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Papa Leone XIV: la liturgia è ‘culmine’ dell’azione della Chiesa
“Sono molto lieto di dare il benvenuto a Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena, insieme all’illustre delegazione che lo accompagna. Questa visita fraterna rappresenta un’importante occasione per rafforzare i legami di unità che già esistono tra noi, mentre ci avviciniamo alla piena comunione tra le nostre Chiese”: prima di iniziare la catechesi dell’udienza generale papa Leone XIV ha accolto il capo della Chiesa Apostolica Armena, sede di Cilicia, Aram I, che lunedì scorso era stato ricevuto per un incontro, seguito da un momento di preghiera nella Cappella Urbano VIII del Palazzo Apostolico, esprimendo gratitudine per il suo impegno a favore dell’ecumenismo e della pace in Libano.
Nell’udienza generale il papa ha continuato la catechesi sulla Costituzione conciliare ‘Sacrosanctum Concilium, ribadendo la centralità della Pasqua: “Elaborando questa Costituzione, i Padri conciliari hanno voluto non solo intraprendere una riforma dei riti, ma condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo. La liturgia, in effetti, tocca il cuore stesso di questo mistero: essa è insieme lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita. Nella liturgia infatti, ‘si attua l’opera della nostra redenzione’, che fa di noi una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato”.
Per questo ha sottolineato che il ‘Mistero’ è il ‘disegno’ di Dio: “Come ha manifestato il triplice rinnovamento (biblico, patristico e liturgico) che ha attraversato la Chiesa nel corso del XX secolo, il Mistero in questione non designa una realtà oscura, ma il disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo, secondo l’affermazione di san Paolo. Ecco, dunque, il Mistero cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita ‘nel suo nome’ siamo immersi in questo Mistero”.
Ed il ‘Mistero’ è Gesù: “Cristo stesso è il principio interiore del mistero della Chiesa, popolo santo di Dio, nato dal suo fianco trafitto sulla croce. Nella santa liturgia, con la potenza del suo Spirito, Egli continua ad agire. Santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre. Esercita il suo sacerdozio assolutamente unico, Lui che è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata e, in sommo grado, nell’Eucaristia. E’ così che, secondo sant’Agostino, celebrando l’Eucaristia la Chiesa ‘riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve’: diventa il Corpo di Cristo, ‘dimora di Dio per mezzo dello Spirito’. Questa è ‘l’opera della nostra redenzione’, che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione”.
Per questo la liturgia è il ‘culmine’ dell’azione della Chiesa: “Se la liturgia è al servizio del mistero di Cristo, si comprende perché sia stata definita ‘il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia’. E’ vero che l’azione della Chiesa non si limita alla sola liturgia, tuttavia ogni sua attività (la predicazione, il servizio dei poveri, l’accompagnamento delle realtà umane) converge verso questo ‘culmine’.
Nel senso inverso, la liturgia sostiene i fedeli immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede e nella loro missione. In altre parole, la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica è al tempo stesso ‘interiore’ ed ‘esteriore’.
Ciò significa pure che essa è chiamata a dispiegarsi concretamente lungo tutta la vita quotidiana, in una dinamica etica e spirituale, cosicché la liturgia celebrata si traduce in vita e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione”.
La conclusione è stato un invito ad essere ‘comunità’ aperta allo Spirito Santo: “In questo modo, ‘la liturgia edifica ogni giorno coloro che sono nella Chiesa come tempio santo nel Signore’, e forma una comunità aperta e accogliente verso tutti. Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo… Carissimi, lasciamoci plasmare interiormente dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva presenza di Cristo nella liturgia, che avremo ancora modo di approfondire nelle prossime Catechesi”.
(Foto: Santa Sede)
Con p. Messa alla scoperta della devozione mariana di p. Carlo Balić
“La devozione mariana del francescano padre Carlo Balić (1899-1977) si è manifestata non solo nello studio e nelle prestigiose pubblicazioni ma in molti altri modi compresa la fondazione della Pontificia Accademia Mariana. Ha avuto un ruolo non secondario in occasione della proclamazione del dogma di Maria Assunta il 1° novembre 1950 e approfondì tale dottrina soprattutto mediante i congressi mariani internazionali preceduti da quelli ‘mariologici’ con un carattere prettamente scientifico”: da questa descrizione iniziamo un dialogo con fra Pietro Messa, docente di ‘Storia del francescanesimo’ alla Pontificia Università Antonianum di Roma, per farci illustrare la figura di p. Carlo Balić in correlazione alla sua devozione alla Madonna.
P. Carlo Balić è stato un religioso, teologo e francescano croato, appartenente all’Ordine dei frati minori; fu fondatore della Pontificia accademia mariana internazionale (PAMI), consultore della Congregazione del Sant’Uffizio, rettore del Pontificio ateneo Antonianum, presidente della Commissione scotista internazionale e fondatore della Pontificia accademia mariana internazionale (PAMI). Fece parte anche della Commissione pontificia incaricata alla stesura della Costituzione dogmatica ‘Munificentissimus Deus’ per la proclamazione del dogma dell’Assunta nel 1950; inoltre da quest’anno fu l’organizzatore dei congressi mariologici mariani internazionali e fu promotore dell’ecumenismo in tema mariologico:
“Fedele anche alla tradizione francescana p. Balić, apprezzato dal card. Alfredo Ottaviani, approfondì la partecipazione di Maria all’opera di redenzione del Figlio e pertanto termini che esprimevano tale realtà (quale ad esempio quello di mediatrice) gli erano molto cari”.
A p. Pietro Messa abbiamo chiesto di delinearci brevemente la figura di p. Carlo Balić: “Nato in Croazia nel 1899 divenne frate e dopo gli studi teologici fu inviato a studiare a Lovanio dove approfondì gli studi del pensiero medievale. Al termine trascorse un periodo in Croazia per trasferirsi presso l’attuale Pontifica Università Antonianum, dove rimase fino alla morte sopravvenuta nel 1977”.
Quale è stata l’opera di p. Balić nell’approfondimento del culto mariano?
“Studiò e diffuse i testi francescani medievali inerenti a Maria, soprattutto quelli di Giovanni Duns Scoto. In un clima in cui la teologia era dominata non tanto dal pensiero di san Tommaso d’Aquino ma dal tomismo questa volontà di valorizzare la teologia scotista gli procurò delle incomprensioni. L’esigenza di riferirsi a edizioni attendibili lo costrinse a fare ricerche direttamente sui manoscritti per farne le dovute trascrizioni. Proprio per questo riferimento alle fonti primarie ossia non mediate da interpretazioni spesso erronee la sua autorevolezza aumentò e divenne un riferimento sicura”.
In quale modo approfondì la partecipazione di Maria all’opera di redenzione di Gesù?
“P. Carlo Balić ebbe sempre come principale riferimento il pensiero e la spiritualità di Giovanni Duns Scoto che sarà beatificato da papa san Giovanni Paolo II nel 1993. E la teologia scotista è fortemente cristocentrica riconoscendo a Gesù il primato; tuttavia non dimentica Maria intimamente unita al figlio”.
Per quale motivo era molto devoto alla Madonna?
“La devozione mariana fu instillata in lui soprattutto dalla tradizione francescana che lungo i secoli diffuse in modo particolare il culto all’Immacolata mediante scritti ma anche opere d’arte, santuari e quant’altro”.
Perché ‘rinunciò’ ad usare la parola corredentrice?
“Per p. Carlo Balić, come per altri quale ad esempio il p. Gabriele Allegra, il titolo corredentrice non fu secondario e nelle note di una redazione del primo schema di quello che diverrà il capitolo VIII della Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ vi appare. Ma negli schemi successivi non è più presente e anche il titolo di mediatrice da numerosi vescovi fu accolto con fatica perché vi vedevano uno sminuire che Gesù è l’unico mediatore. Significativamente il recente documento inerente al titoli mariani rimanda alla dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, ‘Dominus Jesus’, che riafferma l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo, firmata dall’allora card. Josep Ratzinger e pubblicamente sostenuta da papa san Giovanni Paolo II il 1° ottobre 2000 in occasione della canonizzazione anche dei martiri uccisi in Cina. Fa riflettere che a 25 anni di distanza, sempre in occasione di un giubileo, si percepisce l’urgenza di riaffermare la centralità di Cristo rinviando al testo al testo del futuro papa Benedetto XVI”.
Per quale motivo diede vita al PAMI?
“Un vero e proprio vulcano di idee e iniziative fu il padre Balić, tutte volte ad approfondire e far conoscere soprattutto la Vergine Maria Immacolata e tra queste non meraviglia che vi fosse pure la Pontificia Accademia Mariana Internazionale che si rese benemerita negli anni soprattutto mediante i convegni mariologici e mariani internazionali”.
Papa Leone XIV ricorda l’importanza dell’archeologia cristiana
“Ricorrono oggi cent’anni da quando il mio venerato predecessore Pio XI, nel Motu proprio ‘I primitivi cemeteri di Roma cristiana’, ricordava come ‘i Romani Pontefici riguardarono sempre come loro stretto dovere la tutela e la custodia’ del patrimonio sacro, in particolare i ‘cemeteri sotterranei comunemente appellati Catacombe’, senza trascurare ‘le basiliche fiorite entro le mura della Città di Roma con i loro grandiosi mosaici, le serie innumerevoli delle iscrizioni, le pitture, le sculture, la suppellettile cemeteriale e liturgica’. Nel medesimo documento Pio XI menzionava il ‘non mai abbastanza lodato Giovanni Battista de Rossi’ e ‘l’infaticabile investigatore delle sacre romane antichità Antonio Bosio’, cioè gli iniziatori dell’archeologia cristiana”: lo ha detto papa Leone XIV ai professori, studenti e familiari del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana ricevuti in occasione dei 100 anni di attività.
Quindi nella festa di san Damaso patrono dell’Istituto, il Papa ha ricordato quanto l’archeologia possa essere parte della diplomazia della cultura e occasione di riflessioni sulle radici cristiane dell’Europa:: “In quella occasione il papa aveva deliberato di aggiungere alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e alla Pontificia Accademia Romana di Archeologia il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, al fine di ‘indirizzare giovani volenterosi, di ogni paese e nazione, agli studi e alle ricerche scientifiche sopra i monumenti delle antichità cristiane’. A un secolo di distanza, tale missione è più che mai viva, grazie anche ai congressi internazionali di archeologia cristiana, attraverso i quali l’Istituto promuove gli studi in una disciplina che è caratterizzante non solo per le scienze storiche, ma anche per la fede e per l’identità cristiana”.
Proprio in questo giorno il papa ha pubblicato una lettera, della quale ha puntualizzato alcuni punti: “In primo luogo, l’insegnamento di ‘Archeologia cristiana’, inteso come lo studio dei monumenti dei primi secoli del Cristianesimo, ha un proprio statuto epistemologico per le sue specifiche coordinate cronologiche, storiche e tematiche. Ciò nonostante, notiamo che in altri contesti tale insegnamento viene inserito nell’ambito dell’archeologia medievale.
Al riguardo, suggerisco di farvi sostenitori della specificità della vostra disciplina, in cui l’aggettivo ‘cristiana’ non vuole essere espressione di una prospettiva confessionale, bensì qualifica la disciplina stessa con una propria dignità scientifica e professionale”.
Inoltre l’archeologia cristiana è uno ‘strumento’ per valorizzare l’ecumenismo, ricordando il suo primo viaggio apostolico: “L’archeologia cristiana, inoltre, è un ambito di studio che riguarda il periodo storico della Chiesa unita, per cui può essere un valido strumento per l’ecumenismo: infatti, le diverse Confessioni possono riconoscere le loro comuni origini attraverso lo studio delle antichità cristiane e fomentare così l’aspirazione alla piena comunione.
A tal proposito, ho potuto fare questa esperienza proprio nel mio recente viaggio apostolico, quando a İznik, l’antica Nicea, ho commemorato il primo Concilio ecumenico insieme con i rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali. La presenza dei resti degli antichi edifici cristiani è stata per tutti noi emozionante e motivante. Su questo tema, ho apprezzato la giornata di studio che avete organizzato in collaborazione con il Dicastero per l’Evangelizzazione”.
Ecco che l’archeologia cristiana può diventare una ‘diplomazia della cultura’: “Vi esorto, altresì, a prendere parte, attraverso i vostri studi, a quella “diplomazia della cultura”, di cui il mondo ha molto bisogno ai nostri giorni. Attraverso la cultura l’animo umano oltrepassa i confini delle nazioni e supera gli steccati dei pregiudizi per mettersi al servizio del bene comune. Anche voi potete contribuire a costruire ponti, a favorire incontri, ad alimentare la concordia”.
Ed a distanza di 100 anni ecco un altro giubileo: “Pertanto il vostro Istituto, in un certo senso, si trova idealmente proteso tra la pace e la speranza. Ed in effetti voi siete portatori di pace e di speranza dovunque operate con i vostri scavi e le vostre ricerche, così che, riconoscendo il vostro vessillo bianco e rosso con l’immagine del Buon Pastore, vi possano spalancare le porte non solo in quanto portatori di sapere e di scienza, ma anche come annunciatori di pace”.
Mentre nella lettera il papa ha ricordato la formazione offerta da questo Istituto Pontificio: “In tutti questi anni, il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana ha formato centinaia di archeologi del cristianesimo antico provenienti, come gli stessi professori, da tutte le parti del mondo, i quali, rientrati nei propri Paesi, hanno ricoperto importanti incarichi di docenza o di tutela; ha promosso ricerche a Roma e nell’intero orbe cristiano; ha svolto un efficace ruolo internazionale per la promozione dell’archeologia cristiana, sia con l’organizzazione dei ciclici congressi e con numerose altre iniziative scientifiche, sia per le strette relazioni e gli scambi costanti con università e centri di studio di tutto il mondo”.
Ed è stato anche promotore della pace: “L’Istituto ha saputo essere, in alcuni momenti, promotore di pace e di dialogo religioso, ad esempio organizzando il XIII Congresso internazionale a Spalato durante la guerra nella ex-Jugoslavia (scelta difficile e con molti dissensi nell’ambiente accademico) o confermando la propria operatività con missioni all’estero in Paesi politicamente instabili. Non ha mai derogato agli obiettivi dell’alta formazione, privilegiando il contatto diretto con le fonti scritte e i monumenti, tracce visibili e inequivocabili delle prime comunità cristiane, attraverso visite, soprattutto alle catacombe e alle chiese di Roma, ed i viaggi annuali di studio nelle aree geografiche interessate dalla diffusione del Cristianesimo”.
Quindi l’archeologia cristiana ha avuto un ruolo importante sia per la Chiesa sia per la società: “Il cristianesimo non è nato da un’idea, ma da una carne. Non da un concetto astratto, ma da un grembo, da un corpo, da un sepolcro. La fede cristiana, nel suo cuore più autentico, è storica: si fonda su eventi concreti, su volti, su gesti, su parole pronunciate in una lingua, in un’epoca, in un ambiente. E’ questo che l’archeologia rende evidente, palpabile. Essa ci ricorda che Dio ha scelto di parlare in una lingua umana, di camminare su una terra, di abitare luoghi, case, sinagoghe, strade”.
L’archeologia cristiana è, dunque, un aiuto fondamentale per capire la fede: “Non si può comprendere fino in fondo la teologia cristiana senza l’intelligenza dei luoghi e delle tracce materiali che testimoniano la fede dei primi secoli. Non è un caso che l’evangelista Giovanni apra la sua Prima Lettera con una sorta di dichiarazione sensoriale: ‘Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita’. L’archeologia cristiana è, in un certo senso, una risposta fedele a queste parole. Essa vuole toccare, vedere, ascoltare il Verbo che si è fatto carne. Non per fermarsi a ciò che è visibile, ma per lasciarsi condurre al Mistero che vi si cela”.
Ecco l’importanza di una teologia dei sensi: “L’archeologia, occupandosi dei vestigi materiali della fede, educa a una teologia dei sensi: una teologia che sa vedere, toccare, odorare, ascoltare. L’archeologia cristiana educa a questa sensibilità… In tal senso, l’archeologia è anche scuola di umiltà: insegna a non disprezzare ciò che è piccolo, ciò che è apparentemente secondario. Insegna a leggere i segni, a interpretare il silenzio e l’enigma delle cose, a intuire ciò che non è più scritto. E’ una scienza della soglia, che sta tra la storia e la fede, tra la materia e lo Spirito, tra l’antico e l’eterno”.
Ed è anche una scuola di educazione all’ecologia spirituale: “E’ un’educazione al rispetto della materia, della memoria, della storia. L’archeologo non butta via, ma conserva. Non consuma, ma contempla. Non distrugge, ma decifra. Il suo sguardo è paziente, preciso, rispettoso. E’ lo sguardo che sa cogliere in un pezzo di ceramica, in una moneta corrosa, in un’incisione consunta il respiro di un’epoca, il senso di una fede, il silenzio di una preghiera. E’ uno sguardo che può insegnare molto anche alla pastorale e alla catechesi di oggi”.
L’archeologia cristiana è un aiuto essenziale alla Chiesa: “Questo è ancora oggi il compito dell’archeologia cristiana: aiutare la Chiesa a ricordare la propria origine, a custodire la memoria viva dei suoi inizi, a narrare la storia della salvezza non solo con parole, ma anche con immagini, forme, spazi. In un tempo che spesso smarrisce le radici, l’archeologia diventa così strumento prezioso di un’evangelizzazione che parte dalla verità della storia per aprire alla speranza cristiana e alla novità dello Spirito”.
Infatti aiuta a riscoprire le radici: “Parla ai credenti, che riscoprono le radici della loro fede; ma parla anche ai lontani, ai non credenti, a quanti si interrogano sul senso della vita e trovano, nel silenzio delle tombe e nella bellezza delle basiliche paleocristiane, un’eco di eternità. Parla ai giovani, che spesso cercano autenticità e concretezza; parla agli studiosi, che vedono nella fede non un’astrazione ma una realtà storicamente documentata; parla ai pellegrini, che ritrovano nelle catacombe e nei santuari il senso del cammino e l’invito alla preghiera per la Chiesa”.
Ed ha un riflesso per la teologia della Rivelazione: “In una prospettiva più sistematica, è possibile affermare che l’archeologia ha una rilevanza specifica anche nella teologia della Rivelazione. Dio ha parlato nel tempo, attraverso eventi e persone. Ha parlato nella storia di Israele, nella vicenda di Gesù, nel cammino della Chiesa. La Rivelazione è dunque sempre anche storica. Ma se è così, allora la comprensione della Rivelazione non può prescindere da un’adeguata conoscenza dei contesti storici, culturali e materiali nei quali essa si è realizzata.
L’archeologia cristiana contribuisce a questa conoscenza. Essa illumina i testi con le testimonianze materiali. Interroga le fonti scritte, le completa, le problematizza. In alcuni casi, conferma l’autenticità delle tradizioni; in altri, le ricolloca nel loro giusto contesto; in altri ancora, apre nuove domande. Tutto questo è teologicamente rilevante. Perché una teologia che voglia essere fedele alla Rivelazione deve restare aperta alla complessità della storia”.
Quindi la lettera è terminata con un invito allo studio per non perdere la memoria: “Chi conosce la propria storia, sa chi è. Sa dove andare. Sa di chi è figlio e a quale speranza è chiamato. I cristiani non sono orfani: hanno una genealogia di fede, una tradizione viva, una comunione di testimoni. L’archeologia cristiana rende visibile questa genealogia, ne custodisce i segni, li interpreta, li racconta, li trasmette. In questo senso, essa è anche ministero di speranza.
Perché mostra che la fede ha già attraversato epoche difficili. Ha resistito alle persecuzioni, alle crisi, ai cambiamenti. Ha saputo rinnovarsi, reinventarsi, radicarsi in nuovi popoli, fiorire in nuove forme. Chi studia le origini cristiane, vede che il Vangelo ha sempre avuto una forza generativa, che la Chiesa è sempre rinata, che la speranza non è mai venuta meno”.
(Foto: Santa Sede)
A Venezia ricordata la fine delle scomuniche
“Il Patriarcato di Venezia vive con gratitudine la possibilità di accogliere questa celebrazione che segna il sessantesimo anniversario della reciproca abolizione delle scomuniche fra Roma e Costantinopoli; un gesto nato dall’incontro tra Papa san Paolo VI e il Patriarca Atenagora, una pietra miliare nel cammino ecumenico e un invito permanente a rinnovare, con fede e coraggio, la ricerca dell’unità tra le nostre Chiese sorelle. Oggi questo spirito si rinnova qui, a Venezia, città che dell’ideale ecumenico fa una sua peculiare vocazione. Il nome stesso di Venezia in latino è Venetiae, al plurale: un plurale nel quale riconosciamo, insieme alle molte isole che la compongono, anche la sua specifica natura d’incontro tra le molte culture, popoli ed esperienze religiose”.
Con queste parole, nei giorni scorsi, il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, ha accolto il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ed il metropolita d’Italia ed esarca dell’Europa Meridionale, Polykarpos, in occasione della celebrazione del 60° anniversario dell’abolizione delle scomuniche tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, promossa dalla CEI e dalla Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia per commemorare il gesto che diede il via al dialogo tra cattolici e ortodossi.
Ed è stata la chiesa di san Zaccaria, che custodisce il corpo di sant’Atanasio di Alessandria, ad ospitare l’evento, come ha ancora sottolineato il patriarca di Venezia: “Il luogo in cui questo evento prende avvio è la chiesa di San Zaccaria che, nella sua magnificenza, offre un segno eloquente e consono alla grandezza dello stesso. Essa custodisce il corpo di Sant’Atanasio di Alessandria, padre comune nella fede e testimone luminoso dell’ortodossia.
Sant’Atanasio, che tanto contribuì alla formulazione del Simbolo di Nicea, ci ricorda che l’unità della Chiesa nasce e si fonda nella verità di Cristo, confessata insieme e vissuta nella carità. E mentre quest’anno celebriamo il 1700°anniversario del Concilio di Nicea (325–2025), questo riferimento diventa ancora più carico di significato: ci richiama a tornare alle radici comuni della nostra fede, a quel Credo che unisce cattolici e ortodossi nel riconoscimento del Figlio unigenito”.
Anche mons. Athenagoras Fasiolo, vescovo di Terme ed ausiliare della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, ha sottolineato l’importanza del Concilio di Nicea, con un particolare riferimento all’incontro svoltosi nel recente viaggio apostolico di papa Leone XIV: “Vorrei richiamare la vostra attenzione sul significato profondo di questo anniversario, che si illumina alla luce di un altro evento decisivo: il 1700° anniversario del Concilio di Nicea.
Come ricordava il patriarca Bartolomeo, quest’anno ci ha permesso di vivere un momento unico nella storia della Chiesa, perché a Nicea, allora come oggi, si sono incontrate le grandi famiglie cristiane. Con Papa Leone, con il patriarca Bartolomeo, con gli altri patriarchi, erano presenti le Chiese ortodosse, la Chiesa cattolica, quella armena, copta, siriaca, le Chiese dell’Occidente, la luterana, la riformata, l’anglicana. Anche molte realtà ecclesiali più recenti si sono unite a questo pellegrinaggio della memoria”.
Nella conclusione ha ricordato papa san Giovanni XXIII: “In questa città, che tanto ha dato all’incontro fra Oriente e Occidente, non possiamo dimenticare una figura che ha segnato profondamente questo cammino: il cardinale Angelo Roncalli, poi Giovanni XXIII. Egli fu un grande amante della teologia e un fine conoscitore dell’Oriente. Venezia, oggi, diventa così il luogo in cui si rende omaggio non solo alla memoria del gesto del 1965, ma anche a tutto ciò che i nostri predecessori, i padri dell’Oriente e dell’Occidente, hanno costruito lungo i secoli”.
Nel discorso il card. Zuppi ha sottolineato il significato della firma per l’estinzione delle reciproche scomuniche: “Il 7 dicembre 1965 san Paolo VI e il patriarca Atenagora firmarono congiuntamente l’estinzione delle scomuniche. Contemporaneamente, nella sessione solenne del Concilio Ecumenico Vaticano II e nella cattedrale del Fanar, a Istanbul, venne letta la Dichiarazione comune ‘per togliere dalla memoria e nel mezzo della Chiesa le sentenze di scomunica dell’anno 1054’.
Una memoria che ci riporta ai giorni nostri: il viaggio di papa Leone XIV e l’incontro con il patriarca Bartolomeo I, le parole della Dichiarazione comune che ci hanno consegnato, confermano questo nostro incontro. Non è un caso che papa Leone abbia scelto di compiere il suo primo viaggio apostolico nella terra che è legata inscindibilmente alle origini del cristianesimo e oggi richiama i figli di Abramo e l’umanità intera a una fraternità che riconosca e apprezzi le differenze”.
In questo percorso di riconciliazione verso l’unità il presidente della Cei ha dato appuntamento a Bari: “Non c’è una via diretta che non passi attraverso Dio. Diventare altro, diventare nuovo. Questa nostra memoria ci aiuti a diventare nuovi per vivere la piena riconciliazione. Una tappa di questa riconciliazione sarà il primo Simposio delle Chiese cristiane in Italia che si celebrerà il 23 e 24 gennaio 2026 a Bari”.
Anche il metropolita d’Italia ed esarca dell’Europa Meridionale, Polykarpos, ha ricordato il percorso compiuto verso la riconciliazione ed il valore giuridico e teologico di quella ‘Dichiarazione comune’: “Il documento specificava tre punti fondamentali: la revoca era atto di amore fraterno, non di dottrina; essa non comportava mutamenti nella disciplina liturgica o dogmatica; rappresentava però una condizione necessaria per il futuro ristabilimento della piena unità.
La cerimonia ebbe un’eco straordinaria: al Fanar ed a San Pietro le due delegazioni, riunite in simultanea, proclamarono la stessa formula. Tra i partecipanti alla cerimonia di Costantinopoli figurava il giovane diacono Bartolomeo Arhondonis, futuro Patriarca Ecumenico. Da quel momento, il linguaggio delle due Chiese cambiò radicalmente: non più ‘Chiesa scismatica’, ma ‘Chiesa sorella’. Era nata una ‘relazione dell’amicizia’, fondata su gesti concreti di riconciliazione e sul rispetto delle differenze”.
Ed in questi 60 anni tale cammino si è rafforzato: “Negli ultimi decenni, il cammino iniziato da Paolo VI e Atenagora ha trovato continuità nei pontificati successivi. Giovanni Paolo II rafforzò i rapporti con il Patriarcato Ecumenico, visitando il Fanar nel 1979 e nel 2004; Benedetto XVI (2005-2013) e Francesco (2013-2015) proseguirono nella stessa direzione, promuovendo la cooperazione teologica e la difesa comune dei valori cristiani.
Tale realtà non può essere considerata mera testimonianza storica né semplice espressione di rapporti di buon vicinato. Ne costituisce prova eloquente la recente visita di Sua Santità Papa Leone XIV a Costantinopoli, durante la quale, insieme con Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, ha concelebrato il 1770° anniversario del Primo Concilio Ecumenico. In occasione della solennità liturgica patronale della Chiesa di Costantinopoli, i due Primati hanno manifestato pubblicamente la comune intenzione di proseguire con determinazione il cammino della Chiesa lungo le orme tracciate dai loro illustri predecessori, riaffermando in tal modo la continuità del dialogo Cattolico Ortodosso e l’impegno condiviso per la continuità della comunione tra Oriente e Occidente”.
Infine ha sottolineato che tale revoca reciproca è stato un gesto profetico: “La revoca degli anatemi del 1054 non fu soltanto un atto liturgico o simbolico: fu un gesto politico, teologico e umano di portata universale. Essa rappresentò un modello di comprensione dialogante che, pur muovendosi nel linguaggio della fede, seppe tradursi in una pedagogia del dialogo, capace di ispirare anche le relazioni internazionali.
Nel contesto nostro, l’evento del 1965 ha avuto un valore paradigmatico: ha mostrato che la Chiesa, aprendosi e accogliendo l’ ‘altro’, poteva aprirsi anche alla modernità, senza rinunciare alla propria identità. Ha contribuito a formare una generazione di teologi, intellettuali e operatori pastorali convinti che la comunione non è uniformità, ma incontro nella diversità…
A distanza di sessant’anni, l’abbraccio di Gerusalemme e la revoca degli anatemi restano un segno profetico di ciò che l’umanità intera continua a cercare: un linguaggio di riconciliazione che, pur nella pluralità delle tradizioni, possa testimoniare la forza unificante del Vangelo”.
L’incontro si è concluso nella chiesa di san Giorgio dei Greci, che è il riferimento per la comunità ortodossa veneziana e che ha, tra le sue opere d’arte, una preziosa icona del Cristo Pantocratore del XIV secolo, trasportata a Venezia da Costantinopoli prima della caduta dell’impero bizantino.
(Foto: Cei)
Papa Leone XIV invita a costruire l’unità
Prima di partire per l’ultima tappa del Libano, papa Leone XIV e il patriarca Bartolomeo hanno benedetto la folla che si è radunata, dopo la Divina Liturgia, nella piazzetta fuori dalla chiesa patriarcale di San Giorgio; poi si sono presi per mano, scambiati un bacio fraterno e fatto ingresso, uno accanto all’altro, nella sede del Patriarcato, quale ultimo atto pubblico del viaggio in Türkiye, con un discorso al termine della Divina Liturgia:
“Il nostro pellegrinaggio nei luoghi dove si tenne il primo Concilio ecumenico nella storia della Chiesa, si conclude con questa solenne Divina Liturgia, nella quale abbiamo commemorato l’apostolo Andrea che, secondo l’antica tradizione, portò il Vangelo in questa città. La sua fede è la nostra: la stessa definita dai Concili ecumenici e professata oggi dalla Chiesa”.
Inoltre il papa ha sottolineato l’unità plasmata dal Credo niceno, nonostante i conflitti avvenuti nei secoli: “Con i Capi delle Chiese e i Rappresentanti delle Comunità Cristiane Mondiali, durante la preghiera ecumenica lo abbiamo ricordato: la fede professata nel Credo Niceno-Costantinopolitano ci unisce in una comunione reale e ci permette di riconoscerci come fratelli e sorelle.
Ci sono stati molti malintesi e persino conflitti tra cristiani di Chiese diverse in passato, e ci sono ancora ostacoli che ci impediscono di essere in piena comunione, ma non dobbiamo tornare indietro nell’impegno per l’unità e non possiamo smettere di considerarci fratelli e sorelle in Cristo e di amarci come tali”.
Un saluto che rimanda all’incontro tra papa san Paolo VI ed il patriarca Atenagora: “Ispirati da questa consapevolezza, sessant’anni fa Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora dichiararono solennemente che le decisioni infelici e i tristi eventi che portarono alle reciproche scomuniche del 1054 dovevano essere cancellati dalla memoria della Chiesa.
Questo gesto storico dei nostri venerati Predecessori aprì un cammino di riconciliazione, di pace e di crescente comunione tra cattolici e ortodossi, che è cresciuto anche grazie ai contatti frequenti, agli incontri fraterni e a un fecondo dialogo teologico. Alla luce di questo cammino già intrapreso, molti sono stati i passi compiuti anche a livello ecclesiologico e canonico e, oggi, siamo interpellati a impegnarci maggiormente verso il ripristino della piena comunione”.
Ed ha enucleato tre ‘sfide’ a cui i cristiani sono chiamati a rispondere: “Innanzitutto, in questo tempo di sanguinosi conflitti e violenze in luoghi vicini e lontani, i cattolici e gli ortodossi sono chiamati ad essere costruttori di pace. Si tratta certamente di agire e di porre delle scelte e dei segni che edificano la pace, ma senza dimenticare che essa non è solo il frutto di un impegno umano, bensì è dono di Dio. Perciò, la pace si chiede con la preghiera, con la penitenza, con la contemplazione, con quella relazione viva col Signore che ci aiuta a discernere parole, gesti e azioni da intraprendere, perché siano veramente a servizio della pace”.
Una seconda sfida riguarda il creato: “Un’altra sfida che le nostre Chiese devono affrontare è la minacciosa crisi ecologica che, come Sua Santità ha spesso ricordato, richiede un’autentica conversione spirituale per cambiare direzione e salvaguardare il creato. Cattolici e ortodossi siamo chiamati a collaborare per promuovere una nuova mentalità in cui tutti si sentano custodi del creato che Dio ci ha affidato”.
L’altra ‘sfida’ è quella tecnologica: “Una terza sfida che vorrei menzionare è l’uso delle nuove tecnologie, specialmente nel campo della comunicazione. Consapevoli degli enormi vantaggi che esse possono offrire all’umanità, cattolici e ortodossi devono operare insieme per promuoverne un uso responsabile al servizio dello sviluppo integrale delle persone, e un’accessibilità universale, perché tali benefici non siano solo riservati a un piccolo numero di persone e a interessi di pochi privilegiati”.
In mattinata il papa aveva visitato la Chiesa Apostolica Armena, dove sono sepolti i patriarchi Shenork I e Mesrob II: “Questa visita mi offre l’opportunità di ringraziare Dio per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso dei secoli, spesso in circostanze tragiche. Desidero inoltre esprimere viva gratitudine al Signore per i legami fraterni sempre più stretti che uniscono la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica.
Poco dopo il Concilio Vaticano II, nel maggio 1967, Sua Santità il Catholicos Khoren I è stato il primo Primate di una Chiesa Ortodossa Orientale a visitare il Vescovo di Roma e a scambiare con lui il bacio della pace. Ricordo anche che nel maggio 1970 Sua Santità il Catholicos Vasken I firmò con Papa Paolo VI la prima dichiarazione congiunta tra un Papa e un Patriarca Ortodosso Orientale, invitando i loro fedeli a riscoprirsi fratelli e sorelle in Cristo in vista dell’unità. Da allora, per grazia di Dio, il “dialogo della carità” tra le nostre Chiese è fiorito”.
Per questo ha ricordato l’anniversario niceno: “E’ da questa fede apostolica comune che dobbiamo attingere per recuperare l’unità che esisteva nei primi secoli tra la Chiesa di Roma e le antiche Chiese Orientali. Dobbiamo anche trarre ispirazione dall’esperienza della Chiesa nascente per ripristinare la piena comunione, una comunione che non implica assorbimento o dominio, ma piuttosto uno scambio dei doni che le nostre Chiese hanno ricevuto dallo Spirito Santo per la gloria di Dio Padre e l’edificazione del corpo di Cristo”.
Ricordato l’enciclica ‘Ut unum sint’ di papa san Giovanni Paolo II, il papa ha chiesto di seguire l’esempio dei santi armeni per il cammino verso l’unità: ‘In questo cammino verso l’unità, siamo preceduti e circondati da «una grande schiera di testimoni’. Tra i santi della tradizione armena, vorrei ricordare il grande Catholicos e poeta del XII secolo Nerses IV Shnorhali, di cui abbiamo recentemente commemorato l’850° anniversario della morte, il quale ha lavorato instancabilmente per riconciliare le Chiese, al fine di realizzare la preghiera di Cristo ‘che tutti siano una cosa sola’. Possa l’esempio di san Nerses ispirarci e la sua preghiera sostenerci nel cammino verso la piena comunione!”
(Foto: Santa Sede)
Un missionario in Turchia racconta l’attualità del Concilio di Nicea
La Turchia, terra del Concilio di Nicea del quale si celebrano i 1700 anni: papa Leone XIV raccoglie l’eredità di papa Francesco e sceglie per il suo primo viaggio apostolico in Turchia e Libano dal 27 novembre al 2 dicembre per celebrare l’importante anniversario del primo Concilio della storia, convocato dall’imperatore romano Costantino I, insieme a vescovi e patriarchi a Nicea, oggi İznik, a 130 km da Istanbul, con il motto ‘Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo’. L’annuncio del viaggio è stato reso noto nello scorso ottobre, dalla Sala Stampa della Santa Sede:
“Accogliendo l’invito del Capo di Stato e delle Autorità ecclesiastiche del Paese, il Santo Padre Leone XIV compirà un Viaggio Apostolico in Türkiye dal 27 al 30 novembre prossimo, recandosi in pellegrinaggio a İznik in occasione del 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea. Successivamente, rispondendo all’invito del Capo di Stato e delle Autorità ecclesiastiche del Libano, il Santo Padre si recherà in Viaggio Apostolico nel Paese dal 30 novembre al 2 dicembre”.
A p. Claudio Monge, missionario domenicano ad Istanbul, direttore del Centro Studi DoSt-I (Dominican Study Institute), professore associato alla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna (Fter) e all’Istituto di Studi Ecumenici ‘S. Bernardino’ (ISE) di Venezia: il motto del viaggio in Turchia del papa. Un messaggio per riprendere un cammino insieme?
“Il motto correda il logo del Viaggio Apostolico di papa Leone XIV in Turchia, al centro del quale campeggia il ponte, gettato tra due continenti, che attraversa lo Stretto dei Dardanelli. E’ un simbolo potente, perché un ponte avvicina e unisce, senza eliminare la distinzione tra sponde, ma facilitando il passaggio da una all’altra. Incarna un’unità che non è uniformità, un paradigma alternativo alla logica emersa con il primo concilio ecumenico. Nel IV secolo era difficile distinguere tra l’espressione della fede e il suo contenuto essenziale.
Ma una formulazione conforme alla verità, non esclude automaticamente tutte le altre. Tuttavia, per l’imperatore Costantino, l’unità dell’Impero doveva coincidere con un’uniformità della fede. Papa Leone XIV si reca in Turchia per affermare una comunione di tipo sinodale, intesa, non come una struttura, ma come uno stile che ci aiuta a essere Chiesa, promuovendo partecipazione e comunione. Lo ribadirà in paesi come Turchia e Libano, che hanno una lunga tradizione di dialogo inter-rituale e interconfessionale e di prassi sinodale di matrice ortodossa”.
Quanto è importante questo viaggio per i credenti?
“Guardando alla partecipazione sincera e agli auspici che riscontriamo tra i nostri amici turchi musulmani e credenti, vorrei rispondere ‘moltissimo!’ A volte ho l’impressione che loro colgano meglio di molti cristiani l’importanza di questo momento: ritrovarci, nelle terre del primo annuncio evangelico, con colui che ha ereditato il compito petrino di confermare i suoi fratelli. Tuttavia, nella realtà dei fatti, le comunità cristiane sembra, talvolta, più concentrate sul riaffermare in modo un po’ identitario la specificità o l’eccezionalità del proprio gruppo rituale-liturgico, piuttosto che ricercare un autentico rinnovamento del legame con l’unico mistero pasquale, centro e il cuore della fede”.
Concilio di Nicea dopo 1700 anni potrebbe essere ancora un ponte che unisce?
“Papa Leone ha ricordato ai partecipanti al Convegno ecumenico dedicato al 1.700^ anniversario del Concilio di Nicea che celebrare Nicea è: ‘un’occasione inestimabile per sottolineare che ciò che abbiamo in comune è molto più forte, quantitativamente e qualitativamente, di ciò che ci divide’. All’epoca come oggi, il senso che diamo alle parole è cruciale. Là dove si considera l’unità più perfetta della diversità e la diversità come una corruzione dell’unità, inevitabilmente si finirà per esprimere anche la propria fede in questi termini. Noi spesso temiamo la diversità, la viviamo come un rischio per l’unità; invece, nella prospettiva trinitaria, affermata fin da Nicea, la diversità è una ricchezza, non una minaccia. Nicea ci ricorda che Dio non ‘fa’ il Padre: è Padre, perché il Figlio esiste da sempre. Ed il Figlio è Dio perché riceve tutto dal Padre. Questo significa che anche il ricevere è divino! Vivere questa verità trasformerebbe completamente i rapporti ecumenici”.
Però sarà anche un incontro ecumenico: quanto sono importanti le fedi per la pace in Medio Oriente?
“Le fedi semplicemente proclamate, non bastano per la costruzione della pace: la pace è costruzione quotidiana di credenti che iniziano col ‘disarmare i loro cuori’, ci ricorda papa Leone XIV. Il dialogo al quotidiano è di credenti concreti: uomini e donne di buona volontà, che ispirati dalle loro fedi, indipendentemente dalle loro appartenenze costruiscono il Regno che inizia qui, su questa terra e non può essere solo rimandato al futuro escatologico”.
(Tratto da Aci Stampa)
La preghiera di papa Leone XIV e dei Reali d’Inghilterra per un cammino ecumenico
E’ stato lo scenario della Cappella Sistina, con la volta michelangiolesca, a far da cornice al momento più significativo della visita di Stato dei Reali d’Inghilterra alla Santa Sede: la preghiera ecumenica presieduta da Leone XIV e dall’arcivescovo di York, Stephen Cottrell, alla presenza di re Carlo III e della regina Camilla..
Un momento ‘storico’, perché Chiesa cattolica e Chiesa di Inghilterra, che fa parte della Comunione anglicana, hanno pregato insieme il Signore: le due realtà erano infatti espresse dalla presenza del Papa e dello stesso Re Carlo, Governatore supremo della Chiesa d’Inghilterra, accompagnato nella visita a Roma dall’attuale vescovo più anziano della stessa, proprio l’arcivescovo Cottrell.
Il momento di preghiera, in latino e in inglese, è stato iniziato dai salmi 8 e 64 (65) e la lettura, tratta dalla Lettera ai Romani, incentrati sulla lode a Dio come Creatore. Del resto la visita era stata originariamente programmata per aprile di quest’anno e il tema rifletteva il particolare impegno a prendersi cura della nostra casa comune, condiviso dal Re Carlo e da papa Francesco.
Papa Leone XIV ha confermato la condivisione di questo impegno per la tutela del creato ed è stato lieto di procedere con la cerimonia come era stata originariamente prevista, durante la quale i bambini della Cappella Reale di St. James’s Palace, a Londra, e i laici (cioè i membri adulti del coro) della Cappella di St. George nel Castello di Windsor, si sono uniti alla Schola della Cappella musicale pontificia Sistina. Infine il papa e l’arcivescovo Cottrell hanno recitato insieme una preghiera a Dio creatore; quindi papa Leone XIV e il Re Carlo III d’Inghilterra si sono scambiati due esemplari identici di orchidee Cymbidium.
Al termine dell’incontro, il Re Carlo è stato accompagnato in Terza Loggia per un colloquio con il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin. Nel frattempo la Regina Camilla ha visitato la Cappella Paolina.
Nel pomeriggio, i Reali hanno concluso la visita recandosi nella basilica papale di san Paolo fuori le Mura, che per i progressi compiuti sulla via della riconciliazione tra la Chiesa di Roma e la Chiesa d’Inghilterra, il cardinale arciprete James Michael Harvey e l’abate della comunità monastica, dom Donato Ogliari, con l’approvazione di papa Leone XIV, hanno conferito il titolo di ‘Royal Confrater’ di san Paolo al re Carlo III.
Dal Meeting di Rimini il Concilio di Nicea punto di partenza per un nuovo impulso ecumenico
Al meeting dell’Amicizia tra i Popoli giornata particolare con le relazioni del card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, e di Bartolomeo, patriarca ecumenico di Costantinopoli, che hanno interloquito sul Concilio di Nicea (‘1700 anni dal Concilio di Nicea’), introdotti da don Andrea D’Auria, direttore del Centro internazionale di Comunione e Liberazione, che ha ripreso le parole di papa Leone XIV: “Il Concilio di Nicea è una bussola che deve continuare a guidarci verso la piena unità visibile dei cristiani… Quindi Nicea non fu qualcosa di astratto ma ha a che fare con la nostra fede oggi, interessa il nostro rapporto con Dio, il prossimo e noi stessi”.
Nell’intervento il card. Koch ha esordito sottolineando l’importanza delle questioni dottrinali affrontate dal Concilio attraverso la ‘Dichiarazione dei 318 Padri’: “Con essa i Padri professarono la loro fede in ‘un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili’… Ed nella lettera del Sinodo agli Egiziani, i Padri annunciarono che il primo vero oggetto di studio era il fatto che Ario e i suoi seguaci fossero nemici della fede e opposti alla legge, e affermarono pertanto di aver ‘deciso all’unanimità di condannare con anatema la sua dottrina contraria alla fede, le sue affermazioni e le sue descrizioni blasfeme, con le quali oltraggiava il Figlio di Dio’.
Queste affermazioni delineano il contesto del credo formulato dal Concilio che professa la fede in Gesù Cristo come Figlio di Dio, ‘consustanziale al Padre’. Lo sfondo storico è quello di una violenta disputa scoppiata nella cristianità dell’epoca, soprattutto nella parte orientale dell’impero romano; da ciò emerge che, all’inizio del IV secolo, la questione cristologica era diventata il problema cruciale del monoteismo cristiano”.
Dopo una lunga disputa sul termine ‘homoousios’ il Concilio niceno mise al centro della professione di fede la preghiera di Gesù al Padre: “Il credo cristologico del Concilio è diventato la base della comune fede cristiana. Il Concilio riveste una grandissima importanza soprattutto perché avvenne in un’epoca in cui la cristianità non era ancora lacerata dalle numerose divisioni che si sarebbero poi prodotte. Il credo niceno è comune non solo alle Chiese orientali, alle Chiese ortodosse e alla Chiesa cattolica, ma anche alle Comunità ecclesiali nate dalla Riforma; la sua rilevanza ecumenica non deve quindi essere sottovalutata”.
Solo in tale modo è possibile l’unità nella Chiesa: “Di fatti, per ripristinare l’unità della Chiesa, è necessario che vi sia un accordo sui contenuti essenziali della fede, non solo tra le Chiese e le Comunità ecclesiali di oggi, ma anche con la Chiesa del passato e, in particolare, con la sua origine apostolica. L’unità della Chiesa si fonda sulla fede apostolica, che nel battesimo viene trasmessa e affidata a ogni nuovo membro del Corpo di Cristo”.
Questo è il fondamento dell’ecumenismo spirituale cristologico, che si basa sulla centralità della preghiera: “Poiché l’unità può essere ritrovata solo nella fede comune, la confessione cristologica del Concilio di Nicea si rivela il fondamento dell’ecumenismo spirituale. Questo è ovviamente un pleonasmo. L’ecumenismo cristiano o è spirituale oppure non è ecumenismo…
Il movimento ecumenico è stato fin dalle sue origini un movimento di preghiera. E’ stata la preghiera per l’unità dei cristiani ad aprire la strada al movimento ecumenico. La centralità della preghiera evidenzia il fatto che l’impegno ecumenico è innanzitutto un compito spirituale, assunto nella convinzione che lo Spirito Santo porterà a termine l’opera ecumenica che ha iniziato e ci indicherà la via”.
Solo in questo modo l’ecumenismo può progredire: “L’ecumenismo cristiano può progredire in modo credibile solo se i cristiani tornano insieme alla fonte della fede, che è possibile trovare solo in Gesù Cristo, come è stato professato dai Padri conciliari a Nicea… L’ecumenismo cristiano non può essere altro che adesione di tutti i cristiani alla preghiera sacerdotale del Signore, e lo diventa quando i cristiani fanno proprio, nel loro intimo, il forte desiderio di unità. Se l’ecumenismo non si limita a una dimensione interpersonale e filantropica, ma ha un’ispirazione e un fondamento realmente cristologici, non può essere altro che partecipazione alla preghiera sacerdotale di Gesù”.
L’importanza del Concilio di Nicea è stata sottolineata anche dal patriarca Bartolomeo, che ha messo subito in evidenza: “Resta evidente che quel Concilio ha svolto e svolge un ruolo primario di adesione stretta alla Sacra Scrittura e la Chiesa Ortodossa vi resta saldamente ancorata. Una pietra angolare per l’annuncio nei 17 secoli successivi”. Però l’intervento del patriarca di Costantinopoli è stato storico, anche se ha sviluppato temi attuali quali la sinodalità e la celebrazione unitaria della Pasqua: “Per essere credibili come cristiani, dobbiamo festeggiare la resurrezione del Salvatore nello stesso giorno. Assieme a papa Francesco abbiamo incaricato una commissione di studiare il problema. Ma esistono sensibilità diverse tra le Chiese e dobbiamo evitare nuove divisioni, non alimentare altre spaccature”.
Per questo è necessario uno ‘sforzo’comune: “Lo sforzo di trovare una data comune di Pasqua è un obiettivo pastorale importante, soprattutto per le coppie e per le famiglie di diverse confessioni e in vista della grande mobilità delle persone, in particolare durante le festività. Con una data comune di Pasqua, potrebbe essere espressa in modo ancora più credibile la profonda convinzione della fede cristiana che la Pasqua non è solo la festa più antica, ma anche la festa più importante della cristianità e che la fede cristiana sta o cade con il mistero pasquale, come la chiesa primitiva riassumeva questa convinzione fondamentale con la frase: ‘Togli la Risurrezione, e distruggi all’istante il cristianesimo’. L’importanza fondamentale della Pasqua verrebbe messa in luce da una data comune, che impartirebbe anche un nuovo slancio al cammino ecumenico verso il ripristino dell’unità della Chiesa in Oriente e in Occidente nella fede e nell’amore”.
Da qui l’invito ad approfondire il cammino sinodale: “Il 1700° anniversario del Concilio di Nicea deve essere percepito anche come un invito ed un’esortazione a trarre un’importante lezione dalla storia e ad approfondire oggi il pensiero sinodale nella comunione ecumenica, ancorandolo alla vita della Chiesa. Di fatti, anche l’ecumenismo avanza sulla via della ricomposizione dell’unità della Chiesa solo se viene portato avanti in maniera congiunta e, quindi, sinodale. Quanto fondamentale sia la sinodalità anche per l’impegno ecumenico è dimostrato chiaramente da due importanti documenti, quale lo studio ‘La Chiesa verso una visione comune’, che mira ad una visione multilaterale ed ecumenica della natura, dello scopo e della missione della Chiesa”.
Ed ha concluso l’intervento affermando l’importanza dello studio insieme: “Questo punto di vista è condiviso anche dalla Commissione Teologica Internazionale nel suo documento programmatico ‘La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa’, dove si constata che il dialogo ecumenico è progredito sino al punto di riconoscere nella sinodalità una ‘dimensione rivelatrice della natura della Chiesa’… Questa panoramica storica ci fa comprendere che lo sviluppo della sinodalità nella vita della Chiesa e dell’ecumenismo deve essere attuato con accuratezza teologica e prudenza pastorale. Anche questa lezione può essere appresa studiando il Concilio di Nicea”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: nelle differenze l’unità delle Chiese
“Oggi è la grande festa della Chiesa di Roma, generata dalla testimonianza degli Apostoli Pietro e Paolo e fecondata dal loro sangue e da quello di molti altri martiri. Anche ai nostri giorni, in tutto il mondo, vi sono cristiani che il Vangelo rende generosi e audaci persino a prezzo della vita. Esiste così un ecumenismo del sangue, una invisibile e profonda unità fra le Chiese cristiane, che pure non vivono ancora tra loro la comunione piena e visibile. Voglio pertanto confermare in questa festa solenne che il mio servizio episcopale è servizio all’unità e che la Chiesa di Roma è impegnata dal sangue dei Santi Pietro e Paolo a servire la comunione tra tutte le Chiese”: con queste parole prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato ‘la grande festa della Chiesa di Roma’ nella solennità dei santi Pietro e Paolo, sottolineando che anche in questo tempo ci sono cristiani che muoiono per i valori del Vangelo.
Questa persecuzione avviene ancora oggi perché la visione proposta da Gesù è un ‘rovesciamento’ di prospettiva: “La pietra, da cui Pietro riceve anche il proprio nome, è Cristo. Una pietra scartata dagli uomini e che Dio ha reso pietra angolare. Questa Piazza e le Basiliche Papali di San Pietro e di San Paolo ci raccontano come quel rovesciamento continui sempre. Esse si trovano ai margini della città antica, ‘fuori le mura’, come si dice fino ad oggi.
Ciò che a noi appare grande e glorioso è stato prima scartato ed espulso, perché in contrasto con la mentalità mondana. Chi segue Gesù si trova a camminare sulla via delle Beatitudini, dove la povertà di spirito, la mitezza, la misericordia, la fame e la sete di giustizia, l’operare per la pace trovano opposizione e anche persecuzione. Eppure, la gloria di Dio brilla nei suoi amici e lungo il cammino li plasma, di conversione in conversione”.
Ma il giubileo ricorda che la persecuzione è vinta con la speranza, nonostante i nostri errori: “Cari fratelli e sorelle, sulle tombe degli Apostoli, meta millenaria di pellegrinaggio, anche noi scopriamo che possiamo vivere di conversione in conversione. Il Nuovo Testamento non nasconde gli errori, le contraddizioni, i peccati di quelli che veneriamo come i più grandi Apostoli. La loro grandezza, infatti, è stata modellata dal perdono. Il Risorto, più di una volta, è andato a prenderli per rimetterli sul suo cammino. Gesù non chiama mai una volta sola. E’ per questo che tutti possiamo sempre sperare, come ci ricorda anche il Giubileo”.
E prima, nella celebrazione eucaristica della solennità dei santi Pietro e Paolo papa Leone XIV ha ricordato due aspetti fondamentali della Chiesa, quali la comunione ecclesiale e la vitalità della fede: “Anzitutto, la comunione ecclesiale. La liturgia di questa Solennità, infatti, ci fa vedere come Pietro e Paolo sono stati chiamati a vivere un unico destino, quello del martirio, che li ha associati definitivamente a Cristo”.
Con una sottolineatura importante, quella di una fede non ‘pacifica’: “Tuttavia, questa comunione nell’unica confessione della fede non è una conquista pacifica. I due Apostoli la raggiungono come un traguardo a cui approdano dopo un lungo cammino, nel quale ciascuno ha abbracciato la fede e ha vissuto l’apostolato in modo diverso.
La loro fraternità nello Spirito non cancella le diversità dalle quali sono partiti: Simone era un pescatore di Galilea, Saulo invece un rigoroso intellettuale appartenente al partito dei farisei; il primo lascia subito tutto per seguire il Signore; il secondo perseguita i cristiani finché viene trasformato da Cristo Risorto; Pietro predica soprattutto ai Giudei; Paolo è spinto a portare la Buona Notizia alle genti”.
Quindi una fede non ‘pacifica’, ma ‘comunionale’: “Carissimi, la storia di Pietro e Paolo ci insegna che la comunione a cui il Signore ci chiama è un’armonia di voci e di volti e non cancella la libertà di ognuno. I nostri Patroni hanno percorso sentieri diversi, hanno avuto idee differenti, a volte si sono confrontati e scontrati con franchezza evangelica. Eppure ciò non ha impedito loro di vivere la concordia apostolorum, cioè una viva comunione nello Spirito, una feconda sintonia nella diversità”.
La vita di questi due santi è un insegnamento di comunione: “Tutto questo ci interroga sul cammino della comunione ecclesiale. Essa nasce dall’impulso dello Spirito, unisce le diversità e crea ponti di unità nella varietà dei carismi, dei doni e dei ministeri. E’ importante imparare a vivere così la comunione, come unità nella diversità, perché la varietà dei doni, raccordata nella confessione dell’unica fede, contribuisca all’annuncio del Vangelo”.
E’ un cammino a cui tutti siamo chiamati: “Su questa strada siamo chiamati a camminare, proprio guardando a Pietro e Paolo, perché di tale fraternità abbiamo tutti bisogno. Ne ha bisogno la Chiesa, ne hanno bisogno le relazioni tra laici e presbiteri, tra i presbiteri e i Vescovi, tra i Vescovi e il Papa; così come ne hanno bisogno la vita pastorale, il dialogo ecumenico e il rapporto di amicizia che la Chiesa desidera intrattenere con il mondo. Impegniamoci a fare delle nostre diversità un laboratorio di unità e di comunione, di fraternità e di riconciliazione perché ciascuno nella Chiesa, con la propria storia personale, impari a camminare insieme agli altri”.
Tale cammino interpella la vitalità della ‘nostra’ fede: “Nell’esperienza del discepolato, infatti, c’è sempre il rischio di cadere nell’abitudine, nel ritualismo, in schemi pastorali che si ripetono senza rinnovarsi e senza cogliere le sfide del presente. Nella storia dei due Apostoli, invece, ci ispira la loro volontà di aprirsi ai cambiamenti, di lasciarsi interrogare dagli avvenimenti, dagli incontri e dalle situazioni concrete delle comunità, di cercare strade nuove per l’evangelizzazione a partire dai problemi e dalle domande posti dai fratelli e dalle sorelle nella fede”.
Infatti la fede è incentrata sulla domanda che Gesù pone agli apostoli su sé stesso (‘Ma voi, chi dite che io sia?’): “Ogni giorno, ad ogni ora della storia, sempre dobbiamo porre attenzione a questa domanda. Se non vogliamo che il nostro essere cristiani si riduca a un retaggio del passato, come tante volte ci ha ammoniti Papa Francesco, è importante uscire dal rischio di una fede stanca e statica, per chiederci: chi è oggi per noi Gesù Cristo? Che posto occupa nella nostra vita e nell’azione della Chiesa? Come possiamo testimoniare questa speranza nella vita di tutti i giorni e annunciarla a coloro che incontriamo?”.
Ed ha concluso l’omelia con un invito al discernimento, che dipende da come la comunione è vissuta: “Fratelli e sorelle, l’esercizio del discernimento, che nasce da questi interrogativi, permette alla nostra fede e alla Chiesa di rinnovarsi continuamente e di sperimentare nuove vie e nuove prassi per l’annuncio del Vangelo. Questo, insieme alla comunione, deve essere il nostro primo desiderio. In particolare, oggi vorrei rivolgermi alla Chiesa che è in Roma, perché più di tutte essa è chiamata a diventare segno di unità e di comunione, Chiesa ardente di una fede viva, Comunità di discepoli che testimoniano la gioia e la consolazione del Vangelo in tutte le situazioni umane”.
Al termine ha salutato gli arcivescovi che hanno ricevuto il pallio ed i membri delle Chiese ortodosse presenti alla celebrazione eucaristica: “Nella gioia di questa comunione, che il cammino dei santi Pietro e Paolo ci invita a coltivare, saluto i fratelli Arcivescovi che oggi ricevono il Pallio. Carissimi, questo segno, mentre richiama il compito pastorale che vi è affidato, esprime la comunione con il Vescovo di Roma, perché nell’unità della fede cattolica, ciascuno di voi possa alimentarla nelle Chiese locali a voi affidate.
Desidero poi salutare i membri del Sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina: grazie per la vostra presenza qui e per il vostro zelo pastorale. Il Signore doni la pace al vostro popolo! E con viva riconoscenza saluto la Delegazione del Patriarcato Ecumenico, qui inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV auspica una data comune per la Pasqua
“Porgo un caloroso benvenuto a tutti voi, che partecipate al Simposio Nicea e la Chiesa del terzo millennio: verso l’unità cattolico-ortodossa, organizzato congiuntamente da Œcumenicum (l’Istituto di Studi Ecumenici dell’Angelicum) e dall’Associazione Teologica Ortodossa Internazionale. In modo speciale saluto i rappresentanti delle Chiese Ortodosse e Ortodosse Orientali, molti dei quali mi hanno onorato con la loro presenza alla Messa di inaugurazione del mio Pontificato”: con tali parole papa Leone XIV ha salutato i partecipanti al Simposio Ecumenico dedicato al 1700° Anniversario del Concilio di Nicea, sul tema ‘Nicea e la Chiesa del Terzo Millennio: Verso l’Unità Cattolico-Ortodossa’, che si chiude oggi all’Università Pontificia San Tommaso d’Aquino – Angelicum.
Scusandosi per il ritardo il papa ha sottolineato che il Concilio niceno apre uno sguardo sul futuro dei rapporti tra le Chiese: “Il Concilio di Nicea non è solo un evento del passato, ma una bussola che deve continuare a guidarci verso la piena unità visibile dei cristiani. Il Primo Concilio Ecumenico è fondamentale per il cammino comune che cattolici e ortodossi hanno intrapreso insieme dal Secondo Concilio Vaticano. Per le Chiese orientali, che commemorano la sua celebrazione nel loro calendario liturgico, il Concilio di Nicea non è semplicemente un Concilio tra gli altri o il primo di una serie, ma il Concilio per eccellenza, che ha promulgato la norma della fede cristiana, la confessione di fede dei 318 Padri”.
Ed ha sottolineato i tre temi messi a fuoco dal simposio, di cui il primo consiste in una visione nuova dei problemi: “Sono convinto che ritornando al Concilio di Nicea e attingendo insieme a questa sorgente comune, saremo in grado di vedere in una luce diversa i punti che ancora ci separano. Attraverso il dialogo teologico e con l’aiuto di Dio, otterremo una migliore comprensione del mistero che ci unisce. Celebrando insieme questa fede nicena e proclamandola insieme, avanzeremo anche verso il ripristino della piena comunione tra noi”.
Il secondo nodo riguarda la sinodalità: “Il Concilio di Nicea ha inaugurato un cammino sinodale per la Chiesa da seguire nella gestione delle questioni teologiche e canoniche a livello universale. Il contributo dei delegati fraterni delle Chiese e delle comunità ecclesiali dell’Oriente e dell’Occidente al recente Sinodo sulla sinodalità, tenutosi qui in Vaticano, è stato uno stimolo prezioso per una maggiore riflessione sulla natura e sulla pratica della sinodalità… Spero che la preparazione e la commemorazione congiunta del 1700° anniversario del Concilio di Nicea saranno un’occasione provvidenziale”.
Infine il papa ha messo in evidenza la Pasqua: “Come sappiamo, uno degli obiettivi del Concilio di Nicea era quello di stabilire una data comune per Pasqua al fine di esprimere l’unità della Chiesa in tutta l’oikoumene. Purtroppo, le differenze nei rispettivi calendari non permettono più ai cristiani di celebrare insieme la festa più importante dell’anno liturgico, causando problemi pastorali all’interno delle comunità, dividendo le famiglie e indebolendo la credibilità della nostra testimonianza del Vangelo. Sono state proposte diverse soluzioni che consentirebbero ai cristiani, rispettando il principio di Nicea, di celebrare insieme la ‘Festa delle Feste’.
In quest’anno, quando tutti i cristiani hanno celebrato la Pasqua nello stesso giorno, vorrei riaffermare la disponibilità della Chiesa Cattolica alla ricerca di una soluzione ecumenica che favorisca una celebrazione comune della resurrezione del Signore e, di conseguenza, dia maggiore forza missionaria alla nostra predicazione del nome di Gesù e della salvezza che nasce dalla fede nella verità salvifica del Vangelo”.
Ed ha concluso l’incontro di vigilia della Pentecoste con una preghiera per l’unità dei cristiani: “Fratelli e sorelle, in questa vigilia di Pentecoste, ricordiamo che l’unità cui i cristiani aspirano non sarà principalmente il frutto dei nostri sforzi, né sarà realizzata attraverso modelli o schemi prestabiliti. Piuttosto, l’unità sarà un dono ricevuto ‘come Cristo vuole e con i mezzi che Egli vuole’, attraverso l’azione dello Spirito Santo. Perciò in questo momento vorrei invitarvi ad alzarvi tutti e insieme possiamo pregare implorando dallo Spirito il dono dell’unità.
La preghiera che reciterò invoca l’unità dello Spirito ed è tratta dalla tradizione orientale: O Re Celeste, Consolatore, Spirito di Verità che sei ovunque e riempi ogni cosa; Tesoro di Benedizioni e Datore di vita, vieni e dimora in noi, purificaci da ogni impurità e salva, Benigno, le nostre anime”.
(Foto: Santa Sede)



























