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Gaza: Banca Etica lancia un crowdfunding per la Global Sumud Flotilla

Per sostenere la seconda missione della Global Sumud Flotilla verso Gaza è possibile partecipare al crowdfunding promosso da Banca Etica su Produzioni dal Basso. La raccolta ha già raggiunto più di 10mila euro e mira a reperire le ulteriori risorse necessarie per permettere ai volontari e agli attivisti di navigare fino a Gaza per rompere l’assedio, portare aiuti e puntare di nuovo i fari sull’intollerabile crisi umanitaria e del diritto internazionale che da oltre due anni si sta consumando a Gaza.

Le imbarcazioni, partite da Barcellona, stanno facendo rotta verso la Sicilia per unirsi alla delegazione italiana e salpare alla volta di Gaza. L’iniziativa è stata presentata ieri a Roma alla Camera dei Deputati e domani a Siracusa in una conferenza stampa a cui è intervenuto Francesco Carfì, referente per il crowdfunding di Banca Etica, che ha precisato:

“Banca Etica è orgogliosa di poter affiancare gli attivisti della Global Sumud Flotilla in questa importante missione, che è contemporaneamente umanitaria e politica, e che mostra come l’attivismo e la mobilitazione possano imporre alle agende politiche i temi essenziali dei diritti umani e del rispetto del diritto internazionale.

Chi non può salire a bordo può mobilitarsi ogni giorno sostenendo il crowdfunding e scegliendo la finanza etica. Da sempre Banca Etica rifiuta di investire in armi e petrolio, così come in titoli di Stato israeliani e in tutte le imprese incluse nella lista ONU delle realtà che traggono profitto dall’occupazione illegale della Palestina”.

Tutte le informazioni per donare a questo link: https://www.produzionidalbasso.com/project/global-sumud-flotilla-ripartiamo/

Card. Battaglia ai mercanti di morte: convertitevi

“Ai mercanti della morte, a voi che fate affari con il sangue degli uomini, a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli, a voi che chiamate ‘strategia’ ciò che il Vangelo chiama scandalo, rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita”: con parole forti l’arcivescovo di Napoli, card. Domenico Battaglia, ha scritto in forma poetica una lettera ai ‘mercanti di morte’.

Una lettera in cui il cardinale ha sottolineato la necessità di custodire: “Vi scrivo da questa terra che trema. Trema sotto i passi dei poveri, sotto il pianto dei bambini, sotto il silenzio degli innocenti, sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo. Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.

Quel linguaggio antico e terribile che domanda: ‘Sono forse io il custode di mio fratello?’ Ed invece sì, lo siamo. Lo siamo tutti. E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello”.

Ed ha raccontato lo smarrimento del mondo a causa dei mercanti di morte: “Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi. Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie. Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi.

Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio. Che nessun bambino ha il destino della polvere. Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa. Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza”.

Qui sta la differenza tra il pane e le armi: “Voi fate il contrario del pane. Il pane si spezza per sfamare. Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro. Il pane mette gli uomini a tavola. Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali. Il pane ha il profumo delle mani”.

Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci. E ditemi: come fate? Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta? Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato? Come fate a chiamare ‘mercato’ ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato?”

E’ una lettera che non è una condanna: “Non vi parlo da giudice. Non ho tribunali da aprire. Vi parlo da uomo e da pastore. Da credente ferito dalla ferocia dei tempi. Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.

Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe. Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore. Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli. Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore”.

E’ un invito a guardare il Crocifisso, chiedendo di non cambiare le parole: “E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato. Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli. Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.

Ed intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente. Ma non c’è sicurezza dove si semina morte. Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto. Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti. E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile”.

Ed il Vangelo è un invito a cambiare mentalità: “Il Vangelo, invece, non tratta. Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione. Il Vangelo non si abitua ai morti. Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario. Il Vangelo mette un bambino al centro. Sempre. E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano. Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna”.

Per questo ha chiesto la conversione: “Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico: esiste solo l’abisso. Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi. Vi chiedo di convertirvi. Sì, convertirvi. Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria. Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo. Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana. Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia. Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini”.

Una conversione perché il Vangelo è esigente: “Abbiate un sussulto. Uno solo, ma vero. Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze. Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione. Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti. Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete. Perché non c’è pace senza disarmo del cuore, e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto”.

La guerra inizia con un’ingiustizia: “La guerra non comincia quando cade la prima bomba. Comincia molto prima: quando il fratello diventa un ostacolo, quando il povero diventa irrilevante, quando la compassione viene giudicata ingenua, quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla”.

Questo è il motivo della lettera per un’apertura alla Pasqua: “Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione. Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada. Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate. Anche per voi c’è una possibilità di riscatto. Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua. Ma dovete scendere. Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto”.

E’ un invito a ritornare uomini: “Dovete tornare uomini. Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini. Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità. Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione. In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro, in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita, in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere”.

Tale ‘sogno’ del cardinale è la pace: “Sogno il giorno in cui la parola ‘profitto’ non farà più rima con ‘funerale’. E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità. Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi. L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso. L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.

Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero: quanto sangue vi basta? Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio? Fermatevi. Prima che sia troppo tardi per i popoli. Prima che sia troppo tardi per voi. Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome. Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire: Beati gli operatori di pace”.

L’ultimo brano della lettera è una descrizione degli operatori di pace: “Non i calcolatori di guerra. Non i garanti dell’equilibrio armato. Non i venditori di paura. Gli operatori di pace. Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino. Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi”.

Gli operatori di pace sono profeti: “Ha bisogno di profeti, non di mercanti. E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo. Non per ideologia, ma per fedeltà. Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo. Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita. A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica: restituite il futuro.

Restituite il respiro. Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra. Restituitevi alla vostra umanità. La pace vi giudicherà. Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi. Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani”.

Banca Etica e Cei per una ‘pace disarmante’

“Il presente documento, Educare a una pace disarmata e disarmante, invita a riscoprire la centralità di Cristo ‘nostra pace’ in ogni annuncio e impegno per promuovere la riconciliazione e la concordia, e si inserisce nel solco della Dottrina sociale della Chiesa, con un’analisi attenta della situazione attuale segnata da numerosi conflitti; dall’ ‘inutile strage’ di persone, per lo più civili e bambini; da una mentalità che rincorre la strategia della deterrenza degli armamenti, che può cambiare l’economia e la cultura dei nostri Paesi; da una violenza diffusa che rischia di diventare una cultura che affascina soprattutto i più giovani”: nello scorso novembre l’Assemblea Generale della CEI aveva approvato la nota pastorale ‘Educare a una pace disarmata e disarmante’, pubblicata il 5 dicembre.

Nella nota i vescovi sottolineavano la centralità di Cristo ‘nostra pace’ in ogni annuncio e impegno per promuovere la riconciliazione e la concordia, e si inserisce nel solco della Dottrina sociale della Chiesa, con un’analisi attenta della situazione attuale segnata da numerosi conflitti. Inoltre c’è un costante riferimento agli ‘artigiani ed architetti della pace’, che in ogni epoca sono stati l’esempio più vero che ‘la pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione’. Alla loro testimonianza le comunità cristiane sono sempre chiamate ad attingere esempi e parole efficaci anche nel nostro tempo.

Per questo il Gruppo Banca Etica accoglie con piena condivisione la nota Pastorale della CEI, come ha sottolineato il presidente di Banca Etica: “In un’epoca segnata da conflitti e dalla corsa al riarmo, l’intervento dei vescovi italiani non è solo un richiamo etico, ma una bussola politica ed economica necessaria per allontanare l’umanità dalla pericolosissima china bellicista intrapresa e riportarla verso la costruzione di un benessere condiviso.

Per il movimento della finanza etica, che opera quotidianamente affinché il denaro sia uno strumento al servizio della giustizia sociale e non della distruzione, il documento della CEI rappresenta un’autorevole incoraggiamento per tutte le persone e le organizzazioni convinte che la pace non è un’astrazione, ma il risultato di scelte concrete, a partire da quella su dove orientare i flussi finanziari e il nostro risparmio.

In particolare, il Gruppo Banca Etica sottolinea tre passaggi cruciali della Nota: “Il contrasto alla corsa globale agli armamenti e all’attivismo bellicista europeo: Banca Etica, come la CEI, ha espresso forte preoccupazione per la strategia di riarmo che sta investendo l’Unione Europea. La spinta verso la produzione e il commercio di armi, incluse quelle nucleari, segna un pericoloso arretramento rispetto ai trattati di non proliferazione siglati nei decenni recenti. Trasformare l’Europa in un hub militare non significa solo tradire la sua vocazione di progetto di pace ma sottrarre risorse vitali alla transizione ecologica e al benessere delle comunità. Indirizzare i risparmi privati dei cittadini e delle cittadine verso questa folle corsa al riarmo è scellerato”.

Il presidente Aldo Soldi ha sottolineato che ‘le armi non sono mai neutrali: concordiamo con forza con tutti coloro che denunciano la fragilità della posizione che considera le armi strumenti moralmente neutri. Ogni arma è intrinsecamente ‘orientata all’uccisione e al ferimento’, la sua stessa esistenza non è un atto neutrale”.

Da qui la sottoscrizione ad una responsabilità di investitori e risparmiatori: “Chi sostiene finanziariamente queste imprese contribuisce, anche inconsapevolmente, a un’economia di guerra che condiziona le agende dei governi. La presa di distanza dall’industria bellica è oggi un dovere civile e una forma di obiezione di coscienza finanziaria”.

Il Gruppo Banca Etica, oltre a non dare credito e a non investire nel settore della produzione e commercio di armi, promuove la pace e le organizzazioni che operano per consolidarla, favorendo il contrasto alle disuguaglianze e l’inclusione sociale: “Esercitare il ‘disarmo’ significa anche scegliere dove orientare il risparmio. Solo togliendo ossigeno finanziario all’industria bellica potremo educare a una pace che sia, finalmente, disarmante”.

Per questo il Servizio della CEI per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli, grazie ai fondi 8xmille, ha finanziato dal 1991 più di 18.000 progetti in 111 Paesi per € 2.600.000.000, di cui oltre la metà (58,2%) ha riguardato Paesi in guerra (57,6% dei fondi messi a disposizione).

Giornata Mondiale del Risparmio: per Banca Etica ‘No all’uso dei risparmi per la corsa al riarmo’

In occasione della 101ª Giornata Mondiale del Risparmio, che si celebra oggi e che l’Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa (ACRI) anticipa oggi con una conferenza dedicata, Banca Etica – prima e tuttora unica banca italiana dedita esclusivamente alla finanza etica – ricorda che il risparmio non è solo cautela individuale, ma un vero e proprio motore per costituire comunità solide e puntellare il tessuto sociale grazie alla sua capacità di trasformarsi, attraverso le banche e il credito, in volano di sviluppo e benessere condivisi. Una funzione assolta pienamente se il risparmio si crea a partire da salari e remunerazioni generati e distribuiti con equità, come ricordato pochi giorni fa nelle parole incisive del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Il lancio del piano ReArm Europe, poi ribattezzato eufemisticamente Readiness 2030, sembra fagocitare la vocazione sociale del risparmio per indirizzarlo verso una corsa al riarmo europeo che sottrae risorse pubbliche e private ai capitoli di sviluppo sociale e ambientale, al risparmio degli Stati e delle persone. Banca Etica ribadisce la fondata preoccupazione che il piano dell’Unione europea, oltre a prevedere massicci investimenti pubblici nell’industria bellica, realizzi l’obiettivo dichiarato di indirizzare circa 10.000 miliardi di euro di risparmi depositati nei conti correnti delle cittadine e cittadini europei verso canali di finanziamento privilegiati per le imprese del comparto militare. Un disegno del genere non solo genera un pericoloso via libera alla finanziarizzazione della guerra ma contraddice ogni evidenza fornita dalla storia secondo cui è illusorio pensare che un’ampia disponibilità di armamenti si traduca in maggiore pace e sicurezza per la società.

La fine della finanza sostenibile spinge il risparmio verso le armi  Per raggiungere lo scopo e rendere l’investimento nel settore bellico più accettabile da parte dei risparmiatori, l’Unione Europea ha distorto la definizione di ‘finanza sostenibile’, includendo investimenti destinati al comparto bellico anche in prodotti finanziari classificati come art. 8 e art. 9 dalla tassonomia europea attraverso la semplice rimozione dei finanziamenti destinati alla filiera delle sole ‘armi controverse’ (mine antiuomo, bombe a grappolo, armi chimiche e biologiche).

L’Unione europea, del resto, ha recentemente decretato la fine della ‘sostenibilità’ come concepita finora autorizzando il primo fondo ‘sostenibile’ che investe in armi, realizzando così un disegno politico annunciato mirato ad alimentare col risparmio di cittadine e cittadini – talvolta in modo poco trasparente per gli investitori stessi – un settore nocivo, foriero di sofferenze, povertà e disuguaglianze, che non è certo a corto di risorse (la spesa militare globale ha raggiunto un nuovo record nel 2024, attestandosi a 2.718 miliardi di dollari, con un aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente).

“La 101ª Giornata Mondiale del Risparmio è l’occasione per ribadire un principio fondamentale: le banche e la finanza devono assolvere principalmente un compito di servizio nei confronti delle comunità e devono perseguire tale obiettivo senza assecondare logiche belliciste e distruttive, mirate al riarmo. Solo così, e investendo invece nell’equità e nella coesione, la finanza recupera la sua funzione per contribuire alla costruzione di un futuro più stabile e inclusivo; solo così le istituzioni finanziarie mostrano di assumersi la responsabilità di trasformare il risparmio in un fattore di sviluppo dell’economia reale e di benessere sociale, garantendo strumenti finanziari accessibili e orientati all’impatto positivo a disposizione di ogni persona, e non solo per pochi privilegiati2, dichiara Aldo Soldi, presidente di Banca Etica a margine del convegno ACRI.

Don Capovilla al festival del Cinema di Venezia per chiedere diritto alla libertà ed alla sicurezza

Alla vigilia dell’apertura dell’ 82^ Mostra del Cinema di Venezia si è svolta ‘Una preghiera per Gaza’, letta dal parroco di Marghera don Nandino Capovilla ed un intervento del presidente della Biennale del Cinema, Pietrangelo Buttafuoco, che hanno dato voce ad un momento di solidarietà e di dialogo, in un momento storico in cui la cultura è chiamata a prendere posizione.

L’iniziativa è arrivata in risposta all’appello del collettivo Venice4Palestine (V4P), che ha chiesto alla Biennale una chiara condanna del ‘genocidio in corso a Gaza’ e l’esclusione di artisti come Gerard Butler e Gal Gadot, noti per il sostegno pubblico al governo israeliano.

Durante l’incontro che ha preceduto la proiezione di apertura, il cortometraggio ‘Origin’ di Yann Arthus-Bertrand, il presidente della Mostra è partito da una scritta letta a Catania: “A Catania ho letto una scritta che diceva: ‘non si sta zitti solo quando i bambini dormono, si fa silenzio quando muoiono’. E’ una frase che fa male e che dovrebbe scuoterci”, citando le ‘Troiane’ di Euripide: “Un libro del liceo che ci consegnava gli anticorpi necessari, solo che dovevamo tenerli vivi per non accettare quello che invece stiamo accettando giorno dopo giorno», ha detto con forza,.. Un greco è capace di provare pietà per la morte dei suoi nemici. E’ catarsi, educazione. Ed è per questo che oggi diamo voce a don Nandino Capovilla”.

Don Capovilla,  espulso da Israele lo scorso 12 agosto come persona non desiderata, ha letto una preghiera scritta da monsignor Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme, definendo quanto accade a Gaza ‘non una guerra, ma un piano di genocidio’, chiedendo giustizia per le vittime israeliane uccise da Hamas il 7 ottobre 2023, e quelle palestinese morte nella Striscia di Gaza, tra cui 18.000 minori:

“Questa è un’escalation che viola ogni principio di umanità, di proporzionalità, di distinzione… Possiamo smettere di inviare armi, possiamo pretendere il rispetto del diritto internazionale, possiamo permettere alle agenzie ONU di tornare a soccorrere la popolazione”, ribadendo la necessità di fermare anche le violenze di Hamas.

Dopo aver citato l’intervento di Tom Fletcher, sottosegretario generale di OCHA, che è l’agenzia ONU per il coordinamento degli affari umanitari, pronunciate lo scorso 22 agosto, ha citato l’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti umani: “Ogni individuo ha questo diritto, che noi, comunità internazionale, abbiamo voluto ribadire nel 1948, dopo l’ecatombe della seconda guerra mondiale.

Il diritto alla vita e alla sicurezza lo avevano il 7 ottobre 2023 le circa 1200 vittime israeliane, di cui 16 bambini, del brutale attacco di Hamas. Lo hanno gli ostaggi israeliani che ancora attendono di essere restituiti alle loro famiglie.

Lo avevano le 62.000 persone palestinesi della Striscia di Gaza (e purtroppo sappiamo che il conto è molto più alto, perché migliaia di persone sono ancora sotto le macerie), di cui 18.000 bambini, che sono state uccise dall’esercito israeliano dopo quel giorno, in un’escalation di violenza e distruzione da parte dell’esercito di occupazione che va contro ogni ‘principio di umanità, di proporzionalità, di distinzione e di precauzione’, cardini del diritto internazionale umanitario”.

E’ stato un richiamo al diritto alla libertà ed alla sicurezza: “Il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza, per chi vive nel Territorio palestinese occupato (che oltre a Gaza comprende la Cisgiordania e Gerusalemme est), è minacciato da oltre settant’anni: è una terra fatta a pezzi da quello stato occupante che dovrebbe garantirne l’integrità.

Non solo Gaza, non solo dove governa Hamas, non dal 7 ottobre 2023, ma prima e dopo, in tutto il Territorio palestinese occupato si sta compiendo un preciso disegno di pulizia etnica iniziato con la Nakba del 1948, un tassello di quel colonialismo di insediamento alla base del sionismo”.

Tali violenze in Terra Santa possono essere fermate: “Può essere fermato e non lo stiamo facendo, o non abbastanza: possiamo smettere di inviare armi a Israele, possiamo indurlo al rispetto del diritto, a lasciare che le agenzie Onu, coordinate da Ocha, tornino a soccorrere una popolazione stremata; possiamo renderci conto che finché non finisce l’occupazione è assurdo e ipocrita ripetere il ritornello dei ‘due popoli, due stati’.

Possiamo chiedere davvero una pace nella giustizia, risoluzioni Onu alla mano. Certamente dobbiamo anche indurre Hamas a porre fine ai suoi atti terroristici: si eviterebbe di aggiungere dolore a dolore… sangue versato a sangue versato.

Il suo discorso è stata una condanna all’utilizzo delle armi: “Da prete che crede fermamente nella nonviolenza attiva, non posso che condannare l’uso delle armi, da qualsiasi parte le si impugni. Da cittadino sostengo la manifestazione che si terrà sabato e tutti i modi pacifici con cui la società civile, in ogni parte del mondo sta ‘disertando il silenzio’ e la scorta mediatica del genocidio, facendo fiorire creativamente azioni di dissenso, partecipazione e impegno”.

Infine un richiamo ai diritti umani: “Ricerchiamo la bussola verso cui orientarci per fermare il massacro, perché si ritorni alla parola, al diritto, all’umanità che tutti ci accomunano. Per non perdere ancora vite umane. Per non perderci. Aggrappiamoci ai valori che sottendono i diritti che i nostri padri e nonni hanno formulato: mai più per tutte e tutti, per una vita degna per tutte e tutti. E con coraggio uniamoci, sempre di più. Perché si fermi tutto questo male”.

Ed ecco la supplica di mons. Michel Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme: “Sul baratro della carestia, non resta che contare su di te, Signore, perché c’è bisogno di tutto. Chi sfamerà i nostri piccoli che da mesi non mangiano? Non senti, Signore, il grido dei nostri bambini? Il loro pianto arriva ai tuoi orecchi? Sono migliaia i sopravvissuti alla carneficina, feriti e dispersi.

Da tutta la Striscia di Gaza gridano a te, perché nessuno riesce ad acquietare il loro pianto. Signore, nessuno sembra indignarsi. Ricordati di noi in questi giorni di angoscia. A Gaza non è una guerra, è un piano di transfert e di genocidio, per lasciare tombe e macerie e accogliere i nuovi coloni. Dichiarano il loro disegno per eliminarci. Decidono questo, Signore; il mondo continua a difenderli e non ascolta gli appelli delle Nazioni Unite. Quando potremo tornare alla normalità? E quando ritorneranno all’umanità coloro che non smettono di uccidere?”

(Foto: Biennale Cinema Venezia)

L’associazionismo cattolico: mai più Hiroshima e Nagasaki

“In modo particolare, esprimo i miei sentimenti di rispetto e affetto per i sopravvissuti di hibakusha, le cui storie di perdita e sofferenza sono un appello tempestivo a tutti noi per costruire un mondo più sicuro e promuovere un clima di pace. Sebbene siano passati molti anni, le due città rimangono ricordi viventi dei profondi orrori causati dalle armi nucleari. Le loro strade, scuole e case portano ancora cicatrici (visibili e spirituali) da quel fatidico agosto del 1945. In questo contesto, mi affretto a ribadire le parole così spesso usate dal mio amato predecessore papa Francesco: La guerra è sempre una sconfitta per l’umanità”.

Così inizia il messaggio che papa Leone XIV ha inviato a mons. Shirahama, vescovo di Hiroshima, per l’80^ anniversario del lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, riprendendo un pensiero  di un sopravvissuto, il dott. Takashi Nagai, che ha lasciato scritto: questa frase: ‘’La persona dell’amore è la persona del ‘bravery’ che non porta le armi’: “In effetti, la vera pace richiede la coraggiosa deposizione di armi, specialmente quelle con il potere di provocare una catastrofe indescrivibile. Le armi nucleari offendono la nostra umanità condivisa e tradiscono anche la dignità del creato, la cui armonia siamo chiamati a salvaguardare”.

Citando ancora papa Francesco nella lettera scritta nel 2023 al vescovo di Hiroshima, papa Leone XIV ha definito Hiroshima e Nagasaki ‘simboli della memoria’: “Nel nostro tempo di crescenti tensioni e conflitti globali, Hiroshima e Nagasaki si ergono come ‘simboli della memoria’, che ci esorta a respingere l’illusione della sicurezza fondata sulla distruzione reciproca assicurata. Dobbiamo invece forgiare un’etica globale radicata nella giustizia, nella fraternità e nel bene comune”.

Oggi, mentre si celebrano gli 80 anni dal primo uso bellico del nucleare, l’atomica non è più un fungo che si leva nel cielo, ma una nuvola invisibile che penetra nel sangue e nella psiche umana, in quanto le guerre odierne (dall’Ucraina al Medio Oriente) rimettono in circolo parole come ‘arma tattica’ e ‘deterrenza’, come hanno sottolineato Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione Cattolica Italiana, Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli, Matteo Fadda, presidente nazionale dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Francesco Scoppola e Roberta Vincini, Presidenti nazionali AGESCI, Cristiana Formosa e Gabriele Bardo, responsabili nazionali del Movimento dei Focolari Italia, e mons Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, in un messaggio in cui chiedono al Parlamento italiano di prendere posizione contro la ‘corsa’ al riarmo:

“Nel giorno in cui il mondo ricorda con dolore e vergogna il bombardamento atomico di Hiroshima, rilanciamo con forza l’appello al Parlamento e al Governo italiano: si ratifichi il Trattato ONU sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) e si prenda una posizione chiara contro la folle corsa al riarmo in atto nel nostro tempo”.

Il Trattato, entrato in vigore il 22 gennaio 2021, è una “svolta storica nella costruzione di un ordine mondiale fondato non sulla deterrenza della distruzione, ma sulla responsabilità condivisa, sul diritto internazionale e sul primato della vita umana”.

Per questo le associazioni richiamano il pensiero di pace di papa Francesco e papa Leone XIV: “Papa Francesco aveva affermato con chiarezza che è immorale non solo l’uso, ma anche il possesso e la produzione delle armi nucleari. Anche papa Leone XIV ha recentemente rimarcato che ‘la prospettiva di una rinnovata corsa agli armamenti e lo sviluppo di nuove armi, incluse quelle nucleari, la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica in corso e le profonde disuguaglianze economiche rendono sempre più impegnative le sfide del presente e del futuro’”.

E mettono in guardia coloro che ancora ‘gioca’ sulla deterrenza’: “La logica della deterrenza non garantisce la pace, ma perpetua il pericolo. E’ una logica antica, che oggi mostra tutta la sua inadeguatezza di fronte alle sfide globali, alle interdipendenze planetarie, alla necessità di salvare l’umanità dalla distruzione ecologica e nucleare”.

Per questo le associazioni cattoliche chiedono all’Italia di prendere posizione contro il riarmo nucleare: “L’Italia, Paese che ha fatto della pace un principio costituzionale e un tratto distintivo della sua presenza internazionale, faccia una scelta coraggiosa e lungimirante: aderire al TPNW, schierarsi per il disarmo nucleare, investire nella diplomazia, nella cooperazione e nella sicurezza condivisa. L’alternativa si chiama complicità e, di certo, porta ad un mondo meno sicuro, ad un futuro meno rispettoso della dignità umana”.

L’adesione a questo trattato dell’ONU per le associazioni è un chiaro messaggio di pace al mondo: “In un tempo in cui la guerra sta interessando direttamente l’Europa e il vicino Oriente, con la sua scia di orrori e di distruzioni, ratificare il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari, come da anni chiediamo in sintonia con la Campagna ‘Italia, ripensaci!’, rappresenterebbe un forte messaggio di pace e un preciso invito, rivolto anche agli altri paesi Nato, ad abbandonare la logica della deterrenza nucleare”.

Il messaggio si chiude con l’invito alla politica alla responsabilità di mettere al bando le armi nucleari: “Questo è il tempo della responsabilità. Questo è il tempo di dire: mai più Hiroshima. Mai più armi nucleari”.

Papa Leone XIV: il Corpo di Cristo libera dalla fame

“Cari fratelli e sorelle, è bello stare con Gesù. Il Vangelo appena proclamato lo attesta, raccontando che le folle rimanevano ore e ore con Lui, che parlava del Regno di Dio e guariva i malati. La compassione di Gesù per i sofferenti manifesta l’amorevole vicinanza di Dio, che viene nel mondo per salvarci. Quando Dio regna, l’uomo è liberato da ogni male. Tuttavia, anche per quanti ricevono da Gesù la buona novella, viene l’ora della prova. In quel luogo deserto, dove le folle hanno ascoltato il Maestro, scende la sera e non c’è niente da mangiare. La fame del popolo e il tramonto del sole sono segni di un limite che incombe sul mondo, su ogni creatura: il giorno finisce, così come la vita degli uomini. E’ in quest’ora, nel tempo dell’indigenza e delle ombre, che Gesù resta in mezzo a noi”.

Nella solennità del Corpus Domini papa Leone XIV presiedendo la celebrazione eucaristica sul sagrato della basilica di San Giovanni in Laterano ha invitato a vivere la misericordia di Gesù: “Proprio quando il sole declina e la fame cresce, mentre gli apostoli stessi chiedono di congedare la gente, Cristo ci sorprende con la sua misericordia. Egli ha compassione del popolo affamato e invita i suoi discepoli a prendersene cura: la fame non è un bisogno che non c’entra con l’annuncio del Regno e la testimonianza della salvezza”.

Ed è proprio Gesù che rende possibile soddisfare la fame che ha il ‘popolo’: “Al contrario, questa fame riguarda la nostra relazione con Dio. Cinque pani e due pesci, tuttavia, non sembrano proprio sufficienti a sfamare il popolo: all’apparenza ragionevoli, i calcoli dei discepoli palesano invece la loro poca fede. Perché, in realtà, con Gesù c’è tutto quello che serve per dare forza e senso alla nostra vita”.

Gesù afferma che la fame può essere sconfitta attraverso la condivisione: “All’appello della fame, infatti, Egli risponde con il segno della condivisione: alza gli occhi, recita la benedizione, spezza il pane e dà da mangiare a tutti i presenti. I gesti del Signore non inaugurano un complesso rituale magico, ma testimoniano con semplicità la riconoscenza verso il Padre, la preghiera filiale di Cristo e la comunione fraterna che lo Spirito Santo sostiene. Per moltiplicare pani e pesci, Gesù divide quelli che ci sono: proprio così bastano per tutti, anzi, sovrabbondano. Dopo aver mangiato, e mangiato a sazietà, ne portarono via dodici ceste”.

E questa logica di Dio è valida anche oggi, perché con la condivisione si accende la speranza di sconfiggere l’ingiustizia: “Questa è la logica che salva il popolo affamato: Gesù opera secondo lo stile di Dio, insegnando a fare altrettanto. Oggi, al posto delle folle ricordate nel Vangelo stanno interi popoli, umiliati dall’ingordigia altrui più ancora che dalla propria fame. Davanti alla miseria di molti, l’accumulo di pochi è segno di una superbia indifferente, che produce dolore e ingiustizia.

Anziché condividere, l’opulenza spreca i frutti della terra e del lavoro dell’uomo. Specialmente in questo anno giubilare, l’esempio del Signore resta per noi urgente criterio di azione e di servizio: condividere il pane, per moltiplicare la speranza, proclama l’avvento del Regno di Dio”.

Quello del papa è stato un appello a salvare i popoli dalla fame e dalla morte: “Salvando le folle dalla fame, infatti, Gesù annuncia che salverà tutti dalla morte. Questo è il mistero della fede, che celebriamo nel sacramento dell’Eucaristia. Come la fame è segno della nostra radicale indigenza di vita, così spezzare il pane è segno del dono divino di salvezza”.

Questa è la risposta di Dio alla domanda dell’umanità: “Carissimi, Cristo è la risposta di Dio alla fame dell’uomo, perché il suo corpo è il pane della vita eterna: prendete e mangiatene tutti! L’invito di Gesù abbraccia la nostra esperienza quotidiana: per vivere, abbiamo bisogno di nutrirci della vita, togliendola a piante e animali. Eppure, mangiare qualcosa di morto ci ricorda che anche noi, per quanto mangiamo, moriremo. Quando invece ci nutriamo di Gesù, pane vivo e vero, viviamo per Lui. Offrendo tutto sé stesso, il Crocifisso Risorto si consegna a noi, che scopriamo così d’essere fatti per nutrirci di Dio. La nostra natura affamata porta il segno di un’indigenza che viene saziata dalla grazia dell’Eucaristia”.

L’Eucarestia trasforma il pane in vita: “Come scrive sant’Agostino, davvero Cristo è…  un pane che nutre e non viene meno; un pane che si può mangiare ma non si può esaurire. L’Eucaristia, infatti, è la presenza vera, reale e sostanziale del Salvatore, che trasforma il pane in sé, per trasformare noi in Lui. Vivo e vivificante, il Corpus Domini rende noi, cioè la Chiesa stessa, corpo del Signore”.

Quindi la processione è un cammino verso la salvezza: “La processione, che tra poco inizieremo, è segno di tale cammino. Insieme, pastori e gregge, ci nutriamo del Santissimo Sacramento, lo adoriamo e lo portiamo per le strade. Così facendo, lo porgiamo allo sguardo, alla coscienza, al cuore della gente.

Al cuore di chi crede, perché creda più fermamente; al cuore di chi non crede, perché si interroghi sulla fame che abbiamo nell’animo e sul pane che la può saziare. Ristorati dal cibo che Dio ci dona, portiamo Gesù al cuore di tutti, perché Gesù tutti coinvolge nell’opera della salvezza, invitando ciascuno a partecipare alla sua mensa. Beati gli invitati, che diventano testimoni di questo amore!”

Anche prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV aveva sottolineato la misericordia di Dio: “Noi però, leggendo tutto questo nel giorno del Corpus Domini, riflettiamo su una realtà ancora più profonda. Sappiamo infatti che, alla radice di ogni condivisione umana ce n’è una più grande, che la precede: quella di Dio nei nostri confronti. Lui, il Creatore, che ci ha dato la vita, per salvarci ha chiesto a una sua creatura di essergli madre, di dargli un corpo fragile, limitato, mortale, come il nostro, affidandosi a lei come un bambino. Ha condiviso così fino in fondo la nostra povertà, scegliendo di servirsi, per riscattarci, proprio del poco che noi potevamo offrirgli”.

Attraverso l’eucarestia Dio salva il mondo: “Ebbene, nell’Eucaristia, tra noi e Dio, avviene proprio questo: il Signore accoglie, santifica e benedice il pane e il vino che noi mettiamo sull’Altare, assieme all’offerta della nostra vita, e li trasforma nel Corpo e nel Sangue di Cristo, Sacrificio d’amore per la salvezza del mondo. Dio si unisce a noi accogliendo con gioia ciò che portiamo e ci invita ad unirci a Lui ricevendo e condividendo con altrettanta gioia il suo dono d’amore”.

Mentre al termine della recita dell’Angelus il papa ha ribadito che la guerra non risolve i problemi: “Si susseguono notizie allarmanti dal Medio Oriente, soprattutto dall’Iran. In questo scenario drammatico, che include Israele e Palestina, rischia di cadere in oblio la sofferenza quotidiana della popolazione, specialmente a Gaza e negli altri territori, dove l’urgenza di un adeguato sostegno umanitario si fa sempre più pressante.

Oggi più che mai, l’umanità grida e invoca la pace. E’ un grido che chiede responsabilità e ragione, e non dev’essere soffocato dal fragore delle armi e da parole retoriche che incitano al conflitto. Ogni membro della comunità internazionale ha una responsabilità morale: fermare la tragedia della guerra, prima che essa diventi una voragine irreparabile. Non esistono conflitti “lontani” quando la dignità umana è in gioco.

La guerra non risolve i problemi, anzi li amplifica e produce ferite profonde nella storia dei popoli, che impiegano generazioni per rimarginarsi. Nessuna vittoria armata potrà compensare il dolore delle madri, la paura dei bambini, il futuro rubato. Che la diplomazia faccia tacere le armi! Che le Nazioni traccino il loro futuro con opere di pace, non con la violenza e conflitti sanguinosi!”

(Foto: Santa Sede)

Banca Etica: ReArm Europe è un pericoloso via libera alla finanziarizzazione della guerra

Il piano di riarmo dell’Unione Europea ‘ReArm Europe’ incentiva l’indirizzo dei risparmi dei cittadini verso l’industria bellica ed è un pericoloso via libera alla finanziarizzazione della guerra. L’allarme arriva da Banca Etica, che denuncia come la sicurezza e gli equilibri geopolitici non possano essere affidati alle logiche speculative della finanza.

L’Unione Europea punta a coinvolgere attivamente i cittadini europei nella corsa al riarmo, con l’obiettivo di indirizzare parte dei 10mila miliardi di euro depositati nei conti correnti del continente verso il finanziamento delle imprese belliche dell’UE. Questa la forte preoccupazione espressa dalla prima e unica banca italiana dedita esclusivamente alla finanza etica.

‘Rearm Europe’: un’economia di guerra finanziata dai cittadini? L’Unione Europea sembra orientarsi verso un’economia di guerra. La spesa per gli armamenti e i meccanismi finanziari per sostenerla sono diventati centrali nell’agenda politica comunitaria e dei singoli Stati membri, e la Commissione Europea, con ‘ReArm Europe’, stanzia 800 miliardi di euro a tale scopo: 150 miliardi dovrebbero provenire direttamente da fondi UE, sotto forma di prestiti agli Stati (creando nuovo debito pubblico), mentre i restanti 650 miliardi saranno a carico dei bilanci nazionali ma verranno esclusi dal calcolo del rapporto deficit/PIL previsto dal Patto di Stabilità.

A questo si aggiunge l’imminente approvazione della direttiva sull’Unione dei Risparmi e degli Investimenti, basata sull’idea di orientare una quota importante dei risparmi dei cittadini europei (stimati in 10 mila miliardi di euro) per finanziare le imprese UE, con particolare attenzione a quelle del settore bellico.

Le preoccupazioni di Banca Etica. “L’approvazione della Saving and Investment Union esporrebbe sempre più i risparmiatori e i lavoratori europei, attraverso fondi di investimento, fondi pensione, assicurazioni, e grazie a complessi meccanismi di cartolarizzazione, a supportare l’industria delle armi, il tutto in assenza di trasparenza. Attraverso strumenti finanziari complessi come le cartolarizzazioni, i cittadini si potrebbero trovare a investire in armi senza esserne consapevoli”, avverte Anna Fasano, presidente di Banca Etica. “Intanto in Francia la banca pubblica degli investimenti (Bpifrance) emetterà titoli di risparmio per finanziare le aziende produttrici di armi, come annunciato dal ministro dell’economia”.

La Finanziarizzazione della guerra alimenta i conflitti. “Storicamente, le guerre sono state accompagnate da speculazioni finanziarie, ma cedere alla finanziarizzazione della difesa rischia di innescare meccanismi perversi che alimentano i conflitti: più conflitti significano maggiori profitti per qualcuno”, sottolinea Anna Fasano, ricordando anche le parole di Papa Francesco del 2024 sull’interesse economico che diventa stimolo a proseguire ed estendere le guerre per vendere o testare nuove armi.

Il boom dei profitti nel settore degli armamenti dal 2022 è emblematico, del resto: un report di Mediobanca indica un rendimento azionario delle aziende della difesa a livello internazionale del +72,2% tra l’inizio del 2022 e ottobre 2024, superando ampiamente l’indice azionario globale (+20,1%). Le imprese europee hanno registrato una performance ancora più marcata (+128,1% contro il +59,1% dei gruppi statunitensi). Questa tendenza è proseguita nei primi mesi del 2025, con l’indice Stoxx Aerospazio & Difesa in crescita del +35% fino a marzo, rispetto al +9% dell’indice globale Stoxx 600.

A rischio la finanza sostenibile. La strategia per ampliare le fonti di finanziamento al settore della difesa mette a rischio anche la finanza sostenibile (ESG). Si prospetta un ripensamento radicale, una distorsione che porterebbe a includere le armi tra gli investimenti considerati sostenibili dalle normative. Banca Etica considera questo orientamento inaccettabile, come già dichiarato quando i ministri della difesa dell’UE avevano chiesto di includere le armi tra i finanziamenti qualificati come sostenibili. Una deriva che ha trovato conferma in un recente incontro della direzione dell’UE che segue l’industria per la difesa (DG DEFIS), mentre a inizio aprile 2025 il colosso finanziario Allianz ha annunciato che prevede di includere nei suoi prodotti di finanza “sostenibile” anche i titoli di aziende produttrici di armi atomiche, giustificando tale scelta con il ruolo “etico” della deterrenza nucleare.

La netta condanna della finanza etica. Banca Etica e l’intero movimento della finanza etica condannano con forza queste posizioni. La Global Alliance for Banking on Values (GABV), che riunisce oltre 80 banche etiche a livello globale, ha ribadito con la Dichiarazione di Milano approvata nel 2024 che “il finanziamento delle armi non può rientrare, ed è incompatibile, con qualsiasi definizione di finanza sostenibile”.

Legge sulla vendita delle armi per la guerra: rinviata la discussione parlamentare

Nelle scorse settimane, dopo mesi di silenzio, le Commissioni Esteri e Difesa della Camera hanno ripreso la discussione sul DDL che mira a modificare la legge 185/1990 sull’export di armi italiane. Una proposta che, tra le altre cose, intende cancellare ogni forma di trasparenza sulle banche che finanziano e traggono profitto dall’export di armi.

Questo disegno di legge, di iniziativa governativa, ha già ottenuto l’approvazione del Senato e, se dovesse passare anche alla Camera, rappresenterebbe un clamoroso passo indietro. Un provvedimento in aperta contraddizione con l’impianto normativo che l’Europa sta costruendo da anni per garantire maggiore trasparenza nel settore finanziario. Le banche, attraverso i loro finanziamenti, determinano il tipo di economia e di società in cui viviamo: proprio per questo, il loro operato non può essere sottratto al dovere di trasparenza. Inoltre, questa modifica legislativa appare in netto contrasto con il Trattato ONU del 2013 sul commercio di armi, sottoscritto dall’Italia.

Durante l’iter in Senato, Banca Etica, insieme a una vasta rete di organizzazioni della società civile, ha chiesto più volte al governo di spiegare le ragioni di questa scelta, che si traduce in un’inaccettabile operazione di opacità: “Perché sia chiaro: la legge 185/1990 non vieta l’export di armi italiane, ma impone che queste operazioni non coinvolgano Paesi in conflitto o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e che avvengano nel rispetto della trasparenza. Un principio essenziale, considerando gli enormi impatti umanitari, strategici e geopolitici dell’industria bellica, settore storicamente segnato da corruzione e illegalità diffusa.

La proposta di modifica della Legge 185/90 mette in discussione un importante risultato della società civile italiana: l’obbligo di trasparenza da parte delle banche rispetto al finanziamento alla produzione ed export di armi. Riteniamo grave questo passo indietro, una rinuncia ad un diritto di informazione ottenuto dopo lunghi e importanti confronti e contrattazioni. Chiediamo al Parlamento di aprire un dibattito onesto e aperto. Ricordiamo che il mercato delle armi è uno dei più corrotti al mondo e strumenti di controllo sono necessari per continuare a costruire una finanza che costruisce e sostiene la pace”.

Per questo la presidente di Banca Etica, Anna Fasano, ha affermato che il confronto possa essere approfondito: “E’ fondamentale che il maggior numero di forze politiche si attivi per migliorare questa norma ed evitare di legittimare pratiche opache. Voglio essere chiara: la finanza etica rifiuta ogni finanziamento e investimento nel settore delle armi.

Ma non ci aspettiamo che tutte le banche adottino questa politica, né chiediamo che sia imposta per legge. Quello che chiediamo oggi è semplicemente di non cancellare il principio di trasparenza e il diritto del Parlamento a un’informazione corretta. La legge 185/1990, pur indebolita nel tempo, garantisce ancora questo presidio fondamentale: smantellarlo sarebbe un grave errore”.

La legge 185/90 non è stata infatti in sé una legge ‘pacifista’ con la quale si imponeva tout court la sospensione di ogni produzione e commercio di armi; in essa si riconosce invece la necessità che questo tipo di attività sia soggetta ad una valutazione politica e ad un giudizio di conformità ai valori fondanti della nostra costituzione: non possono essere vendute armi a paesi in guerra o a chi si macchia di violazione dei diritti umani.

Si tratta di indicazioni che in questi anni sono state ripetutamente interpretate in maniera quantomeno elastica… ma in un quadro che permetteva ai decisori politici di assumersi la responsabilità delle proprie scelte di fronte alla pubblica opinione: “Il commercio delle armi non può essere semplicemente lasciato alla convenienza del momento o alla legge della domanda e dell’offerta… richiede invece un alto grado di attenzione. Si tratta di una materia complessa, e proprio per questa complessità è necessario un alto livello di trasparenza e tracciabilità.

Il nostro paese è tra i più importanti produttori di armi del pianeta: un primato di cui non dobbiamo rallegrarci, e che ci provoca forse qualche brivido quando apprendiamo di come questa ‘eccellenza italiana’ non si sviluppi solo per difendere il nostro paese (ammesso che questo sia l’unico sistema, o il più efficace, di farlo!) ma contribuisca invece a conflitti sanguinosi, come negli anni passati quello in Yemen, e oggi quello a Gaza, per limitarsi a soli due esempi”.

Per questo Massimo Pallottino, responsabile dell’Unità Studi e Advocacy della Caritas Italiana ha invitato a sostenere la petizione per non modificare la legge: “L’iter per la modifica della legge 185/90 è ripartito proprio in questi giorni. Ed è necessario moltiplicare gli sforzi per aumentare la consapevolezza di tutti.

E’ possibile firmare la petizione online promossa dalla Rete Pace e Disarmo, dove si trovano tutti i punti di criticità che emergono dall’analisi della proposta di modifica, e anche gli emendamenti che sono stati già proposti per garantire il mantenimento di un livello minimo di coerenza con i principi ispiratori della legge, anche in conformità con impegni internazionali già assunti dal nostro paese; ma che purtroppo sono stati fino ad ora rigettati in blocco.

Riteniamo invece fondamentale che essi vengano presi seriamente in considerazione e discussi, lasciando il tempo di maturare una posizione condivisa in quella che è una materia che tocca i principi più profondi della nostra Costituzione”.

Per ‘stoppare’ tale modifica Acli, Agesci, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Azione Cattolica Italiana, Movimento dei Focolari Italia, Pax Christi Italia hanno lanciato un appello: “Non modificate la legge 185/90 che regola l’export di armi italiane. Modificarla vuol dire affossarla! Signori Deputati, signori Senatori: fermatevi! Vogliamo unire la nostra voce a quella di tante donne e uomini, coordinamenti di molti movimenti e associazioni, come Rete Italiana Pace e Disarmo che ha rilanciato: l’appello Basta favori ai mercanti di armi! Fermiamo lo svuotamento della Legge 185/90”.

Ed hanno chiesto di non modificare la legge: “Il disegno di legge che oggi state discutendo intende: limitare l’applicazione dei divieti sulle esportazioni di armamenti; ridurre al minimo l’informazione al parlamento e alla società civile; e, soprattutto, limitare le informazioni contenute dalla Relazione governativa annuale, cancellando la documentazione riguardo alle operazioni svolte dagli istituti di credito circa l’import e l’export di armi e dei sistemi militari italiani. Tali modifiche svuotano il contenuto della legge 185. Sarebbe una decisione gravissima.

Signori Deputati e Senatori, vi chiediamo, vi supplichiamo, non svuotate la legge 185/90 nel suo profondo significato. Vi chiediamo di ricordare e custodire il lavoro della società civile che ha portato all’approvazione di questa legge che attua i principi costituzionali. Ve lo chiediamo in nome della comune umanità che ripudia la guerra”.

E dopo la pressione dell’associazionismo le Commissioni riunite Esteri e Difesa di Montecitorio hanno chiesto di rinviare fino a marzo la discussione in Aula sul DDL 1730 di iniziativa governativa che vuole modificare la legge 185 del ‘90 sull’export di armi italiane.

Grazie a questa mobilitazione la calendarizzazione in Aula del dibattito sul Disegno di legge che stravolgerebbe la 185/90 è stata rinviata quantomeno a marzo: “L’auspicio delle nostre organizzazioni è che queste settimane in più (preziose per approfondimenti e riflessioni) non configurino solo un rinvio ‘procedurale’ e tecnico ma vengano utilizzate dal Governo e da tutte le forze parlamentari come occasione di confronto nel merito anche delle nostre proposte.

Perché, indipendentemente dalla valutazione che si può avere dell’industria militare, la modifica attualmente corso di approvazione, se confermata, creerebbe buchi normativi e fragilità decisionali davvero rilevanti, anche per quanto riguarda la trasparenza sull’operato delle banche che finanziano produzione ed export di armi: non possiamo permettercelo su un tema così delicato. Per tali motivi rinnoviamo la nostra disponibilità al confronto con tutte le forze politiche, per illustrare le nostre proposte e la nostra posizione”, ha precisato la presidente di Banca Etica, Anna Fasano, con l’invito a continuare ad esercitare pressione.

Papa Francesco: per Natale tacciano le armi

Prima della recita dell’Angelus papa Francesco ha incontrato i bambini del dispensario pediatrico Santa Marta: “Questa mattina ho avuto la gioia di stare con i bambini, con le loro mamme, che frequentano il Dispensario Santa Marta in Vaticano, portato avanti dalle Suore Vincenziane. Brave suore queste! Fra di loro c’è una suora che è come la nonna di tutti, la brava suor Antonietta, che ricordano con tanto amore. Ed a me questi bambini, erano tanti, mi hanno riempito il cuore di gioia. Ripeto: ‘Nessun bambino è un errore”. I bambini hanno consegnato un regalo al papa e la festa è continuata con i giocolieri.

Eppoi ha benedetto i ‘Bambinelli’: “E ora benedico i ‘Bambinelli’, io ho portato il mio. Le statuine di Gesù Bambino che voi, cari bambini e ragazzi, avete portato qui e che poi, tornando a casa, metterete nel presepe. Vi ringrazio di questo gesto semplice ma importante. Benedico di cuore tutti voi, i vostri genitori, i nonni, le vostre famiglie! E per favore non dimenticatevi dei vostri nonni! Che nessuno rimanga solo in questi giorni”.

Eppoi ha invitato i fedeli a pregare per la pace nelle zone di guerra: “Seguo sempre con attenzione e preoccupazione le notizie che giungono dal Mozambico, e desidero rinnovare a quell’amato popolo il mio messaggio di speranza, di pace e di riconciliazione. Prego affinché il dialogo e la ricerca del bene comune, sostenuti dalla fede e dalla buona volontà, prevalgano sulla sfiducia e sulla discordia.

La martoriata Ucraina continua ad essere colpita da attacchi contro le città, che a volte danneggiano scuole, ospedali, chiese. Tacciano le armi e risuonino i canti natalizi! Preghiamo perché a Natale possa cessare il fuoco su tutti i fronti di guerra, in Ucraina, in Terra Santa, in tutto il Medio Oriente e nel mondo intero. E con dolore penso a Gaza, a tanta crudeltà; ai bambini mitragliati, ai bombardamenti di scuole e ospedali… Quanta crudeltà!”

Prima della recita dell’Angelus papa Francesco ha raccontato l’incontro tra due donne in cinta, Maria ed Elisabetta, felici per la vita: “Entrambe hanno tanto di cui gioire, e forse potremmo sentirle lontane, protagoniste di miracoli così grandi, che non si verificano normalmente nella nostra esperienza. Il messaggio che l’Evangelista vuol darci, però, a pochi giorni dal Natale, è diverso.

Infatti, contemplare i segni prodigiosi dell’azione salvifica di Dio non deve mai farci sentire lontani da Lui, ma piuttosto aiutarci a riconoscere la sua presenza e il suo amore vicino a noi, ad esempio nel dono di ogni vita, di ogni bambino, e della sua mamma. Il dono della vita”.

Ed ha chiesto di non essere indifferenti davanti alla vita: “Per favore, non restiamo indifferenti alla loro presenza, impariamo a stupirci della loro bellezza, come hanno fatto Elisabetta e Maria, quella bellezza delle donne in attesa. Benediciamo le mamme e diamo lode a Dio per il miracolo della vita!”

E’ stato un invito a gioire davanti ad ogni nascita: “Ricordiamoci, però, di esprimere sentimenti di gioia ogni volta che incontriamo una madre che porta in braccio o in grembo il suo bambino. E quando ci succede, preghiamo nel nostro cuore e diciamo anche noi, come Elisabetta: ‘Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!’; cantiamo come Maria: ‘L’anima mia magnifica il Signore’, perché sia benedetta ogni maternità, e in ogni mamma del mondo sia ringraziato ed esaltato il nome di Dio, che affida agli uomini e alle donne il potere di donare la vita ai bambini”.

E dalla Terra Santa è arrivato un messaggio natalizio dei capi delle Chiese di Terra Santa ai loro fedeli e a tutto il mondo, che prende le mosse dal versetto 16 del quarto capitolo del Vangelo di Matteo: “Nella Natività di Cristo, la luce della salvezza di Dio è venuta per la prima volta nel mondo, illuminando tutti coloro che Lo avrebbero accolto, sia allora sia oggi, offrendo loro ‘grazia su grazia’ per sconfiggere le forze oscure del male che cospirano incessantemente per portare alla distruzione della creazione di Dio”.

Di questa ‘Luce’ sono testimoni molti cristiani: “Esteriormente poco sembra essere cambiato. Eppure interiormente, la santa nascita del nostro Signore Gesù Cristo ha innescato una rivoluzione spirituale che continua a trasformare e indirizzare innumerevoli cuori e menti verso le vie della giustizia, della misericordia e della pace”.

Ed hanno pregato per il ‘cessate il fuoco’ raggiunto nel Libano, auspicando che esso sia raggiunto anche a Gaza: “In questo spirito natalizio colmo di speranza, rendiamo grazie all’Onnipotente per il recente cessate il fuoco tra due delle parti in guerra nella nostra regione e chiediamo che venga esteso a Gaza e a molti altri luoghi, ponendo fine alle guerre che affliggono questa parte del mondo.

Rinnoviamo inoltre il nostro appello per il rilascio di tutti i prigionieri e delle persone private della libertà, il ritorno dei senzatetto e degli sfollati, la cura dei malati e dei feriti, il soccorso di coloro che hanno fame e sete, il ripristino di proprietà ingiustamente sequestrate o minacciate; la ricostruzione di tutte le strutture civili, pubbliche e private, che sono state danneggiate o distrutte”.

(Foto: Santa Sede)

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