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Papa Leone XIV invita ad annunciare la Resurrezione agli oppressi

“Invio il mio pensiero a quanti, in diverse parti del mondo, partecipano alle iniziative promosse in occasione della Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, rinnovando l’appello perché lo sport, con il suo linguaggio universale di fraternità, sia luogo di inclusione e di pace”: al termine della recita del Regina Coeli’ papa Leone XIV ha invitato a chiedere la pace per tutto il mondo, anche attraverso il linguaggio universale di fraternità e inclusione insito nello sport a cui oggi è dedicata, sotto l’egida dell’Onu, la Giornata internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace.

Prima della recita della preghiera del tempo pasquale papa Leone XIV ha invitato i pellegrini ad esultare per la nuova vita donataci dalla Pasqua: “Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Buona Pasqua! Questo saluto, pieno di stupore e di gioia, ci accompagnerà tutta la settimana. Festeggiando il giorno nuovo, che il Signore ha fatto per noi, la liturgia celebra l’ingresso dell’intera creazione nel tempo della salvezza: la disperazione della morte è tolta per sempre, nel nome di Gesù”.

Oggi il Vangelo invita alla scelta di credere ad uno dei due racconti su uno stesso episodio: “Il Vangelo di oggi ci chiede di scegliere tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto, o quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio.

Le prime annunciano la vittoria di Cristo sulla morte; le seconde annunciano che la morte vince sempre e comunque. Nella loro versione, infatti, Gesù non è risorto, ma il suo cadavere è stato rubato. Da uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l’altra di morte certa e definitiva”.

E’ stato un invito a soppesare la veridicità della notizia ed a non credere alle fake news: “Questo contrasto ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte”.

Gesù Risorto invita a non temere la paura della morte: “Come alle donne giunte al sepolcro, anche a noi oggi Gesù dice: ‘Non temete! Andate ad annunciare’. Egli stesso diventa così la buona notizia da testimoniare nel mondo: la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell’umanità, perché quest’uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la sua vita. Come il Risorto, sempre vivo e presente, libera il passato da una fine distruttiva, così l’annuncio pasquale redime dal sepolcro il nostro futuro”.

Proprio per questa ‘forza propulsiva’ del Vangelo il papa ha esortato tutti ad annunciare la speranza agli ‘oppressi’: “Carissimi, quanto è importante che questo Vangelo raggiunga soprattutto quanti sono oppressi dalla malvagità, che corrompe la storia e confonde le coscienze! Penso ai popoli tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati dell’istruzione.

Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti. Quando viene proclamata nel mondo, infatti, la Buona Novella rischiara ogni ombra, in ogni tempo”.

E’ stato anche un invito a non dimenticare la testimonianza di papa Francesco: “Con particolare affetto, alla luce del Risorto ricordiamo oggi papa Francesco, che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità”.

Ed anche il patriarca di Gerusalemme, card. Pier Battista Pizzaballa, nell’omelia pasquale ha invitato ad abbandonare le proprie sicurezze: “Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di Magdala arriva ‘di buon mattino’, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa di trovare Gesù. E’ un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte…

Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua: non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi”.

La resurrezione cambia i pensieri di ciascuno: “Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo trovare Gesù ‘al suo posto’: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre nostalgie. Ed invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca”.

La Pasqua è una vita ‘altra’: “La Pasqua non ci promette una vita ‘facile’. Pasqua ci promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta. Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza che non rischia niente”.

Quindi la Pasqua è una porta da attraversare: “Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo decidere se restare dentro o uscire. Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario; scegliere di fare il bene, come Gesù ‘passò facendo del bene’, anche se non fa rumore, anche se non dà prestigio”.

(Foto: Santa Sede) 

La Via Crucis è un invito a superare gli abusi del male

“La Via Dolorosa si snoda per le stradine della Città Vecchia di Gerusalemme e ci fa ripercorrere il cammino di Gesù dal luogo della sua condanna fino a quello della sua crocifissione e della sua sepoltura, che è anche il luogo della sua risurrezione. Non è un percorso in mezzo a gente devota e silenziosa. Come al tempo di Gesù, ci troviamo a camminare in un ambiente caotico, disturbato e rumoroso, in mezzo a persone che condividono la fede in Lui, ma anche ad altri che deridono e insultano. Così è la vita di tutti i giorni”: è una Via Crucis nel mondo contemporaneo quella di fra Francesco Patton, già custode di Terra Santa, che nelle sue meditazioni riflette sul potere esercitato dagli uomini.

Come al tempo di Gesù anche oggi c’è chi crede di avere un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare come vuole, e la Via crucis al Colosseo è l’incarnazione del Vangelo nel dolore quotidiano: “La Via Crucis non è il cammino di chi vive in un mondo asetticamente devoto e di astratto raccoglimento, ma è l’esercizio di chi sa che la fede, la speranza e la carità sono da incarnare nel mondo reale, dove il credente è continuamente sfidato e continuamente deve fare proprio il modo di procedere di Gesù”.

Una Via crucis imperniata sulle parole di san Francesco d’Assisi, che invita a seguire Gesù: “San Francesco d’Assisi, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, descrive la nostra vita cristiana prendendo in prestito le parole dall’apostolo Pietro: ci ricorda che siamo chiamati a ‘seguire le orme di Cristo, il quale chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori’. Il Poverello ci esorta a fissare lo sguardo su Gesù…

Nel percorrere questa Via Crucis, accogliamo perciò l’invito di san Francesco a fare un cammino sulle orme di Gesù che non sia meramente rituale o intellettuale, ma coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita”.

In questa Via Crucis si alternano le immagini della Passione di ieri, e quella che il mondo sta vivendo: dignità umana oltraggiata, il potere di Dio e quello degli uomini in contrapposizione, la via dell’umiltà, e compiere il Regno di Dio sulla terra.

Già nella prima stazione il centro della riflessione riguarda il potere: “Francesco d’Assisi, che ha semplicemente cercato di seguire le tue orme, ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla”.

Per questo Gesù non rifiuta la croce ed affronta, pur non volendolo, lo scherno del potere: “Gesù, sono certo che era così anche quando la croce te l’hanno caricata sulle spalle. Nel Getsemani, infatti, avevi chiesto al Padre di allontanare da te questo calice, pur volendo con tutto te stesso compiere la sua volontà. La croce era il supplizio più orrendo e doloroso, riservato agli schiavi, ai criminali irrecuperabili e ai maledetti da Dio.

Eppure, l’hai abbracciata e portata sulle tue spalle, e poi ti sei lasciato portare da lei. Non perché fosse bella o attraente, ma per amore nostro. Sollevando il suo carico pesante, sapevi che risollevavi noi dal peso del male che ci schiaccia e ti caricavi del peccato che rovina la nostra esistenza. Abbracciando la croce e caricandola sulle tue spalle, abbracciavi la nostra fragilità e ti facevi carico della nostra umanità. Prendevi su di te le nostre schiavitù, i nostri crimini e anche la nostra maledizione”.

Ma la ‘croce’ può essere meno dura se nel percorso è possibile incontrare chi è disposto ad essere vicino: “Simone di Cirene non era un volontario. Non si prese volontariamente cura di te, Gesù, per darti una mano a portare la croce. Probabilmente sapeva a malapena chi eri…Anche oggi ci sono tante persone che scelgono di fare qualcosa di buono per gli altri in ogni parte del mondo. Ci sono migliaia di volontari che, in situazioni estreme, rischiano la vita per soccorrere chi ha bisogno di cibo, di istruzione, di cure mediche, di giustizia… Fa’ o Signore, che anche noi impariamo a offrire al nostro prossimo quel sostegno che vorremmo fosse offerto a noi, qualora ci trovassimo nella stessa situazione”.

Non solo Simone di Cirene, ma anche Veronica è protagonista in quanto riesce a vedere nel volto di Gesù una bellezza trasfigurata: “Veronica è la custode della tua immagine, Gesù. Ha potuto ottenerla grazie a quel gesto di carità: asciugare il tuo volto coperto di sangue e di polvere. Veronica non ci trasmette la memoria di un’immagine in posa, ma quella dell’uomo dei dolori, che ci ha risanati per mezzo delle sue stesse piaghe…

Ma aiutaci soprattutto ad avere l’occhio attento di Veronica, che ti sa riconoscere anche nella tua bellezza sfigurata. E rendici capaci di asciugare, oggi, il tuo volto, ancora coperto di polvere e sangue, deturpato da ogni atto che calpesta la dignità di una qualsiasi persona umana”.

Quindi le donne sono partecipi del dolore del mondo: “Le donne, Gesù, ti hanno sempre seguito e assistito, dall’inizio della tua predicazione. Ci sono anche adesso, anche sotto la croce. Dove c’è una sofferenza o un bisogno, le donne ci sono: negli ospedali e nelle case di riposo, nelle comunità terapeutiche e di accoglienza, nelle case-famiglia con i minori più fragili, negli avamposti più sperduti della missione ad aprire scuole e dispensari, nelle zone di guerra e di conflitto per soccorrere i feriti e consolare i sopravvissuti.

Le donne ti hanno preso sul serio; hanno preso sul serio anche queste tue parole dure: da secoli piangono su sé stesse e sui propri figli: portati via e incarcerati durante una manifestazione, deportati da politiche prive di compassione, naufragati in disperati viaggi della speranza, falcidiati nelle zone di guerra, annientati nei campi di sterminio”.

Quindi Gesù, attraverso la strada della croce, non elimina né il dolore e né la morte, ma offre la possibilità di trasformarli: “Tutto è iniziato in un giardino, l’Eden, che i progenitori ricevettero in dono e in custodia, e dal quale furono esiliati per non essersi fidati di Dio. Tutto ricomincia in un giardino, dove Gesù fu sepolto e dove risuscitò: luogo in cui la vecchia creazione fragile e mortale si trasforma in nuova creazione, che partecipa alla vita stessa di Dio. Questo luogo è la porta attraverso la quale Gesù è disceso agli inferi ed è l’ingresso del Paradiso, non più terrestre e temporaneo, ma celeste e definitivo.

Questo è il luogo dell’ultimo gesto di pietà e delle ultime lacrime versate sul corpo del Cristo morto. E’ il luogo del primo incontro con Lui Risorto, ormai vivente per sempre, riconoscibile solo quando ci chiama per nome o ci apre gli occhi, e impossibile da trattenere. Il luogo in cui Maria di Magdala riceve il mandato di annunciare che la morte è vinta perché Gesù di Nazareth ora è risorto, è il Signore, è il Vivente che non può più morire”.  

Domenica al pozzo di Samaria

Avvolta in abiti orientali, con un viso dolcissimo, avanzava lentamente con la maestà di una principessa. Un’anfora sulle spalle, portata con elegante leggerezza, la definiva subito: era la Samaritana. Blessy, una ragazza filippina aveva accolto volentieri questo impegno. Mentre Son, seminarista vietnamita, l’accompagnava con la musica di un flauto traverso. Il sapore orientale era tutto lì, in quei passi lenti e in quelle note.

‘Mi sembrava di essere proprio in Samaria!’, vi confesserà, poi, Pina, ancora piena di emozione. La Samaritana era sbucata di sorpresa alle spalle dell’’assemblea domenicale di sant’Agostino (Reggio Calabria), per percorrere calmamente tutta la navata centrale e sedersi ai piedi dell’altare, accanto ad un pozzo. Preparato nottetempo, infatti, questo era spuntato come un fungo da terra, tra sassi, decori e piante grasse: ‘Anche i bambini – vi dirà Enza – rimanevano conquistati, incantati dalla magia della scena’.

Mentre scorreva, poi, il racconto del Vangelo… Gesù, Parola viva, iniziava il dialogo con la donna Samaritana, rompendo per primo il silenzio. I loro sguardi si incrociano, i loro cuori entrano in sintonia. La Samaritana si fa ascolto. Sofferenza e umiliazione erano state fin qui sue compagne, ma ora si sente finalmente amata. A lei, donna straniera e di un’altro credo, il Messia dona l’acqua che disseta. Una sorgente, in lei ormai inaridita, ricomincia a sgorgare… si fa speranza e sorprendente energia missionaria.

La celebrazione si conclude, infine, mentre tutta l’assemblea si raccoglie in preghiera ai piedi della statua di Maria, la più umile ed eccelsa tra le donne. Proprio oggi, infatti, domenica 8 marzo, queste festeggiano la loro grande Giornata. Sopraggiunge, poi, la nostra Samaritana. Ed è per offrire un enorme bouquet di mimosa alla Madonna.

Il pensiero corre alle donne del nostro tempo, fragili, maltrattate e vittime di violenza, assetate di rispetto e dignità. Al canto finale, uscendo, ai fedeli sono distribuite frasi del vangelo in bocca a Gesù, preparate dai ragazzi della catechesi. Come a dissetare ad uno ad uno ogni discepolo con un’acqua viva: la Sua parola. Alle donne, evidentemente, anche un rametto di mimosa benedetta dallo sguardo di Maria. Strappa, così, spontaneo il loro sorriso… Sì, l’attesa della Pasqua apre sentieri di speranza davanti ad ognuno.

La Chiesa contro la tratta di esseri umani: la pace inizia con la dignità

“In occasione della XII Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, rinnovo con forza l’urgente appello della Chiesa a combattere e porre fine a tale grave crimine contro l’umanità”: in occasione della Giornata mondiale preghiera e riflessione contro la tratta, che si svolge oggi papa Leone XIV ha scritto una lettera in cui chiede la messa al bando della tratta umana, ‘La pace inizia con la dignità: un appello globale per porre fine alla tratta di persone”.

Nella giornata in cui si ricorda santa Giuseppina Bakhita, il papa ha ricordato la pace data da Gesù agli apostoli, come aveva già affermato al Corpo diplomatico: “Queste parole sono più di un saluto: indicano la via verso un’umanità rinnovata. La vera pace inizia con il riconoscimento e la tutela della dignità data da Dio a ogni persona.

Tuttavia, in un’epoca caratterizzata da un’escalation di violenza, molti sono tentati di cercare la pace ‘mediante le armi quale condizione per affermazione di un proprio dominio’. Inoltre, in situazioni di conflitto, la perdita di vite umane è spesso ridotta dai sostenitori della guerra come ‘danno collaterale’, sacrificata nel perseguimento di interessi politici o economici”.

Tali conflitti si riversano nelle persone, vittime della tratta, sempre in aumento: “Purtroppo la stessa logica di dominio e disprezzo per la vita umana alimenta anche il flagello della tratta di persone. L’instabilità geopolitica e i conflitti armati creano un terreno fertile per i trafficanti che sfruttano le persone più vulnerabili, in particolare gli sfollati, i migranti e i rifugiati. All’interno di questo paradigma fallimentare, le donne e i bambini sono i più colpiti da tale commercio atroce. Inoltre, il divario crescente tra ricchi e poveri costringe molti a vivere in condizioni precarie, rendendoli vulnerabili alle promesse ingannevoli dei reclutatori”.

Inoltre il papa mette in guardia dal pericolo di una nuova schiavitù, quella informatica: “Questo fenomeno è particolarmente preoccupante nell’ambito della cosiddetta ‘schiavitù informatica”, in cui le persone vengono attirate in schemi fraudolenti e attività criminali, come le frodi online e il traffico di droga. In questi casi, la vittima viene costretta ad assumere il ruolo di autore del reato, aggravando le proprie ferite spirituali. Tali forme di violenza non sono episodi isolati, ma sintomi di una cultura che ha dimenticato di amare come ama Cristo”.

Per questo il papa offre la preghiera e la riflessione: “Di fronte a queste gravi sfide, ricorriamo alla preghiera e alla riflessione. La preghiera è la ‘piccola fiamma’ che dobbiamo custodire in mezzo alla tempesta, poiché ci dà la forza di resistere all’indifferenza verso l’ingiustizia. La riflessione ci permette di identificare i meccanismi nascosti dello sfruttamento nei nostri quartieri e negli spazi digitali. In definitiva, la violenza della tratta di persone può essere superata solo attraverso una visione rinnovata che considera ogni individuo come un figlio amato da Dio”.

Il messaggio papale si conclude con il ringraziamento a coloro che offrono sostegno a chi è ‘sfruttato’ dalla tratta: “Desidero esprimere la mia sentita gratitudine a tutti coloro che, come le mani di Cristo, tendono la mano alle vittime della tratta, comprese le Reti e le Organizzazioni internazionali. Vorrei inoltre rendere omaggio ai sopravvissuti che sono diventati sostenitori di altre vittime. Il Signore li benedica per il coraggio, la fedeltà e l’impegno instancabile”.

Venerdì scorso si è svolto il Pellegrinaggio online contro la tratta che unirà in un percorso di preghiera globale (dall’Oceania all’Asia, dal Medio Oriente all’Africa, dall’Europa alle Americhe) ed ieri la Giornata dei Giovani con un laboratorio formativo, guidato dalla prof.ssa Silvia Scarpa, capo del Dipartimento di Scienze Politiche e Affari Internazionali e di Relazioni Internazionali della John Cabot University, seguito da attività di sensibilizzazione contro la tratta in Piazza Pia.

Oggi l’evento finale in piazza san Pietro con la preghiera dell’Angelus con papa Leone XIV, seguito dalla celebrazione eucaristica presieduta dal card. Vincent Nichols e da fra. Mario Zanotti, segretario generale dell’USG.

Ogni milione di abitanti nell’Unione europea si contano 22 vittime della tratta di esseri umani, secondo una ricerca di Eurostat, sono state 9.678 persone. Ad essere maggiormente colpite sono donne e ragazze, che rappresentano il 63% del totale. Uno dei motivi di questo triste primato è il persistere dello sfruttamento sessuale: circa il 46% dei casi registrati riguarda questa forma di abuso.

Un altro fenomeno preoccupante è l’aumento della tratta a fini di lavoro forzato. Nel 2019, questa quota si attestava intorno al 20%. Nel 2024 ha raggiunto il 40%. In quest’anno in Italia sono stati segnalati alle autorità italiane 632 casi di sfruttamento lavorativo, un dato poco inferiore a quello della Francia (752), ma molto superiore a quello di Germania (171) e Spagna (246).

Simona Saladini descrive le attività dell’Acisjf per sostenere le donne povere e sole

Alcune settimane fa a Roma è stato presentato il volume ‘Maria che scende dal treno’ della giornalista ed autrice teatrale Anna Mirella Taranto, con la prefazione del card. Baldassare Reina, vicario generale della diocesi di Roma, che ha affermato: “Sapere che c’è una realtà che si occupa delle donne che hanno bisogno di assistenza è un segno di speranza per tutta la Chiesa… Queste 12 storie raccontate nel libro ci interpellano tutti, laddove il nostro compito di cristiani è stare accanto alle persone che soffrono”.

Da parte sua, Simona Saladini, presidente nazionale di Acisjf, ha riconosciuto la capacità dell’associazione di “cambiare, riconoscendo i bisogni e i segni dei tempi, contribuendo così come movimento cattolico all’emancipazione delle donne, a fronte dei tanti modi in cui la povertà si manifesta: non solo quella dei migranti ma anche di tante italiane”, accolte oggi grazie all’opera di 16 comitati e 13 case che in Italia offrono 530 posti letto.

Quindi il volume è composto da dodici storie,  che raccontano, in forma di brevi monologhi ed interviste, questa storia di accoglienza e di fede, intrecciando memorie di oltre un secolo di cammino dell’associazione. Infatti più di 100 anni fa le volontarie intervenivano nelle stazioni, lungo i binari, per aiutare donne senza tetto e madri sole; oggi continuano ad accogliere nelle periferie delle città e del mondo donne vittime di violenza, povertà e disagio.

E proprio un excursus storico è quello che ha compiuto nel suo intervento la prof.ssa Marialuisa Sergio, docente di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, passando attraverso ‘guerre, migrazioni e crisi economiche’, e ponendo in luce quanto, per oltre un secolo, Acisjf abbia agito “all’insegna delle ‘3 A’ ossia accoglienza, ascolto e accompagnamento, sul solco tracciato dall’enciclica  ‘Rerum novarum’ di papa Leone XIII, non solo facendo assistenzialismo ma ricercando il bene contro ogni individualismo. Si tratta non solo di un accompagnamento delle fragilità della persona ma anche di renderle protagoniste del proprio destino, mediante la relazione e l’alleanza”.

Sono state affidate a mons. Andrea Manto, assistente ecclesiastico nazionale Acisjf, le conclusioni della giornata: “Questo libro e la sua lettura ci insegnano che ognuno di noi può donare una goccia di speranza: così si formano quel fiume e quel mare che portano a tutti fiducia, speranza e voglia di rinascere”. Al termine dell’incontro sono state consegnate dai presidenti delle sedi dell’associazione in Italia, le ‘valigie della speranza’, nate in collaborazione con la Caritas, ossia un contributo destinato al sostegno di una specifica situazione di necessità

Con la presidente dell’Acisijf, Simona Saladini riprendiamo l’omelia della celebrazione eucaristica per il giubileo dei poveri di papa Leone XIV dello scorso 16 novembre (‘La povertà interpella i cristiani, ma interpella anche tutti coloro che nella società hanno ruoli di responsabilità. Esorto perciò i Capi degli Stati e i Responsabili delle Nazioni ad ascoltare il grido dei più poveri. Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano in tanti modi, con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino’): in quale modo?

Chi ha responsabilità è chiamato ad ascoltare il ‘grido dei più poveri’, a denunciare le ingiustizie e ad agire per eliminarle in modo strutturale. Un invito forte ad intendere la propria responsabilità come servizio per il bene comune, per la verità e la giustizia, in particolare per i più deboli ed emarginati”.

Per quale motivo il povero può diventare segno di speranza?

Come ci ha ricordato papa Leone XIV, chi vive in una condizione di povertà, non avendo beni materiali, sa di non poter contare sulle sicurezze del potere e dell’avere.  Pertanto la sua condizione lo porta a riconoscere prima degli altri che solo in Dio c’è la vera salvezza, e per questo diventa testimone di una speranza profonda che si basa sulla fede”.

‘Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità’: in quale modo dare seguito a queste parole?

“Innanzitutto promuovendo politiche sociali come quelle relative al lavoro, all’istruzione, alla casa e alla salute; ma anche trovando modalità per incidere a livello culturale, per smascherare ‘l’illusione di una felicità che deriva da una vita agiata’, perché questo spinge molte persone a cercare la ricchezza e il successo sociale a tutti i costi, anche a scapito del bene comune”.

Per quale motivo per papa Leone XIV la città di Dio impegna anche per le città degli uomini?

“La riflessione parte dall’insegnamento di sant’Agostino secondo il quale nella storia umana si intrecciano due ‘città’: la città dell’uomo e la città di Dio. La prima guidata dall’amore di sé, dalla ricerca di potere e dai beni materiali; la seconda formata da coloro che amano Dio e vivono secondo carità e giustizia. Ebbene, papa Leone XIV, attraverso queste sue parole, ci dà un suggerimento pratico su come l’umanità possa fare per vivere in pace, libertà e pienezza. Ovvero, bisogna volgere lo sguardo e il cuore a Dio per realizzare anche sulla terra una prosperità umana autentica, un mondo fondato sulla giustizia sociale in cui ogni persona abbia riconosciuta la sua dignità”.

Cosa trova Maria scendendo dal treno?

“Innanzitutto, ‘Maria che scende dal treno’ è il titolo del libro (Edizioni Universitarie Romane) della giornalista Anna Mirella Taranto, che abbiamo presentato in occasione del Giubileo dei Poveri in Vicariato e racconta 123 anni di storia dell’ACISJF, l’Associazione Cattolica Internazionale al Servizio della Giovane, di cui sono presidente nazionale dal 2018. Maria nel 1902 scende dal treno, come simbolo delle numerose donne che si dirigevano verso le città industriali del Nord Italia e dell’Europa in cerca di lavoro e di una vita migliore.

Oggi, invece, Maria arriva soprattutto nei porti da deserti che attraversa a piedi nudi, da storie di violenza, di fame, di miseria. Ma nella Chiesa Maria è il femminile che accoglie senza chiedere, che custodisce. Ecco allora che scendendo dal treno, Maria trova le volontarie dell’ACISJF con la mano tesa verso di lei. Un incontro di umanità solidale tra donne che tendono una mano e quelle a cui viene tesa, fatto di accoglienza che si traduce in presa in carico per restituire dignità e libertà”.

Ed in cosa consiste questa ‘valigia della speranza’?

“In un mondo segnato da povertà, guerra e degrado, le donne pagano prezzi altissimi perché quando soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, spesso si trovano anche con minori possibilità di difendere i loro diritti. A partire da questa consapevolezza, sette anni fa, per celebrare la Giornata Mondiale dei Poveri è nata la ‘Valigia della Speranza’.

Poiché a livello nazionale siamo articolati in 16 comitati locali che operano in altrettante città, dal nord al sud Italia, ogni anno ciascun comitato sceglie di donare ad una donna particolarmente bisognosa e meritevole, una valigia di cartone simbolo di speranza per rimettersi in cammino. Dentro, il necessario a sostenere il sogno della donna alla quale è destinata: una borsa di studio per l’università, un corso di formazione professionale, un letto o una cucina per rendere abitabile una nuova casa, perché i volti della povertà sono tanti e diversi tra loro”.

Insomma. cosa è Acisjf?

“Sono donne al servizio di altre donne che da oltre un secolo accompagnano con intelligenza ricca di fede la trasformazione della condizione femminile. I servizi oggi attivi vanno dal collegio universitario agli uffici nelle stazioni ferroviarie fino alle iniziative contro l’emergenza freddo, dalla formazione professionale agli affidi diurni, al sostegno scolastico; dall’accoglienza delle giovani che dal sud Italia si spostano al nord per un lavoro precario alla presa in carico delle donne migranti, all’accompagnamento delle gestanti e delle madri con bambino. Lavorando in rete tra di noi e con le istituzioni civili e religiose in questi anni abbiamo aiutato oltre 17.000 donne ed abbiamo seguito circa 6.000 giovani nelle stazioni. Abbiamo servito più di 40.000 pasti e diamo ospitalità nelle nostre 13 case di accoglienza con 530 posti letto disponibili”.

(Tratto da Aci Stampa)

Da Cascia un invito ad essere costruttrici di pace

Domani Cascia celebra la festa di santa Rita, una delle sante più amate nel mondo, simbolo di perdono, pace e speranza: un appuntamento spirituale e popolare che ogni anno richiama migliaia di pellegrini da tutto il mondo. A rendere ancora più speciale l’edizione di quest’anno è un ricordo particolarmente significativo: nel 2024 a presiedere il pontificale fu il card. Robert Prevost, oggi papa Leone XIV, da sempre profondamente legato alla comunità del monastero di Cascia, come ha sottolineato suor Maria Grazia Cossu, madre badessa del Monastero:

“Solo un anno fa l’allora cardinale Prevost era qui con noi per celebrare la festa di santa Rita, come ave-va fatto già in passato da priore generale e da vescovo. E’ sempre stato molto vicino alla nostra comunità. Per noi è una doppia festa: la Chiesa ha un nuovo successore alla cattedra di Pietro, e questo papa viene dalla nostra famiglia agostiniana. Abbiamo un papa in famiglia”.

Cresce dunque la speranza di poter accogliere il nuovo pontefice a Cascia, come ha sottolineato p.  Giustino Casciano, rettore del santuario di santa Rita da Cascia: “Sabato 24 maggio celebreremo il 125° anniversario della canonizzazione di santa Rita da parte di papa Leone XIII Speriamo, con tutto il cuore, che papa Leone XIV possa venire proprio in quell’occasione. Sarebbe un evento straordinario per tutta la comunità di Cascia, che attende con trepidazione la visita del primo pontefice agostiniano della storia”.

Nel frattempo ieri sono state presentate le quattro ‘Donne di Rita’, cui oggi è stato assegnato il prestigioso ‘Riconoscimento Internazionale Santa Rita’, che dal 1988 dà visibilità e voce a donne che, come la santa casciana, vivono nella quotidianità valori universali come la pace, il dialogo, la solidarietà, il perdono. Persone comuni ma capaci, spesso nel silenzio, di trasformare la sofferenza in forza, l’ingiustizia in impegno, la fede in speranza concreta per sé e per gli altri. Le figure che, con la loro testimonianza di vita, incarnano i valori della ‘Santa degli impossibili’ sono: Marina Mari, suor Rita Giaretta, Yuliia Kurochka e Vittoria Scazzarriello.

Introducendo le premiate la madre badessa ha evidenziato la ‘gioia’ per il riconoscimento di questo premio alle quattro donne: “E’ una gioia avervi qui per condividere questi giorni di grande festa con santa Rita. Vengo a voi portando il saluto non solo mio, ma di tutta la Comunità monastica. Nel silenzio della nostra vita, offriamo ogni giorno la nostra preghiera, perché la pace possa ritrovare spazio nei cuori e tra i popoli, fondata sulla riconciliazione, sul perdono, sull’amore concreto”.

In questo modo è possibile costruire una pace duratura, come è stato sottolineato da papa Leone XIV: “Lo stesso richiamo con il quale Papa Leone XIV ha voluto iniziare il suo pontificato petrino nel suo primo Regina Coeli, rivolgendosi al mondo intero. Un appello chiaro che risuona con forza in un mondo ferito da troppi conflitti: Mai più la guerra! Si faccia il possibile per giungere al più presto a una pace giusta e duratura”.

Tale pace è stata vissuta da santa Rita: “Quella stessa pace che ha animato la vita di santa Rita, donna di dialogo, di speranza e di perdono. L’esempio di santa Rita ancora oggi risuona e continua a parlarci, e chiede a ciascuno di noi di essere portatori del Suo messaggio. Ed è con questo spirito che ogni anno la nostra festa si apre con il Riconoscimento Internazionale ‘Donne di Rita’. Dal 1988 premiamo donne che, in silenzio e con coraggio, rendono visibili nella vita quotidiana i valori che Santa Rita ci ha lasciato in eredità”.

Ecco, quindi, il motivo della scelta di queste quattro donne premiate: “Donne molto diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa scelta di vita fatta da santa Rita: quella di guardare nella direzione dell’Amore, l’Unico che può condurre alla Pace vera e duratura. In Yuliia Kurochka, Marina Mari, suor Rita Giaretta, Vittoria Scazzarriello riconosciamo il volto attuale di santa Rita, che continua a vivere attraverso gesti concreti di perdono, solidarietà e cura dell’altro. Il Riconoscimento è un segno di gratitudine e un invito a credere che anche oggi è possibile costruire il bene, custodire la Speranza, essere artigiani di pace”.

Suor Cossu ha concluso il suo intervento con la richiesta di aiuto a santa Rita: “A santa Rita chiediamo che ci aiuti nel nostro quotidiano ad essere persone pacificate e pacificanti, capaci di donare serenità e gioia là dove siamo chiamati a vivere, per essere (come lei) seminatori di speranza, di pace, di perdono e di riconciliazione ed amore”.

Prima del conferimento delle onorificenze sono state presentate le quattro donne ‘premiate’: Marina Mari, che è cresciuta nell’Alveare del Monastero di Santa Rita come ‘Apetta’, in quanto nel 2003 mentre si recava al lavoro, ha avuto un grave incidente stradale che le ha causato danni psico-fisici permanenti: invece di chiudersi nella sofferenza, Marina ha trovato la forza per donarsi ancora più agli altri. Riceve il riconoscimento internazionale Santa Rita da Cascia 2025 per aver trasformato una profonda sofferenza personale in impegno a servizio degli altri, diventando voce per chi non ha voce, in particolare per le donne e i lavoratori più fragili.

Suor Rita Giaretta, Originaria del vicentino, vive oggi a Roma, nel quartiere Tuscolano, dove al sesto piano di Casa Magnificat accoglie le donne vittime della tratta, offrendo loro non solo rifugio ma una concreta possibilità di rinascita. Riceve il riconoscimento internazionale Santa Rita da Cascia 2025 per aver donato la propria vita all’accoglienza e al riscatto di queste donne, restituendo loro dignità, libertà e futuro.

Yuliia Kurochka, ha 47 anni, è cristiana ortodossa, membro della Comunità di Sant’Egidio e rifugiata a Roma dal marzo 2022: riceve il riconoscimento Internazionale Santa Rita 2025 per aver scelto la via della pace e del servizio anche nella tragedia della guerra, aiutando altri rifugiati e diventando artigiana di riconciliazione e speranza credendo nel potere del dialogo e del cuore che non si chiude alla sofferenza altrui.

Vittoria Scazzarriello, medico di origini tarantine, ha vissuto la malattia del marito con spirito profondamente cristiano, facendo della sua esistenza una testimonianza autentica di amore, sacrificio e fede. Riceve il riconoscimento Internazionale Santa Rita per aver vissuto con amore, forza e fede la prova della malattia del marito, trasformando il dolore in dono e la cura in vocazione.

Domani 22 maggio, giorno della festa liturgica di santa Rita, il momento più atteso sarà il solenne pontificale, in programma alle ore 11.00 presso la Sala della Pace, presieduto dal card. Baldassare Reina, vicario generale per la diocesi di Roma e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Teologico ‘Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia’.

Ed in questi giorni la Fondazione ‘Santa Rita da Cascia’ ha lanciato la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi, ‘Un gesto di fede, un dono di grazia’ a sostegno del progetto ‘Dopodinoi’, un innovativo modello di cohousing con tecnologie assistive per 12 giovani adulti con disturbi dello spettro autistico. Sarà uno dei primi casi in Italia, una ‘casa del futuro’ per cui si prevedono spazi e arredi interni integrati con la domotica: un’iniziativa concreta per dare risposta alla più grande preoccupazione delle famiglie per il futuro dei propri figli. Chi contribuirà al progetto con una donazione minima di € 16 riceverà l’anello della ‘Festa di Santa Rita’, inciso con la sua rosa simbolo. Per maggiori informazioni festadisantarita.org.

Papa Francesco: annunciare a tutti la Pasqua

“E’ notte quando il cero pasquale avanza lentamente fino all’altare. E’ notte quando il canto dell’Inno apre i nostri cuori all’esultanza, perché la terrà è inondata di così grande splendore: la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo”: con il Preconio pasquale è inizia nella basilica di san Pietro la veglia pasquale celebrata dal card. Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio.

Nell’omelia letta papa Francesco ha sottolineato che al buio della notte succede l’alba del giorno: “Sul finire della notte avvengono i fatti narrati nel Vangelo appena proclamato: la luce divina della Risurrezione si accende e la Pasqua del Signore accade quando il sole sta ancora per spuntare; ai primi chiarori dell’alba si vede che la grande pietra, posta sul sepolcro di Gesù, è stata ribaltata e alcune donne arrivano in quel luogo portando il velo del lutto. Il buio avvolge lo sconcerto e la paura dei discepoli. Tutto succede nella notte”.

La luce rischiara la notte: “Così, la Veglia pasquale ci ricorda che la luce della Risurrezione rischiara il cammino passo dopo passo, irrompe nelle tenebre della storia senza clamore, rifulge nel nostro cuore in modo discreto. E ad essa corrisponde una fede umile, priva di ogni trionfalismo. La Pasqua del Signore non è un evento spettacolare con cui Dio afferma sé stesso e obbliga a credere in Lui; non è una mèta che Gesù raggiunge per una via facile, aggirando il Calvario; e nemmeno noi possiamo viverla in modo disinvolto e senza esitazione interiore. Al contrario, la Risurrezione è simile a piccoli germogli di luce che si fanno strada a poco a poco, senza fare rumore, talvolta ancora minacciati dalla notte e dall’incredulità”.

Questo è lo ‘stile’ di Dio che non elimina la notte ma la rischiara: “Questo ‘stile’ di Dio ci libera da una religiosità astratta, illusa dal pensare che la risurrezione del Signore risolva tutto in maniera magica. Tutt’altro: non possiamo celebrare la Pasqua senza continuare a fare i conti con le notti che portiamo nel cuore e con le ombre di morte che spesso si addensano sul mondo”.

La luce consente alla speranza di germogliare: “Cristo ha vinto il peccato e ha distrutto la morte ma, nella nostra storia terrena, la potenza della sua Risurrezione si sta ancora compiendo. E questo compimento, come un piccolo germoglio di luce, è affidato a noi, perché lo custodiamo e lo facciamo crescere. Fratelli e sorelle, questa è la chiamata che, soprattutto nell’anno giubilare, dobbiamo sentire forte dentro di noi: facciamo germogliare la speranza della Pasqua nella nostra vita e nel mondo!”

E’ un invito a non perdere la speranza: “Quando sentiamo ancora il peso della morte dentro il nostro cuore, quando vediamo le ombre del male continuare la loro marcia rumorosa sul mondo, quando sentiamo bruciare nella nostra carne e nella nostra società le ferite dell’egoismo o della violenza, non perdiamoci d’animo, ritorniamo all’annuncio di questa notte: la luce lentamente risplende anche se siamo nelle tenebre; la speranza di una vita nuova e di un mondo finalmente liberato ci attende; un nuovo inizio può sorprenderci benché a volte ci sembri impossibile, perché Cristo ha vinto la morte”.

La resurrezione è un annuncio del Regno di Dio: “Questo annuncio, che allarga il cuore, ci riempie di speranza. In Gesù Risorto abbiamo infatti la certezza che la nostra storia personale e il cammino dell’umanità, pur immersi ancora in una notte dove le luci appaiono fioche, sono nelle mani di Dio; e Lui, nel suo grande amore, non ci lascerà vacillare e non permetterà che il male abbia l’ultima parola. Allo stesso tempo, questa speranza, già compiuta in Cristo, per noi rimane anche una mèta da raggiungere: a noi è stata affidata perché ne diventiamo testimoni credibili e perché il Regno di Dio si faccia strada nel cuore delle donne e degli uomini di oggi”.

Riprendendo sant’Agostino il papa ha invitato ad essere ‘costruttori di speranza’: “Riprodurre la Pasqua nella nostra vita e diventare messaggeri di speranza, costruttori di speranza mentre tanti venti di morte soffiano ancora su di noi. Possiamo farlo con le nostre parole, con i nostri piccoli gesti quotidiani, con le nostre scelte ispirate al Vangelo. Tutta la nostra vita può essere presenza di speranza”.

Soprattutto per chi ha smarrito la speranza: “Vogliamo esserlo per coloro ai quali manca la fede nel Signore, per chi ha smarrito la strada, per quelli che si sono arresi o hanno la schiena curva sotto i pesi della vita; per chi è solo o si è chiuso nel proprio dolore; per tutti i poveri e gli oppressi della Terra; per le donne umiliate e uccise; per i bambini mai nati e per quelli maltrattati; per le vittime della guerra. A ciascuno e a tutti portiamo la speranza della Pasqua!”

E’ un invito ad annunciare la Pasqua: “Il Cristo risorto è la svolta definitiva della storia umana. Lui è la speranza che non tramonta. Lui è l’amore che ci accompagna e ci sostiene. Lui è il futuro della storia, la destinazione ultima verso cui camminiamo, per essere accolti in quella nuova vita in cui il Signore stesso asciugherà ogni nostra lacrima ‘e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno’. E questa speranza della Pasqua, questa ‘svolta nelle tenebre’, dobbiamo annunciarla a tutti. Sorelle, fratelli, il tempo di Pasqua è stagione di speranza”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: alziamo lo sguardo

“Le donne vanno al sepolcro alle prime luci dell’alba, ma dentro di sé conservano il buio della notte. Pur essendo in cammino, sono ancora ferme: il loro cuore è rimasto ai piedi della croce. Annebbiate dalle lacrime del Venerdì Santo, sono paralizzate dal dolore, sono rinchiuse nella sensazione che ormai sia tutto finito, che sopra la vicenda di Gesù sia stata messa una pietra. E proprio la pietra è al centro dei loro pensieri”: nella veglia pasquale papa Francesco ha sottolineato i dubbi che assillavano le donne durante l’omelia.

Nell’omelia il papa ha evidenziato due momenti, che conducono alla gioia della Pasqua: “Anzitutto, primo momento, c’è la domanda che assilla il loro cuore spezzato dal dolore: chi ci farà rotolare via la pietra dal sepolcro? Quella pietra rappresentava la fine della storia di Gesù, sepolta nella notte della morte. Lui, la vita venuta nel mondo, è stato ucciso; Lui, che ha manifestato l’amore misericordioso del Padre, non ha ricevuto pietà; Lui, che ha sollevato i peccatori dal peso della condanna, è stato condannato alla croce.

Il Principe della pace, che aveva liberato un’adultera dalla furia violenta delle pietre, giace sepolto dietro una grossa pietra. Quel masso, ostacolo insormontabile, era il simbolo di ciò che le donne portavano nel cuore, il capolinea della loro speranza: contro di esso tutto si era infranto, con il mistero oscuro di un tragico dolore che aveva impedito ai loro sogni di realizzarsi”.

Ciò avviene ogni qualvolta si sperimenta la delusione: “Sono ‘macigni della morte’ e li incontriamo, lungo il cammino, in tutte quelle esperienze e situazioni che ci rubano l’entusiasmo e la forza di andare avanti: nelle sofferenze che ci toccano e nelle morti delle persone care, che lasciano in noi vuoti incolmabili; li incontriamo nei fallimenti e nelle paure che ci impediscono di compiere quanto di buono abbiamo a cuore; li troviamo in tutte le chiusure che frenano i nostri slanci di generosità e non ci permettono di aprirci all’amore; li troviamo nei muri di gomma dell’egoismo e dell’indifferenza, che respingono l’impegno a costruire città e società più giuste e a misura d’uomo; li troviamo in tutti gli aneliti di pace spezzati dalla crudeltà dell’odio e dalla ferocia della guerra”.

Eppure le donne sono state capaci di alzare lo sguardo per vedere Gesù risorto: “Risuscitato dal Padre nella sua, nella nostra carne con la forza dello Spirito Santo, ha aperto una pagina nuova per il genere umano. Da quel momento, se ci lasciamo prendere per mano da Gesù, nessuna esperienza di fallimento e di dolore, per quanto ci ferisca, può avere l’ultima parola sul senso e sul destino della nostra vita. Da quel momento, se ci lasciamo afferrare dal Risorto, nessuna sconfitta, nessuna sofferenza, nessuna morte potranno arrestare il nostro cammino verso la pienezza della vita”.

Questa è la Pasqua: “Fratelli e sorelle, Gesù è la nostra Pasqua, Lui è Colui che ci fa passare dal buio alla luce, che si è legato a noi per sempre e ci salva dai baratri del peccato e della morte, attirandoci nell’impeto luminoso del perdono e della vita eterna. Fratelli e sorelle, alziamo lo sguardo a Lui, accogliamo Gesù, Dio della vita, nelle nostre vite, rinnoviamogli oggi il nostro ‘sì’ e nessun macigno potrà soffocarci il cuore, nessuna tomba potrà rinchiudere la gioia di vivere, nessun fallimento potrà relegarci nella disperazione”.

E’ un invito ad alzare lo sguardo al cielo: “Fratelli e sorelle, alziamo lo sguardo a Lui e chiediamogli che la potenza della sua risurrezione rotoli via i massi che ci opprimono l’anima. Alziamo lo sguardo a Lui, il Risorto, e camminiamo nella certezza che sul fondo oscuro delle nostre attese e delle nostre morti è già presente la vita eterna che Egli è venuto a portare”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: la preghiera rende capaci

“Per conservare la salute in vista della Veglia di domani e della Santa Messa della domenica di Pasqua, questa sera il Santo Padre Francesco seguirà la Via Crucis al Colosseo da Casa Santa Marta. I testi delle meditazioni e delle preghiere dal titolo ‘In preghiera con Gesù sulla via della croce’ proposte quest’anno per le stazioni della Via Crucis del Venerdì Santo sono state scritte dal Santo Padre”. Quindi questa sera papa Francesco, per preservare la propria salute ha seguito la ‘Via Crucis’ al Colosseo da Casa Santa Marta.

La ‘Via Crucis’ di papa Francesco è stata una preghiera intima che, nell’Anno della Preghiera, ha lasciato parlare il cuore dell’uomo, con i racconti degli incontri lungo la via dolorosa verso il Golgota sulla strada del perdono, perché Dio ci invita a rialzarci dal peccato, nonostante una condanna a morte:

“Gesù, tu sei la vita e sei condannato a morte; sei la verità e subisci un falso processo. Ma perché non reclami? Perché non alzi la voce e non spieghi le tue ragioni? Perché non confuti i dotti e i potenti come hai sempre fatto con successo? La tua reazione stupisce, Gesù: nel momento decisivo non parli, taci. Perché più il male è forte, più la tua risposta è radicale. E la tua risposta è il silenzio”.

Davanti all’ingiustizia il silenzio si trasforma in preghiera che perdona: “Ma il tuo silenzio è fecondo: è preghiera, è mitezza, è perdono, è la via per redimere il male, per convertire ciò che soffri in un dono che offri. Gesù, mi accorgo che ti conosco poco perché non conosco abbastanza il tuo silenzio; perché nella frenesia di correre e fare, assorbito dalle cose, preso dalla paura di non stare a galla o dalla smania di mettermi al centro, non trovo il tempo per fermarmi e rimanere con te: per lasciare agire te, Parola del Padre che operi nel silenzio. Gesù, il tuo silenzio mi scuote: m’insegna che la preghiera non nasce dalle labbra che si muovono, ma da un cuore che sa stare in ascolto: perché pregare è farsi docili alla tua Parola, è adorare la tua presenza”.

In effetti la preghiera è un invito a non portare da soli la propria croce: “Venire a te; io, invece, mi chiudo in me: rimugino, rivango, mi piango addosso, sprofondo nel vittimismo, campione di negatività. Venite a me: dircelo non è bastato e allora ecco che ci vieni incontro e ti carichi sulle spalle la nostra croce, per togliercene il peso. Tu questo desideri: che gettiamo in te fatiche e affanni, perché vuoi che ci sentiamo liberi e amati in te. Grazie, Gesù. Unisco la mia croce alla tua, ti porto la mia stanchezza e le mie miserie, getto in te ogni peso del cuore”.

In questa ‘Via Crucis’ le donne hanno un ruolo importante, iniziando dalla Madre: “Gesù, i tuoi ti hanno abbandonato, Giuda ti ha tradito, Pietro rinnegato: sei rimasto solo con la croce. Ma ecco tua madre. Non servono parole, bastano i suoi occhi, che sanno guardare in faccia la sofferenza e farsene carico. Gesù, nello sguardo pieno di lacrime e di luce di Maria ritrovi la memoria della tenerezza, delle carezze, delle braccia amorevoli che ti hanno sempre accolto e sostenuto. Lo sguardo materno è lo sguardo della memoria, che ci fonda nel bene”.

Il ‘ruolo’ della madre è fondamentale nella vita di ciascuno: “Non si può fare a meno di una madre che ci mette al mondo, ma neppure di una madre che ci rimette a posto nel mondo. Tu lo sai e dalla croce ci dai la tua stessa madre. Ecco tua madre, dici al discepolo, a ognuno di noi: dopo l’Eucaristia, ci dai Maria, dono estremo prima di morire. Gesù, il tuo cammino è stato confortato dal ricordo del suo amore; anche il mio cammino ha bisogno di fondarsi nella memoria del bene.

Mi accorgo, però, che la mia preghiera è povera di memoria: veloce, sbrigativa, una lista di bisogni per oggi e domani. Maria, ferma la mia corsa, aiutami a fare memoria: a custodire la grazia, a ricordare il perdono e i prodigi di Dio, a ravvivare il primo amore, a riassaporare le meraviglie della provvidenza, a piangere di gratitudine”.

Tale ‘ruolo’ è confermato dalla Veronica: “Gesù, tanti seguono il barbaro spettacolo della tua esecuzione e, senza conoscerti e senza conoscere la verità, emettono giudizi e condanne, gettando su di te infamia e disprezzo. Accade anche oggi, Signore, e non serve nemmeno un macabro corteo: basta una tastiera per insultare e pubblicare sentenze. Ma, mentre tanti urlano e giudicano, una donna si fa strada in mezzo alla folla. Non parla: agisce. Non inveisce: s’impietosisce. Va controcorrente: sola, con il coraggio della compassione, rischia per amore, trova il modo di passare tra i soldati solo per darti sul volto il conforto di una carezza”.

La donna comprende il dolore e lo allevia: “Il suo gesto passerà alla storia ed è un gesto di consolazione. Quante volte invoco consolazione da te, Gesù! Ma la Veronica mi ricorda che pure tu ne hai bisogno: tu, Dio vicino, chiedi la mia vicinanza; tu, mio consolatore, vuoi essere consolato da me. Amore non amato, anche oggi cerchi tra la folla cuori sensibili alla tua sofferenza, al tuo dolore. Cerchi veri adoratori, che in spirito e verità rimangano con te, Amore abbandonato. Gesù, accendi in me il desiderio di stare con te, di adorarti e consolarti. E fa’ che, nel tuo nome, io sia consolazione per gli altri”.

E’ un incontro particolare quello di Gesù crocifisso con le donne: “Gesù, chi ti segue fino alla fine lungo la via della croce? Non i potenti, che ti aspettano sul Calvario, non gli spettatori che stanno lontano, ma le persone semplici, grandi ai tuoi occhi e piccole a quelli del mondo. Sono le donne, a cui hai dato speranza: non hanno voce ma si fanno sentire. Aiutaci a riconoscere la grandezza delle donne, loro che a Pasqua sono state fedeli e vicine a te, ma che ancora oggi vengono scartate, subendo oltraggi e violenze. Gesù, le donne che incontri si battono il petto e fanno lamenti su di te”.

Le donne asciugano le lacrime: “Non si piangono addosso, ma piangono per te, piangono sul male e sul peccato del mondo. La loro preghiera fatta di lacrime arriva al tuo cuore. E la mia preghiera sa piangere? Mi commuovo davanti a te, crocifisso per me, davanti al tuo amore mite e ferito? Piango le mie falsità e la mia incostanza? Di fronte alle tragedie del mondo il mio cuore è di ghiaccio o si scioglie? Come reagisco alla follia della guerra, a volti di bimbi che non sanno più sorridere, a madri che li vedono denutriti e affamati e non hanno più lacrime da versare? Tu, Gesù, hai pianto su Gerusalemme, hai pianto sulla durezza del nostro cuore. Scuotimi dentro, dammi la grazia di piangere pregando e di pregare piangendo”.

Infine il corpo di Gesù è accolto dalla Madre: “Maria, dopo il tuo ‘sì’ il Verbo si fece carne nel tuo grembo; ora adagiata sul tuo grembo c’è la sua carne martoriata: quel bimbo che tenevi tra le braccia è un cadavere straziato. Eppure adesso, nel momento più sofferto, risplende la tua offerta: una spada ti trapassa l’anima e la tua preghiera continua ad essere un ‘sì’ a Dio. Maria, noi siamo poveri di ‘sì’ e ricchi di ‘se’: se avessi avuto genitori migliori, se fossi stato più compreso e amato, se mi fosse andata meglio la carriera, se non ci fosse quel problema, se solo non soffrissi più, se Dio mi ascoltasse”.

Il gesto della Madre è un invito a vivere la realtà affidandosi a Dio: “Perennemente a chiederci il perché delle cose, fatichiamo a vivere il presente con amore. Tu avresti tanti ‘se’ da dire a Dio, ma dici ancora ‘sì’. Forte nella fede, credi che il dolore, attraversato dall’amore, porta frutti di salvezza; che la sofferenza con Dio non ha l’ultima parola. E mentre tieni tra le braccia Gesù esanime, risuonano in te le ultime parole che ti ha rivolto: Ecco tuo figlio. Madre, sono io quel figlio! Accoglimi tra le tue braccia e chinati sulle mie ferite. Aiutami a dire ‘sì’ a Dio, ‘sì’ all’amore. Madre di pietà, viviamo un tempo spietato e abbiamo bisogno di compassione: tu, tenera e forte, ungici di mitezza: sciogli le resistenze del cuore e i nodi dell’anima”.

E’ una preghiera alla Madre di Dio di essere sempre al proprio fianco: “Prendimi per mano, Maria. Quando cedo alla recriminazione e al vittimismo: prendimi per mano, Maria. Quando smetto di lottare e accetto di convivere con le mie falsità: prendimi per mano, Maria. Quando indugio e non trovo il coraggio di dire ‘sì’ a Dio: prendimi per mano, Maria. Quando sono indulgente con me e inflessibile con gli altri: prendimi per mano, Maria. Quando voglio che la Chiesa e il mondo cambino, ma io non cambio: prendimi per mano, Maria”.

Ed al termine della ‘Via Crucis’ compare Giuseppe d’Arimatea, che dà valore alla preghiera, perché rende audaci: “Giuseppe: il nome che insieme a Maria sta all’alba del Natale, segna pure l’aurora della Pasqua. Giuseppe di Nazaret sognò e con coraggio prese Gesù per salvarlo da Erode; tu, Giuseppe di Arimatea, ne prendi il corpo, senza sapere che un sogno impossibile e meraviglioso si realizzerà proprio lì, nel sepolcro che hai dato a Cristo quando pensavi che lui non potesse far più nulla per te. Invece è proprio vero che ogni dono fatto a Dio riceve una ricompensa più grande.

Giuseppe di Arimatea, sei il profeta del coraggio audace. Per fare il tuo dono a un morto vai dal temuto Pilato e lo preghi, così da poter regalare a Gesù il sepolcro che avevi fatto costruire per te. La tua preghiera è tenace e alle parole seguono le opere. Giuseppe, ricordaci che la preghiera insistente porta frutto e attraversa persino il buio della morte; che l’amore non rimane senza risposta, ma regala nuovi inizi”.

(Foto: Santa  Sede)

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