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I cattolici in dialogo con gli ebrei nel ricordo dell’Alleanza
“E’ meraviglioso ricordare, soprattutto in questi tempi, che come cristiani e come ebrei siamo dentro la medesima benedizione. Un cammino diverso, ma radicati nella stessa benedizione. Abramo parte, lascia la sua terra, cammina verso un paese che non conosce. Avanza trepidante verso una terra straniera, cammina incerto verso un futuro sconosciuto, affronta i pericoli e le crisi del viaggio. Ma è fondato su una certezza: la benedizione di Dio. E’ così avviene nella storia per tutti i suoi discendenti: ebrei, cristiani, musulmani. Diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto. Eppure raccolti dentro la stessa benedizione. Tale benedizione esprime una relazione di Alleanza”.
Così si legge nel messaggio dei vescovi in occasione della 37ª Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei, svoltasi sabato 17 gennaio, con un titolo preso dal libro del Genesi: ‘Uniti nella stessa benedizione. In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’, ricordando il 60^ anniversario della dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’ sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane. Tema che è stata occasione per la ripresa di un dialogo, come ha ricordato il presidente dell’Assemblea Rabbinica d’Italia, Rav Alfonso Arbib:
“Si tratta dunque di un passo che ci parla del compito di portata universale che il Signore affida ad Abramo ed al popolo che da questi sarebbe disceso; la scelta di questo testo riveste una particolare importanza nel momento in cui ci impegniamo a riprendere un percorso di dialogo che ha molto risentito di momenti di incomprensione e di profonde divergenze riguardo i travagliati tempi che stiamo vivendo. Il dialogo richiede innanzitutto che le parti chiariscano reciprocamente la propria identità che desiderano essere conosciuta e compresa, ovviamente nel rispetto delle rispettive posizioni di pensiero e di fede”.
Tema, quello della benedizione, importante, che ha meritato un approfondimento con Beatrice Urbani, responsabile dell’Ufficio ‘Ecumenismo e Dialogo interreligioso’ della diocesi di Gubbio: per quale motivo cattolici ed ebrei sono uniti nella stessa benedizione?
“Questa espressione si riferisce al profondo legame teologico e storico che intercorre tra cattolici ed ebrei fondato basa sull’Alleanza e sulla vocazione di Abramo, Alleanza di Dio con il popolo Ebraico, che secondo la teologia cattolica contemporanea, confermata dal Concilio Vaticano II, non è mai stata revocata. Abramo è il padre nella fede di entrambe le tradizioni che attingono dalla fonte originaria che è la benedizione sacerdotale che Dio rivolse ad Abramo (Numeri 6, 24-26): ‘Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace’. Nell’Ebraismo questa benedizione si chiama ‘Birkat Kohanim’, recitata ancora oggi nelle sinagoghe e nelle case (specialmente il venerdì sera dai genitori sui figli)”.
Quale è il significato di benedizione per ebrei e cattolici?
“Sebbene la parola ‘benedizione’ sia comune, il suo significato profondo ha sfumature diverse che si radicano nelle rispettive radici linguistiche e teologiche. Nella tradizione ebraica la benedizione si chiama ‘Berakhah’ ed il suo significato è legato ai concetti di ‘ginocchio’ e ‘sorgente’: ginocchio perché benedire Dio significa simbolicamente ‘piegare le ginocchia’ davanti a Lui, come atto di riconoscimento della Sua sovranità; sorgente o piscina perché la benedizione è vista come un’acqua che scorre, una sorgente che irriga il mondo.
Benedire non è un atto astratto, ma un modo per invocare la presenza divina nella vita quotidiana, nel cibo, nel cominciare la giornata, nel vivere i vari gesti della vita. E’ un gesto legato al corpo, allo stare in piedi o all’inchinarsi. La ‘benedictio’ cattolica è dire bene, è un atto di lode, la proclamazione della bontà di Dio e del creato. È legata alla croce e alla figura di Cristo, segno che ci prepara a ricevere la grazia e ci santifica nei vari momenti della vita. E’ un atto di lode ed un’invocazione di protezione”.
Quindi quanto è importante studiare la Sacra Scrittura per una migliore conoscenza tra le due religioni?
“E’ imprescindibile, poiché senza le scritture ebraiche l’identità cristiana non troverebbe più le sue radici. La Pontificia commissione biblica nel 2001 ha pubblicato un documento in cui leggiamo: ‘Senza l’Antico Testamento, il Nuovo Testamento sarebbe un libro indecifrabile, una pianta privata delle sue radici e destinata a seccarsi’, il che ci aiuta a comprendere come nello studio delle Scritture stia il cuore del dialogo”.
A 60 anni dalla pubblicazione della dichiarazione ‘Nostra Aetate’ in quale modo la Chiesa condanna l’antisemitismo?
“Se nel 1965 la dichiarazione ‘Nostra Aetate’ fu una rivoluzione epocale che apriva la porta al rispetto, oggi la Chiesa considera l’amicizia con gli ebrei non più come un’opzione, ma come parte integrante della propria identità. Condannare l’antisemitismo oggi significa per un cattolico difendere la propria storia e la fedeltà alla parola di Dio. Negli ultimi anni e in modo particolare nelle celebrazioni dello scorso anno la Chiesa ha fortemente ribadito la sua posizione rispetto all’antisemitismo al di là del piano politico e sociale, sostenendo che esso è ‘un peccato contro Dio’. Papa Francesco, e nel suo solco anche papa Leone XIV, hanno affermato che l’antisemitismo è una negazione delle radici cristiane”.
(Tratto da Aci Stampa)
Giorno della Memoria: è avvenuto, quindi può accadere di nuovo
“Oggi, Giornata della Memoria vorrei ricordare che la Chiesa rimane fedele alla posizione ferma della Dichiarazione Nostra Aetate contro tutte le forme di antisemitismo e respinge qualsiasi discriminazione o molestia per motivi etnici, di lingua, nazionalità o religione”: in occasione del Giorno della memoria, papa Leone XIV, con un post su X, ha ribadito la fedeltà alla posizione espressa nella dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’ e la condanna contro ogni discriminazione o molestia per motivi di lingua, nazionalità o religione, unendosi al pensiero dei precedenti papi, a partire da papa Pio XII che nel radio messaggio natalizio del 1942 denunciò che milioni di persone ‘solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte’.
La Giornata della Memoria è una ricorrenza internazionale, che si celebra il 27 gennaio di ogni anno come giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto, come designata dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, perché in quella data nel 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nell’operazione Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.
Nella commemorazione ufficiale il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha sottolineato la mostruosità dei campi di concentramento: “Ogni volta che ci accostiamo al tema della Giornata della Memoria, ogni volta che assistiamo alla rievocazione di quell’inferno sulla terra, ogni volta che sentiamo narrare le storie delle vittime e dei loro aguzzini, veniamo colti, nonostante i tanti decenni che ormai ci separano da quella tragica catena di mostruosità, da angoscioso sbigottimento”.
Tale mostruosità è frutto di una menzogna: “Una menzogna che si sviluppa lungo la storia e di cui la Shoah è stata la conseguenza più grave e mostruosa. La menzogna che vi possano essere disuguaglianze, graduatorie, classificazioni di superiorità e inferiorità, tra gli esseri umani. Che la vita, la dignità, i diritti, inviolabili e inalienabili, di ciascuno di essi possano essere posti in dubbio, negati, calpestati, nel turpe nome di una supremazia razziale o biologica”.
Una menzogna diffusasi attraverso una propaganda manipolatoria: “Ma la grande menzogna della Shoah, nata nel chiuso dei circoli fascisti e nazisti, nelle menti perverse di ideologi e di gerarchi, si diffuse e si sparse attraverso una infìda ma efficace campagna di propaganda e di manipolazione, che sfruttava l’antico pregiudizio antiebraico presente in larghi strati della popolazione europea.
Fu così che la pretesa inferiorità razziale, teorizzata, proclamata, insegnata e, infine, tradotta in legge, portò ineluttabilmente all’individuazione degli ebrei, una minoranza assai ridotta dal punto di vista numerico, come il pericolo per la sopravvivenza del popolo, della nazione”.
Però solo attraverso il ricordo si conserva la democrazia: “Far memoria della Shoah oggi, ricordare quegli orrori indicibili e le vittime innocenti, non è soltanto un dovere: significa rinnovare con forza il nostro patto civile che si fonda su fratellanza, rispetto, convivenza; significa ribadire con fermezza che non permetteremo mai più che indifferenza, paura, complicità possano aprire nuovamente le porte a quello o ad altro abisso”.
Mentre Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia, ha sottolineato il possibile pericolo d nuovi campi di concentramento secondo l’ammonimento di Primo Levi: “Invito tutte e tutti a ricordare ed a rammentare, a richiamare al cuore e alla mente, l’avvertimento ancora attuale di quella tragedia. Non un atto di memoria che guarda solo, e doverosamente, al passato. Anche un atto di memoria che, con le parole di Levi, si proietta sul nostro presente sollecitando quello che ciascuna e ciascuno di noi, a sua misura, può fare per contrastare le violazioni dei diritti umani.
Come fece Raphael Lemkin (1900-1959), avvocato ebreo polacco sopravvissuto alla Shoah, in cui invece trovarono la morte quarantanove dei suoi familiari. Consulente al processo di Norimberga, dedicò il resto della sua vita a definire il concetto di genocidio e a costruire attorno ad esso il consenso della comunità internazionale: se oggi disponiamo della Convenzione conto il genocidio, lo dobbiamo in gran parte a lui”.
Per la giornata di Dialogo tra cattolici ed ebrei Rav Abib sottolinea l’importanza del dialogo
Ha per titolo ‘In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra. Sessant’anni di Nostra Aetate’ il sussidio predisposto dall’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso per la 37ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si celebra oggi con l’obiettivo di offrire alle comunità cristiane (parrocchie, gruppi, associazioni, movimenti, comunità, istituti religiosi, circoli culturali, federazioni, scuole) degli strumenti per avviare e sostenere, nei differenti contesti, processi di dialogo con le realtà ebraiche e di riscoperta delle radici ebraiche della e nella fede cristiana.
Per questa giornata anche il presidente dell’Assemblea Rabbinica d’Italia, Rav Alfonso Arbib, ha sottolineato il valore del passo biblico scelto: “Il passo biblico scelto quest’anno come tema di riflessione per la Giornata del dialogo ebraico cristiano è parte delle parole che per la prima volta il Signore rivolge ad Abramo, un messaggio con un ampio sguardo aperto al futuro, nel quale D. ordina ad Abramo di lasciare la terra in cui viveva e la famiglia di origine per dirigersi verso la terra che gli avrebbe indicato, al tempo stesso gli promette di fare della sua discendenza una grande nazione destinata a recare benedizione a tutti gli uomini”.
Tale passo biblico è un’occasione per una ripresa del dialogo dopo momenti di incomprensioni: “Si tratta dunque di un passo che ci parla del compito di portata universale che il Signore affida ad Abramo ed al popolo che da questi sarebbe disceso; la scelta di questo testo riveste una particolare importanza nel momento in cui ci impegniamo a riprendere un percorso di dialogo che ha molto risentito di momenti di incomprensione e di profonde divergenze riguardo i travagliati tempi che stiamo vivendo. Il dialogo richiede innanzitutto che le parti chiariscano reciprocamente la propria identità che desiderano essere conosciuta e compresa, ovviamente nel rispetto delle rispettive posizioni di pensiero e di fede”.
Il messaggio biblico di questa Giornata non è isolato nel dialogo con la ‘stirpe di Abramo’: “Questo annuncio viene infatti nuovamente espresso dal Signore allo stesso patriarca Abramo in altre due circostanze: lo ritroviamo allorquando gli manifesta l’intenzione di punire le città malvagie, Sodoma e Gomorra, un passo in cui Abramo è chiamato dall’Eterno a rappresentare la massima sensibilità morale che deve animare la sua discendenza”.
Queste parole sono rivolto anche ad Isacco: “Il richiamo universale viene poi rivolto al secondo patriarca, Isacco, quando il Signore gli conferma la promessa di benedizioni già espressa ad Abramo, qui si evidenzia il fatto che nella stessa benefica ricaduta per tutti i popoli sarà compresa anche la promessa della terra”.
Ugualmente a Giacobbe: “Infine la stessa visione universale viene annunciata anche al terzo patriarca, Giacobbe, quando sta per iniziare il suo percorso lontano dalla casa paterna, un percorso che forse anticipa l’esperienza di dispersione del popolo ebraico… La riaffermazione, più volte ribadita dal testo sacro, dell’impegno che la stirpe di Abramo, il popolo ebraico, deve sviluppare con una prospettiva universale ci dice che si tratta di un punto fondamentale; si inserisce infatti, integrandola, nel contesto di un’identità che evidenzia invece un popolo distinto dagli altri, chiamato a un impegno morale esemplare, nell’adempimento di comandamenti particolari che devono santificare tutta la vita e nel rapporto inscindibile con una terra che non è semplicemente una sede nazionale ma, al contrario, si prospetta pienamente come parte essenziale della missione che D. affida ai figli d’Israele”.
Quindi la benedizione è un bene: “Attraverso questi richiami, come del resto molti altri nella Bibbia, si evidenzia l’idea, che è sempre bene ribadire, che D. sceglie un popolo e una terra per farne strumenti di bene per il mondo intero, per mezzo loro la benedizione deve infine giungere a tutte le genti. Un compito così impegnativo per il quale il popolo ebraico è posto costantemente sotto il monito e il giudizio dell’Eterno, come testimoniano tante pagine della Torà e le parole dei Profeti biblici; le une e le altre hanno sviluppato nel popolo ebraico una sincera capacità di autocritica che opera in maniera profonda e incisiva anche a prescindere dalle critiche che pervengono dall’esterno”.
Quindi una miglior conoscenza della propria identità aiuta a riprendere il dialogo: “La migliore conoscenza delle nostre identità, in cui ci è utile, per alcuni aspetti importanti, il passo biblico proposto alla riflessione, può aiutarci a riprendere il dialogo con maggiore chiarezza e con più ampia fiducia, affrontando nelle forme e nelle sedi opportune i temi su cui si sono registrate le sensibilità più discrepanti, particolarmente legate al tragico conflitto in Israele e a Gaza. In termini generali consideriamo importante prendere atto che si condividono alcuni problemi di grave e urgente attualità”.
E’ un invito a contrastare l’antisemitismo: “Riteniamo che l’impegno contro l’antisemitismo, in crescita esponenziale per numero e gravità degli eventi, non sia solo interesse delle comunità ebraiche, si tratta di contrastare elementi distruttivi che corrodono le basi etiche della società e inoculano pensieri distorti che confondono le coscienze. Anche la delegittimazione dello Stato d’Israele, cui sempre più spesso assistiamo, dovrebbe costituire una comune preoccupazione, si accompagna infatti a giudizi superficiali degli eventi in corso e soprattutto a una lettura parziale e distorta di fatti essenziali della storia, tutti elementi negativi che allontanano dalla ricerca obiettiva delle cause del conflitto e da possibili contributi alla ricerca della pace”.
Nella lettera Rav Alfonso Arbib ha evidenziato che compito delle fedi devono contribuire alla pace attraverso il dialogo: “Infine è opportuno ricordare che esistono molti temi che angosciano l’umanità su cui le religioni possono e in alcuni casi devono far sentire la propria voce; ci sono situazioni intollerabili di fame, miseria, malattie diffuse e mortalità infantile, ci sono interrogativi sullo sviluppo della civiltà compatibile con i limiti e le condizioni che la scienza ritiene indispensabili per la sopravvivenza del nostro pianeta, ci sono dubbi e incertezze sull’utilizzo delle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale. L’umanità ha bisogno di sentire dalle comunità religiose, dalle diverse esperienze di fede, parole concrete e responsabili per il futuro, anche attraverso voci diverse fra loro. Anche in questo modo la benedizione del Signore può diffondersi su tutti i popoli”.
I vescovi invitano al dialogo con gli ebrei nel ricordo dell’Alleanza
“E’ meraviglioso ricordare, soprattutto in questi tempi, che come cristiani e come ebrei siamo dentro la medesima benedizione. Un cammino diverso, ma radicati nella stessa benedizione. Abramo parte, lascia la sua terra, cammina verso un paese che non conosce. Avanza trepidante verso una terra straniera, cammina incerto verso un futuro sconosciuto, affronta i pericoli e le crisi del viaggio. Ma è fondato su una certezza: la benedizione di Dio. E’ così avviene nella storia per tutti i suoi discendenti: ebrei, cristiani, musulmani. Diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto. Eppure raccolti dentro la stessa benedizione. Tale benedizione esprime una relazione di Alleanza”.
E’ l’inizio del messaggio dei vescovi in occasione della 37ª Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei, che si svolge sabato 17 gennaio con un titolo preso dal libro del Genesi: ‘Uniti nella stessa benedizione. In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra’, ricordando il 60^ anniversario della dichiarazione conciliare ‘Nostra aetate’ sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane: “In tale anniversario abbiamo guardato con gratitudine al cammino percorso in questi anni nel dialogo ebraico-cristiano. Negli ultimi tempi si sono vissuti momenti di tensione a causa di discorsi o iniziative non in sintonia con l’interlocutore o contenenti affermazioni ambigue. Non sono mancate, purtroppo, prese di posizione che hanno fomentato rigurgiti di antisemitismo”.
Il messaggio intende affermare questo rapporto con l’ebraismo: “Desideriamo, pertanto, esprimere una posizione comune e condivisa della Chiesa cattolica italiana in merito al rapporto con le comunità ebraiche che sono in Italia. L’intento è quello di riaffermare ‘il vincolo’ ricordato da ‘Nostra Aetate’, chiarire i fraintendimenti, stimolare il confronto nel territorio fra le comunità cristiane e quelle ebraiche e porre alcuni punti fermi del rapporto ebraico-cristiano”.
Riprendendo il pensiero del card. Martini i vescovi ricordano il legame con il popolo ebraico, consolidato negli anni: “Gesù Cristo ci lega al popolo ebraico. L’identità cristiana profonda non può fare a meno del popolo ebraico, della sua storia e della sua spiritualità. Sono i nostri fratelli maggiori. Siamo in debito verso di loro. Siamo rami diversi che spuntano dalla stessa radice santa…; conseguenze che il cammino percorso ha inesorabilmente tracciato per entrambe le realtà”.
Legame approfondito dal Concilio Vaticano II: “Il Concilio Vaticano II aveva abbozzato la strada da seguire nei rapporti ebraico-cristiani. Sono occorsi anni di paziente lavoro, di gesti simbolici forti, di riflessioni e testi sempre più raffinati perché le due comunità riuscissero ad affrontare temi più delicati: l’incontro tra il popolo di Dio dell’Antica Alleanza, da Dio mai revocata, e quello della Nuova Alleanza; l’incontro tra le Chiese cristiane e l’odierno Popolo dell’Alleanza conclusa con Mosè”.
Per questo i vescovi auspicano un approfondimento teologico: “E’ ancora più importante avviare una riflessione teologica sul rapporto tra il cristianesimo, nella sua forma attuale, e l’ebraismo così come esiste oggi, quale portatore di una tradizione di fede e di pensiero che si sono sviluppati negli ultimi due millenni sul fondamento talmudico. Ciò che si profila all’orizzonte è una migliore comprensione della missione della Chiesa in relazione alla missione del Popolo ebraico, considerati entrambi nell’orizzonte dell’unica Promessa di cui sono eredi indivisi”.
Quindi riprendendo il pensiero di papa Leone XIV i vescovi esprimono il desiderio di un cammino comune, condannando l’antisemitismo: “Desideriamo continuare a camminare con i nostri cari fratelli ebrei, con stima e riconoscenza. Ci impegniamo a studiare le Sacre Scritture e a lasciarci aiutare da loro in questo studio. Desideriamo mantenere uno stretto legame per imparare da loro e con loro l’arte di mantenerci popolo in cammino, popolo in attesa, popolo capace di speranza. Desideriamo lottare con forza contro ogni tipo di antisemitismo e di antigiudaismo”.
Però il vero dialogo si fonda anche sulle differenze come ha scritto il biblista israeliano David Flusser (‘Sarebbe un grande evento cristiano se molti riconoscessero che la fedeltà di Gesù al popolo ebraico, l’ardore con cui ha condiviso le sofferenze ebraiche e la sua speranza ebraica possono far parte per il cristiano dell’imitatio Christi’): “Quest’affermazione che Gesù è il Messia genera diversità nel modo di leggere le Scritture, nel modo di leggere la storia, nel modo di guardare il mondo. Ci impegniamo a rispettare lo sguardo del popolo ebraico e a vederlo come complementare e non antitetico. Garantiamo una vicinanza carica di affetto.
Nello stesso tempo, chiediamo il rispetto del nostro sguardo. Siamo differenti, ma fratelli e sorelle nell’unico Dio. Come tali desideriamo rispettarci e riconoscerci nelle nostre identità. Anzi, ci proponiamo di collaborare sempre più con i fratelli ebrei per arricchire la comune tradizione dei figli di Abramo, sperando di farlo a tre, insieme con l’altra voce della fede abramitica. Ci impegniamo a lavorare perché le identità diventino generative per noi e per la società”.
Però i vescovi sottolineano la possibilità di un pensiero critico rispetto alle scelte politiche del governo israeliano: “Questo discorso vale anche per la lettura del contesto attuale. Ribadiamo e difendiamo il diritto degli ebrei ad avere uno Stato in cui poter vivere in sicurezza e serenità. Ovviamente ciò non toglie che l’approccio alla teologia della terra nella tradizione cristiana non coincida con quello ebraico. Ci riserviamo d’altronde la libertà e la possibilità di esercitare uno sguardo critico sulle scelte dei governi israeliani, come peraltro facciamo con i governi di altri Paesi e verso il nostro stesso governo. In questa luce, nel cammino verso una ‘via italiana del dialogo’ è sempre più urgente interrogarci a proposito del giusto rapporto fra religione e spazio pubblico”.
Da qui la condanna di ogni forma di terrorismo: “Rinnoviamo la nostra ferma e decisa condanna al terrorismo in ogni sua forma. Ribadiamo la nostra ferma e decisa condanna dell’atto terroristico e ignobile del 7 ottobre 2023. Siamo vicini alle vittime del popolo ebraico e a quelle del popolo palestinese nella tragedia Gaza e auspichiamo una soluzione che consenta a entrambi, come anche agli altri gruppi presenti in quei territori, una convivenza pacifica. Siamo vicini a tutte le persone che soffrono a causa del conflitto in atto. Invitiamo, una volta di più, tutti i cattolici che sono in Italia a ripudiare ogni antisemitismo e ogni espressione violenta contro il popolo ebraico”.
Quindi anche un pensiero critico è parte del dialogo per costruire relazioni: “Auspichiamo dunque la continuazione del dialogo franco, leale e costruttivo. Un dialogo nella verità e nella carità, con la ferma volontà di riconoscerci fratelli, sempre e comunque. Con la ferma volontà di non abbandonare mai il dialogo, per nessun motivo. La fraternità sta a fondamento del rapporto che sussiste fra noi, come base e come prospettiva. Siamo dentro la medesima benedizione. Le differenze non la cancellano e non la cancelleranno.
Radicati in questa certezza desideriamo continuare a costruire le nostre relazioni. Il dialogo tra noi è anche un servizio per il dialogo fra le religioni e, soprattutto, un servizio verso questo nostro mondo, sempre più lacerato e diviso. Non possiamo privare il mondo di questo dono. Nella consapevolezza che tutte le religioni sono chiamate, con coraggio ed urgenza, ad affrontare la sfida del dialogo. Ne va della loro stessa identità”.
Il messaggio si conclude con l’invito alle comunità cristiane a costruire momenti di dialogo: “Ci auguriamo che in ogni territorio le nostre comunità dedichino tempo a riflettere sulla situazione attuale secondo lo stile di questo messaggio. Soprattutto le invitiamo a confrontarsi con le comunità ebraiche per rinsaldare i rapporti e per testimoniare, nella nostra società, la vocazione delle religioni a creare dialogo e coesione sociale. Ci auguriamo, alla luce della situazione geo-politica, che si possano vivere nei vari territori momenti di incontro tra cristiani, ebrei e musulmani. Per offrire alla società, nella concretezza dei rapporti, la testimonianza di una vera ricerca di pace. Una via italiana del dialogo interreligioso”.
(Foto: CEI)
Papa Leone XIV: le religioni collaborino per la pace
“In questi giorni si è abbattuto sulla Giamaica l’uragano ‘Melissa’, una tempesta dalla potenza catastrofica, che sta provocando violente inondazioni e in queste ore, con la stessa forza devastante, sta attraversando Cuba. Sono migliaia le persone sfollate, mentre sono state danneggiate case, infrastrutture e diversi ospedali. Assicuro a tutti la mia vicinanza, pregando per coloro che hanno perso la vita, per quanti sono in fuga e per quelle popolazioni che, in attesa degli sviluppi della tempesta, stanno vivendo ore di ansia e preoccupazione. Incoraggio le Autorità civili a fare tutto il possibile e ringrazio le comunità cristiane, insieme agli organismi di volontariato, per il soccorso che stanno prestando”: al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha chiesto di pregare per tutti coloro che stanno soffrendo a causa dell’uragano Melissa.
E dopo la commemorazione di ieri della commemorazione della dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’ anche nell’udienza generale odierna papa Leone XIV ha dedicato ad essa la catechesi, mettendo al centro della riflessione rivolte alla samaritana da Gesù: “Nel Vangelo, questo incontro rivela l’essenza dell’autentico dialogo religioso: uno scambio che si instaura quando le persone si aprono l’una all’altra con sincerità, ascolto attento e arricchimento reciproco. E’ un dialogo nato dalla sete: la sete di Dio per il cuore umano e la sete umana di Dio. Al pozzo di Sicar, Gesù supera le barriere di cultura, di genere e di religione”.
Quello di Gesù è un invito a scoprire la presenza di Dio ovunque: “Invita la donna samaritana a una nuova comprensione del culto, che non è limitato a un luogo particolare (‘né su questa montagna né a Gerusalemme’) ma si realizza in Spirito e verità. Questo momento coglie il nucleo stesso del dialogo interreligioso: la scoperta della presenza di Dio al di là di ogni confine e l’invito a cercarlo insieme con riverenza e umiltà”.
Ed ecco l’inserimento nella catechesi offerto dal documento conciliare, che non tradisce il Vangelo: “Questo luminoso Documento ci insegna a incontrare i seguaci di altre religioni non come estranei, ma come compagni di viaggio sulla via della verità; a onorare le differenze affermando la nostra comune umanità; e a discernere, in ogni ricerca religiosa sincera, un riflesso dell’unico Mistero divino che abbraccia tutta la creazione”.
Comunque il documento era sorto per ristabilire un rapporto con il mondo ebraico con una precisa condanna dell’antisemitismo: “In particolare, non va dimenticato che il primo orientamento di ‘Nostra Aetate’ fu verso il mondo ebraico, con cui San Giovanni XXIII intese rifondare il rapporto originario. Per la prima volta nella storia della Chiesa doveva così prendere forma un trattato dottrinale sulle radici ebraiche del cristianesimo, che sul piano biblico e teologico rappresentasse un punto di non ritorno… Da allora, tutti i miei predecessori hanno condannato l’antisemitismo con parole chiare. E così anch’io confermo che la Chiesa non tollera l’antisemitismo e lo combatte, a motivo del Vangelo stesso”.
Non negando i malintesi il papa ha sottolineato la necessità del dialogo: “Anche oggi non dobbiamo permettere che le circostanze politiche e le ingiustizie di alcuni ci distolgano dall’amicizia, soprattutto perché finora abbiamo realizzato molto. Lo spirito della ‘Nostra Aetate’ continua a illuminare il cammino della Chiesa… La Dichiarazione invita tutti i cattolici (vescovi, clero, persone consacrate e fedeli laici) a coinvolgersi sinceramente nel dialogo e nella collaborazione con i seguaci di altre religioni, riconoscendo e promuovendo tutto ciò che è buono, vero e santo nelle loro tradizioni. Questo è oggi necessario praticamente in ogni città del mondo dove, a motivo della mobilità umana, le nostre diversità spirituali e di appartenenza sono chiamate a incontrarsi e a convivere fraternamente”.
Quindi il documento conciliare è un invito all’unità: “Nostra Aetate ci ricorda che il vero dialogo affonda le sue radici nell’amore, unico fondamento della pace, della giustizia e della riconciliazione, mentre respinge con fermezza ogni forma di discriminazione o persecuzione, affermando la pari dignità di ogni essere umano.
Più che mai, il nostro mondo ha bisogno della nostra unità, della nostra amicizia e della nostra collaborazione. Ciascuna delle nostre religioni può contribuire ad alleviare le sofferenze umane e a prendersi cura della nostra casa comune, il nostro pianeta Terra. Le nostre rispettive tradizioni insegnano la verità, la compassione, la riconciliazione, la giustizia e la pace”.
E’ stato un invito a non ‘abusare’ di Dio: “Dobbiamo riaffermare il servizio all’umanità, in ogni momento. Insieme, dobbiamo essere vigilanti contro l’abuso del nome di Dio, della religione e dello stesso dialogo, nonché contro i pericoli rappresentati dal fondamentalismo religioso e dall’estremismo. Dobbiamo anche affrontare lo sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale, perché, se concepita in alternativa all’umano, essa può gravemente violarne l’infinita dignità e neutralizzarne le fondamentali responsabilità. Le nostre tradizioni hanno un immenso contributo da dare per l’umanizzazione della tecnica e quindi per ispirare la sua regolazione, a protezione dei diritti umani fondamentali”.
E’ questa la speranza ‘lanciata’ dal documento conciliare: “Questa speranza si fonda sulle nostre convinzioni religiose, sulla convinzione che un mondo nuovo sia possibile. ‘Nostra Aetate’, sessant’anni fa, ha portato speranza al mondo del secondo dopoguerra. Oggi siamo chiamati a rifondare quella speranza nel nostro mondo devastato dalla guerra e nel nostro ambiente naturale degradato.
Collaboriamo, perché se siamo uniti tutto è possibile. Facciamo in modo che nulla ci divida. E in questo spirito, desidero esprimere ancora una volta la mia gratitudine per la vostra presenza e la vostra amicizia. Trasmettiamo questo spirito di amicizia e collaborazione anche alla generazione futura, perché è il vero pilastro del dialogo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: in Terra Santa cercare il dialogo
Stasera papa Leone XIV, lasciando la residenza di Castel Gandolfo, ha risposto alle domande dei giornalisti ricordando l’attacco in Israele di due anni fa e le vittime a Gaza: ‘Bisogna cercare soluzioni di pace’, in quanto il segretario di stato vaticano, card. Parolin, ‘ha espresso molto bene le posizioni della Santa Sede’: “Sono stati due anni molto dolorosi. Due anni fa, in questo atto terroristico, sono morte 1.200 persone. Bisogna pensare a quanto odio esiste nel mondo e cominciare a porci noi stessi la domanda su cosa possiamo fare. In due anni, circa 67.000 palestinesi sono stati uccisi. Bisogna ridurre l’odio, bisogna tornare alla capacità di dialogare, di cercare soluzioni di pace”.
Infatti il papa ha condannato sia il terrorismo che i recenti episodi di antisemitismo, ribadendo il messaggio di pace del Vangelo: “E’ certo che non possiamo accettare gruppi che causano terrorismo, bisogna sempre rifiutare questo stile di odio nel mondo. Allo stesso tempo l’esistenza dell’antisemitismo, che sia in aumento o no, è preoccupante. Bisogna sempre annunciare la pace, il rispetto per la dignità di tutte le persone. Questo è il messaggio della Chiesa”.
Ha quindi invitato tutti i fedeli a continuare a pregare per la fine del sanguinoso conflitto ed ha assicurato l’impegno della Chiesa a promuovere dialogo e riconciliazione. “La Chiesa ha chiesto a tutti di pregare per la pace, specialmente durante questo mese. Cercheremo anche, nella forma che è a disposizione della Chiesa, di promuovere il dialogo sempre”.
Infatti nell’intervista ai media vaticani il segretario dello Stato vaticano aveva affermato che l’antisemitismo “è un cancro da estirpare. Nel mondo ebraico ci sono voci di dissenso sulla guerra. Bene le piazze in solidarietà con la Palestina, il mondo impotente di fronte al massacro”. Infatti per il cardinale la comunità internazionale risulta ‘impotente’ ed ‘i Paesi in grado di influire veramente’ non hanno fatto abbastanza ‘per fermare la carneficina in atto’ a Gaza.
Continuando nell’intervista il segretario di stato ha evidenziato la sproporzione nell’uso della forza: “Sembra evidente che la guerra perpetrata dall’esercito israeliano per sconfiggere i miliziani di Hamas non tiene conto che ha davanti una popolazione per lo più inerme e ridotta allo stremo delle forze, in un’area disseminata di case e di palazzi rasi al suolo: basta vedere le immagini aeree per rendersi conto di che cosa sia Gaza oggi.
Mi sembra altrettanto evidente che la comunità internazionale risulti purtroppo impotente e che i Paesi in grado di influire veramente fino ad oggi non l’abbiano fatto per fermare la carneficina in atto… La comunità internazionale certamente può fare molto di più rispetto a ciò che sta facendo. Non basta dire che è inaccettabile quanto avviene e poi continuare a permettere che avvenga. C’è da porsi delle serie domande sulla liceità, ad esempio, del continuare a fornire armi che vengono usate a discapito della popolazione civile”.
Però in quest’intervista il segretario di Stato vaticano ha sottolineato che “l’attacco terroristico compiuto da Hamas e da altre milizie contro migliaia di israeliani e di migranti residenti, molti dei quali civili, che stavano per celebrare il giorno della Simchat Torah, a conclusione della settimana della festa di Sukkot, è stato disumano ed è ingiustificabile. La brutale violenza perpetrata nei confronti di bambini, donne, giovani, anziani, non può avere alcuna giustificazione. E’ stato un massacro indegno e (ripeto) disumano”.
Comunque ha condannato gli episodi di antisemitismo, che “sono una triste e altrettanto ingiustificata conseguenza. E ciò porta chi si alimenta di queste cose ad attribuire agli ebrei in quanto tali la responsabilità per ciò che accade oggi a Gaza. Lo sappiamo che non è così: ci sono anche tante voci di forte dissenso che si levano dal mondo ebraico contro la modalità con cui l’attuale governo israeliano ha operato e sta operando a Gaza e nel resto della Palestina dove (non dimentichiamolo) l’espansionismo spesso violento dei coloni vuole rendere impossibile la nascita di uno Stato Palestinese…
L’antisemitismo è un cancro da combattere e da estirpare, perché non possiamo dimenticarci di quanto è accaduto nel cuore dell’Europa con la Shoah; dobbiamo impegnarci con tutte le nostre forze perché questo male non rialzi la testa. Dobbiamo al tempo stesso fare in modo che mai siano giustificati atti di disumanità e di violazione del diritto umanitario: nessun ebreo deve essere attaccato o discriminato in quanto ebreo, nessun palestinese per il fatto di essere tale deve essere attaccato o discriminato perché (come purtroppo si sente dire) potenziale terrorista”.
Ed appena rientrato in Vaticano papa Leone XIV ha incontrato un gruppo di fedeli croati: “E’ motivo di profonda consolazione constatare come le radici della vostra fede non siano rimaste ferme nel passato, ma continuino a portare frutti anche oggi, grazie alla testimonianza delle vostre famiglie, delle vostre comunità parrocchiali e delle vostre associazioni. La tradizione ricevuta dai vostri padri è un tesoro prezioso, che voi custodite con cura e che siete chiamati a rinnovare continuamente, rimanendo sempre aperti a riconoscere ciò che insuffla lo Spirito Santo.
Vi ringrazio di cuore per questa fedeltà vissuta nella concretezza della vita quotidiana. So bene che tanti di voi si trovano in diverse parti del mondo, portati lontano dalla patria, dal lavoro, dallo studio o da altre necessità; ma ovunque vi trovate, restate legati alle vostre radici cristiane e offrite la testimonianza di un popolo che ama Cristo e la sua Chiesa. Questa coerenza di vita è una parola evangelica più eloquente di tanti discorsi”.
Infine in mattinata è stato annunciato il primo viaggio apostolico del papa in Turchia: “Accogliendo l’invito del Capo di Stato e delle Autorità ecclesiastiche del Paese, il Santo Padre Leone XIV compirà un Viaggio Apostolico in Türkiye dal 27 al 30 novembre prossimo, recandosi in pellegrinaggio a İznik in occasione del 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea. Successivamente, rispondendo all’invito del Capo di Stato e delle Autorità ecclesiastiche del Libano, il Santo Padre si recherà in Viaggio Apostolico nel Paese dal 30 novembre al 2 dicembre”.
(Foto: Santa Sede)
CEI: la Colletta nazionale per sostenere la Terra Santa
La Presidenza della CEI indice per domenica 18 febbraio (prima di Quaresima) una colletta nazionale in tutte le chiese italiane, quale segno concreto di solidarietà e partecipazione di tutti i credenti ai bisogni, materiali e spirituali, delle popolazioni colpite dal conflitto in Terra Santa.
Le offerte raccolte, da inviare a Caritas Italiana entro venerdì 3 maggio, renderanno possibile una progettazione unitaria degli interventi anche grazie al coordinamento con la rete delle Caritas internazionali impegnate sul campo, come ha precisato il direttore della Caritas Italiana, don Marco Pagniello:
“Caritas Italiana è in costante contatto con la Chiesa locale: dopo aver sostenuto, nella fase iniziale dell’emergenza, gli interventi di Caritas Gerusalemme, continua a seguire l’evolversi della situazione, accompagnando le Chiese locali nell’organizzazione delle diverse iniziative per far fronte ai bisogni dei più poveri e favorire un clima di pace e riconciliazione”.
Nel materiale informativo Caritas Italiana delinea sei finalità specifiche a ricostruire un tessuto sociale e urbano ridotto in macerie: ristrutturare ed equipaggiare la clinica di Caritas Jerusalem a Gaza City; fornire attrezzature mediche alla clinica di Caritas Jerusalem a Taybeh, in Cisgiordania; garantire assistenza sanitaria a chi ne ha bisogno nelle aree interessate dal conflitto; fornire aiuti nel campo della salute mentale alle persone traumatizzate dalla guerra (in particolare donne e bambini); fornire aiuti economici alle famiglie vulnerabili; collaborare con la rete internazionale nei progetti di ricostruzione (nella Striscia) una volta raggiunto il cessate il fuoco.
L’iniziativa non sostituisce, ma integra, la ‘Colletta pro Terra Sancta’, che per volontà del papa si svolge nelle Chiese di tutto il mondo il Venerdì Santo e che serve a sostenere i bisogni ‘ordinari’ delle comunità cristiane in quella regione, che riguardano anche la manutenzione e la custodia dei santuari e Luoghi Santi affidati ai francescani; ad assicurare il regolare funzionamento delle scuole gestite dalla Chiesa (istituti in cui si formano, crescendo fianco a fianco, allievi palestinesi cristiani e musulmani); il pagamento degli stipendi del personale docente e non docente; il sostegno alle famiglie che traggono il proprio reddito dal settore del turismo e pellegrinaggi.
Nel frattempo alcune settimane fa un gruppo di intellettuali ebrei ha scritto una lettera per prendere posizione contro la guerra condotta da Netanyahu a Gaza, in cui hanno deplorato l’attacco terroristico di Hamas: “Siamo un gruppo di ebree ed ebrei italiani che, dopo la ricorrenza del Giorno della Memoria e nel vivere il tempo della guerra in Medio Oriente, si sono riuniti e hanno condiviso diversi sentimenti: angoscia, disagio, disperazione, senso d’isolamento. Il 7 ottobre, non solo gli israeliani ma anche noi che viviamo qui siamo stati scioccati dall’attacco terroristico di Hamas e abbiamo provato dolore, rabbia e sconcerto”.
Però al contempo sono stati sconvolti dalla posizione del governo israeliano: “E la risposta del governo israeliano ci ha sconvolti: Netanyahu, pur di restare al potere, ha iniziato un’azione militare che ha già ucciso oltre 28.000 palestinesi e molti soldati israeliani, mentre a tutt’oggi non ha un piano per uscire dalla guerra e la sorte della maggior parte degli ostaggi è ancora incerta. Purtroppo sembra che una parte della popolazione israeliana e molti ebrei della diaspora non riescano a cogliere la drammaticità del presente e le sue conseguenze per il futuro”.
I firmatari hanno concluso l’appello con l’invito a costruire dialoghi di pace: “Per combattere l’odio antiebraico crescente in questo preciso momento, pensiamo che l’unica possibilità sia provare a interrogarci nel profondo per aprire un dialogo di pace costruendo ponti anche tra posizioni che sembrano distanti… Sappiamo bene che cosa sia l’antisemitismo e non ne tolleriamo l’uso strumentale. Vogliamo preservare il nostro essere umani e l’universalismo che convive con il nostro essere ebree ed ebrei. In questo momento, quando tutto è difficile, stiamo vicino a chi soffre provando a pensare e sentire insieme”.
Papa Francesco agli ebrei: l’antisemitismo è contro Dio
Venerdì 2 febbraio papa Francesco ha condannato con forza l’antisemitismo in una lettera indirizzata ‘ai fratelli ed alle sorelle ebrei di Israele’, inviata alla teologa Karma Ben Johanan, tra le promotrici di un appello al pontefice sottoscritto da circa 400 tra rabbini e studiosi per il consolidamento dell’amicizia ebraico-cristiana dopo la tragedia del 7 ottobre, che ha espresso all’Osservatore Romano un sincero apprezzamento: “Siamo profondamente grati per la fiducia e lo spirito di amicizia con cui il Papa, e con lui l’intera Chiesa, ha voluto riaffermare la speciale relazione che unisce le nostre comunità, cattolica ed ebraica”.
Dal Memoriale della Shoah un monito per ricordare
‘Il Memoriale della Shoah’; ‘Il Giardino dei Giusti’; ‘Il Seme’, comunità per l’accoglienza di minori stranieri non accompagnati, sono le tre sedi dell’iniziativa ‘L’arcivescovo ti invita’, con la quale l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha proposto agli adolescenti tre occasioni per ‘uscire’ dall’ambito parrocchiale e visitare, in sua compagnia, luoghi emblematici del capoluogo lombardo.




























