In Italia la pace cammina con i piedi di molti artigiani di pace

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“I miei auguri sono in particolare per voi, cari romani e pellegrini che oggi siete qui in Piazza San Pietro. Saluto i partecipanti alla manifestazione ‘Pace in tutte le terre’, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, anche in altre città del mondo; come pure il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta. E ricordo con gratitudine le innumerevoli iniziative di preghiera e di impegno per la pace che in questa Giornata si svolgono in tutti i continenti, promosse dalle comunità ecclesiali; in particolare menziono quella a livello nazionale che ieri sera ha avuto luogo a Gorizia”.

Così al termine della recita dell’Angelus di domenica scorsa papa Francesco ha ricordato le molte marce della pace, svoltesi in Italia nella notte dell’ultimo dell’anno, dopo la richiesta del consigliere nazionale di Pax Christi don Renato Sacco, pervenuta dalla 56^ marcia della pace, svoltasi a Gorizia: “Non lasciamo solo papa Francesco, unica voce che dice no alla guerra e agli interessi enormi del mercato delle armi. L’unico a chiedere il cessate il fuoco in tutte le guerre, in particolare in Terrasanta e in Ucraina”.

Organizzata da Pax Christi, dall’Arcidiocesi goriziana, dalla Commissione episcopale per la pace, il lavoro, i problemi sociali e la giustizia della Cei, da Caritas italiana, Azione Cattolica e dal Movimento dei focolari, incentrata sul tema ‘Intelligenza artificiale e pace’, è stata per la prima volta transfrontaliera. Iniziata al sacrario dei caduti della prima guerra mondiale a Oslavia, ha attraversato i luoghi simbolo dei due conflitti mondiali per varcare l’ex confine sloveno in quello che oggi è territorio comune europeo, per concludersi nella concattedrale del Redentore a Nova Goriça, la città gemella edificata dal regime titino nel secondo dopoguerra quando fu tirata sulla carta dagli Alleati una linea di confine che tagliava in due famiglie, strade, vite e persino i cimiteri.

Alla marcia hanno preso parte, oltre all’arcivescovo di Gorizia, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, il card. Arrigo Miglio, arcivescovo emerito di Cagliari ed amministratore apostolico di Iglesias, il presidente di Pax Christi Italia ed amministratore apostolico della diocesi di Altamura, mons. Giovanni Ricchiuti, l’arcivescovo di Catania e presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Cei, mons. Luigi Renna, e mons. Enrico Trevisi, vescovo di Trieste. All’avvio della marcia mons. Ricchiuti ha ricordato mons. Luigi Bettazzi, definendolo “schierato con gli ultimi, appassionato della pace e della non violenza. Ci ha insegnato a vivere in pace, per lui la distinzione tra guerra giusta e ingiusta era superata, La guerra non era ammissibile. Non era uomo del passato, ma del futuro”.

Mentre il neo direttore della Caritas triestina, p. Giovanni La Manna, che è stato anche responsabile del centro Astalli di Roma, ha ricordato i profughi vittime delle guerre di oggi: “La nostra ignoranza ci porta invece a dimenticare i conflitti dai quali devono fuggire. Mentre l’arte della diplomazia si è inceppata, a noi interessa solo vendere armi”.

Inoltre il docente della filosofia dell’Università di Udine, prof. Luca Grion, ha affrontato il tema centrale della marcia e del messaggio papale: “Dobbiamo fare pace con l’intelligenza artificiale, accettarla come parte di questo tempo. Perché l’uso pro o contro l’umanità e a favore della pace o della guerra dipende da noi. Occorre favorire la partecipazione democratica perché più che mai, davanti alla sfida delle nuove tecnologie, serve una cittadinanza responsabile”.

Molto interessante la testimonianza del sociologo sloveno Silvester Gabersçek sul significato del confine: “La caduta del Muro di Berlino ha simbolicamente rotto la cortina di ferro che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale divideva l’Europa in due poli rigorosamente separati. Si crearono nuove circostanze storiche che permisero all’Europa intera di realizzare i sogni di Schuman, Adenauer e De Gaspari, o meglio di diventare ‘carne’ il 1° maggio 2004 con l’allargamento e l’ingresso dei ‘dieci’ nella comunità dell’UE, tra cui la Slovenia”.

Ed ha invitato tutti all’impegno per la pace: “La storica Marcia della Pace di oggi tra le due Gorizie è un atto simbolico e importante, che ci chiama e ci rivolge il fatto che la pace ha bisogno di entrambi, di me e di te, di te che parli la tua lingua madre in italiano, par furlan o… e di me che la parlo in sloveno.

Quindi, per ridurre l’indicibile miseria causata dalle guerre in Ucraina, in Palestina/Israele, in Sudan, in Congo… e altrove nel mondo, c’è bisogno innanzitutto di noi due; di te e di me, in uno sforzo costante di conoscenza reciproca, di rispetto e di amichevole collaborazione”.

Al termine la marcia della pace è stata conclusa da una celebrazione eucaristica, presieduta dall’arcivescovo di Gorizia, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, che ha ricordato la necessità della libertà di amare: “L’amore richiede un’altra caratteristica che ci fa essa pure simili a Dio: la libertà. Non si può amare perché obbligati, non si può costringere qualcuno ad amare o ad accogliere l’amore (e i femminicidi e anche i delitti che talvolta riguardano anche i maschi – piccole, ma non meno tragiche guerre dentro le famiglie -, nascono spesso dal non accettare la libertà dell’altro).

La libertà, però, offre la tremenda possibilità non solo di rifiutare l’amore, ma di capovolgerlo in odio. L’odio ha la stessa caratteristica dell’amore, cioè la gratuità. Perché odio qualcuno, perché mi accanisco contro di lui, di lei senza motivo o comunque al di là di ogni ragione comprensibile anche se aberrante? Perché se ho deciso di uccidere qualcuno, devo farlo anche soffrire? Non basta eliminare un nemico, ma devo umiliarlo, torturarlo, ferirlo… Che cosa ci guadagno? Ecco al di sotto di ogni guerra, di ogni violenza c’è un uso della libertà per odiare, c’è una gratuità per il male, c’è un amore capovolto”.

Contemporaneamente a Torino si è svolta la marcia ‘Passi di pace’, promossa dal Sermig, per ricordare che la pace nasce dalla partecipazione di ciascuno, come ha ricordato il suo fondatore, Ernesto Olivero: “In un mondo che fatica a sperare vogliamo ricordare che la pace inizia dalle vite di ognuno. La logica della guerra sembra più forte, ma chi ci impedisce di andare in un’altra direzione? E’ quello che vogliamo provare a fare insieme a tanti giovani e adulti”.

La marcia si è conclusa nel duomo con la celebrazione eucaristica, presieduta da mons. Roberto Repole: “E’ soltanto di questa mattina la notizia di donne violentate e stuprate nella Striscia di Gaza, nel bel mezzo di un conflitto che sta uccidendo tanti innocenti, che sfascia delle famiglie, che provoca delle solitudini incolmabili, che mette paura, insicurezza. Ed abbiamo alle spalle un anno di conflitto ininterrotto nella vicina Ucraina. E se questo sguardo lo solleviamo anche più vicino, non è che le cose vadano meglio. Quante donne sono state uccise in questo anno? Quante persone sono state vittime della violenza e della rabbia altrui?”

(Foto: Il Piccolo.gelocal)