Papa Francesco invita i ciprioti ad annunciare il Vangelo con gioia

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“Cari fratelli e sorelle, sono io che desidero ringraziare tutti voi!.. Qui a Cipro sto respirando un po’ di quell’atmosfera tipica della Terra Santa, dove l’antichità e la varietà delle tradizioni cristiane arricchiscono il pellegrino… Penso, in particolare, ai migranti in cerca di una vita migliore, con i quali trascorrerò il mio ultimo incontro su quest’isola, insieme ai fratelli e alle sorelle di varie confessioni cristiane. Grazie a tutti coloro che hanno collaborato per questa visita! Pregate per me. Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga. Efcharistó!”

Così al termine della celebrazione eucaristica nello stadio Pancyprian Gymnastic Association  papa Francesco ha salutato i fedeli ciprioti, incoraggiandoli nell’omelia ad essere cristiani ‘luminosi’, raccontando il vangelo odierno: “I due protagonisti del Vangelo odierno, dunque, sono ciechi, eppure vedono ciò che più conta: riconoscono Gesù come Messia venuto nel mondo. Soffermiamoci su tre passaggi di questo incontro. Possono aiutarci, in questo cammino d’Avvento, ad accogliere a nostra volta il Signore che viene, il Signore che passa”.

Ed ha tratteggiato la scena in tre passaggi, di cui il primo è quello di mettersi in cammino verso Gesù: “Il testo dice che i due ciechi gridavano al Signore mentre lo seguivano. Non lo vedono ma ascoltano la sua voce e seguono i suoi passi. Cercano nel Cristo quello che avevano preannunciato i profeti, cioè i segni di guarigione e di compassione di Dio in mezzo al suo popolo”.

E’ una questione di fiducia: “La prima cosa da fare è andare da Gesù, come Lui stesso chiede: ‘Venite a me voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro’. Chi di noi non è in qualche modo stanco e oppresso? Tutti. Però facciamo resistenza a incamminarci verso Gesù; tante volte preferiamo rimanere chiusi in noi stessi, stare soli con le nostre oscurità, piangerci un po’ addosso, accettando la cattiva compagnia della tristezza”.

Il papa ha affermato che Gesù è il medico: “solo Lui, la luce vera che illumina ogni uomo, Lui ci dà l’abbondanza di luce, di calore, di amore. Solo Lui libera il cuore dal male. Possiamo domandarci: mi rinchiudo nel buio della malinconia, che dissecca le sorgenti della gioia, oppure vado da Gesù e gli porto la mia vita? Seguo Gesù, lo ‘inseguo’, gli grido i miei bisogni, gli consegno le mie amarezze? Facciamolo, diamo a Gesù la possibilità di guarirci il cuore. Questo è il primo passaggio; la guarigione interiore ne richiede altri due”.

Il secondo passaggio consiste nella condivisione: “Qui i ciechi sono due. Si trovano insieme sulla strada. Insieme condividono il dolore per la loro condizione, insieme desiderano una luce che possa accendere un bagliore nel cuore delle loro notti…

Non pensano ciascuno alla propria cecità, ma chiedono aiuto insieme. Ecco il segno eloquente della vita cristiana, ecco il tratto distintivo dello spirito ecclesiale: pensare, parlare, agire come un ‘noi’, uscendo dall’individualismo e dalla pretesa di autosufficienza che fanno ammalare il cuore”.

Il terzo passaggio è la gioia di annunciare del Vangelo: “Dal racconto si capisce, però, che non è loro intenzione disobbedire al Signore; semplicemente non riescono a contenere l’entusiasmo di essere stati risanati, la gioia per quanto hanno vissuto nell’incontro con Lui.

E qui c’è un altro segno distintivo del cristiano: la gioia del Vangelo, che è incontenibile, ‘riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù’; la gioia del Vangelo libera dal rischio di una fede intimista, seriosa, lamentosa, e immette nel dinamismo della testimonianza”.

Ed infine l’incoraggiamento di annunciare il Vangelo senza fare proselitismo: “Usciamo a portare la luce che abbiamo ricevuto, usciamo a illuminare la notte che spesso ci circonda! Fratelli e sorelle, c’è bisogno di cristiani illuminati ma soprattutto luminosi, che tocchino con tenerezza le cecità dei fratelli; che con gesti e parole di consolazione accendano luci di speranza nel buio. Cristiani che seminino germogli di Vangelo nei campi aridi della quotidianità, che portino carezze nelle solitudini della sofferenza e della povertà”.

La mattinata si era aperta dall’incontro con il Santo Sinodo ortodosso, ricordando il patrono dell’isola: “Così Barnaba, figlio della consolazione, esorta noi suoi fratelli a intraprendere la medesima missione di portare il Vangelo agli uomini, invitandoci a comprendere che l’annuncio non può basarsi solo su esortazioni generali, sulla ripetizione di precetti e norme da osservare, come spesso si è fatto.

Esso deve seguire la via dell’incontro personale, prestare attenzione alle domande della gente, ai loro bisogni esistenziali. Per essere figli della consolazione, prima di dire qualcosa, occorre ascoltare, lasciarsi interrogare, scoprire l’altro, condividere. Perché il Vangelo si trasmette per comunione”.

Ed ha invitato a proseguire il cammino ecumenico, nonostante gli ostacoli: “Non mancano anche oggi falsità e inganni che il passato ci mette davanti e che ostacolano il cammino. Secoli di divisione e distanze ci hanno fatto assimilare, anche involontariamente, non pochi pregiudizi ostili nei riguardi degli altri, preconcetti basati spesso su informazioni scarse e distorte, divulgate da una letteratura aggressiva e polemica. Ma tutto ciò distorce la via di Dio, che è protesa alla concordia e all’unità. Cari Fratelli, la santità di Barnaba è eloquente anche per noi!”

(Foto: Santa Sede)

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