Papa Pio VII e la libertà della Chiesa cattolica, il suo esilio finì 210 anni fa

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“La significativa ricorrenza del bicentenario della morte del Servo di Dio papa Pio VII è per me è occasione lieta di rivolgere un cordiale saluto a Lei, caro Fratello, ed all’intera Comunità civile e religiosa cesenaticense-sarsinate, che ricorda con riconoscenza un illustre figlio, pastore coraggioso, difensore premuroso della Chiesa… Nel rileggere la vita di questo venerato predecessore personalità di profonda fede, mitezza, umanità e misericordia, che si distinse per competenza e prudenza di fronte a chi impediva la Libertas Ecclesiae, affiorano sentimenti di gratitudine e ammirazione per l`eredità spirituale lasciata e la franchezza evangelica con cui ha sostenuto le difficili prove durante i ventitré anni di pontificato”.

Con questa lettera al vescovo di Cesena-Sarsina, mons. Douglas Regattieri, papa Francesco ha ricordato papa Pio VII, di cui si sono celebrati i 200 anni dalla morte avvenuta il 20 agosto 1823, pochi giorni dopo avere compiuto 81 anni con un lungo pontificato durato 23 anni, di cui fino al 1814 in esilio a Fontainbleau, preceduto da un servizio pastorale ad alto livello già in giovane età in qualità di vescovo di diverse diocesi.

Ed aprendo l’anno a lui dedicato con una celebrazione eucaristica, il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, aveva sottolineato la sua ‘modernità’: “Ormai vecchio e fragile, immobilizzato nel letto per i postumi di una caduta che gli aveva procurato la frattura del femore, il papa visse gli ultimi giorni della sua vita consumato nelle forze, ma con la mente vigile e l’occhio sereno di chi aveva vinto la sua battaglia. Questa è la vittoria che sconfigge il mondo, la nostra fede.

Papa in tempi particolarmente turbolenti tra rivoluzione e restaurazione, Pio VII, vostro concittadino, è vissuto nell’abbandono alla volontà divina e nella fedeltà al suo ministero apostolico. Egli, come hanno osservato alcuni storici, ha magnificamente contribuito ad aprire la chiesa ai tempi nuovi, anzi, è stato definito in alcune opere come il primo papa moderno”.

Per comprendere la sua figura abbiamo chiesto a mons. Douglas Regattieri di spiegarci il motivo per cui papa Pio VII si definì ‘vicario del Dio della pace’: “In questo sintagma papa Pio VII (Barnaba Gregorio Chiaramonti, 14 marzo 1800 – 20 agosto 1823) sintetizza quanto introiettato alla scuola della Regola di san Benedetto, la responsabilità che compete al successore di Pietro, la missione pacifica inerente i doveri di guida della Chiesa, i cui diritti richiedevano di essere tutelati anche e soprattutto di fronte alle violenze del mondo e alle prepotenze dei “grandi” della terra. Rivoluzione, Napoleone e Restaurazione necessitavano sì di conduzione anche battagliera, ma la meta ultima era la pace, per la Chiesa e per l’umanità”.

Nella lettera papa Francesco ha definito papa Pio VII ‘uomo di lungimirante intelligenza’: quanto influì nella sua formazione l’Ordine benedettino?

“Indole, carattere, vocazione e personalità sono segnati dalla ‘Regula sancti Benedicti’ mediante una lenta e progressiva sedimentazione dei contenuti di questo testo aureo del monachesimo in un giovane dotato e spiccatamente ricettivo.

E la ‘Regula’ accompagnerà sempre il monaco, il vescovo, il cardinale e il papa. Dopo l’ingresso precoce, Gregorio fa suo il desiderio di Benedetto: essere ‘summae veritatis discipulus’ (discepolo della somma verità, ndr.) e vivere ‘soli Deo placere desiderans’ (desiderando piacere a Dio solo, ndr.), incamminandosi così alla vita del monastero, che è ‘dominici scola servitii’ (servizio scolastico domenicale’, ndr.); e di questa scuola si mostra alunno serio e rigoroso.

Quando lascia l’abbazia del Monte è appena diciottenne, e ancora lo attendono studi maggiori: ma certamente il segreto e il cuore della ‘Regula’ sono stati memorizzati e affinati, sedimentando nel giovane monaco quel codice, quelle verità e quelle modalità di condotta della vita spirituale segnalate e sottolineate in tutte le tappe dell’esistenza. Nella dimora claustrale cesenate il Chiaramonti impianta anche una devozione mariana che lo accompagnerà nelle stagioni della vita e lo sosterrà nel corso del travagliato pontificato: Benedetto e Maria diventano le colonne del suo tempio spirituale”.

Perché cercò di trovare la conciliazione con Napoleone?

“Papa Pio VII accettò, nonostante la contrarietà di alcuni cardinali, l’invito di Napoleone di recarsi a Parigi per celebrare la sua incoronazione in Notre-Dame il 2 dicembre 1804: lo fece obtorto collo, assistette silenzioso e quasi passivo, come mostra il celebre dipinto di Jacques-Louis David al Louvre (il papa col capo leggermente reclinato e lo sguardo ribassato, come a rivelare le sue perplessità, se non proprio la contrarietà).

Ma aveva scelto di aderire a quell’invito col pensiero rivolto al bene presente e futuro della Chiesa, fidandosi delle parole dette e promesse dall’uomo politico, del tutto ignaro di quanto sarebbe tristemente accaduto. Va aggiunto, di contro, che il suo carisma pontificio gli avvicinò le masse cattoliche, sempre desiderose d’incontrarlo e pressarlo con plauso e invocazioni: manifestazioni di giubilo che si ripeterono nel corso della lunga prigionia a Fontainebleau e ancor di più lo accompagnarono nel ritorno dopo le annose angherie napoleoniche”.

Per quale motivo ricostituì la Compagnia di Gesù?

“Fu una decisione molto coraggiosa quella di andare contro il Breve ‘Dominus ac Redemptor’ di papa Clemente XIV Ganganelli con il quale il papa originario di Sant’Arcangelo di Romagna aveva soppresso la Compagnia di Gesù nel 1773.

La Bolla di papa Pio VII ‘Sollicitudo omnium ecclesiarum’ (1814) è molto esplicita: ‘Indotti dal peso di tante e così forti ragioni e da motivi cosi gravi che scuotevano l’animo nostro, noi abbiamo deliberato di mandare finalmente ad effetto ciò che grandemente desideravamo di fare nel principio stesso del nostro Pontificato; egli procede con il consenso di molti cardinali e con certa scienza’.

Del resto la Bolla si limita a estendere a tutta la Chiesa e a tutti gli Stati ‘tutte le concessioni e tutte le facoltà da noi accordate unicamente per l’Impero Russo e per il Regno delle Due Sicilie’, nei quali la Compagnia aveva continuato a esistere e fruttuosamente operare”.

E’stato il papa dei ‘tempi nuovi’?

“Certamente, e non solo a motivo della celebre omelia pronunciata nella cattedrale di Imola la notte del Natale 1797, la cui ricca e articolata fattura viene troppo spesso semplificata con la citazione «’iate buoni cristiani e sarete ottimi democratici’. In quel testo leggiamo anche: ‘La forma di governo democratico non ripugna al Vangelo; esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che alla scuola di Gesù Cristo e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria e lo splendore della nostra Repubblica…

Le morali virtù, che non sono poi altro che l’ordine dell’amore, ci faranno buoni democratici, ma di una democrazia retta, e che non altro cura che la comune felicità’. Dunque la buona e vera democrazia doveva fondare radici e sviluppo nel cristianesimo. Chiaramonti aveva ben presente, da vescovo e da papa, che i tempi stavano mutando celermente sotto molteplici spinte: occorreva guardare avanti con coraggio ma senza smarrire nulla del depositum fidei’.

A distanza di 200 anni, quale è la sua eredità spirituale?

“Questo uomo integro e monaco contento fu un santo pastore in mezzo a tanti lupi, di fronte ai quali non si è mai spaventato o tirato indietro (proprio come papa Benedetto XVI); fu un pastore nuovo in tempi nuovi, consapevole di dover portare avanti una pesante ma preziosa eredità; per questo si affidò alla Madre di Cristo, amata da sempre e venerata nei suoi santuari, saldamente ancorato al Vangelo e alla Chiesa, per i quali ha speso tutto sé stesso, fino al martirio. Sono questi il suo messaggio e la sua eredità”.

(Tratto da Aci Stampa)

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