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Papa Leone XIV invita a ‘smascherare’ le ambiguità

“Con l’incontro odierno iniziamo a riflettere sulla Costituzione pastorale ‘Gaudium et spes’, con cui il Concilio Vaticano II ha inteso approfondire un tema fondamentale, ossia il rapporto della Chiesa col mondo contemporaneo. San Giovanni XXIII, già nel Discorso inaugurale dell’11 ottobre 1962, aveva inteso dissentire dai ‘profeti di sventura’ che, ‘sebbene accesi di zelo per la religione… vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia’. Da qui il compito affidato ai Padri conciliari”: all’udienza generale, ritornata in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha inaugurato un ciclo di catechesi sulla costituzione pastorale ‘Gaudium et spes’, esortando la comunità ecclesiale a non cedere alle sirene dei ‘profeti di sventura’ ed a farsi carico delle storture contemporanee.

Nella catechesi il papa ha ricordato il discorso inaugurale del Concilio Vaticano II, da cui è maturata la Costituzione sulla speranza: “Tre anni dopo, la promulgazione di ‘Gaudium et spes’ riconosceva in tale discernimento un elemento essenziale della natura della Chiesa, descrivendo come costitutiva la sua indole pastorale: da qui la definizione di ‘Costituzione pastorale’. Non si tratta di ingenuo ottimismo, ma di una rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo che, incarnandosi, sceglie di condividere la nostra vita: Egli si è reso ‘in tutto simile ai fratelli’ e si è caricato delle conseguenze del peccato, morendo ‘in riscatto per tutti’.

Tale condivisione con l’umanità è la via che il Cristo chiede alla Chiesa; perciò, la Costituzione conciliare ‘Gaudium et spes’ si apre dichiarando che la Chiesa sente come proprie ‘le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono’”.

Da ciò nasce una condivisione per quello che succede nel mondo: “E’ una condivisione che ci chiama a uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone, soprattutto dinanzi al cambiamento rapido e profondo che oggi sperimentiamo. Non è possibile restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere. Con Cristo e sorretti dalla forza del suo Spirito, i credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza”.

Con tale ‘prossimità’ è possibile dare una lettura diversa agli avvenimenti: “In tal senso, la prossimità verso l’umanità apre a una lettura più profonda degli avvenimenti e della stessa Rivelazione e, nella medesima prospettiva, ‘Gaudium et spes’ richiama il ‘dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo’. Questa Costituzione conciliare ha dunque richiamato la Chiesa a un permanente impegno di conversione, per testimoniare che essa non è mossa da ‘nessuna ambizione terrena’, ma ‘mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito’”.

Ed ha sottolineato che su tale insegnamento papa Francesco, nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium, ha ricordato che per la Chiesa è necessaria l’opzione per i poveri: “Non si tratta, in effetti, di una disposizione semplicemente morale. Papa Francesco ci ha ricordato che per la Chiesa ‘l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica… Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro’”.

Compito del cristiano consiste nel ‘mascherare le contraddizioni’: “La condivisione cristiana impegna a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo: ad esempio, un progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni e che non sempre l’essere umano riesce a porre ‘a suo servizio’; o una conoscenza più chiara delle ‘leggi della vita sociale’, accompagnata però da incertezze ‘sulla direzione da imprimervi»; o ancora, una maggiore disponibilità di «ricchezze, possibilità e potenza economica’, che purtroppo però, oggi come al tempo del Concilio, lascia ‘una grande parte degli abitanti del globo… ancora tormentata dalla fame e dalla miseria’; oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace”.

Questo è il compito della Chiesa: “In un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri, la Chiesa è chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo ‘la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana’.

Perciò, nella Chiesa, ad ogni livello, in ogni epoca ha da realizzarsi la kenosi misericordiosa del Cristo che ‘non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo… facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce’. Cari fratelli e sorelle, la gioia e la speranza (gaudium et spes) siano i tratti distintivi di una Chiesa che annuncia e testimonia il Vangelo, facendosi prossima alle donne e agli uomini del nostro tempo”.

(Foto: Santa Sede)

 A Giffoni l’impossibile diventa possibile

C’è sempre una sfumatura di possibilità nelle cose impossibili che porta a guardare le storie da un’altra prospettiva, quella della speranza di poter generare un cambiamento, di sentire realmente la vita attraverso l’energia che scorre quando ti ritrovi ad affrontare vere e proprie sfide da superare con coraggio, intraprendenza, impegno e dedizione nonostante i ‘nonostante’.  Le cose impossibili non è stato solo il tema della 56^edizione del Giffoni Film Festival, ma il filo conduttore che ha attraversato le emozioni dei #juror che hanno premiato soprattutto le storie che raccontano come ci sia sempre una chiave, anche se a volte ben nascosta, pronta ad aprire le porte chiuse dell’esistenza di ognuno (dai più piccoli ai più grandi).

Durante il festival, ogni ragazzo si sente davvero al centro dell’attenzione: un’oasi di conforto in cui è possibile affrontare a testa alta anche il dolore della vita. I film in gara hanno dunque rappresentato uno sguardo delicato sul vissuto dei ragazzi: chiamati non solo a giudicare, ma ad aprire le porte della propria quotidianità, i giovani giurati hanno lasciato entrare uno spiraglio di luce per guardare il presente con occhi nuovi e maggior consapevolezza.

Nello scegliere le opere da premiare, si sono lasciati guidare dalle storie in cui si sono riconosciuti e rispecchiati. Racconti capaci di dimostrare che è proprio dalle sfide apparentemente impossibili che nascono le vere opportunità. Nei film vincitori di questa edizione del #GiffoniFilmFestival c’è tutto questo: il valore del gioco di squadra, il coraggio di osare e superare i propri limiti, e la forza di una vita che non si arrende di fronte agli ostacoli.

La sezione Elements + 6 ha premiato ‘Garuda – Dare to Dream’ (Indonesia) con la regia di Ronny Gani, sceneggiatura Sofia Lo e Makbul Mubarak con il montaggio di Aline Jusria: è la storia di un ragazzo di 13 anni affetto da asma che sogna di giocare nella nazionale indonesiana e riesce nel suo intento, nonostante tutto, in un’atmosfera fantastica che nasconde un messaggio importante: la magia si palesa solo a chi sa vederla. Grande entusiasmo tra i #juror che hanno visionato il lungometraggio alla presenza del regista. Gani ha spiegato di aver scelto come protagonista un ragazzo asmatico proprio per trasmettere un messaggio di speranza: ‘Nessuno nasce vincitore, ma possiamo sempre diventarlo, andando oltre i nostri limiti’.

‘E’ sempre più facile prendersi gioco di qualcuno che assumersi le proprie colpe’: il film ‘The Altar Boys’ (Polonia) ha attraversato le emozioni che si provano nel combattere le ingiustizie, facendo squadra. Ed è stato premiato dalla sezione Generator+13. Con la regia di Piotr Domalewski che ha curato anche la sceneggiatura (fotografia di Piotr Sobociński Jr e il montaggio di Agnieszka Glińska) racconta le sfide di un gruppo di chierichetti adolescenti, frustrati dall’indifferenza degli adulti e della Chiesa nei confronti delle ingiustizie sociali, che decide di attuare un piano anticonvenzionale per il rinnovamento morale del loro quartiere, ritrovandosi a conoscere il confine sottile tra il bene e il male.

Per il regista Ivan Pavljutskov il personaggio di ‘Morten’ (Estonia, Lituania), film vincitore per la sezione Generator +15 fa parte di ‘un percorso di scoperta e autoconsapevolezza’. Insieme ai #juror il regista ha ripercorso una storia di amicizia e scoperta di sé. Morten è infatti un ragazzo sensibile e introverso di 15 anni che vive con lo zio disoccupato in una fattoria fatiscente, mentre la madre lavora all’estero per assicurarsi un futuro migliore. Isolato dai compagni di classe e vergognandosi della sua situazione, si rifugia nelle immagini che cattura con una vecchia macchina fotografica, l’unico strumento che possiede per comprendere e orientarsi nella vita.

Mentre i Generator +18 dopo essersi confrontati con il regista in sala hanno voluto premiare ‘You Believe in Angels Mr.Drowak?’ (Germania, Svizzera) di Nicolas Steiner, sceneggiatura di Bettina Gundermann, fotografia Markus Nestroy, montaggio Kaya Inan. La storia intreccia le vite di Lena e Hugo. La ragazza dopo essersi candidata per un posto come tutor di scrittura per un’iniziativa sociale presso ‘The Office’, non immagina che il suo unico studente è un ex senzatetto: Hugo Drowak dal grande talento. Però più Hugo scrive, più i ricordi e i demoni del passato iniziano a tormentarlo. A ‘You Believe in Angels Mr.Drowak?’ anche il riconoscimento Best Cinematography con il premio ‘Gaetano Del Mauro Memorial Award’.

Per il miglior cortometraggio gli Elements+3 hanno premiato ‘Snorri, catch me if you candy!’ (Germania) di Thierry Marchand. Un’animazione in 3D con protagonista un piccolo polpo blu che cerca disperatamente di acchiappare un lecca-lecca gigante con risultati esilaranti.

Tra animali parlanti, piccoli eroi del quotidiano, mondi fantastici e avventure in miniatura, Elements +3 conferma la propria vocazione a raccontare l’infanzia come uno spazio di scoperta continua, dove ogni esperienza diventa un’occasione per imparare a conoscere sé stessi, gli altri e il mondo che ci circonda.

Il valore della famiglia che si riunisce per una pasto che è anche condivisione di emozioni è al centro del vincitore di Parental Experience: ‘Where we sit together’ di Joshua Yang (Taiwan). Il cortometraggio racconta la storia di Fang, una bambina di dieci anni che vive in un appartamento angusto e senza tavolo da pranzo. Durante la cena di compleanno di un amico, la piccola scopre per la prima volta il calore e il senso di appartenenza che si crea sedendo tutti insieme.

Per la sezione Elements+6 vince ‘The little Hotel Detective’ (Olanda) di Julia van Braak che racconta la storia di Billie, 11 anni, che indaga per scoprire chi sia il misterioso ispettore che potrebbe causare la chiusura del piccolo hotel della madre. Mentre è stato ‘Il Murales del Campione’ (Italia) di Massimiliano Pacifico ad affascinare i giurati della sezione Elements+10, che gli hanno conferito il premio come miglior corto. Una produzione cinematografica che sta preparando un film sui murales dedicati a Diego Armando Maradona, la troupe inizia i provini per individuare il ragazzo che sarà il protagonista del film.

Lo Zecchino d’Oro Award 2026 per la Migliore Colonna Sonora nella sezione Elements +3 – Short Films va a ‘The Winter Cat’ (Il Gatto Inverno) di Aurora Cesarini, Silvia Sabbatini e Marta Zanoni (Italia), premiato per una partitura intensa e delicata che accompagna il racconto tra realtà e immaginazione, restituendo con sensibilità i paesaggi emotivi della storia e risvegliando lo stupore dell’infanzia.

Il premio Fenice CONAI 2026, nella sezione Elements +6 – Short Films, è assegnato ad ‘Alby – The Last Tree’ di Alessandro Parrello (Italia), una fiaba che diventa un messaggio concreto di educazione ambientale, valorizzando il ruolo delle nuove generazioni come protagoniste del cambiamento attraverso i piccoli gesti quotidiani.

Il Lete Special Award 2026 va a ‘Garuda: Dare to Dream’ di Ronny Gani (Indonesia), premiato per aver raccontato con autenticità il coraggio di inseguire i propri sogni grazie all’impegno, alla determinazione e alla forza del gioco di squadra, offrendo un messaggio di fiducia ai più giovani.

L’Ecopneus Special Award 2026 riconosce ‘Splish Splash Forever!’ di Natascha Beller (Svizzera), apprezzato per aver trasformato una storia di rinascita collettiva in una metafora del riciclo e della rigenerazione, celebrando la capacità delle comunità di trasformare le difficoltà in nuove opportunità. L’ECFA Special Award – Best European Film for Children 2026 è assegnato a ‘Mira’ di Marie Limkilde (Danimarca), come miglior film europeo per ragazzi. L’ACEC Award 2026, nella sezione Generator +15, premia ‘Nipster’ di Sunniva Eir Tangvik Kveum (Svezia) per l’originalità del tema, il ritmo narrativo e la capacità di affrontare questioni complesse senza giudicare i personaggi, lasciando allo spettatore la libertà di costruire il proprio punto di vista.

Doppio riconoscimento per ‘Morten’ di Ivan Pavljutskov (Estonia/Lituania). Il CONOU Special Award 2026 ne valorizza il delicato racconto della fragilità e della possibilità di ritrovare sé stessi attraverso un percorso di trasformazione e rinascita. Il Premio CGS – Percorsi Creativi 2026, nella sezione Generator +15, sottolinea invece la forza del racconto di formazione, l’immedesimazione offerta agli adolescenti e la qualità della regia, della fotografia e della colonna sonora nel rappresentare il percorso di crescita del protagonista.

Il Premio CGS – Percorsi Creativi 2026 per la sezione Generator +18 va infine al film ‘You Believe in Angels, Mr. Drowak?’ di Nicolas Steiner (Germania/Svizzera), premiato per aver affrontato, con una potente chiave distopica, temi come solitudine, rimorso e autodistruzione, distinguendosi per la ricercata costruzione visiva e la forza espressiva della messa in scena.

Papa Leone XIV: Dio si testimonia con la condivisione dei beni

Papa Leone XIV

Una nuova uscita a sorpresa, questa volta nella parte orientale del Lazio, due giorni dopo la sosta nell’Abbazia di Montecassino: questa mattina papa Leone XIV si è recato al Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, piccolo Comune al confine tra Lazio e Abruzzo, dove a quasi 1400 metri di altezza il Santuario sorge a strapiombo sul fianco del Colle della Tagliata. Ed in questo periodo di riposo ha inviato una lettera per il 70^ anniversario della Conference of Major Superiors of Men degli Stati Uniti, esortando gli istituti religiosi ad offrire una testimonianza:

“Mentre si celebrano sette decenni di promozione della collaborazione tra i religiosi maschi negli Stati Uniti d’America, è giunto il momento di ringraziare Dio per le grazie ricevute durante questi anni. Nei vostri sforzi per fornire uno spazio per il dialogo e sostenere la leadership delle vostre comunità membri, avete contribuito a rafforzare la testimonianza pubblica degli uomini consacrati che dedicano la loro vita al servizio del Vangelo”.

Nel messaggio il papa invita a meditare sul tema dell’incontro: “Nel meditare sul tema dell’incontro di quest’anno, ‘One in Christ: Community Life Today’, vi incoraggio a considerare la vita comunitaria ‘come luogo di santificazione e fonte di ispirazione, testimonianza e forza nell’apostolato’. Infatti, è proprio mettendo insieme tutto, compresi i beni materiali, le esperienze spirituali, gli ideali apostolici e il servizio caritativo che la presenza nascosta del Signore Risorto si manifesta in mezzo a voi.

Sono convinto che questi giorni di riflessione, di dialogo e di preghiera vi permetteranno di discernere i mezzi per approfondire la comunione fraterna sia all’interno che tra i vostri istituti e tra loro e vi permetterà così di continuare a offrire una testimonianza unita, gioiosa e autentica di Cristo nelle diverse comunità e apostolati dove esercitate il vostro ministero”.

Don Vittorio Pastori, fondatore di Africa Mission giusto dell’umanità a cento anni dalla nascita

Don Vittorio Pastori per molte persone, soprattutto in Uganda, era conosciuto come ‘don Vittorione’, capace di attraversare guerre, fame e abbandono senza mai arretrare davanti alla sofferenza umana: a 100 anni dalla nascita, avvenuta a Varese il 15 aprile 1926, entra ufficialmente nell’Enciclopedia dei Giusti della Fondazione Gariwo con il riconoscimento di ‘Giusto dell’Umanità’, attribuito a donne e uomini che hanno scelto di difendere la dignità umana nei contesti più drammatici della storia contemporanea.

L’annuncio di riconoscere il fondatore di ‘Africa Mission – Cooperazione e Sviluppo’ come ‘Giusto dell’Umanità’ è stato dato nelle settimane scorse a Piacenza dal presidente di ‘Africa Mission’, don Maurizio Noberini. Prima della scelta dell’Africa la vita del ‘ristoratore’ varesino si incontra nel 1966 con mons. Enrico Manfredini, vescovo di Piacenza ed arcivescovo di Bologna, che gli affida incarichi di responsabilità nella diocesi: amministratore della Basilica, della tipografia diocesana e delle opere parrocchiali.

Quando nel 1969 mons. Manfredini è nominato vescovo di Piacenza, Pastori decide di seguirlo, lasciando definitivamente il mondo dell’impresa. Diventa segretario amministrativo della mensa vescovile, economo del Seminario e direttore di una casa di esercizi spirituali. Proprio in quegli anni incontra alcuni vescovi africani e compie i primi viaggi in Uganda, Kenya e Tanzania, un’esperienza destinata a segnare la sua vita.

Davanti alle condizioni delle popolazioni del continente africano, Pastori sceglie di trasformare la solidarietà in azione concreta. Comincia a raccogliere fondi, macchinari agricoli, trattori, attrezzature sanitarie e materiali dall’Italia per sostenere le missioni cattoliche locali. Nel 1972 fonda a Piacenza ‘Africa Mission’, avviando quello che lui stesso definiva un ‘pendolarismo della carità’ tra l’Italia e l’Africa. Il suo nome si lega in modo particolare al Karamoja, una delle regioni più povere e fragili dell’Uganda nordorientale, segnata da conflitti, siccità e marginalità cronica, come hanno raccontato i presidenti don Maurizio Noberini e Carlo Antonello: “Per noi di ‘Africa Mission’ questo riconoscimento assume un significato particolarmente profondo: don Vittorione non è soltanto il fondatore dell’organizzazione, ma il riferimento etico e ideale che continua a orientarne le scelte e le attività”.  

Infatti è stato un percorso iniziato con la realizzazione di un ‘Giardino dei Giusti’ a Moroto, in Uganda, nel Community Development Centre che porta il suo nome, come ha spiegato il direttore di ‘Africa Mission’, Carlo Ruspantini; “Questo spazio dedicato alla memoria e all’educazione sarà un luogo vivo soprattutto per le nuove generazioni. Per ‘Africa Mission’ il riconoscimento ottenuto da Fondazione Gariwo costituisce anche una nuova importante opportunità di collaborazione con una realtà che lavora per far conoscere e promuovere le storie di chi ha scelto il bene, anche nei momenti più bui della storia; raccontare le vite di uomini e donne che hanno trovato il coraggio di agire per salvare altre vite è un modo per fare memoria del bene come strumento del cambiamento”.

Quindi al direttore di ‘Africa Mission’ abbiamo chiesto di raccontarci il suo insegnamento: “L’insegnamento di don Vittorione è sempre forte anche a tanti anni di distanza dalla sua scomparsa ed è quello che ci richiama a non essere sordi al grido di chi nel mondo è condannato a diventare sempre più povero. Di chi è ultimo nel diritto ad avere una vita dignitosa da guadagnarsi attraverso un lavoro che gli garantisca non un reddito di sussistenza, ma un’esistenza degna. Di chi non ha le stesse opportunità di cura e di tutela della salute per sé e per la sua famiglia. Don Vittorione ci ha insegnato ad ascoltare tutti loro. Ma ci ha insegnato anche che solo il rispetto, la non violenza e la condivisione portano la vita”.

Perché don Vittorione ha scelto l’Uganda?

 “Il nostro fondatore, don Vittorio Pastori, ha conosciuto il continente africano in Uganda, in quanto alcuni vescovi ugandesi erano venuti in Italia per chiedere un aiuto e don Vittorione è andato in Uganda per vedere la situazione ed, appena ritornato in Italia, ha creato nel 1972, appena dopo mesi dopo il viaggio, ‘Africa Mission’come risposta a quello che lo aveva toccato nel cuore”.

Per quale motivo nasce l’associazione?

“Africa Mission nasce per supportare l’opera sociale dei missionari in Uganda, portando per 10 anni aiuti di emergenza in situazioni di difficoltà, non solo nel Paese ma anche in altri Stati del continente. Nel 1972 don Vittorio fondò ‘Popolazioni e Sviluppo’ per intraprendere direttamente i percorsi di sviluppo attraverso la perforazione di nuovi pozzi d’acqua, attraverso il sostegno allo studio e lo sviluppo agricolo, cercando di aiutare la popolazione nel mettere a frutto le loro capacità e trovare le risorse per un futuro migliore”.

Allora, è possibile aiutare gli africani a casa loro?

“Assolutamente sì, perché chi fugge dalla propria nazione cerca qualche opportunità per vivere dignitosamente. Nessuno fugge perché vuole abbandonare la propria terra; chi lascia la propria terra è perché ci sono situazioni che non consentono di poter valorizzare la propria vita. Quindi aiutare a valorizzare le proprie capacità è l’elemento fondamentale per poter dare una prospettiva di crescita. Quindi aiutarli è necessario, perché le risorse dell’Africa sono grandissime. Purtroppo, per molti anni, c’è stato un atteggiamento predatorio di chi è andato ad aiutare piuttosto che un atteggiamento di supportare lo sviluppo”.

Come rilanciare la cooperazione internazionale?

“Ci vuole gente che creda che occorre valorizzare l’esperienza e la cultura dell’altro per trovare quei punti in cui si può lavorare insieme per portare avanti quei progetti nella ricerca di ciò che unisce invece di ciò che divide e vedere in quale modo queste popolazioni possano svilupparsi, in quanto la loro crescita è legata alla nostra sopravvivenza. Quindi per rilanciare la cooperazione bisogna rilanciare uno spirito realmente di condivisione e non di profitto. Dobbiamo rilanciare la condivisione: questo è l’unico modo per rilanciare la cooperazione”.

Quale è la mission dell’associazione?

“Vogliamo sostenere e promuovere lo sviluppo umano nei Paesi più poveri del mondo attraverso la promozione della dignità della persona umana in tutti i suoi aspetti, realizzando interventi di emergenza, di supporto a realtà locali, in particolare della chiesa locale e dei missionari cattolici, e programmi di sviluppo in vari settori della vita sociale, sulla base dei principi dell’umanesimo cristiano e nel pieno rispetto della libertà di pensiero e di religione degli altri. Sostenere e promuovere uno stile di vita basato sui valori di solidarietà universale e realizzare un’opera di sensibilizzazione delle comunità italiane ai problemi dei paesi poveri.

Quindi i fondamenti del nostro percorso non sono mutati da quelli che ci ha insegnato don Vittorione: andare per esserci, andare per incontrare, andare per ascoltare, andare per condividere, andare per sostenere, andare per evangelizzare, accoglienza presso le nostre sedi, ascolto dei poveri, rispetto dell’uomo e della vita, attenzione alla povertà e alle sue cause, concretezza negli interventi, dono del proprio tempo, delle proprie capacità e risorse, di sé stessi. In questo senso il nostro stile vuole rispecchiare le qualità che sentiamo essenziali nell’impegno umanitario: umiltà, povertà, spirito di servizio. Lo stile del grembiule”.

Ma chi era don Vittorione?

“Don Vittorione era un cristiano laico, che faceva il ristoratore; ad un certo punto si sente interrogato a realizzare in pieno il comandamento dell’amore cristiano e diventa sacerdote, in quanto intraprende un cammino di fede, ma soprattutto da imprenditore laico ha un approccio concreto ad aiutare le persone a migliorare le capacità professionali come lui si era realizzato professionalmente nella vita”.  

(Tratto da Aci Stampa)

A Parigi i giovani sono alla ricerca con la comunità di Taizè

“Cari giovani, in occasione dell’Incontro europeo organizzato dalla Comunità di Taizé, Sua Santità papa Leone XIV mi ha chiesto di trasmettervi i suoi cordiali saluti e l’assicurazione della sua vicinanza spirituale. Il vostro incontro costituisce una nuova tappa del ‘Pellegrinaggio di fiducia sulla terra’ iniziato da Frère Roger quasi mezzo secolo fa proprio in questa città di Parigi. Il Santo Padre è lieto di sapere che siete riuniti in una città segnata da una ricca eredità religiosa, plasmata nel corso dei secoli dalla luminosa testimonianza di tante figure di santità che, ciascuna a modo suo, hanno risposto con coraggio alla chiamata di Cristo”: attraverso il segretario di Stato, card. Pietro Parolin, papa Leone XIV ha inviato un telegramma ai giovani che da domani fino al 1^ gennaio si incontreranno a Parigi su invito della Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca.

Quindi il papa ha invitato i giovani a non evitare la domanda ‘Chi cercate?’, in quanto essa è fondamentale: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.

Concludendo il telegramma il papa ha ricordato il Concilio di Nicea con un invito particolare per i giovani: “Questo incontro si svolge anche in un particolare momento ecclesiale, segnato dalla chiusura di un Anno Giubilare e dalle commemorazioni del 1700° anniversario del Concilio di Nicea… Il Santo Padre vi incoraggia a diventare pellegrini di fiducia, artigiani di pace e riconciliazione, capaci di portare una speranza umile e gioiosa a chi vi circonda”.

Nella lettera di invito, richiamata dal papa, il priore frère Matthew evidenzia la necessità della ricerca di Dio; per questo molti giovani nello scorso anno sono giunti a Taizè: “Nel corso dell’ultimo anno abbiamo accolto a Taizé giovani provenienti da Ucraina, Palestina, Libano, Nicaragua, Myanmar e altri luoghi devastati dalla guerra e dai conflitti. La loro fede e il loro desiderio di una pace giusta e duratura sono stati per noi fonte di ispirazione. Abbiamo anche ascoltato le testimonianze di persone che lavorano a Gaza o che hanno familiari in quella città. Vediamo il dolore di coloro che hanno persone care prese in ostaggio e ascoltiamo il grido di chi cerca giustizia sotto regimi oppressivi”.

Ugualmente i giovani visitati dal priore di Taizè hanno manifestato il desiderio di libertà e di dedicarsi alla cura di chi soffre: “Ho anche poi trascorso del tempo con i fratelli della nostra comunità di Taizé che vivono in piccole fraternità in Brasile e a Cuba. Il Brasile è ancora segnato dall’eredità della schiavitù e da grandi disuguaglianze. Eppure ci sono persone che si rifiutano di arrendersi e lottano per stare al fianco dei più poveri. Penso in particolare a una comunità nella città di Salvador, dove i senzatetto dormono in chiesa e si aiutano a vicenda.

A Cuba ho visto un popolo coraggioso affrontare enormi difficoltà. Ho incontrato una nonna che ha usato tutti i suoi risparmi affinché suo nipote avesse tutto il necessario per l’inizio dell’anno scolastico. Sua madre, come molti altri cubani, è emigrata in cerca di un futuro migliore. In molti posti, le persone si chiedono: come posso usare la libertà che mi è stata data per esprimere solidarietà a chi soffre? Esse cercano dei modi per concretizzare il loro desiderio di amare e di prendersi cura, dando un senso alla loro vita attraverso l’aiuto e il servizio”.

Per questo la domanda (‘Cosa cercate?’) è fondamentale nella vita: “Il nostro mondo è pieno di bellezza, ma anche di ingiustizia. Qual è il mio posto in tutto questo? Cosa mi viene chiesto di fare? Questa è la domanda che spesso sento nel cuore di fronte alla complessità della vita e alle scelte che mi si presentano.

Nel Vangelo di Giovanni, le prime parole di Gesù sono: ‘Che cosa cercate?’ Ho condiviso questa domanda con un gruppo di sei giovani volontari a Taizé, provenienti da sei paesi diversi, sparsi su quattro continenti. Quello che segue è ispirato da ciò che mi hanno detto. A loro e a tutti i volontari che ci aiutano a gestire gli incontri a Taizé, trascorrendo del tempo con la nostra comunità per pregare e comprendere meglio la chiamata di Cristo nella loro vita, vorrei dire grazie”.

A questa domanda ecco alcune risposte del priore: “Gesù è entrato nel mondo silenziosamente: ‘Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Colui che era presso Dio e che era Dio prima dell’inizio di tutte le cose è venuto ad abitare con noi nascendo in modo umile e povero, nel silenzio della notte: la luce che splende nelle tenebre.

E dunque questo silenzio non è vuoto. Diventa un luogo di incontro. Nel silenzio non siamo soli. Ma fatichiamo, perché la nostra mente è piena di cose. Come dice la Regola di Taizé: ‘Se sei disattento, rientra nella preghiera non appena ti accorgi della tua distrazione, senza per questo lamentarti’. Molti secoli fa, qualcuno pregava: ‘Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco’. Nel silenzio del nostro cuore, torneremo costantemente a cercare Dio?”

Da qui la necessità di cercare una giustizia nel mondo, ma camminando sulle orme di Gesù: “Gesù incarna il mondo della giustizia e delle giuste relazioni che i Vangeli chiamano il Regno di Dio. Ma si arrabbiò e rovesciò i tavoli dei venditori e dei cambiavalute nel Tempio per far posto a Dio. Gesù parlò con veemenza contro l’ipocrisia religiosa, ma fu anche capace di accogliere un capo religioso come Nicodemo.

Conosceva i farisei e accettò la loro ospitalità, ma condivise anche i pasti con persone escluse dalla società. Nutriva un amore incrollabile per le pecore perdute del suo popolo Israele, ma ammirò la fede di un ufficiale romano e guarì il suo bambino; e si lasciò sfidare dalla fede di una donna pagana incontrata durante un viaggio all’estero.

Assumendosi il rischio di stabilire relazioni con persone diverse, Gesù ha favorito la fiducia e ha incarnato il potere riconciliatore di Dio. Se sappiamo che la luce splende nelle tenebre e che, attraverso semplici gesti di bontà umana, l’amore di Dio può vincere, allora siamo liberi di agire”.     

Papa Leone XIV invita a prepararsi al Natale

“Da pochi giorni sono rientrato dal mio primo viaggio apostolico, in Türkiye e in Libano. Con l’amato fratello Bartolomeo, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, e i Rappresentanti di altre confessioni cristiane, ci siamo incontrati per pregare insieme a İznik, l’antica Nicea, dove 1700 anni fa si tenne il primo Concilio ecumenico”: al termine della recita dell’Angelus odierno papa Leone XIV ha raccontato ai fedeli riuniti in piazza san Pietro il suo primo viaggio apostolico in Turchia ed in Libano in occasione dell’anniversario del Concilio di Nicea.

L’occasione di tale racconto è stata la ricorrenza della Dichiarazione comune tra cattolici ed ortodossi: “Proprio oggi ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione comune tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora, che poneva fine alle reciproche scomuniche. Rendiamo grazie a Dio e rinnoviamo l’impegno nel cammino verso la piena unità visibile di tutti i cristiani. In Türkiye ho avuto la gioia di incontrare la comunità cattolica: attraverso il dialogo paziente e il servizio a chi soffre, essa testimonia il Vangelo dell’amore e la logica di Dio che si manifesta nella piccolezza”.

Eppoi ha raccontato la realtà del Libano: “Il Libano continua a essere un mosaico di convivenza e mi ha confortato ascoltare tante testimonianze in questo senso. Ho incontrato persone che annunciano il Vangelo accogliendo gli sfollati, visitando i carcerati, condividendo il pane con chi si trova nel bisogno. Sono stato confortato dal vedere tanta gente per strada a salutarmi e mi ha commosso l’incontro con i parenti delle vittime dell’esplosione nel porto di Beirut”.

Ecco il valore della presenza papale: “I libanesi attendevano una parola e una presenza di consolazione, ma sono stati loro a confortare me con la loro fede e il loro entusiasmo! Ringrazio tutti coloro che mi hanno accompagnato con la preghiera. Cari fratelli e sorelle, quanto è avvenuto nei giorni scorsi in Türkiye e Libano ci insegna che la pace è possibile e che i cristiani in dialogo con gli uomini e le donne di altre fedi e culture possono contribuire a costruirla. Non lo dimentichiamo: la pace è possibile!”

Mentre prima della recita dell’Angelus ha chiesto di ‘concentrarsi’ sulla venuta di Dio nel mondo: “Il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento ci annuncia la venuta del Regno di Dio. Prima di Gesù, compare sulla scena il suo Precursore, Giovanni il Battista. Egli predicava nel deserto della Giudea dicendo: ‘Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!’

Nella preghiera del ‘Padre nostro’, noi chiediamo ogni giorno: ‘Venga il tuo regno’. Gesù stesso ce l’ha insegnato. E con questa invocazione ci orientiamo al Nuovo che Dio ha in serbo per noi, riconosciamo che il corso della storia non è già scritto dai potenti di questo mondo. Mettiamo pensieri ed energie a servizio di un Dio che viene a regnare non per dominarci, ma per liberarci. E’ un ‘vangelo’: una vera buona notizia, che ci motiva e ci coinvolge”.

Prendendo spunto dal ‘tono’ di Giovanni Battista il papa ha invitato ad essere ‘seri’ nella vita: “Certo, il tono del Battista è severo, ma il popolo lo ascolta perché nelle sue parole sente risuonare l’appello di Dio a non scherzare con la vita, ad approfittare del momento presente per prepararsi all’incontro con Colui che giudica in base alle opere e alle intenzioni del cuore, e non secondo le apparenze”.

Comunque il Regno di Dio è una ‘sorpresa’, in quanto dono: “Lo stesso Giovanni sarà sorpreso dal modo in cui il Regno di Dio si manifesterà in Gesù Cristo, nella mitezza e nella misericordia. Il profeta Isaia lo paragona a un germoglio: un’immagine non di potenza o di distruzione, ma di nascita e di novità. Sul germoglio che spunta da un tronco apparentemente morto, inizia a soffiare lo Spirito Santo con i suoi doni. Ognuno di noi può pensare a una sorpresa simile che gli è capitata nella vita”.

La stessa esperienza è stata vissuta da chi partecipò al Concilio Vaticano II: “E’ l’esperienza che la Chiesa ha vissuto con il Concilio Vaticano II, che si concludeva proprio sessant’anni fa: un’esperienza che si rinnova quando camminiamo insieme verso il Regno di Dio, tutti protesi ad accoglierlo e a servirlo. Allora non soltanto germogliano realtà che parevano deboli o marginali, ma si realizza ciò che umanamente si sarebbe detto impossibile”.

Un’esperienza che è necessaria per dare speranza al mondo: “Con le immagini del profeta: ‘Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà’. Sorelle e fratelli, come ha bisogno il mondo di questa speranza!”

Questo è l’invito a prepararsi al Regno di Dio: “Nulla è impossibile a Dio. Prepariamoci al suo Regno, facciamogli spazio. Il ‘più piccolo’, Gesù di Nazaret, ci guiderà! Lui che si è messo nelle nostre mani, dalla notte della sua nascita all’ora oscura della morte in croce, risplende sulla nostra storia come Sole che sorge. Un giorno nuovo è iniziato: svegliamoci e camminiamo nella sua luce!”

Questo è l’Avvento e tutto prepara al Natale: “Ecco la spiritualità dell’Avvento, tanto luminosa e concreta. Le luminarie lungo le strade ci ricordino che ognuno di noi può essere una piccola luce, se accoglie Gesù, germoglio di un mondo nuovo. Impariamo a farlo da Maria, nostra Madre, donna dell’attesa fiduciosa e della speranza”.

Mentre ieri il papa ha partecipato alla quarta edizione del Concerto per i poveri: “Questa sera, mentre le melodie toccavano i nostri animi, abbiamo avvertito il valore inestimabile della musica: non un lusso per pochi, ma un dono divino accessibile a tutti, ricchi e poveri. Perciò, nel rivolgere ad ognuno il mio saluto, sento in modo speciale la gioia di accogliere voi, fratelli e sorelle, per i quali oggi abbiamo vissuto questo concerto: grazie a tutti della vostra presenza!”

Per questo ha ricordato il pensiero agostiniano sul valore della musica: “Cari amici, la musica è come un ponte che ci conduce a Dio. Essa è capace di trasmettere sentimenti, emozioni, fino ai moti più profondi dell’animo, portandoli in alto, trasformandoli in una ideale scalinata che collega la terra e il cielo. Sì, la musica può elevare il nostro animo!

Non perché ci distrae dalle nostre miserie, perché ci stordisce o ci fa dimenticare i problemi o le situazioni difficili della vita, ma perché ci ricorda che non siamo solo questo: siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!”

Per questo ha ricordato i canti natalizi, che hanno rallegrato i pastori: “Non è un caso che la festa del Natale sia ricchissima di canti tradizionali, in ogni lingua, in ogni cultura. Come se non si potesse celebrare questo Mistero senza musica, senza inni di lode. Del resto, il Vangelo stesso ci dice che mentre Gesù nasceva nella stalla di Betlemme, in cielo c’era un grande concerto di angeli! E chi ha ascoltato quel concerto? A chi sono apparsi gli angeli? Ai pastori, che vegliavano di notte per fare la guardia al loro gregge”.

E’ stato un invito a prepararsi al Natale: “Carissimi, in questo tempo di Avvento, prepariamoci all’incontro con il Signore che viene! Facciamo in modo che i nostri cuori non si appesantiscano, non siano tutti presi da interessi egoistici e preoccupazioni materiali, ma che siano svegli, attenti agli altri, a chi ha bisogno; siano pronti ad ascoltare il canto d’amore di Dio, che è Gesù Cristo. Sì, Gesù è il canto d’amore di Dio per l’umanità. Ascoltiamo questo canto! Impariamolo bene, per poterlo cantare anche noi, con la nostra vita”.

(Foto: Santa Sede)

Il tempo della cura. Formazione e condivisione per la Società di San Vincenzo De Paoli

Prendersi cura dell’altro attraverso la speranza testimoniata come dono di sé. A Pergine Valsugana si è conclusa la giornata organizzata dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV Coordinamento Interregionale Veneto e Trentino – Alto Adige. A Villa Moretta, un luogo immerso nella natura, si sono ritrovati i rappresentanti degli Uffici di Presidenza dei Consigli Centrali, i soci e i volontari delle Conferenze della Società di San Vincenzo De Paoli.

Il tema di quest’anno, il Tempo della Cura, è stato approfondito e condiviso attraverso una riflessione che ne ha considerato tre aspetti, strettamente legati tra loro: il prendersi cura di noi stessi, il prendersi cura degli altri e il sentirsi presi in cura dall’Alto. Attraverso segni, provocazioni, slides, video, momenti di condivisione e lavori di gruppo i presenti, con la guida del Coordinatore Interregionale Veneto e Trentino – Alto Adige, Andrea Perinelli, hanno potuto rimettersi in contatto con se stessi, tra bisogni, desideri, talenti, limiti e ferite.

‘Ama il prossimo tuo come te stesso’ e ‘Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date’ sono stati i principi evangelici che hanno guidato ciascuno a riflettere sia sul vero significato della cura dell’altro, chi ci sta accanto è un dono e in quanto tale va amato, sia sulla carità che spinge a darsi perché l’altro abbia e che, come affermava il Beato Federico Ozanam, è capace di unire e riconciliare andando oltre limiti e debolezze: ‘La Carità tiene conto delle debolezze, cicatrizza, riconcilia, unisce’, come evidenziava il beato Federico Ozanam.

Andrea Perinelli ha invitato i partecipanti a vivere lentamente il tempo della giornata per: “Recuperare lo spazio per noi stessi, spesso dimenticato, e riscoprire, anche attraverso le nostre fragilità, la speranza come dono gratuito ricevuto e da condividere con l’altro”. Poi, osservando la società di oggi, il Coordinatore ha spinto ciascuno a dare il proprio contributo per la costruzione di una società che: ‘Non ci faccia dimenticare che l’altro ci appartiene. L’altro sono anche io’.

Durante la giornata non sono mancate le testimonianze dei presenti. Floriana ha condiviso un suo pensiero, dal titolo ‘La cura’, che invita ciascuno a mantenere lo sguardo fisso verso la “meta attesa”. Solo così possiamo assaporare le bellezze che la vita ci riserverà e riuscire a guardare ciò che ci sta attorno e le persone ‘Col desiderio di pace nello sguardo’.

Don Orazio Bellomi ha guidato la preghiera riunendo i presenti in un grande semicerchio. “Non abbiate paura! C’è un Dio che si prende cura di noi e lo vediamo qui in mezzo alla bellezza della natura e degli animi di persone pronte ad accogliere, a farsi accogliere”, ha proferito don Bellomi. Al termine dell’evento è stata celebrata la Messa. La celebrazione ha consegnato ai partecipanti l’invito a trasmettere a tutti la bellezza e la contagiosità della cura.  

Papa Leone XIV: il Corpo di Cristo libera dalla fame

“Cari fratelli e sorelle, è bello stare con Gesù. Il Vangelo appena proclamato lo attesta, raccontando che le folle rimanevano ore e ore con Lui, che parlava del Regno di Dio e guariva i malati. La compassione di Gesù per i sofferenti manifesta l’amorevole vicinanza di Dio, che viene nel mondo per salvarci. Quando Dio regna, l’uomo è liberato da ogni male. Tuttavia, anche per quanti ricevono da Gesù la buona novella, viene l’ora della prova. In quel luogo deserto, dove le folle hanno ascoltato il Maestro, scende la sera e non c’è niente da mangiare. La fame del popolo e il tramonto del sole sono segni di un limite che incombe sul mondo, su ogni creatura: il giorno finisce, così come la vita degli uomini. E’ in quest’ora, nel tempo dell’indigenza e delle ombre, che Gesù resta in mezzo a noi”.

Nella solennità del Corpus Domini papa Leone XIV presiedendo la celebrazione eucaristica sul sagrato della basilica di San Giovanni in Laterano ha invitato a vivere la misericordia di Gesù: “Proprio quando il sole declina e la fame cresce, mentre gli apostoli stessi chiedono di congedare la gente, Cristo ci sorprende con la sua misericordia. Egli ha compassione del popolo affamato e invita i suoi discepoli a prendersene cura: la fame non è un bisogno che non c’entra con l’annuncio del Regno e la testimonianza della salvezza”.

Ed è proprio Gesù che rende possibile soddisfare la fame che ha il ‘popolo’: “Al contrario, questa fame riguarda la nostra relazione con Dio. Cinque pani e due pesci, tuttavia, non sembrano proprio sufficienti a sfamare il popolo: all’apparenza ragionevoli, i calcoli dei discepoli palesano invece la loro poca fede. Perché, in realtà, con Gesù c’è tutto quello che serve per dare forza e senso alla nostra vita”.

Gesù afferma che la fame può essere sconfitta attraverso la condivisione: “All’appello della fame, infatti, Egli risponde con il segno della condivisione: alza gli occhi, recita la benedizione, spezza il pane e dà da mangiare a tutti i presenti. I gesti del Signore non inaugurano un complesso rituale magico, ma testimoniano con semplicità la riconoscenza verso il Padre, la preghiera filiale di Cristo e la comunione fraterna che lo Spirito Santo sostiene. Per moltiplicare pani e pesci, Gesù divide quelli che ci sono: proprio così bastano per tutti, anzi, sovrabbondano. Dopo aver mangiato, e mangiato a sazietà, ne portarono via dodici ceste”.

E questa logica di Dio è valida anche oggi, perché con la condivisione si accende la speranza di sconfiggere l’ingiustizia: “Questa è la logica che salva il popolo affamato: Gesù opera secondo lo stile di Dio, insegnando a fare altrettanto. Oggi, al posto delle folle ricordate nel Vangelo stanno interi popoli, umiliati dall’ingordigia altrui più ancora che dalla propria fame. Davanti alla miseria di molti, l’accumulo di pochi è segno di una superbia indifferente, che produce dolore e ingiustizia.

Anziché condividere, l’opulenza spreca i frutti della terra e del lavoro dell’uomo. Specialmente in questo anno giubilare, l’esempio del Signore resta per noi urgente criterio di azione e di servizio: condividere il pane, per moltiplicare la speranza, proclama l’avvento del Regno di Dio”.

Quello del papa è stato un appello a salvare i popoli dalla fame e dalla morte: “Salvando le folle dalla fame, infatti, Gesù annuncia che salverà tutti dalla morte. Questo è il mistero della fede, che celebriamo nel sacramento dell’Eucaristia. Come la fame è segno della nostra radicale indigenza di vita, così spezzare il pane è segno del dono divino di salvezza”.

Questa è la risposta di Dio alla domanda dell’umanità: “Carissimi, Cristo è la risposta di Dio alla fame dell’uomo, perché il suo corpo è il pane della vita eterna: prendete e mangiatene tutti! L’invito di Gesù abbraccia la nostra esperienza quotidiana: per vivere, abbiamo bisogno di nutrirci della vita, togliendola a piante e animali. Eppure, mangiare qualcosa di morto ci ricorda che anche noi, per quanto mangiamo, moriremo. Quando invece ci nutriamo di Gesù, pane vivo e vero, viviamo per Lui. Offrendo tutto sé stesso, il Crocifisso Risorto si consegna a noi, che scopriamo così d’essere fatti per nutrirci di Dio. La nostra natura affamata porta il segno di un’indigenza che viene saziata dalla grazia dell’Eucaristia”.

L’Eucarestia trasforma il pane in vita: “Come scrive sant’Agostino, davvero Cristo è…  un pane che nutre e non viene meno; un pane che si può mangiare ma non si può esaurire. L’Eucaristia, infatti, è la presenza vera, reale e sostanziale del Salvatore, che trasforma il pane in sé, per trasformare noi in Lui. Vivo e vivificante, il Corpus Domini rende noi, cioè la Chiesa stessa, corpo del Signore”.

Quindi la processione è un cammino verso la salvezza: “La processione, che tra poco inizieremo, è segno di tale cammino. Insieme, pastori e gregge, ci nutriamo del Santissimo Sacramento, lo adoriamo e lo portiamo per le strade. Così facendo, lo porgiamo allo sguardo, alla coscienza, al cuore della gente.

Al cuore di chi crede, perché creda più fermamente; al cuore di chi non crede, perché si interroghi sulla fame che abbiamo nell’animo e sul pane che la può saziare. Ristorati dal cibo che Dio ci dona, portiamo Gesù al cuore di tutti, perché Gesù tutti coinvolge nell’opera della salvezza, invitando ciascuno a partecipare alla sua mensa. Beati gli invitati, che diventano testimoni di questo amore!”

Anche prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV aveva sottolineato la misericordia di Dio: “Noi però, leggendo tutto questo nel giorno del Corpus Domini, riflettiamo su una realtà ancora più profonda. Sappiamo infatti che, alla radice di ogni condivisione umana ce n’è una più grande, che la precede: quella di Dio nei nostri confronti. Lui, il Creatore, che ci ha dato la vita, per salvarci ha chiesto a una sua creatura di essergli madre, di dargli un corpo fragile, limitato, mortale, come il nostro, affidandosi a lei come un bambino. Ha condiviso così fino in fondo la nostra povertà, scegliendo di servirsi, per riscattarci, proprio del poco che noi potevamo offrirgli”.

Attraverso l’eucarestia Dio salva il mondo: “Ebbene, nell’Eucaristia, tra noi e Dio, avviene proprio questo: il Signore accoglie, santifica e benedice il pane e il vino che noi mettiamo sull’Altare, assieme all’offerta della nostra vita, e li trasforma nel Corpo e nel Sangue di Cristo, Sacrificio d’amore per la salvezza del mondo. Dio si unisce a noi accogliendo con gioia ciò che portiamo e ci invita ad unirci a Lui ricevendo e condividendo con altrettanta gioia il suo dono d’amore”.

Mentre al termine della recita dell’Angelus il papa ha ribadito che la guerra non risolve i problemi: “Si susseguono notizie allarmanti dal Medio Oriente, soprattutto dall’Iran. In questo scenario drammatico, che include Israele e Palestina, rischia di cadere in oblio la sofferenza quotidiana della popolazione, specialmente a Gaza e negli altri territori, dove l’urgenza di un adeguato sostegno umanitario si fa sempre più pressante.

Oggi più che mai, l’umanità grida e invoca la pace. E’ un grido che chiede responsabilità e ragione, e non dev’essere soffocato dal fragore delle armi e da parole retoriche che incitano al conflitto. Ogni membro della comunità internazionale ha una responsabilità morale: fermare la tragedia della guerra, prima che essa diventi una voragine irreparabile. Non esistono conflitti “lontani” quando la dignità umana è in gioco.

La guerra non risolve i problemi, anzi li amplifica e produce ferite profonde nella storia dei popoli, che impiegano generazioni per rimarginarsi. Nessuna vittoria armata potrà compensare il dolore delle madri, la paura dei bambini, il futuro rubato. Che la diplomazia faccia tacere le armi! Che le Nazioni traccino il loro futuro con opere di pace, non con la violenza e conflitti sanguinosi!”

(Foto: Santa Sede)

Una giornata di studio per i coordinatori e segretari dei gruppi del Sinodo

Si è svolto nei giorni scorsi l’incontro dei Coordinatori e dei Segretari dei 10 Gruppi di Studio su questioni emerse nel corso della Prima Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

Ad informare dell’incontro è un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede che aggiunge anche quanto accaduto durante la riunione. L’incontro è iniziato con un momento di preghiera in cui i partecipanti hanno ricordato il Santo Padre, pregando per la sua pronta guarigione.

Successivamente, a turno, ciascun coordinatore ha presentato i lavori del proprio gruppo soffermandosi in particolare sul metodo utilizzato e i soggetti (persone/organizzazioni) coinvolte, la tempistica prevista per la consegna del resoconto del gruppo, le difficoltà riscontrate e le domande aperte.

Dopo questo ricco tempo di condivisione, utile in particolare per quei gruppi di Studio che affrontano questioni ‘trasversali’, p. Giacomo Costa S.I., Consultore della Segreteria Generale, ha fornito alcuni elementi utili per una certa uniformità nella stesura dei resoconti e per la loro consegna.

I coordinatori dei gruppi sono stati informati della disponibilità della Commissione Canonica di accompagnare i loro rispettivi lavori, in particolare per quelle questioni che dovessero toccare anche la dimensione canonica.

Il Cardinale Mario Grech ha ricordato ai partecipanti la necessità di tener conto di quei contributi esterni che possono ancora giungere tramite email (synodus@synod.va), entro e non oltre il 31 marzo 2025, alla Segreteria Generale, così come aveva annunciato in apertura della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Come finora fatto, i nuovi contributi saranno inoltrati tempestivamente ai segretari dei gruppi interessati.

Giornata del Malato: la speranza rende forti nella tribolazione

“Celebriamo la XXXIII Giornata Mondiale del Malato nell’Anno Giubilare 2025, in cui la Chiesa ci invita a farci ‘pellegrini di speranza’. In questo ci accompagna la Parola di Dio che, attraverso San Paolo, ci dona un messaggio di grande incoraggiamento: ‘La speranza non delude’, anzi, ci rende forti nella tribolazione”: alcuni giorni fa è stato reso noto il messaggio di papa Francesco, redatto in occasione della XXXIII Giornata Mondiale del Malato, che si celebra martedì 11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, con il titolo tratto dalla lettera di san Paolo ai Romani: ‘La speranza non delude e ci rende forti nella tribolazione’.

Però per l’Anno Giubilare la celebrazione di questa Giornata a livello mondiale si terrà il prossimo anno al Santuario Mariano della Virgen de Chapi, di Arequipa, in Perù, mentre il Giubileo degli Ammalati e del Mondo della Sanità, si svolgerà sabato 5 e domenica 6 aprile, ed il Giubileo delle Persone con Disabilità avrà luogo lunedì 28 e martedì 29 aprile.

Le parole dell’Apostolo delle Genti sono ‘consolanti’ che però nel malato possono generare alcune domande: “Ad esempio: come rimanere forti, quando siamo toccati nella carne da malattie gravi, invalidanti, che magari richiedono cure i cui costi sono al di là delle nostre possibilità? Come farlo quando, oltre alla nostra sofferenza, vediamo quella di chi ci vuole bene e, pur standoci vicino, si sente impotente ad aiutarci? In tutte queste circostanze sentiamo il bisogno di un sostegno più grande di noi: ci serve l’aiuto di Dio, della sua grazia, della sua Provvidenza, di quella forza che è dono del suo Spirito”.

Il messaggio è un invito “a riflettere sulla presenza di Dio vicino a chi soffre, in particolare sotto tre aspetti che la caratterizzano: l’incontro, il dono e la condivisione”.

Quindi la prima parola consiste nell’incontro con i malati; anche per loro Gesù ha mandato i discepoli: “Gesù, quando invia in missione i settantadue discepoli, li esorta a dire ai malati: ‘E’ vicino a voi il regno di Dio’. Chiede, cioè, di aiutare a cogliere anche nell’infermità, per quanto dolorosa e difficile da comprendere, un’opportunità d’incontro con il Signore.

Nel tempo della malattia, infatti, se da una parte sentiamo tutta la nostra fragilità di creature (fisica, psicologica e spirituale), dall’altra facciamo esperienza della vicinanza e della compassione di Dio, che in Gesù ha condiviso le nostre sofferenze. Egli non ci abbandona e spesso ci sorprende col dono di una tenacia che non avremmo mai pensato di avere, e che da soli non avremmo mai trovato”.

In questo caso la malattia può diventare un’esperienza di consolazione: “La malattia allora diventa l’occasione di un incontro che ci cambia, la scoperta di una roccia incrollabile a cui scopriamo di poterci ancorare per affrontare le tempeste della vita: un’esperienza che, pur nel sacrificio, ci rende più forti, perché più consapevoli di non essere soli. Per questo si dice che il dolore porta sempre con sé un mistero di salvezza, perché fa sperimentare vicina e reale la consolazione che viene da Dio”.

L’altro punto importante riguarda il dono, richiamando alla ‘definizione’ data da Madeleine Delbrêl, che si realizza nella Resurrezione: “Mai come nella sofferenza, infatti, ci si rende conto che ogni speranza viene dal Signore, e che quindi è prima di tutto un dono da accogliere e da coltivare, rimanendo ‘fedeli alla fedeltà di Dio’, secondo la bella espressione di Madeleine Delbrêl.

Non solo, ma il Risorto cammina anche con noi, facendosi nostro compagno di viaggio, come per i discepoli di Emmaus. Come loro, anche noi possiamo condividere con Lui il nostro smarrimento, le nostre preoccupazioni e le nostre delusioni, possiamo ascoltare la sua Parola che ci illumina e infiamma il cuore e riconoscerlo presente nello spezzare del Pane, cogliendo nel suo stare con noi, pur nei limiti del presente, quell’ ‘oltre’ che facendosi vicino ci ridona coraggio e fiducia”.

Quindi dalla speranza e dal dono nasce la condivisione: “I luoghi in cui si soffre sono spesso luoghi di condivisione, in cui ci si arricchisce a vicenda. Quante volte, al capezzale di un malato, si impara a sperare! Quante volte, stando vicino a chi soffre, si impara a credere! Quante volte, chinandosi su chi è nel bisogno, si scopre l’amore! Ci si rende conto, cioè, di essere ‘angeli’ di speranza, messaggeri di Dio, gli uni per gli altri, tutti insieme: malati, medici, infermieri, familiari, amici, sacerdoti, religiosi e religiose; là dove siamo: nelle famiglie, negli ambulatori, nelle case di cura, negli ospedali e nelle cliniche”.

E’ un invito ad apprezzare la bellezza di un gesto, che può rendere ‘diversa’ la vita: “Ed è importante saper cogliere la bellezza e la portata di questi incontri di grazia e imparare ad annotarseli nell’anima per non dimenticarli: conservare nel cuore il sorriso gentile di un operatore sanitario, lo sguardo grato e fiducioso di un paziente, il volto comprensivo e premuroso di un dottore o di un volontario, quello pieno di attesa e di trepidazione di un coniuge, di un figlio, di un nipote, o di un amico caro. Sono tutte luci di cui fare tesoro che, pur nel buio della prova, non solo danno forza, ma insegnano il gusto vero della vita, nell’amore e nella prossimità”.

Affidando i malati alla protezione di Maria, papa Francesco ha ringraziato, oltre ai malati, anche chi è al fianco di chi sta male per tale testimonianza: “Cari malati, cari fratelli e sorelle che prestate la vostra assistenza ai sofferenti, in questo Giubileo voi avete più che mai un ruolo speciale. Il vostro camminare insieme, infatti, è un segno per tutti, ‘un inno alla dignità umana, un canto di speranza’, la cui voce va ben oltre le stanze e i letti dei luoghi di cura in cui vi trovate, stimolando ed incoraggiando nella carità ‘la coralità della società intera’, in una armonia a volte difficile da realizzare, ma proprio per questo dolcissima e forte, capace di portare luce e calore là dove più ce n’è bisogno.

Tutta la Chiesa vi ringrazia per questo! Anch’io lo faccio e prego per voi affidandovi a Maria, Salute degli infermi, attraverso le parole con cui tanti fratelli e sorelle si sono rivolti a Lei nel bisogno: Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”.

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