Bussole per la fede
Il desiderio di Dio degli “slanciati” di cuore
“O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua (Sal 62, 2). Nell’uomo esiste una pressante forza originaria che gli sgorga dal profondo del suo essere: il desiderio e la ricerca di Dio.
Un uomo, piccolo di statura e ricco di beni, si arrampica su un sicomoro perché arde dal desiderio di vedere Gesù. Il suo nome è Zaccheo, che vuol dire “Dio ricorda”, e Dio realmente si sta ricordando di lui. L’evangelista Luca così dipinge il personaggio e l’avventura della sua conversione (Cf Lc 19, 1, 10).
Zaccheo non è un pubblicano qualsiasi ma il capo della corporazione dei peccatori pubblici, comunemente scomunicati. Era malvisto sia per la complicità con l’occupante romano nella riscossione delle tasse, sia per la tendenza ad arricchirsi a spese del contribuente. Certo, non è una scena consueta quella di vedere un uomo ricco, piccolo di statura, con un ruolo notevole, arrampicato, come una scimmia, su un albero di sicomoro! Perché questo gesto inconsueto?
La cordialità come forma d’intelligenza
Ci sono parole molto semplici che hanno, però, un valore grandissimo soprattutto quando sono pronunciate con convinzione, senza gentile fariseismo o pura formalità, perché sono parole che sgorgano dal cuore. Una di queste parole è “grazie”: espressione comunissima di chi riconosce un dono ricevuto e sa apprezzarlo. Questa parola breve ma elegante e densa di significato, è capace di pronunciarla soltanto chi possiede quella spiccata sensibilità che non solo fa accogliere il dono ricevuto, ma, innanzitutto, sa vedere in quel dono la persona che lo offre e si comunica attraverso di esso. Nella società dell’avere e del ricevere, è difficile dire “grazie” o agire gratuitamente nella libertà di cuore. Si pretende, si esige, s’impone; talvolta si ferisce, si schernisce, addirittura si annulla come se tutto fosse dovuto, senza riconoscere né meriti né sacrifici. E’ chiaro che ogni lavoro ecclesiale abbia come fine la gloria di Dio e l’edificazione del suo popolo. Il grazie detto a Dio con cuore riconoscente ci dispone ad accogliere la grazia della salvezza, la sola di cui abbiamo veramente bisogno.
Concordia e Pace
Concordia, dal latino concordia, concors ordis, designa conformità di sentimenti, di voleri, di opinioni fra due o più persone, non disgiunta da reciproco affetto o armonia spirituale. Gradiamo anche la derivazione da cum cordis, cioè, armonia di cuori che è il distintivo caratteristico dei poveri in spirito, dei miti, dei costruttori di pace.
Orazio, in Epistole I,12,19, scrive un verso che suona così: quid velit et possit rerum concordia discors (quale sia il significato e il potere dell’armonia discorde delle cose). Il poeta si riferisce alle teorie di Empedocle che concepiva l’universo come perpetua lotta fra due principi contrari: Amore e Discordia. L’espressione, ormai, è usata per significare un’armonia che risulta da una positiva diversità di pareri, d’idee o di sentimenti; armonia che non elimina le differenze, omologando tutto e rendendo tutti uguali, ma polifonia delle differenze che, alimentate dalla concordia, costruisce la civiltà dell’amore.
Magnificat: tutte le generazioni ti chiameranno beata
La Chiesa da sempre ha cantato e per sempre canterà la Beata Vergine Maria.
Lei, la “tympanistria nostra”, come la definisce Sant’Agostino. Lei, la “modulatrice di soavi armonie”, come la dipinge San Bernardo. Lei, la “sapientissima sovrana maestra di musica”, come la descrive Suor Isabella, compositrice del XVI secolo.
Prima delle acclamazioni umane, è la Santissima Trinità che canta meraviglie di Lei. Per bocca dell’Angelo Gabriele, il Padre la saluta: Ave, piena di grazia, il Signore è con te. Invasa dallo Spirito Santo, Elisabetta proclama una benedizione e una beatitudine: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! E poi: Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore. Il Figlio Gesù dichiarerà beati coloro che ascoltano la Parola di Dio e la custodiscono. La Madre sua è la Beata per eccellenza perché è Colei che ascolta e custodisce il Verbo con ineffabile amore.
Quid est veritas
Ponzio Pilato è sempre stato figura emblematica dell’interrogativo: “Quid est veritas?” – Che cos’è la verità?
Tra crepuscolo e aurora, dove speranze e attese si mescolano a timori e inquietudini, l’umanità sta vivendo e soffrendo la trasformazione all’interno di una crisi dagli aspetti positivi e negativi. Nei tempi recenti le grandi trasformazioni sociali ed economiche, strutturali e tecnologiche hanno mutato la faccia del mondo. Purtroppo, si rimane sconvolti quando si costata che sugli aspetti positivi sembrano prevalere quelli negativi: confusioni, incertezze, guerre d’ogni genere, pettegolezzi, maldicenze, giustizialismi, eleganti massacri di fredde vendette rivestite di “legalità”. Tutte queste amare realtà sembrano prevalere sulla fiducia nel mistero dell’Incarnazione, ma, senza dubbio alcuno, si tratta soltanto di “questioni cronologiche”.
Vita e gioia
Quando la vita si fa difficile, per saperla vivere, c’è bisogno della persona forte la cui capacità è garanzia per la speranza degli altri. Ci vuole un Churchill che diceva: “Vi prometto dolori e privazioni, ma vi prometto la vittoria”. Perché, se mai fossimo stati ingenui sognatori di un paradiso terrestre, ormai la vita ci ha smaliziato a sufficienza per capire che il dolore è il prezzo del successo e della gioia. Solo i super-eroi dei fumetti non falliscono mai e si sbarazzano di ogni ostacolo usando il minimo della loro vitalità. Nel mito dello 007 gli uomini trasferiscono nel sogno sia i desideri che non riescono ad avere sul terreno della vita, sia l’evasione di fronte alla propria debolezza di muscoli, di intelligenza e di volontà. E quanti super-eroi s’incontrano ogni giorno! Tutti vogliono essere grandi, i primi, gli unici e i migliori. Sono questi paranoici di grandezza che finiscono per essere i distruttori di se stessi annullando chi immaginano potrebbe far loro ombra.
Guide cieche
Scribi e farisei erano indubbiamente persone di cultura, studiavano con cura meticolosa la sacra Legge e si sforzavano anche di metterla in pratica. Gesù, tuttavia li accusava di essere “guide cieche” perché incapaci di percepire le novità del suo insegnamento. L’evangelista Giovanni ha saputo scolpire questa cecità nel racconto del cieco nato, guarito da Gesù (cf Gv 9).
Il Maestro guarisce il cieco violando la legge del riposo in giorno di sabato. La cecità dei farisei sta nel fatto che essi rifiutano di vedere nel gesto prodigioso un segno di Dio: sono convinti che, se Gesù ha violato il sabato, non può essere da Dio, Egli è perciò un peccatore.
Naturalmente, il Dio degli scribi e dei farisei coincide con il Dio della loro teologia, della loro tradizione e della loro morale; per cui, fuori di questa visione, non poteva esserci verità.
Ecce lignum crucis
Oggi è sospeso al legno
Colui che ha sospeso la terra sulle acque,
Cinto di una corona di spine, il Re degli angeli.
Una porpora vergognosa riveste Colui che ha avvolto il cielo di nubi.
Riceve degli schiaffi,
Colui che nel Giordano liberò Adamo.
Appeso con dei chiodi, lo Sposo della Chiesa.
Trafitto da una lancia, il Figlio della Vergine.
Adoriamo la tua passione, o Cristo;
mostraci anche la tua gloriosa Risurrezione.
La tua croce, o Signore,
è vita e risurrezione per il popolo tuo.
Così canta il celebre inno della Liturgia bizantina del VII secolo.
Eutrepelia
Si racconta che un illustre maestro insegnava ai suoi alunni un’arte poco conosciuta e, forse, per niente praticata. Quest’arte si trova elogiata negli scritti di celebri personaggi: Platone, Aristotele, Tommaso d’Aquino… È un’arte che nel corso di oltre duemila anni ha subito vari cambiamenti, tant’è che da positiva ha finito per essere considerata persino arte negativa.
Presso i Greci, quest’arte era ritenuta indispensabile per la persona saggia e intelligente. Essa doveva comprendere le note della gioia e della serietà. L’uomo ideale doveva essere capace di trattare argomenti importanti sapendo sfruttare anche l’umorismo, di modo che, insieme alle vicende serie della vita o del lavoro, sapesse attuare anche la necessaria distensione. Però, in epoca bizantina, quest’arte assunse un valore negativo, come a significare sarcasmo, buffoneria e persino insolenza.
Essa, tuttavia, rimane una virtù simpatica il cui nome è eutrepelia. La parola, evidentemente, viene dal greco: eu che significa “bene” e trepelia che significa “conversione, cambiamento”. Eutrepelia, dunque, è capacità di trasformare in bene e in qualcosa di piacevole, senza avvilenti superficialità o volgarità, tutto quello che si pensa, si dice e si fa, sapendo distinguere sempre e con chiarezza il bene dal male: il male per rigettarlo, il bene per compierlo sempre, dovunque e nonostante tutto.
Il soffio e il fango
Affermare la relatività del tutto è cosa da matti. Eppure, quanti ancora continuano a credere alla relatività come se fosse realtà assoluta su cui aggrapparsi come unica ancora di salvezza! D’altronde, è luogo comune pensare che, se tutto è relativo, bisognerà pur appoggiarsi a qualcosa. E in effetti, come si fa a uscire dalle mille incertezze, dalle tante delusioni, dalle quotidiane indecisioni, dai propositi non realizzati o non realizzabili? E’ chiaro che gli interrogativi non si possono risolvere solo filosofeggiando: è necessario avere fatti concreti e le sole parole non bastano. Eppure, siamo convinti che anche il relativo, se vissuto con chiarezza di spirito, può diventare realtà positiva in cui vivere quotidianamente. E’ impresa ardua e direi impossibile “animare” una statua di marmo o di bronzo. Eppure, il sommo Creatore col suo soffio divino alitò sul fango e creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Certo, se oggi riuscissimo ad alitare sul nuovo fango che danneggia ogni cosa, quante relatività non risolte produrrebbero fiori e frutti!




























