alla gioia del Magnificat. Guardiamoci da ogni strumentalizzazione della fede, che rischia di trasformare i diversi, spesso i poveri, in nemici, in ‘lebbrosi’ da evitare e respingere”.
Citando l’esortazione evangelica ‘Evangelii Gaudium’ papa Leone XIV sollecita a mantenere viva la spiritualità cristiana: “Carissimi, in questo mondo assetato di giustizia e di pace, teniamo viva la spiritualità cristiana, la devozione popolare a quei fatti e a quei luoghi che, benedetti da Dio, hanno cambiato per sempre la faccia della terra. Facciamone un motore di rinnovamento e di trasformazione, come chiede il Giubileo, tempo di conversione e di restituzione, di ripensamento e di liberazione. Interceda per noi Maria Santissima, nostra speranza, e ancora e per sempre ci orienti a Gesù, il crocifisso Signore. In lui c’è salvezza per tutti”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a preparare la Pasqua
“Ricorre oggi l’ottantesimo anniversario del bombardamento atomico della città giapponese di Hiroshima, e fra tre giorni ricorderemo quello di Nagasaki. Desidero assicurare la mia preghiera per tutti coloro che ne hanno subito gli effetti fisici, psicologici e sociali. Nonostante il passare degli anni, quei tragici avvenimenti costituiscono un monito universale contro la devastazione causata dalle guerre e, in particolare, dalle armi nucleari. Auspico che nel mondo contemporaneo, segnato da forti tensioni e sanguinosi conflitti, l’illusoria sicurezza basata sulla minaccia della reciproca distruzione ceda il passo agli strumenti della giustizia, alla pratica del dialogo, alla fiducia nella fraternità”: anche oggi al termine dell’udienza generale, dopo il messaggio inviato ieri, papa Leone XIV ha ricordato l’80^anniversario dei bombardamenti atomici sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, rivolgendo un appello alla comunità internazionale per la pace.
Mentre nell’udienza generale papa Leone XIV, sempre proseguendo il ciclo giubilare ‘Gesù Cristo nostra speranza’, ha iniziato un ciclo di catechesi dedicate al mistero della passione, morte e risurrezione, riflettendo sulla preparazione della Pasqua chiesta da Gesù ai discepoli dal Vangelo di Marco: “E’ una domanda pratica, ma anche carica di attesa. I discepoli intuiscono che sta per avvenire qualcosa di importante, ma non ne conoscono i dettagli. La risposta di Gesù sembra quasi un enigma: ‘Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua’. I dettagli si fanno simbolici: un uomo che porta una brocca (gesto solitamente femminile in quell’epoca), una sala al piano superiore già pronta, un padrone di casa sconosciuto”.
La minuziosa descrizione è segno dell’amore di Gesù verso gli apostoli: “E’ come se ogni cosa fosse stata predisposta in anticipo. In effetti è proprio così. In questo episodio, il Vangelo ci rivela che l’amore non è frutto del caso, ma di una scelta consapevole. Non si tratta di una semplice reazione, ma di una decisione che richiede preparazione. Gesù non affronta la sua passione per fatalità, ma per fedeltà a un cammino accolto e percorso con libertà e cura. E’ questo che ci consola: sapere che il dono della sua vita nasce da un’intenzione profonda, non da un impulso improvviso”.
Ed anche la ‘sala pronta’ indica la cura dei particolari per rendere bella l’accoglienza: “Quella ‘sala al piano superiore già pronta’ ci dice che Dio ci precede sempre. Ancor prima che ci rendiamo conto di avere bisogno di accoglienza, il Signore ha già preparato per noi uno spazio dove riconoscerci e sentirci suoi amici. Questo luogo è, in fondo, il nostro cuore: una ‘stanza’ che può sembrare vuota, ma che attende solo di essere riconosciuta, colmata e custodita”.
Però, nonostante che sia tutto pronto, Gesù chiede agli apostoli collaborazione: “La Pasqua, che i discepoli devono preparare, è in realtà già pronta nel cuore di Gesù. È Lui che ha pensato tutto, disposto tutto, deciso tutto. Tuttavia, chiede ai suoi amici di fare la loro parte. Questo ci insegna qualcosa di essenziale per la nostra vita spirituale: la grazia non elimina la nostra libertà, ma la risveglia. Il dono di Dio non annulla la nostra responsabilità, ma la rende feconda”.
Gesù propone la stessa cosa oggi nell’Eucarestia: “Non si tratta solo della liturgia, ma della nostra disponibilità a entrare in un gesto che ci supera. L’Eucaristia non si celebra soltanto sull’altare, ma anche nella quotidianità, dove è possibile vivere ogni cosa come offerta e rendimento di grazie. Prepararsi a celebrare questo rendimento di grazie non significa fare di più, ma lasciare spazio. Significa togliere ciò che ingombra, abbassare le pretese, smettere di coltivare aspettative irreali”.
Il papa ha sottolineato che i preparativi sono necessari per un incontro: “Troppo spesso, infatti, confondiamo i preparativi con le illusioni. Le illusioni ci distraggono, i preparativi ci orientano. Le illusioni cercano un risultato, i preparativi rendono possibile un incontro. L’amore vero (ci ricorda il Vangelo) si dà prima ancora che venga ricambiato. È un dono anticipato. Non si fonda su ciò che riceve, ma su ciò che desidera offrire. È ciò che Gesù ha vissuto con i suoi: mentre loro ancora non capivano, mentre uno stava per tradirlo e un altro per rinnegarlo, Lui preparava per tutti una cena di comunione”.
Perciò il papa ha invitato a vivere la Pasqua nella vita: “Cari fratelli e sorelle, anche noi siamo invitati a ‘preparare la Pasqua’ del Signore. Non solo quella liturgica: anche quella della nostra vita. Ogni gesto di disponibilità, ogni atto gratuito, ogni perdono offerto in anticipo, ogni fatica accolta pazientemente è un modo per preparare un luogo dove Dio può abitare. Possiamo allora chiederci: quali spazi nella mia vita ho bisogno di riordinare perché siano pronti ad accogliere il Signore? Cosa significa per me oggi ‘preparare’? Forse rinunciare a una pretesa, smettere di aspettare che l’altro cambi, fare il primo passo. Forse ascoltare di più, agire di meno, o imparare a fidarmi di ciò che già è stato predisposto”.
E preparando si scoprono i segni: “Se accogliamo l’invito a preparare il luogo della comunione con Dio e tra di noi, scopriamo di essere circondati da segni, incontri, parole che orientano verso quella sala, spaziosa e già pronta, in cui si celebra incessantemente il mistero di un amore infinito, che ci sostiene e che sempre ci precede. Che il Signore ci conceda di essere umili preparatori della sua presenza. Ed, in questa disponibilità quotidiana, cresca anche in noi quella fiducia serena che ci permette di affrontare ogni cosa con il cuore libero. Perché dove l’amore è stato preparato, la vita può davvero fiorire”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ha ricordato ai carabinieri la fedeltà
“Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci consegna l’autentico significato cristiano di queste due parole. Fratello e sorella sono nomi di relazione, che ripetiamo spesso nella liturgia come saluto, come segni di prossimità e di affetto. Gesù, il Figlio unigenito di Dio, ne spiega il senso in relazione a sé e al Padre suo, rivelando un legame più forte del sangue perché ci coinvolge tutti, accomunando ogni uomo e ogni donna. Tutti, infatti, siamo davvero fratelli e sorelle di Gesù quando facciamo la volontà di Dio, cioè quando viviamo amandoci gli uni gli altri, come Dio ha amato noi”: questa mattina papa Leone XIV, visitando il Comando dell’Arma di Castel Gandolfo, ha presieduto una celebrazione eucaristica alla presenza del ministro della Difesa italiano Crosetto e del comandante generale dei Carabinieri Luongo, con un invito a rispondere alla violenza con la legge.
Per questo ha ricordato che ogni relazione di Dio è un dono: “Ogni relazione che Dio vive, in sé e per noi, diventa così un dono: quando il suo unico Figlio diventa nostro fratello, il Padre suo diventa Padre nostro e lo Spirito Santo, che unisce il Padre e il Figlio, viene ad abitare nei nostri cuori. L’amore di Dio è tanto grande che Gesù non tiene per sé neanche sua madre, consegnando Maria come madre nostra, nell’ora della croce”.
Riprendendo le parole di sant’Agostino il papa ha sottolineato la necessità di essere discepoli di Gesù: “Solo chi vive di una dedizione così piena può affermare: ‘chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre’. In particolare, queste parole ci fanno capire che Maria diventa madre di Gesù perché ascolta la parola di Dio con amore, la accoglie nel proprio cuore e la vive con fedeltà.
Commentando il brano del Vangelo ora ricordato, sant’Agostino ha perciò scritto che ‘vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché madre di Cristo’. Difatti, ‘Maria fu beata, poiché ascoltò la parola di Dio e la mise in pratica’. Il senso della vita di Maria è custodito nella fedeltà alla Parola ricevuta da Dio: il Verbo della vita da lei accolto, portato in grembo e donato al mondo”.
Ricordando il 75^ anniversario della proclamazione della Vergine fedele a patrona dell’Arma dei Carabinieri, papa Leone XIV ha sottolineato che nel 1949, la fedeltà di Maria verso Dio diventava modello per ogni carabiniere: “Proprio da Castel Gandolfo, nel 1949 il mio venerato predecessore papa Pio XII accolse questa bella proposta del Comando generale dell’Arma. Dopo la tragedia della guerra, in un periodo di ricostruzione morale e materiale, la fedeltà di Maria verso Dio diventava così modello della fedeltà di ogni Carabiniere verso la Patria e il popolo italiano”.
Ecco, quindi, l’impegno del carabiniere per la tutela della sicurezza del cittadino: “Questa virtù esprime la dedizione, la purezza, la costanza dell’impegno per il bene comune, che i Carabinieri tutelano garantendo la pubblica sicurezza e difendendo i diritti di tutti, specie di coloro che si trovano in condizioni di pericolo. Esprimo perciò profonda gratitudine per il nobile e impegnativo servizio che l’Arma rende all’Italia e ai suoi cittadini, oltre che a favore della Santa Sede e dei fedeli che visitano Roma: penso specialmente ai molti pellegrini di quest’anno giubilare”.
Per il papa la devozione alla Madre di Dio dà risalto al motto dei carabinieri: “La devozione alla Vergine fedele rispecchia inoltre il motto dei Carabinieri, ‘Nei secoli fedele’, esprimendo il senso del dovere e l’abnegazione di ogni membro dell’Arma, fino al sacrificio di sé. Ringrazio dunque le Autorità presenti, civili e militari, per quello che fate nell’adempimento dei vostri compiti: davanti alle ingiustizie, che feriscono l’ordine sociale, non cedete alla tentazione di pensare che il male possa averla vinta. Specialmente in questo tempo di guerre e di violenza, restate fedeli al vostro giuramento: come servitori dello Stato, rispondete al crimine con la forza della legge e dell’onestà. E’ così che l’Arma dei Carabinieri, la Benemerita, meriterà sempre la stima del popolo italiano”.
Infine ha ricordato i carabinieri che hanno sacrificato la vita per compiere il loro dovere: “In questa Eucaristia, mentre celebriamo la passione, morte e resurrezione del Signore, è giusto e doveroso far memoria dei Carabinieri che hanno dato la vita compiendo il proprio dovere: vi affido come esempio il venerabile Salvo D’Acquisto, medaglia d’oro al valore militare, del quale è in corso la causa di beatificazione. In ogni missione, la Virgo fidelis vi accompagni, vegliando amorevole su ciascuno di voi, sulle vostre famiglie e sul vostro lavoro”.
Infatti anche domenica scorsa al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV aveva salutato gli allievi del Corso Carabinieri della Scuola di Velletri, intitolata al venerabile Salvo D’Acquisto: “Vi incoraggio a proseguire il vostro percorso al servizio della patria e della società civile”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco, il pontefice del popolo che ha cambiato il volto della Chiesa
“In questa maestosa piazza di san Pietro, nella quale papa Francesco tante volte ha celebrato l’Eucarestia e presieduto grandi incontri nel corso di questi 12 anni, siamo raccolti in preghiera attorno alle sue spoglie mortali col cuore triste, ma sorretti dalle certezze della fede, che ci assicura che l’esistenza umana non termina nella tomba, ma nella casa del Padre in una vita di felicità che non conoscerà tramonto”: alla presenza di oltre 250.000 persone, a cui si sono aggiunte altre 150.000 persone lungo il tragitto fino alla basilica di santa Maria Maggiore, luogo in cui è stato sepolto, in piazza san Pietro si è svolta la messa esequiale di papa Francesco, celebrata dal card. Giovanni Battista Re, decano del Sacro Collegio, che lo ha definito un papa con un cuore aperto a tutti.
Fin dall’inizio del suo pontificato la sua scelta è stata quella di essere pastore delle pecore: “Nonostante la sua finale fragilità e sofferenza, papa Francesco ha scelto di percorrere questa via di donazione fino all’ultimo giorno della sua vita terrena. Egli ha seguito le orme del suo Signore, il buon Pastore, che ha amato le sue pecore fino a dare per loro la sua stessa vita”.
Al francescano p. Fabio Nardelli, docente alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma ed all’Istituto Teologico di Assisi, abbiamo chiesto di sintetizzare il messaggio che papa Francesco ha lasciato al popolo cristiano: “Guardando al Pontificato di Francesco e, in particolare, agli ultimi mesi di vita, il segno più eloquente che lascia in eredità all’umanità è quello dell’esserci, della sua presenza anche nella sofferenza e nella malattia: visitando, incontrando, accogliendo e soprattutto ‘facendosi prossimo’, anche in quell’ultimo saluto ai fedeli in piazza san Pietro nel giorno di Pasqua. L’esserci ‘fino alla fine’, testimoniando il Vangelo, è segno di una vita appassionata e donata, che rimane la parola più credibile ed efficace”.
‘Iniziamo oggi un nuovo ciclo di catechesi, dedicato a un tema urgente e decisivo per la vita cristiana: la passione per l’evangelizzazione, cioè lo zelo apostolico. Si tratta di una dimensione vitale per la Chiesa: la comunità dei discepoli di Gesù nasce infatti apostolica, nasce missionaria, non proselitista e dall’inizio dovevamo distinguere questo: essere missionario, essere apostolico, evangelizzare non è lo stesso di fare proselitismo, niente a che vedere una cosa con l’altra. Si tratta di una dimensione vitale per la Chiesa, la comunità dei discepoli di Gesù nasce apostolica e missionaria’: così papa Francesco apriva la catechesi dell’udienza generale di mercoledì 11 gennaio 2023. Per quale motivo aveva una tensione missionaria?
“L’esperienza pastorale vissuta in America Latina è stata chiaramente molto determinante, in quanto ha sperimentato in maniera incisiva cosa significhi vivere ‘in mezzo’ al popolo e testimoniando l’amore del Padre che non abbandona nessuno dei suoi figli. Nel suo pontificato ha più volte rilanciato non una ‘metodologia’ missionaria, ma la chiamata a un’esistenza missionaria che è per ‘tutti’ indistintamente, in quanto battezzati e perciò discepoli-missionari”.
‘Il suo cuore aperto ci precede e ci aspetta senza condizioni, senza pretendere alcun requisito previo per poterci amare e per offrirci la sua amicizia: Egli ci ha amati per primo… Per esprimere l’amore di Gesù si usa spesso il simbolo del cuore. Alcuni si domandano se esso abbia un significato tuttora valido. Ma quando siamo tentati di navigare in superficie, di vivere di corsa senza sapere alla fine perché, di diventare consumisti insaziabili e schiavi degli ingranaggi di un mercato a cui non interessa il senso della nostra esistenza, abbiamo bisogno di recuperare l’importanza del cuore’: così si apriva la sua ultima enciclica sull’amore umano e divino di Gesù: ‘Dilexit nos’. Per quale motivo egli ha invitato i cristiani ad essere ‘devoti’ al cuore di Gesù?
“Papa Francesco nella sua ultima enciclica ‘Dilexit nos’parla dell’amore personale del Cristo che viene incontro ad ogni uomo e che riconosce tutti come ‘amici’, non pretendendo alcun requisito. Con questa riflessione ha voluto rilanciare l’amore ‘cristoconformante’, riportandoci alla sorgente dell’amore divino e umano; ed è nel Cuore di Cristo, che ciascuno può riconoscere se stesso e imparare ad amare”.
Nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ papa Francesco ha avvertito la necessità di proporre lo stile ‘fraterno’ che san Francesco d’Assisi ha indicato a chi aveva scelto di seguirlo: ‘Fratelli tutti, scriveva san Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo… Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita’. Quanto è stato importante il suo magistero sull’amicizia sociale?
“L’opzione preferenziale per i poveri non ha costituito una semplice scelta di pastorale sociale, ma è stata posta quale esigenza indispensabile del cammino di evangelizzazione di tutta la Chiesa. Secondo papa Francesco l’impegno sociale non ha un fondamento esclusivamente sociologico ma in primiscristologico in quanto non nasce da imposizioni esterne ma dal mandato missionario di Gesù. L’attenzione alla dimensione sociale dell’evangelizzazione è stata vissuta come un’obbedienza fedele al principio evangelico e al vero significato della missione, secondo cui ogni discepolo è inviato ad annunciare la salvezza opera da Gesù Cristo morto e risorto”.
Quindi, pur apportando novità all’interno della Chiesa, non ha mai ‘tradito’ la dottrina?
“Il pontificato di papa Francesco è stata una grande ‘provocazione’ per coloro che non attendevano più la sorpresa di Dio. Il suo insegnamento può essere considerato, a ragione, un punto di svolta per la Chiesa: in obbedienza alla Scrittura, in continuità con la Tradizione e il Magistero ed, in ascolto dei ‘segni dei tempi’, ha orientato la barca della Chiesa verso prospettive sempre nuove ed aperte all’energia vitale del Vangelo. Guardando agli anni del suo pontificato, si può affermare che, in continuità con il Concilio Vaticano II, egli ha riaffermato l’urgenza missionaria, che è per ‘tutti’! Davvero si può definire il papa del popolo che ha cambiato il volto della Chiesa”.
(Tratto da Aci Stampa)




























