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Pasqua di risurrezione: Alleluia!  Cristo è risorto!

Sulla solennità di Pasqua, sulla risurrezione di Gesù si fonda tutta la nostra fede. E’ Gesù la pietra scartata dai costruttori e divenuta pietra d’angolo. L’evangelista ci dà il lieto annuncio della risurrezione: il primo giorno dopo il sabato il sepolcro è vuoto. I discepoli di Gesù si trovarono  all’improvviso di fronte ad una realtà nuova, umanamente incredibile, sconvolgente; la prima ad accorgersi è stata Maria di Magdala, che si era recata di buon mattino con due amiche portando aromi per imbalsamare il corpo di Gesù.

Preoccupate per come rimuovere la pietra della sepoltura, trovarono la pietra già rimossa mentre due angeli dicono loro: ‘Chi cercate?, Gesù è risorto, come vi aveva annunziato. Anzi avvertite i suoi discepoli perché presto verrà a trovarvi’. Pietro e Giovanni accorsero subito al sepolcro e costatarono la verità, come avevano detto le donne. La risurrezione di Gesù non è una favola ma un evento unico ed irrepetibile: lo afferma anche Paolo, dopo la sua conversione: ‘Se Cristo non è risorto, vana e vuota è la nostra fede, la nostra predicazione’.

Sant’Agostino aggiunge: ‘La risurrezione di Gesù è la nostra speranza: anche noi, destinati alla morte, non disperiamo perché come Cristo è risorto anche noi risorgeremo!’ La morte non sarà l’ultima parola perché a trionfare sarà la vita. La nostra speranza non si fonda su vani ragionamenti o desideri umani, ma su un fatto storico: Cristo è  davvero risorto. La risurrezione di Cristo è la pietra fondamentale della nostra fede.  

Il Sinedrio aveva voluto la condanna a morte di Gesù ma mostra di avere paura di Gesù vivo e morto; di Gesù vivo perché tutti correvano da Lui, di Gesù morto perché aveva chiaramente affermato: ‘dopo tre giorni risusciterò’. I Sommi Sacerdoti e il Sinedrio avevano perciò convinto Pilato a fare custodire la sepoltura con due picchetti armati di soldati ebrei e romani. Nessuno poteva avvicinarsi per trafugare il corpo di Gesù. Nessuno vide Gesù nel suo risorgere: gli angeli scesero, tolsero la pietra, ostruirono la sepoltura per dire a tutti: ‘Chi cercate? cercate il vivo in mezzo ai morti? E’ risorto, come Egli stesso aveva detto’.

I discepoli avrebbero dovuto credere alla risurrezione sulla parola di Gesù; essi invece si decidono a credere solo quando Gesù appare loro nel cenacolo; credono dopo avere visto Gesù vivo, che esce ed entra a porte chiuse, si ferma con loro e dà le prove più eclatanti della sua risurrezione. Sono costretti dall’evidenza ad accettare la realtà. La risurrezione non è una teoria ma un evento; è una realtà storica già rivelata da Gesù stesso. Gesù mette gli Apostoli davanti all’evidenza: ‘Toccatemi e guardate! il fantasma  non ha carne ed ossa  come vedete Io ho’.

Paolo di Tarso, che incontrò Cristo Gesù, scriverà poi ai cristiani di Corinto esortandoli a rimanere saldi nella fede ricevuta. Il nostro cammino talvolta è frenato, è ostruito da una pietra tombale che bisogna rimuovere: è la pietra della sfiducia in chi confida solo nelle proprie forze ed è chiuso nel proprio egoismo che non permette di guardare fuori, oltre il proprio io. Talvolta è la pietra del peccato che ferma il nostro cammino: il peccato che prima seduce e poi lascia solo l’amaro in bocca e spinge alla solitudine e alla morte.

E’ la Pasqua di risurrezione, amico che leggi o ascolti, è veramente Pasqua di risurrezione se ti decidi e togli la pietra tombale che non ti permette di guardare la luce divina: Giuda tradì il Signore e, disperato, andò ad impiccarsi; Pietro rinnegò il Maestro divino, pianse il suo peccato e Gesù lo costituì ‘capo’ della sua Chiesa: ‘Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle!’ Ritornare all’amore vivo verso Gesù è essenziale: allora è veramente pasqua.

La fede in Cristo Gesù crocifisso e risorto è il cuore del messaggio della santa Pasqua. Ai piedi della croce Gesù ci ha offerto anche un’ancora di salvezza: è Maria sua madre. ‘Donna, disse Gesù a Maria, ecco tuo figlio’: Giovanni, l’uomo che ha bisogno del tuo amore materno; l’uomo amareggiato dalla vita e sfiduciato; l’uomo vittima della povertà o della guerra spietata. Maria, rivolgi a noi la tua mano pietosa; soccorrici nelle traversie della vita, portaci a Cristo, frutto benedetto del tuo seno.                 

Don Antonio Ruccia: Quaresima per vivere una Pasqua vivificante

“Sacrificare fa rima con appropriarsi. Sacrificarsi, al contrario, fa sempre rima con donarsi. Infatti, se Pasqua vuol dire passare, vuol dire soprattutto donare. Donare vuol dire amare gratuitamente senza aspettarsi il contraccambio.  L’amore pagato è un amore strumentalizzato. L’amore è un servizio donato. Gesù corregge tutti. Lo fa con una mossa a sorpresa indicando che solo donandosi si può amare… La fede è un impegno da non limitare, un amore da non circoscrivere ma una vita da consumare perché ogni crocifisso non resti ancora un macabro spettacolo sotto gli occhi dell’umanità. Sacrificarsi per amare e riscattare e non per celebrare: questo è il messaggio del Crocifisso, questa è la Pasqua da realizzare”.

Quindi non basta credere per essere cristiani: “Non basta oltrepassare una porta per sentirsi liberi e dire di essere ‘cristiani in uscita’. Non basta percorrere una strada in salita per raggiungere l’obiettivo e sentirsi ‘giubilati’. Se c’è una strada da percorrere per vivere il giubileo dobbiamo stringerci la mano e passare dalla disperazione alla risurrezione senza lasciare nessuno durante il cammino.

Gli affamati, i migranti, le donne usate, gli ammalati e i bambini abbandonati ci chiedono di non essere commiserati, ma amati e riscattati. La quaresima non è tempo di disperazione. Non è orientata al Venerdì Santo, ma alla Pasqua di risurrezione. Per questo non è il tempo delle mortificazioni, ma è il tempo delle vivificazioni”.

Sollecitati da queste riflessioni scaturite dal libro ‘Via Crucis del Giubileo – Dalla disperazione alla Risurrezione’ scritto da suor Mimma Scalera, direttrice della ‘Cittadella Sanguis Christi’ di Trani, e da don Antonio Ruccia, parroco della chiesa di San Giovanni Battista a Bari e docente di teologia pastorale alla Pontificia Università Urbaniana e alla Facoltà teologica di Bari, per chiedere a quest’ultimo autore di narrare in quale modo è possibile vivere la Pasqua in questo anno giubilare:

“Il giubileo è l’occasione propizia che la Chiesa offre per poter ricominciare. Per farlo è necessario affidarsi al Signore e avere la certezza che il Signore non lascia nessuno per strada. I pellegrini della speranza, quelli che camminano sulla strada del mondo, non marciano nella speranza attendendo che cambi qualcosa, ma sono quelli che cambiano passo dopo passo la storia. Non l’affrontano con il passo di chi è stanco appena inizia, ma con la forza di chi crede che amare è sempre il contrario di snobbare”.  

Perché la Quaresima è il tempo delle ‘vivificazioni’?

“Per immergersi nella Quaresima è necessario camminare. Ma non basta essere dei pellegrini. Bisogna diventare pellegrinanti.  I ‘pellegrinanti della speranza’ sono quelli che, immergendosi nella vita quotidiana, intendono impegnarsi contro le ingiustizie del mondo. Non appartengono alla categoria degli elemosinieri, ma dei motivanti. Sono quelli che non hanno timore di affermare che ogni guerra è ingiusta e che lo sfruttamento delle risorse naturali è un peccato contro l’umanità.

Sono quelli che provano a convertirsi e a progettare una finanza etica e a non avere paura di essere impopolari ed emarginati a causa di quanto affermano. Sono queste vivificazioni che determinano le scalate del Calvario. In caso contrario si è solo spettatori o, peggio ancora, dei figuranti del massacro di Gerusalemme. Sono credenti che vogliano essere determinantie che hanno la certezza che è sempre possibile migliorare senza mai indietreggiare per camminare con Cristo che per noi ha dato tutto e che con noi intende continuare a cambiare l’umanità, partendo proprio da noi”.

Allora, per quale motivo la Quaresima non è il tempo della disperazione?

“I disperati non sono catalogabili con coloro che salgono al Calvario. Non appartengono né alla ‘confraternita dei cirenei’ né tanto meno a quella delle ‘Veroniche’. Non hanno il coraggio né di aiutare Gesù, né di metterci la faccia. La quaresima, invece, aggrega i ‘camminanti’, quelli che aspirano a cambiare e, per dirla grossa, a rivoluzionare la storia, come Gesù. Gli uomini e le donne che sperano rivoluzionano sé stessi e il mondo e non si rinchiudono nei lacrimatoi di una fede tetra ed insignificante.  Gesù non muore da disperato, ma da amato. Tanto è vero che il centurione, sotto la croce, lo dichiara Figlio di Dio. Quelli che sperano non  si fermano, ma camminano sempre nella certezza di essere sempre dei giubilanti”.

Come è possibile passare dalla disperazione alla resurrezione?

“La bacchetta magica la usano i maghi che fanno spettacolo. Quelli che camminano con il passo della speranza e che non si arrendono dinanzi agli ostacoli procedono insieme agli altri e al fianco del Cristo che porta la croce per noi. Tutto questo per affermare che non saranno mai i miracoli a cambiare la vita dei credenti, ma l’impegno costante della vita della comunità. E’ l’esperienza della comunità fatta da ragazzi, giovani ed adulti che permette di risorge. Un cammino che non si circoscrive ad una quaresima, né ad un anno giubilare. E’ il cammino di chi ogni giorno cerca e ricerca come concretizzare l’amore e soprattutto come investire nell’amore cominciando dai poveri”.  

In questo tempo quaresimale quale significato acquista il verbo ‘azzerare’?

“Il termine ‘azzerare’ mette insieme sia il senso del giubileo, sia l’azione di Gesù che sulla croce ‘azzera’ i peccati dell’umanità. Cristo ci insegna che azzerare vuol dire non solo ricominciare, ma soprattutto ribaltare il male. Vuol dire coinvolgersi come cristiani contro i soprusi, le ingiustizie, le violenze, le mercificazioni, le guerre e le mancate attenzioni verso i meno fortunati. Vuol dire schierarsi con Cristo e dalla parte dei ‘Cristi viventi’. Gesù chiede a tutti che si sforni amore. Un amore pari a quello di una mamma quando mette al mondo suo figlio poiché il suo grido di dolore diventa grido di amore. Questo vuol dire azzerare per rialzarsi da tante situazioni in cui si è caduti. Solo rialzandosi si ricomincia a vivere e Cristo continua ad insegnarcelo quotidianamente”. 

(Tratto da Aci Stampa)

Domenica delle Palme. Gesù Cristo: il giusto!

La lettura del Vangelo oggi ha due momenti: il primo esaltante, gioioso, trionfante: è l’ingresso solenne di Gesù a Gerusalemme; Il secondo è la lettura della passione e morte in croce di Gesù. Si era nel primo giorno della settimana, la Pasqua degli ebrei era imminente e Gesù con una schiera di pellegrini era salito a Gerusalemme; alle porte della città sale su un asino, l’animale simbolo della regalità davidica, e tra la folla scoppiano all’improvviso grida di gioia: è il popolo, sono i pellegrini che in Gesù riconoscono il Messia atteso: hanno visto miracoli e prodigi  ed ora con palme in mano e rami di ulivo gli vanno incontro esclamando con giubilo: ‘benedetto colui che viene nel nome del Signore’.

Gesù appariva condiscendente con la gioia del popolo osannante, mentre gli scribi e i farisei esortavano Gesù e i suoi discepoli perchè richiamassero il popolo per le scandalose acclamazioni. Gesù rispose loro: ‘Se questi taceranno, grideranno le pietre’ (Lc. 19,40). Gesù è consapevole della missione che è venuto ad espletare e della imminente sua passione e morte e, rivolto agli apostoli, dice: ‘Questo popolo che oggi grida osanna, ancora pochi giorni e griderà: crocifiggilo’.

Gesù piange sulla città dicendo: non passerà una generazione e di Gerusalemme non resterà una pietra sull’altra; anche il tempio sarà distrutto. Oggi, dopo due mila anni, della spianata del Tempio rimane solo il muro del pianto. La lettura della passione è invece la storia di un vero paradosso: l’innocente è stato condannato a morte; l’omicida e rivoltoso Barabba è stato liberato. L’autorità romana, dopo avere proclamato ufficialmente la sua innocenza, consegna Gesù perchè sia crocifisso; i discepoli, il popolo, le folle sono trascinate in una vera contraddizione: Giuda lo tradisce con un bacio, Pietro lo rinnega per ben tre volte.

Sulla via del calvario alla moltitudine che piangeva e si batteva il petto Gesù dice loro: ‘Non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli’. E’ la via dolorosa dove l’uomo-Dio, che non ha commesso peccato, sarà giudicato da due tribunali: quello religioso, presieduto dal Sommo Sacerdote, dove Gesù è accusato di essere un bestemmiatore perchè si è proclamato Figlio di Dio; il tribunale civile, presieduto da Ponzio Pilato, dove Gesù è accusato di ‘essere re’. Ma chi furono i veri responsabili della morte di Gesù? Furono i romani o i Giudei?

Storia veramente drammatica: la verità è una sola: a mettere a morte Gesù sono stati i miei peccati, i tuoi peccati, i peccati dell’umanità; i nostri peccati portarono Gesù a morire in croce e dall’alto della croce Gesù esclamò: ‘Tutto è compiuto; Padre nelle tue mani rimetto il mio spirito’. La settimana santa ci porta a riflettere sulla parole di Gesù: ‘Convertitevi!’: ‘Chi vuole essere mio discepolo prenda la croce e mi segua’.

Con la sua umiliazione Gesù ha aperto a noi la via del cielo, ha instaurato la Nuova Alleanza e ci ha costituiti Figli di Dio. La prima a percorrere questa via è stata Maria, la madre di Gesù, e con lei i Santi e le Sante, nostri fratelli e sorelle nella fede: grazie, o Dio grande e misericordioso.  Hanno vissuto nella gioia la loro vocazione, hanno saputo trafficare i talenti e i carismi ricevuti, hanno percorso la via dolorosa del calvario e godono oggi i frutti realizzati nel nome del Signore.

Se non sei un grande letterato, un filosofo, un politico o un artista non sarà mai una rovina; ma se non sai vivere e portare la croce, sarà la più grande rovina per te. Solo nell’amore sta la vera gioia e questa è il frutto della croce. Maria, la madre della grazia, madre nostra alla quale siamo stati affidati da Gesù morente sulla croce, rivolga a noi i suoi occhi misericordiosi. Allora è veramente la Pasqua del Signore Gesù.

Terza domenica di  Quaresima: i frutti evidenziano la conversione del cuore!

Il Vangelo nell’itinerario quaresimale ci presenta due fatti di cronaca e una parabola. Mentre alcuni ebrei offrivano sacrifici a Dio, Pilato li fece uccidere; crolla la torre di Siloe e muoiono 18 persone. La gente si chiede: perché tanto male?, di chi è la colpa?, perché Dio non interviene? Certamente non c’è connessione tra sofferenza e peccato; le disgrazie avvengono ma non sono punizioni di Dio, che è amore. Causa del male non è mai Dio, che è grande e misericordioso; vera causa è l’uomo, la sua libertà che spesso diventa libertinaggio.

Il male è frutto della cattiveria e della arroganza dell’uomo; non è Dio che ci distruggerà ma siamo noi che andremo in rovina per il nostro orgoglio ed arroganza. Da qui la necessità della nostra conversione nella consapevolezza che la nostra vita terrena è un cammino verso il cielo: creati da Dio, ritorneremo a Dio. “Convertirsi” significa produrre frutti di vita eterna: non basta avere ricevuto il battesimo e vari sacramenti; è necessario produrre frutti di giustizia e di amore.

La parabola del fico è abbastanza significativa: il padrone della vigna è Dio; il vignaiuolo è Gesù: la vigna e il fico rappresentano i cristiani. Dio aspetta i frutti: se il fico non produce frutti bisogna abbatterlo. Il vignaiuolo (Gesù) invita il Padre ad avere pazienza, chiede proroga perchè Egli è venuto per salvare e non per distruggere. Ma, amico che ascolti, il tempo di attesa di Dio non è illimitato. Da qui il senso vero della quaresima: ‘Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo’.

Il cammino quaresimale ci invita a scoprire il volto misericordioso di Dio, che sa attendere perchè rispetta i nostri tempi, ma esige la nostra conversione: per il cristiano è necessario produrre frutti di vita eterna.  Dio è amore ed aspetta da noi gesti di amore concreto. Il cuore dell’amore è il perdono; il comandamento di Dio è chiaro: amerai il Signore Dio tuo … amerai il prossimo tuo come te stesso: ecco i frutti, frutti di amore e perdono.

Il vignaiuolo, Gesù, intercede per noi, ma la dilatazione manifesta la misericordia di Dio ed indica l’urgenza da parte nostra della conversione. La Pasqua ormai è vicina: convertirsi significa operare frutti di vita eterna, frutti che si vedono e si colgono: come vedi la vita ci è stata donata perchè porti frutto, come l’albero. L’uomo, essere socievole, è chiamato a realizzare questo cambiamento nei rapporti con la società, con gli altri uomini: la piccola società è la famiglia; la grande società è costituita dal campo del lavoro, dalla convivenza con gli altri: amerai il prossimo tuo come te stesso.

La buona notizia è una sola: noi possiamo sempre fidarci di Gesù, che ci ama, e confidare nell’amore misericordioso del Padre, che ha inviato Gesù sulla terra per la nostra salvezza. Oggi Gesù ci invita alla conversione ed ognuno di noi deve sentirsi interpellato in prima persona da questa chiamata e correggere subito qualcosa nella propria vita.

Allora è veramente Pasqua di risurrezione e possiamo chiamare Dio ‘Padre nostro che sei nei cieli’. La vergine Maria, madre di Gesù e nostra, madre della grazia, ci aiuti a vivere responsabilmente il nostro itinerario alla Pasqua e sia questa la festa della gioia e della rinascita.

La CEI ha presentato il progetto ‘Cammini della Fede’

Sabato 15  marzo a Milano nella rassegna ‘Fa la cosa giusta’, è stato presentato il progetto ‘Cammini della Fede’, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana, con l’obiettivo di avviare un censimento di tutti gli itinerari presenti sul territorio italiano costruendo una grande rete di antiche e nuove vie di pellegrinaggio.

In occasione dell’Anno Santo, vengono proposti i primi sette percorsi che, per la loro prerogativa di giungere a Roma, possono essere indicati come Cammini Giubilari delle Chiese in Italia. Si tratta della Via Francigena del nord, della Via Francigena del sud, della Via di Francesco, della Via Lauretana, della Via Amerina (Il cammino della Luce), della Via Romea Strata e della Via Matildica.

Secondo l’Arcivescovo Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI, “il pellegrinaggio è la metafora dell’urgenza del cambiamento, della conversione, che è fatta di rinunce, di amore e di disponibilità a seguire la verità. Camminare significa affrontare il sacrificio di un distacco: non è possibile camminare, seguire il Signore, raggiungerlo, senza la volontà di lasciare la sicurezza della casa, qualche comodità e qualche idea consolidata. Ci mettiamo in cammino verso un Dio che, in Gesù Cristo, viene verso di noi. Il pellegrinaggio è anche metafora di questo incontro: Dio cammina verso di noi e noi siamo attratti dal suo volto per poterlo amare così che la vita si riempia di ragioni, di gioia e di una speranza inesauribile e incontenibile”.

E’ stata inoltre messa a disposizione una apposita WebApp (www.camminidellafede.it), pensata per sostenere i pellegrini con spunti di riflessione e informazioni utili. Per ogni cammino vengono segnalati dei Punti di Interesse Ecclesiale, georeferenziati, divisi in tre sezioni, che sintetizzano i bisogni fondamentali dei viandanti: pregare, mangiare, dormire.

La proposta ai pellegrini è quella di percorrere almeno 100 km a piedi o 200 km in bicicletta, in uno qualunque dei Cammini giubilari, anche senza dover arrivare necessariamente a Roma. Al raggiungimento dei chilometri, la WebApp produrrà un certificato di percorrenza con il quale si potrà ricevere il ‘Testimonium’ dalle autorità competenti, durante il Giubileo tramite il Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo.

Adriano Sella racconta i ragazzi della ‘baby gang’ che hanno a cuore il Creato

“Ciao ragazzi e ragazze, è nata una baby gang fuori dagli schemi, unica nel suo genere, che agisce mettendo in atto cinque valori, chiamati: le 5C (custodia, conversione, comunità, cura, cambiamento… Il gruppo di ragazzi e ragazze delle 5C ha deciso di assumere comportamenti positivi e costruttivi per loro stessi e per gli altri. Vogliono vivere con uno stile nuovo e vogliono liberarsi dal disagio e dalla noia… Ognuno si è identificato e impegnato a vivere un valore, in modo da esprimere la propria originalità ed essere coerente con gli obiettivi del gruppo”: il volumetto ‘La Baby Gang delle 5C. La banda del Pentalogo si prende cura della Casa comune’, scritto dall’educatore Adriano Sella, promotore e coordinatore della Rete Interdiocesana Nuovi Stili di Vita, racconta, in modo non troppo immaginario, i ragazzi innamorati del Creato e preoccupati di tutelarlo con i comportamenti quotidiani.

Ad accompagnare i capitoli del volume i disegni in bianco e nero del diciannovenne Alessandro, appassionato di manga e amante della natura, degli animali: “Per rappresentare la ‘c’ di custodia ho scelto un giovane cavaliere con uno scudo, per simbolizzare l’azione di proteggere l’ambiente e il Paese che abbiamo. Potevo farlo con una spada, ma custodire non vuol dire combattere”.

Mentre Francesco ha sostituito alcune parole e inserito espressioni tipiche degli adolescenti per un linguaggio che li rispecchiasse ancora di più: “Bisogna amare la natura non solo per aspetti utilitaristici, ma anche per la sua intrinseca bellezza. Per scelta non mangio carne, mi muovo soprattutto in bici ed evito la macchina, non compro il superfluo e cerco di ridurre gli sprechi, nel mio piccolo”.

Dall’autore Adriano Sella ci facciamo raccontare il titolo: “Durante i momenti di silenzio e contemplazione (o le camminate nella natura) affiorano le idee, come quella di una baby gang in positivo, fuori dagli schemi, formata da giovani che riescono a mettere in atto i valori delle 5 C: custodia, conversione, comunità, cura, cambiamento. Il gruppo, un po’ sognato e un po’ reale, ha deciso di assumere comportamenti costruttivi per sé e per gli altri con uno stile nuovo, liberandosi dal disagio e dalla noia, contagiando anche genitori e scuola. Un tema adatto in particolare durante questo mese del Creato, ma pensato per tutto l’anno”.

Da dove ha preso le ‘mosse’ questo volume?

“Il libro è nato dalla constatazione che fa molto notizia la baby gang nei mass media, presentando i ragazzi come se tutti fossero parte di una baby gang, mentre sono solo la piccola minoranza. Mentre ci sono tanti ragazzi e ragazze che sono impegnati nel fare il bene. Allora ho voluto dare visibilità a questi ragazzi e ragazze nel presentare la Baby Gang in positivo. Raccontare, quindi, il bene che stanno facendo tanti ragazzi e ragazze  senza apparire nelle testate dei giornali o nei video dei social”.

Come sono questi ‘ragazzi’?

“Questi ragazzi e ragazze sono impegnati per la cura della casa comune mediante piccole azioni quotidiane che sono possibili a tutti e che partono dal cambiamento personale ma che poi diventa un cambiamento comunitario mediante la formazione della baby gang, impegnata anche a cambiare la propria famiglia e la propria scuola. Non fanno niente di straordinario, ma lo straordinario è il cambiamento nel quotidiano mediante buone pratiche”.

Ma allora anche i ragazzi delle baby gang sono ‘innamorati’ del Creato?

“Certo, anche loro sono ‘innamorati’ del creato, hanno sete di bellezza. Il creato ci fa fare esperienze di bellezza. Come dice papa Francesco ‘il dolce canto del creato’, fare un orto comunitario accompagnando il seme che sboccia e che diventa un buon frutto è una grande esperienza di bellezza da parte dei ragazzi, nel riscoprire quanto la natura è affascinante. Per esempio, l’esperienza degli asili nel bosco”.

I ragazzi sono pronti per nuovi stili di vita?

“Andando nelle scuole, ho percepito che i ragazzi e le ragazze hanno dentro una grande voglia di essere protagonisti di un futuro migliore, la voglia e disponibilità nell’agire a livello concreto mediante esperienze belle e quotidiane. Per esempio, vivere relazioni belle e profonde e non solo contatti mediante i social. L’abbraccio è qualcosa che affascina molto i ragazzi perché comunica calore umano. Come ridurre l’uso della plastica per non trovarci domani a nuotare nei nostri mari pieni di plastica”.

Cosa sono queste 5 C?

“Le 5 C sono attitudini fondamentali che vengono vissute nel quotidiano mediante buone pratiche: C come custodia nel custodire la casa comune; C come conversione ecologica nel cambiare la visione verso la sorella e madre terra che non è solo merce ma un grande bene comune; C come comunità nel mettersi insieme per avere forza per coinvolgere le istituzioni; C come cura per prendersi cura di tutto quello che ci circonda dalla mattina alla sera; C come cambiamento mediante nuovi stili di vita che significa cambiare le abitudini giornaliere che spesso hanno un forte impatto ambientale e umano”.

Come formare i giovani alla salvaguardia del creato?

“Facendo fare esperienze di bellezze, ossia agire sul concreto. C’è una differenza tra noi adulti e i giovani: noi amiamo partire dalle grandi motivazioni e poi scendere alla concretezza, mentre i giovani amano partire dalle cose concrete e poi attraverso le esperienze sentono la necessità di formazione. Per esempio, quando faccio i laboratori interattivi constato che i ragazzi e ragazze partecipano molto e riescono a percepire cosa possono fare nel proprio quotidiano”.

In cosa consiste il cammino delle 5C della ‘Laudato Sì’?

“Il cammino delle 5 C della ‘Laudato sì’ è un percorso fatto di otto cartelli da esporre all’esterno, in un parco oppure in una strada sterrata, dove la gente possa fermarsi davanti ai cartelli mentre sta camminando o passeggiando. Il percorso presenta le 5 C mediante delle immagini molto significative, con una piccola frase della Laudato sì”.

Ramadan e Quaresima per andare oltre le ideologie

“Cari fratelli e sorelle musulmani, all’inizio del mese di Ramadan il Dicastero per il Dialogo Interreligioso vi porge i suoi più calorosi saluti e la sua amicizia. Questo periodo di digiuno, preghiera e condivisione è un’occasione privilegiata per avvicinarsi a Dio e rinnovarsi nei valori fondamentali della fede, della compassione e della solidarietà”: lo ha scritto il Dicastero per il Dialogo interreligioso nel messaggio inviato oggi alle comunità musulmane di tutto il mondo in occasione del Ramadan, che si intitola ‘Cristiani e musulmani: ciò che speriamo di diventare insieme’.

Nel messaggio si mette in evidenza la coincidenza che vede quest’anno il Ramadan e la Quaresima cristiana sovrapporsi nello stesso periodo: “Quest’anno il Ramadan coincide in gran parte con la Quaresima, che per i cristiani è un periodo di digiuno, supplica e conversione a Cristo. Questa vicinanza nel calendario spirituale ci offre un’opportunità unica di camminare fianco a fianco, cristiani e musulmani, in un percorso comune di purificazione, preghiera e carità. Per noi cattolici è una gioia condividere questo momento con voi, perché ci ricorda che siamo tutti pellegrini su questa terra e che stiamo tutti cercando di ‘vivere una vita migliore’.

Quest’anno desideriamo riflettere con voi non solo su ciò che possiamo fare insieme per ‘vivere una vita migliore’, ma soprattutto su ciò che vogliamo diventare insieme, come cristiani e musulmani, in un mondo in cerca di speranza. Vogliamo essere semplici collaboratori per un mondo migliore o autentici fratelli e sorelle testimoni comuni dell’amicizia di Dio con tutta l’umanità?”

Ma Quaresima e Ramadan non sono semplici periodi di astinenza e di penitenza: “Più che un semplice mese di digiuno, noi cattolici consideriamo il Ramadan come una scuola di trasformazione interiore. Astenendosi dal cibo e dalle bevande, i musulmani imparano a controllare i loro desideri e a porre l’attenzione su ciò che è essenziale. Questo tempo di disciplina spirituale è un invito a coltivare la pietà, quella virtù che avvicina a Dio e apre il cuore agli altri.

Come sapete, nella tradizione cristiana, la stagione santa della Quaresima ci invita a seguire un percorso simile: attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina cerchiamo di purificare il nostro cuore e di concentrarci su Colui che guida e dirige la nostra vita. Queste pratiche spirituali, sebbene espresse in modo diverso, ci ricordano che la fede non è solo una questione di gesti esteriori, ma un percorso di conversione interiore”.

Nel messaggio il card. George Koovakad, da poche settimane prefetto di questo organismo della Santa Sede e il segretario mons. Indunil Kodithuwakku Janakaratne Kankanamalage, hanno sottolineato il significato di speranza: “In un mondo segnato dall’ingiustizia, dai conflitti e dall’incertezza sul futuro la nostra vocazione comune implica molto di più di pratiche spirituali analoghe. Il nostro mondo ha sete di fraternità e di dialogo autentico. Insieme, musulmani e cristiani, possono essere testimoni di questa speranza, nella convinzione che l’amicizia è possibile nonostante il peso della storia e delle ideologie che intrappolano.

La speranza non è semplice ottimismo: è una virtù ancorata nella fede in Dio, il Misericordioso, nostro Creatore. Per voi, cari amici musulmani, la speranza si nutre della fiducia nella misericordia divina che perdona e guida. Per noi cristiani, essa si fonda sulla certezza che l’amore di Dio è più forte di tutte le prove e gli ostacoli”.

Ed ecco emergere il valore della fraternità: “Quello che vogliamo diventare insieme è perciò essere fratelli e sorelle in umanità, che si stimano profondamente a vicenda. La nostra fede in Dio è un tesoro che ci unisce, ben oltre le nostre differenze. Ci ricorda che siamo tutte creature, spirituali, incarnate e amate, chiamate a vivere nella dignità e nel rispetto reciproco. E noi desideriamo diventare custodi di questa sacra dignità, rifiutando ogni forma di violenza, discriminazione ed esclusione. Quest’anno, mentre le nostre due tradizioni spirituali si ritrovano nel celebrare il Ramadan e la Quaresima, abbiamo un’opportunità unica di mostrare al mondo che la fede trasforma le persone e la società, e che è una forza propulsiva di unità e riconciliazione”.

Quindi il messaggio è un invito a ‘costruire’ ponti: “Non vogliamo semplicemente coesistere; vogliamo vivere insieme in sincera e reciproca stima. I valori che condividiamo, come la giustizia, la compassione e il rispetto per il creato dovrebbero ispirare le nostre azioni e i nostri rapporti e servirci da bussola per essere costruttori di ponti anziché di muri, fautori della giustizia anziché dell’oppressione, essere protettori dell’ambiente anziché distruttori. La nostra fede e i suoi valori dovrebbero aiutarci a essere voci che si ergono contro l’ingiustizia e l’indifferenza e che proclamano la bellezza della diversità umana”.

Il messaggio si chiude con l’invito a ‘seminare’ speranza: “In questo tempo di Ramadan e con l’approssimarsi di ‘Id al-Fitr siamo felici di condividere questa speranza con voi. Che le nostre preghiere, i nostri gesti di solidarietà e i nostri sforzi per la pace siano segni tangibili della nostra sincera amicizia con voi. Che questa festa sia un’occasione di incontri fraterni tra musulmani e cristiani in cui possiamo celebrare insieme la bontà di Dio. Questi semplici, ma profondi momenti di condivisione, sono semi di speranza che possono trasformare le nostre comunità e il nostro mondo. Che la nostra amicizia sia una brezza ristoratrice per un mondo assetato di pace e fraternità!”

Papa Francesco: la quaresima è un cammino verso la speranza

“Con il segno penitenziale delle ceneri sul capo, iniziamo il pellegrinaggio annuale della santa Quaresima, nella fede e nella speranza. La Chiesa, madre e maestra, ci invita a preparare i nostri cuori e ad aprirci alla grazia di Dio per poter celebrare con grande gioia il trionfo pasquale di Cristo, il Signore, sul peccato e sulla morte, come esclamava san Paolo: ‘La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?’ Infatti Gesù Cristo, morto e risorto, è il centro della nostra fede ed è il garante della nostra speranza nella grande promessa del Padre, già realizzata in Lui, il suo Figlio amato: la vita eterna”.

Con queste parole inizia il messaggio quaresimale di papa Francesco, intitolato ‘Camminiamo insieme nella speranza’, esortando i fedeli a confrontarsi concretamente con coloro che, nelle loro comunità, vivono in situazioni di vulnerabilità, fisica o spirituale, cioè a mettersi in cammino, che implica una conversione:

“E non possiamo ricordare l’esodo biblico senza pensare a tanti fratelli e sorelle che oggi fuggono da situazioni di miseria e di violenza e vanno in cerca di una vita migliore per sé e i propri cari. Qui sorge un primo richiamo alla conversione, perché siamo tutti pellegrini nella vita, ma ognuno può chiedersi: come mi lascio interpellare da questa condizione?

Sono veramente in cammino o piuttosto paralizzato, statico, con la paura e la mancanza di speranza, oppure adagiato nella mia zona di comodità? Cerco percorsi di liberazione dalle situazioni di peccato e di mancanza di dignità? Sarebbe un buon esercizio quaresimale confrontarsi con la realtà concreta di qualche migrante o pellegrino e lasciare che ci coinvolga, in modo da scoprire che cosa Dio ci chiede per essere viaggiatori migliori verso la casa del Padre. Questo è un buon ‘esame’ per il viandante”.

Quindi rispondere a tali domande è fondamentale per comprendere il significato di un cammino insieme: “Camminare insieme, essere sinodali, questa è la vocazione della Chiesa. I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire da noi stessi per andare verso Dio e verso i fratelli, e mai a chiuderci in noi stessi”.

Tale cammino implica una tensione verso l’unità: “Camminare insieme significa essere tessitori di unità, a partire dalla comune dignità di figli di Dio; significa procedere fianco a fianco, senza calpestare o sopraffare l’altro, senza covare invidia o ipocrisia, senza lasciare che qualcuno rimanga indietro o si senta escluso. Andiamo nella stessa direzione, verso la stessa meta, ascoltandoci gli uni gli altri con amore e pazienza”.

Per questo il papa ha chiesto se nella vita si vive quotidianamente la sinodalità: “In questa Quaresima, Dio ci chiede di verificare se nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nei luoghi in cui lavoriamo, nelle comunità parrocchiali o religiose, siamo capaci di camminare con gli altri, di ascoltare, di vincere la tentazione di arroccarci nella nostra autoreferenzialità e di badare soltanto ai nostri bisogni… Questo è un secondo appello: la conversione alla sinodalità”.

Infine è possibile intraprendere tale cammino se si è sorretti dalla speranza, riprendendo l’insegnamento di papa Benedetto XVI: “Lasperanza che non delude, messaggio centrale del Giubileo, sia per noi l’orizzonte del cammino quaresimale verso la vittoria pasquale… Gesù, nostro amore e nostra speranza, è risorto e vive e regna glorioso. La morte è stata trasformata in vittoria e qui sta la fede e la grande speranza dei cristiani: nella risurrezione di Cristo!”

E’ un invito a credere che la speranza è ‘àncora’ dell’anima, proponendo per il periodo quaresimale la riflessione su alcune domande: “Ecco la terza chiamata alla conversione: quella della speranza, della fiducia in Dio e nella sua grande promessa, la vita eterna. Dobbiamo chiederci: ho in me la convinzione che Dio perdona i miei peccati?

Oppure mi comporto come se potessi salvarmi da solo? Aspiro alla salvezza e invoco l’aiuto di Dio per accoglierla? Vivo concretamente la speranza che mi aiuta a leggere gli eventi della storia e mi spinge all’impegno per la giustizia, alla fraternità, alla cura della casa comune, facendo in modo che nessuno sia lasciato indietro?”

Terza domenica di Avvento: cosa dobbiamo fare?

Gaudete

‘Rallegrati, figlia di Sion…’, così il profeta Sofonia, mentre  l’apostolo Paolo esorta: ‘fratelli, siate sempre lieti nel Signore’. Questa è la domenica ‘gaudete’, domenica della gioia. Siamo ormai vicini al Natale, la solennità che ci ricorda la prima venuta di Cristo, la sua nascita a Betlemme. Protagonista nel Vangelo è Giovanni Battista, colui che viene per preparare la via al Signore: raddrizzare i sentieri, cioè ‘convertirsi’.    

La folla chiede a Giovanni: cosa dobbiamo fare? Le risposte di Giovanni non sono moralistiche ma molto concrete: anzitutto a) condividere (chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha); b) non appropriarsi iniquamente (non esigere di più di quanto è stato fissato); c) non fare violenza ma rispettare gli altri.

Giovanni non è il Cristo, il Messia: questi annuncerà una giustizia superiore; Gesù dirà: a chi ti toglie il mantello non rifiutare la tunica; a chi ti dà uno schiaffo sulla destra, a lui porgi anche la sinistra. Giovanni non dice alla folla: fate quello che faccio io, ma ‘age quad agis’ (fai bene quello che fai), compi onorevolmente il tuo ruolo nella famiglia e nella società.

Dio non richiede miracoli da nessuno nè cose straordinarie; ma tu, uomo, sii sempre fedele al tuo ruolo di uomo creato ad immagine di Dio. Dio è amore, allora ama Dio con tutto il cuore e il prossimo tuo come te stesso. Non fare dell’egoismo il criterio del tuo agire; da qui la necessità del Battesimo, di lavarsi per rinascere ad una vita nuova.

Non è il solo rito del battesimo che ti purifica e neppure l’appartenenza al popolo di Dio: sei figlio di Dio? Allora sii misericordioso; ti vanti di avere Abramo per padre, allora compi le opere di Abramo. Non approfittare del tuo ruolo, della tua posizione per arricchirti ingiustamente, ma ama il prossimo tuo come te stesso, non fare agli altri quello che vorresti non fosse fatto a te; la vita di ogni giorno deve incarnare l’amore.

Giovanni esorta a compiere opere di misericordia: queste sono la misura della vera conversione. Un cuore pentito si vede e si misura di come e di quanto è capace di essere caritatevole, soccorritore, benefattore del prossimo. Ami veramente se hai il coraggio di prendere per mano chi ha veramente bisogno; la violenza non trova mai giustificazione da qualunque parte è effettuata. Solo l’amore genera la gioia; ‘La gioia del cristiano è la gioia del sabato che prelude la domenica’.

Questa è la domenica della gioia perchè prelude il Natale ormai vicino, la venuta di Gesù, il Salvatore. Dove c’è Gesù, c’è sempre la vera gioia. Da qui l’apostolo Pietro scrive: ‘Siate ricolmi di gioia, anche se siete afflitti da varie prove’ (1 Pt. 1,3-4).

Sei tu il Messia?, chiede la folla a Giovanni; perchè battezzi? La risposta di Giovanni: ‘Io battezzo con acqua, ma viene colui che è più forte di me a cui non sono degno di sciogliere i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire l’aia e raccoglierà il frumento nel suo granaio, la paglia sarà bruciata con un fuoco inestinguibile’.

E’ il linguaggio che riguarda la seconda venuta quando giudicherà i buoni e i cattivi come il pastore separa le pecore dalle capre. Il Battesimo di Gesù non si limita a perdonare i peccati, come quello di Giovanni, ma ci innesta a Cristo, trasforma l’uomo, imprime il carattere di figli di Dio per cui preghiamo: ‘Padre nostro, che sei nei cieli’. Se Dio è il Padre nostro, noi siamo figli di Dio e fratelli e sorelle tra di noi.

Le esortazioni profetiche di Giovanni ci guidano con fermezza verso la consapevolezza che nel cristianesimo non c’è spazio per la ‘mediocrità’ ma è necessario la concretezza, lo slancio e le scelte coraggiose. Chi ama osa e mette in giuoco tutto. Allora, amici carissimi, è tempo di presa di coscienza, di operare una vera conversione; domani potrebbe essere troppo tardi. Nella gioia prepariamoci ed un Natale cristiano.

Dal Sinodo una sollecitudine per vivere le relazione

“Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero, di conoscerti con aria da professore, di raggiungerti con regole sportive, di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato… Facci vivere la nostra vita, non come un giuoco di scacchi dove tutto è calcolato, non come una partita dove tutto è difficile, non come un teorema che ci rompa il capo, ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si rinnovella, come un ballo, come una danza, fra le braccia della tua grazia, nella musica che riempie l’universo di amore”: con questi versi di Madeleine Delbrêl papa Francesco ha concluso la seconda sessione del Sinodo, il cui documento è stato approvato in tutti i 155 capitoli.

Il Documento finale è formato da cinque parti. Alla prima, intitolata ‘Il cuore della sinodalità, segue la seconda parte, ‘Insieme, sulla barca di Pietro’ “dedicata alla conversione delle relazioni che edificano la comunità cristiana e danno forma alla missione nell’intreccio di vocazioni, carismi e ministeri”; la terza parte, ‘Sulla tua Parola’, “identifica tre pratiche tra loro intimamente connesse: discernimento ecclesiale, processi decisionali, cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione”.

La quarta parte, ‘Una pesca abbondante’ “delinea il modo in cui è possibile coltivare in forme nuove lo scambio dei doni e l’intreccio dei legami che ci uniscono nella Chiesa, in un tempo in cui l’esperienza del radicamento in un luogo sta cambiano profondamente”; infine, la quinta parte, ‘Anche io mando voi’, “permette di guardare al primo passo da compiere: curare la formazione di tutti alla sinodalità missionaria”. In particolare, si fa notare, lo sviluppo del Documento è guidato dai racconti evangelici della Risurrezione.

Fin dall’introduzione la guida del documento è la Resurrezione, vero centro della Chiesa: “Ogni nuovo passo nella vita della Chiesa è un ritorno alla sorgente, un’esperienza rinnovata dell’incontro con il Risorto che i discepoli hanno vissuto nel Cenacolo la sera di Pasqua. Come loro anche noi, partecipando a questa Assemblea sinodale, ci siamo sentiti avvolti dalla Sua misericordia e toccati dalla Sua bellezza. Vivendo la conversazione nello Spirito, in ascolto gli uni degli altri, abbiamo percepito la Sua presenza in mezzo a noi: la presenza di Colui che, donando lo Spirito Santo, continua a suscitare nel Suo Popolo una unità che è armonia delle differenze”.

E’ proprio Gesù risorto che conduce la Chiesa nelle ferite della storia: “Lo sguardo sul Signore non allontana dai drammi della storia, ma apre gli occhi per riconoscere la sofferenza che ci circonda e ci penetra: i volti dei bambini terrorizzati dalla guerra, il pianto delle madri, i sogni infranti di tanti giovani, i profughi che affrontano viaggi terribili, le vittime dei cambiamenti climatici e delle ingiustizie sociali.

Le loro sofferenze sono risuonate in mezzo a noi non solo attraverso i mezzi di comunicazione, ma anche nella voce di molti, personalmente coinvolti con le loro famiglie e i loro popoli in questi tragici eventi. Nei giorni in cui siamo stati riuniti in Assemblea, tante, troppe guerre hanno continuato a provocare morte e distruzione, desidero di vendetta e smarrimento delle coscienze”.

Ed il cuore della sinodalità, come quello della Chiesa, è la celebrazione eucaristica: “La celebrazione dell’Eucaristia, soprattutto alla domenica, è la prima e fondamentale forma con cui il Santo Popolo di Dio si riunisce e si incontra… Per questo la Chiesa, Corpo di Cristo, impara dall’Eucaristia ad articolare unità e pluralità: unità della Chiesa e molteplicità delle assemblee eucaristiche; unità del mistero sacramentale e varietà delle tradizioni liturgiche; unità della celebrazione e diversità delle vocazioni, dei carismi e dei ministeri.

Nulla più dell’Eucaristia mostra che l’armonia creata dallo Spirito non è uniformità e che ogni dono ecclesiale è destinato all’edificazione comune. Ogni celebrazione dell’Eucaristia è anche espressione del desiderio e appello all’unità di tutti i Battezzati che non è ancora piena e visibile. Dove la celebrazione domenicale dell’Eucaristia non è possibile, la comunità, pur desiderandola, si raccoglie intorno alla celebrazione della Parola, dove Cristo è comunque presente”.

Proprio questi contesti diversi, in cui vivono i cristiani, consentono la Chiesa ad essere missionaria: “Ribadiamo l’impegno della Chiesa Cattolica a proseguire e intensificare il cammino ecumenico con altri cristiani, in forza del comune Battesimo e in risposta alla chiamata a vivere insieme la comunione e l’unità tra i discepoli per cui Cristo prega nell’Ultima Cena. L’Assemblea saluta con gioia e gratitudine i progressi nelle relazioni ecumeniche lungo gli ultimi sessant’anni, i documenti di dialogo e le dichiarazioni che esprimono la fede comune”.

Nel documento è sottolineata anche la persecuzione a cui i cristiani sono sottoposti: “In ogni luogo della terra, i Cristiani vivono fianco a fianco con persone che non sono battezzate e servono Dio praticando una diversa religione. Per loro preghiamo in modo solenne nella liturgia del Venerdì Santo, con loro collaboriamo e lottiamo per costruire un mondo migliore, e insieme a loro supplichiamo l’unico Dio di liberare il mondo dai mali che lo affliggono… In alcune regioni, i Cristiani che si impegnano nella costruzione di rapporti fraterni con persone di altre religioni subiscono persecuzioni. L’Assemblea li incoraggia a perseverare nel loro impegno con speranza”.

Per questo le relazioni sono necessarie: “Viviamo in un’epoca segnata da disuguaglianze sempre più marcate, da una crescente disillusione nei confronti dei modelli tradizionali di governo, dal disincanto per il funzionamento della democrazia, da crescenti tendenze autocratiche e dittatoriali, dal predominio del modello di mercato senza riguardo per la vulnerabilità delle persone e della creazione, e dalla tentazione di risolvere i conflitti con la forza piuttosto che con il dialogo.

Pratiche autentiche di sinodalità permettono ai Cristiani di elaborare una cultura capace di profezia critica nei confronti del pensiero dominante e offrire così un contributo peculiare alla ricerca di risposte a molte delle sfide che le società contemporanee devono affrontare e alla costruzione del bene comune”.

Quindi anche le relazioni sono forma di testimonianza: “Il modo sinodale di vivere le relazioni è una testimonianza sociale che risponde al bisogno umano di essere accolti e sentirsi riconosciuti all’interno di una comunità concreta. E’ una sfida al crescente isolamento delle persone e all’individualismo culturale, che anche la Chiesa ha spesso assorbito, e ci richiama alla cura reciproca, all’interdipendenza e alla corresponsabilità per il bene comune.

Allo stesso modo, sfida un comunitarismo sociale esagerato che soffoca le persone e non permette loro di essere soggetti del proprio sviluppo. La disponibilità all’ascolto di tutti, specialmente dei poveri, si pone in netto contrasto con un mondo in cui la concentrazione del potere taglia fuori i poveri, gli emarginati, le minoranze e la terra, nostra casa comune. Sinodalità ed ecologia integrale assumono entrambe la prospettiva delle relazioni e insistono sulla necessità della cura dei legami: per questo si corrispondono e si integrano nel modo di vivere la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo”.

Questa relazione si trasforma in missione, che prende vigore dalla celebrazione eucaristica: “La formazione dei discepoli missionari comincia con l’Iniziazione Cristiana e si radica in essa. Nella storia di ognuno c’è l’incontro con molte persone e gruppi o piccole comunità che hanno contribuito a introdurci nella relazione con il Signore e nella comunione della Chiesa: genitori e familiari, padrini e madrine, catechisti e educatori, animatori della liturgia e operatori nell’ambito della carità, Diaconi, Presbiteri e lo stesso Vescovo…

Nella Messa, infatti, essa accade come grazia donata dall’alto, prima che come esito dei nostri sforzi: sotto la presidenza di uno e grazie al ministero di alcuni, tutti possono partecipare alla duplice mensa della Parola e del Pane. Il dono della comunione, missione e partecipazione (i tre assi portanti della sinodalità) si realizza e si rinnova in ogni Eucaristia”.

Il documento sottolinea che la Resurrezione termina con un banchetto: “Vivendo il processo sinodale abbiamo preso nuova coscienza che la salvezza da ricevere e da annunciare passa attraverso le relazioni. La si vive e la si testimonia insieme. La storia ci appare segnata tragicamente dalla guerra, dalla rivalità per il potere, da mille ingiustizie e sopraffazioni. Sappiamo però che lo Spirito ha posto nel cuore di ogni essere umano il desiderio di rapporti autentici e di legami veri…

Il significato ultimo della sinodalità è la testimonianza che la Chiesa è chiamata a dare di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, Armonia di amore che si effonde fuori di sé per donarsi al mondo. Camminando in stile sinodale, nell’intreccio delle nostre vocazioni, carismi e ministeri, e, andando incontro a tutti per portare la gioia del Vangelo, possiamo vivere la comunione che salva: con Dio, con l’umanità intera e con tutta la creazione. Inizieremo allora già adesso a sperimentare, grazie alla condivisione, il banchetto di vita che Dio offre a tutti i popoli”.

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