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Papa Leone XIV: al centro la formazione cristiana
“Al centro dei vostri lavori ci sono i temi della formazione cristiana e degli Incontri Mondiali, realtà importanti per tutta la Chiesa. Gli Incontri Mondiali coinvolgono un grande numero di partecipanti e richiedono un complesso lavoro organizzativo, in ascolto e in collaborazione con le Comunità locali e con persone e organismi, molti dei quali ricchi di una lunga e preziosa esperienza di evangelizzazione”: oggi papa Leone XIV, ricevendo in udienza i partecipanti alla plenaria del Dicastero Laici, Famiglia e Vita, ha sottolineato che comunicare i valori del Vangelo non è solo trasmettere una dottrina ma condivisione della vita.
Per questo si è soffermato sul significato della formazione cristiana: “Le parole di san Paolo, che avete scelto come titolo del vostro incontro, indicano in proposito una direzione precisa… L’Apostolo si rivolge ai Galati e li chiama ‘figli miei’, riferendosi ad un ‘parto’ con cui, non senza sofferenze, li ha portati ad accogliere Cristo. La formazione è messa così sotto il segno della ‘generazione’, del ‘dare vita’, del ‘far nascere’, in una dinamica che, pur con dolore, conduce il discepolo all’unione vitale con la persona stessa del Salvatore, vivente e operante in lui o in lei, capace di trasformare la ‘vita nella carne’ in vita di Cristo in noi”.
Quindi ha incentrato il suo discorso sulla competenza del formatore: “E’ vero che nella Chiesa, a volte, la figura del formatore come ‘pedagogo’, impegnato a trasmettere istruzioni e competenze religiose, è prevalsa su quella del ‘padre’ capace di generare alla fede. La nostra missione, però, è molto più alta, per cui non possiamo fermarci a trasmettere una dottrina, un’osservanza, un’etica, ma siamo chiamati a condividere ciò che viviamo, con generosità, amore sincero per le anime, disponibilità a soffrire per gli altri, dedizione senza riserve, come genitori che si sacrificano per il bene dei figli”.
Quindi la formazione è comunione, riprendendo il tema sviluppato nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’: “Come infatti la vita umana si trasmette grazie all’amore di un uomo e di una donna, così la vita cristiana è veicolata dall’amore di una comunità. Non è il sacerdote da solo, o un catechista o un leader carismatico, che genera alla fede, ma la Chiesa, la Chiesa unita, viva, fatta di famiglie, di giovani, di celibi, di consacrati, animata dalla carità e perciò desiderosa di essere feconda, di trasmettere a tutti, e soprattutto alle nuove generazioni, la gioia e la pienezza di senso che vive e sperimenta.
Quello che fa nascere nei genitori il desiderio di dare la vita ai figli non è il bisogno di avere qualcosa, ma la voglia di dare, di condividere la sovrabbondanza d’amore e di gioia che li abita, ed è qui che ha le radici anche ogni opera di formazione”.
Ma la trasmissione della fede non può essere disgiunto dalla trasmissione al rispetto della vita: “Inoltre, è indispensabile curare nelle nostre comunità gli aspetti formativi finalizzati al rispetto della vita umana in ogni sua fase, in particolare quelli che contribuiscono a prevenire ogni forma di abuso sui minori e sulle persone vulnerabili, come pure ad accompagnare e sostenere le vittime”.
Per questo la formazione non è improvvisazione, citando l’esempio di molti santi: “Come possiamo vedere, l’arte di formare non è facile e non si improvvisa: richiede pazienza, ascolto, accompagnamento e verifica, sia a livello personale che comunitario, e non può prescindere dall’esperienza e dalla frequentazione di chi l’ha vissuta, per imparare e prendere esempio.
Così, nel corso dei secoli, sono nati giganti dello spirito come sant’Ignazio di Loyola, san Filippo Neri, san Giuseppe Calasanzio, san Gaspare del Bufalo, san Giovanni Leonardi. Ed è in quest’ottica che anche sant’Agostino, appena eletto vescovo, compose il suo trattato ‘De catechizandis rudibus’, le cui indicazioni rimangono utili e preziose fino ad oggi”.
L’udienza si conclusa con la traccia di alcune ‘piste’ educative, affidandoli alla Madre di Dio, secondo la lettura di sant’Agostino: ‘Le sfide che affrontate, a volte, possono apparire superiori alle vostre forze e risorse. Non dovete però scoraggiarvi.
Partite dal piccolo, seguendo, nella fede, la logica evangelica del granello di senape, fiduciosi che il Signore non vi farà mai mancare, a tempo opportuno, le energie, le persone e le grazie necessarie. Guardate a Maria: donandoci Cristo «ha cooperato mediante l’amore a generare alla Chiesa dei fedeli, che formano le membra di quel capo’. Imitatene la fede e affidatevi sempre alla sua intercessione”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV prega per le vittime a Crans-Montana
Appresa la notizia del tragico incendio avvenuto nella notte di giovedì 1 gennaio, a Crans-Montana, in Svizzera, che ha provocato più di 40 morti e numerosi feriti, papa Leone XIV si è unito ‘al dolore delle famiglie e dell’intera Confederazione Elvetica’ con un telegramma, a firma del segretario di Stato, card. Pietro Parolin, al vescovo della diocesi di Sion, mons. Jean-Marie Lovey: “La Madre di Dio, nella sua tenerezza, porti il conforto della fede a tutte le persone toccate da questo dramma e le custodisca nella speranza”.
Al pensiero del papa si è unito quello dei vescovi svizzeri, con un messaggio firmato insieme alla diocesi di Sion: “Quella che doveva essere una notte di festa si è trasformata in una terribile catastrofe per centinaia di persone. E’ a loro che vanno i nostri pensieri e le nostre preghiere”. La Diocesi di Sion esprime in particolare “il suo sostegno e la sua gratitudine a tutte le persone impegnate in vari modi a favore delle vittime, sul posto o nei vari ospedali mobilitati, al personale sanitario, alla polizia, alle autorità civili e giudiziarie… Preghiamo affinché le famiglie straziate possano essere accompagnate e sostenute. Affinché la luce della solidarietà possa dissipare il fumo nero e denso di questo dramma, affidiamo in modo particolare tutte le vittime e i loro cari alla tenerezza della Vergine Maria”.
Ulteriori messaggi di cordoglio giungono poi dalle singole Diocesi. Oltre a mons. de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano, si è anche espresso in un messaggio mons. Bonnemain, vescovo di Coira: “Questa mattina, durante la celebrazione eucaristica, ho pregato per tutte le persone che sono state colpite direttamente o indirettamente dal terribile incendio di Crans-Montana: le vittime, i feriti, i familiari, i medici, gli infermieri, i servizi di soccorso, le forze di sicurezza, le autorità, i soccorritori, per tutto il Vallese. Vorrei solo pregare in silenzio e sperare che la solidarietà dimostrata possa alleviare in qualche modo l’immensa sofferenza”.
In un ulteriore messaggio diffuso oggi mons. Pierre-Yves Maillard, vicario generale della diocesi di Sion, ha inoltre annunciato che mons. Jean-Marie Lovey celebrerà un’ulteriore messa domenica 4 gennaio nella chiesa di Crans, insieme al pastore di Montana, al presidente del Consiglio sinodale Stephan Kronbichler ed al presidente del Sinodo svizzero Gilles Cavin. Inoltre oggi vi sarà un’adorazione eucaristica nella chiesa di Montana.
Ed ieri è stata celebrata una messa in suffragio delle vittime dal vescovo della diocesi di Sion, mons. Jean-Marie Lovey, nella chiesa di Crans-Montana: “Il raduno spontaneo di ieri sera sul luogo della tragedia è stato commovente: centinaia di giovani si abbracciavano in silenzio portando fiori e candele”.
Infine, anche il Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc), che ha la sua sede a Ginevra, ha espresso in queste ore ‘profondo dolore e solidarietà’ con una lettera indirizzata alle Chiese del segretario generale dell’organismo ecumenico, rev. Jerry Pillay: “Non siete soli. Persone in tutto il mondo pregano per voi, piangono con voi e vi sono vicine in solidarietà. Che possiate trovare forza e conforto gli uni negli altri e che il ricordo dei vostri cari diventi fonte di luce e pace nei difficili giorni che ci attendono”.
Intanto, le autorità svizzere parlano di 80-100 persone in condizioni critiche, tra i 115 feriti nell’incendio di Crans-Montana. Le vittime sono cittadini svizzeri, italiani e francesi, come ha spiegato il capo del dipartimento della sicurezza del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, alla radio francese Rtl: “Delle centinaia di persone ricoverate negli ospedali molte non sono state ancora identificate”.
Mentre nel videomessaggio inviato ai partecipanti alle Conferenze SEEK26 che si svolgono nelle città di Columbus, Fort Worth e Denver, negli Stati Uniti, il papa ha evidenziato la chiamata dei primi discepoli: “Gesù pone questa domanda ai discepoli perché conosce i loro cuori. Erano inquieti, in senso buono. Non volevano accontentarsi della normale routine della vita.
Erano aperti a Dio e desideravano un significato. Oggi, Gesù rivolge la stessa domanda a ciascuno di voi. Cari giovani, cosa cercate? Perché siete qui a questa conferenza? Forse anche i vostri cuori sono inquieti, alla ricerca di significato, realizzazione e direzione nella vostra vita. La risposta si trova in una persona. Solo il Signore Gesù ci porta vera pace e gioia e soddisfa ogni nostro desiderio più profondo”.
Quindi la conoscenza personale permette la ‘nascita’ del cristianesimo: “Questo brano ci parla quindi anche di cosa significhi essere missionari. Dopo aver incontrato Gesù, Andrea non poté fare a meno di condividere con suo fratello ciò che aveva trovato. Infatti, lo zelo missionario nasce dall’incontro con Cristo.
Desideriamo condividere con gli altri ciò che abbiamo ricevuto affinché anche loro possano giungere a conoscere la pienezza dell’amore e della verità che si trovano solo in Lui. Prego che, al termine di questa conferenza, tutti voi siate mossi da questo stesso zelo missionario per condividere con chi vi circonda la gioia che avete ricevuto da un autentico incontro con il Signore”.
(Foto: Avvenire)
A Roma presentato il libro ‘Desiderio di Roma, pellegrinaggi giubilari e trasporto ferroviario tra media e cultura visuale’
Il primo treno che entra in Vaticano attraverso le mura leonine durante il Giubileo straordinario del 1933 di papa Pio XI e il film di Vittorio De Sica ‘La porta del cielo’ del 1945, pellicola clandestina della Santa Sede nella Roma occupata dai nazisti; il viaggio a bordo di un convoglio ferroviario a Loreto e Assisi di papa san Giovanni XIII nel 1962 e la Giornata del Ferroviere del 1979 con papa san Giovanni Paolo II. Sono solo alcuni dei temi affrontati nel libro ‘Desiderio di Roma’ che è stato presentato a Roma all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede durante il convegno di studi ‘Pellegrini cattolici e trasporti ferroviari tra media e cultura visuale’.
Il volume, pubblicato da il Mulino, e curato da Dario Edoardo Viganò e Gianluca della Maggiore, è frutto di un progetto promosso dalla Fondazione MAC (Memorie audiovisive del Cattolicesimo) in collaborazione con la Fondazione FS Italiane.
Come hanno influito il trasporto ferroviario e la comunicazione di massa sul modo di intendere e interpretare l’evento dei giubilei da parte del papato? E come è cambiato di conseguenza l’approccio dei fedeli al pellegrinaggio verso Roma e alle modalità concrete di vivere e pensare l’Anno Santo? Sono due delle domande alle quali rispondono i saggi contenuti nel libro che scandaglia il binomio tra trasporto ferroviario e cultura visuale.
Frutto di un progetto di ricerca che ha promosso una mappatura delle fonti fotografiche e audiovisive sul rapporto tra il trasporto ferroviario e i giubilei ordinari e straordinari della Chiesa cattolica, il volume (in libreria e negli store online) rilegge la storia degli eventi giubilari otto-novecenteschi attraverso un’inedita prospettiva d’analisi, che chiama in causa l’intreccio tra i mezzi di trasporto su rotaia e i mezzi di comunicazione di massa.
“Il progetto ‘Desiderio di Roma’ – ha detto il presidente della Fondazione MAC, Dario Edoardo Viganò – ha voluto fornire un primo inquadramento rispetto a una questione che interroga la storia, la teologia e la comunicazione: in che modo il mezzo ferroviario e le reti mediali hanno modificato le forme di intendere e interpretare, da parte del papato, l’evento giubilare nella nuova cultura forgiata dai media di massa?
Il treno, in questo contesto, non è solo mezzo di trasporto. E’ luogo di soglia, di comunità provvisoria, di ritualità condivisa. E’ simbolo mobile di una Chiesa che si mette in cammino, che si fa prossima, che attraversa la modernità senza smarrire la propria vocazione universale”.
Gli interventi all’interno del volume di storici, sociologi, esperti di semiotica e cinematografia, ciascuno costruito a partire da una fotografia o da una sequenza filmata, offrono una lettura tematica e interpretativa di alcuni snodi significativi della storia dei pellegrinaggi ferroviari verso Roma.
“Dalla metà dell’Ottocento in poi il treno ha agevolato gli scambi e le comunicazioni, mutando la società, l’economia, la politica, ma anche l’esercizio della spiritualità. La storia ferroviaria – ha dichiarato Luigi Cantamessa, Direttore Generale Fondazione FS Italiane – narra di pontefici lungimiranti che vedono nelle strade ferrate un’occasione irrinunciabile di pellegrinaggi e di treni speciali durante gli anni giubilari, per raggiungere le Porte Sante delle basiliche maggiori di Roma e dei più rilevanti luoghi di culto europei. Un’eredità importante per la storia dell’uomo e per la cultura ferroviaria, documentata da cinegiornali, fotografie e periodici conservati negli Archivi della Fondazione FS Italiane”.
Le fonti analizzate (cinegiornali, documentari, fotografie, film amatoriali) raccontano non solo la logistica dei Giubilei, ma la costruzione di un immaginario cattolico globale, intrecciato con le strategie comunicative del papato e con le dinamiche sociali e politiche del Novecento. Tutti questi documenti sono reperibili gratuitamente sul sito della Fondazione MAC all’interno della Digital Library.
(Foto: Fondazione MAC)
Halloween, una festa nata cattolica e distorta dalle scelte politiche di Elisabetta I d’Inghilterra
Ogni anno nascono tra i credenti infinite discussioni sulla festa di Halloween ma il testo ‘Halloween, Alba dell’Eternità. Un itinerario di chiarificazione’”, scritto a quattro mani, da Lucia Graziano (storica della Chiesa e del folclore cristiano) e Paul Freeman (teologo), edito da “Associazione Culturale Zammerù Maskil”, la nostra Associazione, desidera porre luce e chiarezza sia dal punto di vista storico che dalla prospettiva teologico-pastorale.
Gli autori offrono un itinerario graduale e propedeutico unendo i loro due diversi e concordi approcci. Da una parte quello storico basato sull’analisi precisa delle fonti certe e dall’altra quello rigoroso della esegesi biblica e della teologia pastorale. Un testo indispensabile per i pastori e capace di evitare due pericolose derive.
Da una parte quella concessionista che fa assumere i caratteri degradati e malsani della festa come normali e malsanamente permessi, come purtroppo si vede talvolta in alcune parrocchie al motto del “che male c’è in fondo… ” e dall’altra quello altrettanto malsano di demonizzare tale giornata alla luce di fonti pregiudiziali e distorte, cariche di approcci manichei, tra l’altro indotti dalla riforma protestante anglicana, che di cattolico non hanno nulla e che sono stati l’incipit della distorsione culturale e cultuale di tale giornata.
Due atteggiamenti malsani che, tra il permissivismo superficiale e da altra parte la demonizzazione, rischiano di sconfinare nell’abuso delle coscienze. E di questo, i rispettivi pastori, devono stare severamente attenti. Il testo è introdotto da Padre Pietro Messa, già rettore dell’Antonianum della sezione di Studi Francescani e amico del grande e stimatissimo pastore d’anime e studioso, anche di fenomeni di ‘confine’, Si aggiungono nell’introduzione anche uno sguardo prospettico al testo sia la prof. ssa Cristina Carnevale che il professore e dirigente scolastico Samuele Giombi.
Il corpus rigoroso ed ampio delle fonti condotto da Lucia Graziano è ricco ed affascinante ed ha un ritmo serrato. Non si trova da nessuna parte nella bibliografia mondiale un testo così ampio, rigoroso e godibile di ricerca storica in lingua italiana né in lingua inglese, sul tema. Tale testo dunque è un ineludibile unicum per la verità storica di tale giornata.
Dall’altra il “nostro” Paul Freeman offre un approccio biblico fondato sulla dimensione propedeutica del “Ricordati” (Zakhor) come imperativo e come ‘conductus’ di tutta l’azione pastorale e liturgica e che apre ad una sana mens propedeutica necessaria per vivere ogni tipo di festività e, nel nostro caso, la Solennità di Tutti Santi e la memoria con i fedeli defunti. E, occorre sottolinearlo, e Paul Freeman lo ricorda chiaramente con dovizia teologica, è quello che la Chiesa, Madre e Maestra, ha sempre fatto tra le genti, valorizzando, discernendo, promuovendo, purificando, sostenendo.
La dott. ssa Graziano comincia a destrutturare, con fonti alla mano, il legame di tale giornata con la festa di Samhain, osservata da alcune popolazioni celtiche prima dell’evangelizzazione di tali terre. La festa era oramai in disuso attorno al ‘900 dopo Cristo e il passaggio dal Capodanno celtico di Samhain alla celebrazione dei Santi, come amici di Cristo, e alla memoria dei fedeli defunti è stato, di fatto, graduale, senza forzature. Anzi il legame con la dimensione ultraterrena, ben sentito da quelle popolazioni, aveva di fatto preparato, in certo qual modo, per semina verbi (come ricorderà poi Paul Freeman nella sua parte), alla feconda semina della festa dei Santi e della Santità. Questa dimensione propedeutica è stata colta dalla Chiesa proprio per fissare in quel periodo tale ricorrenza liturgica.
Senza voler anticipare la ricchissima parte della dott. ssa Lucia Graziano, e privare il lettore dal fascino di avventeturarsi, mano nella mano, nelle fonti, possiamo certamente dire che tale ricorrenza, All hallows’ Eve ne esce totalmente rivista e, in certo qual modo, purificata, facendo un’operazione intellettualmente onesta del rispetto, doveroso e dovuto, ai fedeli cattolici inglesi che, per centinaia di anni, con il sostegno del clero, hanno vissuto questa giornata di preparazione alla Solennità di tutti i santi fino all’avvento di Elisabetta I d’Inghilterra.
Infatti Lucia Graziano, insiste sulle tradizioni popolari che la Chiesa cattolica non ha mai sentito il bisogno di avversare perché in quegli umanissimi desideri, finanche pagani, aveva colto l’opportunità per parlare efficacemente di Cristo e dell’Eternità: “Mai o quasi mai (con l’esclusione di pochi e isolati sermoni che, nell’età della Controriforma, tacciarono di superstizione queste consuetudini) la Chiesa Cattolica sentì il bisogno di combattere delle pratiche popolari che – pur nella loro evidente ingenuità – non sembravano del tutto prive di valore, nella misura in cui sottolineavano la comunione tra vivi e morti e ricordavano ai primi la necessità di continuare a prendersi cura dei secondi” (fine del Cap III).
Gregorio IV nell’834 d.C. probabilmente colse l’opportunità pastorale di fissare la data del 1 novembre per commemorare tutti i Santi. Una scelta nata per favorire i popoli delle isole britanniche e poi perchè era vicina alla ricorrenza di san Martino dell’11 novembre. Ronald Hutton, citato dalla Graziano afferma che: ‘l’intero processo si svolse nell’arco di una vita umana’; non solo, ma è significativo come “l’agiografia britannica non conosca un singolo caso di un religioso evangelizzatore che viene messo a morte dai pagani che rifiutano di accettare la nuova religione”. Occorre altresì ricordare che tale ricorrenza di festeggiare la grazia del Cristo risplendente in tanti fratelli e sorelle, era già sentita nella Chiesa da diversi secoli e con diverse date (ad esempio il 13 maggio) e che trova alla fine del primo millennio la collocazione del 1 novembre e successivamente anche del 2 novembre proprio per incastro propedeutico con la stagione autunnale/invernale e con l’umanissima sensibilità ed il profondo anelito di legame con i defunti.
Le cose cambiarono dopo la Riforma Protestante proprio per la negazione soteriologica dei Santi e del Purgatorio. “L’Inghilterra riformata, scrive Lucia Graziano, accese una vera e propria crociata anti-cattolica contro Halloween” (Cap. VIII). Così furono proibite il suono delle campane come usanze papiste. Ricordiamo che siamo nel 1561, e, da allora, inizia una serie di condanne a chi non rispetta il divieto. La ‘resistenza cattolica’ alla riforma anglicana si svolge dunque a suon di scampanate nel giorno di All Hallows’ Eve, come una reiterata dimensione di chiara protesta religiosa e quindi di marcata appartenenza cattolica.
Il ‘peccato originale’ di All hallows’ Eve era proprio questo per la riforma protestante, essere una festa squisitamente cattolica e così, dunque, per sradicare questo sentire popolare Elisabetta I d’Inghilterra fece un’operazione di detrazione culturale feroce: ‘La diffusione di una retorica antiromana che associava la religione cattolica alla pratica della magia’ (Cap. IX). La propaganda per screditare la chiesa per una presunta associazione con la magia fu fortemente utilizzata, lungo tutto il XVI secolo. La Graziano ne parla diffusamente nel Cap.IX.
È il solito luogo comune della ‘caccia alle streghe’ utilizzato qui per manipolare il sentire cattolico e per attaccare e far dimenticare al popolo britannico la festa cristiana di Halloween, propedeutica alla festa di Ognissanti. Un’opera orchestrata a tavolino di carattere tattico-politico destinata a rinforzare una chiarissima indipendenza da Roma alla luce di un potere monarchico fortemente identitario.
Ad ogni modo nel testo trovate dettagliatamente molto altro e, come si accennava più sopra, la festa di Halloween ne esce totalmente trasformata. Recuperare questa memoria storica è decisamente significativo come sottolineerà poi Paul Freeman, nella sua trattazione. Infatti ricordo, memoria e gradualità pastorale sono indispensabili per condurre correttamente a celebrare ogni festa della Grazia. La parte di Freeman è più ridotta in numero di pagine ma incredibilmente densa tanto da considerarla, senza diminutio, come un vero e proprio piccolo Bignami catechistico sui fondamenti della liturgia e della teologia pastorale. Anche qui non anticipiamo nulla ma invitiamo a prendere il testo e farne oggetto di riflessione e, perché no, di programma pastorale.
Incarnarsi significa cogliere il buono che è presente, persino nei culti pagani, e questo, precisa Paul Freeman, “non significa abbassare la guardia verso pratiche disumane e disumanizzanti di carattere magico e divinatorio […]” (Cap. XVII). Il discernimento e la cura pastorale è venuta a mancare nella festività di All Hallows’ Eve dall’epoca Elisabettiana. “Nata come festività propedeutica e cattolica è stata volutamente inquinata, a cominciare dall’era Elisabettiana e, da quel momento, viene volutamente deformata proprio nel suo prezioso legame con l’amicizia dei santi e la memoria dei fedeli defunti […]”. Sostanzialmente si è spostato l’asse dalla Chiesa celeste e purgante, e dalla bellezza dell’Eternità a quello intramondano dell’orrorifico, solleticando le parti “basse” e contorte dell’umano.
Uno scippo vero e proprio del nemico dell’uomo che, pertanto, non deve andare rinforzato con leggerezze pastorali che vedono Halloween come una carnevalata, né con demonizzazioni che tradiscono il significato originario della vigilia. Entrambe, come dicevamo, e come ripete dettagliatamente Paul Freeman, sono in realtà il gioco del nemico, il quale è ben contento di inquinare ogni forma mistica ed umanissima di preparazione alla festa luminosa dell’Eternità.
Spegnendo la speranza e la gioia che essa porta a piene mani. Depauperando il Sacro come forma essenziale e profonda del cuore dell’uomo dove risuona, magari in forme velate, la nostalgia di Dio.
Pertanto relegare questa giornata alle sue deformazioni e non viverla come preparazione alla Festa di Tutti i Santi e alla memoria dei fedeli defunti vuol dire snaturarla della sua reale finalità, oltre che perdere una occasione pastorale. Non è una festa in sé che va festeggiata in sé ma un ‘conductus’ preparatorio al Sole che ci attende e che i nostri Santi, amici di Cristo e nostri, assieme ai fedeli defunti ci portano alla nostalgia del Cielo.
Siamo fatti per l’Eternità e la preghiera, la lode, la carità, la solidarietà, una visita e un tempo per l’ascolto di una persona nel bisogno, il digiuno o la sobria condivisione di un dolce sono la cifra autentica per vivere questa giornata di Halloween e cacciare via ogni tenebra ed ogni obnubilazione dei desideri profondi dell’uomo.
Al termine della parte teologico-pastorale il testo si conclude con un desiderio concordato tra Lucia Graziano e Paul Freeman, che è anche il fine ultimo di questo lavoro a quattro mani: iniziare un percorso di Ri-Significazione e Ri-Appropriazione della vera festa di All Hallows’ eve, mutata poi, terminologicamente, in Halloween. Fare diventare Halloween quella che era in passato, una festa popolare preparatoria (e propedeutica) per condurre alla solennità di Ognissanti e alla memoria dei fedeli defunti.
E sarebbe un vero peccato se la Chiesa non cogliesse, responsabilmente e a piene mani, questa opportunità pastorale, magari con la ricca proposta creativa del testo, riprendendo para-liturgicamente ciò che le appartiene e condurre i fedeli a guardare in alto con stupore e meraviglia nella Vigilia di tutti i santi verso la Gioia del Cielo.
(Tratto da www.ilcattolico.it Salvatore F.)
(Tratto dal blog Il Cattolico – Salvatore F.)
Perché la comunione è l’essenza del matrimonio anche nelle scelte economiche…
Nel 2026 saranno passati esattamente dieci anni dall’uscita del mio primo libro, ‘Non lo sapevo, ma ti stavo aspettando’ (Mimep Docete, 2106) un romanzo di formazione, una storia d’amore dove si inserisce, però, anche una relazione personale con Gesù come svolta della vita. Il mio sogno nel cassetto diventava realtà, il sogno che avevo dentro già da bambina e che rivelavo ai pranzi di Natale o agli adulti di passaggio che mi chiedevano cosa volessi fare da grande.
Scrivere. Ho sempre risposto questo. Però, un conto è dirlo a dieci anni, altro conto è mettere tutti i tasselli necessari perché la scrittura diventi, effettivamente, la propria strada, il proprio lavoro. Chi ci è passato sa che non è un sogno facile da realizzare. La casa editrice Mimep Docete, conosciuta nei miei anni universitari, a cui avevo sottoposto il libro, mi aveva dato l’ok per la pubblicazione esattamente un mese dopo che dicessi ‘sì’ alla proposta di matrimonio di mio marito. Era l’estate del 2015.
Nel 2016, poi, è uscito il romanzo a febbraio, a giugno mi sono laureata, a luglio il matrimonio. A settembre ero incinta. Tutto è avvenuto quasi in contemporanea e da quel momento queste sfere della mia vita sono andate avanti di pari passo.
In questi giorni ripensavo a come la vocazione di moglie e madre e quella di scrittrice si siano intrecciate, nella mia vita, al punto da diventare inseparabili. E sento di poter testimoniare che il segreto di un matrimonio realizzato non è assicurarsi in ogni modo una via d’uscita dalla relazione, ma scegliere di non sposarsi finché non si è pronti ad una piena comunione. Nello stesso modo in cui, in una casa, non inseriamo dieci uscite di emergenza, ma cerchiamo di metter su una struttura solida, sicura, prima di andare ad abitarci.
Per me, personalmente, è stato un dono incontrare una persona che sapeva vedermi nella mia unicità e voleva custodire anche i miei desideri. E’ stato un dono saper dire dei ‘no’, per attendere una storia che meritasse davvero il mio ‘sì’, per incontrare una persona che volesse far crescere un ‘noi’, senza che nessuno due perdesse sé stesso, ma, anzi, diventasse “più sé stesso” con l’altro.
Cercando di attuare la logica del dono, e non del controllo o del sospetto, a casa nostra non c’è mai stata una guerra economica, non è mai stato importante da “chi” dei due venissero i soldi necessari per vivere. Al centro c’era la comunione. Ciascuno fa la sua parte, a suo modo, coi propri mezzi, per il bene della coppia e della famiglia. Senza ricatti, senza prevaricazioni. Se i soldi diventano motivo di rinfacci e mezzo di dominio il problema è a monte, il problema è che manca amore, manca unità, manca il desiderio di vivere davvero un progetto comune.
Prima di affermarmi come scrittrice, era esclusivamente mio marito a provvedere a noi economicamente. Così è stato nei primi anni di matrimonio. Io non facevo nulla? Certo che no. Ho messo al mondo due figli e ho continuato a scrivere, a cercare contesti in cui far sbocciare la mia passione. Se avessi dovuto trovarmi “un lavoro ad ogni costo” solo per principio (perché “Nella coppia non può lavorare solo lui, altrimenti sei solo una mantenuta!”) oggi non potrei tenere tra le mani i tanti libri che sono venuti dopo, non avrei girato l’Italia grazie alle tante presentazioni che sono nate soprattutto grazie a “Sei nato originale, non vivere da fotocopia”, legato a Carlo Acutis e pubblicato nel 2017, stesso anno di nascita del mio primo bambino.
Se avessi dovuto preoccuparmi di trovare un lavoro qualsiasi, non per necessità economica, ma solo per non dare a mio marito la “soddisfazione”, il “potere” su di me (che poi, comunque, un uomo con questi atteggiamenti di fondo non va proprio sposato, nemmeno se si lavora entrambi…), oggi non sarei pienamente me stessa, non starei esattamente dove da sempre desideravo essere.
Conosco tante donne indipendenti economicamente da molto prima del matrimonio che oggi vivono assoggettate emotivamente, o vengono persino raggirate da uomini che non hanno voglia di lavorare.
Le cose vanno sempre analizzate e valutate nel contesto. Aiutare una donna a trovare l’indipendenza economica è senza dubbio importante, anzi, fondamentale, ad esempio, quando viene maltrattata e non vede un’alternativa al rapporto di potere attuato da un uomo-padrone.
Eppure, non possiamo fermarci qui. Non possiamo dire solo questo alle giovani donne. La condizione “sine qua non” si può entrare in un matrimonio non è tanto che in quella casa entrino due, tre, quattro stipendi e che ciascuno abbia il suo, quanto che nella relazione siano stati individuati e sconfitti i nuclei di morte che affliggono tante coppie.
Perché, se la relazione è sana, gli sposi vivono tutto nella comunione e nell’unità: “ciò che è mio è tuo e ciò che tuo è mio”. Se l’amore è vero, non ci approfittiamo, non prevarichiamo: semplicemente, condividiamo tutto. D’altronde, siamo o no una sola carne, pur restando due persone libere e distinte?
Don Diego Di Modugno: il sacerdozio è fedeltà di Dio all’umanità
“Il sacerdozio mantiene ed esprime nel mondo lo svelarsi della vita come scopo. Per il presbitero l’appartenenza a Cristo come ‘Mandato dal Padre’ è la definizione esauriente della propria personalità. Vita e ministero sono così risposta ad un Avvenimento reale, storico ed esistenziale… La missione, negata dal mondo come violenza antilibertaria, nasce dallo struggimento della carità… L’uomo non vive più per se stesso, come affermazione di sé, ma per ‘Colui che è morto e risorto per lui’… Il ‘per chi si vive’ nuovo indica all’interno della figura del tempo e dello spazio il sorgere di una morale nuova. Nuova perché non nasce adeguatamente né dipende da leggi analiticamente scoperte e fondate nei vari dinamismi della natura, ma dal fascino assecondato di un incontro”.
Parto da questo articolo di mons. Luigi Giussani, ‘Il sacerdote di fronte alle sfide radicali della società contemporanea’, pubblicato nel 1995 dal mensile ‘30Giorni’ per un dialogo con il parroco della parrocchia ‘Santa Famiglia’ di Tolentino, nella diocesi di Macerata, don Diego Di Modugno, chiedendo di spiegarci il significato di festeggiare 50 anni di sacerdozio:
“E’ la prova di fedeltà del Signore nei riguardi di un ragazzo, che si è sentito chiamato a seguirLo nella forma concreta del sacerdozio, in quanto ci sono molte forme di vocazione, e constatare la sua fedeltà; così come mi ha riempito di entusiasmo, mettendomi alcune persone vicine appena è apparso il segno della vocazione, questo seme (ecco il motivo per cui si va in seminario a prepararsi ad essere sacerdote) non ha mancato mai Dio fino ad oggi, dopo 50 anni dall’ordinazione sacerdotale, di essere da parte di Dio coltivato, cioè aiutato affinchè ne prenda coscienza delle occasioni offerte.
Di questa Sua fedeltà ringrazio Dio, perché mi dà nuovo slancio, ormai non più giovanile, per un uomo che ha 50 anni di sacerdozio, di chiedere a Dio che mi dia altri anni perché non venga a meno quell’entusiasmo che si vive negli anni della maturità con più consapevolezza anche delle proprie limitazioni. Quanti ripensamenti dopo 50 anni!”
Perché hai scelto la vita sacerdotale?
“Uno non sceglie, uno è scelto. Per questo si usa la parola vocazione, che significa chiamare: è Gesù, inviato dal Padre, che ha scelto i discepoli. Quindi dopo tanti anni Cristo continua a far sorgere il desiderio, attraverso testimonianze che si riceve, di servire il Signore: Dio ti chiama a seguirLo. Io non ho fatto altro che seguire quel desiderio, riconoscendolo autentico in quanto non me lo aspettavo, perché non mi sentivo capace di questo, ma ho detto di sì per arrivare all’ordinazione, che mi sento di rinnovarla ogni volta che celebro la messa”.
‘L’educazione conferma e svolge il cuore dell’uomo, in quanto la coscienza dell’io vive come essenziale esigenza di una totalità. Per cui un punto meno del tutto non appaga la mia ricerca, cioè non appaga il mio ‘cuore’, direi traducendo biblicamente la cosa’: così affermava nel 1996 mons. Luigi Giussani ad una conferenza all’Università di Bologna. Cosa è stato per te l’incontro con mons. Luigi Giussani?
“Nel momento in cui si decide definitivamente deve avere un desiderio: in quel tempo insieme ad altri ragazzi partecipando ai gruppi di Gioventù Studentesca, poi Comunione e Liberazione, ho assaporato la loro compagnia, rendendo più evidente la richiesta di Gesù quando ha scelto me, chiedendo tutta la mia persona, compresa la scelta del celibato. Mi hanno sostenuto le parole di mons. Giussani e gli amici”.
Dalla tua esperienza in quale modo è possibile raccontare che la speranza non delude?
“La speranza è una delle tre virtù teologali, cioè hanno a che fare con Gesù e il Padre. La speranza non è ottimismo; Gesù ha detto che avremo sempre guerre e terremoti, ma c’è Lui che ha guarito i malati e resuscitato i morti: ‘Dove ci sono Io l’uomo può vivere una vita piena’, che ce la dona per grazia Gesù. Quindi la Chiesa ci conduce a vivere la certezza che il mondo sarà salvato e le nostre colpe sono perdonate, perché il Suo aiuto non verrà mai meno e staremo con Lui per sempre nell’eternità.
Siamo certi che Colui che è venuto è presente e si manifesta al mondo e noi saremo con Lui. Se non avessi questa certezza dovrei essere triste. La speranza è che si compirà ciò che Gesù ha cominciato; si sta compiendo ora e si manifesterà nella totale completezza dell’eternità. E staremo con Lui per sempre”.
E’ iniziato il Giubileo, che tu e la parrocchia ‘Santa Famiglia’ avete anticipato di un anno: cosa significa questa parola?
“Giubileo è la disponibilità di Dio al perdono. La certezza è che i peccati sono perdonati, se uno si pente: questa è una certezza data da Dio al popolo. Quindi a chi aveva debiti venivano condonati e si ritornava ad essere persona libera. Questa prassi giubilare è attuale. Con il giubileo è data a tutti la possibilità di un nuovo inizio; grazie alla misericordia di Dio posso ricominciare e non sono solo inchiodato al mio peccato, come dice papa Francesco, ma posso rialzarmi e riprendere a camminare”.
Papa Francesco: l’incontro con Gesù svela la vita
“Cari fratelli e sorelle, dopo aver meditato sull’incontro di Gesù con Nicodemo, il quale era andato a cercare Gesù, oggi riflettiamo su quei momenti in cui sembra proprio che Lui ci stesse aspettando proprio lì, in quell’incrocio della nostra vita. Sono incontri che ci sorprendono, e all’inizio forse siamo anche un po’ diffidenti: cerchiamo di essere prudenti e di capire che cosa sta succedendo”: in questa seconda catechesi, annullata per la convalescenza a Casa Santa Marta dopo il ricovero di oltre un mese al Policlinico Gemelli per una infezione polimicrobica e una polmonite bilaterale, dedicata a ‘La vita di Gesù. Gli incontri’ il papa si è soffermato sul colloquio fra Cristo e la samaritana.
In questo incontro tra Gesù e la samaritana il papa ha sottolineato l’esperienza fatta da questa donna: “Lei non si aspettava di trovare un uomo al pozzo a mezzogiorno, anzi sperava di non trovare proprio nessuno. In effetti, va a prendere l’acqua al pozzo in un’ora insolita, quando è molto caldo. Forse questa donna si vergogna della sua vita, forse si è sentita giudicata, condannata, non compresa, e per questo si è isolata, ha rotto i rapporti con tutti”.
Tale presenza non è stata casuale, ma scelta proprio da Gesù: “Per andare in Galilea dalla Giudea, Gesù avrebbe potuto scegliere un’altra strada e non attraversare la Samaria. Sarebbe stato anche più sicuro, visti i rapporti tesi tra giudei e samaritani. Lui invece vuole passare da lì e si ferma a quel pozzo proprio a quell’ora! Gesù ci attende e si fa trovare proprio quando pensiamo che per noi non ci sia più speranza. Il pozzo, nel Medio Oriente antico, è un luogo di incontro, dove a volte si combinano matrimoni, è un luogo di fidanzamento. Gesù vuole aiutare questa donna a capire dove cercare la risposta vera al suo desiderio di essere amata”.
E’ un tentativo di dialogo attraverso un desiderio: “Il tema del desiderio è fondamentale per capire questo incontro. Gesù è il primo a esprimere il suo desiderio: ‘Dammi da bere!’. Pur di aprire un dialogo, Gesù si fa vedere debole, così mette l’altra persona a suo agio, fa in modo che non si spaventi. La sete è spesso, anche nella Bibbia, l’immagine del desiderio. Ma Gesù qui ha sete prima di tutto della salvezza di quella donna”.
Inoltre il papa ha sottolineato che nel racconto evangelico l’incontro avviene a mezzogiorno: “Se Nicodemo era andato da Gesù di notte, qui Gesù incontra la donna samaritana a mezzogiorno, il momento in cui c’è più luce. E’ infatti un momento di rivelazione. Gesù si fa conoscere da lei come il Messia e inoltre fa luce sulla sua vita. La aiuta a rileggere in modo nuovo la sua storia, che è complicata e dolorosa: ha avuto cinque mariti e adesso sta con un sesto che non è marito. Il numero sei non è casuale, ma indica di solito imperfezione. Forse è un’allusione al settimo sposo, quello che finalmente potrà saziare il desiderio di questa donna di essere amata veramente. E quello sposo può essere solo Gesù”.
Da tale confidenza il discorso si sposta sulla questione religiosa: “Questo capita a volte anche a noi mentre preghiamo: nel momento in cui Dio sta toccando la nostra vita coi suoi problemi, ci perdiamo a volte in riflessioni che ci danno l’illusione di una preghiera riuscita. In realtà, abbiamo alzato delle barriere di protezione. Il Signore però è sempre più grande, e a quella donna samaritana, alla quale secondo gli schemi culturali non avrebbe dovuto neppure rivolgere la parola, regala la rivelazione più alta: le parla del Padre, che va adorato in spirito e verità… E’ come una dichiarazione d’amore: Colui che aspetti sono io; Colui che può rispondere finalmente al tuo desiderio di essere amata”.
E dall’esperienza di un incontro nasce la missione: “A quel punto la donna corre a chiamare la gente del villaggio, perché è proprio dall’esperienza di sentirsi amati che scaturisce la missione. E quale annuncio potrà mai aver portato se non la sua esperienza di essere capita, accolta, perdonata? E’ un’immagine che dovrebbe farci riflettere sulla nostra ricerca di nuovi modi per evangelizzare”.
Da questo incontro con Gesù nasce la riconciliazione che rigenera la vita: “Il passato non è più un peso; lei è riconciliata. Ed è così anche per noi: per andare ad annunciare il Vangelo, abbiamo bisogno prima di deporre il peso della nostra storia ai piedi del Signore, consegnare a Lui il peso del nostro passato. Solo persone riconciliate possono portare il Vangelo. Cari fratelli e care sorelle, non perdiamo la speranza! Anche se la nostra storia ci appare pesante, complicata, forse addirittura rovinata, abbiamo sempre la possibilità di consegnarla a Dio e di ricominciare il nostro cammino. Dio è misericordia e ci attende sempre!”
La 100^ Giornata dell’Università Cattolica del sacro Cuore per dare futuro ai giovani
“In questi ultimi anni un susseguirsi di eventi sta modificando in profondità la percezione della realtà e dell’esperienza umana, soprattutto in rapporto al futuro. Guardando in particolare al mondo giovanile si registra una situazione di grande incertezza che oscilla tra paure e slanci, smarrimento e ricerca di sicurezze, senso di solitudine e rincorsa ad abitare i social media.
Il tema ‘Domanda di futuro. I giovani tra disincanto e desiderio’ scelto per celebrare, domenica 14 aprile, la centesima giornata dedicata all’Università Cattolica del Sacro Cuore, coglie bene questa situazione e ci offre la possibilità di sviluppare alcune considerazioni utili a comprendere la missione dell’Ateneo dei cattolici italiani in un contesto di cambiamenti che si rivelano sempre più epocali”.
Con il messaggio dei vescovi domenica 14 aprile si celebra la 100^ Giornata dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sul tema ‘Domanda di futuro. I giovani tra disincanto e desiderio’, ribadendo le origini della stessa: “L’Ateneo ha preso forma grazie alla intraprendenza di p. Agostino Gemelli e della beata Armida Barelli, in una stagione certamente non più facile dell’attuale e da oltre cento anni con la sua proposta formativa, originale e integrale, vuole essere uno spazio fecondo e creativo per dare ai giovani non tanto aspettative per il futuro quanto certezze per un presente da protagonisti e da veri artefici di un domani che sia più sostenibile, fraterno e pacifico per tutta l’umanità”.
Per approfondire il tema di questa giornata al prof. Pierpaolo Triani, docente di Pedagogia presso la Facoltà di Scienze della Formazione, Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza e di Milano e direttore del Centro studi per l’Educazione alla legalità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia, abbiamo chiesto di approfondire la domanda di futuro dei giovani:
“Questa domanda nei giovani è sempre molto presente, perché appartiene ad un’età in cui si aprono molti orizzonti e si danno forma concreta alle proprie aspirazioni ed ai propri desideri. Questo è un momento molto particolare, ma già da alcuni anni registriamo, da un lato, un forte desiderio da parte dei giovani, e dall’altra parte la fatica di fare i conti con una realtà immersa in una crisi economica e sociale. Quindi c’è una domanda di futuro, che deve essere alimentata e coltivata”.
I giovani hanno speranza o sono disillusi?
“Dipende dalle situazioni. Fortunatamente nei giovani esiste anche una speranza, perché è la leva che fa costruire la loro quotidianità: sperano nella loro realizzazione personale come sperano in un futuro migliore per tutti soprattutto in riferimento alla cura dell’ambiente. In questo caso non mancano le fatiche, per cui ci sono giovani che vivono la quotidianità di fragilità personale, che è anche una fragilità di speranza. Questo è anche compito delle istituzioni educative: intercettare e sostenere le fragilità, alimentando uno sguardo di futuro”.
Quale speranza di futuro offre l’Università Cattolica?
“L’Università Cattolica può coltivare una speranza di futuro in due direzioni: la speranza di futuro di una cultura, che metta al centro la persona non nella sua singolarità, ma nella sua fraternità con gli altri. Quindi coltivare una speranza di futuro per una società fraterna; certamente coltivare anche la speranza di futuro per una società più giusta ed attenta a chi soffre. Quindi coltivare una speranza di futuro per una società più solidale; ma anche costruire una speranza di futuro per una società capace di trovare soluzioni nuove a problemi antichi. C’è bisogno che le nuove generazioni sappiano costruire strade nuove. Questo è il ruolo dell’Università Cattolica che mette al centro il valore della solidarietà”.
In quale modo l’Università Cattolica aiuta i giovani ad essere artefici di uno sviluppo sostenibile?
“Ci sono alcuni progetti in atto. L’Università Cattolica ha a cuore il tema di uno sviluppo sostenibile da molti anni. C’è una scuola di formazione per l’ambiente, che da tempo sviluppa questi temi; c’è un corso di laurea in management per la sostenibilità, che forma persone che hanno questa sensibilità. Questa formazione si sviluppa in diversi rami: penso al campo pedagogico in cui lavoro, che ha fatto proprio il tema dello sviluppo umano integrale, che è quello che papa Francesco richiama costantemente nell’enciclica Laudato Sì”.
L’Università Cattolica nasceva al termine della Prima Guerra Mondiale ed a distanza di 100 anni in Europa ancora c’è guerra: come sostenere i giovani secondo il Magistero della Chiesa?
“Il tema della pace è sempre aperto, che richiede molta speranza e molta fiducia. E’ una possibilità data agli uomini di trovare strade diverse al conflitto armato. Credo che anche in questo caso il ruolo dell’Università Cattolica sia quello di far conoscere e formare persona che abbiano una cultura profonda, ma al contempo abbiano una sapienza dell’umano, perché la conflittualità ha ragioni economiche e strutturali, su cui occorre intervenire; ma anche ragioni legate al pensiero ed al modo di gestire le relazioni. Quindi credo che l’Università Cattolica abbia il compito di porre sempre al centro la formazione umana integrale, che possa permettere alle persone di essere capaci di costruire orizzonti per una cultura nuova. In questo il ruolo dell’Università è fondamentale”.
Perciò l’educazione è un impegno per tutti: quale è il compito che attende l’Università?
“L’Università ha un duplice compito: dare una formazione specialistica e quindi permettere alle persone di andare in profondità nei campi di formazione che gli studenti scelgono, senza separare mai la formazione specialistica dalla formazione integrale (questo è il secondo aspetto). La formazione integrale è la formazione che cura tutte le dimensioni della persona. Una formazione integrale ha bisogno di esperienze formative. Da qui deriva l’importanza di concepire l’Università non solo come ricerca, che è assolutamente fondamentale, ma anche come esperienza formativa ed educativa intergenerazionale ed intragenerazionale”.
(Tratto da Aci Stampa)
Giubileo: la cultura per respirare spiritualità
“Nel suo diario Zavattini annota: Vorrebbero [che facessi] un film tutto mio, lasciandomi totalmente libero, dico totalmente, purché il film si basi sulla morale cristiana, ma chi non è cristiano? Cristo è alle porte”: con questo pensiero a conclusione della presentazione degli eventi culturali che accompagneranno il Giubileo del 2025 mons. Dario Edoardo Viganò, vice cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e delle Scienze Sociali, ha presentato la rassegna dei film ‘Volti e controvolti di speranza’ che sarà aperta il 14 aprile al Cinema delle Province, a Roma, con la pellicola ‘La porta del cielo’ (Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, 1945), in una copia recentemente restaurata. Si tratta di un lavoro di rete tra Fondazione MAC, il Centro di ricerca Cast di Uninettuno, Officina della Comunicazione, Isacem e Cineteca Nazionale.
Quindi questa rassegna si apre con il film di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini: “Nello specifico dell’opera di De Sica-Zavattini, La porta del cielo racconta un pellegrinaggio di malati al santuario di Loreto. Girato, tra il marzo e il giugno del 1944, durante l’occupazione nazifascista della Capitale, le riprese si svolsero a Roma nella Basilica di San Paolo fuori le Mura. Nel processo realizzativo del film fu coinvolto anche Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI, allora sostituto alla Segreteria di Stato”.
Sollecitando le 500 Sale di comunità in Italia a replicare l’iniziativa di quella della diocesi di Roma, mons. Viganò ha citato gli altri film selezionati dalla Fondazione Ente dello Spettacolo: ‘On life’ (2023) di James Hawes, con il premio Oscar Anthony Hopkins, ‘La chimera’ (2023) di Alice Rohrwacher con Josh O’Connor e Isabella Rossellini, ‘Perfect Days’ (2023) di Wim Wenders, ‘Foglie al vento’ (2023) di Aki Kaurismäki., ‘L’intrepido’ (2013) di Gianni Amelio; ‘Silence’ (2016) di Martin Scorsese; ‘Chiara’ (2022) di Susanna Nicchiarelli; ‘Il concerto’ (2009) di Radu Mihăileanu e ‘Cristo proibito’ (1951) di Curzio Malaparte.
Iniziando la conferenza stampa mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, Sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione nel Mondo, ha spiegato il motto ‘Pellegrini di speranza’: “Tutti sperano, nessuno escluso. L’esperienza della speranza è radicata nel cuore di ogni persona come attesa di un bene e desiderio che si realizzi. La speranza è oggetto di studio da parte varie scienze: dalla letteratura alla psichiatria; dalla sociologia alla filosofia e teologia… l’esigenza di dare voce alla speranza accomuna i saperi e rende l’umanità più coinvolta in un processo di progresso e benessere”.
Inoltre, mentre ha detto che nel prossimo mese sarà reso pubblico il programma completo, mons. Fisichella ha sottolineato il valore spirituale del Giubileo: “E’ per questo che fin dai primi giorni di progettazione si è dato vita anche a una Commissione culturale con l’intento di trovare le forme più adeguate per dare spessore all’esperienza giubilare. La Commissione è stata in grado di accogliere e valutare tante proposte che sono giunte da differenti parti. Alcune sono già partite mentre altre troveranno attuazione nei prossimi mesi. Mi piace, ad esempio, far riferimento al progetto ‘In Cammino’, un pellegrinaggio moderno tra le 14 maggiori Abbazie d’Europa ideato e promosso da Livia Pomodoro, presidente dell’associazione culturale ‘No’hma – In cammino’.
Il Pellegrinaggio, partito dall’Abbazia di Canterbury nel luglio del 2023, attraversa sette Paesi europei per giungere poi fino a Roma nel 2025. Lo scopo principale di questa iniziativa è quello di proporre, come spiegano gli organizzatori, un vero e proprio percorso del cuore e della mente, che riunisce in sé ragione e fede, riscoperta e rispetto dell’ambiente all’insegna della speranza”.
Inoltre don Alessio Geretti, collaboratore esterno del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha illustrato la mostra di icone che è esposta per tutto l’anno alla chiesa di Sant’Agnese in Agone, in sacrestia, ‘un luogo di grande accessibilità per tutti’: saranno esposte una ventina di opere, di tradizione russa, ucraina, siriana, con la speciale collaborazione tra il dicastero per l’Evangelizzazione ed i Musei Vaticani: le icone nel contesto dell’arte bizantina saranno particolarmente adatte a entrare nell’Anno Santo.
All’inizio 2025 (tra novembre 2024 e gennaio 2025) ed entro l’estate di quest’anno ci saranno due eventi su Salvador Dalì e Marc Chagall, che proviene da una tradizione ebraica e sviluppatore di una mistica della quotidianità, nutrito di Sacra Scrittura, grande fonte di ispirazione per lui, come ha detto don Geretti: “Forse uno dei pochissimi del mondo ebraico che ha esplicitamente riconosciuto il fascino di Cristo, che poteva sintetizzare ai suoi occhi la sua fede e che ci offre una importante chiave di lettura anche per l’oggi”.
E per quanto riguarda Salvador Dalì don Geretti ha sottolineato il suo percorso di fede: “Dalì trovò religiosamente interessantissima, inoltre, la radice di fede delle scienze quantistiche: la materia, sosteneva, è l’antefatto dello Spirito. In Dalì troviamo che la bellezza della forma risveglia la tensione verso la vita nello Spirito”.
(Foto: Vatican News)
A Roma la Giornata mondiale dei Bambini e delle Bambine
“Si avvicina la vostra prima Giornata Mondiale: sarà a Roma il 25 e 26 maggio prossimo. Per
questo ho pensato di mandarvi un messaggio, sono felice che possiate riceverlo e ringrazio tutti
coloro che si adopereranno per farvelo avere. Lo rivolgo prima di tutto a ciascuno personalmente, a
te, cara bambina, a te, caro bambino, perché ‘sei prezioso’ agli occhi di Dio, come ci insegna la
Bibbia e come Gesù tante volte ha dimostrato.
Allo stesso tempo questo messaggio lo invio a tutti, perché tutti siete importanti, e perché insieme, vicini e lontani, manifestate il desiderio di ognuno di noi di crescere e rinnovarsi. Ci ricordate che siamo tutti figli e fratelli, e che nessuno può esistere senza qualcuno che lo metta al mondo, né crescere senza avere altri a cui donare amore e da cui ricevere amore”.
Con questa lettera papa Francesco ha invitato bambini e bambine a Roma sabato 25 e domenica 26
maggio per l’incontro internazionale organizzato dal Dicastero per la cultura e l’educazione, in cui
sono attesi più di 100.000 bambini e ragazzi da più di 100 Paesi, come ha detto p. Enzo Fortunato,
coordinatore della prima Giornata mondiale dei bambini (Gmb):
“Ad oggi abbiamo già 57.555 iscritti. E’ un dato sorprendente, che crescerà. Vorrei ringraziare il Papa per il Messaggio che ci ha donato per la Giornata, che porta dentro il segreto della felicità: l’incontro con Gesù. Sarà un messaggio per il mondo”.
Mentre Stella Cervogni, responsabile delle delegazioni estere della Gmb, ha spiegato che saranno
invitati anche i bambini di altre religioni: “Ci saranno bimbi musulmani e buddisti, presenze che
saranno testimonianza visibile del mondo di pace che vorremmo”.
Nel messaggio papa Francesco ha sottolineato che i bambini e le bambine sono la ‘gioia’ anche
della Chiesa: “Così tutti voi, bambine e bambini, gioia dei vostri genitori e delle vostre famiglie,
siete anche gioia dell’umanità e della Chiesa, in cui ciascuno è come un anello di una lunghissima
catena, che va dal passato al futuro e che copre tutta la terra”.
E’ stato anche un invito ad ascoltare i propri familiari ed a non dimenticare chi ‘soffre’: “Per questo
vi raccomando di ascoltare sempre con attenzione i racconti dei grandi: delle vostre mamme, dei
papà, dei nonni e dei bisnonni!
E nello stesso tempo di non dimenticare chi di voi, ancora così piccolo, già si trova a lottare contro
malattie e difficoltà, all’ospedale o a casa, chi è vittima della guerra e della violenza, chi soffre la
fame e la sete, chi vive in strada, chi è costretto a fare il soldato o a fuggire come profugo, separato
dai suoi genitori, chi non può andare a scuola, chi è vittima di bande criminali, della droga o di altre
forme di schiavitù, degli abusi.
Insomma, tutti quei bambini a cui ancora oggi con crudeltà viene rubata l’infanzia. Ascoltateli, anzi
ascoltiamoli, perché nella loro sofferenza ci parlano della realtà, con gli occhi purificati dalle
lacrime e con quel desiderio tenace di bene che nasce nel cuore di chi ha veramente visto quanto è
brutto il male”.
‘Ecco, io faccio nuove tutte le cose’, brano dell’Apocalisse scelto come titolo dal papa per questa
giornata: “Queste parole ci invitano a diventare agili come bambini nel cogliere le novità suscitate
dallo Spirito in noi e intorno a noi. Con Gesù possiamo sognare un’umanità nuova e impegnarci per
una società più fraterna e attenta alla nostra casa comune, cominciando dalle cose semplici, come
salutare gli altri, chiedere permesso, chiedere scusa, dire grazie.
Il mondo si trasforma prima di tutto attraverso le cose piccole, senza vergognarsi di fare solo piccoli passi. Anzi, la nostra piccolezza ci ricorda che siamo fragili e che abbiamo bisogno gli uni degli altri, come membra di un unico corpo”.
Inoltre ha ricordato che la felicità deve essere condivisa: “E c’è di più. Infatti, care bambine e cari
bambini, da soli non si può neppure essere felici, perché la gioia cresce nella misura in cui la si condivide: nasce con la gratitudine per i doni che abbiamo ricevuto e che a nostra volta partecipiamo agli altri.
Quando quello che abbiamo ricevuto lo teniamo solo per noi, o addirittura facciamo i capricci per avere questo o quel regalo, in realtà ci dimentichiamo che il dono più grande siamo noi stessi, gli uni per gli altri: siamo noi il ‘regalo di Dio’. Gli altri doni servono, sì, ma solo per stare insieme. Se non li usiamo per questo saremo sempre insoddisfatti e non ci basteranno mai”.
Ed ha elencato alcuni luoghi in cui si può stare insieme felicemente: “Pensate ai vostri amici: com’è
bello stare con loro, a casa, a scuola, in parrocchia, all’oratorio, dappertutto; giocare, cantare,
scoprire cose nuove, divertirsi, tutti insieme, senza lasciare indietro nessuno. L’amicizia è
bellissima e cresce solo così, nella condivisione e nel perdono, con pazienza, coraggio, creatività e
fantasia, senza paura e senza pregiudizi”.
Infine in preparazione di questa giornata mondiale papa Francesco ha invitato a non dimenticare la
preghiera: “E adesso voglio confidarvi un segreto importante: per essere davvero felici bisogna
pregare, pregare tanto, tutti i giorni, perché la preghiera ci collega direttamente a Dio, ci riempie il
cuore di luce e di calore e ci aiuta a fare tutto con fiducia e serenità.
Anche Gesù pregava sempre il Padre. E sapete come lo chiamava? Nella sua lingua lo chiamava semplicemente Abbà, che significa Papà. Facciamolo anche noi! Lo sentiremo sempre vicino”.
In particolare la preghiera del Padre nostro: “Care bambine e cari bambini, sapete che a maggio ci
troveremo in tantissimi a Roma, proprio con voi, che verrete da tutto il mondo! E allora, per
prepararci bene, vi raccomando di pregare usando le stesse parole che Gesù ci ha insegnato: il Padre
nostro.
Recitatelo ogni mattina e ogni sera, e poi anche in famiglia, con i vostri genitori, fratelli, sorelle e nonni. Ma non come una formula, no! Pensando alle parole che Gesù ci ha insegnato. Gesù ci chiama e ci vuole protagonisti con Lui di questa Giornata Mondiale, costruttori di un mondo nuovo, più umano, giusto e pacifico”.




























