Tag Archives: dialogo
Il Papa invita i Paesi in guerra a dialogare
Nel volo di ritorno a Roma dal viaggio apostolico in Francia, papa Leone XIV ha risposto ai giornalisti, ma prima ha sottolineato la ricchezza di questi giorni francesi: “Questi quattro giorni sono stati letteralmente ricchi di tante benedizioni. Quasi dei miracoli, direi, specialmente il tempo trascorso a Lourdes, camminando e accompagnando tante persone malate e sofferenti e vedendo come la grazia della presenza di Dio, manifestatasi in tanti modi diversi, tocchi il cuore delle persone, trasformi le loro vite e restituisca dignità ai malati, agli anziani, a coloro che in alcune parti della società vengono emarginati”.
Ed ha commentato con entusiasmo questo viaggio intenso: “Personalmente mi sono sentito molto benedetto per aver avuto il privilegio di visitare la Francia per incoraggiare soprattutto i giovani che, ovviamente, sono alla ricerca di qualcosa. Era evidente allo stadio, quella sera in cui si sono riuniti 80.000 giovani provenienti da tutta la Francia, con il loro entusiasmo, la loro gioia e il senso di speranza che hanno trasmesso, ma soprattutto, credo, che hanno ricevuto e che saranno in grado di condividere con gli altri”.
Poi ha risposto alle domande, di cui la prima verteva sugli abusi sessuali e sulla sua ‘natura sistematica’: “Senza voler contraddire nessuno, poiché ritengo che sia molto importante, innanzitutto vorrei precisare che, nell’incontro con quelle sette vittime, avevo chiesto loro di aiutarmi anche a esprimere alle altre vittime la disponibilità, mia e della Chiesa, ad ascoltarle e ad accompagnarle nel loro cammino verso la guarigione, riconoscendo il dolore che è stato causato nelle loro vite a causa di situazioni di abuso.
Molti di loro hanno parlato di abuso sistemico. Personalmente preferisco esprimerlo in modo diverso, anche se ho parlato di alcune organizzazioni all’interno della Chiesa che, a volte, per così dire, hanno agito in modo abusante come sistema. Ma penso sia importante fare questa distinzione. L’abuso sessuale è innanzitutto un problema umano, quando si verifica all’interno della Chiesa, assume in realtà un’altra dimensione, perché la vita di fede delle persone viene profondamente ferita e talvolta persino distrutta”.
Quindi ha chiarito la ‘responsabilità’ della Chiesa: “La Chiesa ha quindi una responsabilità particolare nell’accompagnarle e nell’aiutarle a cercare la guarigione. In questi termini ho parlato con loro di come la Chiesa sia stata vista come responsabile, ma allo stesso tempo ritengo che la Chiesa abbia una parte importante nell’aiutarle a trovare la guarigione”.
Un’altra domanda verteva sul tema del ‘fine vita’ e della legalizzazione dell’eutanasia: “Direi che, secondo la concezione che la Chiesa ha della separazione tra Chiesa e politica (o tra Chiesa e Stato) io non ho oltrepassato quel confine. Le suggerirei di leggere o rileggere ‘Magnifica humanitas’: nella prima parte, nei primi capitoli dedicati alla Dottrina Sociale della Chiesa, spiego che quando la Chiesa parla della difesa della vita o di questioni di Dottrina Sociale, non sta facendo politica, bensì applicando il Vangelo alla vita delle persone. E queste persone possono essere politici (di sinistra o di destra, a seconda dei casi) che sostengono che la religione debba rimanere confinata alla sfera privata. E possono essere politici, se vogliamo, di sinistra o di destra, che sostengono che la religione debba rimanere esclusivamente nella sfera privata: ognuno faccia ciò che vuole per conto proprio, ma lo Stato debba restare separato”.
Ed ha ribadito che il suo viaggio in Francia è stato ‘evangelico’: “Il fatto è che, quando mi sono recato in Francia, l’ho fatto principalmente per predicare il Vangelo, per annunciare la Buona Novella, per riaffermare ciò che Gesù Cristo stesso dice: ‘Io sono la via, la verità e la vita’. E quindi per proclamare la verità che Gesù ci offre. La difesa della vita è un principio che, come tutti sapete, la Chiesa insegna e in cui crede profondamente. Da un lato, ovviamente, sono consapevole che in Francia è stata recentemente approvata una legge in materia e che anche in altri Paesi europei, così come nel resto del mondo, è in corso un ampio dibattito sulle questioni legate al fine vita.
Tuttavia, trovarsi in un luogo come Lourdes, dove le persone cercano qualcosa di molto più profondo e comprendono che la loro vita, anche in mezzo alla malattia, alla disabilità o a sofferenze di vario genere, ha un senso, è significativo. La Chiesa, nel nome di Gesù, vuole essere vicina a queste persone e riaffermare i valori che la vita stessa, a mio avviso, racchiude per tutti noi. Quindi direi che, se questo è fare politica, l’ho fatto; ma non intendevo certo immischiarmi nella politica francese. Volevo semplicemente insegnare ciò in cui la Chiesa crede realmente”.
E non poteva mancare una domanda sulla pace: “La prima cosa è sottolineare i principi della Dottrina sociale della Chiesa dove cerchiamo di non promuovere la violenza, l’odio, gli armamenti, i pericoli che ci sono nel mondo di oggi, anche da alcuni leader e Paesi che di nuovo iniziano a parlare di armi nucleari, di guerre che sono sempre più e più distruttive, soprattutto per la questione della vita umana. Continuare ad armare, a investire in questa tremenda industria militare che è già da molti decenni (dall’anno passato sono cinque anni) che continua a promuovere l‘investimento militare.
Alcuni popoli stanno crescendo moltissimo con un’industria che promuove la guerra. Quando con queste migliaia di milioni di dollari, si potrebbero risolvere problemi come la fame nel mondo, la casa, le situazioni di disoccupazione… Tutti stanno cercando una voce che possa offrire un altro cammino, che non è quello di investire più sulle armi che solo promuove più e più la tensione che potrebbe risultare nell’esplosione di un’altra guerra, di un altro conflitto”.
Ed ha sottolineato l’importanza di promuovere i valori dei diritti umani: “E vediamo che la violenza, che queste potenze cercano sempre di imporre con il potere, invece di dialogare e promuovere negoziazioni per le differenze che naturalmente possono esistere, andiamo sempre più e più vicino a una guerra, diverse guerre, a conflitti come ne vediamo mondo di oggi. Non è per essere politico o non politico, ma (serve) una voce che cerca di promuovere i valori della dignità umana, dell’importanza della vita, della possibilità di spendere più sulla salute e l’educazione e meno sulle armi.
Credo che la Chiesa abbia la responsabilità di promuovere questi valori, invitando continuamente i leader, come in Russia e in Ucraina e in altri Paesi, a venire, a sedersi, a dialogare, a cercare come risolvere i problemi senza continuare queste guerre che non hanno più senso. In quest’ottica, la Chiesa continua ad alzare la voce. Non possiamo obbligare nessuno, a volte sembra che può sembrare inutile, ma continuiamo a parlare, continuiamo a invitare, continuiamo ad annunciare il Vangelo”.
Quindi anche una domanda se ha preoccupazione per l’Intelligenza Artificiale: “No, non lo sono, la notte dormo. Ritengo tuttavia che le preoccupazioni sollevate da molti esperti e specialisti dell’IA debbano essere prese sul serio. Non penso che si tratti di fake news, come hanno detto alcuni, diffuse nel tentativo di ottenere un qualche tipo di beneficio economico o di altro genere. E’ interessante notare che proprio oggi ho letto che il capo di NVIDIA sostiene di aver trovato il modo di inserire nell’IA determinati paletti, per così dire, o limiti, affinché non escano dalle loro specifiche unità e non causino i danni di cui si parla. Si tratta dello stesso uomo, tuttavia, che afferma che non dovrebbero essere posti limiti e che non dovrebbe esserci alcuna regolamentazione governativa”.
Comunque è un invito al dialogo: “Questo è un problema su cui penso che dobbiamo sederci e discutere. Dobbiamo continuare a invitare i leader politici, i leader dell’IA, le organizzazioni sociali e le associazioni a riunirsi per analizzare ciò che sta già accadendo e ciò che potrebbe accadere in futuro. Dire semplicemente: ‘Oh, non succederà’, e chiudere gli occhi davanti a questo, non credo sia il modo più responsabile di affrontare la questione. Il Vaticano ha organizzato una propria Commissione sull’Intelligenza artificiale che, da un lato, è nata come un modo per coordinare ciò che noi stessi stiamo facendo nella Santa Sede, come stiamo usando l’IA, quali sono i rischi e quali i benefici.
Ma da quando è stata pubblicata la Magnifica Humanitas, siamo stati contattati da molte persone e quindi stiamo cercando di continuare a promuovere il dialogo, lo studio, l’indagine, per trovare modi per garantire che l’IA non arrivi al punto di poter distruggere l’umanità o di escludere l’umanità dal dibattito. Sono relativamente ottimista sul fatto che se ne possa riuscire”.
Infine ha concluso il colloquio ringraziando coloro che hanno reso possibile il viaggio: “Vorrei cogliere l’occasione per ringraziare le tantissime persone che lavorano dietro le quinte e che non ricevono gli applausi che il Papa riceve quando passa, ma che hanno contribuito in modo determinante all’organizzazione di questo viaggio: sia le persone della Santa Sede, sia quelle in Francia, i vescovi francesi, sia i tantissimi laici che hanno lavorato all’organizzazione delle diverse attività”.
(Foto: Media Vaticani)
L’attualità della Dichiarazione ‘Nostra Aetate’
“Il 28 ottobre 1965, la Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra Aetate ‘sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane’ apriva un nuovo capitolo nella storia dei rapporti tra cattolici, ebrei e credenti di altre fedi e tradizioni spirituali. Molto più di un semplice testo, essa segnava un cambiamento profondo nella comprensione e nell’espressione del rapporto della Chiesa con i credenti di altre religioni. In tale Dichiarazione, in modo esplicito, la Chiesa affermava che ‘nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni’, invitando i fedeli a considerare con stima e rispetto ‘quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine’.
Redatta nel contesto della vitalità creativa e fraterna del Concilio, essa mantiene una grande attualità in un mondo attraversato, da una parte, da atteggiamenti generalizzati di chiusura e, dall’altra, da una ricerca di convivenza entro una cittadinanza universale fondata sulla fratellanza e sul riconoscimento reciproco”: nella ricorrenza della Dichiarazione conciliare che aprì un nuovo capitolo nella storia dei rapporti tra cattolici e credenti di altre fedi, i Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso pubblicano la Nota ‘Un cammino di speranza’.
Una riflessione congiunta per ribadire l’invito a contrastare i fondamentalismi, abbandonare logiche di difesa o conquista, tutelare la libertà religiosa ed edificare la fraternità: “A sessant’anni di distanza dalla sua pubblicazione, ‘Nostra Aetate’ continua a ispirare le scelte pastorali e teologiche della Chiesa e ad alimentare quel dialogo che è la forma stessa del darsi della vita umana ed è divenuto vieppiù indispensabile nelle società del nostro tempo. Tale dialogo, però, costituisce anche una sfida permanente: come coniugare fedeltà all’identità cristiana e apertura sincera all’alterità?
Come vivere concretamente l’appello a una fratellanza universale in società segnate da una crescente diversità culturale e religiosa, dalla guerra e dalla violenza, e caratterizzate da una spinta crescente verso la secolarizzazione? Questo documento commemorativo intende ripercorrere le tappe essenziali del dialogo interreligioso dopo Nostra Aetate, valutarne le conquiste e le sfide, e tracciare alcune prospettive per l’avvenire”.
Un percorso storico che costruisce l’importanza di questa dichiarazione: “La Dichiarazione Nostra aetate nasce dopo la seconda guerra mondiale e inizialmente non era riferita al dialogo con le altre religioni, ma si poneva come risposta alle tragiche conseguenze dell’antisemitismo culminato nella Shoah. San Giovanni XXIII, già molto sensibile a questa tematica, dopo un incontro con l’ebreo Jules Isaac, reso possibile dalla mediazione della fondatrice del Segretariato Attività Ecumeniche, Maria Vingiani, incaricò il cardinale Augustin Bea di stilare un testo conciliare volto a risanare e rinnovare la relazione tra la Chiesa e il popolo ebraico.
Tale progetto venne sviluppato nelle sessioni del Concilio Vaticano II ed ha trovato una forma concreta in un testo che, come l’evangelico granello di senape (cf. Mc 4,31-32), è cresciuto oltre ogni previsione, fino a diventare un grande albero che ha incluso, oltre al rapporto con il giudaismo, il dialogo con le diverse religioni. In esso si riconosce il disegno di un’accoglienza sempre più universale, che la Chiesa desidera offrire ai fratelli e alle sorelle delle altre tradizioni religiose, nel rispetto e nella ricerca condivisa della verità”.
Un cammino che riconosce le radici del dialogo: “Il dialogo cattolico-ebraico, nella sua forma ufficiale e istituzionale, trova il suo fondamento nel n. 4 della Dichiarazione. Si tratta della prima espressione magisteriale che riconosce chiaramente le radici ebraiche del cristianesimo. In essa, si fa riferimento al brano di Rm 9,4-5, nel quale si attesta che agli israeliti appartengono i patriarchi e che Cristo proviene da loro secondo la carne. La Dichiarazione afferma anche che ‘dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo’…
Per dirla con l’evangelista Giovanni, secondo la reinterpretazione del teologo protestante K. Barth, la Parola si fece ‘carne ebraica’ e venne ad abitare in mezzo a noi. Questa dimora di Gesù è l’ebraismo del suo tempo, che è il terreno originario da cui si è sviluppata la Ecclesia ex circumcisione e poi la Ecclesia ex gentibus (si veda in proposito il mosaico della Basilica di Santa Sabina a Roma)”.
Il documento del Concilio Vaticano II evidenzia l’importanza del dialogo interreligioso: “Il rispetto e la stima sono i fondamenti imprescindibili del dialogo interreligioso e nei rapporti con l’ebraismo, che permettono di superare atteggiamenti di esclusione, disprezzo o indifferenza che a lungo avevano prevalso.. In questo senso, la Dichiarazione si colloca nell’antropologia della relazione di ‘Gaudium et Spes’, in cui l’altro non è percepito come una minaccia, ma riconosciuto come un interlocutore con cui costruire, in uno spirito di reciprocità, una società più giusta e fraterna”.
Ciò è alla base del dialogo con gli ebrei: “Sia l’ebraismo odierno che il cristianesimo contemporaneo si basano sulla Parola rivelata nel Primo Testamento e affondano le loro radici nell’ebraismo dei tempi di Gesù. Quest’ultimo, dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., si trasformò col tempo soprattutto in ebraismo rabbinico, mentre il cristianesimo primitivo si sviluppò a partire dal movimento avviato da Gesù e dai suoi discepoli, distinguendosi dalle varie forme di ebraismo nel corso del tempo. Con l’ebreo Gesù, i primi cristiani adottarono effettivamente principi dell’ebraismo di allora e li adattarono alla nuova situazione post-pasquale… Questo ricco patrimonio comune è una solida base, un vero tesoro per il dialogo ebraico-cristiano”.
Il documento è un invito a non disperdere il patrimonio spirituale in comune: “Tenendo presente un tale ricco patrimonio spirituale comune a ebrei e cristiani, è facile capire che il dialogo ebraico-cristiano non può essere considerato una pratica accessoria per i cristiani, avendo come scopo soltanto di conoscere meglio l’ebraismo, oppure di coltivare rapporti diplomatici o anche solo l’amicizia con il popolo ebraico: si tratta piuttosto di prendere piena consapevolezza della propria identità originaria. L’alleanza di Dio con il popolo ebraico è irrevocabile e ciò interpella costantemente la Chiesa.
Ciò non significa per i cristiani che esistano due vie di salvezza e che l’alleanza con il popolo ebraico sia parallela alla via di salvezza cristiana: la Chiesa insegna che Cristo è l’unico redentore. Tuttavia, tale alleanza irrevocabile ha un significato teologico. Più un cristiano conosce e ama le radici ebraiche della propria tradizione, più egli comprende sé stesso nella sua pratica di fede e la sua identità religiosa si rafforza, anche se, affinché ciò avvenga, è essenziale che il cristiano conosca bene la propria tradizione di fede e che vi sia ben radicato.
Quando, in riferimento all’ebraismo, affermiamo che non possiamo fare a meno gli uni degli altri, ciò implica anche che la religiosità degli attuali ebrei, e non solo quella legata al Primo Testamento, è rilevante per i cristiani… La religiosità ebraica, infatti, può essere considerata come un effetto della Parola rivelata, sempre viva ed efficace, che essi hanno accolto, e per questa ragione si tratta di un valore attuale e dinamico, che sempre può arricchirci. Di fondamentale importanza è, perciò, l’approfondimento biblico, esegetico, liturgico e teologico della relazione con l’ebraismo, secondo i principi esposti nelle Costituzioni conciliari Dei Verbum e Lumen Gentium”.
E ricorda la lotta all’antisemitismo del documento conciliare: “Tale solidarietà con il popolo ebraico include anche la comune lotta contro l’antisemitismo… L’antisemitismo si è manifestato in modi crudeli lungo la storia, anche nei nostri tempi, ma il suo punto più buio è rappresentato certamente dall’evento della Shoah”
Per questo i conflitti si riversano anche sul dialogo ebraico-cristiano: “I conflitti che negli ultimi anni sono divampati in Medio Oriente hanno lasciato il loro segno anche sul dialogo ebraico-cristiano. Molti ponti di comunicazione hanno vacillato e continuano ad essere messi alla prova per la differente lettura degli eventi succedutisi, spesso non univoca anche all’interno delle rispettive comunità religiose. Tuttavia i pilastri del dialogo credente, edificati in sessant’anni di lavoro comune, sono rimasti saldi. Su di essi è possibile e necessario costruire, traendo ancora ispirazione dalle raccomandazioni dei Padri conciliari a crescere nella mutua conoscenza e stima”.
Questo è il messaggio della Dichiarazione conciliare: “Sessant’anni dopo la Dichiarazione ‘Nostra Aetate’, la Chiesa cattolica guarda al cammino percorso con profonda gratitudine. In sei decenni, questo testo, breve ma audace, ha trasformato radicalmente il volto delle relazioni interreligiose. La Chiesa è passata da un atteggiamento spesso riservato o distante a un coraggioso cammino di dialogo sincero, di incontro rispettoso e di cooperazione fraterna. Questa eredità costituisce ormai un patrimonio vivente e irrinunciabile, che continua a interpellare i credenti di oggi e li impegna a proseguire questa avventura umana e spirituale, così vitale per il nostro tempo”.
Ecco l’attualità della Dichiarazione: “In un mondo al contempo profondamente interconnesso e frammentato, il messaggio di ‘Nostra Aetate’ rimane dunque di grande attualità. La fratellanza tra credenti di diverse tradizioni religiose non è un semplice ideale, ma un’esigenza morale, spirituale e sociale. Di fronte alle sfide contemporanee (estremismi religiosi, migrazioni globali, secolarizzazione, crisi ecologiche e sociali) le religioni sono chiamate a trasformare il mondo e la società perché siano espressioni fraterne della volontà di Dio. Questo impegno passa necessariamente attraverso una rinnovata educazione al dialogo, in particolare presso le giovani generazioni, per superare paure e pregiudizi e radicare una vera cultura dell’incontro”.
A Padova ‘Tu sei Bellezza. Mistica e creazione’: l’arte contemporanea incontra san Francesco, il Cantico delle Creature e le grandi sante mistiche
Inaugurata nei giorni scorsi nelle ‘Salette’ del Museo Antoniano di Padova, la mostra ‘Tu sei Bellezza. Mistica e creazione’, ricerca figurativa firmata dagli artisti Serena Nono e Nicola Golea. L’esposizione si inserisce nelle celebrazioni ufficiali dell’VIII Centenario della morte di San Francesco d’Assisi (1226-2026) e si fregia del logo ufficiale del Comitato Nazionale presieduto dal poeta Davide Rondoni.
La rassegna crea un ponte estetico tra Assisi e la città antoniana, unendo la memoria del Poverello al culto di Sant’Antonio in un percorso che celebra la Bellezza come attributo divino e forma di carità. Nelle essenziali ed intime sale adiacenti al Museo, la mostra propone un dialogo serrato tra la mistica medievale e la sensibilità contemporanea, offrendo una riflessione viva ed ecologica sul presente.
Il percorso espositivo si articola sulla sinergia di due narrazioni parallele. Nicola Golea indaga gli elementi del Cantico delle Creature (dall’acqua al fuoco, fino al perdono e alla morte) caricando la natura di responsabilità ecologica, per poi passare agli intensi ritratti di san Francesco, sant’Antonio e al Miracolo della predica ai pesci. Serena Nono focalizza la propria indagine sulle grandi figure mistiche come Santa Chiara, Sant’Angela da Foligno, Santa Margherita da Cortona e Santa Brigida di Svezia, evidenziandone la forza intellettuale e la capacità di rompere gli schemi della società del tempo. Tassello centrale è il loro dipinto dedicato allo storico incontro del 1221 ad Assisi tra san Francesco e ant’Antonio.
All’inaugurazione sono intervenuti il rettore della Pontificia Basilica, padre Antonio Ramina, la responsabile del Museo Antoniano, prof.ssa Giovanna Baldissin Molli, insieme agli stessi artisti Serena Nono e Nicola Golea. Come ha sottolineato padre Ramina, le opere rendono tangibile l’unione tra arte e sacro, invitando a una meditazione in cui il Cielo parla all’ascolto interiore. La prof.ssa Baldissin Molli ha evidenziato il valore di ‘storia di genere’ nell’azione delle sante mistiche, donne straordinarie sottrattesi alle convenzioni dell’epoca.
La mostra rimane visitabile a ingresso gratuito fino all’8 ottobre dal martedì alla domenica dalle ore 9:00 alle ore 13:00 e dalle ore 14:00 alle ore 18:00 (lunedì chiuso).
L’apertura della mostra ha fatto anche da cornice al lancio del ricco cartellone di iniziative culturali e spirituali francescane che animeranno la Basilica del Santo fino al prossimo 15 ottobre. La rassegna ‘San Francesco 1226-2026’, in occasione della vernice di ‘Tu sei Bellezza. Mistica e creazione’, vedrà alternarsi momenti di spiritualità e devozionali (la Novena a san Francesco, il Transito al cielo dell’assisiate e la solennità del 4 ottobre presieduta dal vescovo di Padova mons. Claudio Cipolla) a concerti (dell’Orchestra dei ‘Polli(ci)ni’, della Cappella Musicale Antoniana, del Centro di Ateneo per i Diritti Umani Papisca con il Concentus Musicus Patavinus); la presentazione del libro Fra Albero di Antonio Gregolin per le Edizioni Messaggero Padova (inserito anche nel cartellone della Fiera delle Parole). Tra gli eventi francescani spicca senz’altro l’originale performance ideata dalla Pastorale dell’Arte al Santo ‘Racconta Francesco’ che mette in scena la vita del Poverello tra teatro, musica e danza. Tutti gli eventi sono a ingresso libero.
I vescovi invitano alla comunione
“Chiediamo allo Spirito Santo di illuminare la nostra mente per rispondere alle attese che ci sono state affidate dal Cammino sinodale, per una Chiesa che sia arca di salvezza nel mare minaccioso di questo mondo… E’ lo spirito con cui desideriamo vivere questo Consiglio Permanente: tra i vari impegni del suo mandato, c’è quello prioritario di dare continuità e attuazione alle proposte del Documento di sintesi del Cammino sinodale, ‘Lievito di pace e di speranza’, che in parte sono già in cantiere nelle singole Diocesi e in parte allo studio della CEI, compresa la riforma dello Statuto”: con queste parole sul cammino sinodale il card. Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI, ha aperto i lavori del consiglio episcopale permanente.
Un invito all’ascolto per essere comunità: “Siamo, infatti, convinti che ascoltarci, condividere le responsabilità, cercare insieme come servire le nostre Chiese sono parte dell’annuncio, non una sua premessa organizzativa. La comunione che viviamo rende credibile la parola che rivolgiamo agli altri, genera e rigenera la nostra decisiva unità… L’unità non serve a proteggerci dal mondo: è un dono per raggiungerlo con il Vangelo. Avviene anche il contrario: i discepoli discutono su chi è il più grande e il Signore resta solo”.
Una comunione che è disposizione di cura: “La comunione con il Successore di Pietro e tra noi Vescovi chiede di diventare cura vicendevole, disponibilità a portare insieme le fatiche, libertà di parlare con franchezza senza smettere di ascoltare. La comunione è la nostra forza, che fa vivere come nostre le gioie o le sofferenze dei fratelli. In una società di legami così deboli e dove è facile separarsi, una Chiesa fedele all’amore, che impara a volersi bene e a camminare insieme, diventa un faro di speranza che rende concreto l’amore di Dio. Chiediamo al Signore di aiutarci a essere una Chiesa libera di annunciare, perché radicata in Lui e vicina alla vita delle persone”.
Quindi in apertura ha ricordato il card. Camillo Ruini: “La nostra Conferenza gli deve molto: l’ha servita a lungo, prima come Segretario Generale e poi come Presidente, accompagnando le nostre Chiese in anni di profondi cambiamenti. Ricordo personalmente il suo affettuoso incoraggiamento, i suoi consigli puntuali e intelligenti, quando iniziai il mio servizio come Presidente. Egli poneva al centro la questione della presenza della Chiesa nel mondo.
Di fronte all’indebolimento dell’identità culturale del Paese e alla crescente marginalizzazione del cristianesimo, la sua preoccupazione consisteva nell’evitare che la fede fosse confinata nell’ambito della sola esperienza privata. Nel suo ministero abbiamo conosciuto l’amore alla Chiesa e al Successore di Pietro, la passione per una fede pensata e vissuta, capace di dialogare con le domande del nostro tempo e produrre cultura cristiana e umanesimo. Non vogliamo disperdere questa dedizione. Lo affidiamo al Signore risorto con la gratitudine di una famiglia che non dimentica e vive la pienezza della comunione in Cristo”.
Ed ha ripreso le ‘ammonizioni’ di papa Leone XIV: “Possiamo spendere tante energie per custodire ciò che abbiamo ma mai perdere di vista le persone alle quali siamo mandati! E’ il rischio di cercare formule e non relazione, di curare più l’organizzazione che l’incontro con il Vangelo e la trasmissione della fede attraverso i legami di amicizia e l’esperienza. Non smettiamo di guardare con la compassione di Gesù il dolore e la stanchezza della folla dove siamo inviati e alla quale la nostra vita è intimamente unita. Non si è Chiesa di Gesù senza la ‘folla’!”
Quindi ha ribadito che l’annuncio del Vangelo deve raggiungere le persone: “L’annuncio non è mai disincarnato: raggiunge le persone nelle loro domande vere, nel lavoro, nello studio, negli affetti, nelle preoccupazioni quotidiane. Ha bisogno, quindi, di farsi dialogo, conoscenza, interiorità, cultura, rapportandosi con la ricerca scientifica, l’arte, la politica, con tutto ciò attraverso cui gli uomini comprendono sé stessi e costruiscono il futuro. Non possiamo accontentarci di parlare a chi già ci ascolta. Ci è chiesto di incontrare, di ascoltare, di lasciarci interrogare: la fede non ha paura della ricerca della verità e del dialogo. Il dialogo non ha valore in sé, ma senza il dialogo diventiamo muti, ripetitivi, distanti dalle persone ma anche dall’amore di Dio e facilmente finiamo per giudicare come il fratello maggiore della parabola o i lavoratori della prima ora che abbiamo ascoltato ieri”.
Inoltre ha invitato ad approfondire l’enciclica del papa: “Infine, ritengo opportuno ricordare ancora la lettura del nostro mondo che papa Leone ci ha offerto con la sua Enciclica Magnifica humanitas (Mh), che rappresenta un punto di partenza per riflessioni ulteriori nella nostra realtà. E’ una bussola preziosa in momenti in cui si è, tante volte, umanamente e intellettualmente spaesati. Non possiamo, come è accaduto anche con rilevanti documenti dei Papi, lasciarla cadere o collocarla tra tanti altri discorsi o ridurla ad un richiamo rituale o consumarla senza assumerne i contenuti”.
Inoltre ha invitato a riscoprire l’azione di san Francesco: “Siamo alla vigilia degli ottocento anni del transito di san Francesco, nostro patrono insieme a santa Caterina da Siena. Insieme, come Chiesa italiana, lo celebreremo ad Assisi il 4 ottobre prossimo. La sua testimonianza, nonostante gli otto secoli trascorsi, parla ancora con incredibile attualità, perché è l’uomo del Vangelo, che ha desiderato in tutto conformarsi a Gesù. Mette sempre al centro Cristo.
Il segreto della predicazione del Santo è la semplicità evangelica delle sue parole, offerte con prossimità, umanità, simpatia alla gente del suo tempo e in mezzo alle strade. Non dimentichiamo che la predicazione di san Francesco e dei suoi frati suscitò resistenze non solo in Italia, anche in una parte del clero, perché rappresentava un’altra strada, non controllata o interna alle istituzioni di allora. I Papi furono preveggenti nell’accogliere i doni dello Spirito”.
In questo senso questa è l’attualità del santo di Assisi: “Nelle prossime settimane faremo memoria del quarantesimo anniversario dell’incontro di Assisi: il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II convocò per la prima volta i rappresentanti delle Chiese cristiane e delle religioni del mondo per pregare per la pace… Ricordiamo l’emozione e la sorpresa di quella giornata storica, in un tempo segnato dalla Guerra Fredda. Fu una tappa decisiva del cammino di dialogo aperto dal Concilio e un rilancio dell’impegno delle religioni per la pace. Quarant’anni dopo, quella profezia ci chiede più forza nel dialogo”.
E’ stato un cammino che si è concretizzato con la firma del patto ‘La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale’: “Frutto di un cammino pluriennale, quel testo nasce dalla convinzione che l’ascolto e la conoscenza reciproca, liberi da pregiudizi e luoghi comuni, contrasti tutte le forme di persecuzione antireligiosa (cristianofobia, antisemitismo, islamofobia…), valorizzino il patrimonio umano e spirituale di ogni tradizione, offerto a una società segnata da polarizzazioni ed estremismi che spingono a vedere nell’altro un nemico. L’incontro vero rafforza, non sbiadisce, l’identità di ciascuno… Il senso religioso e l’autentica fede sono, infatti, i più potenti antidoti alla violenza, come solennemente sancito nel celebre Documento di Abu Dhabi”.
Inoltre ha ricordato il convegno di Roma: “Nel fare memoria di questo anniversario, ricordiamo anche il cinquantesimo dal primo Convegno Ecclesiale Nazionale, celebrato a Roma nel 1976 su ‘Evangelizzazione e promozione umana’ (30 ottobre – 4 novembre). Non è un anniversario da archivio… Non era solo un’esortazione, tanto importante ancor oggi, ma un forte invito collocato nella rilettura della “situazione religiosa del nostro Paese”. Riprendendo in mano il documento base di quel convegno, non possiamo non provare stima e ammirazione per la fede e la lucidità di quei Pastori che, allora, posero questioni vitali per il cristianesimo italiano. In particolare, mons. Enrico Bartoletti, Segretario della CEI, uomo della Parola di Dio e scrutatore dei segni dei tempi, che fu l’architetto di quel convegno”.
Quel convegno fu l’inizio di un cammino sinodale: “Cinquant’anni dopo, il nesso tra evangelizzazione e attenzione all’uomo resta il criterio per leggere questo tempo di guerre e nuove fragilità. E’ questo nesso, non un’esigenza organizzativa, a rendere non più rinviabile una riflessione sulle nostre strutture, secondo quanto emerso dal Cammino sinodale. Questo vale per le funzioni della Conferenza Episcopale Italiana e delle Conferenze Episcopali Regionali e per il nostro Statuto… Per fare questo non dobbiamo dimenticare che la principale decisione è l’impulso a rinnovare, con fiducia, l’impegno ad annunciare il Vangelo oggi. E’ la decisione radicale che ci deve assorbire. Anche in questi tempi, constatiamo che il Vangelo ha una sua forza di attrazione”.
E per la scuola è arrivato l’invito ad essere ‘cantiere’: “In questi giorni le scuole hanno riaperto i cancelli: tornano domande che riguardano tutti, non solo chi insegna o studia. La questione educativa non è un tema tra gli altri, né si riduce a programmi e metodologie. Tocca il cuore della nostra convivenza. Educare significa accompagnare una persona a diventare libera, capace di cercare la verità, di riconoscere il bene, di entrare in relazione con gli altri e di assumere responsabilmente il proprio posto nel mondo. I recenti episodi di violenza ci interrogano profondamente e devono spingerci a una presenza rinnovata nel mondo educativo…
All’inizio dell’anno scolastico non auguriamo soltanto buoni risultati. Auguriamo alle nostre scuole di essere comunità capaci di generare fiducia, passione e responsabilità; luoghi in cui nessuno si senta escluso; laboratori di umanità in cui la tecnologia sia al servizio della persona e non la persona al servizio della tecnologia. Auguriamo loro di custodire il tempo lento dell’ascolto, dello studio, della meraviglia, del confronto vero, senza i quali nessuna libertà interiore può crescere. La scuola non è uno spazio da attraversare in fretta: è, ancora oggi, un cantiere decisivo del nostro futuro comune”.
Ha concluso la prolusione soffermandosi sul bisogno di cura: “La cura della persona ci porta al dibattito sul fine vita che seguiamo con preoccupazione… Continuiamo a ritenere che la vera conquista di civiltà non sia la soppressione della vita, ma la cura che allevia la sofferenza. La Chiesa rigetta l’accanimento terapeutico e riconosce la liceità della rinuncia a trattamenti sproporzionati: distingue però questa rinuncia dall’intenzione di procurare la morte. Tra l’accanimento e l’anticipazione della morte c’è uno spazio che le istituzioni hanno il dovere di riempire prima di aprirne altri: quello delle cure palliative, della terapia del dolore, dell’assistenza domiciliare e negli hospice, del sostegno alle famiglie e ai caregiver”.
Per questo ha auspicato che non ci siano strumentalizzazioni: “Per questo, mentre si moltiplicano le iniziative regionali su un tema che riguarda la dignità di ogni persona e dunque l’intero Paese, auspichiamo un confronto parlamentare ampio, responsabile, attento alle necessità dei cittadini e libero da strumentalizzazioni e ipocrisie su quello che sta avvenendo nei territori. Auspichiamo che non ci siano polarizzazioni né giochi al ribasso ma sia custodita la dignità della persona che non diminuisce con la malattia, con la fragilità o con la dipendenza dagli altri. E’ proprio nella cura di chi è più debole che una comunità civile misura la propria umanità. Nessuno sia lasciato solo, nessuno si senta un peso: è questo l’impegno che chiediamo alle istituzioni e che, come Chiesa, continuiamo a vivere ogni giorno accanto a chi soffre”.
Il cardinale Pizzaballa a Meeting di Rimini per tenere alta l’attenzione sulla Terra Santa
E’ importante tenere vivi i riflettori sulla situazione di Gaza, della Cisgiordania, di Israele e di tante altre parti del mondo”: lo ha detto il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, a margine dell’ultimo incontro che ha concluso il Meeting dell’Amicizia tra i Popoli svoltosi a Rimini, rispondendo ad una domanda sulla proposta di iniziative capaci di richiamare l’attenzione internazionale sul dramma dei bambini vittime della guerra, come la proposta di assegnare il Premio Nobel per la Pace ai bambini vittime dei conflitti.
Il patriarca gerosolimitano ha ribadito la necessità di non lasciare cadere l’attenzione sulla popolazione civile, tra le principali vittime del conflitto: “Noi siamo sospesi da tanto tempo, è diventato ormai una sorta di status quo nostro di essere sospesi. Siamo in perenne attesa che ci sia qualcosa che si sblocchi. Questo non aiuta, perché abbiamo bisogno di gesti che portino fiducia, non di riprendere la guerra, ma di gesti sul territorio che riportino fiducia nella popolazione che adesso credo sia una delle principali vittime di questa guerra”.
Interrogato da tre liceali, il card. Pizzaballa ha risposto alle domande di tre liceali (Lucia Salerno, milanese; Grant Eberle, statunitense del Kansas; Kirill Stash, riminese ma con radici in Ucraina), invitando a restare ‘umani’, nell’ultimo incontro, che come titolo, ‘Scrutando il cielo di Gerusalemme, riprendeva i temi della sua lettera pastorale, ‘Tornarono a Gerusalemme con grande gioia’.
Infatti su sollecitazione dell’inviata di Alessandra Buzzetti, inviata di TV2000 a Gerusalemme, ha parlato di pace in Terra Santa: “Non dobbiamo ridurre la pace a slogan e bisogna evitare approcci ingenui», osserva il patriarca. Va riconosciuto, dice, che la politica è fatta di equilibri, di interessi e di rapporti di forza, e non può liberarsi di queste dinamiche. Il problema nasce quando l’azione politica si esaurisce lì. In Medio Oriente si è perso il senso del bene comune: pare che nelle istituzioni si lavori soltanto per il tornaconto della propria, senza guardare all’interesse generale”.
Alla domanda di Lucia Salerno su come non lasciarsi sopraffare dagli eventi e tenere viva la speranza, la risposta è stata precisa, che non lascia spazio alle interpretazioni: “La speranza non ha la soluzione ai problemi e non è neppure l’attesa che qualcosa arrivi da fuori: essa è figlia della fede, è la coscienza di non essere soli”.
Per questo ha raccontato la sua visita a Gaza nel giugno scorso, in quanto era stato sollecitato con insistenza a recarsi all’università Al-Azhar, l’ateneo pubblico della Striscia (distinto dall’omonima istituzione islamica del Cairo), per cui era esitante. Lasciatosi convincere dall’insistenza del rettore si è trovato davanti 600 studenti giovanissimi che in qualche modo si stavano impegnando a rimettere in piedi la vita universitaria. Al cardinale hanno posto molte domande, ma nessuna sulla guerra. Volevano conoscere la sua esperienza personale, la vocazione, aspetti del cristianesimo: “Quando ho affermato che il cristiano non vuole la violenza, tutti, di scatto, si sono alzati in piedi ad applaudire, quasi a voler dire che anche loro la pensano così, che sono stanchi di tanta violenza… Essa non cambierà le sorti della geopolitica, ma certamente il mio sguardo. Mi aiuta a mettere ordine dentro me stesso e mi ricorda che non sono io a condurre la storia”.
Mentre Kirill Stash gli ha posto la domanda sulla bruttura della guerra che genera decadimento fisico e morale: “La guerra deumanizza a poco a poco… Occorre restare umani, perché in Terra Santa ciascuno si considera vittima, la sola vittima. La via d’uscita sta nel rovesciare la logica della categorizzazione (israeliani, palestinesi, ebrei, musulmani, credenti, non credenti) comoda e semplificatoria ma cieca. Bisogna liberarsi dalle categorie e incontrare le persone nella loro unicità… L’unico modo per uscire dai circoli viziosi è incontrare”.
Poi anche un pensiero sul dialogo interreligioso, che nasce da un’appartenenza salda che non si pone sulla difensiva: “Se sono un cristiano sereno, convinto e risolto non ho paura di incontrare altri, non mi sento minacciato da loro, non mi pongo contro nessuno. So che non c’è nulla di importante che gli altri possono togliermi; semmai ho tutto da donare”.
Infine Grant Eberle ha incentrato la domanda sulla lettera pastorale del patriarca, che ha come immagine la ‘Gerusalemme celeste’ e non l’’immagine dell’Eden: “La Storia non va cancellata, rientra anch’essa nel progetto di Dio. La città è il progetto di Dio a cui l’uomo è chiamato a collaborare. La Gerusalemme celeste non è Babele, una città senza Dio: è una città che scende dal cielo come dono di Dio, che noi possiamo contribuire a costruire. Ciò che la tiene insieme è l’amore. Ogni città, ogni comunità, ogni Chiesa è chiamata a diventare quella Gerusalemme”.
Quindi questa visione di pace ha concluso questa edizione del Meeting; ma la pace senza perdono non ha fondamento, come hanno raccontato (‘Il perdono rende liberi’) nel giorno precedente Davide Simone Cavallo, studente dell’Università Bocconi, ed in video Chiara Mocchi, professoressa di francese nelle scuole medie di Trescore Balneario, entrambi aggrediti da ragazzi con grave rischio di vita.
Simone Cavallo ha ricostruito il proprio risveglio, cinque o sei giorni dopo l’aggressione, in una stanza d’ospedale scura, tra macchinari e persone di cui non riusciva a vedere il volto, spostando l’attenzione sul rapporto con se stessi, attraversata dalla libertà nel perdonare: “Non provare a perdonare gli altri se prima non sai perdonare te stesso… Chi non si perdona può non riuscire a chiedere scusa e può sentirsi ancora attaccato anche quando gli altri gli offrono il perdono, privandosi dell’esperienza di essere amato nonostante l’errore. Prima mi accetto, poi imparo a starci dentro, poi mi perdono, e lì sono libero di fare tutto”. Solo allora l’amore può diventare il motore che fa crescere, mette radici, rami, fiori e frutti”.
Mentre la prof.ssa Chiara Mocchi ha raccontato che al suo risveglio non ha provato nessun ‘rancore’: “Quando io mi sono risvegliata in terapia intensiva, mi sono scoperta a parlare da sola: ‘Che strano’ ho detto, ‘non provo nessun rancore, nessuna cattiveria’. E sono sempre stata cosciente, non ho mai perso la consapevolezza. Quando mi sono risvegliata ero io. Ho ritrovato il mio cuore, come ho sempre cercato di averlo, pulito. Sapevo che cosa mi era successo. L’ho vissuto dal primo istante fino a quel risveglio. E in quel risveglio ero io con il mio cuore”.
Il perdono è uno ‘stile di vita’: “Il perdono non è un atto cerebrale, razionale per avere qualcosa in cambio. Il perdono scaturisce da dentro… Non si perdona qualcuno per avere qualcosa in cambio. Non è un dare per avere. E’ un dare a titolo totalmente gratuito. Io non ho fatto niente di straordinario nel perdonare chi mi ha accoltellata… E nella mia vita, nel mio corpo, perché i segni sono permanenti. Però dentro ho questa forza e anche questa libertà straordinaria”.
Ecco il motivo per il quale il perdono rende liberi: “Ma non si perdona per essere liberi. Si è liberi perché si ha perdonato. Io ho perdonato. Ho trovato questa libertà che mi permette di andare avanti. La libertà della gratuità. La libertà di chi fa della propria vita un dono, nella piccola misura che è concessa. E se io ho accettato di essere qui oggi, facendomi violenza, è perché forse posso dare questa testimonianza, che è una testimonianza cristiana, di amore, di libertà. Non c’è niente di straordinario nella mia vita….
Voglio vivere la libertà. Non sono restata schiava della cattiveria, della rabbia, dell’astio, del rancore. Mi è stato tolto tanto, ma altrettanto mi è stato dato in termini di opportunità. Posso continuare a godere di questa vita. Non so che cosa mi aspetta. Però io aspetto ciò con fiducia e con speranza. Con questa forza dentro che è libertà”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: serve la Dottrina Sociale della Chiesa
“La vostra presenza esprime la volontà di proseguire un dialogo che possa tradursi in un cammino verso modelli di sviluppo più umani, sostenibili e solidali, capaci di tutelare la dignità di ogni persona e di prestare un’attenzione particolare a quanti corrono il rischio di rimanere ai margini. Questo incontro riveste particolare interesse per l’ampiezza dei settori rappresentati e per la responsabilità che molti dei suoi partecipanti esercitano in ambiti decisivi per la vita sociale, economica e culturale. Proprio per questo, tale spazio di dialogo può aiutare ad affrontare con maggiore realismo sfide che riguardano il futuro comune”: questa mattina papa Leone XIV ha invitato i partecipanti all’incontro ‘Fratelli tutti: dialogo socio-ambientale Nord-Sud’, promosso dalla Pontificia Commissione per l’America Latina con Celam e Usccb, ad intervenire dove il lavoro perde la sua dignità.
Per questo ha ripreso un suo discorso al Collegio cardinalizio con l’invito al dialogo con il ‘mondo contemporaneo’: “Tale dialogo appartiene alla missione stessa della Chiesa, che ha ricevuto da Gesù Cristo il mandato di annunciare il Vangelo a tutti i popoli e di portare la sua luce nelle realtà concrete di ogni tempo. La sua indole pastorale fa parte della sua stessa natura e la impegna a guardare in faccia la realtà degli uomini e delle donne ai quali è inviata”.
Un dialogo che è un invito evangelico: “L’imperativo del Vangelo di prendersi cura dei poveri esige, inoltre, che tale sguardo sia rivolto in modo particolare a quanti subiscono più duramente le conseguenze dei cambiamenti sociali, economici e tecnologici. Pochi giorni fa ho ricordato che la Chiesa è chiamata ‘a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo’, tra cui quelle che possono accompagnare un progresso scientifico e tecnologico che apre possibilità inedite”.
Un dialogo che è alle radici del cristianesimo: “Un impegno così affonda le sue radici nel mistero stesso della fede cristiana. Dio è entrato nella nostra storia. In Gesù Cristo ha assunto la nostra umanità e ha affidato alla Chiesa la missione di annunciare il Vangelo nelle circostanze reali in cui vivono i popoli. Dalle Scritture ai grandi Padri della Chiesa, come sant’Ambrogio e sant’Agostino, la tradizione cristiana ha imparato a discernere, all’interno della storia, ciò che serve veramente all’uomo e ciò che finisce col ritorcerglisi contro”.
Un dialogo che richiama alla responsabilità, come sottolineato nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’: “Le novità del nostro tempo ci pongono così dinanzi a una responsabilità comune. In ‘ ‘Magnifica humanitas’ ho voluto esprimerlo con un’immagine biblica: siamo di fronte alla possibilità di ‘innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme’.
Perciò, di fronte allo sviluppo tecnologico, la domanda decisiva non è semplicemente se accettiamo o rifiutiamo determinati strumenti, ma quale umanità vogliamo costruire e quale posto avrà in essa ogni persona. Una responsabilità di tale portata supera le possibilità di qualsiasi singola istituzione. Per questo è necessario recuperare con nuova forza la logica della sussidiarietà, riconoscendo la responsabilità propria di ogni attore e, al tempo stesso, la necessità di lavorare insieme”.
Una responsabilità condivisa contro la frammentazione: “Un’agenda di responsabilità condivisa può contribuire proprio a far sì che le differenze legittime non si trasformino in frammentazione. Nella mia prima Enciclica ho voluto sottolineare che il pluralismo ha bisogno di un principio di unità e che gli consenta di orientarsi verso fondamenti comuni e verso il fine ultimo della persona. L’esperienza sinodale della Chiesa può offrire qui un insegnamento: ascoltare veramente le differenze non significa diluirle, ma imparare a discernerle e a cercare a partire da esse, ciò che può servire al bene di tutti”.
Una responsabilità che apre al dialogo: “Questo esercizio risulta particolarmente necessario in un tempo in cui le narrative polarizzate trovano un’amplificazione immediata e in cui lo scontro può trasformarsi facilmente in strumento di potere. Dinanzi a questa dinamica, il fatto stesso che persone e istituzioni tanto diverse abbiano deciso di sedersi a uno stesso tavolo contiene già una responsabilità. Il dialogo vero esige qualcosa di più della cordialità: obbliga a restare nella conversazione quando emergono interessi contrapposti e quando le decisioni richiedono rinunce concrete”.
Ed ecco la necessità della Dottrina Sociale della Chiesa: “La Dottrina Sociale della Chiesa offre un aiuto prezioso a tale riguardo. Molte delle organizzazioni qui presenti la conoscono, la stanno studiando e stanno aiutando a diffonderla. Essa è ‘non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario’. I suoi principi non sostituiscono le decisioni che voi dovete prendere; piuttosto offrono criteri per giudicare se queste decisioni davvero rispettano la dignità umana e servono il bene comune.
Per questa ragione, il valore di qualunque punto di consenso si possa raggiungere non si misurerà solo in base al numero delle persone che lo appoggiano. Sarà riconosciuto dagli interessi che riuscirà a tutelare e, in particolare, dall’impatto che avrà sulle vite di coloro che hanno meno potere di difendersi”.
Quindi ha concluso l’intervento con il ‘sogno’ di Neemia: “Come Neemia, dovete entrare ‘nei cantieri della storia (laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali) per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto’. Inoltre, vi invito a lasciarvi sfidare dai segni dei tempi e abbracciare i contributi delle scienze, delle culture e delle esperienze umane per discernere possibili cammini per andare avanti”.
E’ un incoraggiamento ad una ‘cultura del negoziato’: “Pertanto, vi incoraggio a coltivare una sana ‘cultura del negoziato’ capace di aprire cammini laddove le differenze sembrano precludere ogni possibilità d’incontro. In tal modo, potrete anche contribuire alla diplomazia di pace di cui il nostro mondo ha bisogno.
Neemia non ha ricostruito Gerusalemme da solo. Ha fatto appello al suo popolo, e ogni persona ha lavorato alla sezione della cui costruzione era responsabile. Ora spetta a voi riconoscere quale parte di questo lavoro condiviso vi è stata affidata. Possa il progresso del nostro tempo non lasciare nuove rovine nella sua scia, e possa qualunque cosa noi costruiamo essere davvero una casa e un rifugio per tutti, a cominciare da quanti hanno più bisogno”.
Mentre incontrando l’organizzazione internazionale che riunisce le comunità femminili benedettine, ha ricordato le sue visite a Subiaco e a Montecassino, incoraggiando l’impegno per la formazione: “Riflettendo sul silenzio e sulla pace di quei santuari e vedendovi qui oggi, non posso fare a meno di rallegrarmi nell’osservare che (come dice il Vangelo) da un piccolo seme è nato un grande albero. Di fatto, una vigna si è diffusa ed ‘ha riempito la terra’, ed ha dato molti frutti perché, come amava dire il mio venerabile predecessore, è profondamente radicata nel Signore.
Pertanto, come suore di così tanti Paesi diversi, gli sforzi che state compiendo per essere sempre più profondamente radicati in Cristo e per essere suoi testimoni vivi e oranti in tutto il mondo, sono un grande segno e un dono profetico. Ciò è particolarmente necessario nel nostro tempo, che è caratterizzato da una sete di vita autentica, di comunione e di pace”.
(Foto: Santa Sede)
‘Voci sul Decalogo’ di Emiliano Tognetti premiato al 51° Premio Letterario Casentino
Un nuovo riconoscimento per ‘Voci sul Decalogo. Un viaggio nella contemporaneità. Indagine interreligiosa tra fede e ragione’, il libro di Emiliano Tognetti pubblicato da Graphe.it Edizioni. La Commissione della 51ª edizione del Premio Letterario Casentino ha infatti assegnato all’opera la Segnalazione Particolare della Giuria nella sezione Saggistica edita. Il riconoscimento sarà consegnato oggi pomeriggio, nella cerimonia ufficiale in programma alle ore 16 .00 presso l’Auditorium della Pieve di Romena, a Pratovecchio Stia, in provincia di Arezzo.
Un premio che accende nuovamente i riflettori su un libro costruito attorno a una domanda tanto antica quanto attuale: che cosa possono ancora dire i Dieci Comandamenti all’uomo e alla donna del nostro tempo? In ‘Voci sul Decalogo’, Tognetti affronta la questione attraverso un percorso di dialogo tra ebraismo, cristianesimo e Islam, mettendo a confronto voci e sensibilità differenti. Rabbini, imam, vescovi, sacerdoti e pastori vengono chiamati a misurarsi con le ‘Dieci Parole’ e con alcune delle grandi questioni della contemporaneità, in un intreccio che coinvolge fede, ragione, psicologia, società e storia delle religioni.
Ne nasce un Decalogo molto lontano dall’immagine di un semplice elenco di divieti: pagina dopo pagina emerge piuttosto la possibilità di leggerlo come uno strumento di libertà e di responsabilità, capace ancora oggi di interrogare credenti e non credenti sui rapporti con gli altri, sulla dignità della persona, sulla pace e sulla fraternità.
Pubblicato nel 2025 da Graphe.it, il volume ha già conosciuto diverse occasioni pubbliche di confronto e presentazione. La Segnalazione Particolare della Giuria del Premio Letterario Casentino aggiunge ora una nuova tappa al percorso del libro, riconoscendone il valore nell’ambito della saggistica edita.
Per Emiliano Tognetti il premio rappresenta anche la conferma di una modalità di scrittura fondata soprattutto sull’incontro e sul dialogo: non offrire al lettore risposte già confezionate, ma mettere intorno allo stesso tavolo esperienze, tradizioni e punti di vista differenti, lasciando aperto lo spazio per le domande.
Ed è forse proprio questa la sfida lanciata da Voci sul Decalogo: riscoprire parole antichissime senza trasformarle in un reperto del passato, chiedendosi invece se abbiano ancora qualcosa da raccontare all’uomo del XXI secolo.
Voci sul Decalogo. Un viaggio nella contemporaneità. Indagine interreligiosa tra fede e ragione è pubblicato da Graphe.it Edizioni ed è disponibile attraverso l’editore e i normali canali librari.
A Milano grande successo per il World Meeting del Dialogo e della Parola
Si è conclusa la prima edizione del World Meeting del Dialogo, della Parola e della Comunicazione Socio-Umanitaria tra i Popoli, svoltasi dal 29 al 31 luglio 2026 presso il Salone delle Nazioni del Milano Latin Festival, al MIND – Milano Innovation District (ex area Expo Milano 2015).
L’evento, organizzato da Héctor Villanueva, Direttore del Salone delle Nazioni del Milano Latin Festival, Vicepresidente della Federazione Eurandina e ideatore dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, insieme a Biagio Maimone, Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, ha rappresentato una importante anteprima del grande appuntamento istituzionale previsto per il mese di ottobre a Palazzo Reale di Milano, al quale prenderanno parte importanti rappresentanti istituzionali, diplomatici, esponenti del mondo culturale, sociale e associativo.
La manifestazione ha ottenuto un grande successo, proponendo tre giornate di confronto, dialogo e riflessione sui temi dell’integrazione tra i popoli, dei popoli in cammino, della comunicazione etica, del dialogo interculturale e interreligioso, della solidarietà e della costruzione di una società fondata sulla conoscenza reciproca e sul rispetto della dignità della persona.
Héctor Villanueva ha saputo condurre e coordinare la manifestazione con grande capacità organizzativa e una forte visione internazionale, trasformando il Salone delle Nazioni in un luogo di incontro tra culture, comunità e istituzioni provenienti da differenti realtà del mondo. Biagio Maimone ha contribuito attraverso la sua esperienza nel campo della comunicazione socio-umanitaria, promuovendo il valore della parola come strumento di pace, dialogo e cooperazione.
Durante il World Meeting sono emerse importanti riflessioni sul ruolo del dialogo interreligioso e interculturale come strumenti fondamentali per costruire ponti tra comunità diverse, contrastare ogni forma di discriminazione e favorire una nuova cultura dell’incontro.
I lavori hanno richiamato il valore della fraternità, dell’accoglienza responsabile e del dialogo indicato da Papa Francesco, che ha sempre posto al centro la cultura dell’incontro, la solidarietà e il riconoscimento dell’altro come fratello, e si sono posti in sintonia con il richiamo di Papa Leone XIV alla pace, alla fraternità e al dialogo come vie fondamentali per la convivenza civile.
Il World Meeting ha valorizzato la parola e la comunicazione etica come infrastrutture sociali fondamentali, capaci di superare le barriere culturali, promuovere l’integrazione tra i popoli e stimolare un confronto costruttivo tra differenti culture e tradizioni religiose.
Nel dibattito europeo sul futuro delle migrazioni, Milano sceglie la strada del dialogo, dell’integrazione e della valorizzazione dei nuovi italiani, riaffermando il valore di un’accoglienza responsabile fondata sul rispetto delle leggi, dei doveri civici e dei principi costituzionali.
In una fase nella quale fenomeni di disagio sociale e devianza giovanile sono spesso al centro del dibattito pubblico, il World Meeting propone una riflessione capace di distinguere tra criminalità e immigrazione, sottolineando il ruolo fondamentale dell’educazione, dell’inclusione e della corresponsabilità nella costruzione di una società più sicura e coesa.
Al centro dell’incontro anche la libertà di espressione, la parità, l’inclusione sociale, il contrasto alle discriminazioni etniche e sessuali e il valore di una comunicazione consapevole, fondata su un nuovo umanesimo della parola: un linguaggio capace di creare ponti, favorire il rispetto e promuovere la convivenza tra culture diverse. L’iniziativa si è svolta con la collaborazione dell’UNAR e di numerose istituzioni, enti e associazioni presenti a Milano, in Regione Lombardia, in Italia e nel mondo.
Il World Meeting nasce nel cuore di Milano, città da sempre crocevia di culture e relazioni internazionali, per lanciare un messaggio universale: il futuro si costruisce attraverso il dialogo, la conoscenza reciproca, la dignità della persona e la responsabilità delle parole. Il prossimo appuntamento sarà il grande incontro istituzionale di ottobre a Palazzo Reale di Milano, che rappresenterà una nuova tappa internazionale di confronto sui temi del dialogo tra i popoli, dell’integrazione, della comunicazione
Milano accende la ‘rivoluzione della parola’: al MIND nasce il World Meeting del Dialogo
Una parola può dividere oppure costruire ponti. Può alimentare contrapposizioni oppure diventare uno strumento capace di avvicinare persone, culture e religioni. E’ da questa consapevolezza che, nella cornice del MIND – Milano Innovation District, nell’ambito del Milano Latin Festival, ha preso il via il World Meeting del Dialogo, della Parola e della Comunicazione Socio-Umanitaria tra i Popoli, il progetto internazionale dedicato al valore della comunicazione come strumento di pace, inclusione e fraternità.
La tre giorni milanese (29-31 luglio) ha rappresentato l’anteprima del grande appuntamento istituzionale che si terrà il 12 ottobre a Palazzo Reale a Milano, dove esponenti delle istituzioni, della diplomazia, del mondo accademico, religioso, giornalistico e della società civile si confronteranno sul ruolo della parola e della comunicazione nelle grandi sfide del nostro tempo.
Milano, città da sempre crocevia di culture, innovazione e relazioni internazionali, diventa così il punto di partenza di una riflessione globale sulla necessità di una comunicazione più responsabile, capace di promuovere il dialogo interculturale, il rispetto dei diritti umani e la dignità di ogni persona.
Al centro dell’incontro il contributo di Biagio Maimone, direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS, presieduta da mons. Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di papa Francesco, che ha richiamato il valore della comunicazione come responsabilità culturale e morale:
“Si tratta di una tre giorni che anticipa il grande evento internazionale del World Meeting che si terrà a Palazzo Reale il 12 ottobre. La qualità della comunicazione determina la qualità della convivenza. Oggi più che mai abbiamo bisogno di una parola che non alimenti la paura, l’odio o la contrapposizione, ma che sappia parlare al cuore dell’uomo, risvegliare le coscienze e generare responsabilità.
La comunicazione non è soltanto trasmissione di informazioni: è una forza culturale, educativa e morale capace di costruire ponti tra persone, popoli e religioni. Nel solco del magistero di Papa Francesco e del costante richiamo di papa Leone XIV alla cultura dell’incontro, siamo chiamati a restituire alla parola la sua più alta vocazione: essere strumento di verità, fraternità, giustizia e pace”.
Secondo Maimone, il futuro della convivenza dipenderà anche dalla capacità di scegliere parole capaci di includere e restituire dignità: “La pace nasce anche dalla responsabilità con cui comunichiamo, perché ogni parola può diventare un seme di divisione oppure un ponte verso l’altro”.
Ad accompagnare la nascita del progetto è stato Héctor Villanueva, direttore del Salone delle Nazioni del Milano Latin Festival, vicepresidente della Federazione Eurandina e ideatore dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, che ha sottolineato il valore dell’integrazione e il ruolo dei nuovi italiani nella costruzione della società contemporanea.
Villanueva ha evidenziato come il dialogo tra culture rappresenti una risorsa fondamentale per il futuro, perché la conoscenza reciproca permette di superare stereotipi e diffidenze, trasformando le differenze in una ricchezza condivisa.
Diana De Marchi, consigliera comunale di Milano e Presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili, ha ribadito il valore della parola e dell’educazione. Da insegnante e rappresentante istituzionale, De Marchi ha sottolineato come la formazione delle nuove generazioni passi dalla capacità di comunicare, ascoltare e rispettare l’altro, confermando il proprio impegno nel percorso del World Meeting.
Sul tema dell’ascolto si è soffermato Marcello Guadalupi, presidente della Fondazione Commercialisti di Milano, richiamando il ruolo delle professioni nella costruzione di relazioni basate sulla fiducia e sulla responsabilità. Una società più giusta, secondo Guadalupi, nasce anche dalla capacità dei professionisti e delle istituzioni di ascoltare realmente i bisogni delle persone.
Un intervento di respiro internazionale è arrivato da Nabil Bougarech del gruppo Allatra, che ha richiamato l’impegno nella difesa dei diritti umani e nella promozione di una cultura della cooperazione presente in numerosi Paesi del mondo.
Il World Meeting si inserisce nel solco dei principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, dell’UNESCO e del Documento sulla Fratellanza Umana firmato ad Abu Dhabi, riaffermando che pace e sicurezza si costruiscono attraverso dialogo, responsabilità, giustizia e riconoscimento della dignità di ogni individuo.
L’iniziativa è promossa da Héctor Villanueva e Biagio Maimone, con la collaborazione dell’UNAR e il coinvolgimento di istituzioni, enti e associazioni impegnati nella promozione dei diritti umani, dell’inclusione e della cultura della pace.
All’UER un anno di sport, solidarietà e cultura dell’incontro
All’Università Europea di Roma (UER) si è concluso un altro anno di attività sportive, nell’ambito delle iniziative del Centro di Formazione Integrale dello stesso ateneo. Vi hanno preso parte 139 studenti, provenienti dai vari corsi di laurea. Le discipline dell’anno accademico 2025/2026 sono state: calcio a 11, calcio a 5 maschile e femminile, padel, beach volley e scacchi.
“Dalla fondazione dell’università, lo sport è sempre stato un valido strumento educativo per i giovani, ha affermato p. Enrico Trono, direttore del Centro di Formazione Integrale UER. Anno dopo anno, abbiamo visto nascere sempre nuove iniziative, che hanno rafforzato lo spirito di amicizia e di squadra tra i nostri ragazzi”.
“Le attività sono organizzate dal Gruppo Sportivo UER Panthers”, ha spiegato il coordinatore Matteo Anastasi. Affiancano il percorso accademico, proponendo una formazione umana ispirata a valori fondamentali come la correttezza, l’impegno e il rispetto degli altri. Lo sport è un linguaggio universale che riesce ad andare oltre ogni confine, favorendo il dialogo e la cultura dell’incontro”.
Il nome ‘Panthers’ è stato scelto dagli stessi studenti e si ispira alle otto virtù della pantera: agilità, coraggio, eleganza, integrità, intelligenza, pazienza, resistenza e velocità. Un’attività significativa di questo anno accademico è stata la partita di calcio a 5 tra le ragazze Panthers dell’UER e l’Atletico Diritti, squadra delle detenute nel carcere romano di Rebibbia.
Il Gruppo Sportivo UER Panthers ha anche coordinato la parte sportiva del progetto ‘Proben 2.0’, iniziativa promossa dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) e finalizzata a favorire il benessere psicofisico della comunità universitaria. Sono stati organizzati tornei di padel e beach volley per gli studenti dell’UER.
(Foto: UER)




























