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Papa Leone XIV non è intimorito da Trump: continuo ad alzare la voce contro la guerra

Papa Leone XIV

“Questo viaggio, che è molto speciale per diverse ragioni, doveva essere il primo viaggio del pontificato. Già l’anno scorso nel mese di maggio avevo detto: come primo viaggio vorrei fare un viaggio in Africa. Altri subito hanno suggerito l’Algeria per sant’Agostino, come sapete, e infatti sono molto contento di visitare di nuovo la terra di sant’Agostino. Sant’Agostino poi offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso.

E’ molto amato nella sua terra, come vedremo. E allora l’opportunità di visitare i luoghi della vita di sant’Agostino, dove lui era vescovo nella città di Ippona (Annaba oggi) è veramente una benedizione anche per me personalmente, ma credo anche per la Chiesa e per il mondo, perché dobbiamo cercare sempre ponti per costruire la pace e la riconciliazione. Ed allora questo viaggio rappresenta davvero un’opportunità preziosissima per continuare con la stessa voce, con lo stesso messaggio, che vogliamo fare, promuovere la pace, la riconciliazione, il rispetto, la considerazione per tutti i popoli”.

Nel viaggio aereo con queste parole papa Leone XIV ha spiegato ai giornalisti le ragioni di questo viaggio apostolico in Africa, iniziando dai luoghi in cui visse il fondatore dell’ordine agostiniano, precisando che il papa non è un politico: “Penso che le persone che leggono potranno trarre le proprie conclusioni: io non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui. Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre. Non ho paura della amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo, non sono un politico”.

Ed ha ribadito chiaramente il ruolo della Chiesa, che annuncia il Vangelo delle beatitudini: “Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato nel modo in cui alcune persone stanno facendo. Io continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace, il dialogo multilaterale tra gli stati per cercare la giusta soluzione ai problemi. Il messaggio della Chiesa è il messaggio del Vangelo, beati i costruttori di pace: io non guardo al mio ruolo come un politico, non voglio entrare in un dibattito con lui. Troppa gente sta soffrendo nel mondo”.

Questa è stata la risposta razionale all’attacco irrazionale, pubblicato su Truth, del presidente statunitense Donald Trump contro il papa, che ha auspicato la pace, accusandolo di aver osato ‘criticarlo’: “Papa Leone è debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera. Parla della ‘paura’ dell’amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la Chiesa cattolica, e tutte le altre organizzazioni cristiane, hanno provato durante il covid quando arrestavano sacerdoti, pastori e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri”.

Ed ha fatto un paragone davvero disgustoso ed infamante nei confronti di un papa: “Mi piace molto di più suo fratello Luigi che lui, perché Luigi è tutto maga. Lui capisce, e Leone no! Non voglio un Papa che pensi che sia ok che l’Iran abbia un’arma nucleare. Non voglio un Papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le proprie prigioni, liberando assassini, spacciatori e omicidi, nel nostro Paese”.

Ed ha concluso che è diventato papa perché Trump era già presidente degli USA: “E non voglio un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, ovvero portare i dati sulla criminalità ai minimi storici e creare il miglior mercato azionario della storia.

Leo dovrebbe essere grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa scioccante. Non era su nessuna lista per diventare Papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che sarebbe stato il modo migliore per trattare con il Presidente Donald J. Trump. Se non fossi alla Casa Bianca, Leo non sarebbe in Vaticano”.

 Dopo tale dichiarazione il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio di solidarietà e di buon auspicio per il viaggio al papa con l’augurio che i suoi messaggi possano essere ascoltati: “Il forte richiamo alla pace, così urgente in tempi tanto tribolati, al pari dell’invito all’unità e alla fraternità, contribuirà ad alimentare la consapevolezza dell’indispensabile contributo che ogni individuo e ogni collettività sono chiamati a fornire per superare le divisioni e salvaguardare la dignità dell’uomo. Sono certo che nessuno potrà rimanere indifferente rispetto a questi solenni appelli, rivolti soprattutto alle ultime generazioni, chiamate ad assumere la responsabilità e vivere la gioia del divenire fecondo seme di progresso sociale ed economico per i rispettivi Paesi e comunità”.

Anche i vescovi italiani hanno espresso ‘sdegno’ per le parole ‘rabbiose’ del presidente americano: “Unendosi a quanto affermato dal Presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, Mons. Paul S. Coakley, ricorda che il papa non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace.

In un tempo segnato da conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità. Le Chiese che sono in Italia rinnovano al Santo Padre vicinanza, affetto e preghiera, auspicando da parte di tutti rispetto per la sua persona e per il suo ministero”.

Anche L’Azione Cattolica Italiana, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, il Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale e il Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica hanno espresso la loro ‘vicinanza’ al papa per le triviali parole del presidente Trump: “Le parole rivolte al Santo Padre dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nelle scorse ore, appaiono infatti inadeguate, alquanto volgari e non rispettose della natura e della missione del ministero petrino. Esse rischiano di alimentare una lettura impropria del ruolo del Papa, riducendolo a interlocutore politico tra gli altri, inserito nelle dinamiche della contrapposizione e del confronto tra parti”.

Ed hanno sottolineato il prezioso ruolo del papa: “Riteniamo invece necessario ribadire con chiarezza che il Papa non è una controparte politica. Egli è il Successore di Pietro, chiamato a confermare nella fede il popolo di Dio e a servire, senza alcun interesse di parte, il Vangelo, la verità e la pace sempre, ovunque e comunque. Il suo ministero si colloca su un piano radicalmente diverso da quello della competizione politica: è un servizio universale, rivolto a tutte le donne e a tutti gli uomini, credenti e non credenti, senza distinzioni. Per questo motivo, chiediamo con rispetto ma con fermezza che venga riconosciuta e custodita la dignità della persona di papa Leone XIV e del suo ministero”.

E’ stato un ‘attacco’ in quanto oggi solo il papa difende la pace tra i popoli e la dignità della persona: “Il confronto tra istituzioni e responsabilità pubbliche, anche quando è franco e articolato, non può mai degenerare in forme che mettano in discussione il rispetto dovuto a chi, come il Pontefice, rappresenta un punto di riferimento morale e spirituale a livello globale. In un tempo attraversato da guerre, tensioni internazionali, crisi umanitarie, lutti e sofferenze diffuse, la voce del Papa continua a levarsi come un richiamo esigente alla dignità inviolabile di ogni persona, alla centralità del dialogo, alla ricerca instancabile della pace e alla responsabilità condivisa delle nazioni e dei popoli.

E’ una voce che interpella le coscienze e invita tutti, a partire da chi esercita ruoli di governo, a scelte lungimiranti e orientate al bene comune. Come associazioni laicali impegnate nella vita ecclesiale e civile del Paese, in piena sintonia con i nostri vescovi, avvertiamo il dovere di sostenere con convinzione questo magistero, che non si presta a strumentalizzazioni, ma chiede ascolto, discernimento e responsabilità”.

Papa Leone XIV: le Beatitudini sono luce per l’umanità

Papa Leone XIV

“Sono particolarmente contento di questo incontro, che (una volta tanto) è dedicato proprio a voi, e mi permette di dirvi una parola di gratitudine e di incoraggiamento… A tutti esprimo riconoscenza, soprattutto per lo spirito di fedeltà al Papa con cui lo svolgete. Questa dedizione mi accompagna e mi aiuta quotidianamente nella missione apostolica, andando a beneficio di tutti coloro che incontro nelle visite di Stato, nelle udienze, nelle occasioni più solenni come in quelle più familiari. A proposito, penso che il vostro lavoro possa essere ben sintetizzato da tre verbi, che ne custodiscono il senso e il valore: disporre, accogliere, salutare”: prima dell’Angelus di oggi papa Leone XIV ha incontrato i ‘Gentiluomini di Sua Santità, Addetti di Anticamera e Sediari Pontifici’ alla presenza del Reggente della Prefettura della Casa Pontificia, mons. Leonardo Sapienza, ed il Vice-reggente, p. Edward Daniang Daleng.

Nel breve colloquio il papa ha sottolineato le tre parole necessarie alla preparazione dell’incontro: “La qualità di un incontro, infatti, comincia dalla premura che contraddistingue i suoi preparativi, fin nei dettagli. Ricchissimo di storia e di arte, lo spazio che abitiamo chiede in proposito un servizio tanto attento quanto umile. Alla disposizione degli ambienti segue poi la solerzia di gesti d’accoglienza e di saluto che siano nobili ma non affettati, eleganti ma non sofisticati, così da comunicare affabilità a chiunque. Che sia principe o pellegrino, patriarca o postulante, la sollecitudine del Successore di Pietro resta identica verso tutti e amorevole per ciascuno”.

Infine ha sottolineato la sobrietà del protocollo pontificio: “La sobria bellezza che contraddistingue il protocollo pontificio, si riflette su ogni vostro gesto. Pensando alla storia di quanti vi hanno preceduto, testimoniatene i valori con una vita coerente, ben sapendo che il servizio d’onore richiede certo una peculiare deontologia, ma prima ancora una fede solida, e quindi uno stile spirituale improntato alla devozione verso la Chiesa e il Papa. Le azioni, la postura, gli sguardi di ogni giorno ne siano sempre specchio luminoso”.

E prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha sottolineato che le beatitudini evangeliche sono luce per l’umanità: “Queste, infatti, sono luci che il Signore accende nella penombra della storia, svelando il progetto di salvezza che il Padre realizza attraverso il Figlio, con la potenza dello Spirito Santo.

Sul monte, Cristo consegna ai discepoli la legge nuova, quella scritta nei cuori, non più sulla pietra: è una legge che rinnova la nostra vita e la rende buona, anche quando al mondo sembra fallita e miserabile. Solo Dio può chiamare davvero beati i poveri e gli afflitti, perché Egli è il sommo bene che a tutti si dona con amore infinito. Solo Dio può saziare chi cerca pace e giustizia, perché Egli è il giusto giudice del mondo, autore della pace eterna. Solo in Dio i miti, i misericordiosi e i puri di cuore trovano gioia, perché Egli è il compimento della loro attesa. Nella persecuzione, Dio è fonte di riscatto; nella menzogna, è àncora di verità”.

Ecco il motivo per cui le Beatitudini sono un paradosso per i ‘potenti’: “Queste Beatitudini restano un paradosso solo per chi ritiene che Dio sia diverso da come Cristo lo rivela. Chi si aspetta che i prepotenti saranno sempre padroni sulla terra, rimane sorpreso dalle parole del Signore. Chi si abitua a pensare che la felicità appartenga ai ricchi, potrebbe credere che Gesù sia un illuso. Ed invece l’illusione sta proprio nella mancanza di fede verso Cristo: Egli è il povero che condivide con tutti la sua vita, il mite che persevera nel dolore, l’operatore di pace perseguitato fino alla morte in croce”.

Le Beatitudini propongono una lettura diversa della storia: “E’ così che Gesù illumina il senso della storia: non quella scritta dai vincitori, ma quella che Dio compie salvando gli oppressi. Il Figlio guarda al mondo col realismo dell’amore del Padre; all’opposto stanno, come diceva papa Francesco, ‘i professionisti dell’illusione’…  Dio, invece, dona questa speranza anzitutto a chi il mondo scarta come disperato”.

Ecco il motivo per cui le Beatitudini è un banco di prova: “Allora, cari fratelli e sorelle, le Beatitudini diventano per noi una prova della felicità, e ci portano a chiederci se la consideriamo una conquista che si compra o un dono che si condivide; se la riponiamo in oggetti che si consumano o in relazioni che ci accompagnano. E’ infatti ‘a causa di Cristo’ e grazie a Lui che l’amarezza delle prove si trasforma nella gioia dei redenti: Gesù non parla di una consolazione lontana, ma di una grazia costante che ci sostiene sempre, soprattutto nell’ora dell’afflizione”.

Infine dopo la recita dell’Angelus ha invitato a pregare per la pace nel continente americano: “Ho ricevuto con grande preoccupazione notizie circa un aumento delle tensioni tra Cuba e gli Stati Uniti d’America, due Paesi vicini. Mi unisco al messaggio dei vescovi cubani, invitando tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace, per evitare la violenza ed ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano. Che la Virgen de la Caridad del Cobre assista e protegga tutti i figli di quell’amata terra!”

Ma anche per i deceduti nella frana nella Repubblica Democratica del Congo e per quelli colpiti da calamità naturali: “Assicuro la mia preghiera per le numerose vittime della frana in una miniera nel Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Il Signore sostenga quel popolo che soffre tanto!

Preghiamo anche per i defunti e per quanti soffrono a causa delle tempeste che nei giorni scorsi hanno colpito il Portogallo e l’Italia meridionale. E non dimentichiamo le popolazioni del Mozambico duramente provate dalle inondazioni”.

Infine ha chiesto che sia rispettata la ‘tregua olimpica’: “Venerdì prossimo inizieranno i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, a cui faranno seguito i Giochi Paralimpici. Rivolgo i miei auguri agli organizzatori e a tutti gli atleti. Queste grandi manifestazioni sportive costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza in un mondo in pace. E’ questo anche il senso della tregua olimpica, antichissima usanza che accompagna lo svolgimento dei Giochi. Auspico che quanti hanno a cuore la pace tra i popoli, e sono posti in autorità, sappiano compiere in questa occasione gesti concreti di distensione e di dialogo”.

Quarta domenica del Tempo ordinario: la risposta delle Beatitudini ai nostri interrogativi

Nel nostro linguaggio attuale beato è chi sta bene, chi non ha problemi, chi vive una vita soddisfacente sotto tutti i punti di vista; è beata una persona a cui non manca niente: soldi, fortuna, una bella famiglia, una bella macchina… Ebbene, siamo fuori strada, perché queste beatitudini che Gesù proclama sembrerebbero in dissonanza con i suoi perché (ad esempio ‘Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli’). I perché di Gesù ci sconvolgono, e viviamo uno scollamento notevole tra la beatitudine e il suo perché. Per rispondere a questa a questa difficoltà possiamo usare la regola delle 5 W (iniziali di Who, What, Where, When, Why), considerata la regola principale dello stile giornalistico anglosassone.

E’ beato chiunque ascolta o legge quelle parole di Gesù. Nello specifico i beati siamo noi, sei tu. Non delegare la beatitudine ai santi in paradiso. La Parola di Dio è tale quando viene proclamata e ascoltata, quando viene vissuta e assimilata. Solo allora quella Parola realizza ciò che dice. Le beatitudini sono questa realizzazione nella mia vita: beato sono io perché quella parola mi ha raggiunto e mi dà la possibilità di vivere quella promessa: ho davanti a me una strada da percorrere, non un muro ma una strada, non un muro ma un ponte

La risposta a questa domanda risiede nel dimostrare a me stesso che la Parola di Dio non è una favoletta, ma bensì la possibilità di vivere oggi la realtà e la vita stessa di Dio, il quale, pur essendo pienamente beato (chi più di Lui), si è reso maledetto: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno” (Gal 3,13). Dio si è fatto maledetto perché noi potessimo essere beati.

La Parola di Dio è come un pane appena sfornato, sempre fresco, non ha data di scadenza e non si esaurisce mai, come una sorgente che ha sempre acqua fresca e buona. Il ‘quando’ delle beatitudini è quando fai fatica, quando non capisci il senso, quando tutto ti si rivolta contro, il quando di queste beatitudini è la pandemia che stiamo attraversando: siamo beati perché anche in mezzo a una pandemia ci viene tracciata davanti una strada da percorrere: una strada in salita, faticosissima e a tratti impraticabile… eppure davanti a noi c’è una strada tutta da percorrere.

Il luogo in cui tu vivi adesso. Il luogo può essere anche un luogo spirituale e concettuale: il luogo del dolore, della fatica, il luogo della tua vita che non accetti, il momento peggiore di tutta la tua vita. In quel luogo sei chiamato a vivere la beatitudine. Quel luogo custodisce il seme di una vita nuova.

Questa è la domanda più difficile: perché sono beato? A questa domanda risponde la strada che hai davanti: sono beato perché anche in mezzo alle difficoltà, Dio rimane il Padre presente e operante, Colui che è al mio fianco di giorno e di notte, tutti i giorni della mia vita. Il perché è una domanda che diventa anche risposta: sono beato perché Dio ha cura di me, mi prende per mano e quella strada non è un imperativo a cui sottomettersi ma diventa il luogo della presenza di Dio, espressione concreta della sua compagnia.

Alle 5 W è stata aggiunta una H, How (Come), per descrivere anche lo svolgimento dell’evento. Come posso essere beato? Qui inciampiamo tutti i giorni, perché spesso vediamo la proposta di Gesù come qualcosa che tarpa le nostre ali e che blocca la nostra vita, e quindi a questa domanda rispondiamo che essere beati è impossibile. Ti do una bella notizia: anche Maria ha risposto più o meno così all’arcangelo Gabriele quando annuncia l’incarnazione del Verbo, ha chiesto il ‘come’. La risposta data a Maria ci torna molto utile: ‘Nulla è impossibile a Dio’ (Lc 1,37). In questa cornice dell’impossibilità facciamo entrare Dio, il Dio dell’impossibile.

La beatitudine non è il traguardo ma il punto di partenza, è il contratto stipulato tra me e Dio. Ogni beatitudine è una clausola di questo contratto; Dio si impegna a osservare con me. In ogni mia difficoltà c’è il seme della beatitudine, una beatitudine alla quale sono chiamato a tendere come hanno fatto tutti i santi, che hanno firmato questo contratto e gli sono rimasti fedeli.

(Tratto dal sito)

Papa Leone XIV: l’educazione illumini la vita

“Sorelle e fratelli, il mistero della comunione dei santi, che oggi respiriamo ‘a pieni polmoni’, ci ricorda qual è il destino finale dell’umanità: una grande festa in cui si gioisce insieme dell’amore di Dio, presente tutto in tutti, riconoscendo e ammirando la bellezza multiforme dei volti, tutti diversi e tutti somiglianti al Volto di Cristo. Mentre pregustiamo questa realtà futura, sentiamo ancora più forte e doloroso il contrasto con i drammi che la famiglia umana sta soffrendo a causa delle ingiustizie e delle guerre. E tanto più impellente sentiamo il dovere di essere costruttori di fraternità. Affidiamo la nostra preghiera e il nostro impegno all’intercessione della Vergine Maria e di tutti i Santi!”: al termine della recita dell’Angelus,dopo la celebrazione eucaristica in cui è stato proclamato Dottore della Chiesa san John Henry Newman, papa Leone XIV ha ringraziato la delegazione ufficiale della Chiesa d’Inghilterra per la presenza.

Infatti nell’omelia della celebrazione eucaristica per il giubileo del mondo educativo il papa ha indicato l’eredità culturale e spirituale del nuovo dottore della Chiesa: “In questa Solennità di Tutti i Santi, è una grande gioia inscrivere san John Henry Newman fra i Dottori della Chiesa e, al tempo stesso, in occasione del Giubileo del Mondo Educativo, nominarlo co-patrono, insieme a san Tommaso d’Aquino, di tutti i soggetti che partecipano al processo educativo. L’imponente statura culturale e spirituale di Newman servirà d’ispirazione a nuove generazioni dal cuore assetato d’infinito, disponibili per realizzare, tramite la ricerca e la conoscenza, quel viaggio che, come dicevano gli antichi, ci fa passare per aspera ad astra, cioè attraverso le difficoltà fino alle stelle”.

Per questo ha indicato loro le Beatitudini: “Questo è anche il senso del Vangelo delle Beatitudini oggi proclamato. Le Beatitudini portano in sé una nuova interpretazione della realtà. Sono il cammino e il messaggio di Gesù educatore. A una prima impressione, pare impossibile dichiarare beati i poveri, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i perseguitati o gli operatori di pace. Ma quello che sembra inconcepibile nella grammatica del mondo, si riempie di senso e di luce nella vicinanza del Regno di Dio”.

Sono i santi che indicano la strada verso il Regno di Dio: “ Nei santi noi vediamo questo regno approssimarsi e rendersi attuale fra noi. San Matteo, giustamente, presenta le Beatitudini come un insegnamento, raffigurando Gesù come Maestro che trasmette una visione nuova delle cose e la cui prospettiva coincide col suo cammino. Le Beatitudini, però, non sono un insegnamento in più: sono l’insegnamento per eccellenza.

Allo stesso modo, il Signore Gesù non è uno dei tanti maestri, è il Maestro per eccellenza. Di più, è l’Educatore per eccellenza. Noi, suoi discepoli, siamo alla sua scuola, imparando a scoprire nella sua vita, cioè nella via da Lui percorsa, un orizzonte di senso capace d’illuminare tutte le forme di conoscenza. Possano le nostre scuole e università essere sempre luoghi di ascolto e di pratica del Vangelo!”

Insomma è stato un invito a non scoraggiarsi: “Le sfide attuali, a volte, possono sembrare superiori alle nostre possibilità, ma non è così. Non permettiamo al pessimismo di sconfiggerci! Ricordo quanto ha sottolineato il mio amato predecessore, papa Francesco, nel suo  discorso alla Prima Assemblea Plenaria del Dicastero per la Cultura e l’Educazione: che cioè dobbiamo lavorare insieme per liberare l’umanità dall’oscurità del nichilismo che la circonda, che è forse la malattia più pericolosa della cultura contemporanea, poiché minaccia di ‘cancellare’ la speranza. Il riferimento all’oscurità che ci circonda ci richiama uno dei testi più noti di san John Henry, l’inno Lead, kindly light (‘Guidami, luce gentile’). In quella bellissima preghiera, ci accorgiamo di essere lontani da casa, di avere i piedi vacillanti, di non riuscire a decifrare con chiarezza l’orizzonte”.

Ma ciò è compito dell’educazione: “E’ compito dell’educazione offrire questa Luce Gentile a coloro che altrimenti potrebbero rimanere imprigionati dalle ombre particolarmente insidiose del pessimismo e della paura. Per questo vorrei dirvi: disarmiamo le false ragioni della rassegnazione e dell’impotenza, e facciamo circolare nel mondo contemporaneo le grandi ragioni della speranza. Contempliamo e indichiamo costellazioni che trasmettano luce e orientamento in questo presente oscurato da tante ingiustizie e incertezze. Perciò vi incoraggio a fare delle scuole, delle università e di ogni realtà educativa, anche informale e di strada, come le soglie di una civiltà di dialogo e di pace”.

Infine, riprendendo un pensiero di san Newman, il papa ha ribadito che l’educazione illumina la vita delle persone:  “La vita si illumina non perché siamo ricchi o belli o potenti. Si illumina quando uno scopre dentro di sé questa verità: sono chiamato da Dio, ho una vocazione, ho una missione, la mia vita serve a qualcosa più grande di me stesso! Ogni singola creatura ha un ruolo da svolgere. Il contributo che ciascuno ha da offrire è di valore unico, e il compito delle comunità educative è quello di incoraggiare e valorizzare tale contributo.

Non dimentichiamolo: al centro dei percorsi educativi devono esserci non individui astratti, ma le persone in carne ed ossa, specialmente coloro che sembrano non rendere, secondo i parametri di un’economia che esclude e uccide. Siamo chiamati a formare persone, perché brillino come stelle nella loro piena dignità”.

(Foto: Santa Sede)

Da Torino una lettera di tre sacerdoti  per raccontare una periferia ‘visibile’

In una lettera-appello, i parroci don Andrea Bisacchi, don Marco Vitale e don Alessandro Rossi, della Fraternità del Sermig, si rivolgono ai  giornali per offrire una prospettiva diversa sui quartieri torinesi di Barriera di Milano e Porta Palazzo.

“Gentile Direttore, siamo don Andrea Bisacchi, don Marco Vitale e don Alessandro Rossi della Fraternità del Sermig, parroci nelle parrocchie Maria Regina della Pace e San Gioacchino, quartieri Barriera di Milano e Porta Palazzo. Le scriviamo perché la violenza dei fatti di cronaca che interessano i nostri quartieri spaventa la gente: la situazione sta peggiorando (molto, troppo velocemente) eppure noi siamo convinti che, anche attraverso il suo giornale, Torino possa trovare il modo di ragionare su questi quartieri non solo in termini di paura, ma di percorsi possibili e molto concreti per una convivenza pacifica. Esistono spiragli di speranza che noi parroci, senza negare le grandi difficoltà, stiamo toccando con mano.

Negli ultimi mesi la morte violenta ha segnato due volte le strade di Barriera e Aurora. Il 2 maggio ha perso la vita Mahmood, 19 anni, a un centinaio di metri dalla parrocchia Maria Regina della Pace. Il 30 luglio a fianco alla parrocchia San Gioacchino è morto Courage di 30 anni, padre di una bambina di 3 anni. Ci siamo accorti subito che queste vicende riguardano vite ‘invisibili’.

Nelle ore successive abbiamo provato ad ascoltare la gente. Qualcuno chiudeva il discorso pensando che se la sono cercata. Qualcun altro pensa che, finché succede ‘tra di loro’, non ci riguarda. Altri ne approfittano per dare sfogo alla propria paura e per accusare le istituzioni di non fare abbastanza. E intanto le vite perdute restano invisibili.

Abbiamo provato a camminare nelle strade: la prima impressione è stata di vuoto. Nei luoghi della morte ci ha colpito il silenzio, negozi e bar chiusi, passanti che abbassavano la voce e passavano oltre con rispetto. Poco più in là continuava a vivere la città di sempre, con le sue contraddizioni.

Nei giorni successivi abbiamo organizzato due veglie di preghiera per ricordare chi ha perso la vita e per cercare di dare una risposta diversa alla paura che tutti sentiamo crescere in noi e attorno a noi. Contro ogni aspettativa sono stati incontri molto partecipati, centinaia di persone molto diverse tra loro: cristiani e musulmani, credenti e non credenti, parrocchiani, comitati di quartiere, associazioni, italiani e stranieri, amici e parenti dei giovani che hanno perso la vita ma anche tanta, tanta gente che non li conosceva. Ci è sembrato un segnale importante: sconosciuti che si incontravano per un dolore che chiede di non rimanere invisibile, chiede un gesto di bene, chiede di vincere l’indifferenza.

Nella preghiera ci siamo fatti guidare dalle Beatitudini e dal Vangelo che esorta a ricambiare il male con il bene. Era presente tutta la comunità cristiana di Barriera e Aurora: i Salesiani, il Cottolengo e le suore di San Gaetano; gli altri sacerdoti dell’Unità pastorale; le persone che ogni giorno fanno della strada la loro chiesa, come fra Luca Minuto, suor Paola Pignatelli e suor Julieta Esperanca; tanti parrocchiani, i ragazzi dell’Oratorio, Ernesto Olivero e la Fraternità del Sermig con tanti giovani.

Ecco, in quei momenti abbiamo visto le vite invisibili diventare ‘visibili’ in piccoli gesti di bene. Abbiamo respirato l’aria di una Chiesa dai confini sfumati, che può aiutare a costruire ponti e ad accogliere tutti, ognuno nella sua diversità. La preghiera è diventata occasione per respirare questa accoglienza e per piangere insieme, condividere la paura e non sentirsi soli. Guardavamo la folla, uomini e donne che camminavano su una strada di luce, fatta di solidarietà e condivisione.

Gentile Direttore, i problemi sono sotto gli occhi di tutti, ma Barriera e Aurora non sono solo problemi. La ringraziamo se potrà dare spazio anche ad una narrazione diversa di questi luoghi, perché vicino al buio noi abbiamo visto tanta luce, ed è proprio questa luce che ogni giorno ci spinge a vivere e ad amare questo territorio”.

(Foto: La Voce e il Tempo)

Tra la gente dell’Azione Cattolica per la Canonizzazione di Piergiorgio Frassati

“Buongiorno a tutti! Buona domenica e benvenuti! Grazie! Fratelli e sorelle, oggi è una festa bellissima per tutta l’Italia, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo! E prima di cominciare la solenne celebrazione della Canonizzazione, volevo dire un saluto e una parola a tutti voi, perché, se da una parte la celebrazione è molto solenne, è anche un giorno di molta gioia! E volevo salutare soprattutto tanti giovani, ragazzi, che sono venuti per questa santa Messa! Veramente una benedizione del Signore: trovarci insieme con tutti voi che siete venuti da diversi Paesi”: a queste parole di papa Leone XIV pronunciate prima della celebrazione eucaristica per la canonizzazione di Pier Giorgio Frassati e di Carlo Acutis gli 80.000 fedeli, un po’ ancora assonnati ed un po’ sorpresi, lo hanno accolto con un lungo e caloroso applauso.

Applauso che si è ripreso al termine della messa, mentre il papa sulla ‘papamobile’ passava a salutare i presenti ed ad accarezzare i bambini, che i genitori mettevano nelle braccia del papa per ricevere una benedizione, tra l’entusiasmo dei giovani che, urlando, continuavano a chiamarlo con gli stessi slogan usati un mese prima a Tor Vergata, come ha detto Giulio, proveniente dalla Sicilia: “E’ stato un momento bellissimo. Frassati ci insegna che la vita deve essere vissuta interamente e non a pezzi… Vivere e non vivacchiare”.

A poca distanza di metri dalle bandiere dell’Azione Cattolica uno striscione ha evidenziato una richiesta dei giovani: ‘Rendici Acuti (s) come Te’, tantoché Sara, da Milano, ha specificato: “La strada percorsa da Carlo Acutis è molto intricante per noi. Ci invita ad accostarci a Gesù con costanza ed a vivere con autenticità”.

Percorrendo via della Conciliazione trovo molti giovani che allegramente stanno esprimendo con canti e bans, propri dei ragazzi dell’Azione Cattolica, sentimenti di gioia per festeggiare un ‘tipo losco’, come dice Giorgio con accento romano: “Pier Giorgio non è il santo da figurina ingiallita, ma un ‘tipo losco’, nel quale rivedo me ed i miei amici: imperfetto, con le proprie incoerenze, ma così capace di far spazio a Dio”.

Però non solo giovani, ma anche genitori come Aldo da Perugia: “Sembrano ragazzi della porta accanto. Vedere santi così giovani mi ricorda che tutti, nel quotidiano,possiamo esserlo. Da papà, mi fa impressione che avessero 15 e 24 anni: nei loro occhi vedo i miei figli”.

Però la festa per san Pier Giorgio Frassati si era aperta il giorno precedente con il convegno alla Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) con il convegno ‘Dentro la vita, dentro la storia’, a cui è seguita la veglia di preghiera nella basilica di san Giovanni Battista dei Fiorentini, presieduta da mons. Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana e dell’Università Cattolica ‘Sacro Cuore’ di Milano, che ha ripreso la definizione di san Giovanni Paolo II, ‘L’uomo delle otto beatitudini’: “Pier Giorgio Frassati parla ancora agli uomini e alle donne di questo tempo: l’amicizia, la carità, la gioia. Temi che non appartengono solo alla sua biografia, ma che attraversano anche il vissuto dei nostri giorni, segnati da conflitti, solitudini e diseguaglianze.

 La canonizzazione, ormai imminente, di Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati ci fa comprendere quanto tutto questo sia vero e come i santi siano i grandi compagni di viaggio di tutti coloro che affrontano il cammino della vita facendo proprio l’invito di san Paolo… Questo non significa che i santi rifuggano dalla vita terrena o siano estranei all’agone del vivere umano, tutt’altro. Sono esattamente coloro che vivendo in Cristo sanno trasformare l’ordinario in straordinario”.

Però tutte le sue attività non avrebbero avuto senso senza la preghiera: “Ma tutto questo sarebbe stato impossibile se non avesse vissuto in modo particolarmente intenso la prima delle beatitudini: ‘Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli’. La centralità della vita spirituale, l’assiduità nella preghiera, l’Eucaristia quotidiana e il Rosario, ci dicono quanto avesse interiorizzato la necessità di affidarsi totalmente al Signore e di volersi sempre più conformare a Lui”.

Il convegno pomeridiano era stato aperto dal presidente nazionale dell’Azione Cattolica, Giuseppe Notarstefano: “La canonizzazione di Pier Giorgio rappresenta un momento significativo per tutta l’Azione Cattolica Italiana e la sua figura è un esempio per generazioni di laici giovani ed adulti impegnati nella Chiesa e nel mondo. Per l’Ac è un momento di grazia e di gratitudine profonda. Al cuore della sua esistenza, attraverso esperienze di servizio ai poveri, di legami fraterni di amicizia, di impegno sociale e politico, c’è una profonda spiritualità che connette e tiene insieme tutto, cercando una sintesi che prende sempre una forma evangelica, gioiosa e appassionata”.

Mentre  il prefetto del Dicastero delle cause dei santi, card. Marcello Semeraro, ha tratteggiato i lineamenti di questo ‘alpinista dello spirito’: “I santi, come Pier Giorgio sono anzitutto donne e uomini di comunione. Di vere relazioni. Sono in comunione con Dio e con le cose sante di Dio, in comunione tra di loro, che sono stati conquistati da Cristo, ed in comunione con noi. Ci pare che questa consegna sia troppo importante per essere data per scontata. I santi, come Pier Giorgio, sono donne e uomini interi, che hanno preso seriamente in considerazione la propria umanità. Per questo continuano a parlare alle generazioni che li hanno seguiti”.

Roberto Falciola, vicepostulatore della causa di canonizzazione, ha ricordato come l’amicizia fosse per Frassati non solo un legame umano, ma un luogo privilegiato di evangelizzazione e sostegno reciproco e per questo aveva dato vita alla Compagnia dei ‘Tipi loschi’: “Fidandosi totalmente delle parole di Gesù, vede nel prossimo la presenza di Dio, si considera ‘povero come tutti i poveri’: si prodiga in parole e gesti di carità fraterna, sia da solo che nella forma organizzata delle Conferenze di San Vincenzo, per le strade di Torino, nei quartieri poveri, al Cottolengo. Nelle forti tensioni del primo dopoguerra è impegnato in un apostolato sociale, che lo vede presente anche nelle fabbriche”.

Insomma essere cristiani è possibile, solo se si vive con umorismo e serietà: “Il messaggio che la figura di Frassati diffonde nel mondo è che essere giovani cristiani non solo è possibile, ma che è anche il modo di vivere la propria età in pienezza e in totale armonia, godendone fino in fondo. Emerge da Pier Giorgio una santità adatta al nostro mondo ed al nostro tempo, avendo egli vissuto tutte le dimensioni che sono proprie della vita dei giovani di oggi ed attraversato con coraggio e lucidità un tempo difficile, duro e provocatorio, testimoniando la fede e seminando speranza”.

Inoltre Luca Liverani, giornalista di Avvenire, ha raccontato un ‘curioso’ episodio familiare del padre, mentre Rosanna Tabasso, presidente del Sermig, ha riflettuto sul desiderio di pace che lo animava, raccontando l’accoglienza offerta dal Sermig ai poveri. Infine Tatiana Giannone, rappresentante di Libera, ed Irene Ioffredo, rappresentante del Dicastero per lo Sviluppo umano e integrale, hanno ribadito come la sete di giustizia di Frassati resti attualissima.  

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV ai giornalisti: intraprendete una comunicazione di pace

“Buongiorno e grazie per questa bellissima accoglienza! Dicono che quando si applaude all’inizio non vale granché! Se alla fine sarete ancora svegli e vorrete ancora applaudire, grazie mille!”: ha esordito in inglese papa Leone XIV nell’udienza con gli operatori della comunicazione nell’Aula Paolo VI, esortando a ‘non cedere mai alla mediocrità’ ed a promuovere una comunicazione di ‘farci uscire dalla confusione di linguaggi senza amore’, ricevendo in dono una sciarpa in alpaca delle Ande peruviane ed una reliquia di papa Luciani.

Ringraziando i giornalisti per il loro lavoro papa Leone XIV ha proposto la beatitudine di Gesù nel ‘discorso della montagna’: “Nel ‘Discorso della montagna’ Gesù ha proclamato: ‘Beati gli operatori di pace’. Si tratta di una Beatitudine che ci sfida tutti e che vi riguarda da vicino, chiamando ciascuno all’impegno di portare avanti una comunicazione diversa, che non ricerca il consenso a tutti i costi, non si riveste di parole aggressive, non sposa il modello della competizione, non separa mai la ricerca della verità dall’amore con cui umilmente dobbiamo cercarla”.

Quindi è un chiaro segnale che la pace inizia attraverso un accurato utilizzo delle parole: “La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire ‘no’ alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra”.

Per questo subito ha chiesto la liberazione dei giornalisti, che rischiano la vita per raccontare la realtà: “Permettetemi allora di ribadire oggi la solidarietà della Chiesa ai giornalisti incarcerati per aver cercato di raccontare la verità, e con queste parole anche chiederne la liberazione di questi giornalisti incarcerati.

La Chiesa riconosce in questi testimoni (penso a coloro che raccontano la guerra anche a costo della vita) il coraggio di chi difende la dignità, la giustizia e il diritto dei popoli a essere informati, perché solo i popoli informati possono fare scelte libere. La sofferenza di questi giornalisti imprigionati interpella la coscienza delle Nazioni e della comunità internazionale, richiamando tutti noi a custodire il bene prezioso della libertà di espressione e di stampa”.

Il giornalismo è un servizio alla verità: “Voi siete stati a Roma in queste settimane per raccontare la Chiesa, la sua varietà e, insieme, la sua unità. Avete accompagnato i riti della Settimana Santa; avete poi raccontato il dolore per la morte di papa Francesco, avvenuta però nella luce della Pasqua. Quella stessa fede pasquale ci ha introdotti nello spirito del Conclave, che vi ha visti particolarmente impegnati in giornate faticose; e, anche in questa occasione, siete riusciti a narrare la bellezza dell’amore di Cristo che ci unisce tutti e ci fa essere un unico popolo, guidato dal Buon Pastore”.

Ma per raccontare la verità occorre non ‘cedere’ alla mediocrità, citando un discorso di sant’Agostino: “Viviamo tempi difficili da percorrere e da raccontare, che rappresentano una sfida per tutti noi e che non dobbiamo fuggire. Al contrario, essi chiedono a ciascuno, nei nostri diversi ruoli e servizi, di non cedere mai alla mediocrità. La Chiesa deve accettare la sfida del tempo e, allo stesso modo, non possono esistere una comunicazione e un giornalismo fuori dal tempo e dalla storia.

Come ci ricorda sant’Agostino, che diceva: ‘Viviamo bene e i tempi saranno buoni’. Noi siamo i tempi. Grazie, dunque, di quanto avete fatto per uscire dagli stereotipi e dai luoghi comuni, attraverso i quali leggiamo spesso la vita cristiana e la stessa vita della Chiesa. Grazie, perché siete riusciti a cogliere l’essenziale di quel che siamo, e a trasmetterlo con ogni mezzo al mondo intero”.

Papa Leone XIV ha invitato ad usare bene le parole: “Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla ‘torre di Babele’ in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi. Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante”.

Infatti anche la comunicazione crea cultura: “La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto. E guardando all’evoluzione tecnologica, questa missione diventa ancora più necessaria. Penso, in particolare, all’intelligenza artificiale col suo potenziale immenso, che richiede, però, responsabilità e discernimento per orientare gli strumenti al bene di tutti, così che possano produrre benefici per l’umanità. E questa responsabilità riguarda tutti, in proporzione all’età e ai ruoli sociali”.

Per questo ha ripreso le parole di papa Francesco a ‘disarmare le parole’, come ha scritto nel messaggio per la prossima giornata delle Comunicazioni Sociali: “Per questo ripeto a voi oggi l’invito fatto da papa Francesco nel suo ultimo messaggio per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività. Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce”.

Ed ha concluso il discorso invitando i giornalisti ad intraprendere una ‘comunicazione di pace’: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana. Voi siete in prima linea nel narrare i conflitti e le speranze di pace, le situazioni di ingiustizia e di povertà, e il lavoro silenzioso di tanti per un mondo migliore. Per questo vi chiedo di scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco: la Chiesa è un popolo in cammino

“La gioia cristiana non è mai esclusiva, ma sempre inclusiva, è per tutti. Si compie nelle pieghe della quotidianità e nella condivisione: è una gioia dai larghi orizzonti, che accompagna uno stile accogliente. E’ dono di Dio (ricordiamolo sempre); non è una facile allegria, non nasce da comode soluzioni ai problemi, non evita la croce, ma sgorga dalla certezza che il Signore non ci lascia mai soli. Ne ho fatto esperienza anch’io nel ricovero in ospedale, e ora in questo tempo di convalescenza. La gioia cristiana è affidamento a Dio in ogni situazione della vita”.

Con questo messaggio papa Francesco ha aperto la Seconda Assemblea sinodale in programma fino a giovedì 3 aprile presso l’Aula del Sinodo, alla presenza di 1.000 partecipanti con l’obiettivo dell’approvazione delle ‘Proposizioni’ attraverso l’armonia: “Lasciatevi guidare dall’armonia creativa che è generata dallo Spirito Santo. La Chiesa non è fatta di maggioranze o minoranze, ma del santo popolo fedele di Dio che cammina nella storia illuminato dalla Parola e dallo Spirito. Andate avanti con gioia e sapienza! Vi benedico. Per favore, continuate a pregare per me”.

Nella prolusione il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha ripreso il tema della gioia piena: “Sono parole che ci riportano al senso della nostra chiamata, che il Giubileo ci dona con larghezza, ci introducono in quella casa dove il Padre getta le braccia al collo e ci bacia, liberandoci dalla dannazione del mio perché in quella casa tutto ciò che è mio è tuo! E’ gioia che ci libera dalla tentazione del pessimismo, dal fatalismo che fa sperare solo dopo che abbiamo le risposte o garanzie sufficienti, scambiando questo come realismo, finendo lamentosi e fragili”.

E’ stato un invito ad un cammino insieme: “Solo camminando, abbiamo capito cosa significa sinodale, quanto sia una dimensione costitutiva e una forma indispensabile della Chiesa, scelta di pensarsi insieme, nella vita, nel cammino per la gioia che vogliamo raggiunga tutti. Oggi ci sentiamo di nuovo a casa, qui nella casa di Colui che presiede nella carità, il servo dei servi che ci ricorda che siamo qui solo per servizio e che ci guida con il suo magistero e con i suoi gesti, per amare e custodire l’unità della Chiesa nella comunione. Lo ringraziamo per l’attenzione paterna che sempre rivolge alle Chiese in Italia e Gli assicuriamo la nostra preghiera per la Sua salute. Si uniscono a noi i tanti compagni di strada che si sentono vicini a Lui”.

Questa seconda assemblea affronta il tema della profezia: “Dopo aver dedicato spazio a raccogliere suggestioni e a mettervi ordine, ci attendono scelte importanti, di stile ecclesiale e di merito. Sarebbe un tradimento dello spirito del Cammino sinodale pensare che tutto sia finalizzato a un mero cambio di strutture esterne. Tutti noi sappiamo che sono le persone a cambiare le strutture, e non viceversa. La vicenda stessa di Gesù e dei suoi discepoli ce lo insegna.

beatitudinii,Non ci sottrarremo certo alla responsabilità di cambiare le procedure, a livello diocesano, regionale e anche nazionale, se lo riterremo necessario: ma non perdiamo l’orizzonte spirituale entro cui ci muoviamo. La passione di comunicare la gioia e la speranza del Vangelo si unisce alla coscienza di non separare più la propria salvezza da quella altrui”.

Per questo Lucia Capuzzi, membro del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, ha tracciato il cammino compiuto in un mondo in crisi: “Con loro e fra loro abbiamo camminato, fedeli al mandato del Maestro che ci vuole discepoli missionari, testimoni attuali del Risorto. Ora su ciottoli, ora sul selciato, ora su chiazze d’asfalto, le nostre gambe hanno scoperto l’armonia di muoversi al ritmo dettato dal percorso. Senza salti o forzature”.

Quindi è stato uno sguardo rivolto all’orizzonte ed al ‘particolare’: “Lo scrutare l’orizzonte non ci ha distolto dall’osservare quanto ci circondava, lasciandoci incantare e sorprendere da particolari che, a volte, avevamo smesso di vedere. Ci siamo concessi, nel tragitto, di soffermarci per guardare ed essere guardati a partire da quanti erano meno visibili perché relegati, in vari modi, ai margini del tracciato. Confinati a cauta distanza per non intralciare, con la loro presenze, la sfilata dei camminatori più promettenti, addirittura alcuni erano abbandonati inermi fuori dal selciato”.

E’ questa la Chiesa di Gesù: “Una Chiesa discepola oltre che Maestra, capace di passione e compassione, che sa ascoltare la voce dello Spirito nelle grida degli ultimi, degli indifesi, degli scartati, i preferiti di Dio, perché difendendo loro si protegge l’intera famiglia umana. Una Chiesa determinata a un’opzione preferenziale per i poveri, nello stile delle Beatitudini e nel solco del Concilio, a servizio del sogno di Dio in atto nella storia e per questo impegnata contro ogni violazione delle dignità degli esseri umani e del Creato.

Una Chiesa capace di contrastare l’iniquità, di ricucire le relazioni rotte e i fili spezzati di un mondo in frantumi. Di farsi strumento di pace mentre infuria la guerra e si moltiplicano i fronti. Di tessere alleanze buone con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, di diverse appartenenze religiose e culturali, per farsi promotrice di fraternità. Per forgiare insieme alternative di vita umane e umanizzanti mentre la disumanità avanza”.

La giornata è stata chiusa dall’intervento di mons. Erio Castellucci, presidente del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, che ha sottolineato che la profezia richiede la sinodalità: “Papa Francesco ci sta offrendo fin dall’inizio del suo ministero una singolare testimonianza di unità tra carisma profetico e ministero istituzionale, rappresentando entrambe le dimensioni nella concreta forma del servizio petrino da lui scelta e vissuta. Così dimostra una volta di più che non ha senso la contrapposizione tra ministero e carisma, tra profezia e istituzione.

Certo, nella pratica l’istituzione rischia di fatto la sclerosi se non si imbeve di profezia e questa rischia di fatto l’anarchia se si sottrae alla comunione istituzionale. Ma di principio sono due dimensioni che si richiedono vicendevolmente. Nessuno di noi, quindi, deve temere che gli altri vogliano ridurre la profezia o, al contrario, scardinare l’istituzione. La Chiesa nella sua interezza, come Popolo di Dio pellegrino nella storia, incarna entrambe le dimensioni”.

Ed ha concluso l’intervento con il motto del Giubileo: “Papa Francesco ha scelto questo motto per l’attuale Giubileo, ‘pellegrini di speranza’, in una fase di riscoperta della sinodalità ecclesiale. Non ha scelto, ad esempio, ‘fari di speranza’, come se noi, già arrivati alla meta, fossimo semplicemente chiamati a irradiare sugli altri le ragioni della nostra speranza. No: ci ha collocati una volta di più sul tragitto, in cammino con tutti gli altri: non però come vagabondi o fuggiaschi, come se non avessimo nulla da dire e da dare, ma appunto come ‘pellegrini’, che si affiancano a tutti, testimoniando la fatica di camminare verso la meta”.

Papa Francesco al mondo artistico: raccontate la bellezza del Vangelo

“Oggi in Vaticano è stata celebrata l’Eucaristia dedicata in particolare agli artisti venuti da varie parti del mondo per vivere le Giornate giubilari. Ringrazio il Dicastero per la Cultura e l’Educazione per la preparazione di questo appuntamento, che ci ricorda l’importanza dell’arte come linguaggio universale che diffonde la bellezza e unisce i popoli, contribuendo a portare armonia nel mondo e a far tacere ogni grido di guerra. Oggi in Vaticano è stata celebrata l’Eucaristia dedicata in particolare agli artisti venuti da varie parti del mondo per vivere le Giornate giubilari.”: oggi è stato letto il testo preparato da papa Francesco, che di consueto viene detto prima della recita dell’Angelus, in occasione del Giubileo degli artisti, a cui non ha potuto partecipare a causa di una bronchite, per cui è stato ricoverato al Policlinico Gemelli.

Però nel breve testo ha ringraziato i fedeli ed ha invitato a pregare per la pace: “Ringrazio il Dicastero per la Cultura e l’Educazione per la preparazione di questo appuntamento, che ci ricorda l’importanza dell’arte come linguaggio universale che diffonde la bellezza e unisce i popoli, contribuendo a portare armonia nel mondo e a far tacere ogni grido di guerra”.

Mentre nell’omelia per la celebrazione eucaristica de Giubileo degli Artisti, letta dal card. Josè Tolentino de Mendonça, il papa ha riflettuto sul loro ruolo di ‘custodi della bellezza’, capaci di ‘chinarsi sulle ferite del mondo’, come è scritto nel brano evangelico odierno: “Nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, Gesù proclama le Beatitudini davanti ai suoi discepoli e a una moltitudine di gente. Le abbiamo ascoltate tante volte eppure non cessano di stupirci…

Queste parole ribaltano la logica del mondo e ci invitano a guardare la realtà con occhi nuovi, con lo sguardo di Dio, che vede oltre le apparenze e riconosce la bellezza, persino nella fragilità e nella sofferenza… Il contrasto tra ‘beati voi’ e ‘guai a voi’ ci richiama all’importanza di discernere dove riponiamo la nostra sicurezza”.

Rivolgendosi direttamente agli artisti li ha invitati a ‘trasformare il dolore in speranza’ “Voi, artisti e persone di cultura, siete chiamati a essere testimoni della visione rivoluzionaria delle Beatitudini. La vostra missione è non solo di creare bellezza, ma di rivelare la verità, la bontà e la bellezza nascoste nelle pieghe della storia, di dare voce a chi non ha voce, di trasformare il dolore in speranza”.

Il loro compito consiste di ‘aiutare l’umanità’: “Viviamo un tempo di crisi complessa, che è economica e sociale e, prima di tutto, è crisi dell’anima, crisi di significato. Ci poniamo la questione del tempo e quella della rotta. Siamo pellegrini o erranti? Camminiamo con una meta o siamo dispersi nel vagare? L’artista è colui o colei che ha il compito di aiutare l’umanità a non perdere la direzione, a non smarrire l’orizzonte della speranza”.

In questo compito l’arte diventa un incontro: “Ma attenzione: non una speranza facile, superficiale, disincarnata. No! La vera speranza si intreccia con il dramma dell’esistenza umana. Non è un rifugio comodo, ma un fuoco che brucia e illumina, come la Parola di Dio. Per questo l’arte autentica è sempre un incontro con il mistero, con la bellezza che ci supera, con il dolore che ci interroga, con la verità che ci chiama. Altrimenti, ‘guai’! Il Signore è severo nel suo appello”.

Infatti la missione dell’artista consiste nel raccontare la ‘grandezza’ di Dio: “Questa è la missione dell’artista: scoprire e rivelare quella grandezza nascosta, farla percepire ai nostri occhi e ai nostri cuori… L’artista è sensibile a queste risonanze e, con la sua opera, compie un discernimento e aiuta gli altri a discernere tra i differenti echi delle vicende di questo mondo.

E gli uomini e le donne di cultura sono chiamati a valutare questi echi, a spiegarceli e a illuminare la strada su cui ci conducono: se sono canti di sirene che seducono oppure richiami della nostra umanità più vera. Vi è chiesta una sapienza per distinguere ciò che è come ‘pula che il vento disperde’ da ciò che è solido ‘come albero piantato lungo corsi d’acqua’ ed è capace di dare frutto”.

In questo senso gli artisti sono i ‘custodi’ della bellezza: “Cari artisti, vedo in voi dei custodi della bellezza che sa chinarsi sulle ferite del mondo, che sa ascoltare il grido dei poveri, dei sofferenti, dei feriti, dei carcerati, dei perseguitati, dei rifugiati. Vedo in voi dei custodi delle Beatitudini! Viviamo in un’epoca in cui nuovi muri si alzano, in cui le differenze diventano pretesto per la divisione anziché occasione di arricchimento reciproco. Ma voi, uomini e donne di cultura, siete chiamati a costruire ponti, a creare spazi di incontro e dialogo, a illuminare le menti e a scaldare i cuori”.

Per questo ha sottolineato che l’arte è necessaria per il mondo: “L’arte non è un lusso, ma una necessità dello spirito. Non è fuga, ma responsabilità, invito all’azione, richiamo, grido. Educare alla bellezza significa educare alla speranza. E la speranza non è mai scissa dal dramma dell’esistenza: attraversa la lotta quotidiana, le fatiche del vivere, le sfide di questo nostro tempo”.

E’ stato un invito agli artisti a partecipare alla ‘rivoluzione’ delle Beatitudini: “Nel Vangelo che abbiamo ascoltato oggi, Gesù proclama beati i poveri, gli afflitti, i miti, i perseguitati. È una logica capovolta, una rivoluzione della prospettiva. L’arte è chiamata a partecipare a questa rivoluzione. Il mondo ha bisogno di artisti profetici, di intellettuali coraggiosi, di creatori di cultura”.

Quest’omelia letta si è conclusa con l’appello ad annunciare ‘un mondo nuovo’: “Lasciatevi guidare dal Vangelo delle Beatitudini, e la vostra arte sia annuncio di un mondo nuovo. La vostra poesia ce lo faccia vedere! Non smettete mai di cercare, di interrogare, di rischiare. Perché la vera arte non è mai comoda, offre la pace dell’inquietudine. E ricordate: la speranza non è un’illusione; la bellezza non è un’utopia; il vostro dono non è un caso, è una chiamata. Rispondete con generosità, con passione, con amore”.

(Foto: Santa Sede)

Sesta domenica Tempo Ordinario: Beato chi confida nel Signore!

“Maledetto l’uomo che confida nell’uomo!… beato l’uomo che  confida nel Signore” così scrive il profeta Geremia. La nostra fede ha base granitica perché fondata su Cristo risorto: Cristo, vero Dio e vero uomo; Cristo maestro e guida sicura. Il brano del vangelo ascoltato presenta una contrapposizione: quattro beatitudini e, subito dopo, quattro ammonimenti: ‘guai a voi…’. Gesù dichiara beati i poveri, gli affamati, gli afflitti, i perseguitati, mentre ammonisci i ricchi, i sazi, quelli che ridono e godono.

Le beatitudini proclamate da Gesù non sono un elenco di situazioni di debolezza o di fallimento, né la promessa di un ribaltamento della situazione precedente. Le beatitudini ci parlano di una battaglia della mente e del cuore; una battaglia che il cristiano è chiamato a combattere ogni giorno.  E’ l’esperienza della nostra debolezza, la sofferenza della vita di fronte a difficoltà che sembrano insopportabili; è certo una esperienza  dolorosa ma  che non può spaventare l’uomo che pone la sua fiducia nel Signore (cfr. Ger. 17, 7-8).

Le beatitudini rappresentano il programma completo della vita cristiana; ci insegnano a mostrare misericordia, a conservare la purezza di spirito, ad amarci l’un l’altro, ad essere operatori di pace: ama il prossimo tuo come te stesso perchè è tuo fratello con pari dignità. Da qui: ‘Beati i poveri di spirito!’ Essere poveri sulle orme di Cristo Gesù significa puntare sulla fiducia in Dio e riconoscere che in noi non c’è nulla che non abbiamo ricevuto. L’anima non può e non deve essere legata ai beni terreni ma distaccata nella piena convinzione che i beni terreni sono mezzi e non fine della vita.

La vera ricchezza è la dignità della persona umana verso la quale bisogna avere il massimo rispetto. Da qui anche le altre beatitudini come consolare gli afflitti, avere fame e sete di giustizia. La ricchezza che Gesù denuncia è quella che porta ad una forma di autosufficienza; uscire da questa trappola illusoria è la via regia che porta alla vera beatitudine. E’ una vera maledizione cercare nella propria realtà  la soluzione e la sicurezza. Le beatitudini ci richiamano a quella fortezza di sè che ci pone a servizio dell’uomo e al trionfo del bene sul male.

Questa è la via maestra che ci porta al regno di Dio, dove Dio tergerà ogni lacrima dagli occhi che piangono perchè possa trionfare l’amore, che è servizio. Da 0qui le parole di Gesù: “rallegratevi ed esultate perchè grande è la ricompensa nei cieli (Mt. 5, 12). Quello del Vangelo è un messaggio nuovo già adombrato da Geremia: ‘Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno, benedetto l’uomo che confida nel Signore’.

L’uomo chiuso nel gretto egoismo della sua umanità sperimenta solo il suo individualismo esagerato dove contano solo le ricchezze, il piacere, la gloria. E’ proprio questo individualismo materialista ed ateo ci riporta all’origine della vita, ai nostri progenitori che, appena conobbero il bene e il male, pensarono solo di potere fare a meno di Dio e scoprirono solo di essere ‘nudi’,  di avere perduto tutto, specie l’amore di Dio. Con il discorso delle beatitudini Gesù apre gli occhi: siamo chiamati alla felicità, ad essere beati, ma diventiamo tali nella misura in cui ci mettiamo dalla parte di Dio, dalla parte di ciò che non è effimero e passeggero; siamo felici se ci riconosciamo bisognosi di Dio: ‘Signore, ho bisogno di te!’

Non cercare mai la felicità, come evidenzia papa Francesco, tra i venditori di fumo, professionisti dell’illusione. Apriamo gli occhi sui valori dello spirito, sulla parola di Dio che ci scuote,  ci sazia, ci dà gioia e dignità. Pratica le beatitudini e sarai vero discepolo di Gesù. La Madonna, madre di Cristo Gesù e madre della Chiesa, ci aiuti a vivere il messaggio del Vangelo con le opere e la testimonianza della vita.p

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