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La cultura cattolica e la editoria, i 90 anni della editrice AVE
Il 2025 ha segnato una tappa speciale nella vita dell’editrice AVE, che ha festeggiato 90 anni di attività. Nata e cresciuta accanto all’Azione Cattolica italiana, la casa editrice ha accompagnato generazioni di lettori con libri e collane che hanno contribuito a formare il pensiero, alimentare la fede e promuovere un dialogo culturale ampio e inclusivo, come ha affermato il presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana, Giuseppe Notarstefano: “Novant’anni non sono soltanto un traguardo: sono la testimonianza di una storia ricca al servizio della società, che oggi guarda avanti con fiducia e responsabilità, pronta a raccogliere le nuove sfide della comunicazione e della cultura”.
Fondata ufficialmente il 7 giugno 1935 a Roma, la Società editrice Ave nasce in seno alla Gioventù di Azione cattolica (Giac), su impulso di Angelo Raffaele Jervolino e poi di Luigi Gedda. Il nome (Anonima veritas editrice) richiama una vocazione profonda alla verità, non come astratto valore assoluto, ma come compagna di strada dell’esperienza cristiana. Da allora, l’Ave ha continuato a pubblicare con passione e rigore scientifico testi di spiritualità, teologia, educazione e impegno sociale, diventando voce autorevole e riconosciuta nell’editoria cattolica italiana.
Dagli opuscoli di propaganda dei primi anni, si è passati a collane strutturate, capaci di rispondere alle sfide culturali del presente: biografie, saggi di attualità, approfondimenti pedagogici, testi di educazione alla fede, fino alla narrativa per ragazzi e giovani adulti.
Con il direttore editoriale dell’Editrice Ave, Fabio Mazzocchio, ripercorriamo un po’ di storia: “L’Editrice Ave, acronimo di Anonima Veritas Editrice, ha le sue radici in un progetto maturato nel 1928 all’interno della Gioventù italiana di Azione Cattolica (Giac), per poi costituirsi formalmente come società per azioni nel 1935. Fin dalla sua nascita, l’obiettivo è stato quello di proporsi come un laboratorio di pensiero aperto alle grandi questioni dell’uomo e della società”.
In quale modo AVE ha ‘inculturalizzato’ la fede?
“L’Ave ha ‘inculturalizzato’ la fede in diversi modi, dimostrando una duplice vocazione. Ha sempre avuto un grande interesse per l’etica ed il sociale. Il primo volume pubblicato riguardava la dottrina sociale di papa Leone XIII, segnando un chiaro interesse per le tematiche etiche e sociali. Dopo la guerra, questo interesse si manifestò con la collana ‘La biblioteca sociale’, che diede spazio a personalità di spicco della cultura e politica italiana come Giorgio La Pira e Igino Giordani, posizionando l’editrice come voce autorevole nella ricostruzione etica e democratica dell’Italia.
C’è sempre stata un’apertura culturale internazionale e teologica. Fin da subito, l’editrice ha mostrato una vocazione culturale di respiro internazionale, pubblicando in traduzione autori del calibro di Léon Bloy, François Mauriac e Charles Péguy. Allo stesso tempo, però, si è consolidato il legame istituzionale, diventando il canale editoriale per la documentazione prodotta dalla Conferenza Episcopale Italiana”.
Perché le parole possono creare ponti?
“Le parole possono creare ponti perché sono il fondamento del dialogo autentico, permettendo di colmare distanze, sciogliere pregiudizi e creare spazi comuni. Scegliere con cura le parole significa prendersi cura delle relazioni”.
Per quale motivo ha pubblicato e pubblica una narrativa anche per bambini?
“La pubblicazione di narrativa per bambini e ragazzi è dettata da una missione educativa e formativa di lunga data, ereditata dalla stretta collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana, che intende offrire un supporto valoriale e pedagogico alla crescita della persona fin dalla prima infanzia. Questa scelta permette di investire nello sviluppo cognitivo e culturale dei giovani, fornendo attraverso collane mirate – come ‘I libri de La Giostra’ e ‘Ragazzi’ strumenti narrativi adatti all’età che stimolano l’immaginazione e la riflessione etica, formando così futuri lettori autonomi e cittadini consapevoli”.
Allora, come nacque ‘Il Vittorioso’?
“Il Vittorioso nacque nel 1936, come parte della produzione iniziale dell’Editrice Ave volta a sostenere la formazione religioso-morale dei giovani. Questo lancio ottenne uno straordinario successo popolare”.
Che cosa è cambiato in questi 90 anni nel vostro lavoro?
“Sicuramente, il lavoro di una casa editrice è cambiato profondamente sotto diversi aspetti. Un tempo il lavoro editoriale era centrato quasi esclusivamente sulla selezione cura e stampa dei testi, con processi lenti, artigianali e un pubblico relativamente stabile. Oggi, la digitalizzazione ha trasformato ogni fase della filiera: dalla ricezione dei manoscritti (spesso digitali), alla revisione (con strumenti software), fino alla pubblicazione in formato cartaceo e digitale.
Anche il ruolo dell’editore si è evoluto: oltre a valutare la qualità letteraria, è chiamato considerare la vendibilità, la presenza online dell’autore e le logiche di mercato. La promozione passa sempre più attraverso i social media, i podcast e le community digitali, mentre la distribuzione include sia le librerie fisiche sia le piattaforme di e-commerce. L’editrice Ave di oggi è un nodo dinamico tra cultura, tecnologia e mercato, dove l’editoria tradizionale convive con nuove modalità di fruizione e produzione dei contenuti”.
Dopo 90 anni con quale stile cattolico essere presenti nell’editoria?
“L’Editrice AVE, dopo i suoi 90 anni di attività, continua a presentarsi come un vero e proprio laboratorio culturale e un punto di riferimento costante per la Chiesa e la società. Lo stile di presenza nell’editoria si può riassumere nel dialogo costante con le sfide contemporanee, come testimoniano le molte collane nate negli ultimi decenni. La collana ‘Politica’ continua la tradizione di alta saggistica in dialogo con i temi etici e sociali del tempo. La collana ‘Attraverso’ è pensata per accompagnare i lettori nelle nuove sfide della transizione tra fede, società e cultura. La sfida rimane quella di parlare in modo autentico alle domande profonde dell’oggi, coniugando radici, tradizione e innovazione ma l’obiettivo è far circolare parole che nutrono, che educano, che costruiscono speranza”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: i martiri producono frutto
Dopo i saluti di benvenuto nel pomeriggio papa Leone XIV ha visitato la Grande Moschea di Algeri, accolto dal Rettore della Moschea, Mohamed Mamoun Al Qasimi ed insieme hanno visitato la moschea con il card. George Jacob Koovakad, prefetto del dicastero per il Dialogo Interreligioso, e l’arcivescovo di Algeri, card. Jean-Paul Vesco. Dopo il benvenuto del Rettore della Moschea il papa ha sottolineato l’importanza di un luogo di Dio:
“Come Lei sa, vengo con molta gioia in Algeria perché è la terra anche del mio Padre spirituale sant’Agostino, che ha voluto insegnare tanto al mondo, soprattutto con la ricerca della verità, la ricerca di Dio, riconoscendo la dignità di ogni essere umano e l’importanza di costruire la pace”.
Per questo è necessaria la convivenza tra le fedi: “Cercare Dio è riconoscere anche l’immagine di Dio in ogni creatura, nei figli di Dio, in ogni uomo e donna creati ad immagine e somiglianza di Dio. Questo per noi significa che è molto importante imparare a vivere insieme con rispetto per la dignità di ogni persona umana”.
Ed ha elogiato il fatto che accanto alla Moschea c’è anche un ‘centro studio’: “C’è un altro valore che voi avete voluto includere in questo bellissimo centro: precisamente con la Moschea, luogo di preghiera, vi è anche un centro di studio. Quanto è importante che l’essere umano sviluppi la capacità intellettuale che Dio ha dato all’uomo, perché possiamo scoprire quando è grande la creazione, quanto è grande ciò che Dio ci ha lasciato in tutta la creazione e specialmente nell’essere umano!”
Solo così può nascere il rispetto reciproco: “Con lo spirito, con questo luogo di preghiera, con la ricerca della verità, anche attraverso lo studio, e con la capacità di riconoscere la dignità di ogni essere umano, noi sappiamo (e oggi questo incontro ne è la prova) che possiamo imparare a rispettarci mutuamente, vivere in armonia e costruire un mondo di pace”.
Ultimo impegno papale di questa prima giornata è stata nella basilica ‘Nostra Signora d’Africa’ con la comunità cristiana algerina: “La vostra comunità ha radici molto profonde. Siete gli eredi di una schiera di testimoni che hanno donato la vita, spinti dall’amore per Dio e per il prossimo. Penso in particolare ai diciannove religiosi e religiose martiri d’Algeria, che hanno scelto di stare al fianco di questo popolo nelle sue gioie e nei suoi dolori”.
Il papa ha precisato che il sangue dei martiri produce frutto: “Il loro sangue è un seme vivo che non smette mai di dare frutto. Siete anche eredi di una tradizione ancora più antica, che risale ai primi secoli del cristianesimo. In questa terra è risuonata la fervida voce di Agostino di Ippona, preceduta dalla testimonianza di sua madre, santa Monica, e di altri santi. La loro memoria è un richiamo luminoso ad essere, oggi, segni credibili di comunione, dialogo e pace”.
E’ stato un invito a riflettere su carità, unità e preghiera, riprendendo l’incontro di papa san Giovanni Paolo II con i giovani mussulmani: “Prima di tutto, la preghiera. Tutti ne abbiamo bisogno. Lo sottolineava San Giovanni Paolo II, parlando ai giovani.. Lo aveva capito anche San Charles de Foucauld, che nell’essere presenza orante aveva riconosciuto la sua chiamata”.
Un altro aspetto della vita ecclesiale è la carità: “Suor Bernadette ci ha raccontato come da un semplice, iniziale gesto di vicinanza (la visita ai malati) sono nati, come germogli, prima un sistema di accoglienza e poi un’organizzazione assistenziale sempre più articolata, una vera comunità in cui tantissime persone partecipano agli eventi gioiosi e a quelli dolorosi, uniti da legami di fiducia, amicizia e familiarità”.
Ed ecco la testimonianza dei martiri: “Del resto, è proprio l’amore per i fratelli che ha animato la testimonianza dei martiri che abbiamo ricordato. Di fronte all’odio e alla violenza, sono rimasti fedeli alla carità fino al sacrificio della vita, assieme a tanti altri uomini e donne, cristiani e musulmani. Lo hanno fatto senza pretese e senza clamore, con la serenità e la fermezza di chi non presume né dispera, perché sa a Chi ha dato fiducia. Per tutti, citiamo le parole semplici di Fratel Luc, l’anziano monaco medico della comunità di Notre-Dame de l’Atlas”.
Ed infine la pace, che si raggiunge attraverso l’unità: “Ne è segno, come ci ha ricordato Sua Eminenza, questa stessa basilica, simbolo di una Chiesa di pietre vive in cui, sotto il manto di Nostra Signora d’Africa, si costruisce comunione tra cristiani e musulmani. Qui l’amore materno di Lalla Meryem raccoglie tutti come figli, ciascuno ricco della sua diversità, accomunati dalla stessa aspirazione alla dignità, all’amore, alla giustizia e alla pace…
In un mondo dove divisioni e guerre seminano dolore e morte tra le nazioni, nelle comunità e perfino nelle famiglie, il vostro vivere uniti e in pace è un segno grande. Uniti, diffondete fratellanza, ispirando a chi vi circonda desideri e sentimenti di comunione e di riconciliazione, con un messaggio tanto più forte e limpido in quanto testimoniato nella semplicità e nell’umiltà”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV in Africa, missionario di fede e speranza
Terzo viaggio internazionale di papa Leone XIV che dal 13 al 23 aprile visita quattro Paesi del continente: in Algeria sui passi di sant’Agostino ed in dialogo con l’islam, in Camerun e Angola per invocare riconciliazione, in Guinea Equatoriale nel segno della speranza, con tre sfide importanti: dialogo, riconciliazione, giustizia. Il ‘pellegrinaggio’ comincia dopo la domenica in Albis ed è di ampio respiro, sia per la durata, sia per il numero delle nazioni che il papa visita.
Insieme al programma sono stati resi noti anche i loghi ed i motti del viaggio: per l’Algeria il logo, ispirato ad un antico bassorilievo, presenta due colombe che bevono dalla stessa coppa, simbolo di pace e comunione, ed il Chi Rho, emblema cristiano, uniti alla mappa del Paese. Al centro ed in basso si trova il motto, ‘La pace sia con voi’: riportato in arabo, amazigh e francese, rappresenta il dialogo e l’incontro tra cristiani e musulmani ed è un invito universale a vivere la pace, la fraternità e la convivenza armoniosa.
Il richiamo alla pace è presente anche nel logo per il Camerun e che mostra una Bibbia sulla quale poggia la sagoma del Paese, con i colori della bandiera nazionale (verde, rosso e giallo). Sulla sinistra si innalza il Crocifisso, segno di evangelizzazione, ai cui piedi è disegnato il monogramma mariano. Al centro, è tratteggiata una colomba irradiata dallo Spirito Santo e infine, a destra, è raffigurato papa Leone XIV raccolto in preghiera. A lui e al suo motto episcopale è ispirato anche il motto del viaggio: ‘In illo uno unum – Che tutti siano uno’.
Infine, il logo scelto per la Guinea Equatoriale presenta in alto, una croce dorata, simbolo di Cristo Risorto e della fede cristiana. Al centro sono raffigurate la mappa e la bandiera del Paese, nonché la famiglia, richiamata dalle sagome di un uomo, una donna ed un bambino, con il motto: ‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’.
Per comprendere meglio l’importanza del viaggio in Africa del papa come pellegrino di pace abbiamo interpellato Enrico Casale, collaboratore di ‘Africa Rivista’: “La visita di papa Leone XIV riveste un significato profondo per il continente africano. Il pontefice, fin dal giorno del suo insediamento, avvenuto lo scorso 8 maggio, ha promosso instancabilmente la cultura della pace. In un’Africa ferita da conflitti decennali (Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Somalia…), le sue parole possono stimolare credenti e laici verso la riconciliazione in territori martoriati. Per le comunità cattoliche, la presenza del Santo Padre è inoltre il segno tangibile della vicinanza del successore di Pietro. Una testimonianza cruciale che raccoglie l’eredità dei predecessori, come papa Francesco, che volle aprire la Porta Santa proprio in una Repubblica Centrafricana sconvolta dalla guerra civile”.
Sui passi della pace: quanto è importante il dialogo tra le fedi per la pace?
“In un mondo in cui le fedi vengono troppo spesso ridotte a ideologie politiche e trasformate in pretesti di odio, il confronto costante diventa la via maestra per disinnescare l’uso distorto delle religioni e riaffermare il messaggio di concordia di cui sono portatrici. Tale impegno è ancora più vitale in un continente come l’Africa, dove da secoli convivono popolazioni di credo differente: una coesistenza che, se ben orientata, rappresenta una ricchezza per la società e una spinta per la crescita umana globale”.
Africa terra di martirio per i cristiani: per quale motivo sono perseguitati?
“Come accennato, la religione è sempre più interpretata in chiave ideologica e posta in contrapposizione alle altre fedi. In questo scenario, i cristiani diventano vittime di un odio irrazionale, incapace di riconoscere nell’altro una risorsa. In diversi Paesi, inoltre, il cristiano è erroneamente percepito come l’erede delle potenze coloniali, dunque un elemento estraneo. Si tratta di una visione storicamente falsa: l’Africa è stata una delle prime terre di evangelizzazione. Non va dimenticato che in Egitto visse uno dei quattro evangelisti e nacque, con sant’Antonio Abate, il monachesimo. In Algeria vide la luce sant’Agostino, mentre l’Etiopia, grazie a san Frumenzio, divenne uno dei primi Paesi cristiani in cui la fede ha intessuto profondamente spiritualità e cultura”.
Quali sono le speranze dei cristiani nei Paesi che il papa visiterà?
“In Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale il papa incontrerà nazioni potenzialmente ricche, dove però le risorse sono mal distribuite e la povertà opprime gran parte della popolazione. Ciò genera tensioni latenti che rischiano di sfociare in scontri aperti. La speranza è che il pontefice solleciti una maggiore giustizia sociale, presupposto essenziale per la stabilità. In Algeria, la piccola comunità cristiana auspica che la presenza di papa Leone XIV valorizzi il proprio contributo come elemento cardine per lo sviluppo sociale. Il papa, che proviene dalla congregazione degli agostiniani, sottolineerà certamente l’esempio di sant’Agostino (filosofo, teologo, monaco e mistico) quale pilastro della tradizione storica e religiosa del Paese”.
Cosa significa essere missionari di speranza?
“Oggi i missionari devono farsi portatori di fiducia, specialmente in contesti lacerati da violenze e indigenza. Di quale speranza si parla? Di quella evangelica, che riafferma il valore sacro dell’uomo laddove la vita sembra non contare nulla; della necessità di edificare sistemi economici equi, lì dove le sperequazioni dominano la sfera pubblica; di una politica capace di armonizzare le diversità anziché esasperarle. Essere missionari significa, infine, testimoniare una fede che sappia scorgere nel prossimo, a prescindere dal credo, una ricchezza umana e un autentico spirito di fratellanza”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV in Africa per essere messaggero di pace
Terzo viaggio internazionale di papa Leone XIV che dal 13 al 23 aprile visita quattro Paesi del continente: in Algeria sui passi di sant’Agostino ed in dialogo con l’islam, in Camerun e Angola per invocare riconciliazione, in Guinea Equatoriale nel segno della speranza, con tre sfide importanti: dialogo, riconciliazione, giustizia. Il ‘pellegrinaggio’ comincia dopo la domenica in Albis ed è di ampio respiro, sia per la durata, sia per il numero delle nazioni che il papa visita.
Insieme al programma sono stati resi noti anche i loghi ed i motti del viaggio: per l’Algeria il logo, ispirato ad un antico bassorilievo, presenta due colombe che bevono dalla stessa coppa, simbolo di pace e comunione, e il Chi Rho, emblema cristiano, uniti alla mappa del Paese. Al centro ed in basso si trova il motto, ‘La pace sia con voi’: riportato in arabo, amazigh e francese, rappresenta il dialogo e l’incontro tra cristiani e musulmani ed è un invito universale a vivere la pace, la fraternità e la convivenza armoniosa.
Il richiamo alla pace è presente anche nel logo per il Camerun e che mostra una Bibbia sulla quale poggia la sagoma del Paese, con i colori della bandiera nazionale (verde, rosso e giallo). Sulla sinistra si innalza il Crocifisso, segno di evangelizzazione, ai cui piedi è disegnato il monogramma mariano. Al centro, è tratteggiata una colomba irradiata dallo Spirito Santo e infine, a destra, è raffigurato papa Leone XIV raccolto in preghiera. A lui e al suo motto episcopale è ispirato anche il motto del viaggio: ‘In illo uno unum – Che tutti siano uno’.
Infine, il logo scelto per la Guinea Equatoriale presenta in alto, una croce dorata, simbolo di Cristo Risorto e della fede cristiana. Al centro sono raffigurate la mappa e la bandiera del Paese, nonché la famiglia, richiamata dalle sagome di un uomo, una donna ed un bambino, con il motto: ‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’.
Per comprendere meglio l’importanza del viaggio in Africa del papa come pellegrino di pace abbiamo interpellato il comboniano p. Elio Boscaini, collaboratore della rivista ‘Nigrizia’, missionario in Burundi (espulso nel 1977 con altri confratelli) e poi in Benin e nel Togo, che fornisce anche i numeri della presenza cattolica nel continente: “E’ questo il primo viaggio internazionale di papa Leone XIV (la visita al principato di Monaco è come una visita a una diocesi italiana; il suo viaggio a Nicea, per i 1700 anni del Credo, e Libano era una eredità di papa Francesco cui papa Leone XIV non ha inteso sottrarsi). Per noi missionari la scelta è molto significativa: l’Africa è il continente in cui la crescita cattolica nel mondo è più significativa (più di 8.000.000 di nuovi fedeli l’anno).
dLa Chiesa in Africa vive un vero boom, con tassi di espansione intorno al 3% annuo. Si calcola che a fine 2025 ci fossero in Africa oltre 230.000.000 cattolici. Cresce anche il numero dei seminaristi e delle religiose, oltre al numero di sacerdoti: in flessione importante nelle Chiese di antica tradizione, aumenta in Africa di più di 1600 nuove unità l’anno. Anche il numero dei vescovi cresce, come papa Leone XIV ben sa per aver retto il Dicastero dei vescovi, anche se per un breve periodo, come card. Prevost, prima di essere eletto papa”.
Quindi un viaggio apostolico con il filo conduttore della pace?
“Il papa va in Africa quale pellegrino di pace, perché sa che il continente è attraversato da conflitti senza fine che provocano sofferenze immani. Sono in corso oltre una dozzina di conflitti armati principali e decine di crisi minori, rendendo il continente una delle aree più instabili al mondo. Le zone più colpite includono il Sahel, il Corno d’Africa, la Repubblica democratica del Congo e il Sudan (un conflitto devastante tra fazioni che dura ormai da tre anni), spesso caratterizzate da terrorismo, guerre civili e conflitti interetnici.
Tanti, troppi sono inoltre i Paesi d’Africa che vivono situazioni di crisi umanitaria grave che purtroppo in Occidente facciamo finta di ignorare o ignoriamo del tutto. Lui sa che la prima causa delle miserie dell’umanità sofferente, anche in Africa è la guerra. Non visita paesi in guerra dichiarata (ad eccezione in parte del Camerun che vive una situazione di guerra civile con le due province anglofone dell’ovest), ma in tutti e quattro i Paesi in cui si sta per recare, i diritti umani non sono certo al top degli interessi dei reciproci governi.
Importante questo viaggio perché papa Leone XIV attira l’attenzione del mondo sull’Africa e la sua gente. La gente vede nel vescovo di Roma un difensore, un vero uomo di quella ‘pace disarmata e disarmante’, come l’ha definita nel suo presentarsi al mondo sulla loggia di san Pietro la sera dell’8 maggio 2025”.
Sui passi della pace: quanto è importante il dialogo tra le fedi per la pace?
“Sulle tracce di san Francesco che aveva una fede incrollabile nella necessità del dialogo interreligioso per la pace (suo viaggio a Damietta per incontrare, in piena crociata, il sultano) , anche papa Leone XIV con questo viaggio si immerge in un paese musulmano. Da 40 anni l’Algeria chiedeva una visita papale. E’ infatti ad Algeri che, da papa, Prevost incontra l’Africa per la prima volta. L’Algeria è un paese musulmano al 99%. Suo scopo primo non è il dialogo interreligioso. La piccola comunità cattolica (composta da circa 5.000 fedeli, cioè lo 0,01% della popolazione, è composta prevalentemente da studenti e intellettuali e migranti subsahariani e un esiguo numero di locali) vive già la sua vocazione all’incontro.
Papa Leone XIV vi va per incontrare Agostino d’Ippona, il grande vescovo africano, padre della Chiesa, a cui l’ordine religioso cui appartiene, gli agostiniani, si ispira. Ad Annaba (la Ippona, sede episcopale di Agostino, non lontana da Tagaste, oggi Souk Harras, dove il santo era nato nel 354), Prevost era già stato in quanto superiore degli agostiniani. L’Algeria aveva aperto uno spiraglio sul suo passato cristiano accogliendo Agostino come figlio del paese (lo aveva fatto l’allora presidente Bouteflika). Santa Monica, berbera e madre di Agostino, contribuiva con il figlio, a riabilitare i berberi come popolo originario d’Algeria…
E’ bene ricordare che papa Leone è stato eletto l’8 maggio, il giorno della festa liturgica dei 19 beati martiri d’Algeria (in quel giorno del 1994 sono stati trucidati i primi due martiri). Tra loro c’è Christian de Chergé (rapito con altri suoi 6 fratelli nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, e le loro teste ritrovate il 21 maggio seguente), il priore del monastero trappista di Tibhirine.
Con il suo messaggio sulla ‘pace disarmata e disarmante’, ripetuto anche il 1^ gennaio di quest’anno, il papa ha ripreso il significato di una delle espressioni di frère Christian che, dopo essersi trovato di fronte a un terrorista la notte di Natale 1993, aveva detto: ‘La mia preghiera è: disarmalo. Ma poi non posso semplicemente domandare di disarmarlo senza chiedere di disarmarmi e di disarmarci’. Papa Leone XIV sa di essere il primo papa a visitare l’Algeria. Evidente che Algeri giocherà questa visita un po’ contro il Marocco (visitato da papa Francesco) per la questione del Sahara Occidentale con cui l’Algeria è schierata”.
Africa terra di martirio per i cristiani: per quale motivo sono perseguitati?
“E’ vero che i cristiani in Africa, in alcuni Paesi specialmente, affrontano molte difficoltà nell’esercizio concreto della loro fede. Che sia, l’Africa, terra di martirio, non c’è dubbio. Lo è stata nei primi secoli del cristianesimo -quei martiri rappresentano una testimonianza fondamentale della diffusione del cristianesimo nel Nord Africa romano; tra i più celebri si annoverano i Martiri scillitani (180 d.C.), Perpetua e Felicita (203 d.C.), san Cipriano (258 d.C.) e i 49 martiri di Abitene (304) ‒ e lo è nell’epoca che è la nostra (senza risalire ai martiri d’Uganda, frutto dei primi anni dell’evangelizzazione in epoca moderna delle terre nel centro geografico del continente). Nel 1996, oltre a mons. Pierre Claverie, vescovo domenicano di Orano (Algeria) ucciso il 1 agosto (ultimo dei 19 martiri a essere ucciso), venivano uccisi altri due vescovi: Joachim Ruhuna, arcivescovo cattolico burundese di etnia tutsi ‒ noto per essere stato un coraggioso difensore dei diritti umani e un operatore di pace durante i conflitti etnici in Burundi (è considerato un ‘martire della solidarietà’ per aver pagato con la vita la sua denuncia delle violenze nel paese), ucciso il 9 settembre ‒ ed il congolese gesuita mons. Christophe Munzihirwa Mwene Ngabo, arcivescovo di Bukavu (Repubblica democratica del Congo), noto come il ‘Romero del Congo’ per la sua strenua difesa dei diritti umani e dei poveri durante la prima guerra del Congo, assassinato il 29 ottobre 1996.
Perché perseguitati? Fondamentalmente perché costituiscono una spina nel fianco dei poteri. Predicano e vivono solidarietà, uguaglianza, diritti, accoglienza, stessa dignità, rispetto per tutti, libertà, pace…Ciò dà fastidio ai potenti. Soprattutto se i loro vescovi, ben preparati, e oggi quasi tutti africani, non stanno zitti e denunciano senza mezzi termini l’oppressione, i giochi di potere sulle spalle della gente e l’impoverimento del loro popolo. Un solo esempio: i vescovi della Repubblica democratica del Congo che tengono testa al presidente Félix Tshisekedi. Per loro è chiaro di chi è la colpa del marasma in cui vive il paese.
Non è necessariamente all’odium fidei che è legato il loro essere perseguitati. Ci sono anche ragioni a volte legate a sequestri per avere un riscatto (vedi Nigeria…). Ma che poi sia Trump a intervenire per proteggere i cristiani nel nord della Nigeria bombardando…non c’è nulla di più lontano dalla fede appresa dal Maestro di Nazaret che altro non ci insegna che la nonviolenza e l’amore per i nemici”.
Quali sono le speranze dei cristiani nei Paesi che il papa visiterà?
“Le speranze dei cristiani sono tante, ma una in particolare: che la visita del vescovo di Roma porti pace, rispetto e ascolto degli ultimi, dei più poveri. Le folle che accoglieranno festanti papa Leone XIV (non gli verranno risparmiati i bagni di folla, anche se Prevost li vivrà con maggiore sobrietà del suo predecessore…), non gli sembreranno molto diverse da quelle che ha amato e servito da vescovo in Perù e che in libertà ha accolto anche nel loro modo tradizionale di esprimere la fede. Sono folle di diseredati, povera gente, spesso disprezzata, dimenticata, tenuta lontano dalla condivisione delle ricchezze che comunque questi paesi hanno. Ma che anche lui, come papa Francesco, riscopre come poeti sociali.
Ad accezione dell’Algeria (dove l’esercito detiene un ruolo centrale e dominante nel sistema politico, agendo come vero ‘arbitro’ del potere. Sebbene formalmente il Paese sia una repubblica con il presidente Abdelmadjid Tebboune, rieletto nel 2024, l’alto comando militare esercita un’influenza decisiva sulle principali decisioni politiche ed economiche), il papa visita paesi sì diversi ma accomunati dal fatto di essere delle dittature. Dittature personali per il Camerun (il presidente Paul Biya è lo stesso dal 6 novembre 1982 ed oggi ha più di 90 anni!) e la Guinea Equatoriale (Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è al potere dal 3 agosto 1979, risultando il leader africano e mondiale più longevo) e dittatura in Angola del partito (il Movimento popolare di liberazione dell’Angola, Mpla, partito che governa ininterrottamente il paese fin dalla sua indipendenza dal Portogallo nel 1975).
Papa Leone XIV è anche un capo di stato benché infimo per superficie, quindi si accompagnerà obbligatoriamente a questi ‘dittatori’. Ma è anche un papa ‘religioso agostiniano’ e quindi non dimentica che il suo messaggio non è innanzitutto per i governanti (sì anche questo) ma per ‘il popolo santo e fedele di Dio’, come ci aveva abituati a chiamare la gente papa Francesco, che vive una situazione di grande povertà e incertezza per il futuro.
Quanto all’appartenenza religiosa: in Camerun, i cattolici rappresentano una parte significativa della popolazione, stimata tra il 36% e il 40% (su una popolazione di 28.000.000 abitanti); in Angola, il cattolicesimo è la religione maggioritaria, professata da circa la metà della popolazione; nella piccola Guinea Equatoriale, la Chiesa cattolica è la confessione maggioritaria in Guinea Equatoriale (abbracciando circa l’87-94% della popolazione, stimata in 1.700.000 abitanti). Nella parte subsahariana del continente, la Chiesa è cosciente che tanti suoi fedeli vivono di una doppia appartenenza: alla fede cattolica e alla tradizione cultural-religiosa ancestrale”.
Cosa significa essere missionari di speranza in Africa?
“I missionari italiani nel mondo sono una gran bella realtà che onora il nostro paese. Sono contati attorno ai 7.000 (4.000 sacerdoti, fratelli e religiose e 3.000 laici, anche professionisti medicosanitari) e la gran parte impegnata in Africa. Promuovono lo sviluppo sociale, tessono fili di dialogo interreligioso (servono le comunità locali in territori diversissimi, nei campi dell’educazione, formazione professionale e assistenza sanitaria).
Essere missionari di speranza in Africa significa solidarizzare con la fede attiva e resiliente della gente, che sa trasformare i momenti difficili, le grandi difficoltà in opportunità di testimonianza, fondandosi sulla certezza che Dio è là, presente anche nelle loro situazioni di sofferenza. Speranza che non è sempliciotto ottimismo, ma un dono di Dio che spinge al fare, al perdono e alla costruzione della pace in contesti spesso segnati da conflitti e povertà. Ogni missionario/missionaria ha mille fatti da raccontare su come la gente sa perseverare, perdonare, riconciliarsi, non abbattersi, credere che il domani sarà comunque migliore…Sì, gli africani si vogliono ‘sentinelle’ di un futuro migliore, testimoni di pace e riconciliazione.
Essere cristiani di speranza comporta il coraggio di amare e perdonare, agendo come costruttori di pace e giustizia sociale, specialmente in aree del continente colpite da crisi. Nella solidarietà comunitaria, perché l’ubuntu è quella ‘filosofia’ dell’Africa subsahariana, che dice che ‘io sono perché noi siamo’ quindi condivisione e rispetto reciproco, perché mi realizzo solo in una comunità, promuovendo empatia, compassione e armonia sociale. Ecco perché educazione, salute, aiuto ai poveri… sono segno tangibile dell’amore di Dio.
Questo è espresso nelle loro liturgie vivaci, coloratissime, festose sempre: la gioia profonda del vangelo, di quella fede che celebrando Cristo risorto tira la forza motrice per superare le avversità. Papa Benedetto XVI non ha forse descritto l’Africa come una ‘speranza per il futuro della Chiesa’? Se lo diceva lui da buon tedesco, dobbiamo credere che la vitalità della fede cristiana in Africa offre un modello di vita e di spiritualità a tutto il mondo, specialmente in Occidente”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: la santità è costitutiva della Chiesa
“A seguito di queste ultime ore di grande tensione per il Medio Oriente e per tutto il mondo, accolgo con soddisfazione e come segno di viva speranza, l’annuncio di una tregua immediata di due settimane. Solo attraverso il ritorno al negoziato si può giungere alla fine della guerra. Esorto ad accompagnare questo tempo di delicato lavoro diplomatico con la preghiera, auspicando che la disponibilità al dialogo possa divenire lo strumento per risolvere le altre situazioni di conflitto nel mondo. Rinnovo a tutti l’invito a unirsi a me nella Veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di San Pietro sabato 11 aprile”.
Con queste parole al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha espresso soddisfazione per l’annuncio del presidente Trump di un ‘cessate il fuoco’ di due settimane, dopo aver pronunciato ieri parole duro contro chi alimentava la guerra: “Oggi come tutti sappiamo c’è stata anche questa minaccia contro tutto il popolo d’Iran e questo veramente non è accettabile. Iniziamo al dialogo. Come risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Invece siamo qui: bisogna pregare tanto, vorrei invitare tutti a pregare ma anche a cercare come comunicare forse con i congressisti, con le autorità, a dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace. Siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace nel mondo”.
Mentre nell’udienza generale ha continuato la catechesi sulla Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’, riguardante la vocazione alla santità: “La santità, secondo la Costituzione conciliare, non è un privilegio per pochi, ma un dono che impegna ogni battezzato a tendere alla perfezione della carità, ossia alla pienezza dell’amore verso Dio e verso il prossimo. La carità è, infatti, il cuore della santità alla quale tutti i credenti sono chiamati: infusa dal Padre, mediante il Figlio Gesù, questa virtù ‘regola tutti mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine’… Questa disponibilità alla testimonianza si avvera ogni volta che i cristiani lasciano segni di fede e d’amore nella società, impegnandosi per la giustizia”.
Ed ha ribadito che la santità della Chiesa è costitutiva: “La Lumen gentium descrive la santità della Chiesa cattolica come una sua caratteristica costitutiva, da ricevere nella fede, in quanto essa è creduta ‘indefettibilmente santa’: ciò non significa che lo sia in maniera piena e perfetta, ma che è chiamata a confermare questo dono divino durante il suo pellegrinaggio verso la meta eterna, camminando ‘fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio’. La triste realtà del peccato nella Chiesa, cioè in tutti noi, invita ciascuno a condurre un serio cambiamento di vita, affidandoci al Signore, che ci rinnova nella carità”.
Tale ‘caratteristica’ è essenziale per la vita cristiana: “Proprio questa grazia infinita, che santifica la Chiesa, ci consegna una missione da compiere giorno dopo giorno: quella della nostra conversione. Perciò la santità non ha soltanto natura pratica, come se fosse riducibile a un impegno etico, per quanto grande, ma riguarda l’essenza stessa della vita cristiana, personale e comunitari”.
Ed all’interno della vita cristiana è importante anche la vita consacrata: “Nel popolo santo di Dio essa costituisce un segno profetico del mondo nuovo, sperimentato nel qui ed ora della storia. Infatti, segni del Regno di Dio, già presente nel mistero della Chiesa, sono quei consigli evangelici che danno forma ad ogni esperienza di vita consacrata: la povertà, la castità e l’obbedienza”.
Quindi le virtù sono ‘doni’ per conservare la libertà: “Queste tre virtù non sono prescrizioni che incatenano la libertà, ma doni liberanti dello Spirito Santo, attraverso i quali alcuni fedeli sono consacrati totalmente a Dio. La povertà esprime il pieno affidamento alla Provvidenza, liberando dal calcolo e dal tornaconto; l’obbedienza ha per modello il dono di sé che Cristo ha fatto al Padre, liberando dal sospetto e dal predominio; la castità è la donazione di un cuore integro e puro nell’amore, a servizio di Dio e della Chiesa”.
Attraverso questo stile di vita passa la vocazione alla santità: “Conformandosi a questo stile di vita, le persone consacrate testimoniano l’universale vocazione alla santità di tutta la Chiesa, nella forma di una sequela radicale. I consigli evangelici manifestano la partecipazione piena alla vita di Cristo, fino alla croce: è proprio dal sacrificio del Crocifisso che tutti veniamo redenti e santificati!
Contemplando questo evento, sappiamo che non c’è esperienza umana che Dio non redima: persino la sofferenza, vissuta in unione con la passione del Signore, diventa via di santità. La grazia che converte e trasforma la vita ci rafforza così in ogni prova, indicandoci come meta non un ideale lontano, ma l’incontro con Dio, che si è fatto uomo per amore”.
(Foto: Santa Sede)
Oltre 13.000 persone per riflettere insieme sul tema ‘Mistero, il canto del mondo’ alla 3^ edizione di SOUL Festival di Spiritualità
Grande partecipazione agli oltre 70 appuntamenti diffusi con 100 protagonisti d’eccezione, a partire dall’apertura del festival con lo scrittore Javier Cercas nell’Aula Magna dell’Università Cattolica per arrivare alla serata finale affidata alla poetessa Mariangela Gualtieri.
Milano, quando vuole, sa accogliere l’invito a rallentare, a concedersi una pausa di riflessione, per condividere e ritrovarsi nel ‘noi’: a dimostrarlo è stata ancora una volta l’edizione appena terminata, la terza, di SOUL Festival di Spiritualità Milano, l’appuntamento promosso da Università Cattolica del Sacro Cuore e Arcidiocesi di Milano con il patrocinio del Comune di Milano, che ha visto più di 13.000 persone prendere parte agli oltre 70 appuntamenti del palinsesto ideato dal comitato curatoriale composto da mons. Luca Bressan, Armando Buonaiuto, Valeria Cantoni Mamiani e Aurelio Mottola sul tema ‘Mistero, il canto del mondo’.
Un successo misurato non solo da una crescente partecipazione del pubblico rispetto agli anni precedenti, ma soprattutto grazie a una presenza straordinariamente attenta e coinvolta a lecture, dialoghi, reading, spettacoli, performance e laboratori in programma. In un tempo segnato da grande complessità e incertezza, per cinque giorni il festival ha saputo offrire alla città la possibilità di cambiare il suo passo, attraverso uno spazio inedito di condivisione, dove poterci interrogare e fare esperienza di una ricerca comune.
A renderlo possibile, lo sguardo d’eccezione di 100 protagonisti fra scrittori, filosofi, teologi, artisti, giornalisti e scienziati chiamati a riflettere e a confrontarsi esplorando un tema complesso e suggestivo quale il ‘mistero, come canto del mondo’, a partire dai versi di Rainer Maria Rilke. Mistero come postura che alberga nel mondo e in ognuno di noi, come dimensione non visibile e indisponibile della nostra realtà e che tuttavia entra costantemente in risonanza con le nostre vite.
Tra gli ospiti della terza edizione ricordiamo: Cristina Arcidiacono, Antonio Ballista, Teresa Bartolomei, Giovanni Bazoli, Stefano Boeri, Anna Bonaiuto, Roberto Casati, Adolfo Ceretti, Pablo d’Ors, Ferruccio de Bortoli, Pietro Del Soldà, Mariangela Di Santo, mons. Mario Delpini Arcivescovo di Milano, Massimo Donà, Anaïs Drago, Josep Maria Esquirol, Stefano Faravelli, Antoine Garapon, Dario Doshin Girolami, Gilles Gressani, Lino Guanciale, Isabella Guanzini, François Jullien, L’Antidote, Nicola Lagioia, Marie Leborgne Lucas, Simona Lo Iacono, Domenica Lorusso, Mauro Magatti, don Luca Peyron, Silvano Petrosino, Edwige Pezzulli, Yarona Pinhas, Amir Ra, Massimo Recalcati, Pierangelo Sequeri, card. Jean-Paul Vesco Arcivescovo di Algeri, e molti altri.
Un ringraziamento particolare per aver reso possibile SOUL Festival di Spiritualità Milano va ai Main Partner Intesa Sanpaolo, Humanitas University, Edison e al Partner CFMT – Centro di Formazione Management del Terziario. Un sentito grazie anche a Fondazione Cariplo e Fondazione Rocca per il loro contributo, ad Avvenire e Rai con Content Partner Rai Radio 3 per la media partnership, Comieco, Fondazione Amplifon e Aboca. Grande sostegno è arrivato anche per questa terza edizione dal Comune di Milano che, oltre al patrocinio, ha accompagnato la manifestazione con un’ampia campagna di comunicazione diffusa in città.
“Dopo la meraviglia e la fiducia, temi delle due passate edizioni, quest’anno SOUL Festival ha invitato il pubblico ad aprirsi al mistero e al canto del mondo: un invito ad ascoltare, a vedere oltre il visibile e a lasciarsi emozionare dalla bellezza nascosta della vita. In un momento storico segnato da guerre e tensioni globali, emerge più che mai la necessità di costruire un ‘noi’, di sentirsi parte di una comunità.
Il festival ha offerto spazi per rallentare, riflettere e riscoprire il valore del dialogo e della vicinanza. La grande e attenta partecipazione dimostrata dal pubblico ha confermato quanto sia vivo il desiderio di sostare davanti all’inaccessibile, di aprirsi all’ignoto e lasciarsi emozionare dalla poesia del reale”, afferma il comitato curatoriale del festival, mons. Luca Bressan, Armando Buonaiuto, Valeria Cantoni Mamiani e Aurelio Mottola.
La gratitudine va anche a tutte le istituzioni culturali artistiche, educative, sociali, laiche e religiose che hanno ospitato il palinsesto, insieme a importanti luoghi cittadini, a partire dai partner culturali del Festival: Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Memoriale della Shoah di Milano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Triennale Milano, a cui si sono aggiunti quest’anno ADI Design Museum, Anteo Palazzo del Cinema, Castello Sforzesco, Chiesa di Santa Maria presso San Satiro, Circolo Filologico Milanese, Museo Diocesano Carlo Maria Martini, Refettorio Ambrosiano, Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, La Grande Brera – Pinacoteca di Brera, Orto Botanico di Brera dell’Università degli Studi di Milano, Teatro alla Scala, Liceo Virgilio. Hanno inoltre partecipato: Associazione Amici di Brera e dei Musei Milanesi, Centro Culturale delle Basiliche, Philo – Pratiche Filosofiche, Ponderosa Music&Art. Tra i luoghi del festival anche Auditorium San Fedele, Basilica di San Simpliciano, Biblioteca in Chiesa Rossa, Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Gallerie d’Italia-Milano, Palazzo Edison, Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa.
Dalle navate delle chiese ai palcoscenici dei teatri, dalle Terrazze del Duomo di Milano alle sale di musei, biblioteche e cinema, fino a contesti raccolti e inattesi come il Caveau delle Gallerie d’Italia-Milano, il festival ha offerto un’esperienza diffusa, gratuita e aperta a tutti, per esplorare le molteplici sfaccettature del mistero attraverso discipline diverse: dalla letteratura alla scienza, dalla medicina alla filosofia, fino alle arti e alle tradizioni spirituali laiche e religiose, antiche e moderne.
A dare il via al festival è stato lo scrittore Javier Cercas, in dialogo con il co-curatore Aurelio Mottola e con l’accompagnamento del violoncellista Issei Watanabe, che ha inaugurato la manifestazione nell’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, gremita di pubblico. Emozionante anche la serata conclusiva al Piccolo Teatro Strehler con il rito sonoro Un niente più grande di e con Mariangela Gualtieri, con la guida di Cesare Ronconi (produzione Teatro Valdoca): un monologo poetico di grande intensità, concepito per SOUL Festival, capace di raccogliere il pubblico in un ascolto raro, sospeso, restituendo attraverso la parola il senso più intimo e condiviso del mistero.
Tra i momenti più suggestivi, la meditazione all’alba sulle Terrazze del Duomo, guidata da mons. Mario Delpini con letture di Lino Guanciale – in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa – ha offerto un’esperienza di contemplazione sospesa tra notte e giorno, accolta da un pubblico profondamente coinvolto. Di grande impatto emotivo anche le cene monastiche al Refettorio Ambrosiano, con don Paolo Alliata e Cristina Arcidiacono, dove il gesto quotidiano del condividere il cibo si è trasformato in occasione di ascolto e nutrimento spirituale; l’incontro nel Duomo di Milano con l’Arcivescovo di Algeri card. Jean-Paul Vesco, accompagnato dagli strumenti dell’Orchestra del Mare; il concerto di canto gregoriano in Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa; il progetto inedito realizzato in collaborazione con Fondazione Amplifon che ha trasformato ricordi e pensieri di alcuni ospiti di RSA italiane in un’esperienza teatrale sul mistero della vita e della morte, seguita da una riflessione di Vittorio Lingiardi; l’incontro notturno in Santa Maria presso San Satiro; i cicli di incontri dedicati ai Maestri dell’oltre e ai Maestri di mistero.
Molto apprezzati dal pubblico anche gli incontri capaci di tessere un dialogo originale tra discipline diverse, come la riflessione di François Jullien per una filosofia dell’esistenza tra pensiero cinese e greco che invita a indagare l’incommensurabile e l’infinito in noi; il racconto della spiritualità contemporanea di Pablo d’Ors, che ha mostrato come il silenzio e la meditazione cristiana possano diventare strumenti di connessione profonda per conoscersi meglio; l’esplorazione del rapporto tra fede, comunità e società digitale a cura di Chiara Giaccardi, che ha sollevato interrogativi sul modo in cui la tecnologia plasma la nostra capacità di relazione e di ascolto; lo sguardo di Elisabetta Moro e Marino Niola sul bisogno umano di interrogare il domani attraverso segni e presagi, dalle pratiche divinatorie dell’antichità fino alle moderne forme di futurologia e previsione tecnologica; l’indagine di Massimo Polidoro sulla scienza e il pensiero critico, che ha invitato il pubblico a confrontarsi con i misteri della percezione, del paranormale e dell’inspiegabile; il confronto tra Edwige Pezzulli e Roberto Casati sui confini tra scienza e conoscenza, per mostrare come osservazione e ragione possano aprire nuovi sguardi sulla realtà e sulle domande più profonde della vita.
Significativa anche la partecipazione dei giovani agli appuntamenti di SOUL Young, la rassegna ideata da under 30 coordinati da Francesca Fimeroni e Francesca Monti, curatrici del progetto, ospitati all’ADI Design Museum. Tra i momenti più seguiti, l’incontro con il cantautore e scrittore Vasco Brondi.
Con questa terza edizione SOUL Festival di Spiritualità Milano ha esplorato il desiderio di comprendere il mondo e abitare il suo mistero, confermando la vocazione della manifestazione quale spazio autentico di ascolto, riflessione e condivisione sui grandi temi dell’esistenza, capace di nutrire mente e cuore in un’epoca di conflitti, divisioni e disorientamento. Appuntamento alla prossima edizione 2027!
Pace, dialogo inclusione e cooperazione internazionale: siglata l’intesa tra l’Università di Udine e l’Associazione Rondine Cittadella della Pace
L’Università di Udine e l’Associazione Rondine Cittadella della Pace hanno formalizzato un accordo di collaborazione triennale volto a promuovere la cultura del dialogo, la gestione dei conflitti e la cooperazione internazionale. La convenzione quadro, siglata dal rettore dell’Ateneo friulano, Angelo Montanari, e dal vicepresidente di Rondine, Angiolo Fabbroni, punta a integrare l’eccellenza accademica con l’esperienza concreta dello studentato internazionale toscano, rafforzando l’impegno congiunto nella promozione della cultura del dialogo, della pace e della cooperazione internazionale.
L’accordo nasce dalla volontà condivisa di valorizzare percorsi formativi innovativi e internazionali, mettendo al centro gli studenti e il loro sviluppo umano e professionale. In particolare, la convenzione prevede l’attivazione di un programma dedicato agli studenti provenienti dall’esperienza Rondine.
Tra i principali benefici per gli studenti, la convenzione prevede innanzitutto un accesso facilitato all’università: fino a tre studenti all’anno provenienti dai percorsi formativi di Rondine potranno iscriversi gratuitamente al primo anno dei corsi di studio, favorendo l’inclusione e il diritto allo studio anche per giovani provenienti da contesti di conflitto e valorizzando esperienze internazionali di grande valore.
A questo si affianca l’eventuale possibilità di ottenere il riconoscimento di crediti formativi per le attività svolte nell’ambito dei programmi Rondine, con particolare attenzione alle competenze trasversali legate alla gestione dei conflitti e al dialogo interculturale. Gli studenti dell’Ateneo potranno inoltre accedere a opportunità di stage e tirocini presso l’Associazione, entrando in contatto diretto con realtà impegnate nella cooperazione internazionale e nel peacebuilding.
La collaborazione prevede anche l’attivazione di una didattica innovativa e interdisciplinare, attraverso workshop, seminari e attività formative dedicate a temi di grande attualità come le relazioni internazionali, il dialogo interreligioso e la costruzione della pace. Infine, grazie al legame con la World House di Rondine, gli studenti avranno l’opportunità di confrontarsi con coetanei provenienti da Paesi in guerra o post-conflitto, sviluppando competenze relazionali e una visione sempre più globale.
“La convenzione rappresenta un’alleanza strategica per formare cittadini capaci di disinnescare le tensioni della contemporaneità e si inserisce in una strategia più ampia volta a formare cittadini consapevoli, capaci di affrontare le sfide globali con spirito critico e apertura al dialogo – sottolinea il rettore dell’ateneo friulano Angelo Montanari -.
conflittoAttraverso questa collaborazione, l’Università di Udine conferma il proprio ruolo attivo nella promozione della pace, dell’inclusione e della cooperazione internazionale. Questa convenzione rappresenta un passo significativo verso un’università sempre più inclusiva, internazionale e attenta alla formazione di cittadini consapevoli, capaci di contribuire attivamente alla costruzione di un futuro più giusto e pacifico”.
“La firma di questa convenzione rappresenta un passo importante che si inserisce in un rapporto costruito nel tempo con il territorio friulano, fondato su fiducia, dialogo e collaborazione con istituzioni, scuole e società civile –afferma il vicepresidente di Rondine, Angiolo Fabbroni – In questi anni abbiamo visto crescere una rete sempre più ampia di realtà che hanno riconosciuto il valore del Metodo Rondine, scegliendolo come strumento educativo per affrontare le sfide del presente.
Ne è testimonianza l’attivazione delle Sezioni Rondine in diverse scuole del territorio, l’alta partecipazione di giovani friulani al Quarto Anno Rondine e i numerosi percorsi formativi rivolti agli studenti, pensati per promuovere la cultura del dialogo, la gestione dei conflitti e il senso di responsabilità civile. Con l’Università di Udine rafforziamo oggi questo cammino, offrendo ai giovani nuove opportunità per diventare protagonisti consapevoli di una società più giusta e pacifica”.
Per garantire l’attuazione e il monitoraggio delle attività, sono stati nominati responsabili scientifici Tommaso Piffer, delegato del rettore dell’università di Udine per l’Educazione alla pace e alla nonviolenza e Mauro D’Andrea, direttore del dipartimento formazione e relazioni internazionali per Rondine.
(Foto: Rondine Cittadella della Pace)
Maimone lancia ‘Religious Tourism for Peace’ per promuovere la pace e il dialogo tra i popoli
In un contesto internazionale segnato da conflitti, tensioni e crisi umanitarie, con particolare riferimento alla guerra in Iran che coinvolge civili e comunità religiose, emerge con urgenza la necessità di strumenti capaci di favorire il dialogo, l’incontro e la costruzione di ponti tra i popoli. Il turismo religioso si configura, in questo scenario, non come semplice esperienza di viaggio, ma come pratica di mediazione culturale, spirituale e umanitaria, capace di promuovere comprensione, tolleranza, coesione sociale, rispetto per la vita e la salvaguardia dei valori universali.
Secondo Biagio Maimone, coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso (RMRT), intervistato da una radio locale, “il turismo religioso non si limita a un fenomeno ricreativo, ma costituisce un percorso complesso di interazione culturale, spirituale e filosofica. I cammini di fede rappresentano esperienze di apprendimento, introspezione e confronto che vanno al di là della semplice visita turistica. Favoriscono la nascita di un nuovo umanesimo, fondato sul dialogo tra culture e sulla costruzione di legami duraturi tra le comunità, radicati nel rispetto della vita, nella fraternità e nella solidarietà universale”.
Maimone sottolinea la necessità di promuovere e difendere il turismo religioso, evitando che sia ridotto a mero prodotto commerciale: “Va valorizzato e tutelato e per questo è indispensabile istituire una sede istituzionale dedicata, che coordini le politiche nazionali, favorisca la formazione degli operatori e garantisca un approccio etico, rispettoso dei luoghi sacri, delle comunità ospitanti e della sacralità della vita”.
Il coordinatore richiama il magistero di papa Francesco, che pone al centro della riflessione ecclesiale il dialogo interculturale, la fraternità e l’incontro tra popoli come strumenti fondamentali per la pace globale. Evoca anche la figura storica di papa Leone XIV, simbolo di come la spiritualità possa costruire legami duraturi tra fede, cultura e territorio, e rappresenti un esempio per un turismo religioso in grado di generare coesione sociale, responsabilità civica e un profondo rispetto per la vita e la dignità umana.
Secondo Maimone, “l’organismo istituzionale proposto avrebbe il compito di promuovere il turismo religioso come veicolo di pace e dialogo tra i popoli, coordinare le politiche nazionali e internazionali, valorizzare i territori rispettando le loro identità culturali e spirituali, sostenere percorsi formativi per operatori specializzati, garantire che i luoghi sacri siano tutelati da logiche commerciali preservandone il significato profondo, e diffondere la cultura della pace, dell’incontro e della vita attraverso esperienze di pellegrinaggio e percorsi spirituali”.
Maimone evidenzia come “il turismo religioso rappresenti, soprattutto in un periodo segnato da conflitti come quello in Medio Oriente, una concreta opportunità di costruzione di ponti tra culture e comunità diverse. Non si tratta solo di visitare un luogo sacro, ma di vivere un’esperienza che educa alla comprensione reciproca, rafforza la coesione sociale, nutre lo spirito e contribuisce a sviluppare un nuovo umanesimo globale fondato sulla pace, sulla vita, sulla cultura del dialogo e sulla fratellanza tra i popoli.
No alla guerra, sì alla pace. Il turismo religioso unisce, collega e sviluppa la cultura della pace e la cura dei territori, promuovendo la cooperazione tra popoli di diversa etnia e religione senza alcuna distinzione. ‘Religious Tourism for Peace’ è lo slogan della Rete Mondiale del Turismo Religioso: un invito universale a viaggiare con il cuore, a comprendere, rispettare e proteggere la vita in tutte le sue forme, costruendo un mondo più giusto, solidale, pacifico e spiritualmente consapevole”.
La Rete Mondiale del Turismo Religioso nasce con l’obiettivo di sviluppare pace, dialogo interculturale, rispetto della vita e coesione tra i popoli, affermandosi come piattaforma internazionale per il rilancio umano e sociale dei territori e delle comunità. In un mondo sempre più interconnesso ma diviso da guerre e tensioni, il turismo religioso può diventare un laboratorio di pace, un mezzo per promuovere il dialogo interculturale, rafforzare la cultura della pace e costruire ponti tra i popoli.
Card. Zuppi: la Chiesa forma coscienze libere
“All’inizio di questa sessione desidero rinnovare la nostra vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate ancora una volta dalla violenza dei conflitti, dall’insicurezza, dalla paura, dalla sofferenza di popolazioni intere… Nei giorni scorsi avevamo inviato ai Patriarchi di quella regione una lettera per ribadire la fraternità e la solidarietà delle Chiese in Italia. Le risposte ricevute ci hanno profondamente toccato… Le ferite di quelle terre attraversano il corpo della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti.
Avremo modo di confermare la nostra solidarietà partecipando alla Colletta per la Terra Santa che tradizionalmente si raccoglie il Venerdì Santo (3 aprile). Auspichiamo che la voce di papa Leone sia ascoltata dai responsabili delle nazioni, si decida il cessate il fuoco perché la guerra non sia una spirale che faccia precipitare tutti in una voragine”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori del consiglio episcopale permanente.
Ed ha ricordato il martirio dei cristiani: “In questo quadro ricordiamo il martirio di padre Pierre Al-Rahi, che ha scelto di rimanere accanto alla sua comunità fino alla fine, testimoniando con la sua vita e con il suo sangue la fedeltà al Vangelo e alla missione pastorale affidatagli. Il suo sacrificio rimane per la nostra Chiesa un luminoso seme di speranza, di riconciliazione e di pace. La sua memoria ci riporta al cuore del Vangelo: una Chiesa che non arretra davanti al dolore, che rimane accanto al suo popolo, che condivide la sorte della gente e continua, proprio per questo, a essere presenza di prossimità, di amore e di pace. Avviene così per tanti cristiani vittime di violenza e testimoni di Vangelo. Sono ‘Gente di primavera’, come ricorderemo domani 24 marzo, XXXIV Giornata dei missionari martiri, nella memoria di mons. Oscar Romero”.
Per questo ha sottolineato che solo il papa ha levato la voce per la pace: “La voce del Santo Padre sulla pace è tra le poche che richiamano a una visione umana e ragionevole dei rapporti tra i popoli. È una voce cristiana che dà voce all’anelito di pace e di libertà di tanti che non hanno voce, che non hanno possibilità o libertà per esprimere la loro grande sofferenza e le loro aspirazioni alla fine della violenza. E sempre desideriamo unirci coralmente alla voce del Papa, come abbiamo fatto nella recente Giornata di preghiera dedicata alla pace, in tutte le Chiese d’Italia”.
Ecco il motivo per cui la comunità cristiana deve essere missionaria: “Bisogna andare incontro alle persone in ricerca, spaesate, inquiete su di sé e sul futuro. Questo richiede un atteggiamento umano e pastorale, carico di disponibilità e attenzione. Quanti si sono recati ad Assisi, numerosi e raccolti (oltre 370.000 pellegrini da tutte le parti del mondo), a vedere le spoglie di san Francesco, non cercavano nella memoria del Santo una testimonianza del Vangelo sine glossa? Questa ricerca si incontra ancora troppo poco con i binari della vita ordinaria della Chiesa, che appaiono non sempre attrattivi, forti, luminosi”.
Missione che è apertura al dialogo: “E’ chiaro che, di fronte a tante domande di senso, è necessaria un’estroversione missionaria e una capacità di dialogo: una Chiesa che si orienta tutta nella missione. Ma questa attitudine fondamentale non è disgiunta dalla necessità di costruire comunità vere nelle nostre parrocchie e nel nostro mondo. E’ un tema su cui ho più volte insistito, del resto evidente ai vostri occhi e alla vostra azione pastorale. E’ il tema, ad esempio, di dovere accogliere quanti, adulti, accedono o riscoprono il Battesimo e di avviare il dialogo con i tanti che non incontriamo”.
Tale realizzazione è possibile grazie alle comunità: “Solo le comunità possono realizzare l’estroversione missionaria e incarnare un atteggiamento dialogico con quanti sono in ricerca… Comunità autentiche sono alla base di una responsabilità sinodale, che non sia uno slogan, un laboratorio astratto o un fatto istituzionale. Dopo il Covid, in parecchie parrocchie del nostro Paese, si è vista una faticosa ripresa di presenza di quelli che erano fedeli un po’ anonimi…
In questo senso bisogna suscitare e supportare uomini e donne di sintesi, come diceva il grande sociologo padre Lebret, ‘tessitori di fraternità’, capaci di dare carne alle nostre istituzioni, creatori di legami. Si tratta di coinvolgere tutti nella creazione di un tessuto ecclesiale comunitario. Non dobbiamo mai dimenticare la dimensione dell’unità nella comunione tra noi, con il Vescovo di Roma, nostro Primate, con tutta la Chiesa”.
E nel ricordo del ‘convegno’ di Roma del 1976 il card. Zuppi ha invitato a coniugare la missione con la promozione umana: “Il binomio evangelizzazione e promozione umana dice ancora tanto della specifica vocazione della Chiesa a comunicare il Vangelo, ma anche di far crescere la società italiana che stava affrontando allora tempi non facili, segnati com’erano dal terrorismo. No, non ci rinchiuderemo in un’irrilevanza pigra, per conservare noi stessi, per farci proteggere dal freddo della storia!
La Chiesa è ben di più che un museo di un’antica storia di fede e di cultura, ben di più di un’agenzia di valori, ben di più di un’organizzazione di servizio sociale o educativo! Lo diciamo con molta umiltà, ma con la consapevolezza della densità teologica, religiosa, umana, sociale che comporta il nostro essere Chiesa. Questo non è senso di superiorità o isolamento, tantomeno mancare alle nostre responsabilità”.
In questo modo si esplica la ‘presenza’ dei cattolici: “La presenza ecclesiale non nasce dalla ricerca di spazio, ma da una responsabilità evangelica. Non è un’occupazione del sociale, ma una forma dell’annuncio. Non è l’aggiunta pratica a una fede privata, ma il modo con cui la carità rende visibile il Vangelo. La Chiesa, infatti, non vive per sé stessa. Non si comprende a partire dalle sue strutture, pur necessarie, né dal solo profilo istituzionale…
Chi pensa di capire la Chiesa con misere letture politiche o le attribuisce intenzioni di parte non la conosce così come ignora la sua libertà di indicare e vivere l’unica parte che cerca: la difesa della persona. La Chiesa è popolo di Dio, non una somma di individualità; è comunione, non autosufficienza; è pellegrina nella storia, non padrona della storia; è segno, non fine a sé stessa; è strumento, non protagonista autoreferenziale”.
Proprio per questo la fede ha una dimensione sociale: “Questa consapevolezza non va mai data per scontata. Ci sono sempre infatti alcuni rischi. Tra questi, quello del disimpegno; quello di sostituirsi impropriamente alla responsabilità dei laici, intervenendo direttamente là dove invece è decisiva la libertà della coscienza cristiana nella costruzione del bene comune. Non spetta direttamente alla Chiesa fare politica. Ma proprio per questo spetta alla Chiesa, con ancora maggiore passione, formare coscienze laicali libere, mature, coraggiose, capaci di discernimento e di responsabilità”.
Responsabilità anche politica: “C’è poi il rischio di una politica o di organizzazioni sociali che pretendano di arruolare la Chiesa, di piegarne la libertà, di cercarne l’avallo, di utilizzarne la voce per i propri schieramenti. Quando questo accade, si fa male alla politica e si fa male alla Chiesa. La comunità cristiana, invece, resta fedele a una distinzione alta e necessaria: riconosce l’autorità politica come servizio al bene comune, ma conserva la libertà di parola e di giudizio quando sono in gioco i principi etici che promuovono la dignità della persona, quando si calpestano i poveri, quando la forza prende il posto del diritto. Come ci ha ricordato papa Francesco alla Settimana Sociale di Trieste”.
L’impegno è un modo di essere Chiesa: “I discepoli di Gesù Cristo sono continuamente chiamati a comprendere cosa significa costruire il bene comune e mettersi al servizio del disegno di Dio sull’umanità. Per questo, è importante non far mancare il nostro impegno di cristiani che credono nella vita umana, nella famiglia, nell’educazione, nel volontariato, nella pace, nel lavoro degno, in un’economia per l’uomo, nella cura del creato, nell’inclusione dei poveri… Questo modo di essere Chiesa non ci può vedere chiusi in sacrestia. I discepoli di Cristo percorrono le strade infangate o polverose, abitano in mezzo alla gente per essere segno di speranza. I sogni e le sofferenze delle persone, soprattutto degli ultimi, non ci troveranno mai indifferenti”.
Papa Leone XIV ribadisce ai focolarini il valore dell’unità
“Sono lieto di incontrarvi questo pomeriggio, dopo che avete partecipato all’Assemblea generale del Movimento dei Focolari. Saluto la Presidente, Margaret Karram, nuovamente eletta per un secondo mandato, e il nuovo Copresidente, don Roberto Eulogio Almada. Che il Signore benedica il vostro servizio!”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i membri del Movimento che hanno partecipato all’Assemblea generale a Rocca di Papa, rieleggendo Margaret Karram come presidente per un secondo mandato e la scelta di un nuovo co-presidente, il sacerdote italo-argentino Roberto Eulogio Almada.
Nel discorso il papa ha richiamato alla necessità dell’unità, molto importante per la fondatrice del Movimento: “Tutti voi siete stati attratti dal carisma della Serva di Dio Chiara Lubich, che ha plasmato la vostra esistenza personale e lo stile della vostra vita comunitaria. Ogni carisma nella Chiesa esprime un aspetto del Vangelo che lo Spirito Santo porta in primo piano in un determinato periodo storico, per il bene della Chiesa stessa e per il bene del mondo intero. Per voi si tratta del messaggio dell’unità: unità fra gli esseri umani che è frutto e riflesso dell’unità di Cristo con il Padre”.
L’unità è possibilità di vita fraterna: “E’ un seme, semplice ma potente, che attira migliaia di donne e uomini, suscita vocazioni, genera una spinta di evangelizzazione, ma anche opere sociali, culturali, artistiche, economiche, che è fermento di dialogo ecumenico e interreligioso. Di questo fermento di unità c’è tanto bisogno oggi, perché il veleno della divisione e della conflittualità tende a inquinare i cuori e le relazioni sociali e va contrastato con la testimonianza evangelica dell’unità, del dialogo, del perdono e della pace”.
Da qui il richiamo ad essere costruttori di pace: “Anche attraverso di voi, Dio si è preparato, nei decenni passati, un grande popolo della pace, che proprio in questo momento storico è chiamato a fare da contrappeso e da argine a tanti seminatori di odio che riportano indietro l’umanità a forme di barbarie e di violenza”.
Quindi è importante mantenere vivo il carisma del Movimento: “In questo tempo, siete chiamati a discernere insieme quali sono gli aspetti della vostra vita comune e del vostro apostolato che sono essenziali, e perciò vanno mantenuti, e quali sono invece gli strumenti e le pratiche che, benché in uso da tempo, non sono essenziali al carisma, o che hanno presentato aspetti problematici e che perciò sono da abbandonare”.
Ed un movimento è mantenuto vivo con la trasparenza e la partecipazione: “Questa fase esige anche un impegno forte alla trasparenza da parte di chi ha ruoli di responsabilità, a tutti i livelli. La trasparenza, infatti, da un lato è condizione di credibilità e dall’altro è dovuta in quanto il carisma è un dono dello Spirito Santo di cui tutti i membri sono responsabili.
Essi hanno quindi il diritto e il dovere di sentirsi compartecipi dell’Opera alla quale hanno aderito con dedizione totale. Ricordate, poi, che il coinvolgimento dei membri è sempre un valore aggiunto: stimola la crescita, sia delle persone sia dell’Opera, fa emergere le risorse latenti e le potenzialità di ciascuno, responsabilizza e promuove il contributo di tutti”.
Il discernimento è necessario per l’equilibrio tra discernimento e libertà personale: “La responsabilità di discernimento comune, affidata a tutti voi, abbraccia anche il modo in cui il carisma dell’unità debba essere tradotto in stili di vita comunitaria che facciano brillare la bellezza della novità evangelica e, allo stesso tempo, rispettino la libertà e la coscienza dei singoli, valorizzando i doni e l’unicità di ciascuno”.
Il papa ha ribadito che l’unità è un dono ed un ‘compito’: “L’unità è un dono e, al tempo stesso, un compito e una chiamata che interpella ciascuno. Tutti sono chiamati a discernere qual è la volontà di Dio e come si può realizzare la verità del Vangelo nelle varie situazioni della vita comunitaria o apostolica. E tutti in questo cammino di discernimento devono esercitare fraternità, sincerità, franchezza e soprattutto umiltà, libertà da sé stessi e dal proprio punto di vista. L’unità di tutti in Dio è un segno evangelico che è forza profetica per il mondo”.
Per questo l’unità deve essere nutrita: “E’ necessario perciò che l’unità sia sempre nutrita e sostenuta dalla carità reciproca, che esige magnanimità, benevolenza, rispetto; quella carità che non si vanta, non si inorgoglisce, né cerca il proprio interesse, né tiene conto del male ricevuto, ma si rallegra soltanto della verità”.
(Foto: Santa Sede)


























