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Papa Leone XIV: la Trasfigurazione non è fuga dalla realtà
“Carissimi fratelli e sorelle, sono lieto di essere tra voi e di poter ascoltare, insieme con voi, la Parola di Dio con tutta la vostra comunità parrocchiale. Questa domenica ci pone di fronte al viaggio di Abramo ed all’evento della Trasfigurazione di Gesù. Con Abramo ognuno di noi può riconoscersi in viaggio. La vita è un viaggio che chiede fiducia, chiede affidamento alla Parola di Dio che ci chiama e che ci domanda talvolta di lasciare tutto”: nel pomeriggio di oggi papa Leone XIV ha visitato la parrocchia dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo, nella periferia est di Roma, un territorio attraversato da tante fragilità e piagato dalla criminalità.
Di fronte a tali avvenimenti c’è la tentazione della fuga dal mondo: “Allora si può essere tentati di fuggire la precarietà come vertigine che sconvolge, mentre è proprio dal suo interno che si può apprezzare una promessa di grandezza inattesa. Accade ogni giorno, perché il mondo ragiona così, che prendiamo le misure di ogni cosa, ci affanniamo ad avere tutto sotto controllo. Ma in questo modo perdiamo l’occasione di scoprire il vero tesoro, la perla preziosa, come ci insegna il Vangelo, che a sorpresa Dio ha nascosto nel nostro campo”.
La chiamata di Abramo è un viaggio verso un nuovo orizzonte con la richiesta di abbandonare la sicurezza: “Il viaggio di Abramo comincia con una perdita: la terra e la casa che custodiscono le memorie del suo passato. Si compirà, però, in una nuova terra e in una immensa discendenza, in cui tutto diventa benedizione. Anche noi, se dalla fede ci lasciamo chiamare al cammino, a rischiare nuove decisioni di vita e di amore, smetteremo di temere di perdere qualcosa, perché sentiremo di crescere in una ricchezza che nessuno può rubare”.
La stessa richiesta è fatta agli apostoli: “Accadde anche ai discepoli di Gesù di misurarsi con un viaggio, quello che li avrebbe portati a Gerusalemme. Là, nella Città santa, il Maestro avrebbe compiuto la sua missione, donando la vita sulla croce e diventando per tutti e per sempre benedizione. Sappiamo quanta resistenza fecero Pietro e tutti gli altri a seguirlo”.
Il cammino deve essere effettuato attraverso un affidamento: “Ma dovevano capire che si può essere benedizione solo superando l’istinto di difendere sé stessi e accogliendo quanto Gesù affida al gesto eucaristico: la volontà di offrire il proprio corpo come pane da mangiare, di vivere e morire per dare vita. Ecco la domenica, cari fratelli e sorelle: è la sosta nel cammino che ci raduna attorno a Gesù. Gesù ci incoraggia, per non fermarci e per non cambiare direzione. Non c’è promessa più grande, non c’è tesoro più prezioso che vivere per dare la vita!”
Un affidamento per comprendere che Dio è altro dalla propria immaginazione: “Poco prima del giorno della Trasfigurazione, Gesù aveva confidato ai suoi discepoli quale sarebbe stato il punto di arrivo del viaggio che stavano facendo, e cioè la sua passione, morte e risurrezione. Ricorderete l’opposizione di Pietro e la reazione di Gesù che gli dice: ‘Tu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini’. Ed ecco che, sei giorni dopo, Gesù chiede a Pietro, Giacomo e Giovanni di accompagnarlo sulla montagna. Hanno ancora negli orecchi quelle parole difficili da sentire; hanno ancora in mente l’immagine per loro inaccettabile del Messia condannato a morte”.
Il Vangelo odierno è un invito ad ascoltare Gesù: “E io, carissimi, in mezzo a voi, voglio farmi eco di quell’appello e dirvi: Vi prego, sorelle e fratelli, ascoltiamolo! Lui viaggia con noi, ancora oggi, per insegnarci in questa città la logica dell’amore incondizionato, dell’abbandono di ogni difesa che diventa offesa. Ascoltiamolo, entriamo nella sua luce per diventare luce del mondo, a cominciare dal quartiere che abitiamo. Tutta la vita della parrocchia e dei suoi gruppi esiste per questo: è un servizio alla luce, un servizio alla gioia”.
Questa è la missione: “Dopo la Trasfigurazione sul monte, il viaggio di Gesù non si ferma. Ed anche la Chiesa, anche la vostra parrocchia riceve da questo Vangelo una missione. A fronte dei numerosi e complessi problemi di questo territorio, che incombono sui giorni del vostro abitare qui, a voi è affidata la pedagogia dello sguardo di fede, che trasfigura di speranza ogni cosa, mettendo in circolo passione, condivisione, creatività come cura delle tante ferite di questo quartiere”.
E chi annuncia il Vangelo è segno di speranza: “Cari fratelli e sorelle, voi siete segno di speranza. La luce della Trasfigurazione è già presente in questa comunità, perché qui opera il Signore e perché in tanti credete nella sua dolce potenza che tutto trasforma. Quando ci accorgiamo che tante cose attorno a noi non vanno, a volte viene da chiedersi: ma avrà un senso quello che stiamo facendo?”
Testimoniare il Vangelo davanti le difficoltà vuol dire sconfiggere la tentazione della demotivazione: “Si insinua la tentazione dello scoraggiamento, con la perdita di motivazioni e di slancio. Invece è proprio di fronte al mistero del male che dobbiamo testimoniare la nostra identità di cristiani, di persone che vogliono rendere percepibile il Regno di Dio nei luoghi e nei tempi in cui vivono. E’ il mio augurio per tutti voi, per questa comunità parrocchiale e per i tanti fratelli e le tante sorelle che ancora non hanno riconosciuto in Gesù la vera luce e la vera gioia”.
Mentre al termine della recita dell’Angelus il papa ha pregato per la pace, soprattutto in Asia: “Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”.
Davanti alla guerra il papa ha invitato alla responsabilità della pace: “Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace.
In questi giorni arrivano, inoltre, notizie preoccupanti di scontri tra Pakistan e Afghanistan. Elevo la mia supplica per un ritorno urgente al dialogo. Preghiamo insieme, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti nel mondo. Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli”.
(Foto: Santa Sede)
I cattolici in dialogo con gli ebrei nel ricordo dell’Alleanza
“E’ meraviglioso ricordare, soprattutto in questi tempi, che come cristiani e come ebrei siamo dentro la medesima benedizione. Un cammino diverso, ma radicati nella stessa benedizione. Abramo parte, lascia la sua terra, cammina verso un paese che non conosce. Avanza trepidante verso una terra straniera, cammina incerto verso un futuro sconosciuto, affronta i pericoli e le crisi del viaggio. Ma è fondato su una certezza: la benedizione di Dio. E’ così avviene nella storia per tutti i suoi discendenti: ebrei, cristiani, musulmani. Diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto. Eppure raccolti dentro la stessa benedizione. Tale benedizione esprime una relazione di Alleanza”.
Così si legge nel messaggio dei vescovi in occasione della 37ª Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei, svoltasi sabato 17 gennaio, con un titolo preso dal libro del Genesi: ‘Uniti nella stessa benedizione. In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’, ricordando il 60^ anniversario della dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’ sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane. Tema che è stata occasione per la ripresa di un dialogo, come ha ricordato il presidente dell’Assemblea Rabbinica d’Italia, Rav Alfonso Arbib:
“Si tratta dunque di un passo che ci parla del compito di portata universale che il Signore affida ad Abramo ed al popolo che da questi sarebbe disceso; la scelta di questo testo riveste una particolare importanza nel momento in cui ci impegniamo a riprendere un percorso di dialogo che ha molto risentito di momenti di incomprensione e di profonde divergenze riguardo i travagliati tempi che stiamo vivendo. Il dialogo richiede innanzitutto che le parti chiariscano reciprocamente la propria identità che desiderano essere conosciuta e compresa, ovviamente nel rispetto delle rispettive posizioni di pensiero e di fede”.
Tema, quello della benedizione, importante, che ha meritato un approfondimento con Beatrice Urbani, responsabile dell’Ufficio ‘Ecumenismo e Dialogo interreligioso’ della diocesi di Gubbio: per quale motivo cattolici ed ebrei sono uniti nella stessa benedizione?
“Questa espressione si riferisce al profondo legame teologico e storico che intercorre tra cattolici ed ebrei fondato basa sull’Alleanza e sulla vocazione di Abramo, Alleanza di Dio con il popolo Ebraico, che secondo la teologia cattolica contemporanea, confermata dal Concilio Vaticano II, non è mai stata revocata. Abramo è il padre nella fede di entrambe le tradizioni che attingono dalla fonte originaria che è la benedizione sacerdotale che Dio rivolse ad Abramo (Numeri 6, 24-26): ‘Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace’. Nell’Ebraismo questa benedizione si chiama ‘Birkat Kohanim’, recitata ancora oggi nelle sinagoghe e nelle case (specialmente il venerdì sera dai genitori sui figli)”.
Quale è il significato di benedizione per ebrei e cattolici?
“Sebbene la parola ‘benedizione’ sia comune, il suo significato profondo ha sfumature diverse che si radicano nelle rispettive radici linguistiche e teologiche. Nella tradizione ebraica la benedizione si chiama ‘Berakhah’ ed il suo significato è legato ai concetti di ‘ginocchio’ e ‘sorgente’: ginocchio perché benedire Dio significa simbolicamente ‘piegare le ginocchia’ davanti a Lui, come atto di riconoscimento della Sua sovranità; sorgente o piscina perché la benedizione è vista come un’acqua che scorre, una sorgente che irriga il mondo.
Benedire non è un atto astratto, ma un modo per invocare la presenza divina nella vita quotidiana, nel cibo, nel cominciare la giornata, nel vivere i vari gesti della vita. E’ un gesto legato al corpo, allo stare in piedi o all’inchinarsi. La ‘benedictio’ cattolica è dire bene, è un atto di lode, la proclamazione della bontà di Dio e del creato. È legata alla croce e alla figura di Cristo, segno che ci prepara a ricevere la grazia e ci santifica nei vari momenti della vita. E’ un atto di lode ed un’invocazione di protezione”.
Quindi quanto è importante studiare la Sacra Scrittura per una migliore conoscenza tra le due religioni?
“E’ imprescindibile, poiché senza le scritture ebraiche l’identità cristiana non troverebbe più le sue radici. La Pontificia commissione biblica nel 2001 ha pubblicato un documento in cui leggiamo: ‘Senza l’Antico Testamento, il Nuovo Testamento sarebbe un libro indecifrabile, una pianta privata delle sue radici e destinata a seccarsi’, il che ci aiuta a comprendere come nello studio delle Scritture stia il cuore del dialogo”.
A 60 anni dalla pubblicazione della dichiarazione ‘Nostra Aetate’ in quale modo la Chiesa condanna l’antisemitismo?
“Se nel 1965 la dichiarazione ‘Nostra Aetate’ fu una rivoluzione epocale che apriva la porta al rispetto, oggi la Chiesa considera l’amicizia con gli ebrei non più come un’opzione, ma come parte integrante della propria identità. Condannare l’antisemitismo oggi significa per un cattolico difendere la propria storia e la fedeltà alla parola di Dio. Negli ultimi anni e in modo particolare nelle celebrazioni dello scorso anno la Chiesa ha fortemente ribadito la sua posizione rispetto all’antisemitismo al di là del piano politico e sociale, sostenendo che esso è ‘un peccato contro Dio’. Papa Francesco, e nel suo solco anche papa Leone XIV, hanno affermato che l’antisemitismo è una negazione delle radici cristiane”.
(Tratto da Aci Stampa)
Per la giornata di Dialogo tra cattolici ed ebrei Rav Abib sottolinea l’importanza del dialogo
Ha per titolo ‘In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra. Sessant’anni di Nostra Aetate’ il sussidio predisposto dall’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso per la 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si celebra oggi con l’obiettivo di offrire alle comunità cristiane (parrocchie, gruppi, associazioni, movimenti, comunità, istituti religiosi, circoli culturali, federazioni, scuole) degli strumenti per avviare e sostenere, nei differenti contesti, processi di dialogo con le realtà ebraiche e di riscoperta delle radici ebraiche della e nella fede cristiana.
Per questa giornata anche il presidente dell’Assemblea Rabbinica d’Italia, Rav Alfonso Arbib, ha sottolineato il valore del passo biblico scelto: “Il passo biblico scelto quest’anno come tema di riflessione per la Giornata del dialogo ebraico cristiano è parte delle parole che per la prima volta il Signore rivolge ad Abramo, un messaggio con un ampio sguardo aperto al futuro, nel quale D. ordina ad Abramo di lasciare la terra in cui viveva e la famiglia di origine per dirigersi verso la terra che gli avrebbe indicato, al tempo stesso gli promette di fare della sua discendenza una grande nazione destinata a recare benedizione a tutti gli uomini”.
Tale passo biblico è un’occasione per una ripresa del dialogo dopo momenti di incomprensioni: “Si tratta dunque di un passo che ci parla del compito di portata universale che il Signore affida ad Abramo ed al popolo che da questi sarebbe disceso; la scelta di questo testo riveste una particolare importanza nel momento in cui ci impegniamo a riprendere un percorso di dialogo che ha molto risentito di momenti di incomprensione e di profonde divergenze riguardo i travagliati tempi che stiamo vivendo. Il dialogo richiede innanzitutto che le parti chiariscano reciprocamente la propria identità che desiderano essere conosciuta e compresa, ovviamente nel rispetto delle rispettive posizioni di pensiero e di fede”.
Il messaggio biblico di questa Giornata non è isolato nel dialogo con la ‘stirpe di Abramo’: “Questo annuncio viene infatti nuovamente espresso dal Signore allo stesso patriarca Abramo in altre due circostanze: lo ritroviamo allorquando gli manifesta l’intenzione di punire le città malvagie, Sodoma e Gomorra, un passo in cui Abramo è chiamato dall’Eterno a rappresentare la massima sensibilità morale che deve animare la sua discendenza”.
Queste parole sono rivolto anche ad Isacco: “Il richiamo universale viene poi rivolto al secondo patriarca, Isacco, quando il Signore gli conferma la promessa di benedizioni già espressa ad Abramo, qui si evidenzia il fatto che nella stessa benefica ricaduta per tutti i popoli sarà compresa anche la promessa della terra”.
Ugualmente a Giacobbe: “Infine la stessa visione universale viene annunciata anche al terzo patriarca, Giacobbe, quando sta per iniziare il suo percorso lontano dalla casa paterna, un percorso che forse anticipa l’esperienza di dispersione del popolo ebraico… La riaffermazione, più volte ribadita dal testo sacro, dell’impegno che la stirpe di Abramo, il popolo ebraico, deve sviluppare con una prospettiva universale ci dice che si tratta di un punto fondamentale; si inserisce infatti, integrandola, nel contesto di un’identità che evidenzia invece un popolo distinto dagli altri, chiamato a un impegno morale esemplare, nell’adempimento di comandamenti particolari che devono santificare tutta la vita e nel rapporto inscindibile con una terra che non è semplicemente una sede nazionale ma, al contrario, si prospetta pienamente come parte essenziale della missione che D. affida ai figli d’Israele”.
Quindi la benedizione è un bene: “Attraverso questi richiami, come del resto molti altri nella Bibbia, si evidenzia l’idea, che è sempre bene ribadire, che D. sceglie un popolo e una terra per farne strumenti di bene per il mondo intero, per mezzo loro la benedizione deve infine giungere a tutte le genti. Un compito così impegnativo per il quale il popolo ebraico è posto costantemente sotto il monito e il giudizio dell’Eterno, come testimoniano tante pagine della Torà e le parole dei Profeti biblici; le une e le altre hanno sviluppato nel popolo ebraico una sincera capacità di autocritica che opera in maniera profonda e incisiva anche a prescindere dalle critiche che pervengono dall’esterno”.
Quindi una miglior conoscenza della propria identità aiuta a riprendere il dialogo: “La migliore conoscenza delle nostre identità, in cui ci è utile, per alcuni aspetti importanti, il passo biblico proposto alla riflessione, può aiutarci a riprendere il dialogo con maggiore chiarezza e con più ampia fiducia, affrontando nelle forme e nelle sedi opportune i temi su cui si sono registrate le sensibilità più discrepanti, particolarmente legate al tragico conflitto in Israele e a Gaza. In termini generali consideriamo importante prendere atto che si condividono alcuni problemi di grave e urgente attualità”.
E’ un invito a contrastare l’antisemitismo: “Riteniamo che l’impegno contro l’antisemitismo, in crescita esponenziale per numero e gravità degli eventi, non sia solo interesse delle comunità ebraiche, si tratta di contrastare elementi distruttivi che corrodono le basi etiche della società e inoculano pensieri distorti che confondono le coscienze. Anche la delegittimazione dello Stato d’Israele, cui sempre più spesso assistiamo, dovrebbe costituire una comune preoccupazione, si accompagna infatti a giudizi superficiali degli eventi in corso e soprattutto a una lettura parziale e distorta di fatti essenziali della storia, tutti elementi negativi che allontanano dalla ricerca obiettiva delle cause del conflitto e da possibili contributi alla ricerca della pace”.
Nella lettera Rav Alfonso Arbib ha evidenziato che compito delle fedi devono contribuire alla pace attraverso il dialogo: “Infine è opportuno ricordare che esistono molti temi che angosciano l’umanità su cui le religioni possono e in alcuni casi devono far sentire la propria voce; ci sono situazioni intollerabili di fame, miseria, malattie diffuse e mortalità infantile, ci sono interrogativi sullo sviluppo della civiltà compatibile con i limiti e le condizioni che la scienza ritiene indispensabili per la sopravvivenza del nostro pianeta, ci sono dubbi e incertezze sull’utilizzo delle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale. L’umanità ha bisogno di sentire dalle comunità religiose, dalle diverse esperienze di fede, parole concrete e responsabili per il futuro, anche attraverso voci diverse fra loro. Anche in questo modo la benedizione del Signore può diffondersi su tutti i popoli”.
I vescovi invitano al dialogo con gli ebrei nel ricordo dell’Alleanza
“E’ meraviglioso ricordare, soprattutto in questi tempi, che come cristiani e come ebrei siamo dentro la medesima benedizione. Un cammino diverso, ma radicati nella stessa benedizione. Abramo parte, lascia la sua terra, cammina verso un paese che non conosce. Avanza trepidante verso una terra straniera, cammina incerto verso un futuro sconosciuto, affronta i pericoli e le crisi del viaggio. Ma è fondato su una certezza: la benedizione di Dio. E’ così avviene nella storia per tutti i suoi discendenti: ebrei, cristiani, musulmani. Diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto. Eppure raccolti dentro la stessa benedizione. Tale benedizione esprime una relazione di Alleanza”.
E’ l’inizio del messaggio dei vescovi in occasione della 37ª Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si svolge sabato 17 gennaio con un titolo preso dal libro del Genesi: ‘Uniti nella stessa benedizione. In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’, ricordando il 60^ anniversario della dichiarazione conciliare ‘Nostra aetate’ sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane: “In tale anniversario abbiamo guardato con gratitudine al cammino percorso in questi anni nel dialogo ebraico-cristiano. Negli ultimi tempi si sono vissuti momenti di tensione a causa di discorsi o iniziative non in sintonia con l’interlocutore o contenenti affermazioni ambigue. Non sono mancate, purtroppo, prese di posizione che hanno fomentato rigurgiti di antisemitismo”.
Il messaggio intende affermare questo rapporto con l’ebraismo: “Desideriamo, pertanto, esprimere una posizione comune e condivisa della Chiesa cattolica italiana in merito al rapporto con le comunità ebraiche che sono in Italia. L’intento è quello di riaffermare ‘il vincolo’ ricordato da ‘Nostra Aetate’, chiarire i fraintendimenti, stimolare il confronto nel territorio fra le comunità cristiane e quelle ebraiche e porre alcuni punti fermi del rapporto ebraico-cristiano”.
Riprendendo il pensiero del card. Martini i vescovi ricordano il legame con il popolo ebraico, consolidato negli anni: “Gesù Cristo ci lega al popolo ebraico. L’identità cristiana profonda non può fare a meno del popolo ebraico, della sua storia e della sua spiritualità. Sono i nostri fratelli maggiori. Siamo in debito verso di loro. Siamo rami diversi che spuntano dalla stessa radice santa…; conseguenze che il cammino percorso ha inesorabilmente tracciato per entrambe le realtà”.
Legame approfondito dal Concilio Vaticano II: “Il Concilio Vaticano II aveva abbozzato la strada da seguire nei rapporti ebraico-cristiani. Sono occorsi anni di paziente lavoro, di gesti simbolici forti, di riflessioni e testi sempre più raffinati perché le due comunità riuscissero ad affrontare temi più delicati: l’incontro tra il popolo di Dio dell’Antica Alleanza, da Dio mai revocata, e quello della Nuova Alleanza; l’incontro tra le Chiese cristiane e l’odierno Popolo dell’Alleanza conclusa con Mosè”.
Per questo i vescovi auspicano un approfondimento teologico: “E’ ancora più importante avviare una riflessione teologica sul rapporto tra il cristianesimo, nella sua forma attuale, e l’ebraismo così come esiste oggi, quale portatore di una tradizione di fede e di pensiero che si sono sviluppati negli ultimi due millenni sul fondamento talmudico. Ciò che si profila all’orizzonte è una migliore comprensione della missione della Chiesa in relazione alla missione del Popolo ebraico, considerati entrambi nell’orizzonte dell’unica Promessa di cui sono eredi indivisi”.
Quindi riprendendo il pensiero di papa Leone XIV i vescovi esprimono il desiderio di un cammino comune, condannando l’antisemitismo: “Desideriamo continuare a camminare con i nostri cari fratelli ebrei, con stima e riconoscenza. Ci impegniamo a studiare le Sacre Scritture e a lasciarci aiutare da loro in questo studio. Desideriamo mantenere uno stretto legame per imparare da loro e con loro l’arte di mantenerci popolo in cammino, popolo in attesa, popolo capace di speranza. Desideriamo lottare con forza contro ogni tipo di antisemitismo e di antigiudaismo”.
Però il vero dialogo si fonda anche sulle differenze come ha scritto il biblista israeliano David Flusser (‘Sarebbe un grande evento cristiano se molti riconoscessero che la fedeltà di Gesù al popolo ebraico, l’ardore con cui ha condiviso le sofferenze ebraiche e la sua speranza ebraica possono far parte per il cristiano dell’imitatio Christi’): “Quest’affermazione che Gesù è il Messia genera diversità nel modo di leggere le Scritture, nel modo di leggere la storia, nel modo di guardare il mondo. Ci impegniamo a rispettare lo sguardo del popolo ebraico e a vederlo come complementare e non antitetico. Garantiamo una vicinanza carica di affetto.
Nello stesso tempo, chiediamo il rispetto del nostro sguardo. Siamo differenti, ma fratelli e sorelle nell’unico Dio. Come tali desideriamo rispettarci e riconoscerci nelle nostre identità. Anzi, ci proponiamo di collaborare sempre più con i fratelli ebrei per arricchire la comune tradizione dei figli di Abramo, sperando di farlo a tre, insieme con l’altra voce della fede abramitica. Ci impegniamo a lavorare perché le identità diventino generative per noi e per la società”.
Però i vescovi sottolineano la possibilità di un pensiero critico rispetto alle scelte politiche del governo israeliano: “Questo discorso vale anche per la lettura del contesto attuale. Ribadiamo e difendiamo il diritto degli ebrei ad avere uno Stato in cui poter vivere in sicurezza e serenità. Ovviamente ciò non toglie che l’approccio alla teologia della terra nella tradizione cristiana non coincida con quello ebraico. Ci riserviamo d’altronde la libertà e la possibilità di esercitare uno sguardo critico sulle scelte dei governi israeliani, come peraltro facciamo con i governi di altri Paesi e verso il nostro stesso governo. In questa luce, nel cammino verso una ‘via italiana del dialogo’ è sempre più urgente interrogarci a proposito del giusto rapporto fra religione e spazio pubblico”.
Da qui la condanna di ogni forma di terrorismo: “Rinnoviamo la nostra ferma e decisa condanna al terrorismo in ogni sua forma. Ribadiamo la nostra ferma e decisa condanna dell’atto terroristico e ignobile del 7 ottobre 2023. Siamo vicini alle vittime del popolo ebraico e a quelle del popolo palestinese nella tragedia Gaza e auspichiamo una soluzione che consenta a entrambi, come anche agli altri gruppi presenti in quei territori, una convivenza pacifica. Siamo vicini a tutte le persone che soffrono a causa del conflitto in atto. Invitiamo, una volta di più, tutti i cattolici che sono in Italia a ripudiare ogni antisemitismo e ogni espressione violenta contro il popolo ebraico”.
Quindi anche un pensiero critico è parte del dialogo per costruire relazioni: “Auspichiamo dunque la continuazione del dialogo franco, leale e costruttivo. Un dialogo nella verità e nella carità, con la ferma volontà di riconoscerci fratelli, sempre e comunque. Con la ferma volontà di non abbandonare mai il dialogo, per nessun motivo. La fraternità sta a fondamento del rapporto che sussiste fra noi, come base e come prospettiva. Siamo dentro la medesima benedizione. Le differenze non la cancellano e non la cancelleranno.
Radicati in questa certezza desideriamo continuare a costruire le nostre relazioni. Il dialogo tra noi è anche un servizio per il dialogo fra le religioni e, soprattutto, un servizio verso questo nostro mondo, sempre più lacerato e diviso. Non possiamo privare il mondo di questo dono. Nella consapevolezza che tutte le religioni sono chiamate, con coraggio ed urgenza, ad affrontare la sfida del dialogo. Ne va della loro stessa identità”.
Il messaggio si conclude con l’invito alle comunità cristiane a costruire momenti di dialogo: “Ci auguriamo che in ogni territorio le nostre comunità dedichino tempo a riflettere sulla situazione attuale secondo lo stile di questo messaggio. Soprattutto le invitiamo a confrontarsi con le comunità ebraiche per rinsaldare i rapporti e per testimoniare, nella nostra società, la vocazione delle religioni a creare dialogo e coesione sociale. Ci auguriamo, alla luce della situazione geo-politica, che si possano vivere nei vari territori momenti di incontro tra cristiani, ebrei e musulmani. Per offrire alla società, nella concretezza dei rapporti, la testimonianza di una vera ricerca di pace. Una via italiana del dialogo interreligioso”.
(Foto: CEI)
Papa Leone XIV: il battesimo è la porta del cielo
“Il mio pensiero si rivolge a quanto sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente, in particolare in Iran e in Siria, dove persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone. Auspico e prego che si coltivi con pazienza il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società. In Ucraina nuovi attacchi, particolarmente gravi, indirizzati soprattutto a infrastrutture energetiche, proprio mentre il freddo si fa più duro, colpiscono pesantemente la popolazione civile. Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace”: al termine della recita dell’Angelus della domenica del battesimo di Gesù papa Leone XIV ha invitato a pregare per la pace in Medio Oriente, soprattutto per Siria ed Iran, e per la popolazione ucraina.
Ed ha riferito che ha battezzato alcuni neonati dei dipendenti della Santa Sede, estendendo la sua benedizione a tutti i bambini: “Ora vorrei estendere la mia benedizione a tutti i bambini che hanno ricevuto o riceveranno il Battesimo in questi giorni, a Roma e nel mondo intero, affidandoli alla materna protezione della Vergine Maria. In modo particolare prego per i bimbi nati in condizioni più difficili, sia di salute sia per i pericoli esterni. La grazia del Battesimo, che li unisce al mistero pasquale di Cristo, agisca efficacemente in loro e nei loro familiari”.
Prima della recita dell’Angelus il papa ha sottolineato il motivo per cui Dio si è fatto uomo: “Carissimi, Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese! Egli viene in mezzo a noi con la sapienza del suo Verbo fatto carne, coinvolgendoci in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità”.
Il battesimo di Gesù mostra la misericordia di Dio: “Sì, nella sua santità il Signore si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio. Il Figlio Unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene infatti per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare. Egli è il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna”.
E’ stato un invito a ricordare il giorno del proprio battesimo: “Il sacramento del Battesimo realizza quest’evento in ogni tempo e in ogni luogo, introducendo ciascuno di noi nella Chiesa, che è il popolo di Dio, formato da uomini e donne di ogni nazione e cultura, rigenerati dal suo Spirito. Dedichiamo allora questo giorno a fare memoria del grande dono ricevuto, impegnandoci a testimoniarlo con gioia e con coerenza…
Il primo dei Sacramenti è un segno sacro, che ci accompagna per sempre. Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo”.
Anche nell’omelia per la festa del battesimo di Gesù il papa ha sottolineato che il battesimo trasforma in ‘creature’ nuove: “I figli, che ora tenete in braccio, sono trasformati in creature nuove. Come da voi genitori hanno ricevuto la vita, così ora ricevono il senso per viverla: la fede. Quando sappiamo che un bene è essenziale, subito lo cerchiamo per coloro che amiamo. Chi di noi, infatti, lascerebbe i neonati senza vestiti o senza nutrimento, nell’attesa che scelgano da grandi come vestirsi e che cosa mangiare? Carissimi, se il cibo e il vestito sono necessari per vivere, la fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza”.
Nella breve omelia il papa ha detto che il battesimo ci fa partecipe della Chiesa: “Il suo amore provvidente si manifesta in terra attraverso di voi, mamme e papà che chiedete la fede per i vostri figli. Certo, verrà il giorno in cui diventeranno pesanti da tenere in braccio; e verrà anche il giorno in cui saranno loro a sostenere voi. Il Battesimo, che ci unisce nell’unica famiglia della Chiesa, santifichi in ogni tempo tutte le vostre famiglie, donando forza e costanza all’affetto che vi unisce”.
Ed i gesti battesimali sono testimonianza della bellezza della vita nella Chiesa: “I gesti che tra poco compiremo ne sono bellissime testimonianze: l’acqua del fonte è il lavacro nello Spirito, che purifica da ogni peccato; la veste bianca è l’abito nuovo, che Dio Padre ci dona per l’eterna festa del suo Regno; la candela accesa al cero pasquale è la luce di Cristo risorto, che illumina il nostro cammino. Vi auguro di continuarlo con gioia lungo l’anno appena iniziato e per tutta la vita, certi che il Signore accompagnerà sempre i vostri passi”.
(Foto: Santa Sede)
A Roma la benedizione dei Bambinelli
Mentre la città si riempie di luci e vetrine scintillanti gli oratori di Roma si preparano al S. Natale vivendo l’Avvento insieme a bambini e ragazzi e realizzando presepi in tante attività diverse e significative per portare questo segno della festa in tutte le case. Per sottolineare la centralità della presenza di Gesù Bambino nelle prossime festività torna domenica 21 dicembre anche la tradizionale Benedizione dei Bambinelli in Piazza San Pietro, per la prima volta con la presenza e la preghiera di Papa Leone XIV che, a conclusione dell’Angelus, benedirà le statuine di Gesù che gli oratori, le famiglie, bambini e ragazzi ma anche moltissimi fedeli porteranno in piazza per vivere un intenso momento di preghiera, di comunione ecclesiale e di festa.
Un appuntamento che proprio dal 21 dicembre 1969 con Papa Paolo VI accompagna il percorso di preparazione al S. Natale della Diocesi di Roma sottolineando l’importanza del Gesù Bambino nell’esperienza educativa degli oratori.
Quest’anno il tema dell’appuntamento sarà ‘Un Tesoro di Luce fra le Mani’ scelto dal Centro Oratori Romani per sottolineare l’importanza di riconoscere in Gesù Bambino il tesoro più bello della vita della comunità cristiana. A tutti, bambini, ragazzi, adolescenti, ma anche catechisti, animatori, genitori in oratorio viene chiesto di fare spazio a Lui nel proprio cuore. Tutte le info per partecipare all’evento sono disponibili sul sito del COR (https://www.centrooratoriromani.org/).
In questa occasione Piazza san Pietro per qualche ora diventerà un grande oratorio a cielo aperto dove tutti potranno partecipare a canti natalizi, giochi ed animazione per vivere insieme una tipica mattinata di festa dopo aver partecipato alla S. Messa nella propria parrocchia o nelle chiese nelle vicinanze della Basilica. Dalle 10.30 catechisti ed animatori del COR accoglieranno centinaia di bambini e ragazzi proponendo attività e piccoli giochi per prepararsi alla preghiera dell’Angelus e alla benedizione da parte del Pontefice. La piazza si riempirà di canti natalizi animati dai giovani dell’associazione che inviteranno tutti i presenti ad unirsi alla gioia, mentre si attenderà che Papa Leone si affacci alla consueta finestra del Palazzo Apostolico.
La Benedizione dei Bambinelli è promossa e organizzata dal Centro Oratori Romani, associazione di fedeli fondata nel 1945 dal Venerabile Arnaldo Canepa per la diffusione e la promozione della pastorale oratoriana a Roma. Questa tradizione si è diffusa moltissimo negli ultimi anni in Italia e all’estero (Stati Uniti, Filippine, Inghilterra, Irlanda, Sud America e molti altri) coinvolgendo centinaia di comunità e di Diocesi dove Vescovi e sacerdoti hanno scelto di dedicare una domenica di Avvento all’appuntamento con le statuine di Gesù Bambino e all’accoglienza di famiglie, animatori e religiosi della Chiesa locale.
“Al termine di un anno di grazia come quello del Giubileo appena vissuto torniamo ancora in Piazza San Pietro” sottolinea il Presidente del COR, Stefano Pichierri. “Quest’anno, proprio qui, abbiamo vissuto momenti di gioia, di condivisione, ma anche di tristezza per la perdita di Papa Francesco, e poi di attesa e di speranza per il nuovo Papa. Abbiamo celebrato il Giubileo e proclamato nuovi giovani Santi. Ora la Stella ci guida dinnanzi alla Grotta, per adorare il Dio Bambino. Attendiamo trepidanti le parole di Papa Leone XIV, che ha già dato prova della sua attenzione ed affezione alla Diocesi di Roma. I bambini di Roma vogliono vivere e, al tempo stesso, mostrare a tutti il vero volto del Natale”.
Gesù Cristo – re dell’universo! Cristo Gesù, re d’amore!
Con la festa di Cristo re si chiude l’anno liturgico. Gesù, Figlio di Dio, si è incarnato, si è fatto uomo per realizzare il Regno di Dio sulla terra. Il popolo ebreo attendeva la nascita di questo bimbo, che avrebbe tenuto il regno di David: un regno eterno ed universale. Nel Vangelo la Chiesa oggi ci presenta il Cristo morente in croce, dove è posta una scritta: I. N. R. I. (Gesù di Nazareth, re dei Giudei). Essere re è l’accusa principale con la quale Gesù viene deferito dai suoi avversari (il Sinedrio e i Sommi sacerdoti ) ed accusato davanti al tribunale di Ponzio Pilato, governatore romano.
Con questa accusa Gesù viene schernito dai Capi del popolo, dai sommi sacerdoti e dalle autorità. Dopo averlo fatto flagellare, Pilato presenta Gesù al popolo dicendo: ‘ecco il vostro Re’. Gesù aveva rifiutato il titolo di re, dopo la moltiplicazione dei pani, ed ogni volta che questo titolo era inteso in senso politico, alla stregua dei ‘capi delle nazioni’. Davanti al governatore che lo interroga: ‘sei tu il re dei giudei?’ Gesù risponde in modo assai chiaro: ‘Sì, tu lo dici, Io sono Re!’
La regalità di Gesù è rivelazione ed attuazione del disegno del Padre, che governa tutte le cose con amore e giustizia. Dio Padre ha affidato a Gesù, vero uomo e vero Dio, la missione di conferire la vita eterna a tutti gli uomini, che ha amato sino all’estremo sacrificio della croce, e il potere di giudicare tutti gli uomini da vero uomo e vero Dio. Un ‘giudizio’ da giudice in chiave di amore. Il linguaggio di Gesù è assai semplice. Egli dirà ai buoni, che hanno amato in modo vero e concreto: “Venite, benedetti dal Padre mio perchè avevo fame, sete, ero nudo, solo, carcerato, malato… e vi ho trovato sempre accanto a me”.
Gesù è un Re che giudica, regna, dopo essere stato esempio vivo a tutti. Se mettiamo in pratica l’amore verso il prossimo solo allora facciamo spazio alla signoria di Cristo Gesù e il suo Regno si realizza in mezzo a noi. Gesù ha instaurato il Regno con il suo grande amore: il sacrificio della croce; amore con amore si paga. Gesù è veramente il nostro Re e lo stesso Pilato fece scrivere sulla croce: I.N.R.I. La storia registra molti regni, che sono esistiti e poi sono stati rovesciati; il regno di Cristo è regno eterno: le porte degli inferi non prevarranno mai.
La stabilità di questo regno non è dovuta ad eserciti o a bombe ed armi di qualsiasi sorta; regna solo l’amore: l’amore verso Dio e i fratelli trasforma il peccato in grazia, la morte in risurrezione, la paura in fiducia. Nel brano del Vangelo ascoltato figurano tre gruppi: a) il popolo , che sta lontano a guardare ( una volta correva dietro a Gesù implorando grazie e guarigioni. b) I capi del popolo, dei soldati e da un malfattore, crocifisso accanto a Gesù ma che non parla. c) un terzo personaggio crocifisso con Gesù, che si rivolge con fede e pentimento: Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno, e Gesù a lui: ‘oggi sarai con me in paradiso’.
In questo terzo gruppo ci sono anche Maria, sua madre; Giovanni, uno dei dodici apostoli e le pie donne. Il malfattore, crocifisso accanto a Gesù, pentito, riceve da Gesù il grande dono: ‘oggi sarai con me in paradiso’. Per il popolo, per i capi del popolo, per i soldati Gesù ha solo parole di comprensione: ‘Padre, perdona loro!’ Prima che si conclude il dramma del suo sacrificio Gesù rivolgendosi a sua madre esclama: ‘Donna, ecco tuo figlio … e a Giovanni: ecco tua madre’. Per questo motivo, amici carissimi, oggi rivolgiamoci supplici a Maria invocandola: ‘Rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.
Tra la gente dell’Azione Cattolica per la Canonizzazione di Piergiorgio Frassati
“Buongiorno a tutti! Buona domenica e benvenuti! Grazie! Fratelli e sorelle, oggi è una festa bellissima per tutta l’Italia, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo! E prima di cominciare la solenne celebrazione della Canonizzazione, volevo dire un saluto e una parola a tutti voi, perché, se da una parte la celebrazione è molto solenne, è anche un giorno di molta gioia! E volevo salutare soprattutto tanti giovani, ragazzi, che sono venuti per questa santa Messa! Veramente una benedizione del Signore: trovarci insieme con tutti voi che siete venuti da diversi Paesi”: a queste parole di papa Leone XIV pronunciate prima della celebrazione eucaristica per la canonizzazione di Pier Giorgio Frassati e di Carlo Acutis gli 80.000 fedeli, un po’ ancora assonnati ed un po’ sorpresi, lo hanno accolto con un lungo e caloroso applauso.
Applauso che si è ripreso al termine della messa, mentre il papa sulla ‘papamobile’ passava a salutare i presenti ed ad accarezzare i bambini, che i genitori mettevano nelle braccia del papa per ricevere una benedizione, tra l’entusiasmo dei giovani che, urlando, continuavano a chiamarlo con gli stessi slogan usati un mese prima a Tor Vergata, come ha detto Giulio, proveniente dalla Sicilia: “E’ stato un momento bellissimo. Frassati ci insegna che la vita deve essere vissuta interamente e non a pezzi… Vivere e non vivacchiare”.
A poca distanza di metri dalle bandiere dell’Azione Cattolica uno striscione ha evidenziato una richiesta dei giovani: ‘Rendici Acuti (s) come Te’, tantoché Sara, da Milano, ha specificato: “La strada percorsa da Carlo Acutis è molto intricante per noi. Ci invita ad accostarci a Gesù con costanza ed a vivere con autenticità”.
Percorrendo via della Conciliazione trovo molti giovani che allegramente stanno esprimendo con canti e bans, propri dei ragazzi dell’Azione Cattolica, sentimenti di gioia per festeggiare un ‘tipo losco’, come dice Giorgio con accento romano: “Pier Giorgio non è il santo da figurina ingiallita, ma un ‘tipo losco’, nel quale rivedo me ed i miei amici: imperfetto, con le proprie incoerenze, ma così capace di far spazio a Dio”.
Però non solo giovani, ma anche genitori come Aldo da Perugia: “Sembrano ragazzi della porta accanto. Vedere santi così giovani mi ricorda che tutti, nel quotidiano,possiamo esserlo. Da papà, mi fa impressione che avessero 15 e 24 anni: nei loro occhi vedo i miei figli”.
Però la festa per san Pier Giorgio Frassati si era aperta il giorno precedente con il convegno alla Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) con il convegno ‘Dentro la vita, dentro la storia’, a cui è seguita la veglia di preghiera nella basilica di san Giovanni Battista dei Fiorentini, presieduta da mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana e dell’Università Cattolica ‘Sacro Cuore’ di Milano, che ha ripreso la definizione di san Giovanni Paolo II, ‘L’uomo delle otto beatitudini’: “Pier Giorgio Frassati parla ancora agli uomini e alle donne di questo tempo: l’amicizia, la carità, la gioia. Temi che non appartengono solo alla sua biografia, ma che attraversano anche il vissuto dei nostri giorni, segnati da conflitti, solitudini e diseguaglianze.
La canonizzazione, ormai imminente, di Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati ci fa comprendere quanto tutto questo sia vero e come i santi siano i grandi compagni di viaggio di tutti coloro che affrontano il cammino della vita facendo proprio l’invito di san Paolo… Questo non significa che i santi rifuggano dalla vita terrena o siano estranei all’agone del vivere umano, tutt’altro. Sono esattamente coloro che vivendo in Cristo sanno trasformare l’ordinario in straordinario”.
Però tutte le sue attività non avrebbero avuto senso senza la preghiera: “Ma tutto questo sarebbe stato impossibile se non avesse vissuto in modo particolarmente intenso la prima delle beatitudini: ‘Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli’. La centralità della vita spirituale, l’assiduità nella preghiera, l’Eucaristia quotidiana e il Rosario, ci dicono quanto avesse interiorizzato la necessità di affidarsi totalmente al Signore e di volersi sempre più conformare a Lui”.
Il convegno pomeridiano era stato aperto dal presidente nazionale dell’Azione Cattolica, Giuseppe Notarstefano: “La canonizzazione di Pier Giorgio rappresenta un momento significativo per tutta l’Azione Cattolica Italiana e la sua figura è un esempio per generazioni di laici giovani ed adulti impegnati nella Chiesa e nel mondo. Per l’Ac è un momento di grazia e di gratitudine profonda. Al cuore della sua esistenza, attraverso esperienze di servizio ai poveri, di legami fraterni di amicizia, di impegno sociale e politico, c’è una profonda spiritualità che connette e tiene insieme tutto, cercando una sintesi che prende sempre una forma evangelica, gioiosa e appassionata”.
Mentre il prefetto del Dicastero delle cause dei santi, card. Marcello Semeraro, ha tratteggiato i lineamenti di questo ‘alpinista dello spirito’: “I santi, come Pier Giorgio sono anzitutto donne e uomini di comunione. Di vere relazioni. Sono in comunione con Dio e con le cose sante di Dio, in comunione tra di loro, che sono stati conquistati da Cristo, ed in comunione con noi. Ci pare che questa consegna sia troppo importante per essere data per scontata. I santi, come Pier Giorgio, sono donne e uomini interi, che hanno preso seriamente in considerazione la propria umanità. Per questo continuano a parlare alle generazioni che li hanno seguiti”.
Roberto Falciola, vicepostulatore della causa di canonizzazione, ha ricordato come l’amicizia fosse per Frassati non solo un legame umano, ma un luogo privilegiato di evangelizzazione e sostegno reciproco e per questo aveva dato vita alla Compagnia dei ‘Tipi loschi’: “Fidandosi totalmente delle parole di Gesù, vede nel prossimo la presenza di Dio, si considera ‘povero come tutti i poveri’: si prodiga in parole e gesti di carità fraterna, sia da solo che nella forma organizzata delle Conferenze di San Vincenzo, per le strade di Torino, nei quartieri poveri, al Cottolengo. Nelle forti tensioni del primo dopoguerra è impegnato in un apostolato sociale, che lo vede presente anche nelle fabbriche”.
Insomma essere cristiani è possibile, solo se si vive con umorismo e serietà: “Il messaggio che la figura di Frassati diffonde nel mondo è che essere giovani cristiani non solo è possibile, ma che è anche il modo di vivere la propria età in pienezza e in totale armonia, godendone fino in fondo. Emerge da Pier Giorgio una santità adatta al nostro mondo ed al nostro tempo, avendo egli vissuto tutte le dimensioni che sono proprie della vita dei giovani di oggi ed attraversato con coraggio e lucidità un tempo difficile, duro e provocatorio, testimoniando la fede e seminando speranza”.
Inoltre Luca Liverani, giornalista di Avvenire, ha raccontato un ‘curioso’ episodio familiare del padre, mentre Rosanna Tabasso, presidente del Sermig, ha riflettuto sul desiderio di pace che lo animava, raccontando l’accoglienza offerta dal Sermig ai poveri. Infine Tatiana Giannone, rappresentante di Libera, ed Irene Ioffredo, rappresentante del Dicastero per lo Sviluppo umano e integrale, hanno ribadito come la sete di giustizia di Frassati resti attualissima.
(Tratto da Aci Stampa)
XXIV domenica del Tempo Ordinario: Esaltazione della Croce
L’odierna domenica coincide con la solennità della Esaltazione della Croce: una felice coincidenza perchè la Croce gloriosa di Cristo Gesù è per tutti segno di speranza, di riscatto e di pace. La pace che oggi tutta l’umanità desidera e la invoca ricordando le parole di Gesù: ‘Sono venuto a portare la pace, la serenità e la vita’. La pace è veramente il più grande dono di Dio. Da strumento di supplizio e di morte la Croce di Gesù è circonfusa di gioia e di vita. Gesù infatti pur essendo di natura divina spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e per salvare l’uomo, per riconciliare la terra con il cielo ha offerto se stesso al Padre: sacrificato sulla Croce e offrendo la sua vita in riscatto per tutta l’umanità.
La condanna a morte in croce era riservata solo ai servi: Gesù, creatore del cielo e della terra, umiliò se stesso assumendo la condizione di servo: non c’è amore più grande di chi dà la vita per la salvezza di tutti. La Croce, strumento di sofferenza ed umiliazione, diventa per noi cristiani il segno più alto dell’amore di Dio per l’umanità. Dio già aveva prefigurato nell’Antico Testamento la salvezza per mezzo della Croce quando il popolo ebreo, liberato dalla schiavitù dell’Egitto, nel deserto aveva imprecato contro Dio e Mosè non contento della manna e desideroso di pane e acqua.
Dio aveva inviato allora contro il popolo serpenti velenosi che mordevano la gente e parecchi morirono. Il popolo allora corse da Mosè chiedendo perdono e pregandolo di intercedere per tutto il popolo presso Dio. Mosè pregò l’Altissimo e Dio consigliò a Mosè: ‘Fai un serpente di bronzo, mettilo sopra un’asta e chi guarderà con fede quel serpente sarà guarito. Così avvenne’: Dio aveva già prefigurato nell’Antico Testamento la forza salvifica della Croce. Gesù dirà ai suoi Apostoli: come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo.
Quando guardiamo Cristo Gesù crocifisso, contempliamo il segno di amore infinito di Dio per l’umanità. La Croce ci parla solo dell’altezza e profondità dell’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza. Da qui la celebrazione della Messa inizia con il segno della Croce e si conclude con lo stesso segno; possiamo veramente dire: ‘O Crux, ave spes unica!’. La croce non è più sinonimo di maledizione ma di vera benedizione; la Chiesa presenta al mondo la Croce come ‘albero della vita’ dal quale si può cogliere oggi il senso ultimo e pieno di ogni singola esistenza e della intera storia umana.
Nel giardino del paradiso, si legge nella Bibbia, ai piedi dell’albero c’era una donna Eva, che, sedotta dal Maligno, mangiò il frutto proibito; sul Calvario, ai piedi dell’albero della Croce c’è un’altra donna, Maria, che docile al progetto di Dio, partecipa all’offerta che il Figlio fa di sé al Padre e diventa la madre dell’umanità redenta da Cristo Gesù.
Alla Vergine Addolorata noi oggi affidiamo i giovani e le famiglie tutte, affidiamo l’umanità intera perchè viva nella pace e nell’amore instaurato da Cristo Gesù. Vergine Immacolata, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi. Siamo peccatori, ma figli tuoi, a Te affidati dallo stesso Gesù, figlio tuo e fratello nostro. La croce sarà sempre la nostra bandiera perchè in essa scopriamo l’amore incommensurabile di Cristo Gesù, il Salvatore. Ave Crux, spes unica.
XXII Domenica del Tempo Ordinario: l’umiltà è la grande virtù del cristiano!
Il brano del Vangelo non è una lezione di galateo, ma è una lezione vera di vita. Gesù ospite in casa di un fariseo, mentre questi osservava Gesù per coglierlo in fallo, Gesù guarda attorno a sé e con due brevi parabole condanna l’arrivismo, che nota tra gli invitati dove tutti cercavano il primo posto e dà due insegnamenti profondi per l’uomo di ieri e di oggi: l’umiltà e la carità. Gesù condanna l’arrivismo ambizioso radicato sul volere primeggiare a qualunque costo. Alla base dell’arrivismo c’è solo la volontà di volere primeggiare sugli altri. Gesù condanna soprattutto lo spirito di interesse e, quindi, l’egoismo. Esorta all’umiltà e al servizio disinteressato.
Si vive purtroppo in un mondo colmo di arrampicatori sociali dove ognuno pensa di dovere essere il primo, meritare il primo posto. Gesù non condanna la valorizzazione della persona umana ma l’arrivismo ambizioso radicato nella sete di primeggiare senza badare a mezzi, senza temere di scalzare chi ha più talenti o più diritto. Una prova chiara si ha nelle consultazioni elettorali dove tutti avanzano solo titoli mentre si assiste alla corsa sfrenata per accaparrare voti dal popolo ma non per servire il popolo, la famiglia e la dignità della persona umana.
Per attirare lo sguardo benevolo di Dio e la simpatia dei fratelli è necessario mettersi alla scuola dell’umiltà, che è la scuola del Vangelo. L’umiltà è la lezione che Gesù vuole inculcare; l’umiltà è verità: ce lo inculca la Beata Vergine che alla cugina Elisabetta, che l’addita: “benedetta tu tra tutte le donne”, esclama: “L’anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio perché quello che ho, quello che è avvenuto, è solo opera divina”.
Nel secondo insegnamento Gesù condanna le azioni interessate: il vero bene va compiuto disinteressatamente. Gesù condanna lo spirito di interesse, di tornaconto: quando offri un pranzo, dice Gesù, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi: questi non potranno contraccambiare nulla. La ricompensa va attesa solo da Dio grande e misericordioso. L’agire deve essere dettato solo dalla fede e dall’amore.
“Il Signore, si legge nel salmo, mi ha mandato ad annunciare ai poveri la buona novella; a proclamare ai prigionieri la liberazione”; la carità vera, l’amore non mira a riscuotere interessi; questi si riscuoteranno alla banca del paradiso, dono del Padre, che sta nei cieli. L’umiltà è vera se è gratuita; Gesù dirà: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”.
L’umiltà è la disponibilità a scendere dal piedistallo per servire i fratelli, servire per amore e non per calcolo o in attesa di vantaggi personali. La persona umile davanti a Dio si riconosce nei “poveri di Jahvè”: abbandonarsi nelle braccia di Dio grande e misericordioso. Questo atteggiamento è autentico se si concretizza nelle opere e nel quotidiano. L’umiltà non è certo la sapienza del mondo dove prevale l’arrivismo o il dominio a non cedere mai agli altri.
L’umiltà salva anche la famiglia e il matrimonio; amare infatti è servire, ti amo significa: “ti voglio bene”, io cerco solo il tuo bene: in questo scambio di amore reciproco si rinsalda la famiglia. L’umiltà ci fa amare Dio e il prossimo perché figlio di Dio. La Vergine Maria “umile ed alta più che creatura”, come si esprime Dante (Par. 33,2), ci aiuti a riconoscerci ciò che effettivamente siamo e a gioire nel donare, aspettando solo da Dio l’auspicato premio.


























