Papa Leone XIV: i martiri producono frutto
Dopo i saluti di benvenuto nel pomeriggio papa Leone XIV ha visitato la Grande Moschea di Algeri, accolto dal Rettore della Moschea, Mohamed Mamoun Al Qasimi ed insieme hanno visitato la moschea con il card. George Jacob Koovakad, prefetto del dicastero per il Dialogo Interreligioso, e l’arcivescovo di Algeri, card. Jean-Paul Vesco. Dopo il benvenuto del Rettore della Moschea il papa ha sottolineato l’importanza di un luogo di Dio:
“Come Lei sa, vengo con molta gioia in Algeria perché è la terra anche del mio Padre spirituale sant’Agostino, che ha voluto insegnare tanto al mondo, soprattutto con la ricerca della verità, la ricerca di Dio, riconoscendo la dignità di ogni essere umano e l’importanza di costruire la pace”.
Per questo è necessaria la convivenza tra le fedi: “Cercare Dio è riconoscere anche l’immagine di Dio in ogni creatura, nei figli di Dio, in ogni uomo e donna creati ad immagine e somiglianza di Dio. Questo per noi significa che è molto importante imparare a vivere insieme con rispetto per la dignità di ogni persona umana”.
Ed ha elogiato il fatto che accanto alla Moschea c’è anche un ‘centro studio’: “C’è un altro valore che voi avete voluto includere in questo bellissimo centro: precisamente con la Moschea, luogo di preghiera, vi è anche un centro di studio. Quanto è importante che l’essere umano sviluppi la capacità intellettuale che Dio ha dato all’uomo, perché possiamo scoprire quando è grande la creazione, quanto è grande ciò che Dio ci ha lasciato in tutta la creazione e specialmente nell’essere umano!”
Solo così può nascere il rispetto reciproco: “Con lo spirito, con questo luogo di preghiera, con la ricerca della verità, anche attraverso lo studio, e con la capacità di riconoscere la dignità di ogni essere umano, noi sappiamo (e oggi questo incontro ne è la prova) che possiamo imparare a rispettarci mutuamente, vivere in armonia e costruire un mondo di pace”.
Ultimo impegno papale di questa prima giornata è stata nella basilica ‘Nostra Signora d’Africa’ con la comunità cristiana algerina: “La vostra comunità ha radici molto profonde. Siete gli eredi di una schiera di testimoni che hanno donato la vita, spinti dall’amore per Dio e per il prossimo. Penso in particolare ai diciannove religiosi e religiose martiri d’Algeria, che hanno scelto di stare al fianco di questo popolo nelle sue gioie e nei suoi dolori”.
Il papa ha precisato che il sangue dei martiri produce frutto: “Il loro sangue è un seme vivo che non smette mai di dare frutto. Siete anche eredi di una tradizione ancora più antica, che risale ai primi secoli del cristianesimo. In questa terra è risuonata la fervida voce di Agostino di Ippona, preceduta dalla testimonianza di sua madre, santa Monica, e di altri santi. La loro memoria è un richiamo luminoso ad essere, oggi, segni credibili di comunione, dialogo e pace”.
E’ stato un invito a riflettere su carità, unità e preghiera, riprendendo l’incontro di papa san Giovanni Paolo II con i giovani mussulmani: “Prima di tutto, la preghiera. Tutti ne abbiamo bisogno. Lo sottolineava San Giovanni Paolo II, parlando ai giovani.. Lo aveva capito anche San Charles de Foucauld, che nell’essere presenza orante aveva riconosciuto la sua chiamata”.
Un altro aspetto della vita ecclesiale è la carità: “Suor Bernadette ci ha raccontato come da un semplice, iniziale gesto di vicinanza (la visita ai malati) sono nati, come germogli, prima un sistema di accoglienza e poi un’organizzazione assistenziale sempre più articolata, una vera comunità in cui tantissime persone partecipano agli eventi gioiosi e a quelli dolorosi, uniti da legami di fiducia, amicizia e familiarità”.
Ed ecco la testimonianza dei martiri: “Del resto, è proprio l’amore per i fratelli che ha animato la testimonianza dei martiri che abbiamo ricordato. Di fronte all’odio e alla violenza, sono rimasti fedeli alla carità fino al sacrificio della vita, assieme a tanti altri uomini e donne, cristiani e musulmani. Lo hanno fatto senza pretese e senza clamore, con la serenità e la fermezza di chi non presume né dispera, perché sa a Chi ha dato fiducia. Per tutti, citiamo le parole semplici di Fratel Luc, l’anziano monaco medico della comunità di Notre-Dame de l’Atlas”.
Ed infine la pace, che si raggiunge attraverso l’unità: “Ne è segno, come ci ha ricordato Sua Eminenza, questa stessa basilica, simbolo di una Chiesa di pietre vive in cui, sotto il manto di Nostra Signora d’Africa, si costruisce comunione tra cristiani e musulmani. Qui l’amore materno di Lalla Meryem raccoglie tutti come figli, ciascuno ricco della sua diversità, accomunati dalla stessa aspirazione alla dignità, all’amore, alla giustizia e alla pace…
In un mondo dove divisioni e guerre seminano dolore e morte tra le nazioni, nelle comunità e perfino nelle famiglie, il vostro vivere uniti e in pace è un segno grande. Uniti, diffondete fratellanza, ispirando a chi vi circonda desideri e sentimenti di comunione e di riconciliazione, con un messaggio tanto più forte e limpido in quanto testimoniato nella semplicità e nell’umiltà”.
(Foto: Santa Sede)




























