Tag Archives: Intelligenza
Inaugurato l’anno accademico di Auxilium per educare con intelligenza (artificiale)
“Nuove tecnologie e intelligenza artificiale aprono a scenari inediti e pongono questioni sempre più complesse. Non dobbiamo avere remore nel sostenere che ci troviamo davanti a una vera e propria rivoluzione culturale che ci invita a riflettere sulla nostra idea di intelligenza e di senso, che toccano in modo diretto la dimensione antropologica ed etica”: così ha esordito la prof.ssa Elena Beccalli, rettrice dell’Università Cattolica Sacro Cuore, nella prolusione che oggi ha inaugurato l’anno accademico dell’Auxilium, analizzando il rapporto persona ed educazione nel tempo dell’intelligenza artificiale, ripensando le categorie dei saperi e i quadri di riferimento cognitivi.
Calorosa partecipazione di studenti e studentesse, docenti ed ospiti all’inaugurazione oggi del 56^ anno accademico della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’, che accoglie a Roma allievi, religiosi e laici, di 67 Paesi del mondo. Ad aprire i lavori, ospitati presso l’Aula Magna Giovanni Paolo II, la celebrazione eucaristica presieduta dal card. Ángel Fernández Artime, Pro-Prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica.
Grande interesse per la prolusione tenuta da Elena Beccalli, rettrice dell’Università Cattolica di Milano, dal titolo: ‘Educare con l’intelligenza (artificiale). Tra ambivalenze e responsabilità’: un tema di grande attualità che la prof.ssa Beccalli ha raccomandato di affrontare con “un approccio che collochi la tecnologia entro un orizzonte di intelligenza relazionale. Un’intelligenza che intreccia legami; che valorizza l’interconnessione tra singoli e comunità e che fa della responsabilità condivisa (per il benessere integrale dell’altro) la sua più alta ambizione”.
Riflettendo sul rapporto tra persona, intelligenza artificiale e responsabilità, la prof.ssa Beccalli ha ricordato come l’educazione rappresenti uno strumento di orientamento in un contesto di trasformazione rapida e radicale senza precedenti: “Tutto questo mi ha indotto a proporre un Patto educativo per le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale che può essere inteso come un ulteriore pilastro del Global Compact on Education, nella prospettiva di un’educazione al digitale che risponda a una delle tre nuove sfide educative delineate da papa Leone XIV.
La rete delle istituzioni cattoliche può farsi promotrice del Patto. In particolare, le Università Cattoliche e Pontificie possono operare come laboratori dove coltivare intelligenza emotiva, spirituale, relazionale e sociale; esercitando con sapienza e creatività una ricerca accurata sulla complessa relazione tra intelligenza artificiale e umano; contribuendo a far emergere le potenzialità che ne possono derivare per i diversi ambiti della scienza e della realtà; guidandole sempre verso applicazioni eticamente qualificate e al servizio della coesione sociale e del bene comune”.
Nel saluto iniziale la preside della Facoltà Auxilium, prof.ssa Piera Ruffinatto con una riflessione sul compito dell’ ‘educare alla pace: il sapere come cura’. In un’epoca segnata da conflitti, disuguaglianze e frammentazione sociale “il sapere che cura è quello che non si limita ad accumulare nozioni, ma che sa interrogarsi, mettersi in ascolto, generare dialogo e aprire orizzonti di speranza”.
Questo “racchiude una duplice consapevolezza: quella della responsabilità che ci interpella come comunità educativa e quella della fecondità trasformativa che il sapere può avere quando si pone al servizio della persona e del bene comune. Educare alla pace significa riconoscere che ogni atto formativo è anche un atto di cura.
C’è bisogno di istituzioni educative che siano laboratori di pace, dove si sperimenta concretamente che un altro modo di stare insieme è possibile; di docenti, studenti e ricercatori che non temano di sporcarsi le mani con le ferite del presente, ma che al contempo sappiano guardare oltre, immaginando e costruendo futuri più giusti e fraterni”.
(Foto: Auxilium)
Re Baldovino raccontato dal giornalista Fulvi
“Il re è stato coraggioso perché, davanti a una legge di morte, lui non ha firmato e si è dimesso. Ci vuole coraggio! Ci vuole un politico ‘con pantaloni’ per fare questo, ci vuole coraggio. Questa è una situazione speciale e lui con questo ha dato anche un messaggio. E lui lo ha fatto anche perché era un santo. Quell’uomo è santo e il processo di beatificazione andrà avanti, perché mi ha dato prova di questo”: in questo modo papa Francesco aveva risposto ai giornalisti sul re Baldovino nel viaggio di ritorno in Lussemburgo ed in Belgio nello scorso settembre con l’auspicio che la sua causa di beatificazione continui.
Ed al funerale reale, avvenuto il 7 agosto 1993, il primate del Belgio, card. Godfried Danneels aveva tratteggiato nell’omelia il suo ‘profilo’: “Non si limitano a regnare, amano, fino a dare la propria vita. Tale è stato Re Baldovino. Egli amava. La sua intelligenza politica affondava le proprie radici profonde nel cuore, il suo savoir-faire gli derivava dalla sua forza d’amare. Il segreto del suo regno era il suo cuore. E’ stato un Re secondo il cuore degli uomini. Ci amava, noi l’amavamo. Quest’uomo discreto, silenzioso, sempre sorridente, infinitamente delicato, aveva un cuore largo come le spiagge lungo il mare. Vi nascondeva tutte le gioie e tutte le sofferenze del suo Paese e del suo popolo. Quest’uomo portava in sé un calore, una capacità di ascolto ed empatia difficilmente immaginabili”.
Prendendo spunto da queste ‘testimonianze’ il giornalista di Avvenire, Fulvio Fulvi, gli ha dedicato una biografia, ‘Baldovino, il re del gran rifiuto’, ripercorrendo le pagine salienti di una vita: il racconto dell’infanzia infelice, con la perdita della madre in un incidente stradale, la prigionia e la deportazione con la famiglia reale durante il nazismo, gli anni del collegio svizzero. Salito al trono poco più che ventenne, il re dovette affrontare la grave crisi in cui versava la sua nazione dopo la Seconda guerra mondiale e cercò di rimediare agli esiti nefasti del colonialismo nel Congo, voluto dallo zio Leopoldo II. In seguito, si adoperò con convinzione e da protagonista per l’ingresso del Belgio nell’Ue e nell’Alleanza Atlantica.
Figura indelebile della vita di re Baldovino è quella della regina Fabiola. Compagna inseparabile di vita e di fede e sua prima confidente, ebbe un ruolo di primo piano anche nello snodo più drammatico del regno, quando, nel 1990, il re decise di sospendere il suo incarico piuttosto che firmare la legge favorevole all’aborto votata dal Governo.
Perché un libro sul re Baldovino?
“Baldovino ha segnato la storia del suo Paese e ha contribuito al processo di unificazione dell’Europa. Oggi c’è bisogno di fare memoria anche di questo. Ma le ragioni principali del libro sono due: innanzitutto il forte richiamo di papa Francesco, durante la sua visita pastorale a Bruxelles nel settembre del 2024, a considerare la figura del re del Belgio come un politico e un capo di Stato coraggioso ‘che scelse di lasciare il suo posto da Re per non firmare una legge omicida’, quella che introduceva l’interruzione della gravidanza fino a 12 settimane di gestazione.
Fu un richiamo forte, quello di Bergoglio, davanti alla tomba del sovrano, ripetuto nella conferenza stampa sull’aereo al rientro in Vaticano.
La seconda motivazione sta nelle rivelazioni che mi fece un ex sindacalista maceratese, Giovanni Santachiara, nipote di un frate cappuccino marchigiano che è stato rettore della Basilica di Loreto: due mesi prima del ‘gran rifiuto’ di Baldovino, lo zio incontrò il Re in visita segreta alla Santa Casa con l’amata regina Fabiola per celebrare il loro anniversario di matrimonio. Fu, probabilmente, un incontro decisivo, anche se non si sa esattamente cosa i due si siano detti. Ma vista la caratura teologica e culturale del religioso e la grande sensibilità del sovrano cattolico, qualcosa di sicuro successe. Nel libro, un capitolo ricostruisce la vicenda”.
Cosa ti ha colpito di questo re?
“Il suo senso religioso, coniugato anche all’azione politica, e l’attenzione verso gli altri, i poveri, i bisognosi, i cittadini più fragili. Era sempre presente nei momenti più difficili del suo Paese e non faceva mai mancare la sua personale solidarietà. Anche con opere di beneficenza. E poi l’amore che ha dimostrato verso la moglie, fino all’ultimo giorno della sua vita”.
Come maturò la scelta di non firmare per la legge sull’aborto?
“Oltre all’incontro con padre Santachiara, Baldovino si consultò con il suo amico cardinale Suenens, con autorevoli medici, teologi e filosofi: voleva rafforzare la sua coscienza di cristiano anche con ragioni scientifiche. Ma fu determinante il fatto che, non avendo potuto avere figli (Fabiola ebbe cinque aborti spontanei) maturò una spiccata sensibilità, anche politica, verso la tutela della vita. E da piccolo fu sconvolto dalla morte della madre in un incidente stradale e perse anche il bimbo che aveva in grembo”.
Però la sua abdicazione era consentito dalla legge: può essere comunque considerato come ‘gran gesto’?
“In realtà, più che di una vera e propria abdicazione (che di per sé significa rinuncia perpetua ade essere re) si trattò di… dimissioni temporanee dalle funzioni di sovrano. Perché il decreto fu firmato dal premier e, 72 ore dopo, Baldivino ritornò ad essere Re. Fu trovato un escamotage costituzionale, d’accordo con il capo del governo Martens e i presidenti dei due rami del Parlamento. Il popolo amava Baldovino e non voleva che lui lasciasse. Inoltre, c’era un diffuso sentimento cattolico nel Paese, e la legge sull’aborto avrebbe creato, in quel momento, una grave spaccatura a livello politico-sociale. Il Belgio era anche fortemente diviso tra fiamminghi che volevano la secessione e valloni che sostenevano l’unità nazionale. Quindi un gran gesto, sì. Che sin rivelò opportuno politicamente”.
Quale ruolo ebbe la regina Fabiola, sua moglie?
“Come detto, Fabiola e Baldovino soffrirono molto per non aver potuto avere figli. E quindi anche eredi diretti al trono. I due consorti erano legatissimi tra loro, come ho potuto constatare studiandone le vite”.
Perché papa Francesco nella visita in Belgio aveva chiesto di proseguire la causa di beatificazione?
“Il primo pontefice a chiedere l’apertura del processo di beatificazione di Baldovino fu san Giovanni Paolo II nel 1995. Ma non accadde nulla. C’erano (e forse ci sono ancora oggi), resistenze nell’ambito della Chiesa belga. Ma un altro elemento ‘deterrente’ potrebbe essere stata la presunta posizione di Baldovino rispetto all’ex colonia del Congo. C’è ancora chi lo rimprovera di non aver mai condannato apertamente il comportamento del prozio Leopoldo II che, quando era il governatore del Paese africano fece massacrare il popolo per ottenere i suoi personali interessi. Però Baldovino, salito al trono, favorì in concreto l’indipendenza del Congo cercando di rimediare, per quanto possibile, alle nefandezze compiute da Leopoldo II con ‘accordi riparatori’”.
(Tratto da Aci Stampa)
‘Opera Aperta’: la Santa Sede alla Biennale di Architettura per tessere le relazioni
Nei giorni scorsi è stato presentato alla Sala stampa vaticana il Padiglione ‘Opera Aperta’, che segna la terza partecipazione del Dicastero per la cultura e l’educazione alla Mostra Internazionale di Architettura, giunta alla 19^ edizione, in svolgimento dal 10 maggio al 23 novembre sul tema ‘Intelligens. Natural. Artificial. Collective’, introdotto dall’architetto Carlo Ratti, curatore della Biennale Architettura: “Per affrontare un mondo in fiamme, l’architettura deve riuscire a sfruttare tutta l’intelligenza che ci circonda”.
Per questo Giovanna Zabotti, curatrice del Padiglione della Santa Sede 2025, ha illustrato il Padiglione allestito dalla Santa Sede: “In una Biennale guidata da Carlo Ratti, dove il tema è Intelligens, il nostro Padiglione propone l’idea di un’intelligenza comunitaria. Ci siamo chiesti come poter rispondere a quelle che sono la missione e la filosofia che il Padiglione vuole esprimere… Questo sforzo congiunto vuole recuperare non solo un edificio, ma anche una connessione sociale…
Il Padiglione della Santa Sede è un vero cantiere, dove architetti, comunità, associazioni e visitatori della Biennale sono posti a sistema… L’intervento coinvolge un complesso di edifici rimasti vuoti per anni. Cerchiamo di restituire senso a questo silenzio, attraverso un linguaggio architettonico fatto di ascolto e di recupero. Non si tratta tanto di un Padiglione da visitare, ma da abitare”.
‘Opera Aperta’ è un “processo collaborativo che coinvolge un team internazionale e collettivi locali”, ha commentato Marina Otero Verzier, altra curatrice del Padiglione della Santa Sede che si è collegata da remoto alla conferenza stampa, mentre il card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha spiegato che l’idea è nata dall’applicazione dell’enciclica ‘Laudato sì’:
“10 anni fa, papa Francesco pubblicava la Lettera Enciclica ‘Laudato sì’, che rappresenta una pietra miliare sia nel Magistero del Santo Padre, sia nella comprensione crescente che la contemporaneità è chiamata a costruire sul nostro essere tutti abitanti di una stessa casa comune. Ma non solo; la ‘Laudato sì’ è anche un punto di riferimento nella consapevolezza che è da qui che dobbiamo partire per maturare una nuova visione culturale”.
Quindi da questa enciclica è necessaria una ‘revisione’ dei modelli di sviluppo in grado di tessere relazioni: “Oggi abbiamo bisogno di tessitori di relazioni, che credono nel valore della riparazione e della cura. Abbiamo bisogno di trovare nuove razionalità che osino pratiche sociali collaborative e rischino paradigmi più efficaci di restituzione. Tanto è che la proposta di papa Francesco, che fiduciosamente trova alleati in geografie religiose e culturali diverse, insiste sull’importanza del capire che tutto ciò che esiste si trova in relazione sistemica. ‘Tutto è collegato’, dice il papa. La situazione dell’essere umano non può dunque essere considerata senza che si tenga in conto la situazione della casa di tutti che è il pianeta”.
Ed ha presentato il padiglione della Santa Sede a Venezia: “Sarà un padiglione-parabola. Il titolo di ‘Opera Aperta’ lo presenta come un cantiere, come un processo in corso al quale tutti sono invitati a collaborare: architetti, pensatori, abitanti del sestiere, associazioni e persino, i visitatori della Biennale… Il nostro desiderio è che questo padiglione-parabola possa essere una espressione concreta, nel campo dell’architettura, delle intuizioni profetiche contenute nella ‘Laudato sì’ e diventare un laboratorio attivo di intelligenza umana collettiva, mettendo in comune: ragione e affetto, professionalità e convivialità, ricerca e vita ordinaria”.
(Foto: Vatican Media)
Papa Francesco ai ‘Custodi del bello’: custodire non ammette distrazioni
Fino al 29 settembre il progetto ‘Custodi del Bello’ è stato al centro della campagna RAI per la raccolta fondi, con l’obiettivo di sostenere questa concreta iniziativa di inclusione sociale e lavorativa, invitando i telespettatori a fare una donazione al progetto tramite bonifico bancario (IBAN: IT13T0306909606100000189849) per contribuire alla rigenerazione delle nostre città e delle persone più in difficoltà.
Lo slogan della campagna, ‘Con i Custodi del Bello facciamo rinascere città e persone’, ha iniziato una riflessione sulla missione del progetto che offre nuove opportunità di lavoro e di reinserimento sociale a persone in condizioni di fragilità, in quanto esso si rivolge a persone in difficoltà economica, over 50 senza lavoro, persone in carico ai servizi sociali, coinvolgendole in attività di cura delle città: dalla manutenzione di aree verdi alla tinteggiatura di edifici pubblici come le scuole, dalla pulizia di strade e portici al semplice ripristino di arredi urbani e manufatti. Attraverso una formazione e la partecipazione a squadre di lavoro, acquisiscono competenze utili per il reinserimento nel mondo del lavoro.
Attualmente il progetto ‘Custodi del Bello’, promosso dalla CEI, è attivo a Milano, Roma, Firenze, Brescia, Savona, Finale Ligure, Matera, Caltanissetta, Bari, Bitonto, Biella e Cagliari; oggi papa Francesco ha ricevuto in udienza alcuni partecipanti, accompagnati da mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, e mons. Carlo Redaelli, presidente di Caritas Italiana, sottolineando la responsabilità nella custodia della bellezza:
“Essere ‘Custodi del Bello’ è una grande responsabilità, oltre che un messaggio importante per la comunità ecclesiale e per tutta la società. Vorrei perciò riflettere con voi proprio sul nome del vostro progetto che non è un semplice slogan, ma indica un modo di essere, uno stile, una scelta di vita orientata a due grandi finalità: il custodire e il bello”.
E si è soffermato sul significato della custodia quale atto di responsabilità: “Custodire significa proteggere, conservare, vigilare, difendere. È un’azione multiforme, che richiede attenzione e cura, perché parte dalla consapevolezza del valore di chi o di ciò che ci viene affidato. Per questo non ammette distrazioni e pigrizia. Chi custodisce tiene gli occhi ben aperti, non ha paura di spendere del tempo, di mettersi in gioco, di assumersi delle responsabilità”.
La custodia implica una prospettiva di impegno, come invita san Paolo: “E tutto ciò, in un contesto che spesso invita a non ‘sporcarsi le mani’, a delegare, è profetico, perché richiama all’impegno personale e comunitario. Ognuno, con le proprie capacità e competenze, con l’intelligenza e con il cuore, può fare qualcosa per custodire le cose, gli altri, la casa comune, in una prospettiva di cura integrale del creato.
San Paolo ci dice che ‘la creazione geme e soffre’; il suo grido si unisce a quello di tanti poveri della terra, che chiedono con urgenza decisioni serie ed efficaci volte a promuovere il bene di tutti, in una prospettiva che dunque non può essere solo ambientale, ma deve farsi ecologica in senso più ampio, integrale”.
Ma essere ‘custodi del bello’ significa soprattutto avere cura delle persone: “Sono tante oggi le persone ai margini, scartate, dimenticate in una società sempre più efficientista e spietata: i poveri, i migranti, gli anziani e i disabili soli, gli ammalati cronici. Eppure, ciascuno è prezioso agli occhi del Signore. Per questo vi raccomando, nel vostro lavoro di riqualificazione di tanti luoghi lasciati all’incuria e al degrado, di mantenere sempre come obiettivo primario la custodia delle persone che vi abitano e che li frequentano. Solo così restituirete il creato alla sua bellezza”.
Quindi la custodia è un richiamo alla bellezza, consegnando loro modello san Giuseppe: “Oggi se ne parla molto, fino a farne un’ossessione. Spesso però la si considera in modo distorto, confondendola con modelli estetici effimeri e massificanti, più legati a criteri edonistici, commerciali e pubblicitari che non allo sviluppo integrale delle persone. Un approccio di questo genere è deleterio, perché non aiuta a far fiorire il meglio in ciascuno, ma porta al degrado dell’uomo e della natura…
Si tratta, invece, di imparare a coltivare il bello come qualcosa di unico e sacro per ogni creatura, pensato, amato e celebrato da Dio fin dalle origini del mondo come unità inscindibile di grazia e di bontà, di perfezione estetica e morale. Questa è la vostra missione; e io vi incoraggio, come cooperatori al grande disegno del Creatore, a non stancarvi di trasformare il brutto in bello, il degrado in opportunità, il disordine in armonia”.
(Foto: Santa Sede)
Dormire lungo i Cammini (religiosi e non) grazie all’Intelligenza Naturale
Chiunque pianifichi di percorrere, per fede o per turismo, uno dei tanti Cammini che disegnano l’Italia in lungo e in largo, deve affrontare in primis il problema di dove alloggiare nelle varie tappe, ora che questi percorsi sono frequentati da un pubblico sempre più numeroso.
Non si può più partire alla sprovvista come un tempo, rischiando di non trovare un giaciglio dopo 20 o 25 chilometri di cammino. Altrettanto aleatorio può essere affidare le proprie speranze ad una telefonata dell’ultimo momento. La soluzione online viene oggi proposta dal nuovo portale dormireincammino.it, presentato alla Fiera di Milano in occasione di ‘Fa’ la cosa giusta’.
Realizzato in collaborazione tra le associazioni no-profit ‘Vita in cammino’ ed ‘Ospitalità Religiosa Italiana’, con il contributo professionale di SpiritualTour e il sostegno di FederCammini, il sito permette al camminatore di pianificare in anticipo tutte le tappe lungo un percorso, raggiungendo con un form i gestori delle ospitalità, per ricevere poi le conferme scritte delle prenotazioni. Quindi una partenza serena e certificata. E il tutto senza spese o commissioni.
L’iniziativa riguarda per ora 17 Cammini (in continua espansione) ed è uno strumento unico per sviluppare da un lato la cultura dell’accoglienza e dall’altro quella del turismo outdoor.
“Un passo importante in avanti, ha dichiarato Fabio Rocchi, presidente dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana e consigliere di FederCammini, verso una digitalizzazione creata stavolta dall’Intelligenza Naturale, con l’intento di favorire il ritorno ad antiche vie, luoghi e territori per un salutare approccio al turismo lento”.
Per la Giornata Internazionale della donna i nominativi del Riconoscimento Internazionale Santa Rita
Nel giorno della Giornata internazionale della donna suor Maria Rosa Bernardinis, Madre Priora del Monastero Santa Rita da Cascia, ha espresso, con un parallelo alle donne che ogni anno sono protagoniste della festa del 22 maggio, modelli universali dei valori ritiani, attuali e preziosi, la necessità di una ‘intelligenza materna’:
“In questo 8 marzo, tra bilanci di morte e un clima di grande sfiducia, celebriamo le donne che sono culle di vita e ali di speranza. Da donna e per l’umanità, oggi che si fa un gran parlare di intelligenza artificiale, invito tutti a riscoprire e allenare una ‘intelligenza materna’, più tipica ma non esclusiva delle donne. Quella che chiama ogni essere umano al coraggio, alla gioia e alla speranza della vita, per costruire una fiducia ritrovata, nel domani e nella vita stessa, di cui c’è estremo bisogno.
Lo sanno bene le donne che ogni giorno sono terreni fertili e custodi di vita e futuro. Come Cristina Fazzi, che da medico nello Zambia cura i bambini che sono gli ultimi della società, Virginia Campanile, che ha perso suo figlio ma è mamma per tanti genitori e ragazzi in difficoltà, e Anna Jabbour, profuga siriana che per sua figlia ha attraversato la guerra divenendo testimone di pace. Sono le donne che premieremo a maggio alla Festa di Santa Rita: tre donne diverse ma unite, come tante nel mondo, dalla scelta di essere strumenti di vita oggi, come Rita ieri”.
‘Donne di Rita’, così sono chiamate le donne scelte per il prestigioso Riconoscimento Internazionale Santa Rita, che dal 1988 premia donne che come Rita da Cascia sanno incarnare i valori su cui si fonda il nostro presente, che è il domani del mondo. Ecco le tre donne che, il 20 maggio alle 10.00 nella Sala della Pace del Santuario di Santa Rita a Cascia condivideranno le loro testimonianze. E, il 21 maggio alle 17.30 nella Basilica, riceveranno il Riconoscimento:
• Cristina Fazzi, medico di Enna (Sicilia), che riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2024 per il rispetto, la giustizia e l’amore con cui nei suoi 24 anni di servizio, professionale e umano, nello Zambia, in Africa, ha protetto la vita e costruito il futuro di tante persone nelle aree di estrema povertà, con un’attenzione speciale ai bambini e ai giovani, in una società dove sono ultimi tra gli ultimi, spesso abusati e maltrattati: ha creato il primo centro di salute mentale del Paese per i minori e progetti formativi, per generare opportunità di cambiamento e realizzazione;
• Virginia Campanile, che vive a Otranto (Lecce) e riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2024 perché dal dolore indescrivibile per la perdita del figlio Daniele e dalla libertà e pace acquisite grazie al perdono offerto a chi ne ha causato la morte in un incidente stradale, ha fatto nascere un ‘investimento d’amore’ che condivide con gli altri: ascoltando e aiutando tanti genitori toccati dal lutto a ritornare a vivere e impegnandosi coi giovani per tutelarli nella fragilità sociale e psicologica, accompagnandoli a riscoprire la bellezza della vita;
• Anna Jabbour, che è nata ad Aleppo (Siria) ma oggi vive a Roma, che riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2024 per la testimonianza di pace, fratellanza e fede che incarna con la sua storia, da profuga di guerra a mamma di speranza e coraggio per sua figlia e allo stesso tempo per tutti coloro che incontra, non avendo mai perduto il forte desiderio di sognare e impegnarsi per un futuro di umanità e unione che possa cancellare ogni odio e sofferenza.
In Italia la pace cammina con i piedi di molti artigiani di pace
“I miei auguri sono in particolare per voi, cari romani e pellegrini che oggi siete qui in Piazza San Pietro. Saluto i partecipanti alla manifestazione ‘Pace in tutte le terre’, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, anche in altre città del mondo; come pure il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta. E ricordo con gratitudine le innumerevoli iniziative di preghiera e di impegno per la pace che in questa Giornata si svolgono in tutti i continenti, promosse dalle comunità ecclesiali; in particolare menziono quella a livello nazionale che ieri sera ha avuto luogo a Gorizia”.
A L’Aquila il fuoco della perdonanza
Madre Speranza di Gesù
Papa Francesco: la teologia dia sapore alla vita
La rivista ‘La Scuola cattolica’ è l’espressione della scuola teologica del Seminario di Milano e promuove un’intelligenza della fede cristiana attenta alla cultura contemporanea, specialmente a quella teologica, perché la teologia non serve solo alla formazione sacerdotale, ma è piuttosto alla base della fede viva della Chiesa, e deve farsi prossima e missionaria.





























