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Le sfide di papa Leone XIV nel colloquio con l’agostiniano, padre Gabriele Pedicino

“Viviamo in un ambiente educativo complesso, frammentato, digitalizzato. Proprio per questo è saggio fermarsi e recuperare lo sguardo sulla ‘cosmologia della paideia cristiana’: una visione che, lungo i secoli, ha saputo rinnovare sé stessa e ispirare positivamente tutte le poliedriche sfaccettature dell’educazione. Fin dalle origini, il Vangelo ha generato “costellazioni educative”: esperienze umili e forti insieme, capaci di leggere i tempi, di custodire l’unità tra fede e ragione, tra pensiero e vita, tra conoscenza e giustizia. Esse sono state, in tempesta, àncora di salvezza; e in bonaccia, vela spiegata. Faro nella notte per guidare la navigazione”.

Iniziamo dalla lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’, che papa Leone XIV ha scritto nello scorso ottobre in occasione del 60^ anniversario della dichiarazione conciliare ‘Gravissimum Educationis’, per un colloquio con p. Gabriele Pedicino, priore della Provincia agostiniana d’Italia, a nove mesi dall’elezione di papa Leone XIV: “Il rimando a papa Leone XIII è stato confermato da papa Leone XIV. Vincenzo Gioacchino Pecci è stato il pontefice dell’enciclica ‘Rerum novarum’ e quindi della questione sociale, dei poveri, degli emarginati: tutti temi che si intrecciano con la biografia di p. Prevost che è stato anche missionario.

Ma appena ho sentito come si sarebbe chiamato, ho subito pensato al legame che papa Leone XIII aveva con gli agostiniani. Non soltanto era nato e cresciuto a Carpineto Romano dove la nostra presenza era significativa, ma è stato vicino alla famiglia agostiniana in molti modi: non ultimo, proclamando sante Rita da Cascia e Chiara da Montefalco o beatificando Angelo da Furci, ma anche ripristinando a Pavia la basilica di san Pietro in Ciel d’Oro dove si trova l’arca con il reliquiario di sant’Agostino”.

‘Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente’ Nel messaggio per la Giornata mondiale per la pace ha invocato una pace ‘disarmata e disarmante’: “Infatti le sue prime parole sono state quelle di Gesù Cristo risorto: ‘La pace sia con voi’. In quasi ogni discorso che fa ritorna la parola pace. Ed oggi parlare di pace è ancora più importante di prima visto come è la situazione mondiale”.

Un altro ‘fronte’ molto interessante per il papa è lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, capace di ‘rivoluzionare’ il mondo, come scrive sempre nella stessa lettera apostolica (‘Il punto decisivo non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza’): per quale motivo pone attenzione a questa ‘rivoluzione’, che è l’Intelligenza Artificiale?

“Perché l’Intelligenza Artificiale sta cambiando il mondo a una velocità impressionante, e la Chiesa si interessa a tutto ciò che tocca concretamente la vita delle persone. Le trasformazioni tecnologiche non sono mai neutre: generano opportunità straordinarie, ma anche rischi profondi, soprattutto per i più fragili. Come papa Leone XIII, con l’enciclica ‘Rerum Novarum’, offrì una lettura profetica della prima rivoluzione industriale, oggi papa Leone XIV con la lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’ raccoglie quell’eredità per interrogarsi sul senso umano e spirituale della rivoluzione digitale. 

Infatti l’Intelligenza Artificiale interroga i fondamenti del vivere insieme: lavoro, giustizia, dignità, relazioni. Il papa desidera orientare questo cambiamento epocale verso il bene comune, offrendo parole e strumenti di discernimento in un tempo che rischia di essere dominato solo da logiche di efficienza e profitto. Potrei affermare che papa Leone XIV prosegua il cammino di papa Francesco e, per certi aspetti, recuperi anche intuizioni di papa Benedetto XVI e di papa san Paolo VI, da cui emerge un’antropologia cristologica capace di un incontro con il mondo”.

Nel XX secolo la Dottrina sociale della Chiesa aiutò i cattolici ad una nuova visione del mondo; in quale modo essa può aiutare i cattolici a capire le sfide del XXI secolo?

“La Dottrina sociale della Chiesa è viva, come ha detto ai membri della Fondazione ‘Centesimus Annus’ papa Leone XIV sulla scia di papa Francesco: ‘L’obiettivo è imparare ad affrontare i problemi, che sono sempre diversi, perché ogni generazione è nuova, con nuove sfide, nuovi sogni, nuove domande’. In un tempo segnato dalla precarietà, dall’automazione e da nuove forme di disuguaglianza, i principi della dottrina sociale (la dignità del lavoro, la centralità della persona, il primato del bene comune) tornano ad essere fondamentali. Ed indicano una direzione chiara: dare voce agli ultimi, ascoltare gli scartati, guardare il mondo con gli occhi di chi ne resta ai margini”.

Quindi per il papa è possibile ‘governare’ l’Intelligenza Artificiale?

“Riprendendo il pensiero di papa Francesco papa Leone XIV ha chiesto una governance multilivello dell’Intelligenza Artificiale, ispirata ai principi della dottrina sociale della Chiesa ma traducibile in termini laici, condivisibili. In tal senso, il papa si richiama al concetto della ‘tranquillità dell’ordine’ proposto da sant’Agostino in ‘De Civitate Dei’. Non basta infatti regolare l’Intelligenza Artificiale, ma occorre regolare anche le sue finalità. La macchina non può essere lasciata sola a dettare l’agenda”.

E da agostiniano nell’esortazione apostolica ‘Dilexi Te’ dedica un paragrafo a sant’Agostino:

“L’inclusione di sant’Agostino nella riflessione sulla storia dell’impegno della Chiesa nei confronti dei poveri è chiaramente inserita qui grazie alla conoscenza che il papa ha di questo dottore della Chiesa. La maggior parte degli esperti di patristica si concentra sulle principali opere teologiche di questo Dottore della Chiesa africano.  Quindi, conoscono e insegnano Agostino basandosi sui suoi scritti principali, come le ‘Confessioni’, ‘La città di Dio’, ‘Sulla Trinità’… In questi documenti, Agostino non mostra chiaramente l’opzione per i poveri.

Tuttavia sant’Agostino è prima di tutto un pastore, quindi il ‘segreto’ per comprendere la sua prassi vissuta si trova nelle sue omelie e nelle sue lettere. Papa Leone XIV conosce bene questo aspetto del pensiero agostiniano, ed è proprio questa prospettiva che mette in luce il punto di vista di sant’Agostino sul mandato evangelico nei confronti dei poveri. E’ interessante notare che il testo biblico che sant’Agostino cita più di ogni altro nelle sue omelie è il capitolo 25 di san Matteo, che contiene l’insegnamento di Gesù sul giudizio universale, dove dice: ‘Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli e sorelle, lo avete fatto a me’. Per Agostino, questo è il criterio principale per seguire Cristo”.

‘Ascolto, umiltà e unità, ecco tre suggerimenti, spero utili, che la liturgia vi dona per questi prossimi giorni’. Nell’apertura del Capitolo generale dello scorso settembre il papa aveva ha richiamato l’ordine agostiniano a non abbandonare queste indicazioni: in quale modo attuarle?

“Ha richiamato la nostra attenzione all’ascolto, che quando diventa autentico inevitabilmente ci porta all’esperienza della comunione e dell’amore, perché quando ascoltiamo non possiamo che obbedire ad una parola, che è quello del maestro interiore, come lo chiamava sant’Agostino, ch ci istruisce nella via della tenerezza praticata con umiltà”.   

Allora cosa significa ‘scoprirsi amati da Dio’?

“Scoprirsi amati da Dio significa avere ogni giorno un buon motivo per vivere; un motore che ci spinge a ricominciare sempre ed anche a diventare dono, perché viviamo di quello che abbiamo ricevuto generosamente; quindi generosamente dobbiamo dare”.

Il 188^ Capitolo Generale Ordinario dell’Ordine di Sant’Agostino ha eletto priore generale p. Joseph Lawrence Farrell: in quale modo porterà la spiritualità agostiniana nel mondo?

“P. Farrell, negli anni precedenti a questa elezione, ha curato l’istituto di spiritualità agostiniana e penso che sia una persona che potrà comunicare il messaggio di sant’Agostino e farne risplendere tutta la sua attualità”.

A quali sfide è chiamato l’ordine agostiniano?

“Sicuramente una sfida è quella sempre più far emergere l’urgenza della comunione e dell’amicizia. I capisaldi della spiritualità agostiniana, esperienze che sant’Agostino ha vissuto nella carne, per cui ha combattuto e lottato. Noi dobbiamo cercare di essere strumenti di comunione, non avendo paura della diversità, ma sono ricchezza quando è vissuta in Cristo”.

(Tratto da Aci Stampa)

Il papa dei semplici, oltre la tempesta la vita

Papa Paolo VI, nato Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini, (Concesio, 26 settembre 1897 – Castel Gandolfo, 6 agosto 1978), fu beatificato nel 2014 e  proclamato santo il 14 ottobre 2018 da papa Francesco. Papa Montini nacque il 26 settembre 1897 in un piccolo paese a nord di Brescia. Era il secondogenito dell’avvocato Giorgio Montini e della giovane della piccola nobiltà rurale Giuditta Alghisi. Nacque nella casa per le vacanze estive dei genitori. Venne battezzato il 30 settembre 1897, giorno in cui morì Santa Teresa di Lisieux, nella chiesa parrocchiale di Concesio (dove ancora oggi è conservato il fonte battesimale originario). Fu battezzato Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini.

I suoi fratelli erano l’avvocato, deputato e senatore della Repubblica Lodovico (1896- 1990) e il medico Francesco(1900 – 1971). Il padre, al momento della nascita del futuro pontefice, era giornalista e  dirigeva il quotidiano cattolico Il Cittadino di Brescia. Nel 1903, a causa della salute cagionevole, venne iscritto come studente esterno nel collegio Cesare Arici di Brescia, retto dai padri Gesuiti. Frequentò la stessa  scuola  fino al liceo classico, partecipando attivamente ai gruppi giovanili degli oratoriani di Santa Maria della Pace. Nel 1907 compì il suo primo viaggio con la famiglia a Roma, in occasione di un’udienza privata di papa Pio X. Nel giugno dello stesso anno ricevette la prima comunione e la cresima. Nel 1916 ottenne la licenza presso il liceo statale Arnaldo da Brescia e nell’ottobre dello stesso anno entrò, come studente esterno, nel seminario della sua città. Dal 1918 collaborò con il periodico studentesco La Fionda, pubblicando articoli di notevole spessore. Nel 1919 entrò nella FUCI. Il 29 maggio 1920 ricevette l’ordinazione sacerdotale nella 

cattedrale di Brescia. il giorno successivo celebrò la sua prima messa nel Santuario di Santa Maria delle Grazie di Brescia, concludendo i suoi studi in quello stesso anno a Milano con il dottorato in diritto canonico. Nel novembre dello stesso anno si trasferì a Roma e studiò Diritto civile,  Diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana. Frequentò i corsi di Lettere e filosofia all’Università statale ed entrò nell’Accademia dei Nobili Ecclesiastici. Nel 1923, iniziò gli studi diplomatici presso la Pontificia accademia ecclesiastica. Su richiesta di papa Pio XI, iniziò così la sua collaborazione con la Segreteria di Stato, rinunciando per sempre all’esperienza parrocchiale da lui desiderata. Nel 1923, fu inviato a Varsavia da giugno alla nunziatura apostolica. Continuò a finanziare anche a distanza le opere della Biblioteca Morcelliana di Brescia, il cui obiettivo principale era  una ‘cultura cristiana ispirata’ per tutti.

Quella di Varsavia fu l’unica esperienza di diplomazia estera di Montini.   Come Achille Ratti prima di lui, Montini dovette confrontarsi con il problema del nazionalismo locale che trattava gli ‘stranieri’ come nemici, in particolare quelli con cui lo stato aveva ‘frontiere comuni, quasi che uno’ cercasse ‘l’espansione del proprio paese a spese degli immediati vicini’. La gente cresceva provando ciò e la  pace diventava ‘un compromesso di transizione tra le guerre’. Quando venne richiamato a Roma, Montini ne fu lieto e disse: ‘Questo conclude un episodio della mia vita, utile certo, ma non una delle esperienze più felici che io abbia mai provato’. A differenza di Giovanni Paolo II, Montini non tornò più in Polonia, nemmeno quando chiese il permesso come papa per un pellegrinaggio mariano. Tale permesso gli venne negato dal governo comunista dell’epoca  perché non era nemmeno natio di quella terra, come nel caso di Giovanni Paolo II.

Rientrato in Italia nel 1924, Montini conseguì le lauree in filosofia, diritto canonico e diritto civile. Nell’ottobre 1925, diventò assistente ecclesiastico nazionale della FUCI. Collaborò con il presidente nazionale, Igino Righetti, nonostante un’iniziale diffidenza tra i due. Tra studenti che vedevano con sospetto la nuova dirigenza imposta forzatamente dalle gerarchie, i due riuscirono a migliorare il loro rapporto. Montini sperimentò ben presto le resistenze opposte da alcuni ambienti della Chiesa, come i Gesuiti, i quali  resero difficile il suo compito e lo portarono a dare le dimissioni in meno di otto anni. 

Le problematiche originavano da divisioni ecclesiastiche sul comportamento da tenere nei confronti del fascismo e sugli atteggiamenti culturali e le scelte educative. Nel 1931, durante il suo lavoro nella FUCI, Montini fu inviato in Germania e Svizzera, per organizzare la diffusione dell’enciclica Non abbiamo bisogno, nella quale Pio XI condannava lo scioglimento delle organizzazioni cattoliche da parte del regime fascista. Nel 1933, concluse il suo impegno come assistente ecclesiastico nazionale della FUCI.

Il 13 dicembre 1937, Montini fu nominato sostituto della Segreteria di Stato. Iniziò a lavorare strettamente con il  cardinale segretario di Stato Eugenio Pacelli. Il 10 febbraio 1939, alle soglie della seconda guerra mondiale, morì papà Pio XI a causa di un improvviso attacco cardiaco. Successiva mente, Pacelli venne eletto pontefice con il nome di Pio XII. Poche settimane dopo, Montini collaborò alla stesura del radiomessaggio di papa Pacelli, andato in onda il 24 agosto, nella speranza di scongiurare la guerra. Durante tutto il periodo bellico, egli svolse un’intensa attività nell’Ufficio informazioni del Vaticano, occupandosi dello scambio di informazioni sui prigionieri di guerra, civili e  militari.

In questo periodo fu l’interlocutore principale delle autonome iniziative segrete  intentate dalla principessa Maria José di Savoia, nuora del re Vittorio Emanuele III, contattare gli  americani  e firmare  una pace separata, seppur senza successo. Il 19 luglio 1943, Montini accompagnò Pio XII nella visita al quartiere di san Lorenzo, colpito dai bombardamenti alleati. A guerra finita, ci furono violentissime polemiche sul ruolo della

Chiesa, in particolare di Pio XII, il quale fu accusato di non aver preso posizione contro il nazismo, in quanto collaborazionista. Montini fu colpito relativamente, nonostante la vicinanza al Papa, in quanto quando i nazisti  occuparono Roma era il Segretario di Stato Luigi Maglione ad intrattenere relazioni con la diplomazia tedesca. Inoltre,  Montini si occupò più volte, a vario titolo, dell’assistenza che la Chiesa forniva ai rifugiati e agli ebrei. Distribuì spesso provvidenze economiche a nome di Pio XII. La chiesa, proprio perché non collaborazionista con gli invasori, riuscì anche a salvare oltre 4 000 ebrei romani dalle deportazioni. Nel1944, dopo la liberazione di Roma, morì il cardinale Maglione e Montini assunse la carica di Pro-segretario di Stato, insieme a Domenico Tardini (futuro segretario di Stato di Giovanni  XXIII). Questo lavoro lo porto a collaborare ulteriormente con Pio XII.

Dopo la guerra, Montini cercò di salvaguardare il mondo cattolico dalla  diffusione delle idee marxiste in modo  meno aggressivo rispetto a molti altri delle stesse idee. Nelle elezioni amministrative appoggiò Alcide De Gasperi, politico che stimava. Il 29 novembre 1952, Pio XII suddivise le funzioni dei due pro-segretari di Stato e affidò a Montini gli affari ordinari. Il 1º novembre 1954, morì dopo Alfredo Ildefonso Schuster. Pio XII  nominò Montini arcivescovo di Milano. Questo provocò diverse discussioni sulle motivazioni del papa al riguardo  che, però, non sono ancora state del tutto chiarite.

Montini divenne vescovo  il 12 dicembre e il 6 gennaio 1955 prese possesso dell’arcidiocesi, sapendo risollevare le precarie sorti della Chiesa lombarda nonostante i problemi economici della ricostruzione, l’immigrazione dal sud, il diffondersi dell’ateismo e del marxismo. Nei primi mesi del suo episcopato, Montini mostrò grande interesse per le condizioni dei lavoratori e contattò personalmente unioni e associazioni e tenne conferenze e relazioni sul tema.

A Milano disse più volte di considerarsi un liberale, chiedendo ai cattolici di non amare  solo chi condivideva la loro fede, ma anche gli scismatici, i protestanti, gli anglicani, gli indifferenti, i musulmani, i pagani, gli atei ecc., iniziando lui stesso ad avere rapporti con un gruppo di chierici anglicani in visita alla cattedrale milanese e con Geoffrey Francis Fisher, arcivescovo di Canterbury.

Fece in modo che  le riforme liturgiche volute da Pio XII fossero portate a compimento anche a livello locale utilizzando anche grandi manifesti affissi per le vie di Milano e provincia che annunciavano la cosiddetta ‘Grande missione di Milano’. Organizzò incontri per predicare in 302 sedi: chiese, fabbriche, case, cortili, scuole, uffici, caserme, ospedali, alberghi… Arrivò a La Scala, la Borsa, il Rotary e il Circolo della Stampa. Tra le sue parole ci furono: ‘Se solo noi potessimo dire Padre Nostro sapendo cosa significhi, noi capiremmo dunque la fede cristiana’.

A ottobre del 1957, Pio XII convocò a Roma Montini perché questi gli riferisse di tale sua nuova attività. in quella occasione presentò al pontefice il Secondo Congresso Mondiale per l’Apostolato Laico. Dopo la morte di Pio XII, venne eletto Giovanni XXIII, il quale stimava da sempre Montini e lo nominò cardinale il 15 dicembre 1958. Angelo Giuseppe Roncalli, nuovo papa,  prima di essere pontefice, scherzando con i familiari, disse: ‘Ora resterebbe solo il papato, ma il prossimo papa sarà l’arcivescovo di Milano’. Alla vigilia del conclave che lo avrebbe eletto, Roncalli disse al suo segretario :‘Se ci fosse stato Montini, non avrei avuto una sola esitazione, il mio voto sarebbe stato per lui’. Così iniziarono i viaggi del futuro papa. Nel 1960, visitò  Brasile, Stati Uniti (come New York, Washington, Chicago, l’Università di Notre Dame in Indiana, Boston, Filadelfia e Baltimora).

Nel 1962 andò in Africa dove visitò il Ghana, il Sudan, il Kenya, il Congo, la Rhodesia, il Sudafrica e la Nigeria. Di ritorno da questa esperienza, Giovanni XXIII gli diede udienza privata pe avere un resoconto della situazione da lui vista personalmente. Durante il pontificato di Roncalli, Montini fu membro attivo della commissione preparatoria del Concilio Vaticano II, aperto con una solenne celebrazione l’11 ottobre 1962. Il Concilio però si interruppe il 3 giugno 1963 per la morte del papa. A questo punto, Montini era visto come possibile pontefice per via dei suoi stretti legami con i due papi precedenti e sue particolari abilità. 

A differenza di Giovanni XXIII, che era giunto al Vaticano all’età di 76 anni, nonostante si sentisse sempre fuori posto negli ambienti professionali della Curia romana del tempo, il sessantacinquenne Montini, conosceva bene i lavori interni all’amministrazione della curia, avendovi preso parte. Montini era visto come buon candidato anche perché non era considerato né di  sinistra  né di destra, ma non era neanche un riformatore radicale, a differenza di altri cardinali papabili. Era la persona più adatta a concludere il Concilio Vaticano II. Montini fu eletto papa al sesto ballottaggio del conclave, il 21 giugno, e scelse il nome di Paolo VI.

Quando il decano del Collegio dei Cardinali Eugène Tisserant gli chiese se accettasse o meno la sua elezione, Montini accettò dicendo ‘Accepto, in nomine Domini’ (“Accetto, in nome del Signore”). Nonostante il conclave avesse avuto delle problematiche tanto da smuovere il cardinale Testa che calmò i detrattori di Montini, tutto andò bene: la fumata bianca apparve alle 11:22, il cardinale Alfredo Ottaviani-  Protodiacono- annunciò l’elezione di Montini. Il nuovo papa apparve alla loggia centrale della Basilica di San Pietro, impartendo la tradizionale benedizione Urbi et Orbi.

L’incoronazione si svolse in piazza San Pietro la sera di domenica 30 giugno. Due giorni dopo la sua elezione, ricevette la visita di John Fitzgerald Kennedy, il primo presidente cattolico degli Stati Uniti, che stava effettuando un viaggio nelle capitali europee. Il colloquio nella biblioteca privata si svolse completamente in inglese. Paolo VI incontrò subito i sacerdoti della sua nuova diocesi e spiegò loro come a Milano egli avesse iniziato il dialogo con il mondo moderno e chiese loro di proseguire questa opera. Sei giorni dopo la sua elezione egli annunciò per questo scopo la riapertura del concilio, prevista già per il 29 settembre 1963.

In un messaggio radio al mondo, Paolo VI richiamò alcune delle virtù dei suoi predecessori: la forza di Pio XI, la saggezza e l’intelligenza di Pio XII e  l’amore di Giovanni XXIII. Tra gli obiettivi di Paolo VI per dialogare con il mondo vi furono: la riforma del diritto canonico, il miglioramento della pace sociale e della giustizia nel mondo. L’unità della cristianità fu uno dei suoi principali impegni come pontefice. Uomo mite e riservato, dotato colto e con una intensa vita spirituale, segui il percorso innovativo iniziato da Giovanni XXIII, concludendo il Concilio Vaticano II. Mentre la società  tendeva a separarsi dalla spiritualità instaurando un difficile rapporto Chiesa-mondo, Paolo VI indicò la fede e l’umanità come strade  per la solidarietà  e il bene comune.

A tal proposito, a soli venti giorni dall’elezione, diede avvio alla missione dell’Associazione Femminile Medico-Missionaria  a Chirundu, in Africa. Un anno prima si era recato personalmente sul posto per stabilire la costruzione di un ospedale missionario che, oggi, porta il suo nome. Continuò a tenere unita la chiesa, nonostante venisse ancora accusato dagli ultratradizionalisti di aperture eccessive, se non addirittura di modernismo. Gli ecclesiastici più vicini al socialismo, invece,  lo incolpavano  di immobilismo. Nel 1964, rinunciò all’uso della tiara papale, mettendola in vendita per aiutare i più bisognosi. Il cardinale Francis Joseph Spellman, arcivescovo di New York, la acquistò con una sottoscrizione che superò il milione di dollari, e da allora è conservata nella basilica dell’Immacolata Concezione di Washington.

Nel 1964, il papà andò per la prima volta  in Terra Santa. Per la prima volta un pontefice viaggiò in aereo e tornava nei luoghi della vita di Cristo. Durante il viaggio indossò la Croce pettorale di San Gregorio Magno, conservata nel Duomo di Monza. In occasione di questa visita Montini abbracciò il patriarca ortodosso di Costantinopoli Atenagora I, recatosi anch’egli in Palestina appositamente per questo incontro. Inoltre, Paolo VI decise di continuare il Concilio Vaticano II  e lo portò a compimento nel 1965. Lo guidò con grande capacità di mediazione, garantendo la solidità dottrinale cattolica e aprendolo  ai temi del Terzo mondo e della pace. Durante il Concilio Vaticano II, i padri conciliari e quanti seguirono le mosse del cardinale Augustin Bea, presidente del Segretariato per l’Unità dei Cristiani, ottennero il pieno supporto di Paolo VI.

Questo  nel tentativo di assicurare che il linguaggio del Concilio fosse amichevole e sensibile anche per  confessioni religiose cristiane non cattoliche (protestanti o gli ortodossi), che, seguendo l’esempio di papa Giovanni XXIII, invitò in rappresentanza a ogni sessione. Il cardinale Bea venne coinvolto anche  nel passaggio del Nostra aetate, che regolò le relazioni tra  Chiesa e religione ebraica. Con la riapertura del Concilio nella seconda sessione, il 29 settembre 1963, Paolo VI disse che una migliore comprensione della Chiesa cattolica,riforme della Chiesa, avanzamento nell’unità della cristianità e dialogo con il mondo erano le quattro priorità da considerare.

Il Papa ricordò ai padri conciliari l’enciclica di  Pio XII, Mystici Corporis Christi e chiese loro di spiegare con parole semplici come la Chiesa vedesse sé stessa. Ricordò che alcuni vescovi orientali non potevano partecipare agli incontri perché non avevano ottenuto il permesso dai loro stati di appartenenza. Domandò perdono alle altre chiese non cattoliche e chiese per le divisioni  createsi nei secoli a causa dei cattolici. Quando il Concilio discusse del ruolo dei vescovi nel papato, Paolo VI inviò una Nota Praevia confermando il primato del papato sui vescovi, ma alcuni dissero che fosse un’interferenza nei lavori del Concilio e vescovi americani fecero pressione per la libertà religiosa. Paolo VI ribadì queste condizioni per un perfetto ecumenismo. Il papa concluse la sessione il 21 novembre 1964, con il pronunciamento formale di Maria come Madre della Chiesa.

Secondo Paolo VI, ‘il più importante e rappresentativo dei proponimenti del Concilio’ era la chiamata universale alla santità, perché ‘tutti i fedeli in Cristo di qualsiasi rango o status’, erano ‘chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione della carità; con questo la santità può essere promossa nella società della terra’. Il 27 marzo 1965, Paolo VI, in presenza di mons. Angelo Dell’Acqua, lesse il contenuto di una busta sigillata, che in seguito rinviò all’Archivio del Sant’Uffizio con la decisione di non pubblicarne il contenuto.

Questa lettera conteneva il Terzo Segreto di Fatima.Il 14 settembre 1965, Paolo VI annunciò la convocazione del Sinodo dei vescovi, come istituzione permanente della chiesa e corpo consigliante del pontefice. Vennero tenuti subito diversi incontri come il Sinodo dei vescovi per l’evangelizzazione del mondo moderno, (1974). Tra la terza e la quarta sessione, il papa annunciò delle riforme imminenti nelle aree della curia romana, una revisione del diritto canonico, la regolamentazione dei matrimoni tra diverse fedi e il controllo delle nascite.

Aprì l’ultima sessione del concilio concelebrando con i vescovi provenienti dai paesi dove la Chiesa era  ancora perseguitata. Durante l’ultima fase del Concilio, Paolo VI annunciò anche l’apertura dei processi di canonizzazione di papa Pio XII e papa Giovanni XXIII. Il 7 dicembre 1965, nell’ambito del Concilio Vaticano II, venne letta la Dichiarazione comune cattolico-ortodossa che revocava le reciproche scomuniche tra le due confessioni, al fine di una riconciliare la Chiesa romana e quella ortodossa. Il concilio si chiuse l’8 dicembre 1965. A Concilio concluso, i contrasti socio politici coinvolsero anche la chiesa fino a sfociare nell’esasperazione delle ideologie nel sessantotto.

Il papà disse: ‘Aspettavamo la primavera, ed è venuta la tempesta’. Nel 1966, Paolo VI abolì, dopo quattro secoli, l’indice dei libri proibiti. Nel 1967, annunciò l’istituzione della Giornata mondiale della pace, che si celebrò la prima volta il 1º gennaio 1968. Trattò il tema del celibato  sacerdotale nell’enciclica Sacerdotalis Caelibatus del 24 giugno 1967. Paolo VI  rivoluzionò le elezioni papali e stabilì che a 80 anni i cardinali perdessero il diritto di voto nei conclavi.

Nell’Ecclesiae Sanctae, il suo motu proprio del 6 agosto 1966, invitò tutti i vescovi a considerare la possibilità del pensionamento dopo il compimento del settantacinquesimo anno di età. Invitò a fare altrettanto anche tutti i cardinali della Chiesa cattolica il 21 novembre 1970. Negli anni successivi rinnovò l’intera curia, riducendo la burocrazia. Nel 1968, col motu proprio Pontificalis Domus, abolì molte delle vecchie funzioni della nobiltà romana alla corte papale, con l’eccezione dei ruoli dei principi assistenti al Soglio pontificio.  Abolì anche la Guardia Palatina e la Guardia nobile.

La Guardia Svizzera restò l’unico corpo militare in Vaticano. Papa Montini dichiarò di non aver mai sentito così pesanti gli oneri del suo alto ufficio come per la causa anti contraccezione. Se la parte laica avesse vinto, si sarebbe impedito  alla vita coniugale la finalità della procreazione. Questa e altre  questioni di tale importanza vennero trattate nella Humanae Vitae del 25 luglio 1968,che fu la sua ultima enciclica. Essa creò un dibattito che divise il mondo  cattolico diviso tra  chi si avvicinava al laicismo e i tradizionalisti. Nonostante si dicesse che la Chiesa non potesse giudicare certi argomenti, il papa cercò di approfondire  in tutti i modi la cosa per

arrivare alle conclusioni. La commissione di studio convocata dal papa si divise: una parte  accettò la ‘pillola cattolica’ (come venne soprannominata), l’altra disse che l’utilizzo degli anticoncezionali violava la legge morale perché, utilizzandoli, la coppia scindeva la dimensione unitiva da quella procreativa. Papa Montini appoggiò questo gruppo,nonostante le critiche, e  riconfermando quanto aveva scritto papa Pio XI nell’enciclica Casti Connubii. Paolo VI. si occupò anche di alcune riforme della liturgia e nella costituzione conciliare Sacrosanctum, Concilium.

Il Concilio Vaticano II aveva chiesto al Papa di rivedere le norme e i testi liturgici del rito romano. Fra le revisioni effettuate dal papa  vi furono quelle apportate ai riti dell’ordinazione di un diacono, un sacerdote e un vescovo del 18 giugno 1968, al Calendario romano generale, apportata il 14 febbraio 1969 e quelle del 15 maggio dello stesso anno circa il  battesimo dei bambini. Il 27 novembre 1970, appena atterrato all’aeroporto di Manila, capitale delle Filippine, il pontefice fu vittima di un attentato da parte del pittore boliviano Benjamín Mendoza y Amor Flores.

Egli si scagliò contro Paolo VI brandendo un kriss e riuscì a ferirlo al costato ma, subito dopo, fu bloccato dal pronto intervento del segretario personale Pasquale Macchi. La maglietta insanguinata indossata dal papa è conservata in un reliquiario realizzato dalla scuola di arte sacra Beato Angelico di Milano ed è stata esposta durante la cerimonia della sua beatificazione. Il 4 ottobre 1970, Paolo VI proclamò dottore della Chiesa santa Caterina da Siena, prima donna nella storia della Chiesa a ricevere questo titolo. Il 16 settembre del 1972, il pontefice fece una breve visita pastorale a Venezia ed  incontrò l’allora patriarca Albino Luciani. Insieme celebrarono la messa.

Come testimoniano parecchie fotografie, al termine della funzione Montini si tolse la stola papale, la mostrò alla folla e, davanti alla piazza, la mise sulle spalle di Luciani, che rimase imbarazzato. Il 24 dicembre 1974 Paolo VI inaugurò l’Anno santo del 1975, dedicato al Rinnovamento e Riconciliazione. La cerimonia di apertura della porta santa fu l’ultima a prevedere l’abbattimento fisico del muro di chiusura, simbolicamente praticato dal pontefice mediante un piccone. Nel corso della manovra, dall’architrave si staccarono pesanti calcinacci, che caddero a poca distanza dal papa così, già nella cerimonia di chiusura, venne eliminato il rito della suggellatura con cazzuola, calce e mattoni.

Paolo VI chiuse  a chiave i due battenti. Dal Giubileo straordinario del 1983, la demolizione del muro venne praticata prima dell’apertura dei battenti. Alla chiusura dell’Anno santo, papa Montini continuò a mostrarsi umile e a favorire l’unità dei cristiani baciando i piedi del capo della delegazione del patriarcato di Costantinopoli.

Paolo VI rimosse la maggior parte degli ornamenti che contraddistinguevano i fasti del papato. Nel 1975, semplificò e modificò sostanzialmente il protocollo dell’incoronazione papale. Il suo successore, Giovanni Paolo I, la abolì lasciando solo la messa di inizio pontificato. Montini fu l’ultimo papa a essere incoronato di fronte ai fedeli.

Il 29 dicembre 1975, la Congregazione per la dottrina della fede, con il documento della Persona Humana, dichiarava contrarie all’etica della fede l’omosessualità e altre pratiche sessuali. Tale atto suscitò la protesta dello scrittore Roger Peyrefitte, cristiano ma apertamente omosessuale che si vendicò dichiarando al settimanale Tempo che il papa fosse ipocrita in  quanto persone nobili il cui nome rimaneva segreto, affermavano che Paolo VI, quando era ancora arcivescovo di Milano, avrebbe avuto una relazione omosessuale con un giovane attore cinematografico.

Durante l’Angelus della Domenica delle Palme, Paolo VI smentì pubblicamente tali affermazioni definendole” cose calunniose e orribili che sono state dette sulla Nostra santa persona”. In tutto il mondo furono organizzate veglie di preghiera per il papà, ma la situazione si gonfiò. Ulteriormente. Il 17 settembre 1977, Paolo VI si recò nella città di Pescara in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale. Fu una delle sue ultime visite fuori dal territorio romano, ma rimase impressa perché proprio poco prima che la messa cominciasse, la pioggia battente fu sostituita da un cielo limpido e dall’arcobaleno. Questo fu preso come un segno molto particolare. Durante il sequestro Moro il papa implorò personalmente e pubblicamente, con una lettera diffusa su tutti i quotidiani nazionali il 21 aprile, la liberazione ‘senza condizioni’ dello statista e caro amico Aldo Moro, rapito  delle Brigate Rosse.

A nulla valsero le sue parole e il pontefice, suo malgrado, fu costretto a partecipare al funerale dal suo amico. Nonostante le critiche, Montini,provato dall’evento, recitò un’omelia ritenuta da alcuni una delle migliori della Chiesa moderna. Infatti, nonostante esprimesse un profondo rammarico, la predica del papa mostrava un grande atto di affidamento al Signore. Tra la primavera e l’estate del 1978, la salute del papa peggiorò progressivamente. Paolo VI si spense alle 21:40 del 6 agosto 1978, nella residenza di Castel Gandolfo, a causa di un edema polmonare. Aveva 80 anni, ma lasciò un testamento scritto il 30 giugno 1965, con due successive lievi aggiunte. Esso fu reso noto cinque giorni dopo la morte. In esso egli il raccontò sé stesso e ringraziò per la vita al servizio della chiesa e di Dio. Un ultimo pensiero fu lasciato anche per i poveri, i giovani e i cercatori di giustizia, unendo  sincerità e di amore.

«Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara. […] Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite? […] E sento che la Chiesa mi circonda: o santa Chiesa, una e cattolica ed apostolica, ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto d’amore […] ai Cattolici fedeli e militanti, ai giovani, ai sofferenti, ai poveri, ai cercatori della verità e della giustizia, a tutti la benedizione del Papa, che muore».

Così finì il pontificato di un grande uomo che, pur appoggiando il rinnovamento della chiesa, continuava a battersi per la ‘tutela della fede’ e la ‘difesa della vita umana’. Montini si dimostrò umile anche nelle richieste circa il funerale e la sepoltura: «[…] i funerali: siano pii e semplici […] La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me.» La salma, rivestita senza sfarzo, fu esposta per tre giorni all’omaggio dei fedeli dinnanzi al baldacchino di San Pietro, come da indicazioni testamentarie.

La salma di Montini, ricomposta causa decomposizione causata da vari eventi tra cui la calura estiva, riposa in una bara semplicissima,che fu deposta a terra sul sagrato. Sopra di essa venne posto un Vangelo aperto. Terminata la cerimonia, la cassa, inserita in altre due casse di zinco e legno, fu tumulata nelle Grotte Vaticane. Montini ottenne varie onorificenze italiane e straniere quali la medaglia d’argento al merito della Croce Rossa Italiana «Per l’opera di soccorso svolta durante la seconda guerra mondiale». Ricevette riconoscimenti accademici quali la laurea honoris causa in Giurisprudenza dall’Università di Notre Dame, South Bend in  Indiana (Stati Uniti d’America).

Cosa resta dell’ultimo anno di pontificato di papa Francesco: la preghiera davanti alla tomba di Re Baldovino del Belgio

La preghiera di Papa Francesco (1936-2025) davanti alla tomba del re Baldovino di Sassonia Coburgo Gotha (1930-1993), è una delle istantanee più suggestive del viaggio apostolico di Bergoglio in Belgio, Paese visitato tra il 26 e il 29 settembre, dopo una breve tappa in Lussemburgo.

In tale occasione il Pontefice ha elogiato pubblicamente il coraggio del sovrano per aver scelto nel 1990 di «lasciare il suo posto da Re per non firmare una legge omicida», ovvero quella che ha legalizzato l’aborto in Belgio. Per la pubblica testimonianza in favore della vita Papa Francesco ha auspicato che la causa di beatificazione di colui che è stato Re del Belgio per oltre quarant’anni (dal 1951 al 1993) proceda e, dopo la scomparsa di Bergoglio, ci auguriamo davvero che tale indicazione abbia seguito.

A tal fine la pubblicazione avvenuta la scorsa settimana, a firma del giornalista Fulvio Fulvi, di una nuova e ben documentata biografia di Baldovino (Edizioni Ares, Milano 2025, pp. 144, euro 16), non può che fare piacere. Del resto questo sovrano è stato un personaggio molto amato, in patria e non solo, per le sue doti di equilibrio e saggezza, capacità di ascolto e servizio.

Al suo funerale, il 7 agosto 1993, la nazione intera si è stretta intorno a lui e nella sua omelia il primate del Belgio, il cardinale Godfried Danneels (1933-2019), ha pronunciato a suo riguardo parole forti e solenni dando eco ai sentimenti di molti. «Vi sono Re che sono più che Re -ha detto fra l’altro -: sono i pastori del loro popolo. Non si limitano a regnare, amano, fino a dare la propria vita. Tale è stato Re Baldovino. Egli amava. La sua intelligenza politica affondava le proprie radici profonde nel cuore, il suo savoir-faire gli derivava dalla sua forza d’amare. Il segreto del suo regno era il suo cuore.

È stato un Re secondo il cuore degli uomini. Ci amava, noi l’amavamo. Quest’uomo discreto, silenzioso, sempre sorridente, infinitamente delicato, aveva un cuore largo come le spiagge lungo il mare. Vi nascondeva tutte le gioie e tutte le sofferenze del suo Paese e del suo popolo. Quest’uomo portava in sé un calore, una capacità di ascolto ed empatia difficilmente immaginabili».

Baldovino di Sassonia Coburgo Gotha, comunque, è stato una personalità autorevole e influente non solo per il Belgio ma anche per la storia dell’Europa del secondo Novecento. Nel libro di Fulvi si ripercorrono a questo proposito eventi significativi come la deportazione del futuro re con la famiglia durante il dominio del continente da parte del nazionalsocialismo, gli anni del collegio svizzero e, soprattutto, la sua salita al trono poco più che ventenne. Nel 1951 il nuovo Re dovette affrontare la grave crisi in cui versava la sua nazione dopo la Seconda guerra mondiale che cercò di rimediare con equilibrio, saggezza e lungimiranza. In seguito, si adoperò con convinzione e da protagonista per l’ingresso del Belgio nell’Ue e nell’Alleanza Atlantica.

Figura indelebile della vita di Baldovino è naturalmente quella della moglie, la regina Fabiola. Compagna inseparabile di vita e di fede e sua prima confidente, ebbe un ruolo di primo piano anche nello snodo più importante (dal punto vista etico e valoriale) del suo regno, ovvero quando, nel 1990, Baldovino sospese il suo incarico piuttosto che firmare la legge favorevole all’aborto votata dal Governo. In questa decisione risultò decisivo l’incontro segreto che i sovrani ebbero con un frate al santuario di Loreto. È questo il “gran rifiuto” di Baldovino, lodato da Papa Francesco durante la sua visita pastorale a Bruxelles, nella quale ha avuto anche modo, come accennato, di sollecitare ai vescovi locali l’apertura del processo per la beatificazione del re.

Fulvio Fulvi, giornalista e scrittore, ha lavorato per le redazioni Interni e Agorà del quotidiano cattolico Avvenire. È autore di numerose biografie e saggi sul cinema, tra i quali: Poliziotti senza paura. Stelvio Massi e il cinema d’azione (Il Foglio Letterario 2010); Il desiderio nasce dallo sguardo. Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme (Unmondoaparte 2012), Il vero volto di don Camillo. Vita & Storie di Fernandel (Ares 2015); Lo spirito di Giulietta Masina, storia di un’antidiva (Edizioni La Fronda 2021); Graham Greene. Il tormento e la fede (Ares 2023).

Da Cascia un invito ad essere costruttrici di pace

Domani Cascia celebra la festa di santa Rita, una delle sante più amate nel mondo, simbolo di perdono, pace e speranza: un appuntamento spirituale e popolare che ogni anno richiama migliaia di pellegrini da tutto il mondo. A rendere ancora più speciale l’edizione di quest’anno è un ricordo particolarmente significativo: nel 2024 a presiedere il pontificale fu il card. Robert Prevost, oggi papa Leone XIV, da sempre profondamente legato alla comunità del monastero di Cascia, come ha sottolineato suor Maria Grazia Cossu, madre badessa del Monastero:

“Solo un anno fa l’allora cardinale Prevost era qui con noi per celebrare la festa di santa Rita, come ave-va fatto già in passato da priore generale e da vescovo. E’ sempre stato molto vicino alla nostra comunità. Per noi è una doppia festa: la Chiesa ha un nuovo successore alla cattedra di Pietro, e questo papa viene dalla nostra famiglia agostiniana. Abbiamo un papa in famiglia”.

Cresce dunque la speranza di poter accogliere il nuovo pontefice a Cascia, come ha sottolineato p.  Giustino Casciano, rettore del santuario di santa Rita da Cascia: “Sabato 24 maggio celebreremo il 125° anniversario della canonizzazione di santa Rita da parte di papa Leone XIII Speriamo, con tutto il cuore, che papa Leone XIV possa venire proprio in quell’occasione. Sarebbe un evento straordinario per tutta la comunità di Cascia, che attende con trepidazione la visita del primo pontefice agostiniano della storia”.

Nel frattempo ieri sono state presentate le quattro ‘Donne di Rita’, cui oggi è stato assegnato il prestigioso ‘Riconoscimento Internazionale Santa Rita’, che dal 1988 dà visibilità e voce a donne che, come la santa casciana, vivono nella quotidianità valori universali come la pace, il dialogo, la solidarietà, il perdono. Persone comuni ma capaci, spesso nel silenzio, di trasformare la sofferenza in forza, l’ingiustizia in impegno, la fede in speranza concreta per sé e per gli altri. Le figure che, con la loro testimonianza di vita, incarnano i valori della ‘Santa degli impossibili’ sono: Marina Mari, suor Rita Giaretta, Yuliia Kurochka e Vittoria Scazzarriello.

Introducendo le premiate la madre badessa ha evidenziato la ‘gioia’ per il riconoscimento di questo premio alle quattro donne: “E’ una gioia avervi qui per condividere questi giorni di grande festa con santa Rita. Vengo a voi portando il saluto non solo mio, ma di tutta la Comunità monastica. Nel silenzio della nostra vita, offriamo ogni giorno la nostra preghiera, perché la pace possa ritrovare spazio nei cuori e tra i popoli, fondata sulla riconciliazione, sul perdono, sull’amore concreto”.

In questo modo è possibile costruire una pace duratura, come è stato sottolineato da papa Leone XIV: “Lo stesso richiamo con il quale Papa Leone XIV ha voluto iniziare il suo pontificato petrino nel suo primo Regina Coeli, rivolgendosi al mondo intero. Un appello chiaro che risuona con forza in un mondo ferito da troppi conflitti: Mai più la guerra! Si faccia il possibile per giungere al più presto a una pace giusta e duratura”.

Tale pace è stata vissuta da santa Rita: “Quella stessa pace che ha animato la vita di santa Rita, donna di dialogo, di speranza e di perdono. L’esempio di santa Rita ancora oggi risuona e continua a parlarci, e chiede a ciascuno di noi di essere portatori del Suo messaggio. Ed è con questo spirito che ogni anno la nostra festa si apre con il Riconoscimento Internazionale ‘Donne di Rita’. Dal 1988 premiamo donne che, in silenzio e con coraggio, rendono visibili nella vita quotidiana i valori che Santa Rita ci ha lasciato in eredità”.

Ecco, quindi, il motivo della scelta di queste quattro donne premiate: “Donne molto diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa scelta di vita fatta da santa Rita: quella di guardare nella direzione dell’Amore, l’Unico che può condurre alla Pace vera e duratura. In Yuliia Kurochka, Marina Mari, suor Rita Giaretta, Vittoria Scazzarriello riconosciamo il volto attuale di santa Rita, che continua a vivere attraverso gesti concreti di perdono, solidarietà e cura dell’altro. Il Riconoscimento è un segno di gratitudine e un invito a credere che anche oggi è possibile costruire il bene, custodire la Speranza, essere artigiani di pace”.

Suor Cossu ha concluso il suo intervento con la richiesta di aiuto a santa Rita: “A santa Rita chiediamo che ci aiuti nel nostro quotidiano ad essere persone pacificate e pacificanti, capaci di donare serenità e gioia là dove siamo chiamati a vivere, per essere (come lei) seminatori di speranza, di pace, di perdono e di riconciliazione ed amore”.

Prima del conferimento delle onorificenze sono state presentate le quattro donne ‘premiate’: Marina Mari, che è cresciuta nell’Alveare del Monastero di Santa Rita come ‘Apetta’, in quanto nel 2003 mentre si recava al lavoro, ha avuto un grave incidente stradale che le ha causato danni psico-fisici permanenti: invece di chiudersi nella sofferenza, Marina ha trovato la forza per donarsi ancora più agli altri. Riceve il riconoscimento internazionale Santa Rita da Cascia 2025 per aver trasformato una profonda sofferenza personale in impegno a servizio degli altri, diventando voce per chi non ha voce, in particolare per le donne e i lavoratori più fragili.

Suor Rita Giaretta, Originaria del vicentino, vive oggi a Roma, nel quartiere Tuscolano, dove al sesto piano di Casa Magnificat accoglie le donne vittime della tratta, offrendo loro non solo rifugio ma una concreta possibilità di rinascita. Riceve il riconoscimento internazionale Santa Rita da Cascia 2025 per aver donato la propria vita all’accoglienza e al riscatto di queste donne, restituendo loro dignità, libertà e futuro.

Yuliia Kurochka, ha 47 anni, è cristiana ortodossa, membro della Comunità di Sant’Egidio e rifugiata a Roma dal marzo 2022: riceve il riconoscimento Internazionale Santa Rita 2025 per aver scelto la via della pace e del servizio anche nella tragedia della guerra, aiutando altri rifugiati e diventando artigiana di riconciliazione e speranza credendo nel potere del dialogo e del cuore che non si chiude alla sofferenza altrui.

Vittoria Scazzarriello, medico di origini tarantine, ha vissuto la malattia del marito con spirito profondamente cristiano, facendo della sua esistenza una testimonianza autentica di amore, sacrificio e fede. Riceve il riconoscimento Internazionale Santa Rita per aver vissuto con amore, forza e fede la prova della malattia del marito, trasformando il dolore in dono e la cura in vocazione.

Domani 22 maggio, giorno della festa liturgica di santa Rita, il momento più atteso sarà il solenne pontificale, in programma alle ore 11.00 presso la Sala della Pace, presieduto dal card. Baldassare Reina, vicario generale per la diocesi di Roma e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Teologico ‘Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia’.

Ed in questi giorni la Fondazione ‘Santa Rita da Cascia’ ha lanciato la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi, ‘Un gesto di fede, un dono di grazia’ a sostegno del progetto ‘Dopodinoi’, un innovativo modello di cohousing con tecnologie assistive per 12 giovani adulti con disturbi dello spettro autistico. Sarà uno dei primi casi in Italia, una ‘casa del futuro’ per cui si prevedono spazi e arredi interni integrati con la domotica: un’iniziativa concreta per dare risposta alla più grande preoccupazione delle famiglie per il futuro dei propri figli. Chi contribuirà al progetto con una donazione minima di € 16 riceverà l’anello della ‘Festa di Santa Rita’, inciso con la sua rosa simbolo. Per maggiori informazioni festadisantarita.org.

Il dopo-Inizio Pontificato di Leone XIV: il ‘ritorno’ dell’amore alla Chiesa e al Papa da parte del Popolo di Dio

Domani mattina, V domenica di Pasqua, Leone XIV celebrerà sul sagrato della Basilica di San Pietro a partire dalle 10 la Santa Messa per l’Inizio del Ministero Petrino del Vescovo di Roma. Molti i patriarchi, cardinali, sacerdoti e diaconi che concelebreranno assieme al Santo Padre, alla presenza di rappresentanti della politica e delle istituzioni di tutto il mondo, oltre a leader di diverse fedi e religioni e circa 250mila fedeli attesi.

La celebrazione solenne sarà anche l’occasione per indicare le linee programmatiche del Pontificato di Papa Prevost che, la prossima settimana, “prenderà possesso” della Basiliche Papali di San Paolo Fuori le Mura (martedì 20 maggio, alle ore 17.00) e di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore (domenica 25 maggio, ore 17.00 e 19.00). Sabato 31 maggio, infine, nel giorno in cui la Chiesa festeggia la Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta, Leone XIV celebrerà alle 10 la Messa nella Basilica di San Pietro durante la quale ordinerà alcuni sacerdoti.

I desideri di comunione e di fervente amore al vicario di Cristo, come stiamo vedendo in questi giorni, stanno crescendo nel Popolo di Dio e, da molti sacerdoti e laici, sono accolti come un dono di Dio che ciascuno dovrebbe saper apprezzare. L’amore verso il Papa, infatti, è indissolubile da quello alla Chiesa e, se deperisce o decade l’uno, deperisce o decade anche l’altro, come la storia e l’esperienza insegnano. Il passare del tempo, soprattutto, non contribuisce in tanti fedeli ad alimentare e a far fruttificare i semi dell’amore alla Chiesa e al Papa sparsi da Dio nella loro anima nel momento del battesimo, dell’ordinazione o degli altri “momenti forti” del cammino di Fede.

Nel post-Concilio, poi, sono abbondate opere teologiche sedicenti “originali” che, presentate come base per il necessario percorso del rinnovamento ecclesiologico dello scorso secolo, hanno progressivamente inaridito la devozione al Papa e alla Chiesa di parte della “élite” cattolica e/o ecclesiale e, di conseguenza dello stesso Popolo di Dio.

Con questo non vogliamo affermare che all’origine di tale involuzione ci sia stato il Concilio Vaticano II, ma sicuramente quello che ci è stato spacciato come ‘spirito del Concilio’, riflesso in tanti libri di teologia prodotti nella serena quiete di una scrivania, ha allontanato la pastorale da quei temi e strumenti che in passato hanno aiutato a far incidere la Fede nella vita concreta.

Per esempio la necessità che la fede porti ad accettare che Cristo ha stabilito la dimensione istituzionale (sacramenti, gerarchia, ecc.), come mezzo di salvezza, strumento di una mediazione di grazia. La Chiesa, quindi, «è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Costituzione Dogmatica Lumen gentium, n. 1).

L’amore alla Chiesa e al Papa che appare in crescita nelle tante manifestazioni di gioia e riconoscenza per l’elezione del nuovo Pontefice appaiono certamente una incoraggiante testimonianza di ripresa in molti dell’amore alla Chiesa e al Vicario di Cristo. I sentimenti e le manifestazioni cui assistiamo, però, non sono garanzia di frutti duraturi. Spetta a noi Popolo di Dio, inteso come sacerdoti e laici, l’impegno di alimentare e approfondire questi “segni” così da provare a suscitare la fede in opera, ovvero un cammino pieno di carità e attenzioni nel cuore di nostri amici, familiari, colleghi, conoscenti etc..

L’amore alla Chiesa e al Romano Pontefice, quindi, non solo dovrebbero ritornare ad essere oggetto di trattato e pubblicazioni di carattere apologetico, ma anche di iniziative culturali e sociali che possano alimentare questa “apertura di credito” di una società, come quella occidentale, che risulta chiaramente per molti aspetti post-cristiana ma non anti-cristiana. Come fare? Anzitutto astenendosi dall’opinionismo diffuso su come o cosa un Pontefice dovrebbe fare per esercitare la sua missione universale. Sarebbe invece il caso, dai pulpiti come negli uffici oppure nei media cattolici, di condividere la gioia personale di servire la Chiesa così come la Chiesa desidera essere servita.

Nelle più semplici ed elementari affermazioni come nei comportamenti o negli scritti, può essere infatti espressa senza clericalismo e secondo le forme contemporanee della comunicazione pubblica la ricchezza secolare della fede della Chiesa. Ai fedeli, in definitiva, anderebbe testimoniato e riproposto un insegnamento indispensabile. Ovvero che il mondo nel quale siamo immersi, non è qualcosa di occasionale dal quale difendersi o ‘far fronte’, bensì la materia della personale ricerca di santità e il modo specifico del comune sforzo per l’edificazione del bene comune.

La prima manifestazione dell’amore per la Chiesa e per il Papa consisterà allora nel cercare di abbellire le nostre case, le nostre comunità ecclesiali o professionali etc. con le virtù di cui, ciascuno di noi-figli di Dio, siamo in grado di compiere il lavoro ed i doveri ordinari di ogni giorno. Questo è, in definitiva, il presupposto per la ri-umanizzazione della società anche nel XXI secolo: non è possibile essere pienamente cristiano e cattolico senza un profondo amore per la Chiesa e per il Papa.

Tutta la condotta cristiana deve lasciarsi impregnare di un amoroso sentire cum Ecclesia, traduzione visibile dell’unione feconda dei tralci con la Vite, Cristo (cfr. Gv 15,5). E, come criterio immediato di questa vita di comunione, il cristiano guarda al Vescovo di Roma, il fondamento dell’amore alla Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo.

Card. Re: un papa per il bene della Chiesa

Ieri, alla vigilia dell’inizio del conclave, i cardinali riuniti in Vaticano per l’elezione del nuovo Pontefice, hanno esortato ad un cessate il fuoco nei luoghi dove sono in corso conflitti: “Noi Cardinali di Santa Romana Chiesa, riuniti in Congregazione Generale prima dell’inizio del Conclave, costatato con rammarico che non si sono registrati progressi per favorire i processi di pace in Ucraina, in Medio Oriente e in tante altre parti del mondo, anzi che si sono intensificati gli attacchi specialmente a danno della popolazione civile, formuliamo un sentito appello a tutte le parti coinvolte affinché si giunga quanto prima ad un cessate il fuoco permanente e si negozi, senza precondizioni e ulteriori indugi, la pace lungamente desiderata dalle popolazioni coinvolte e dal mondo intero. Invitiamo tutti i fedeli a intensificare la supplica al Signore per una pace giusta e duratura”.

Mentre questa mattina nella Messa ‘pro eligendo Pontifice’, celebrata nella Basilica Vaticana, alla presenza di 5.000 fedeli con 220 porporati il card. Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, ha sottolineato l’assiduità della prima comunità cristiana nella preghiera: “Negli Atti degli Apostoli si legge che, dopo l’ascensione di Cristo al cielo e in attesa della Pentecoste, tutti erano perseveranti e concordi nella preghiera insieme con Maria, la Madre di Gesù.

E’ proprio quello che anche noi stiamo facendo a poche ore dall’inizio del Conclave, sotto lo sguardo della Madonna posta a fianco dell’altare, in questa Basilica che si eleva sopra la tomba dell’Apostolo Pietro. Percepiamo unito a noi l’intero popolo di Dio col suo senso di fede, di amore al Papa e di fiduciosa attesa”.

E’ stata un’invocazione allo Spirito Santo per un papa ‘giusto’ per questo momento storico: “Siamo qui per invocare l’aiuto dello Spirito Santo, per implorare la sua luce e la sua forza perché sia eletto il Papa di cui la Chiesa e l’umanità hanno bisogno in questo tornante della storia tanto difficile e complesso.

Pregare, invocando lo Spirito Santo, è l’unico atteggiamento giusto e doveroso, mentre i Cardinali elettori si preparano ad un atto di massima responsabilità umana ed ecclesiale e ad una scelta di eccezionale importanza; un atto umano per il quale si deve lasciar cadere ogni considerazione personale, e avere nella mente e nel cuore solo il Dio di Gesù Cristo e il bene della Chiesa e dell’umanità”.

Proprio nel momento culminante Gesù infonde negli apostoli un comandamento nuovo: “E’ il messaggio dell’amore, che Gesù definisce comandamento ‘nuovo’. Nuovo perché trasforma in positivo e amplia grandemente l’ammonimento dell’Antico Testamento, che diceva: ‘Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te’.

L’amore, che Gesù rivela, non conosce limiti e deve caratterizzare i pensieri e l’azione di tutti i suoi discepoli, i quali nel loro comportamento devono sempre mostrare un amore autentico e impegnarsi per la costruzione di una nuova civiltà, quella che Paolo VI chiamò ‘civiltà dell’amore’. L’amore è la sola forza capace di cambiare il mondo”.

E l’amore di Gesù per il mondo è dimostrato nella lavanda dei piedi: “Gesù ci ha dato l’esempio di questo amore all’inizio dell’ultima cena con un gesto sorprendente: si è abbassato al servizio degli altri, lavando i piedi agli Apostoli, senza discriminazioni, non escludendo Giuda che lo avrebbe tradito.

Questo messaggio di Gesù si ricollega a quanto abbiamo ascoltato nella prima lettura della Messa, nella quale il profeta Isaia ci ha ricordato che la qualità fondamentale dei Pastori è l’amore fino al dono completo di sé”.

Dalle letture odierne è evidente i ‘compiti’ del papa: “Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: comunione di tutti i cristiani con Cristo; comunione dei Vescovi col Papa; comunione dei Vescovi fra di loro. Non una comunione autoreferenziale, ma tutta tesa alla comunione fra le persone, i popoli e le culture, avendo a cuore che la Chiesa sia sempre ‘casa e scuola di comunione’. E’ inoltre forte il richiamo a mantenere l’unità della Chiesa nel solco tracciato da Cristo agli Apostoli. L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo”.

Quindi nell’elezione papale è sempre Pietro che tramanda la fede: “L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’Apostolo Pietro che ritorna. I cardinali elettori esprimeranno il loro voto nella Cappella Sistina, dove (come dice la costituzione apostolica ‘Universi dominici gregis’) ‘tutto concorre ad alimentare la consapevolezza della presenza di Dio, al cui cospetto ciascuno dovrà presentarsi un giorno per essere giudicato’.

Nel Trittico Romano papa Giovanni Paolo II auspicava che, nelle ore della grande decisione mediante il voto, l’incombente immagine michelangiolesca di Gesù Giudice ricordasse a ciascuno la grandezza della responsabilità di porre le ‘somme chiavi’ nelle mani giuste”.

Il card. Re ha concluso l’omelia con le invocazioni allo Spirito Santo: “Preghiamo quindi perché lo Spirito Santo, che negli ultimi cento anni ci ha donato una serie di Pontefici veramente santi e grandi, ci regali un nuovo Papa secondo il cuore di Dio per il bene della Chiesa e dell’umanità.

Preghiamo perché Dio conceda alla Chiesa il Papa che meglio sappia risvegliare le coscienze di tutti e le energie morali e spirituali nella società odierna, caratterizzata da grande progresso tecnologico, ma che tende a dimenticare Dio.

Il mondo di oggi attende molto dalla Chiesa per la salvaguardia di quei valori fondamentali, umani e spirituali, senza i quali la convivenza umana non sarà migliore né portatrice di bene per le generazioni future. La Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, intervenga con la sua materna intercessione, perché lo Spirito Santo illumini le menti dei cardinali elettori e li renda concordi nell’elezione del papa di cui ha bisogno il nostro tempo”.

Mentre nel pomeriggio è stato pronunciato ‘Extra omnes!’ (Fuori tutti) da parte da parte del Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, mons. Diego Ravelli, con cui ha inizio ufficialmente il Conclave attraverso il giuramento di tutti i 133 cardinali elettori:

“Parimenti, promettiamo, ci obblighiamo e giuriamo che chiunque di noi, per divina disposizione, sia eletto Romano Pontefice, si impegnerà a svolgere fedelmente il munus Petrinum di Pastore della Chiesa universale e non mancherà di affermare e difendere strenuamente i diritti spirituali e temporali, nonché la libertà della Santa Sede”, continua ancora il giuramento solenne in Sistina.

Soprattutto, promettiamo e giuriamo di osservare con la massima fedeltà e con tutti, sia chierici che laici, il segreto su tutto ciò che in qualsiasi modo riguarda l’elezione del Romano Pontefice e su ciò che avviene nel luogo dell’elezione, concernente direttamente o indirettamente lo scrutinio; di non violare in alcun modo questo segreto sia durante sia dopo l’elezione del nuovo Pontefice”.

 (Foto: Santa Sede)

Il card. Sandri ringrazia papa Francesco per il servizio

“Cristo è Risorto! Con ancora più emozione entro una celebrazione di suffragio quale è quella dei Novendiali, cantiamo l’Alleluia Pasquale, quel canto che è risuonato dalla voce del diacono ‘Nuntio vobis gaudium magnum quod est Alleluia’, anche in questa Basilica che pochi istanti prima della Veglia era stata visitata dal Santo Padre Francesco. In modo pensiamo inconsapevole egli si preparava ad attraversare un altro Mar Rosso, un’altra notte che la Resurrezione di Cristo ci consente di chiamare beata, la notte di cui è detto ‘et nox sicut dies illuminabitur’. Tra pochi giorni, il Cardinale Proto Diacono utilizzerà una formula simile, annunciando alla Chiesa e al mondo il gaudium magnum di avere un nuovo Papa: è a partire dall’esperienza pasquale di Cristo che trova senso il ministero del Successore di Pietro, chiamato in ogni tempo a vivere le parole appena ascoltate nel vangelo”.

L’omelia del card. Leonardo Sandri, vice decano del Collegio cardinalizio, nel quinto giorno dei novendiali è orientata al significato di servizio: “Uno dei titoli che la tradizione attribuisce al Vescovo di Roma infatti è quello di ‘Servus Servorum Dei’, amato da san Gregorio Magno sin da quando era soltanto diacono, a ricordare questa costante verità: la liturgia ce lo ricorda nei segni esteriori, quando nelle celebrazioni più solenni indossiamo sotto la casula la tunicella, ricordo del nostro dover sempre rimanere diaconi, cioè servitori”.

Tale servizio è stato applicato dal papa: “Lo ha vissuto Papa Francesco, scegliendo diversi luoghi di sofferenza e solitudine per compiere la lavanda dei piedi durante la Santa Messa in Coena Domini, ma anche mettendosi in ginocchio e baciando i piedi dei leader del Sud Sudan, implorando il dono della pace, con quello stesso stile per molti ritenuto scandaloso, ma fortemente evangelico, con il quale san Paolo VI il 4 dicembre di cinquant’anni fa in cappella Sistina si mise in ginocchio baciando i piedi di Melitone, Metropolita di Calcedonia.

La tradizione della Chiesa cari confratelli cardinali ci suddivide in tre ordini: vescovi, presbiteri e diaconi, ma tutti siamo chiamati comunque a servire, testimoniando il Vangelo usque ad effusionem sanguinis¸ come abbiamo giurato il giorno della creazione cardinalizia ed è significato dalla porpora che indossiamo, offrendo noi stessi, collegialmente e come singoli, come primi collaboratori del Successore del beato apostolo Pietro”.

Per questo il card. Sandri ha sottolineato il passaggio di Gesù a Gerusalemme: “Dopo il vertice della Trasfigurazione, il cammino verso la realizzazione delle profezie nella Pasqua a Gerusalemme; dopo la Pasqua l’attesa dello Spirito a Pentecoste, con la pienezza del dono dello Spirito l’inizio della Chiesa. Noi viviamo il passaggio tra la conclusione della vita del Successore di Pietro, Papa Francesco e il compimento della promessa affinchè con la nuova effusione dello Spirito la Chiesa di Cristo possa continuare il suo cammino tra gli uomini con un nuovo Pastore…

In qualche modo Papa Francesco lascia questa parola anche al Collegio Cardinalizio, composto di giovani e di più anziani, in cui tutti possano lasciarsi ammaestrare da Dio, intuire il sogno che Egli ha sulla sua Chiesa e cercare di realizzarlo con giovane e rinnovato entusiasmo”.

Per questo ‘sogno’ Pax Christi ha ringraziato papa Francesco: “Ti diciamo … GRAZIE! per aver indicato a questa Chiesa, nei tuoi 12 anni di servizio come Pietro, le strade della luce della fede, della gioia del Vangelo, della lode a Dio-Creatore, della bellezza della fraternità, della gioia dell’amore nuziale, dell’amore di Cristo per noi e di aver spalancato le porte della Speranza!

Ti diciamo …GRAZIE! per aver quasi spinto questa Chiesa sulle strade non facili dell’incontro con il mondo, mettendola in guardia dal cedere alla mondanità materiale o spirituale, con uno sguardo di amore per gli ultimi, per i poveri, per gli scartati, per gli emarginati, per i sofferenti e, come ospedale da campo, ad accogliere e a prendersene cura con dolcezza e tenerezza.

Ti diciamo …GRAZIE! per aver provocato questa Chiesa ad incamminarsi ‘sui sentieri di Isaia’ e a scalare il monte delle Beatitudini con le vette della mitezza, della nonviolenza e dell’artigianato della pace. Hai denunciato l’ipocrisia, la stupidità e la violenza di una politica e di una economia che ‘aliene da razionalità’ producono e vendono armi che generano guerre, morti, devastazioni e criminali profitti”.

Un ringraziamento per l’accoglienza e l’incoraggiamento: “Ti diciamo …un ultimo GRAZIE! per quell’indimenticabile 12 gennaio 2019 quando ci hai accolti, incontrati, come Consiglio Nazionale di Pax Christi, e incoraggiati a continuare ad essere educatori e costruttori di pace. Ti ascoltammo con molta attenzione e ci confidasti la tua ostinazione nel condannare le armi nucleari, (‘anche se non mi ascoltano’) ricordandoci che non solo l’uso ma anche il possesso è immorale!”

Anche l’ong Aifo ha ringraziato il papa perché ha riportato al centro le periferie: “Ha scritto quattro encicliche, tutte importanti, nella ‘Laudato sì’ ci chiama alla responsabilità verso il creato, ma nella “Fratelli tutti” ci ha concretamente mostrato il suo pensiero, che incarna l’amore di Dio per l’uomo.

E’ il Papa della pace, del dialogo con tutti, in particolare con i non credenti, e con tutte le religioni, un dialogo improntato sull’umanità, sul rifiuto della forza e delle armi, sulla condanna costante della guerra, del terrore, della disumanità di atti che purtroppo continuano ad uccidere e ad offendere la dignità dell’essere persona.  Ci ha lasciato come ha sempre vissuto, ieri era fra la gente, con la sua voce flebile e tutta la sua sofferenza, senza risparmiarsi, senza pensare a sé stesso, ma al bisogno di tutti di saperlo tra noi”.

A proposito del prossimo conclave il presidente dell’associazione Ospitalità Religiosa Italiana, Fabio Rocchi, ha monitorato la situazione della città di Roma, in attesa del conclave: “In questi giorni di preparazione all’elezione del nuovo pontefice, non ci sono solo cardinali e media a centrare la loro attenzione sul Vaticano.

L’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana, che promuove le case religiose e non-profit di ospitalità, sta infatti registrando un picco di richieste di accoglienze su Roma con arrivi il 7 maggio, giorno previsto per le prime ‘fumate’ dalla Cappella Sistina. Dal portale ospitalitareligiosa.it transitano ogni giorno centinaia di richieste e la data fatidica spicca su tutte le altre.

Il dato consente anche di capire l’orientamento dei pellegrini, che ‘scommettono’ su di un Conclave abbastanza breve, con una durata media della permanenza in città di 2/3 giorni. Ma c’è chi si sta già organizzando anche per il dopo-Conclave. Una grande quantità di richieste si concentra sulle settimane successive, nelle quali evidentemente i pellegrini già programmano di venire a Roma per “conoscere” da subito il nuovo Papa. Due dati, quindi, che consentono di percepire il positivo clima di attesa tra i fedeli”.

(Foto: Santa Sede)

Novendiali: Dio non abbandona il popolo

“Il brano del vangelo è noto. Una scena grandiosa dal carattere universalistico: tutti i popoli, che vivono insieme nell’unico campo che è il mondo, sono radunati davanti al Figlio dell’Uomo, seduto sul trono della sua gloria per giudicare. Il messaggio è chiaro: nella vita di tutti, credenti e non credenti, indistintamente, vi è un momento di discrimine: a un certo punto alcuni iniziano a partecipare della stessa gioia di Dio, altri cominciano a patire la tremenda sofferenza della vera solitudine, perché, estromessi dal Regno, restano disperatamente soli nell’anima”: lo ha detto oggi il card. Mauro Gambetti, arciprete della Basilica Vaticana, nell’omelia del quarto novendiale celebrato in suffragio di papa Francesco e affidato ai Capitoli delle basiliche papali.

Però l’appartenenza a Gesù dipende anche dal ‘vedere’: “Nel testo greco il verbo ‘vedere’ è espresso da Matteo con òráo, che significa vedere in profondità, percepire, comprendere. Parafrasando: Signore, quando ti abbiamo ‘capito’, ‘individuato’, ‘qualificato’? La risposta di Gesù lascia intendere che non è la professione di fede, la conoscenza teologica o la prassi sacramentale a garantire la partecipazione alla gioia di Dio, ma il coinvolgimento qualitativo e quantitativo nella vicenda umana dei fratelli più piccoli. E la cifra dell’umano è la regalità di Gesù di Nazaret, che nella sua vita terrena condivise in tutto la debolezza della nostra natura, fino ad essere rifiutato, perseguitato e crocifisso”.

Ed ha ripreso un colloquio del papa con i Gesuiti avvenuto nel 2023 a Lisbona, in cui ha sottolineato l’apertura della Chiesa: “La ‘cristiana umanità’ rende la chiesa casa di tutti. Quanto sono attuali le parole di Francesco pronunciate nel colloquio con i Gesuiti a Lisbona nel 2023: Tutti tutti tutti sono chiamati a vivere nella Chiesa: non dimenticatelo mai!

Come riportano gli Atti degli Apostoli, Pietro lo aveva asserito chiaramente: In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”.

Per questo è necessaria percorrere la via della globalizzazione con un rimando a santa Caterina da Siena: “Il brano della prima lettura è la conclusione dell’incontro di Pietro con dei pagani, Cornelio e la sua famiglia (At 10); un episodio che, in un’epoca globalizzata, secolarizzata e assetata di Verità e di Amore come la nostra, attraverso l’atteggiamento di Pietro addita la via dell’evangelizzazione: l’apertura all’umano senza riserve, l’interessamento gratuito agli altri, la condivisione del vissuto e l’approfondimento per aiutare ogni uomo e ogni donna a dare credito alla vita, alla grazia creaturale, e, quando vedranno che piace a Dio (direbbe san Francesco d’Assisi), l’annuncio del vangelo, ovvero il rivelarsi dell’umanità divina di Gesù nella storia, per chiamare le genti alla fede in Cristo, ‘folle d’amore’ per l’uomo, come insegna santa Caterina da Siena di cui ricorre oggi la festa in Italia. Allora potrà dispiegarsi per tutti il pieno valore della professione di fede, della sana teologia e dei sacramenti che arricchiscono di ogni grazia la vita nello spirito”.

Mentre ieri il vicario della diocesi di Roma, card. Baldassare Reina, ha riflettuto sul pastore: “Pecore senza pastore: una metafora che ci permette di ricomporre i sentimenti di questi giorni, e di attraversare la profondità dell’immagine che abbiamo ricevuto dal Vangelo di Giovanni, il chicco di grano che deve morire per dare frutto. Una parabola che racconta l’amore del pastore per il suo gregge”.

Le pecore sono alla ricerca del proprio pastore: “Attorno a Lui ci sono gli apostoli che gli riferiscono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Le parole, i gesti, le azioni apprese dal Maestro, l’annuncio del regno del Dio veniente, la necessità del cambiamento di vita, uniti a segni capaci di dare carne alle parole: una carezza, una mano tesa, discorsi disarmati, senza giudizi, liberatori, non timorosi del contatto con l’impurità. Nel compiere questo servizio, necessario a risvegliare la fede, a suscitare speranza che il male presente nel mondo non avrebbe avuto l’ultima parola, che la vita è più forte della morte, non avevano avuto neanche il tempo di mangiare. Gesù ne avverte il peso, e questo ci conforta ora”.

Un pastore che mostra misericordia per le pecore disperse: “La compassione di Gesù è quella dei profeti che manifestano la sofferenza di Dio nel vedere il popolo disperso e abusato dai cattivi pastori, dai mercenari che si servono del gregge, e che fuggono quando vedono arrivare il lupo. Ai cattivi pastori non gliene importa nulla delle pecore, le abbandonano nel pericolo, e per questo saranno rapite e disperse. Mentre il pastore buono offre la vita per le sue pecore”.

Però anche in tempi difficili Dio non abbandona il popolo: “Ci sono tempi come il nostro in cui, come l’agricoltore a cui fa riferimento il salmista, seminare diventa un gesto estremo, mosso dalla radicalità di un atto di fede. E’ tempo di carestia, il seme gettato sulla terra è quello sottratto all’ultima scorta senza la quale si muore. Il contadino piange perché sa che questo ultimo atto gli sta chiedendo di mettere a rischio la vita.

Ma Dio non abbandona il suo popolo, non lascia soli i suoi pastori, non permetterà come per il Figlio che Egli sia abbandonato nel sepolcro, nella tomba della terra. La nostra fede custodisce la promessa di una mietitura gioiosa ma che dovrà passare dalla morte del seme che è la nostra vita.

Quel gesto estremo, totale, estenuante, del seminatore mi ha fatto ripensare al giorno di Pasqua di papa Francesco, a quel riversarsi senza risparmio nella benedizione e nell’abbraccio al suo popolo, il giorno prima di morire. Ultimo atto del suo seminare senza risparmio l’annuncio delle misericordie di Dio. Grazie papa Francesco”.

(Foto: Santa Sede)

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