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Papa Leone XIV ha espresso dolore per i bambini innocenti e tutte le vittime in Medio Oriente

La Sala Stampa della Santa Sede, tramite il suo canale Telegram, ha fatto sapere che papa Leone XIV prega perché cessi ogni ostilità nelle regioni mediorientali per i ‘tanti innocenti, tra cui molti bambini’ rimasti uccisi nei bombardamenti e ‘per chi prestava loro soccorso’, come p. Pierre El-Rahi, il sacerdote maronita morto a causa di un attacco in Libano

E’ un sacerdote maronita ucciso a Qlaya durante un attacco che aveva colpito una casa nella zona della sua parrocchia, in montagna, ferendo uno dei parrocchiani. Come ha raccontato il francescano p. Toufic Bou Merhi ai media vaticani, p. El-Rahi è andato di corsa con altre decine di giovani a soccorrere il parrocchiano. In quel momento c’è stato un altro bombardamento sulla stessa casa e il sacerdote è rimasto ferito, morendo poco dopo:

“In nome del diritto di difesa, e con la scusa dei cosiddetti ‘danni collaterali’, abbiamo perso un parroco, padre Pierre El Raii. La sua unica colpa era voler restare accanto ai suoi parrocchiani. Il suo errore è stato rispondere a una richiesta di aiuto. Ha cercato di soccorrere una persona che lo aveva chiamato, e questo gesto gli è costato la vita. Padre Pierre era la generosità e la disponibilità incarnate in un parroco. Tentavo di frenarlo per fargli prendere fiato, ma non ci sono mai riuscito”.

Ed ha raccontato la vita degli sfollati: “Persone costrette a lasciare la propria casa, le proprie strade, la propria memoria. Dove si rifugia la dignità quando si perde la propria casa? Come si custodisce la speranza quando si vive con una valigia sempre pronta? E nel cuore di molti cresce anche un’altra ferita: la paura dell’altro, di chi è diverso, di chi sta dall’altra parte. Ma come si può costruire la pace se prima non si guarisce questa paura? Le case distrutte, prima o poi, si possono ricostruire. Ma l’uomo ferito dalla violenza, dalla paura e dalla tristezza, chi lo ricostruirà? Dove si può ritrovare la dignità perduta?”

Ad esprimere dolore e parole di cordoglio anche la Caritas Libano che in un comunicato ha scritto: “Con il cuore ferito e profondo dolore abbiamo ricevuto la notizia del martirio del cappellano regionale di Qlayaa-Marjeyoun di Caritas Libano, padre Pierre Al-Rahi, che ha perso la vita a seguito del bombardamento che ha colpito l’area, mentre rimaneva saldo nella sua terra e accanto alla gente della sua città”.

Mentre il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha inviato un messaggio a Sua Beatitudine il card. Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, per esprimere vicinanza della Chiesa italiana: “Ancora una volta il dramma della guerra ha colpito la vostra popolazione e ancora una volta ci troviamo a piangere vittime innocenti, di ogni fede. Preghiamo per il caro padre Pierre che non ha voluto abbandonare la sua terra, restando accanto alla sua gente e testimoniando fino all’ultimo l’amore per chi gli era stato affidato, per tutti i cristiani che sono rimasti nel Paese”.

Per questo ha parlato di martirio: “Il suo esempio, il suo martirio, è seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, segno di fraternità lì dove prevale la logica del più forte. Per questo, rinnoviamo il nostro impegno a rafforzare i vincoli di solidarietà e prossimità che già uniscono le nostre Chiese”.

E  con le parole di papa Leone XIV ha detto che la guerra non è la soluzione: “Mentre affidiamo alle braccia misericordiose del Padre il nostro fratello, non ci stanchiamo di chiedere al Principe della Pace che si fermino le violenze in Medio Oriente e in tutti gli angoli della terra deturpati dalla devastazione e dalla morte. La guerra non è la risposta e non è mai la soluzione, è una sconfitta per tutti: per questo, uniamo la nostra voce a quella di Papa Leone XIV che ha chiesto che cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli”.

Infine l’invito  a tutti gli italiani a pregare e digiunare per la pace: “La sofferenza delle persone che stanno vivendo sulla propria pelle il dramma del conflitto è un grido che non può e non deve lasciarci indifferenti. Venerdì 13 marzo, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno promossa dalla CEI, ricorderemo padre Pierre e tutte le comunità cristiane perché, nello scenario buio dell’odio e della violenza, continuino a essere luce di unione, amore e fraternità”.

(Foto: Media Vaticani)

Perché nel mondo i cristiani sono sempre più perseguitati?

Nella WWL 2026 (https://www.porteaperteitalia.org/) ancora una volta si registra il più alto livello di persecuzione da quando la World Watch List è pubblicata, confermando l’aumento costante degli ultimi anni. Altro segno visibile del declino della libertà religiosa dei cristiani nel mondo è il fatto che dall’edizione del 2021 si  può trovare nella mappa dei primi 50 paesi solo nazioni con un livello molto alto ed estremo di persecuzione e discriminazione, scomparendo quindi il livello alto: “Dal 2020 a oggi, non solo i massacri e i rapimenti, ma le oltre 47.000 chiese, ospedali e scuole cristiane attaccate o chiuse, più di 108.000 case e attività economiche saccheggiate o distrutte, costringono alla fuga famiglie ed intere comunità cristiane, dando vita a esodi inumani e a una ‘Chiesa profuga’ che grida aiuto!”, ha dichiarato durante la presentazione del rapporto, Cristian Nani direttore di Porte Aperte in Italia.

Inoltre ha sottolineato che è in aumento la persecuzione anticristiana (https://youtu.be/Fh0tbXmMCLU?si=T4UCl0uNa0QadCeu): “In 33 anni di ricerca, registriamo un costante aumento della persecuzione anticristiana in termini assoluti! Il 2025 è di nuovo anno record dell’intolleranza… Porte Aperte chiede al governo di promuovere la libertà religiosa come priorità diplomatica, integrandola nei negoziati commerciali; l’alfabetizzazione religiosa dei propri funzionari a vari livelli; la collaborazione con attori religiosi locali, soprattutto in aree sensibili come il Sahel, per garantire equità nella distribuzione degli aiuti, prevenendo discriminazioni”.

Cosa si evidenzia da questo nuovo rapporto?

“Il nostro report World Watch List 2026 mostra il più alto livello di persecuzione anticristiana mai registrato in 33 anni di analisi: oltre 388.000.000 cristiani subiscono almeno un livello alto di persecuzione (1 su 7 nel mondo). Aumentano i cristiani uccisi (+4.849), abusati e le violenze di genere per ragioni legate alla fede. I Paesi con persecuzione ‘estrema’ salgono da 13 a 15, per capirci quelli indicati in rosso nella nostra mappa, con la Corea del Nord ancora al primo posto. L’Africa Subsahariana è l’epicentro globale della violenza anticristiana (con la Nigeria vero scenario di massacri con almeno 3.490 cristiani uccisi), mentre la Siria peggiora di molto a causa dell’impennata di attacchi e instabilità. Cresce inoltre in fenomeno della ‘Chiesa nascosta’, ossia cristiani costretti a vivere la propria fede nella clandestinità da restrizioni governative o sociali”.

Per quale motivo ogni anno aumenta la persecuzione contro i cristiani?

“Le cause ricorrenti emerse nella WWL 2026 sono una governance debole e crollo dello Stato di diritto, che crea zone senza legge dove milizie e gruppi radicali agiscono impunemente; una crescita dell’estremismo religioso, islamista in Africa e Asia, nazionalista in India, autoritario in Medio Oriente; aumento di conflitti armati e colpi di Stato, soprattutto in Africa; una maggior sorveglianza e controllo ideologico in regimi autoritari come in Cina, Iran, Corea del Nord; infine la criminalità organizzata in America Latina colpisce i leader cristiani considerati ostacoli al controllo territoriale”.

Per quale motivo nel continente africano si registra una maggior repressione?

“L’Africa subsahariana concentra i punteggi di violenza più alti al mondo. Tra le cause principali troviamo Stati fragili e falliti: 5 Paesi hanno subito colpi di Stato recenti, altri non applicano la Costituzione; insurrezioni jihadiste diffuse (Boko Haram, ISWAP, Al‑Shabaab, ISGS, JNIM); conflitti etnici e mancanza di sicurezza, con milioni di sfollati; criminalità e corruzione che favoriscono impunità. In molti Stati i cristiani si trovano tra più fronti armati. Il risultato è una ‘metastasi’ di violenza ormai strutturale, che potenziata da agende islamiste radicali, rende le comunità cristiane doppiamente vulnerabili. Chiunque neghi il ‘fattore religioso’ all’analisi sulla destabilizzazione dell’Africa subsahariana, commette un enorme errore di valutazione”.

In Africa ci sono alcuni Stati particolari (Somalia, Sudan ed Eritrea) dove è in aumento la violenza contro i cattolici: da cosa dipende?

“Ovviamente si tratta di dinamiche diverse a seconda del paese in esame. Premessa importante è che le nostre analisi tengono in considerazione tutti i cristiani, non solo cattolici. In Somalia, sottolineerei tre dinamiche principali:  la crescita dell’influenza del gruppo estremista al‑Shabaab, che considera i convertiti alla fede cristiana ‘traditori’ da eliminare; tutte le chiese registrate sono state chiuse o distrutte; la sopravvivenza è possibile solo nella clandestinità totale, a causa della pressione di una società islamica sempre più radicalizzata dalla presenza di gruppi estremisti.

In Sudan, invece è senza dubbio la Guerra civile tra esercito e RSF, il driver principale, visto che entrambi prendono di mira i cristiani. Sono centinaia le chiese distrutte, 9.600.000 gli sfollati, con una impennata della violenza anticristiana notevole.

In Eritrea, invece, siamo di fronte a un regime totalitario per il quale l’indipendenza religiosa equivale al dissenso politico. Assistiamo da tempo alla confisca di proprietà, ad arresti indiscriminati (svariati cristiani sono in carcere per il semplice fatto di essere cristiani), al divieto di esistere delle chiese non riconosciute, in una nazione che non tiene elezioni da 28 anni, ed è in stato di militarizzazione permanente”.

Anche in Medio Oriente c’è la situazione siriana, dove i cattolici si stanno estinguendo: per quale motivo?

“Abbiamo rivisto al ribasso le nostre stime sui cristiani rimasti, circa 300.000, centinaia di migliaia in meno rispetto a dieci anni fa. Oltre agli orribili anni di guerra civile, all’ISIS, al terremoto e all’emergenza umanitaria, la WWL 2026 evidenzia: dalla caduta del regime di Assad (dicembre 2024) e presa del potere da parte di HTS, vi è stato un aumento importante degli attacchi e delle minacce. Quindi è cresciuta la violenza: attentati, chiese distrutte, 27 cristiani uccisi in un anno. Da qui l’imposizione della sharia come base legislativa nella Costituzione provvisoria 2025, accompagnate da pressioni sociali e propaganda islamista, jizya, minacce, sorveglianza. Quindi i cristiani, senza protezione tribale, sono più vulnerabili allo sfollamento”.

Stiamo seguendo gli avvenimenti in Iran: quale è la situazione dei cristiani in Iran?

L’Iran da anni è tra le 10 nazioni in cui si perseguitano di più i cristiani (WWL 2026 è al 10° posto).
Secondo le nostre ricerche, i cristiani vivono una discriminazione e pressione costanti in quasi tutte le sfere della vita (la nostra ricerca analizza le 5 sfere della vita: privata, famiglia, comunità, chiesa, nazione, oltre alla violenza). Il governo considera i convertiti cristiani una ‘minaccia occidentale’, ancor di più dopo il breve conflitto Iran‑Israele dello scorso anno. La sorveglianza è in aumento, con arresti e repressione delle chiese domestiche. Le comunità storiche (armeni e assiri) sono tollerate ma trattate come cittadini di seconda classe”.

Infine per quale motivo in America Latina i cristiani sono minacciati?

“L’America Latina è composta da nazioni fortemente cristiane, eppure vi sono regioni in cui l’intolleranza anticristiana si manifesta in modo lampante. Due le matrici principali: la prima sono i regimi autoritari, come Cuba, Nicaragua, Venezuela, dove il governo reprime ogni dissenso e i leader cristiani vengono spesso perseguitati perché difendono i diritti umani fondamentali o non si allineano politicamente. L’altra causa riguarda la criminalità organizzata, come in Colombia e Messico, dove bande e gruppi armati (cartelli e narcos inclusi) controllano ampi territori e percepiscono i leader cristiani come ostacoli, perché per esempio si impegnano nel sociale sottraendo giovani alle loro file. Rapimenti, omicidi e intimidazioni sono un’arma tipica in Colombia, almeno 36 leader cristiani assassinati e 18 scomparsi nel periodo 2023‑2025”.

(Tratto da Aci Stampa)

Il racconto della vita dei cristiani nella Siria

Sostenere ‘con fermezza’ la Siria a più di un anno dalla caduta di Bashar al-Assad e dalla ‘fine di un sistema di repressione che si è protratto per decenni’: questa è stata l’esortazione del segretario generale dell’Onu, António Guterres, alla comunità internazionale. Il Paese è da ricostruire nelle infrastrutture e sono milioni i siriani ancora sfollati e rifugiati all’estero che attendono di rientrare quando le condizioni di sicurezza saranno migliorate.

Con Andrea Avveduto, responsabile della comunicazione di Pro Terra Sancta ed autore del libro ‘Un maestro per Samir’, proviamo a fare un punto: quale ‘vita’ conducono i cristiani?

“La vita dei cristiani in Siria è di una normalità fragile: inflazione, lavori intermittenti, paura a ondate. Le parrocchie reggono il tessuto quotidiano, ma la sicurezza resta precaria: dopo l’attentato a Mar Elias, davanti alle chiese la domenica ci sono controlli e giovani di quartiere armati “a protezione” dei fedeli. Nel nord-ovest il peso dell’islamismo si sente ancora: nei villaggi di Knayeh e Yacoubieh i jihadisti hanno imposto per anni regole umilianti; le croci sono tornate, ma restano graffiti anti-cristiani, donne che entrano in chiesa col velo per evitare provocazioni e sacerdoti sconsigliati dal portare l’abito in pubblico. Da Idlib partono imam con prediche radicali, alimentando paura e voglia di emigrare”.

Nel libro ‘Un maestro per Samir’ racconta storie quotidiane: si può intravvedere speranza?

“La speranza è concreta e minuta: un’aula che riapre, un ragazzo che torna a giocare a pallone, un maestro che ‘vede’ un bambino prima del suo dolore. Non è ottimismo: è la vita che, pur tra macerie e lutti, insiste e sorprende. Samir trova uno sguardo (quello del maestro) che lo strappa alla spirale dell’odio e lo rimette in relazione: è questo il varco da cui passa la speranza nel libro”.

Allora quanto è importante per i siriani la presenza dei francescani?

“Conta perché è continua e accessibile. I frati restano quando conviene andarsene, tengono aperte chiese e case, parlano la lingua della gente e condividono i rischi. Questa prossimità quotidiana genera fiducia e rende possibili percorsi educativi, assistenziali e di lavoro che altrimenti non partirebbero”.

Quale sostegno offre ai siriani Pro Terra Sancta?

“In Siria lavoriamo per ricucire la vita dove si è strappata. Questo significa, prima di tutto, esserci: ascoltare famiglie schiacciate dall’inflazione, anziani soli, mamme che non sanno come pagare l’affitto o le bollette. Nel concreto, accompagniamo con pacchi alimentari e farmaci, contributi mirati per la casa, percorsi di sostegno psicologico per bambini e adulti traumatizzati. Ma non ci fermiamo all’emergenza: aiutiamo i ragazzi a restare a scuola con borse di studio e doposcuola, attiviamo corsi brevi per imparare un mestiere e diamo piccoli capitali di avvio a chi vuole riaprire una bottega o un laboratorio, perché un lavoro restituisce dignità prima ancora che reddito. Infine, curiamo i luoghi: ripariamo porte, finestre, aule e cortili, riaprendo spazi comuni dove la gente può incontrarsi di nuovo. È un passo dopo l’altro, misurabile e trasparente, che mette al centro le persone e i quartieri. Come accade nelle pagine del libro, dove la rinascita inizia spesso da un banco di scuola rimesso in piedi o da un campo da gioco restituito ai bambini”.

(Tratto da Aci Stampa)

I vescovi stimolano al bisogno di Europa

“E’ bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme! Questo è l’invito che papa Leone XIV, a conclusione del Giubileo della Speranza, ha rivolto a tutte le nostre Chiese affinché il tempo che si apre sia ‘l’inizio della speranza’. Come presidenti di Conferenze Episcopali Europee, sentiamo la responsabilità di accogliere l’invito del papa e di condividerlo. Viviamo in un mondo lacerato e polarizzato da guerre e violenza. Molti nostri concittadini sono angosciati e disorientati”: riscoprire l’anima dell’Europa e rinnovare l’impegno per il bene comune in un tempo segnato da guerre, divisioni e incertezze globali è il cuore dell’appello ‘Cristiani per l’Europa. La forza della speranza’, diffuso dai presidenti delle Conferenze Episcopali di Francia, Italia, Germania e Polonia, firmato dal card. Jean-Marc Aveline, dal card. Matteo Maria Zuppi, da mons. Georg Bätzing e da mons. Tadeusz Wojda, che raccolgono l’invito del papa ad essere ‘pellegrini di speranza’ ed a vivere il tempo presente come ‘inizio della speranza’.

Nel testo i vescovi descrivono un mondo segnato da polarizzazioni, violenze e timori diffusi tra i cittadini: “L’ordine internazionale è minacciato. In questa situazione, l’Europa deve riscoprire la sua anima per poter offrire al mondo intero il suo indispensabile apporto al ‘bene comune’. Potremo farlo riflettendo su ciò che ha contribuito a fondare l’Europa. Dal punto di vista storico, dopo le civiltà ellenistica e romana, il cristianesimo è stato uno dei fondamenti essenziali del nostro continente. Ha plasmato in larga misura il volto di un’Europa umanista, solidale e aperta al mondo”.

In questo contesto, l’Europa è chiamata a riscoprire la propria identità per offrire un contributo essenziale al bene comune globale: “Oggi viviamo in un’Europa pluralistica, caratterizzata da diversità linguistiche, differenze culturali regionali e numerose tradizioni religiose e spirituali. Sebbene i cristiani siano meno numerosi, ciò non impedisce loro di tornare, con coraggio e perseveranza, al fondamento della loro speranza”.

Per questo i presidenti delle quattro conferenze episcopali hanno ripercorso le tappe che hanno portato alla ‘costruzione’ dell’Europa: “All’indomani di una guerra devastante, con lo sterminio di milioni di persone per ragioni razziali, religiose e identitarie, l’urgenza di costruire un mondo nuovo si è imposta come un’evidenza.

Molti laici cattolici hanno concepito, con determinazione, l’Europa come una casa comune e si sono impegnati a sviluppare un nuovo quadro internazionale, in particolare attraverso la creazione delle Nazioni Unite. L’obiettivo era la realizzazione di una società riconciliata, concepita come punto di convergenza e garanzia del rispetto reciproco delle specificità, un baluardo di libertà, uguaglianza e pace”.

Così nella dichiarazione fondativa della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, i fondatori avevano sottolineato l’idea di un’Europa solidale: “I padri fondatori dell’Europa, Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, ispirati dalla loro fede cristiana, non erano ingenui sognatori, ma gli architetti di un edificio magnifico, seppur fragile. ‘Poiché amavano Cristo, amavano anche l’umanità e si impegnarono per unirla’, come ha più volte sottolineato san Giovanni Paolo II, ricordando il ruolo dei cristiani nella costruzione dell’Europa”.

Quindi l’Europa non è solo un mercato: “L’Europa non può essere ridotta a un mercato economico e finanziario, pena il tradimento della visione iniziale dei suoi padri fondatori. Nel rispetto dello stato di diritto e rifiutando le logiche esclusiviste dell’isolazionismo e della violenza, opterà per la risoluzione sovranazionale dei conflitti, scegliendo meccanismi e alleanze adeguati.

Dovrà essere sempre pronta a riprendere il dialogo, anche in casi di conflitto, e adoperarsi per la riconciliazione e la pace. L’Europa è chiamata a ricercare alleanze che gettino le basi per un’autentica solidarietà tra i popoli”.

L’appello si chiude con la constatazione di un bisogno di Europa: “Nonostante i numerosi movimenti euroscettici in diversi Paesi del Continente, gli europei si sono riavvicinati gli uni agli altri, soprattutto dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Un quadro internazionale sta morendo e uno nuovo deve ancora nascere…

Il mondo ha bisogno dell’Europa. E’ questa l’urgenza che i cristiani devono far propria per potersi poi impegnare con decisione, ovunque si trovino, per il suo futuro con la stessa viva consapevolezza dei padri fondatori. ‘Vissuta come impegno disinteressato al servizio della città, al servizio dell’uomo, la politica può diventare un impegno d’amore verso il proprio simile’, spiegava Robert Schuman. In nome della loro fede, i cristiani sono chiamati a condividere con tutti gli abitanti del continente europeo la loro speranza di una fraternità universale”.

In aumento nel mondo la persecuzione contro i cristiani

Salgono da 380.000.000 ad oltre 388.000.000 nel mondo i cristiani che sperimentano almeno un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede (1 cristiano ogni 7); di cui 201.000.000 sono donne o bambine. Parlando di minori di 15 anni, di questi 388.000.000 almeno 110.000.000 sono bambini e ragazzi. E’ quanto emerge dalla World Watch List 2026 (Wwl), la lista dei primi 50 paesi dove più si perseguitano i cristiani al mondo, presentata nei giorni scorsi a Roma da ‘Porte aperte/Open doors’ l’agenzia che da 70 anni è impegnata a sostenere i cristiani dei Paesi dove esiste la persecuzione anticristiana, riferita al periodo dal 1° ottobre 2024 al 30 settembre 2025.

Salgono da 13 a 15 i paesi che mostrano un livello di persecuzione e discriminazione definibile estremo. La Corea del Nord rimane stabile al primo posto con la tolleranza zero del regime per i cristiani (tra i 50.000 ed i 70.000 rinchiusi nei campi di lavori forzati), obbligati a vivere la fede nel segreto, alimentando il fenomeno della Chiesa underground o nascosta. Abbondanti prove dimostrano come nei brutali interrogatori di fuggitivi nordcoreani, rimpatriati dalla Cina, sia espressamente chiesto se il fuggiasco sia entrato in contatto con cristiani o chiese in terra cinese, confermando la paranoia dittatoriale del regime contro la comunità cristiana.

Nelle prime 5 posizioni ci sono 3 nazioni fortemente islamiche, come evidenza del fatto che l’oppressione islamica rimane una delle fonti principali di intolleranza anticristiana: Somalia (2°), Yemen (3°) e Sudan (4°). Qui le fonti di persecuzione sono connesse a una società islamica tribale, all’estremismo attivo e all’instabilità endemica di questi paesi: la fede cristiana va vissuta nel segreto e, se scoperti, i cristiani (specie se ex-musulmani) rischiano anche la morte.

In particolare, in Sudan la guerra civile ha frammentato l’autorità statale, creando spazio per i gruppi armati e zone in cui l’impunità è la norma. Chiese sono state occupate o distrutte, leader cristiani minacciati o sfollati e intere famiglie cristiane costrette a ripetute fughe. L’Eritrea risale al 5° posto, governata da un regime che equipara l’indipendenza religiosa al dissenso politico, confermando quindi la propria nomea di ‘Corea del Nord dell’Africa’. Nel 2025, le forze di sicurezza hanno confiscato decine di proprietà di cristiani, tra cui chiese domestiche, scuole, piccole imprese e centri comunitari, accusando le congregazioni di operare ‘illegalmente’ o di essere influenzate da agende straniere.

La Siria è la vera sorpresa di quest’anno: il punteggio è salito di 12 unità (da 78 a 90), portando il Paese dal 18° al 6° posto, unico nuovo ingresso nella Top 10. La violenza è aumentata, con 27 cristiani uccisi in un anno e numerosi attacchi e atti vandalici contro le chiese. Il potere politico è frammentato e il disordine lascia spazio ad attori radicali che prendono di mira i cristiani. La costituzione provvisoria del marzo 2025, inoltre, stabilisce la giurisprudenza islamica come fonte principale della legislazione. La pressione varia per regione, ma include chiusura di scuole, imposizione della jizya e propaganda islamica anticristiana. Si stima rimangano oggi appena 300.000 cristiani (centinaia di migliaia in meno rispetto a 10 anni fa).

Cresce ancora il punteggio della Nigeria, stabile al 7° posto, confermandosi la nazione dove si uccidono più cristiani al mondo (3.490): dal 2020 a oggi oltre 25.200 vittime (dati conservativi), con milioni di sfollati e un paese di fatto spezzato a metà tra un sud a maggioranza cristiana più stabile ed un nord a maggioranza islamica da anni scosso da violenze, divisi dalla cosiddetta Middle Belt in forte destabilizzazione.

Il Pakistan all’8° posto è stabile nella top 10 da molti anni, con almeno 24 cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede. La Libia scende al 9° posto: sebbene la pressione sia a livelli estremi in tutte le sfere della vita dei cristiani, la violenza è diminuita nel periodo in esame. Sono stati attaccati meno gruppi/incontri di cristiani, poiché gli arresti e le detenzioni dei periodi precedenti hanno costretto i cristiani ad agire con estrema cautela.

L’Iran vede peggiorare leggermente la situazione (sebbene scenda al 10° posto), a causa di un leggero aumento della violenza anticristiana. La pressione è rimasta a livelli estremi in quasi tutte le sfere della vita. Il governo considera i convertiti iraniani al cristianesimo come una minaccia occidentale tesa a minare l’islam e il regime islamico dell’Iran. Dopo il conflitto lampo tra Iran e Israele (giugno 2025), il governo li ha pubblicamente bollati come spie e collaborazionisti. Le comunità storiche dei cristiani armeni e assiri sono riconosciute dallo Stato, ma trattate come cittadini di seconda classe.

In Afghanistan peggiora ancora la situazione e lo troviamo all’11° posto: dopo l’avvento dei Talebani nel 2021, molti cristiani sono stati uccisi, una grossa fetta è fuggita all’estero, mentre una piccola parte è riuscita a nascondersi e tuttora vive la fede nel segreto. Proprio per via di questa clandestinità totale, il punteggio relativo alla violenza contro i cristiani è basso.

Stabile tra le nazioni con una persecuzione anticristiana definibile estrema è posizionata al 12° posto l’India, di cui denunciamo da anni il declino delle libertà fondamentali della minoranza cristiana, bersaglio di violenze e discriminazioni. Nel periodo in esame sono stati 16 i cristiani uccisi e 2.192 i cristiani detenuti senza processo, in carcere od ospedali psichiatrici per ragioni legate alle loro fede.

Al 13° posto troviamo l’Arabia Saudita, leggermente in peggioramento. Ci sono stati alcuni sviluppi positivi nella libertà religiosa, ma permangono restrizioni significative, nonché una serie di sei deportazioni di cristiani stranieri nel periodo in esame. Nelle grandi città, negli ultimi anni c’è stata una maggiore tolleranza per le decorazioni natalizie in alcune aree pubbliche. I libri di testo scolastici sono stati ulteriormente riformati per eliminare contenuti problematici sui non musulmani. Allo stesso tempo, la pratica pubblica di religioni non musulmane rimane vietata e le minoranze religiose continuano a essere discriminate.

Stabilmente negativa la situazione in Myanmar (14°), da poco entrata tra le nazioni con una persecuzione estrema. Si è registrato un aumento dei cristiani uccisi (ben 99) e del numero di persone detenute (129), mentre sono diminuiti gli attacchi alle chiese. In tutte le sfere della vita, ad eccezione della vita comunitaria, la pressione è aumentata leggermente. Le chiese sono state attaccate in Stati a maggioranza cristiana come Chin, Kachin e Kayah, ma anche in Stati con una forte minoranza cristiana, come Karen, Rhakhine e Shan.

I combattimenti sono aumentati poiché la giunta militare ha cercato di riconquistare territorio nel tentativo di legittimare le elezioni previste per dicembre 2025-gennaio 2026 (che sono state respinte come illegittime da gran parte della popolazione e da molti osservatori internazionali). Migliaia di cristiani sono stati costretti a diventare sfollati interni. Inoltre, i convertiti al cristianesimo sono perseguitati dalle loro famiglie e comunità buddiste, musulmane o tribali.

Infine, il Mali al 15° posto, è uno dei tre Paesi con il punteggio massimo nella violenza (16,7), assieme a Nigeria e Sudan. I cristiani fuori Bamako affrontano intimidazioni, sfollamenti forzati, estorsioni e ripetuti attacchi alle chiese e alla vita della comunità. Due gruppi estremisti, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS), dominano questo panorama, imponendo un rigido controllo religioso e prendendo di mira la presenza cristiana nelle regioni contese. Fazioni precedenti come Ansar Dine rimangono rilevanti per la loro eredità ideologica e il loro ruolo nel plasmare l’insurrezione più ampia.

Nel periodo di riferimento della WWL 2026, rispetto a quello della WWL 2025 il numero di cristiani uccisi è aumentato da 4.476 casi a 4.849; il numero di chiese o proprietà cristiane pubbliche attaccate con diversi gradi di gravità è diminuito da 7.679 casi a 3.632; il numero di cristiani detenuti e/o condannati a causa della loro fede è rimasto quasi invariato da 4.744 casi a 4.712; il numero di cristiani rapiti è diminuito da 3.775 a 3.302; il numero di attacchi a case, negozi e attività di cristiani è diminuito da 28.368 a 25.794; infine il numero di cristiani che hanno subito abusi fisici o mentali (comprese percosse e minacce di morte) è aumentato da 54.780 a 67.843.

Nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani si prega con testi armeni

Da domenica 18 a domenica 25 gennaio, tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo, nell’emisfero nord si celebra la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, iniziativa ecumenica in cui i cristiani di tutto il mondo, appartenenti a diverse tradizioni e confessioni, si riuniscono spiritualmente in preghiera per l’unità della Chiesa.

‘Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati’, frase tratta dalla Lettera agli Efesini, è il tema proposto per quest’anno. San Paolo ricorda che si è tutti chiamati a vivere in comunione e che, attraverso il dialogo, la collaborazione e la testimonianza comune, si può costruire una Chiesa unita e forte, in grado di affrontare le sfide di questo tempo per realizzare, così, la visione di Cristo per la sua Chiesa: un corpo unito, che riflette la sua gloria e il suo amore nel mondo e si impegna per la pace, la giustizia, la dignità umana e il diritto alla patria.

Il sussidio per la Settimana di quest’anno è stato elaborato dalla Commissione internazionale nominata dal Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani (DPUC) e dalla Commissione Fede e costituzione (F&C) del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) riunitasi dal 13 al 18 ottobre 2024 presso la Santa Sede di Etchmiadzin, in Armenia. Durante l’incontro, presieduto dal reverendo dott. Mikie Roberts del CEC e dal reverendo p. Martin Browne del DPUC, i rappresentanti del Gruppo locale armeno hanno collaborato con la Commissione internazionale.

La Chiesa apostolica armena fa parte della tradizione ortodossa orientale ed è costellata dalla presenza di numerosi martiri. I suoi rituali, in ambito teologico e liturgico, influenzati da antiche usanze cristiane e da influssi culturali armeni, riflettono un’intensa spiritualità. Vanta una fiorente tradizione di ecumenismo e si impegna a costruire relazioni con altre comunità cristiane. Negli ultimi decenni ha avviato il dialogo con varie denominazioni, tra cui le Chiese cattoliche, ortodosse e protestanti, cercando con tutte un terreno comune e preservando al contempo il proprio patrimonio unico. La partecipazione al Consiglio ecumenico delle chiese e le sue relazioni con il Vaticano e altri organismi ecumenici mostrano il suo impegno per l’unità dei cristiani e per il progresso nella comprensione reciproca.

L’unità delle chiese cristiane è una chiamata fondamentale che richiede un impegno collettivo. Superare le divisioni storiche, affrontare le sfide contemporanee e lavorare insieme per il bene comune sono passi essenziali per realizzare questa unità.

Nelle note introduttive del testo si specifica in cosa consiste l’unità per la Chiesa armena: “La Chiesa apostolica armena, attraverso le sue pratiche ed i suoi insegnamenti, propone una profonda riflessione sull’essenza dell’unità all’interno del Corpo di Cristo, intesa non solo come semplice concetto, ma come realtà viva e pulsante. Recitando il Credo, i fedeli dichiarano di credere in ‘una Chiesa santa, cattolica e apostolica’, professando così la centralità di questa unità nella loro vita spirituale.

Questo impegno all’unità trova la sua massima espressione nelle sinassi eucaristiche della Chiesa, dove le preghiere della comunità non hanno come unici destinatari i cristiani di tutto il mondo e i loro leader spirituali, ma anche l’unità della Chiesa stessa. Ogni domenica, durante la liturgia, i fedeli si abbracciano l’un l’altro e cantano: ‘La Chiesa è diventata una’, manifestazione tangibile della loro fede collettiva e dello scopo condiviso che li unisce.

La lunga storia della Chiesa armena e dei suoi leader, costellata dalla presenza di numerosi martiri, è una chiara testimonianza dell’impegno incrollabile degli Armeni e della loro capacità di preservare la fede cristiana nella terra d’Armenia e nella regione circostante. L’unità all’interno della Chiesa dovrebbe trascendere l’affermazione dottrinale; infatti, si tratta di un’esperienza vissuta che approfondisce l’identità spirituale dei fedeli e rafforza la loro testimonianza collettiva. Abbracciando e vivendo questa unità, la Chiesa apostolica armena non solo onora le sue sacre tradizioni, ma contribuisce anche in modo significativo alla maggiore unità della Chiesa di Cristo. Questa riflessione ci invita a riconoscere e abbracciare il potere trasformativo dell’unità, sia all’interno delle nostre comunità di fede sia nella Chiesa più ampia”.

Le origini della Chiesa apostolica armena sono profondamente radicate negli insegnamenti degli apostoli Taddeo e Bartolomeo, che evangelizzarono l’Armenia già nel I secolo d.C., tuttavia, fu sotto la guida di san Gregorio l’Illuminatore, il primo Catholicòs (Patriarca) ufficiale dell’Armenia, che il cristianesimo iniziò a fiorire. Nel 301 d.C., sotto il re Tiridate III, l’Armenia fu la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione di Stato, un evento che ne contraddistinse il carattere di pioniere della fede molto prima che l’Impero romano aderisse al cristianesimo.

La Santa Sede di Etchmiadzin, situata vicino a Yerevan, è il centro spirituale e amministrativo della Chiesa apostolica armena. La Sacra Tradizione narra che in questo luogo san Gregorio ricevette una visione divina di Cristo che scendeva dal cielo e colpiva il suolo con un martello d’oro, indicando questo sito come sede ideale per la prima cattedrale armena. Questa visione portò alla costruzione della cattedrale di Etchmiadzin, una delle chiese più antiche del mondo, simbolo del legame duraturo tra la Chiesa armena e i suoi fedeli.

Durante i secoli, la Santa Madre Sede ha continuato ad essere centro di spiritualità ed autorità ecclesiastica, offrendo guida ai fedeli e tutelando il patrimonio cristiano armeno. La Chiesa apostolica armena fa parte della tradizione ortodossa orientale, caratterizzata da specifiche pratiche teologiche e liturgiche. I suoi rituali, influenzati sia da antiche usanze cristiane sia da influssi culturali armeni, riflettono una profonda riverenza ed una intensa spiritualità. 

La Divina Liturgia, insieme ai sacramenti della Chiesa, che sono celebrati in armeno classico, comprendono canti secolari, uso di incenso e paramenti ornamentali, che insieme creano un’atmosfera che avvicina i fedeli alla Chiesa degli albori. La Chiesa apostolica armena, in conformità con gli insegnamenti dei primi tre Concili ecumenici, sostiene la dottrina apostolica della Santa Trinità e la pienezza della divinità e dell’umanità di Cristo, in linea con l’unanime comunione ortodossa orientale. La Chiesa afferma che Cristo ha sofferto, è stato crocifisso, è risorto il terzo giorno, è asceso al cielo e attende di tornare nella gloria per giudicare i vivi e i morti. Questa interpretazione cristologica è fonte di profonda ispirazione per il pensiero teologico della Chiesa e, nel corso della storia, ne ha influenzato le relazioni ecumeniche.

Attraverso il sacramento del battesimo, gli Armeni rinascono in Cristo e partecipano alla vita divina attraverso il sacramento della Santa Comunione e la celebrazione dell’Eucaristia. La Chiesa crede che lo Spirito Santo, che ha ispirato i profeti e gli apostoli, continua a ispirare i fedeli e a guidare la Chiesa, che è una, santa, cattolica e apostolica. La Chiesa amministra un unico battesimo e proclama la risurrezione dei morti, il giudizio eterno e la promessa di vita eterna nel Regno dei Cieli.

(Foto: SPUC)

Papa Leone XIV prega per i cristiani del Medio Oriente

“Esprimo il mio profondo dolore per l’attacco dell’esercito israeliano contro la Parrocchia cattolica della Sacra Famiglia in Gaza City; come sapete giovedì scorso ha causato la morte di tre cristiani e il grave ferimento di altri. Prego per le vittime, Saad Issa Kostandi Salameh, Foumia Issa Latif Ayyad, Najwa Ibrahim Latif Abu Daoud, e sono particolarmente vicino ai loro familiari e a tutti i parrocchiani. Tale atto, purtroppo, si aggiunge ai continui attacchi militari contro la popolazione civile e i luoghi di culto a Gaza”: al termine dell’Angelus a Castel Gandolfo, papa Leone XIV ha lanciato un forte appello per la pace, esprimendo dolore per le vittime dell’attacco israeliano contro la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza.

Esprimendo ‘vicinanza’ ai cristiani del Medio Oriente il papa ha chiesto la cessazione del conflitto: “Chiedo nuovamente che si fermi subito la barbarie della guerra e che si raggiunga una risoluzione pacifica del conflitto. Alla comunità internazionale rivolgo l’appello a osservare il diritto umanitario e a rispettare l’obbligo di tutela dei civili, nonché il divieto di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e di spostamento forzato della popolazione”.

E davanti a tale conflitto anche il papa è impotente, ringraziandoli della loro testimonianza con l’affido alla Madre di Dio: “Ai nostri amati cristiani mediorientali dico: sono vicino alla vostra sensazione di poter fare poco davanti a questa situazione così drammatica. Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa. Grazie per la vostra testimonianza di fede. La Vergine Maria, donna del Levante, aurora del Sole nuovo che è sorto nella storia, vi protegga sempre e accompagni il mondo verso albori di pace”.

Mentre prima della recita dell’Angelus ha ricordato il valore dell’ospitalità: “Ci vuole umiltà sia a ospitare sia a farsi ospitare. Occorrono delicatezza, attenzione, apertura. Nel Vangelo, Marta rischia di non entrare fino in fondo nella gioia di questo scambio. E’ tanto presa da ciò che le tocca fare per accogliere Gesù, che rischia di rovinare un momento indimenticabile di incontro. Marta è una persona generosa, ma Dio la chiama a qualcosa di più bello della stessa generosità. La chiama a uscire da sé”.

Infatti il tempo estivo è un invito alla scoperta di essere ospiti: “Il tempo estivo può aiutarci a ‘rallentare’ e a diventare più simili a Maria che a Marta. A volte non ci concediamo la parte migliore. Bisogna che viviamo un po’ di riposo, col desiderio di imparare di più l’arte dell’ospitalità. L’industria delle vacanze vuole venderci ogni genere di esperienza, ma forse non quello che cerchiamo. E’ gratuito, infatti, e non si può comprare ogni vero incontro: sia quello con Dio, sia quello con gli altri, sia quello con la natura.

Occorre solo farsi ospiti: fare posto e anche chiederlo; accogliere e farsi accogliere. Abbiamo tanto da ricevere e non solo da dare. Abramo e Sara, seppure anziani, si scoprirono fecondi quando accolsero con tranquillità il Signore stesso in tre viandanti. Anche per noi c’è tanta vita da accogliere ancora”.

Mentre ha celebrato la messa ad Albano, dove era atteso dal 12 maggio: “La dinamica di questo incontro può farci riflettere: Dio sceglie la via dell’ospitalità per incontrare Sara e Abramo e dar loro l’annuncio della loro fecondità, che tanto desideravano e in cui ormai non speravano più. Dopo tanti momenti di grazia in cui già li aveva visitati, torna a bussare alla loro porta, chiedendo accoglienza e fiducia.

Ed i due anziani coniugi rispondono positivamente, senza sapere ancora cosa succederà. Riconoscono nei visitatori misteriosi la sua benedizione, la sua stessa presenza. Gli offrono quello che hanno: il cibo, la compagnia, il servizio, l’ombra di un albero. Ne ricevono la promessa di una vita nuova e di una discendenza”.

Anche il Vangelo racconta l’accoglienza con due sfaccettature: “Pur in circostanze diverse, anche il Vangelo ci parla dello stesso modo di agire di Dio. Anche qui, infatti, Gesù si presenta come ospite a casa di Marta e Maria. Non è uno sconosciuto: è a casa di amici e il clima è di festa. Una delle sorelle lo accoglie con mille attenzioni, mentre l’altra lo ascolta seduta ai suoi piedi, con l’atteggiamento tipico del discepolo nei confronti del maestro. Come sappiamo, alle lamentele della prima, che vorrebbe avere un po’ di aiuto nelle faccende pratiche, Gesù risponde invitandola ad apprezzare il valore dell’ascolto”.

Il modo di accogliere mostra il rapporto con Dio: “Se infatti è importante che viviamo la nostra fede nella concretezza dell’azione e nella fedeltà ai nostri doveri, a seconda dello stato e della vocazione di ciascuno, è però pure fondamentale che lo facciamo partendo dalla meditazione della Parola di Dio e dall’attenzione a ciò che lo Spirito Santo suggerisce al nostro cuore, riservando, a tale scopo, momenti di silenzio, momenti di preghiera, tempi in cui, facendo tacere rumori e distrazioni, ci raccogliamo davanti a Lui e facciamo unità in noi stessi”.

Questo è la centralità della vita cristiana: “E’ questa una dimensione della vita cristiana che oggi abbiamo particolarmente bisogno di recuperare, sia come valore personale e comunitario che come segno profetico per i nostri tempi: dare spazio al silenzio, all’ascolto del Padre che parla e ‘vede nel segreto’. A questo scopo i giorni estivi possono essere un momento provvidenziale in cui sperimentare quanto è bella e importante l’intimità con Dio, e quanto essa può aiutarci anche ad essere più aperti, più accoglienti gli uni verso gli altri”.

Però ascolto e servizio costano ‘fatica’: “Sia il servizio che l’ascolto non sono sempre facili: richiedono impegno, capacità di rinuncia. Costa fatica, ad esempio, nell’ascolto e nel servizio, la fedeltà e l’amore con cui un papà e una mamma mandano avanti la loro famiglia, come pure costa fatica l’impegno con cui i figli, a casa e a scuola, corrispondono ai loro sforzi; costa fatica capirsi quando si hanno opinioni diverse, perdonarsi quando si sbaglia, prestarsi assistenza quando si è malati, sostegno quando si è tristi. Ma è solo così, con questi sforzi, che nella vita si costruisce qualcosa di buono; è solo così che tra le persone nascono e crescono relazioni autentiche e forti, e che dal basso, dalla quotidianità, cresce, si diffonde e si sperimenta presente il Regno di Dio”.

Il papa ha concluso l’omelia sottolineando che ascolto e servizio non possono essere separati: “Abramo, Marta e Maria, oggi, ci ricordano proprio questo: che ascolto e servizio sono due atteggiamenti complementari con cui aprirci, nella vita, alla presenza benedicente del Signore. Il loro esempio ci invita a conciliare, nelle nostre giornate, contemplazione e azione, riposo e fatica, silenzio e operosità, con sapienza ed equilibrio, tenendo sempre come metro di giudizio la carità di Gesù, come luce la sua Parola e come sorgente di forza la sua grazia, che ci sostiene oltre le nostre stesse possibilità”.

(Foto: Santa Sede)

Attentato di Damasco: il papa esprime vicinanza

“Domenica scorsa è stato compiuto un vile attentato terroristico contro la comunità greco-ortodossa nella chiesa di Mar Elias a Damasco. Affidiamo le vittime alla misericordia di Dio ed eleviamo le nostre preghiere per i feriti e i familiari. Ai cristiani del Medio Oriente dico: vi sono vicino! Tutta la Chiesa vi è vicina! Questo tragico avvenimento richiama la profonda fragilità che ancora segna la Siria, dopo anni di conflitti e di instabilità. E’ quindi fondamentale che la comunità internazionale non distolga lo sguardo da questo Paese, ma continui a offrirgli sostegno attraverso gesti di solidarietà e con un rinnovato impegno per la pace e la riconciliazione”.

A conclusione dell’udienza generale di mercoledì scorso papa Francesco Leone XIV, a conclusione dell’udienza generale, ha espresso preoccupazione per la situazione tra Iran e Israele, auspicando che ci si adoperi per seguire ‘la via del dialogo, della diplomazia, della pace’, con l’invito ad ascoltare il profeta Isaia: “Si ascolti questa voce, che viene dall’Altissimo! Si curino le lacerazioni provocate dalle sanguinose azioni degli ultimi giorni. Si respinga ogni logica di prepotenza e di vendetta e si scelga con determinazione la via del dialogo, della diplomazia e della pace”.

Infatti domenica 22 giugno a Damasco è stata compiuta una strage durante una messa celebrata nella chiesa greco-ortodossa di Mar Elias. La chiesa colpita è uno dei luoghi di culto più frequentati della comunità greco-ortodossa di Damasco. E l’attentato rappresenta uno dei più sanguinosi contro un luogo di culto cristiano negli ultimi anni, riaprendo ferite di una comunità che ha già sofferto persecuzioni, emigrazione forzata e isolamento sociale nel contesto della guerra civile iniziata nel 2011.

In una dichiarazione di lunedì 23 giugno, l’Assemblea degli Ordinari cattolici della Terra Santa, con sede a Gerusalemme, ha espresso “profondo sgomento e profonda riprovazione» per quanto accaduto. Non esiste alcuna giustificazione per il massacro di innocenti, tanto meno in un luogo sacro”.

I vescovi cattolici hanno denunciato l’attentato come ‘un crimine contro l’umanità e un peccato davanti a Dio’: “Non esiste alcuna giustificazione (religiosa, morale o razionale) per il massacro di innocenti, tanto meno in uno spazio sacro. Una tale violenza, sotto il pretesto della fede, è una grave perversione di tutto ciò che è sacro. E’ un atto di indicibile malvagità, un crimine contro l’umanità e un peccato davanti a Dio”.

Richiamando il Documento sulla fraternità umana, firmato ad Abu Dhabi nel 2019 l’Assemblea dei vescovi cattolici hanno sottolineato il dovere di protezione dei luoghi di culto: “La protezione dei luoghi di culto (sinagoghe, chiese e moschee) è un dovere garantito dalle religioni, dai valori umani, dalle leggi e dagli accordi internazionali. Ogni tentativo di attaccare i luoghi di culto o di minacciarli con assalti violenti, attentati o distruzioni, è una deviazione dagli insegnamenti delle religioni”.

Questa non è fede: “Condanniamo fermamente questo atto barbarico e rifiutiamo le ideologie che cercano di giustificare la violenza in nome della religione. Estendiamo le nostre più sentite condoglianze al Patriarcato greco-ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente ed esprimiamo la nostra solidarietà a tutte le comunità cristiane della Siria, che hanno sopportato anni di persecuzioni e sfollamenti e che ora si trovano ad affrontare una nuova paura e insicurezza”.

Ed hanno chiesto ‘misure’ per tutelare la libertà religiosa dei cristiani: “Chiediamo alle autorità siriane di prendere tutte le misure necessarie per garantire la protezione e la libertà dei cristiani in tutto il Paese, affinché possano vivere in sicurezza e contribuire pienamente alla vita della loro patria”.

Per questo Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) ha attivato una raccolta fondi per fornire aiuti di emergenza alle vittime e sostenere le comunità cristiane duramente colpite. Infatti ACS è impegnata da anni in Siria con numerosi progetti a favore delle comunità cristiane di varie confessioni, in particolare con il Patriarcato greco-ortodosso di Antiochia, suo storico partner. La Fondazione supporta la ricostruzione dei luoghi di culto, le attività pastorali e interventi umanitari urgenti, con l’obiettivo di garantire la presenza cristiana in un Paese segnato da anni di conflitto.

In questa drammatica fase, ACS rinnova il proprio appello alle autorità competenti affinché intensifichino gli sforzi per proteggere tutte le comunità religiose in Siria. La Fondazione si unisce inoltre all’invito urgente di Sua Beatitudine il Patriarca Giovanni X a tutelare i luoghi sacri e a porre fine a ogni forma di violenza.

(Foto: Vatican News)

Nizar Lama lancia un appello per i cristiani della Terra Santa

“Betlemme, la città che ha visto la nascita di Gesù, oggi vive sotto l’ombra di un assedio che dura ormai da 18 mesi. Da quando è iniziata la guerra a Gaza, la città ha subito un blocco totale da parte di Israele, che ha paralizzato ogni aspetto della vita quotidiana. Le strade sono chiuse, l’acqua e l’elettricità sono controllate e distribuite in modo irregolare, Le scuole sono state chiuse, e i nostri bambini hanno perso un anno scolastico. Gli ospedali stanno affrontando difficoltà nel trovare il supporto necessario, e sia le scuole che gli ospedali soffrono una costante mancanza di risorse e di personale”.

Questa è stata la testimonianza di Nizar Lama, guida biblica e  turistica professionista cattolica a Betlemme, incontrato nel monastero cistercense dell’Abbadia di Fiastra, situato ai confini dei comuni di Tolentino ed Urbisaglia, nella provincia di Macerata, invitato da don Rino Ramaccioni in collaborazione con le organizzazioni di volontariato Sermit di Tolentino, Sermir di Recanati ed Azione Cattolica Italiana della diocesi di Macerata.

Nel suo racconto c’è la realtà di chi è stremato da questi mesi di guerra: “La maggior parte della popolazione di Betlemme, che una volta viveva grazie al turismo, è ora costretta ad affrontare una disoccupazione devastante. Oltre il 90% della gente è senza lavoro, mentre i pochi che riescono a sopravvivere lo fanno con fatica, sperando che la situazione migliori. Le tradizioni e la cultura che hanno reso Betlemme famosa nel mondo sono ormai in pericolo, minacciate dalla difficile realtà economica e sociale”.

Come si vive a Betlemme dopo 18 mesi dal 7 ottobre?

“A distanza di 18 mesi dalla guerra a Gaza le famiglie di Betlemme soffrono molto, in quanto il 90% dei cittadini viveva di turismo religioso ed ora sono a casa senza lavoro, perché alberghi, ristoranti e negozi di souvenir sono chiusi. La gente fa fatica a sopravvivere ed a trovare le cose necessarie per vivere”.

Come vivono i cattolici in Terra Santa?

“Rappresentiamo l’1% della popolazione e viviamo con molte difficoltà. Cerchiamo di seminare la pace nei cuori delle persone; preghiamo per la pace e desideriamo vivere in pace”.

Quindi una minoranza che lotta per non scomparire?

“E’ la verità: in tutto questo, come cristiani, ci troviamo in una posizione di minoranza in una terra che non smette di cambiare. Nonostante le difficoltà, cerchiamo di adattarci a questo nuovo mondo, cercando di seminare la pace nei cuori delle persone. La nostra speranza non è ancora svanita, e continuiamo a credere che la luce della nostra fede possa un giorno risplendere anche nelle ombre più oscure.

Oggi stiamo affrontando una lotta per la nostra esistenza, dobbiamo scegliere se restare e resistere o andarcene e che tutto finisca. Oggi, come cristiani, siamo circondati dall’estremismo islamico e dal sionismo estremo, e credimi quando dico che non è facile convivere con queste due forze che dominano la nostra regione”.

Insomma quello di Nizar è stato un appello per non essere dimenticati dai cristiani europei: “Sono arrivato da voi portando con me il dolore e la sofferenza delle persone nella mia città, Betlemme. Ogni giorno, le persone lottano per la sopravvivenza in una realtà che sembra non lasciare spazio alla speranza. Cerco di consolarle, di ascoltarle e con ogni forza che ho, fare tutto ciò che posso per aiutarle a resistere, anche se solo un po’.

Non sappiamo quando finirà questa guerra; non sappiamo quale sarà il nostro destino in Cisgiordania. La paura per il futuro è sempre più presente, soprattutto per i nostri bambini. Ogni giorno camminiamo verso un cammino incerto, pregando che la pace arrivi presto, prima che tutto ciò che amiamo sia consumato dalla violenza e dalla disperazione”.

Però ogni giorno papa Francesco ha sempre telefonato al parroco di Betlemme: come avete sentito questa ‘vicinanza’?

“La abbiamo sentita molto intensa. Prima che papa Francesco morisse faceva tutti i giorni videochiamate con i parrocchiani della Santa Famiglia. La Chiesa cattolica sta cercando di sostenere le famiglie, ma purtroppo il conflitto è politico”.

Al termine della testimonianza è giunto l’appello per sostenere le famiglie cristiane che vivono in Terra Sana: “Attraverso questo giornale voglio lanciare un’iniziativa umanitaria per aiutare le famiglie cristiane bisognose di Betlemme. Grazie alla collaborazione con il parroco della nostra comunità, abbiamo identificato 60 famiglie che sono in urgente necessità di sostegno. Il mio desiderio più grande è quello di riuscire ad aiutare ogni persona che soffre nella mia città, con il vostro aiuto  e con il vostro continuo supporto”.

Non avete mai pensato di migrare?

“Spesso ma la nostra presenza in Terra Santa è essenziale per proteggere i luoghi santi e per garantire che la nostra voce non svanisca. Perché il nostro esistere li è una testimonianza di speranza, di fede e di perseveranza, ma per farlo, abbiamo bisogno del vostro sostegno continuo.

Vi chiedo, con il cuore aperto, di unirvi a noi in questa lotta quotidiana, affinché possiamo continuare a vivere ed a sperare per un futuro migliore per tutti, senza paura, senza disperazione, ma con una luce di speranza che possa illuminare il nostro cammino. La vita in Terra Santa è dura, ma la nostra resistenza è forte, e continuiamo a lottare per la dignità, la giustizia e la speranza di un futuro migliore per tutti”.

Per aiutarvi?

“Vi chiedo prima di tutto di pregare per la pace e di sostenere le famiglie più bisognose, perché la gente soffre per sopravvivere. IBAN EURO: PS66ALDN048410024940430061001”. Oppure al Sermit: IBAN IT09F0100569200000000002001 – Con la causale: Nizar

Nella Repubblica Democratica del Congo continuano le uccisioni contro i cristiani

“Il governo ruandese deve ritirare le sue truppe dal territorio della Repubblica Democratica del Congo e cessare la cooperazione con i ribelli dell’M23”, ha affermato il Parlamento europeo in una risoluzione non legislativa adottata con 443 voti favorevoli, 4 contrari e 48 astensioni, in cui i deputati hanno condannato l’occupazione di Goma e di altri territori nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC) da parte dei ribelli dell’M23 e delle forze di difesa ruandesi in quanto violazione inaccettabile della sovranità e dell’integrità territoriale della RDC.

In tale ‘risoluzione’ i deputati hanno denunciato gli attacchi indiscriminati che coinvolgono armi esplosive, nonché uccisioni illegali, stupri e altri palesi crimini di guerra nelle aree popolate del Nord Kivu da parte di tutte le parti. Hanno anche deplorato il ricorso al lavoro forzato, al reclutamento forzato e ad altre pratiche abusive da parte dell’M23 con il sostegno dell’esercito ruandese e delle forze armate congolesi (FARDC).

Inoltre con l’invito a porre fine alle violenze, in particolare alle uccisioni di massa e all’uso dello stupro come arma strategica di guerra, il Parlamento europeo ha esortato la Repubblica Democratica del Congo ed il Rwanda a indagare e perseguire i responsabili di crimini di guerra, compresa la violenza sessuale, secondo il principio della responsabilità di comando. I deputati affermano inoltre che qualsiasi attacco alle forze delle Nazioni Unite è ingiustificabile e può essere considerato un crimine di guerra.

Per questo i deputati europei hanno criticato l’incapacità dell’Unione europea di adottare misure adeguate per affrontare la crisi e di esercitare pressioni sul Rwanda affinché ponga fine al suo sostegno all’M23 ed hanno chiesto alla Commissione europea, agli Stati membri dell’UE ed alle istituzioni finanziarie internazionali di congelare il sostegno diretto al bilancio per il Rwanda fino a quando non consentirà l’accesso umanitario all’area di crisi e romperà tutti i legami con l’M23.

La Commissione e i Paesi dell’Unione europea dovrebbero inoltre interrompere la loro assistenza militare e di sicurezza alle forze armate ruandesi per evitare di contribuire direttamente o indirettamente a operazioni militari abusive nella parte orientale della RDC.

Ma l’escaalation di violenza non si ferma in quanto a metà febbraio sono stati trovati almeno 70 corpi di cristiani decapitati in una chiesa protestante del Nord Kivu, una delle tre provincie orientali della Repubblica Democratica del Congo nelle quali decine di gruppi armati agiscono quasi incontrastati ormai da decenni, come ha sottolineato l’ong ‘Open Doors:

“Secondo alcuni media locali e internazionali, i 70 corpi sono stati trovati decapitati in una chiesa di Kasanga, in Baswagha. Le vittime erano probabilmente ostaggi dell’ADF e sono state trattenute per diversi giorni prima di essere uccise”.

Baswagha è una divisione amministrativa rurale della RDC. Si trova nel territorio di Lubero, nella provincia di Nord Kivu, a circa 100 km da Beni. Secondo i partner locali di Porte Aperte/Open Doors nella RDC orientale, Baswagha è un’area prevalentemente cristiana:

“La scorsa settimana, diversi attacchi dell’ADF hanno svuotato villaggi nel territorio di Lubero e molti dei corpi trovati nella chiesa sono stati identificati come quelli di persone disperse dopo questi attacchi. I nostri partner locali stanno lavorando per ottenere maggiori dettagli; tuttavia, l’attuale situazione della sicurezza nella parte orientale della RDC rende difficile e pericoloso viaggiare al momento”.

Per tale motivo l’ong ha chiesto ai cristiani la preghiera per le vittime: “Chiediamo alla comunità cristiana internazionale di rimanere in preghiera per i cristiani e le comunità vulnerabili nella parte orientale della RDC. Pregate per la fine della violenza e affinché il governo a tutti i livelli affronti diligentemente, imparzialmente e in modo trasparente la violenza e i suoi effetti. Pregate per la Chiesa nel Territorio del Lumbero mentre cerca di portare assistenza fisica e spirituale alle famiglie colpite”.

La Repubblica Democratica del Congo si trova alla posizione numero 35 della World Watch List: “In questo paese i cristiani affrontano gravi persecuzioni e violenze, spesso condotte da parte dei militanti islamisti delle Forze Democratiche Alleate (ADF). Connesse con lo Stato Islamico, le ADF rapiscono e uccidono cristiani e attaccano chiese, generando terrore diffuso, insicurezza e sfollamenti”.

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