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Il Libano che attende il papa nel racconto delle volontarie e dei volontari di Operazione Colomba
Il viaggio in Libano di papa Leone XIV fino al 2 dicembre rappresenta un momento importante di questo inizio di pontificato, perché il Libano, con la sua complessa struttura politica e religiosa, costituisce da sempre un punto d’incontro tra Oriente e Occidente, tra cristianesimo e islam, tra memoria e speranza. Infatti da anni la Santa Sede guarda con apprensione al deteriorarsi della situazione economica e alla fuga di tanti giovani, ma anche con ammirazione alla capacità di resistenza di un popolo che continua a credere nel proprio futuro.
Per questo papa Leone XIV ha voluto che la sua visita fosse un gesto di incoraggiamento a chi non si rassegna al declino morale e materiale del Libano: domenica 30 novembre il papa, dopo il saluto alle autorità, parteciperà alla piantumazione simbolica di un ‘cedro dell’amicizia’ nel giardino del palazzo presidenziale, cui prenderanno parte anche il Segretario di Stato vaticano ed il Patriarca di Antiochia dei Maroniti. Il logo del viaggio apostolico è: ‘Beati gli operatori di pace’.
Partendo dal logo abbiamo chiesto ai volontari ed alle volontarie dell’ ‘Operazione Colomba’ che operano al confine tra Libano e Siria, chiediamo se questo logo è un messaggio per una speranza: “Per Operazione Colomba, che opera al fianco delle vittime dei conflitti, l’essere ‘operatori di pace’ è un’azione concreta e nonviolenta di vicinanza, condivisione e costruzione di ponti di dialogo. E dunque certamente un messaggio di speranza, non intesa come l’attesa passiva di qualcosa che avverrà, ma intesa come fiducia che l’impegno quotidiano e concreto possa portare un cambiamento nel mondo”.
Quanto è importante questo viaggio per i credenti?
“Il viaggio di un Pontefice in un Paese come il Libano è percepito come un segnale di vicinanza e sostegno per una nazione che ha sofferto enormemente”.
Come è la situazione in Libano?
“La situazione in Libano è estremamente complessa e precaria. In un Libano già al collasso economico e sociale, dove la società civile funge da ultima rete di sicurezza per cittadini e rifugiati, l’ombra della guerra aggrava drammaticamente ogni aspetto della vita quotidiana. Le continue tensioni con Israele al confine con i raid aerei ed attacchi con droni che colpiscono infrastrutture nel sud del Libano e nella valle della Bekaa, innescano una spirale di paura e precarietà per la popolazione civile. Questo conflitto latente, con i suoi attacchi che devastano il territorio, amplifica l’emergenza umanitaria, rendendo ancora più fragile l’esistenza di chi vive nei campi profughi.
La caduta improvvisa del regime ha generato un’ondata di speranza, portando migliaia di profughi a rientrare in Siria, principalmente dal Libano e dalla Turchia. Le ragioni del rientro sono duplici: l’intenzione di partecipare alla ricostruzione del Paese e le difficilissime condizioni di vita incontrate nei Paesi di accoglienza, tra cui appunto il Libano. La Siria è ora governata da un nuovo esecutivo provvisorio che, pur avendo promesso inclusione e moderazione (come il Presidente ad interim Al Sharaa), solleva ancora molti interrogativi sulla stabilità e sulla reale possibilità di un sistema equo e rappresentativo.
Nonostante tutto, la società civile libanese dimostra una straordinaria resilienza e creatività. Continuano infatti a nascere piccole iniziative di solidarietà, di economia locale e di mutuo aiuto che bypassano le istituzioni statali spesso corrotte. Molte ONG locali, inoltre, lavorano attivamente per la coesione sociale e per costruire ponti tra le diverse comunità religiose e tra libanesi e rifugiati”.
Quanto è importante san Charbel Makhlūf per i libanesi?
San Charbel Makhlūf è venerato dai libanesi, sia cristiani che musulmani. La devozione verso questo monaco ed eremita maronita (primo santo libanese canonizzato nei tempi moderni) è vastissima ed è facile trovare rappresentazioni del Suo volto nelle città”.
Sarà anche un incontro ecumenico: quanto sono importanti le fedi per la pace in Medio Oriente?
“Le fedi religiose sono estremamente importanti per la pace in Medio Oriente perché possono essere allo stesso tempo fonte di divisione o strumento di dialogo e riconciliazione. In un contesto altamente labile, l’incontro ecumenico ed interreligioso è importante per costruire la coesistenza pacifica e superare i conflitti che spesso strumentalizzano la religione. Il Libano è l’unico Paese arabo a non essere a maggioranza schiacciante musulmana ed il suo sistema politico è costruito attorno ad un delicato equilibrio confessionale. Al suo interno coesistono molte religioni e diverse confessioni tra le religioni stesse.
Tra i cristiani, ad esempio, sono presenti comunità Maroniti (il gruppo cristiano più grande), Greco-Ortodossi, Greco-Cattolici Melchiti, Armeno-Ortodossi, Siri, Copti, Protestanti… Tra i mussulmani, in particolare, sono presenti Sunniti, Alawiti e Sciiti ed, oltre a queste, sono presenti altre minoranze religiose come ad esempio i Drusi. In Libano l’equilibrio è così fondamentale che le tre cariche politiche più importanti sono distribuite per legge: il Presidente della Repubblica deve essere Cristiano Maronita, il Primo Ministro Musulmano Sunnita ed il Presidente del Parlamento Musulmano Sciita.
Certamente la guerra in Siria ha acuito in modo significativo la fatica a convivere e le tensioni tra le varie comunità religiose, a causa della polarizzazione geopolitica, della crisi dei rifugiati (per la maggior parte sunniti) e della radicalizzazione confessionale”.
Quale è la presenza di ‘Operazione Colomba’ in Medio Oriente?
“Operazione Colomba è il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII ed è presente in Medio Oriente in due aree principali: in Libano (Libano-Siria) siamo attivi dal 2013 al fianco dei profughi siriani nel nord del Libano, condividendone la vita nei campi. I volontari e le volontarie sostengono, aiutano e proteggono i profughi, accompagnandoli negli spostamenti e mediando le tensioni con le autorità e la comunità locale.
Dalla caduta del regime di Assad i volontari e le volontarie effettuano viaggi periodici in Siria per approfondire il nuovo contesto, monitorare la situazione, supportare i siriani che decidono di tornare e quelli che non se ne sono mai andati. In una Siria dilaniata da una guerra che ha lasciato strascichi di violenza ed enormi ferite da ricucire, i volontari/e sostengono la lunga via della riconciliazione facendo da ponte tra chi ha il coraggio di rientrare, le comunità locali minacciate e chi rimane in Libano perché ha perso tutto.
Inoltre dal 2002 Operazione Colomba è attiva in Palestina, inizialmente nella Striscia di Gaza e, dal 2004, nel villaggio di At-Tuwani, nel sud della Cisgiordania (Masafer Yatta). Da qui opera in diverse aree rurali dove, assieme ad attiviste/i palestinesi e israeliani, sostiene la resistenza popolare nonviolenta. Le volontarie ed i volontari scortano i palestinesi durante le attività quotidiane, proteggendoli dalle violenze dei coloni e dell’esercito israeliani, documentando e denunciando le violazioni dei Diritti Umani”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: le fedi non siano fonte di guerra
Nel terzo giorno del viaggio apostolico in Indonesia, papa Francesco ha incontrato il mondo islamico con la visita alla Moschea di Istiqlal, invitando a costruire società aperte, isolare gli estremismi e a rafforzare i valori religiosi con la firma della Joint Declaration of Istiqlal 2024, in cui si dichiara: ‘In essa assumiamo con responsabilità le gravi e talvolta drammatiche crisi che minacciano il futuro dell’umanità’, con il Grande Imam Nasaruddin Umar.
Questo gesto avviene davanti al Tunnel che collega la Moschea alla Cattedrale di Nostra Signora dell’Assunzione, simbolo di fraternità tra le religioni, nel centro della capitale, con il saluto del papa come simbolo di riconoscimento del comune cammino che la società indonesiana compie ‘verso la piena luce’: “Ai tanti segnali di minaccia, ai tempi bui, contrapponiamo il segno della fratellanza che, accogliendo l’altro e rispettandone l’identità, lo sollecita a un cammino comune, fatto in amicizia, e che porta verso la luce”.
Inoltre ha sottolineato che “qui diverso, perché tutto è illuminato. Vorrei dirvi, però, che siete voi la luce che lo rischiara, con la vostra amicizia, la concordia che coltivate, il sostenervi a vicenda, e con il vostro camminare insieme che vi conduce, alla fine della strada, verso la piena luce”, soffermandosi sul ruolo che svolgono i credenti, che consiste nell’ “aiutare tutti ad attraversare il tunnel con lo sguardo rivolto verso la luce. Così, al termine del percorso, si può riconoscere, in chi ha camminato accanto a noi, un fratello, una sorella, con cui condividere la vita e sostenersi reciprocamente”.
Quindi è stato un invito ad isolare gli ‘estremismi’: “Vi incoraggio a proseguire su questa strada: che tutti, tutti insieme, ciascuno coltivando la propria spiritualità e praticando la propria religione, possiamo camminare alla ricerca di Dio e contribuire a costruire società aperte, fondate sul rispetto reciproco e sull’amore vicendevole, capaci di isolare le rigidità, i fondamentalismi e gli estremismi, che sono sempre pericolosi e mai giustificabili”.
Salutando i presenti ha ricordato che il progettista della Moschea è stato un architetto cristiano: “Sono felice di trovarmi qui, nella più grande Moschea dell’Asia, insieme a tutti voi. Saluto il Grande Imam e lo ringrazio per le parole che mi ha rivolto, ricordando che questo luogo di culto e di preghiera è anche ‘una grande casa per l’umanità’, in cui ciascuno può entrare per fermarsi con sé stesso, per dare spazio a quell’anelito di infinito che porta nel cuore, per cercare l’incontro con il divino e vivere la gioia dell’amicizia con gli altri…
Friedrich Silaban, che era cristiano e si aggiudicò la vittoria del concorso. Ciò attesta che, nella storia di questa Nazione e nella cultura che vi si respira, la Moschea, come anche gli altri luoghi di culto, sono spazi di dialogo, di rispetto reciproco, di armonica convivenza tra le religioni e le diverse sensibilità spirituali”.
Poi papa Francesco ha incoraggiato ‘il cammino dell’unità e dell’armonia’: “Gli aspetti visibili delle religioni (i riti, le pratiche e così via) sono un patrimonio tradizionale che va tutelato e rispettato; ma ciò che sta ‘sotto’, quello che scorre in modo sotterraneo, proprio come il ‘tunnel dell’amicizia’, potremmo dire la radice comune a tutte le sensibilità religiose è una sola: la ricerca dell’incontro con il divino, la sete di infinito che l’Altissimo ha posto nel nostro cuore, la ricerca di una gioia più grande e di una vita più forte di ogni morte, che anima il viaggio della nostra vita e ci spinge a uscire dal nostro io per andare incontro a Dio”.
Ed ha rivolto l’invito a “proseguire su questa strada: che tutti, tutti insieme, ciascuno coltivando la propria spiritualità e praticando la propria religione, possiamo camminare alla ricerca di Dio e contribuire a costruire società aperte, fondate sul rispetto reciproco e sull’amore vicendevole, capaci di isolare le rigidità, i fondamentalismi e gli estremismi, che sono sempre pericolosi e mai giustificabili”.
Terminando l’intervento il papa ha sollecitato ad avere cura dei legami di amicizia: “Sono relazioni in cui ciascuno si apre all’altro, in cui ci impegniamo a ricercare insieme la verità imparando dalla tradizione religiosa dell’altro; a venirci incontro nelle necessità umane e spirituali. Sono legami che ci permettono di lavorare insieme, di marciare uniti nel perseguire qualche obiettivo, nella difesa della dignità dell’uomo, nella lotta alla povertà, nella promozione della pace. L’unità nasce dai vincoli personali di amicizia, dal rispetto reciproco, dalla difesa vicendevole degli spazi e delle idee altrui. Che possiate sempre avere cura di questo!”
In effetti ha precisato il significato di questi incontri religiosi: “A volte noi pensiamo che l’incontro tra le religioni sia una questione che riguarda il cercare a tutti i costi dei punti in comune tra le diverse dottrine e professioni religiose. In realtà, può succedere che un approccio del genere finisca per dividerci, perché le dottrine e i dogmi di ogni esperienza religiosa sono diversi. Quello che realmente ci avvicina è creare un collegamento tra le nostre diversità, avere cura di coltivare legami di amicizia, di attenzione, di reciprocità”.
Eppoi ha firmato la Dichiarazione congiunta in cui è ribadito: “In essa assumiamo con responsabilità le gravi e talvolta drammatiche crisi che minacciano il futuro dell’umanità, in particolare le guerre e i conflitti, purtroppo alimentati anche dalle strumentalizzazioni religiose, ma anche la crisi ambientale, diventata un ostacolo per la crescita e la convivenza dei popoli. E davanti a questo scenario, è importante che i valori comuni a tutte le tradizioni religiose siano promossi e rafforzati, aiutando la società a «sconfiggere la cultura della violenza e dell’indifferenza» e a promuovere la riconciliazione e la pace”.
Nella Dichiarazione si evidenzia che ‘la religione sia spesso strumentalizzata’ causando sofferenze a molti in un mondo sempre più segnato dalle violenze, ribadendo che il ruolo delle religioni dovrebbe ‘includere la promozione e la salvaguardia della dignità di ogni vita umana’.
(Foto: Santa Sede)
Da Assisi una lettura interreligiosa del Cantico di san Francesco d’Assisi
“Prendiamo in esame un testo chiave di san Francesco d’Assisi, il ‘Cantico di frate sole’ (o ‘Cantico delle Creature’) ed alcune delle sue tante possibili riletture, sul versante interreligioso. Francesco d’Assisi è un simbolo del dialogo interreligioso, fra l’altro per l’incontro in Egitto con il Sultano mussulmano al-Malik al-Kamil durante la quinta Crociata (1219)… L’obiettivo del corso macroecumenico per la ‘casa comune’,nel quadro della denominazione della Cittadella di Assisi, ‘Cittadella Laudato Sì’, è di favorire occasioni di incontro, di dialogo, riflessione tra esponenti ed esperti di tutte le religioni del mondo sull’ecologia integrale, nella convinzione che dal patrimonio di fede di ogni confessione religiosa si possano trarre insegnamenti e percorsi inediti. Ed il ‘Cantico di frate Sole’ offre molte suggestioni al riguardo”.
Il corso ‘Il Cantico delle fedi’, che si svolge online, inizia oggi pomeriggio con la scrittrice di racconti d’infanzia e vincitrice del Premio Andersen, Giusi Quarenghi, che propone una lettura laica del cantico del santo assisate; proseguirà giovedì 2 maggio con il missionario saveriano, Tiziano Tosolini, direttore del Centro Studi Asiatico di Osaka e docente di filosofia al Centro Studi Interreligiosi all’Università Gregoriana di Roma, che illustrerà la lettura buddhista del Cantico; giovedì 12 settembre il teologo. Adnane Mokrani, docente di studi islamici e di relazioni islamo-cristiane, offrirà una lettura mussulmana del Cantico; infine, giovedì 7 novembre la registra teatrale e studiosa di ebraismo, Miriam Camerini, proporrà ne lettura ebraica.
Al presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi, don Tonio Dell’Olio, chiediamo di spiegarci in cosa consiste ‘il Cantico delle fedi’: “E’ la ricerca sapiente delle tracce e delle ispirazioni che permeano il ‘Cantico di Frate Sole’ di Francesco d’Assisi nella spiritualità e nel patrimonio di fede delle religioni. Il cantico delle fedi è un ‘laboratorio macroecumenico per la casa comune” composto da ricercatori appartenenti a diverse religioni e da esperti. A breve inizierà un Corso di formazione online che, organizzato dal Laboratorio, si rivolge primariamente agli insegnanti ma anche a tutte le donne e gli uomini che desiderano far crescere la propria conoscenza (e la propria esperienza) di fede e di vita in relazione con l’ambiente alla luce del Cantico delle creature”.
Quante ‘letture’ può offrire il ‘Cantico delle Creature’?
“Il ‘Cantico delle creature’ è un portone spalancato verso il cielo e verso la terra, verso Dio e verso tutte le sue creature. C’è una lettura teologica ma c’è una parola affidata al creato che si rivolge a Dio con i suoni del vento e dell’acqua, col crepitìo del fuoco e con il calore dei raggi del sole. Oggi si direbbe che si tratta di una lettura immersiva in cui nessuno può pretendere la delega di parlare a nome di altri ma tutti gli elementi del creato hanno dignità di parola perché fratelli e sorelle, talvolta anche madri. Poi il ‘Cantico delle Creature’ propone una rilettura del perdono e della morte con cui ci si confronta come donne e uomini in cammino sulla terra e nella storia”.
Come leggere oggi il ‘Cantico delle Creature’?
“Prima che leggerlo bisognerebbe ascoltarlo. Papa Francesco l’ha fatto pulsare in quell’enciclica stupenda che porta il nome del Cantico e tocca i nodi nevralgici del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Ci insegna a rileggere il Cantico non solo come un inno della natura ma come una lente che ci educa a guardarci dentro intimamente, personalmente e come umanità”.
Per quale motivo lodare Dio per tutte le sue creature?
“Maturiamo quella lode come un’esigenza prima che come un dovere. Quando ci immergiamo nel creato non possiamo che aprirci al sentimento della gratitudine e della lode perché scopriamo che tutto è dono, anzi espressione gratuita dell’amore del Creatore”.
Perché la nuova denominazione ‘Cittadella Laudato Sì’?
“Innanzitutto per la collocazione assisana che è tutt’altro che una mera coincidenza: è la scelta di una spiritualità e uno stile di vita. Inoltre per rafforzare un’attenzione che la Pro Civitate Christiana, che è l’associazione che anima le iniziative e le attività di ‘Cittadella Laudato sì’, ha sempre riservato alla cura della casa comune. Basterebbe scorrere i titoli e i relatori dei convegni e dei Corsi di studio che da più di 80 anni vengono proposti, per rendersene conto. Infine ci sembra che in questo modo riusciamo a offrire un contributo specifico alla richiesta che ci viene formulata dal magistero di Papa Francesco”.
Eppoi ad agosto il corso ‘Cum tucte le creature: natura e contronatura’: in quale modo rapportarci con il creato?
“L’attenzione all’ecologia integrale non può prescindere dalla denuncia dei danni che vengono arrecati quotidianamente all’ambiente e alle persone vittime di sfruttamento, guerre e privazione di diritti. C’è un greenwashing diffuso e pervasivo che non può essere assecondato e va smascherato a 360 gradi. Inoltre crediamo che uno dei punti fermi del cammino verso una nuova coscienza ecologica consista nel sentirsi parte del creato: né superiori dominatori, nè dirimpettai”.
Papa Francesco: le religioni per costruire la speranza della pace
Questa mattina papa Francesco ha partecipato nella capitale mongola ad un incontro interreligioso, a cui hanno preso parte Dambajav Choijiljav, Sua Eminenza Khamba Lama, Abate Capo del Monastero Zuun Khuree Dashichoiling; Jargalsaikhan, President of the United Union of Shamans of Mongolia; Rector of the only Orthodox church in Mongolia, Father Antony Gusev; Adiyakhuu Oktyabri, Seventh-day Adventist Church; Yair Jacob Porat, Jewish Mongolia; Greeting from Mr. D. Banzrag, Executive Director of the Oomoto Centre, Mongolia.
Da Roma un invito a pensare il futuro
Ieri si è aperto l’Incontro internazionale ‘Popoli fratelli, terra futura’, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio a Roma, con la partecipazione di leader delle grandi religioni mondiali e rappresentanti del mondo della cultura e delle istituzioni, provenienti da 40 Paesi del mondo, introdotto dal presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, in dialogo con il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, l’arcivescovo di Canterbury e primate anglicano, Justin Welby, il presidente della conferenza dei rabbini europei, Pinchas Goldschmidt, lo sheykh vicario del Grande Imam di al-Azhar, Mohamed Al-Duwaini, il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e lo sheikh Nahyan bin Mubarak Al Nahyan, ministro della Tolleranza e della Convivenza degli Emirati Arabi Uniti.
Don Leonardi esplora la domanda religiosa dei giovani
“Dalla religione bisogna distinguere la fede, tenendola separata ma non contrapponendola, anzi armonizzando l’una con l’altra. Il primo a usare questo criterio è stato Karl Barth, ma questa ormai è la distinzione usata da tutti, anche da Joseph Ratzinger. La fede come differenza rispetto alla religione è l’adesione soggettiva al divino, è la scelta personale dell’appartenenza non come prodotto culturale o sociale ma come fatto personale, individuale.
C’è un fondatore, un iniziatore della religione, pensiamo per esempio ad Abramo, a Joseph Smith o a Maometto, e questi ha fede; attraverso i suoi discepoli si forma una comunità e questa comunità fa diventare la fede una religione. La fede iniziale è l’acqua, l’acqua diventa un fiume che costruisce da sé il proprio letto, la comunità costruisce e rafforza gli argini del letto”.
Così inizia il libro ‘Le religioni spiegate ai giovani’ di don Mauro Leonardi, saggio che, con un linguaggio chiaro e divulgativo, traccia una profilo approfondito dei principali culti religiosi presenti oggi in Italia. Oltre a Induismo, Confucianesimo, Taoismo, Buddhismo, Ebraismo, Cristianesimo e Islam vengono presentati anche la Chiesa Valdese, il Sikhismo, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (Mormoni) e Scientology.
In questo modo sono nate le interviste, che corredano ogni capitolo, a Tanya Gupta (Induismo), Hong Fan (Confucianesimo e Taoismo) Roberto Minganti (Buddhismo), David Parenzo (Ebraismo), Chiara Giaccardi e don Julián Carrón (Cristianesimo), Shahrzad Houshmand Zadeh (Islam), Italo Pons (Chiesa Valdese), Avijet Koholi (Sikhismo), Carmelo Persico (Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni) e Luigi Brambani (Scientology).
Allora come spiegare ai giovani le religioni?
“Come raccontano diverse persone nel mio libro, i giovani sono attratti soprattutto dagli esempi. Don Julián Carrón ha inventato una formulazione molto significativa. ha detto che il cristianesimo cresce per ‘invidia buona’. Più che parlare delle ragioni del cristianesimo, i giovani a mio parere hanno bisogno di incontrare gente felice. Da lì verrà loro ‘i desideri’ e quindi le domande, a cui naturalmente bisognerà saper rispondere”.
Come si può dialogare nelle diversità delle religioni?
“Oggi come oggi il dialogo tra le religioni non deve riguardare prevalentemente i contenuti, cioè ‘il dogma interno’ di ogni religione: non ha alcun senso discutere con un musulmano se sia meglio Maometto o Gesù Cristo. Bisogna invece trovare degli spazi esterni alle verità dottrinali di ciascuna di esse. per stare insieme. A volte, come aveva chiesto il papa per il 14 maggio, può anche essere pregare insieme: ma più spesso sarà fare del bene assieme. Pur essendo diverse le fedi, è impossibile che l’imperativo di fare il bene e di evitare il male che ciascun uomo ha nel cuore, non trovi una eco, anche minima, nel cuore degli altri. Bisogna cercare quel bene ‘sovrapponibile’ e farlo insieme”.
Come si pongono i giovani davanti alle religioni?
“I giovani hanno grandi domande sul senso della vita o sulla salvezza del pianeta, ma spesso non hanno le parole per rivolgere quegli interrogativi ai credenti. Dovranno quindi essere i credenti a trovare il modo di riconoscere quelle domande e di farsene carico”.
Quale linguaggio usare con i giovani?
“I giovani amano la semplicità e la testimonianza. Il linguaggio da usare con i giovani è quello di Gesù, è quello del vangelo. Concretezza. Poche astrazioni e tanti racconti personali”.
Dopo due mesi di celebrazione senza popolo cosa è la Messa per i giovani?
“E’ stato un ritorno a casa. Qualcuno è rimasto scandalizzato dai volontari che fanno rispettare tutte le distanze in Chiesa. E’ sembrato loro un clima ‘da polizia’. Forse si dovrà puntare più sull’educazione che sull’imposizione”.
Francesco e il Sultano: incontro fondamentale tra le religioni
Si chiude questo 2019 in cui si sono ricordati gli 800 anni dall’incontro tra san Francesco d’Assisi e il sultano al-Malik al-Kamil, avvenuto a Damietta, in Egitto, nel 1219. In un passaggio storico come il nostro, caratterizzato da grande attenzione al rapporto tra mondo cristiano (o post-cristiano) e islamismo più o meno teocratico, la commemorazione ha captato l’interesse di molti, anche al di fuori del mondo francescano.



























